M49 orso meraviglioso è stato catturato

M49 orso meraviglioso è stato catturato dagli agenti forestali del Trentino Alto Adige, e come possiamo vedere dalla foto in cui si assiepano intorno alla piccola gabbia dove hanno rinchiuso il grosso orso, sembrano molto fieri, nonostante i loro volti non siano riconoscibili, un po’ come se fossero un gruppo d’assalto militare che ha appena acciuffato qualche pericoloso terrorista.

M49 orso meraviglioso è stato catturato. Qui nella piccola gabbia dove l'hanno imprigionato
M49 orso meraviglioso catturato e imprigionato

Annuncio dato dalla LAV

Allego parte dell’annuncio dato dalla LAV poche ore fa:

Si conclude così la fuga per la libertà di un animale che, dopo avere esplorato le province di Trento, Bolzano e Verona, se ne era tornato da pochi giorni nei suoi luoghi di origine, nel Trentino occidentale. Un animale che, pur avendo percorso centinaia di chilometri, non ha mai costituito alcun pericolo per l’uomo e che ora sarà condannato all’ergastolo solo per avere mangiato del cibo malamente custodito in alcune baite in alta quota.

“La sentenza emessa dalla Provincia di Trento è inutilmente crudele perché si accanisce su un animale che ha dimostrato eccezionali capacità di adattamento e sopravvivenza – dichiara Massimo Vitturi, responsabile Animali Selvatici LAV – aspetti che ne fanno un individuo particolarmente dotato che dovrebbe essere per questo ancora più rispettato e accettato, anche se si è reso responsabile di qualche danno, esclusivamente di carattere economico.”

Colpisce che in un periodo in cui tutta la collettività, lo Stato e i governi locali sono impegnati nel contrasto alla pandemia, Fugatti e la provincia di Trento abbiano trovato risorse, tempo e modo per imprigionare M49, impegnando sul territorio uomini e mezzi in un’attività che non aveva alcun carattere di urgenza.

M49 orso meraviglioso è stato catturato: stralcio di articolo scritto su blog del Fatto Quotidiano nel novembre 2019

M49 orso meraviglioso è stato catturato
M49

Nel novembre 2019, sul blog del Fatto quotidiano, il giornalista Paolo Martini pubblicò un bell’articolo sulla fuga di M49. Ne riporto uno stralcio:

La sua stessa leggenda ormai sovrasta M49: nelle poche immagini disponibili è facile leggergli la fierezza sul volto quando ha una preda ai piedi, la faccia da duro quando viene intrappolato fotograficamente prima della cattura, e infine oggi un’aria sospettosa e affranta mentre fugge, fugge chissà dove per boschi, inseguito da mute di cani e guardie.

Oltretutto il coprotagonista minore della vicenda è il nuovo leader leghista del Trentino Maurizio Fugatti, con quel cognome evocativo, e non solo perché riporta a uno che è stato tra i felini – con quella consonante che lo allontana anni luce dal grande mitico ferino, ma con quell’incipit evasivo perfetto per i titolisti: il manifesto oggi dedica una pagina intera a M49, ospita anche l’intervento di un dirigente del Wwf introdotto dalla battuta: “un orso in fuga da Fugatti”

La questione, posto che si possa prendere sul serio, è davvero grottesca: sono state spese energie e quattrini dei contribuenti per ripopolare l’orso nel parco dell’Adamello-Brenta, con una fondamentale scelta di riqualificazione del territorio che tutti gli esperti di marketing turistico consigliavano. Nella Val Rendena, tra Pinzolo e Madonna di Campiglio, storicamente sul finire dell’Ottocento era stata perpetrata forse la più grande strage di orsi a fini economici che sia mai stata fatta in Europa; tra l’altro i cacciatori più feroci erano anche quelli che portavano in giro i primi signori inglesi che vennero a scalare le montagne del Brenta. Se ci sarà mai una Norimberga per i crimini ambientali dell’alpinismo, anche le crudeltà nei confronti dei nostri poveri orsi farebbero parte dei capi d’accusa principali, come le montagne di merda e di rifiuti sull’Everest.

Il Ministro dell’Ambiente e i canali diplomatici

Il ministro dell’Ambiente ha detto: “Mi sto adoperando con tutti i canali possibili per trovare una nuova casa all’orso M49. Stiamo sondando parchi europei, contattando Paesi dove questo tipo di orso potrebbe vivere bene e senza rischi, attivando anche i canali diplomatici. L’obiettivo è regalare a questo orso, a cui vogliamo bene, la migliore casa possibile.” Questo orso a cui vogliamo bene? Ministro Costa, la prego, almeno non insulti la nostra intelligenza. Nuove case? Parchi europei? Wow: i canali diplomatici, pensate un po’! E perché non libero in Trentino, terra a cui appartiene? E allora ogni volta che un esploratore o un boy scout dovesse vedere un orso da lontano cosa farete? Gli darete la caccia e poi gli troverete una nuova casetta insieme a Riccioli D’Oro?

M49 orso meraviglioso è stato catturato: l’uomo e gli orsi tanto tempo fa

Atalanta salvata dall’orsa, illustrazione di Emanuele Luzzati

In momenti come questo sembra strano pensare al Paleolitico, quando alcuni fra gli umani di allora veneravano l’orso, in un vero e proprio culto che era, come tutti i culti, propiziatorio; in quel caso propiziava la caccia. Sembra strano anche pensare ad Atalanta, dal greco Αταλάντη, che significa “in equilibrio”: abbandonata dal padre in una foresta quando era ancora neonata, perché non era un maschio, ma sopravvissuta grazie ad un’orsa che la allattò e la tirò su facendola diventare la più grande cacciatrice di tutti i miti greci, nonostante fosse femmina. Anche per questo la caccia insensata e feroce che hanno dato a M49 e infine la sua cattura mi fanno sentire doppiamente sola: come donna in un mondo dove comandano gli uomini e come animalista in un mondo di gente a cui non frega nulla degli animali, e, se è per questo, nemmeno degli esseri umani.

Perché M49 è speciale

Cosa ha di speciale M49? È un die-hard, un combattente, proprio come l’orca Tilikum. Un resistente. Una creatura che segue il proprio istinto e cerca la libertà. Capace di fuggire dall’Alcatraz degli orsi, con doppio recinto elettrificato e così tanto cemento sotto ai piedi che nemmeno la dinamite potrebbe scavarci un tunnel. Un orso solo in foreste dove, in tempi nemmeno lontanissimi di orsi ce n’erano tanti, mentre adesso, così come hanno fatto con Daniza – sempre nell’amichevole Trentino – gli orsi vanno uccisi o incarcerati, perché il territorio sparisce visto che i bravi imprenditori che costruiscono condomini, villini tutti uguali e qualche bellissima e ricca baita aumentano, per non parlare degli allevatori e col territorio spariscono le foreste e le loro meravigliose creature che fra non molto saranno solo leggenda.

M49 orso meraviglioso è stato catturato: orsa Daniza con cuccioli, uccisa nel 2014
L’orsa Daniza, catturata e uccisa nel 2014 perché voleva difendere i cuccioli

M49 orso meraviglioso è stato catturato: cosa ci ha insegnato?

Cosa ci può insegnare M49? Che la libertà viene prima di ogni cosa. Che la ribellione contro chi ci toglie tutto è sempre giusta. Che un mondo senza orsi in libertà non vale la pena di essere vissuto.

Cosa possiamo desiderare per M49? Che riesca di nuovo a fuggire, e se così non fosse, mi auguro che muoia, senza dolore, senza diventare la marionetta di nessuno, con la stessa eroica dignità con cui ha vissuto, abbandonando rapidamente un mondo che non lo merita, ma che certamente merita esseri come l’orribile leghista Fugatti.

M49 gioca con la neve, video di Tommaso Borghetti

Cosa possiamo fare per gli ultimi orsi ancora liberi?

Cosa possiamo fare per gli ultimi orsi ancora liberi? Diffidare la provincia di Trento è inutile: loro se ne fregano. Sempre che la pandemia non dilaghi di nuovo, rinchiudendoci in casa per tutta l’estate e l’inverno che verrà, dobbiamo boicottare il Trentino, e fare sì che il turismo in Trentino smetta di esistere, diventi un ricordo lontano. Non solo, dobbiamo boicottare tutte le loro industrie e aziende, a iniziare dalle mele. Dobbiamo fare in modo che, dal punto di vista dell’industria, la caccia all’orso si trasformi nel loro incubo peggiore, che si ritrovino a rimpiangere il Covid. Perché questa gente, come tutti sappiamo, riconosce solo l’odore e il fruscio delle banconote, e soffrono solo se li tocchi lì, dove tengono il portafogli.

Almeno finché non dimostreranno di essere in grado di prendersi cura di quei monti e di quelle foreste che non appartengono né ai costruttori né agli allevatori, agli albergatori o ai turisti e tanto meno ai leaderini politici, bensì alla fauna e alla flora che ci abitano da sempre. Vi chiedo, quindi, di condividere quest’articolo, se siete animalisti e in accordo col boicottaggio del Trentino. Nel nostro piccolo, cerchiamo tutti di fare qualcosa.  

PrimaValle Epidemic 3

PrimaValle Epidemic 3: CE METTA ‘N PUNTO

Mascherine, mascherine, ancora e sempre. I tg ci assicurano che Arcuri ha fissato un prezzo di 50 centesimi a mascherina, e non sto parlando delle mascherine chirurgiche né tantomeno di quelle FFP, con valvola, senza valvola, con incantesimo incorporato o senza, perché per comprare quelle bisogna prima accendere un mutuo. Le mascherine da 50 centesimi sono quelle becerissime con gli elastichetti da mettere intorno alle orecchie e nella realtà ancora oggi le farmacie te le vendono a cifre che farebbero venire un ictus allo stesso Arcuri, e quel che è peggio, vendono mascherine “farlocche”. Non dico totalmente inutili, quello si sapeva già. Dico proprio inutilizzabili: come le tocchi si rompono. Mi sento di tranquillizzare il Papa che ha pubblicamente pregato per la salute dei farmacisti: tranquillo, Bergo’, i farmacisti se la cavano alla grande.

PrimaValle Epidemic 3: ragazza in mascherina, di Aoi Ogata
PrimaValle Epidemic 3: art by Aoi Ogata

Di dieci mascherine acquistate qualche giorno fa, tre si sono rotte mentre Ettore cercava di metterle e altre due si sono rotte a Emiliano dopo pochi minuti che le aveva indossate. Allora Ettore, stringendo in mano tutte le mascherine rotte, incazzato come il Pelide Achille dopo che gli avevano ammazzato Patroclo, è entrato in farmacia. Prima di uscire di casa ha detto: “Spero di beccare quel vecchiaccio maledetto!” Ora, il vecchiaccio maledetto è il proprietario della farmacia di zona, che oltre a non essere simpatico di suo, ha il grande difetto di essere anche lento e rincoglionito e, soprattutto, ha commesso il peccato imperdonabile di tossire sulle mascherine che ci stava vendendo. Bisogna dire che il vecchio, quando ha tossito, indossava una mascherina, anche se di quelle becere, ma ugualmente io ho provato un forte istinto omicida e sottolineo omicida, nei suoi confronti, istinto che solo grazie a un forte senso morale e a un’anima virtuosa sono riuscita a reprimere…

Mascherine in Anime

In farmacia c’era effettivamente il vecchio, e Ettore ha sbattuto le mascherine rotte sul bancone spiegandogli cos’era successo. Il vecchio le ha guardate, ha visto che gli elastici erano saltati via uno dopo l’altro e ha detto:

Beh, ce metta ‘n punto” con la faccia come il fondoschiena: dopo che ti paghiamo a prezzo ultra-maggiorato quelle schifezze che tu chiami mascherine mi devo mettere anche a fare la sartina?

Ma ce lo metta lei quel cazzo di punto! – gli ha urlato Ettore – io le ho comprate e pagate ben due euro e cinquanta l’una. Che ne dice se le faccio una segnalazione?”

A quel punto il vecchio ha quasi preso fuoco come i vampiri se gli spruzzi l’acqua santa e gli ha subito restituito altre cinque mascherine becere senza proferire verbo. La parola segnalazione, nonostante sia, in Italia, notoriamente priva di significato oltre che di conseguenze, l’ha straordinariamente spaventato. In questo periodo la gente ha reazioni veramente emotive…

DIDATTICA SMART E DUCHESSE

PrimaValle Epidemic 3: Didattica Smart e Duchesse
Didattica Smart in Germania

Un collega di Emiliano, giovanissimo come lui, insegna italiano in un istituto professionale statale, e sta svolgendo una lezione in “didattica smart” ad una delle sue classi. Mentre sta parlando, sente chiara e forte la voce della madre di una delle alunne che, rivolta alla figlia, grida:

“Aho, Laura, m’abbassi sta voce de mmerda?”

L’insegnante finge di non sentire, ma dentro di sé pensa: “Però, una vera duchessa.” Due giorni dopo, stessa classe, stesso IP. Mentre sta cercando di spiegare l’argomento sente di nuovo l’ormai familiare voce della duchessa, che nuovamente si rivolge alla figlia:

“A Laura!? Ma devo sentì ancora sto stronzo?”

PrimaValle Epidemic 3: RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

Il giorno di Pasqua, in lockdown, nel sereno tepore del giardino, Emiliano, pur sapendo benissimo che la panchina è ormai completamente scassata, tanto che anche la gatta ci si tiene alla larga, decide ugualmente di sedercisi sopra, e come era facile prevedere, crolla al suolo, urlando nel silenzio:

“Diocaneee!”

Chissà perché, nel momento della caduta, gli è uscita fuori una bestemmia filologicamente toscana, tipo “Maremma maiala” e quella roba lì. Ho pensato ai vicini oltre la siepe e dal momento che sono irrimediabilmente “una senza dio” mi è venuto da ridere immaginando la signora Assunta, cattolica campana e praticante, moglie di un sempre più insano Zio Michele (vedi PrimaValle Epidemic1) magari scandalizzarsi per la bestemmia.

Ma non potevo sbagliare di più. Dopo poco abbiamo sentito Zio Michele, che parlava al telefono già da un po’ dicendo cose incomprensibili – a meno che qualcuno non fosse stato così solerte da mettergli i sottotitoli sotto, come a Gomorra – urlare in italiano:

“Mannaggia a Gesù Cristo e a tutti quei cristiaaani!”

Direi che la messa è finita. Andate in pace.

PrimaValle Epidemic 3: angolo del giardino di casa nostra a Primavalle, Roma
PrimaValle Epidemic 3: Il giardino di casa

EVVIVA LA FASE 2: TANAX LIBERA TUTTI

Il Tanax è il farmaco con cui i veterinari sopprimono gli animali. Dal momento che i veterinari sono la categoria che ha uno dei tassi più alti di suicidio in Italia (non è un caso: si diventa veterinario perché empatizzi con gli animali, così come si diventa medico perché empatizzi con i soldi), di solito i veterinari usano il Tanax per compiere l’insano gesto. Da qui la frase – rivelatami da un’amica veterinaria – “Tanax libera tutti”. Riportando il tutto all’unica questione del momento, cioè il Covid-19, la speranza è che il “Tana libera tutti” fortemente voluto da Confindustria, dalle opposizioni e gentilmente concesso dal governo, non si trasformi in un Tanax libera tutti. Il 25 aprile, e quindi ancora lontani dal famigerato 4 maggio, nel mio quartiere c’era già un via vai di famigliole che andavano, venivano, tutti insieme appassionatamente, abbracciati, senza mascherine, pieni di passeggini, ciucci, vecchi nonni e micro cagnolini al seguito, e potete credermi sulla parola quando vi assicuro che nemmeno uno, fra tutti questi umani, stava festeggiando la liberazione dal nazi-fascismo.

PrimaValle Epidemic 3: EVVIVA LA FASE 2: TANAX LIBERA TUTTI
PrimaValle Epidemic 3: Tanax libera tutti

Nel giardino condominiale, dove, a giudicare da quanto alte sono diventate erbe ed erbacce potrebbero nascondersi sanguisughe e mamba neri, stavano seduti impavidi, tutti senza mascherine né guanti, i miei vicini con figlie adolescenti e amiche di figlie al seguito, più il finto scemo aka gran paraculo che vive sotto al tetto. Tutti in cerchio, appiccicati: una via di mezzo fra un pic-nic e il gioco della bottiglia. Oggi a via di Torrevecchia non credo ci fossero negozi ancora chiusi, e una marea di gente svolazzava in tutte le direzioni, come un grosso sciame di api stordite.

Pensate fra pochi giorni, quando la gente potrà incontrare qualsiasi essere, umano o alieno, in nome di una non meglio identificabile “affinità”; ci saranno quelli che dicono: “Sto anna’ dallo spacciatore, più affinità de così…” o anche, in fila a Viale Lazio: “Con quella lì, quella col perizoma che luccica, ho ‘na perfetta affinità genitale”.  Ho appena sentito Conte in tv dire che “in questa fase 2 ci vorrà molto senso di responsabilità da parte di tutti” e avrei proprio voluto poter spiegare a quel brav’uomo dall’aspetto sempre impeccabile una semplice ma evidente verità: “Se la salute del nostro popolo dipende dall’italico senso di responsabilità, allora, beh, è molto semplice: siamo fottuti.”

“La casa in circonvalla però c’ha più stile”

J-Ax, Più stile

I Social Media e Brave New World

I Social Media e Brave New World è un breve ma intenso viaggio che ho percorso all’interno di pagine e gruppi Facebook. Ho scelto di andarmi a rileggere Aldous Huxley perché nessuno, come lui, è in grado di spiegarci così bene il mondo di adesso.

Partiamo dalla famosa frase pronunciata da Huxley nel corso di una conferenza nel 1961:

“The perfect dictatorship would have the appearance of a democracy, but would basically be a prison without walls in which the prisoners would not even dream of escaping. It would essentially be a system of slavery where, through consumption and entertainment, the slaves would love their servitudes. “

La dittatura perfetta sembrerà una democrazia, ma sarà principalmente una prigione senza mura da cui i prigionieri non vorranno mai fuggire. Essenzialmente sarà un sistema di schiavitù dove, fra consumi e divertimento, gli schiavi ameranno essere schiavi.”

I Social Media e Brave New World: foto di Aldous Huxley
Aldous Huxley

Aldous Huxley e “Brave New World”

Se torniamo al suo romanzo più famoso “Brave new world” scritto nel 1932, vediamo che Huxley immagina questo nuovo mondo coraggioso come un luogo dove i bambini fin da piccolissimi vengono condizionati tramite tecnologia e droghe, e una volta adulti, assolvono al compito deciso fin dalla loro nascita: i figli dei poveracci continueranno ad essere poveracci, i figli dei potenti saranno sempre potenti e così via. Adesso mettete bene a fuoco il periodo in cui Huxley ha scritto questo libro, che è il periodo delle dittature classiche: nazismo e stalinismo, dittature dove si comandava con la forza, la ferocia, la tortura e incutendo il terrore nei cittadini. Eppure, nonostante il mondo in cui viveva, lui è riuscito a guardare lontano, ancora più lontano di Orwell che peraltro era più giovane, fino a vedere esattamente il nostro molto poco coraggioso mondo odierno.

Trailer della nuova serie tratta da Brave New World di Huxley

In che modo, oggi, i padroni della Terra e i governanti, loro cani da guardia, riescono a controllare le masse, togliendoci tutto senza che nessuno decida di ribellarsi e spargere sangue milionario? Attraverso una tecnologia che Huxley non poteva prevedere, che ha un nome che fa sorridere molti mentre dovrebbe farci venire i brividi: questo nome è Social Media.

I Social Media e Brave New World: viaggio attraverso pagine Facebook

Icone Social
I Social Media e Brave New World: icone Social

Del mio intenso viaggio navigando su Facebook, sia come pagina che come singolo utente, racconterò solo un paio di esempi, secondo me molto esplicativi. Partiamo dalle Sardine. Prima del coronavirus ero stata ad una loro manifestazione, a Roma e, nonostante gli interventi dal palco spesso retorici e noiosi, l’organizzazione che non era nemmeno stata in grado di far cantare alla gente, in coro, “Bella ciao” che poi era quello che tutti volevano fare, mi ero comunque riconosciuta in un movimento anti-fascista ed eterogeneo, che univa giovani e vecchi. Ho deciso quindi di iscrivermi al gruppo Facebook delle Sardine, e lì ho avuto la prima sorpresa: di gruppo Facebook Sardine non ne esiste uno solo ma ce ne sono una miriade. Ma come? Non le avevano chiamate Sardine proprio perché bisognava stare tutti uniti e vicini (ora come ora solo in modo virtuale, ovvio)? Lo sapete, sì, che il metodo con cui le megattere fanno scorpacciate di sardine è proprio dividendole? Vabbè. Mi sono fatta consigliare un gruppo di Sardine Facebook e mi ci sono iscritta. Pochi giorni fa, entrata nella loro home, la prima cosa che ho visto era un post in evidenza (di quelli che solo l’admin può mettere, per capirci) gigantesco, dove appariva la faccia di Conte con una sua citazione “lotterò in Europa fino all’ultima goccia di sudore” e il commento dell’autore del post: Grazie, Presidente!

Sardine su Facebook

I Social Media e Brave New World: manifestazione Sardine a Roma dicembre 2019
Manifestazione Sardine a Roma, dicembre 2019

A parte il fatto che – casomai – si lotta fino all’ultima goccia di sangue e non di sudore (non è mica la finale di Wimbledon), ho pensato: sono finita su un gruppo dei 5 stelle? Sulla pagina Fb del governo? Sulla pagina Fb dell’Opus Dei? Ho notato che era un gruppo di quasi solo over 55, dove i pochi giovani avevano il terrore di esprimere un parere. Scendendo nella bacheca ho trovato un post che aveva, in meno di un’ora, già raccolto almeno quattrocento commenti. Wow! Mi sono detta: finalmente il gruppo delle Sardine parla di qualcosa di sinistra, ma mi sbagliavo. L’argomento scottante? Quanto sia maleducato dare del tu e non del lei alle persone anziane, e, per proprietà transitiva, alle persone in genere. Quando ho provato a dire che io, personalmente, preferisco il tu, ma in ogni caso non mi offendo se mi danno del lei e che, comunque, quest’argomento della malvagità insita nel tu mi sembra quanto meno ridicolo, soprattutto adesso, sono stata aggredita. Diverse sardine femmina e un paio di maschi mi sono saltati alla giugulare come vecchi vampiri con frasi come queste: “un ventenne egocentrico e saccente che non sa coniugare il lei mi fa proprio arrabbiare” oppure “un anno fa sono stato ricoverato e quando l’infermiera mi si è rivolta con il tu l’ho così mortificata che ancora se lo ricorda”. Non c’era verso di spiegare che “signora, il lei non si coniuga, non è un verbo” oppure “i ventenni di adesso non sono affatto saccenti” o anche “non è bello mortificare le persone, in nessun caso” perché improvvisamente saccente, egocentrica e irrispettosa diventavi tu. Senza nemmeno essere ventenne. Signore e signori, se questa è la sinistra italiana, arrendiamoci subito che è meglio!

I Social Media e Brave New World: gruppi Facebook sull’ironia

Allora ho proseguito il mio viaggio cambiando luogo. Mi sono detta: cerchiamo i cultori dell’ironia, che magari hanno qualche neurone in più. Mi sono iscritta a un gruppo sull’ironia, dove, per farmi entrare, mi hanno anche fatto l’esamino: “Che cos’è l’ironia per te?”. Una volta lì dentro, ho visto che il gruppo, composto principalmente da gente fra i 35 e i 50, comunicava esclusivamente tramite meme. Non voglio essere fraintesa: i meme mi piacciono, quando sono belli o divertenti li uso anch’io, ma quelli belli e divertenti sono sempre meno, e i meme dell’ironia è una facoltà a numero chiuso, spesso anche sgrammaticati, non facevano ridere nemmeno se guardandoli ti facevi il solletico da sola. Sotto ad ogni meme, i commenti: “bellissimo” “ahahahah” “ma anche no!” “anch’io” tutti farciti dalle solite emoticon – tante – e poi i like, le faccette wow e le faccette ahah come se piovesse.

Esempio di meme divertente e intelligente

In uno di questi meme della “facoltà a numero chiuso” c’era la foto di un uomo con tre puntini sul naso e la scritta: guarda il puntino rosso per trenta secondi poi scuoti la testa e guarda il muro. Gli appartenenti al gruppo erano entusiasti: “Se lo sapevo non perdevo tempo con le droghe sintetiche” “bellissimo” “ahahahah” “ma anche no!” “anch’io” “a me non succede nulla (con faccina stralunata)”. Allora ci ho provato e per un paio di secondi, sul muro, ho visto – più o meno – la foto del meme. Ho scritto “Sì vabbè. Si vede il tipo sul muro. Ma cosa c’è di divertente?” Non l’avessi mai detto! I cultori dell’ironia si sono improvvisamente trasformati in iene non ridens. “L’ironia non è solo sbellicarsi dalle risate – ha scritto una tizia, postando la foto presa dalla Treccani online con tutti i vari significati del termine ironia” “Grazie per la lezioncina – le ho risposto – e io che credevo che l’ironia significasse Boldi e De Sica” e subito un altro genio “quei due comici demenziali che sono sicuramente grandi attori non rappresentano la sola ironia eccetera eccetera” e io “Su Boldi e De Sica ero sarcastica. Pensavo fosse evidente. E non sono grandi attori, sono patetici.” Mio Dio, che fatica!!!

Più aumenta la demenza senile, più si utilizza Facebook

Poi, come esperimento, ho provato a postare, a distanza di una o due ore, due link di articoli molto divertenti, presi da blog diversi, invogliando i cultori dell’ironia alla lettura e spiegando loro che dopo aver fatto l’estrema fatica di cliccare sul link non si sarebbero trovati di fronte a “Guerra e Pace” ma a semplici articoli, spiritosi, comici, per niente lunghi, scritti in un italiano scorrevole. Niente che un bambino di terza elementare non sia in grado di affrontare. Risultato: nessuno si è cagato i link, come fossero stati invisibili.

Fino al 2015 i Social Media erano un fenomeno legato principalmente agli adolescenti, ma oggi i numeri sono del tutto cambiati. A fine 2018, in Italia, i numeri di Facebook, che rimane la piattaforma Social più utilizzata nel mondo, erano i seguenti: il 58% degli utenti aveva più di 35 anni. La fascia con più utenti era quella 35-46. Emergeva chiaramente la drastica diminuzione dei giovani, e considerando in particolare la fascia 13-29, il suo calo, rispetto all’anno precedente, era di 2 milioni di persone. In particolare i 13-18enni sono diminuiti del 40%, i 19-24enni del 17%, i 25-29 del 12%. Calati anche i 30-35enni e i 36-45enni. A crescere solo le fasce più avanzate: quella dei 46-55enni e quella degli ultra 55enni che ha fatto un salto del 17%. (Dati di Vincos.it) Come dire – in modo molto poco educato, ne sono conscia – che, più aumenta la demenza senile, più si utilizzano i social.

I Social Media e Brave New World: la prigione da cui nessuno vuole scappare

Ma comunque Facebook & co. vengono usati ormai da tutte le società del mondo, da oriente a occidente, da nord a sud, sono amati da gente di sinistra e da gente di destra, dai ricchissimi e dai poveracci, a partire da chi è ancora troppo piccolo per saper scrivere ma può già essere in grado di usare le emoticon fino a chi sta in casa di riposo e usa le stesse emoticon del pronipote. Ci sono suore di clausura che hanno pagine Facebook. Il Papa è famoso per avere 49 milioni di followers, e se ne esce con frasi come “Maria è la influencer de Dios…”

Eccola la prigione senza mura da cui i prigionieri non vogliono scappare. Un tossico scapperebbe da un carcere dove eroina e oxycodone sono sempre a disposizione, gratis, ogni giorno e tutti i giorni? È la stessa cosa: i Social Media rendono la gente dipendente, ma nessuno se ne accorge perché quella dipendenza appartiene a tutti. I social media sono il vero white horse di oggi, quel white horse che nessuno dovrebbe mai cavalcare.

Il ritorno al Paleolitico

Antichissima pittura rupestre, Chauvet Francia
Pittura rupestre di 32000 anni fa trovata in Francia

Ma soprattutto i Social Media rendono la gente stupida, stupida, stupida. Si inizia a comunicare solo coi like e con i meme, o con una riga sgrammaticata su whatsapp, ma in compenso farcita da una ventina di faccine (influencer de Dios, suggerisci al tuo amatissimo follower Zuckerberg di aggiungerne di nuove, perché sono sempre le stesse e non le sopporto più!) Dopo un po’ alcuni smettono di rispondere se gli amici pongono una specifica domanda o, peggio, un argomento su cui discutere. I più gentili ti rispondono con un like o una faccina. Poi, col tempo, la maggioranza della gente si rende conto che leggere qualsiasi cosa più lunga di 160 caratteri gli provoca una sorta di fastidio. Magari decidono di farlo ugualmente, i meno tossici, ma lo fanno solo per un senso di dovere, e quando le cose non necessarie le fai solo per dovere, poi smetti di farle. Leggere, discutere con parole e non con emoticon, argomentare, conversare sono tutte cose ormai faticose e quasi sovversive. Da lì inizia la decadenza, nostra, del nostro mondo e delle nostre vite, il ritorno al Paleolitico, dove uomini senza scrittura dipingevano pitture rupestri, con la differenza che quelle pitture erano molto belle e raccontavano la realtà di allora senza sovrastrutture.

“Comunità, Identità, Stabilità”

Nel primo capitolo di “Brave new world” di Huxley troviamo questa descrizione: “’Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale’ e in uno stemma il motto dello Stato Mondiale: ‘Comunità, Identità, Stabilità’.” Mentre tutti noi siamo in incubazione, o già trasformati in schiavi, cavie, esseri che non hanno possibilità di scelta né di ritorno, al grido di parole così attuali e fintamente democratiche, come “Comunità”, “Stabilità”, “Identità”, io mi immagino il signor Zuckerberg e gli altri padroni del pianeta mentre osservano il mondo distrattamente, come si conviene alle divinità, dall’alto del loro attico o del loro aereo privato e casualmente ci vedono, tanti ma piccolissimi, e ci guardano con lo stesso interesse con cui, molti di voi, potrebbero dare un’occhiata a una fila di formiche.

I Social Media e Brave New World: Zuckerberg
I Social Media e Brave New World: Mister Zuckerberg

Covid-19: Predatori o Salvatori?

Durante e dopo il Covid-19: Predatori o Salvatori? Se la storia ci ha insegnato qualcosa – e sottolineo se – è che, nel corso del tempo ogni tanto ci si imbatte in un bivio, e chi ha in sorte la sfortuna di essere al mondo in quel preciso periodo deve scegliere. Non sempre è possibile rimanere a guardare, starsene alla finestra da spettatore. Ci sono volte in cui, per forza si deve scegliere. Come nel famoso bivio di Robert Frost nella poesia “The road not taken”:

Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Nel 1917, nella Russia non ancora sovietica, Lenin e Trotsky iniziarono la loro offensiva armata a febbraio, e ai primi di novembre riuscirono a prendere Pietrogrado e formare un governo rivoluzionario. A quel punto iniziò una lunga e sanguinosa guerra civile, che terminò dopo qualche anno con la vittoria di Lenin e della rivoluzione. Nel corso di quegli anni non era concesso stare a guardare: ti dovevi schierare, con una parte o con l’altra e combattere, in un modo o nell’altro, per sostenere la tua scelta. Spesso anche morire per essa.

Covid-19: Predatori o Salvatori?

Tutte le rivolte e le guerre di qualsiasi genere non avvengono mai per motivi morali o etici né, tantomeno, religiosi, ma sempre e solo in un’ottica economica. Nel famoso Boston Tea Party del 1773, ad esempio, per lottare contro le tasse sempre più pesanti e le decisioni sempre più impopolari che gli inglesi avevano imposto alle loro tredici colonie, gli attivisti americani di Sons of Liberty, sponsorizzati dai commercianti americani di tè di fatto tagliati fuori dal loro business, si travestirono da nativi Mohawk e si imbarcarono sulle navi inglesi ancorate a Boston. Una volta a bordo, buttarono le tante e preziose casse piene di tè in mare. In un Party come quello ti dovevi schierare: o con gli inglesi o con gli americani. Non potevi fare altrimenti, dovevi per forza scegliere e spesso pagarne il prezzo con la vita.

Covid-19: Predatori o Salvatori?Litografia a colori su Boston Tea Party dicembre 1773
The Boston Tea Party, 16th December 1773 (colour litho); Private Collection;

Predatori o Salvatori? Nel bosco di Robert Frost

Adesso il Covid-19 ci ha portati di nuovo nel bosco di Robert Frost con due strade fra cui scegliere, anche se molti ancora non se ne sono accorti. Una cosa è sicura: da dovunque provenga il virus, in ogni caso è il frutto di un mondo malato. E se il mondo è malato la sua economia è addirittura terminale, da ben prima di questa pandemia. Noi umani siamo come formiche Siafu, considerate il predatore più mortale di tutta l’Africa, capaci di uccidere oltre un milione di prede al giorno. Si muovono in colonie di venti milioni di individui, proprio come noi. Solo che loro sono più piccole.

Covid-19: Predatori o Salvatori? Formiche Siafu

Gli ultimi quaranta anni, che hanno spinto il piede sull’acceleratore del capitalismo fino a trasformarlo in ipercapitalismo, hanno creato: pochi uomini ultramiliardari e miliardi di gente a cui manca tutto, a iniziare da cibo e farmaci; diversi lavoratori privilegiati, che si godono il loro lavoro interessante, poco faticoso e molto ben pagato, ottenuto, di solito, grazie a nepotismo o politica, a fronte di moltissimi lavoratori che si ammazzano dalla fatica in attività alienanti, con turni infiniti per uno stipendio ridicolo; un numero impressionante di disoccupati, o di gente che deve arrangiarsi lavorando in nero; la specie umana cresciuta di numero in modo mostruoso e infestante, perché se è vero che “compro, quindi sono”, è ugualmente vero che “se sono, compro”, dunque più persone nascono, vivono e muoiono, e più i “mercati” guadagnano. Come conseguenza di tutto questo abbiamo inquinamento, cambiamenti climatici, miseria, disperazione e per finire, malattia e contagio.

Scegliere la vecchia strada?

Il bivio in cui ci troviamo adesso è il seguente: continuare sulla strada di prima, tenendoci stretti i nostri piccoli o grandi orticelli, continuando a invadere, prevaricare, togliere terreno e vita alle altre creature organiche, stuprare il pianeta con tutto ciò che contiene, noi compresi, come veri Predatori. Cercate di capire: fare qualche donazione qua e là non vi renderà meno Predatori. Dire “io sono di sinistra” mentre continuate a vivere da ricchi e intanto, intorno a voi, la gente non ha più casa, né lavoro, né soldi per cibo o bollette. Se sceglieremo la strada di prima, quella più battuta, allora prepariamoci: ci saranno altre pandemie, ci sarà una recessione al cui confronto la recessione del 2008 sembrerà un’oasi di pace, ci saranno guerre combattute in tanti modi diversi, lotte, rivolte, massacri, stermini e il mondo e l’apocalisse saranno una sola cosa. In compenso, quelli che possono, balleranno e brinderanno nelle loro belle ville così come facevano i passeggeri del Titanic mentre la nave aveva già colpito l’iceberg

Covid-19: scegliere la strada meno battuta

Oppure, potremmo prendere la strada meno battuta. Fare marcia indietro, su tutto. Rinunciare ai privilegi, ai super stipendi, alle maxi pensioni, ai vitalizi, ai conti in banca milionari, a possedere più case e a tutte quelle stronzate che vi comprate coi soldi senza che questo iper consumismo vi regali nemmeno un po’ di gioia. Fare in modo che per i nostri figli si parli sempre e solo di meritocrazia e mai di nepotismo, cambiare la nostra routine, il nostro sistema economico dalle fondamenta, dimenticare il nostro insensato “way of life”, cancellare l’avidità, dividere quello che abbiamo con chi ha poco o niente, fare un implacabile controllo delle nascite, trasformarci in Salvatori. Non dico che sia facile: in noi c’è molto Siafu e ben poco Cristo. Predare è più facile, ci viene automatico, fa parte del nostro DNA. Ma, ugualmente, siete pronti a salvare e salvarvi? Perché è la strada meno battuta la sola che può fare la differenza.

Covid-19: Predatori o Salvatori? La strada di Cormack Mc Carthy

Pensate a “La strada” di Cormack Mc Carthy e al suo mondo apocalittico, che improvvisamente sembra così vicino, dove le persone, per non morire di fame, diventano cannibali. Se siete adulti, genitori, zii, nonni, ricordate che ai vostri amati figli e nipoti, oltre a case, barche e posti di lavoro fichissimi lascerete una vita da scarafaggi, ma senza la capacità di sopravvivenza che hanno gli scarafaggi. Non ne faccio una questione morale. La storia ci ha posto di fronte a un bivio. Dobbiamo solo scegliere la direzione.

Bellissimo film tratto dal libro di Cormack Mc Carthy

“…Si sedettero al bordo della strada e mangiarono le ultime mele.

Cosa c’è? Disse l’uomo.

Niente.

Vedrai che troveremo qualche cosa da mangiare. La troviamo sempre.

Il bambino non rispose. L’uomo lo guardò.

C’è dell’altro, vero?

Non importa.

Dimmelo.

Noi non mangeremmo mai nessuno, vero?

No. Certo che no.

Neanche se stessimo morendo di fame?

Stiamo già morendo di fame.

Hai detto che non era così.

Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.

Ma comunque non mangeremmo le persone.

No. Non le mangeremmo.

Per niente al mondo.

No. Per niente al mondo.

Perché noi siamo i buoni.

Sì.

E portiamo il fuoco.

E portiamo il fuoco, sì.

Ok. “  da “La Strada” di Cormack Mc Carthy

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PrimaValle Epidemic 2

PrimaValle Epidemic 2. Madri amorevoli, prima della pandemia. “Quanno te pijo te corco.”

Estate 2019, pomeriggio inoltrato. Il sole brucia le piante e il piccolo giardino ha sete. Ettore sta innaffiando quando sente delle urla in strada. È una stradina piccola, isolata, ma lunga, e le macchine, spesso la percorrono a gran velocità.

Vede un bambino di sei, sette anni, che corre a piedi nudi sull’asfalto piangendo e urlando:

“Aiuto! Me pija, me pija!”

Dietro di lui, a una distanza di dieci, venti metri, arriva la madre: sui trent’anni, mediamente trippona, bionda e incazzata. Non corre, forse perché ha le scarpe coi tacchi o solo perché non ha nessuna voglia di correre. Anche perché sta sudando. Fino a un anno prima c’erano pini secolari a regalare ombra, ma adesso il nostro consorzio, che è anche il più merdoso e sfigato consorzio della terra li ha tutti estirpati.

La madre, però, cammina veloce gridando:

“Porcoddinci, mo’ quanno te pijo te corco. Giuro che te corco!”

PrimaValle Epidemic 2 storielle maleducate. Bambino che scappa dalla madre

Il ragazzino sente la madre avvicinarsi pericolosamente e la sua disperazione cresce:

“Ahhhhh! AAAhhhhh! Me pija, me pija!!!!!”

Il bambino è ormai arrivato alla fine della stradina, che sfocia in una rotonda da cui le macchine imboccano, senza mai rallentare, nonostante la loro visuale sia del tutto coperta da una di quelle campane verdi dell’AMA, da tempo strapiena di vetro, che nessun netturbino si ferma a svuotare ormai da anni. Un’auto lo sfiora e il bambino si blocca per qualche istante. La madre lo ha quasi afferrato, ma lui, rapidissimo, scarta e riprende a correre tornando indietro e continuando a urlare e a piangere. Lei si ferma un attimo. Scuote la testa. Fa caldo.

“Mo’ quanno te pijo t’ammazzo, porcoddue! Te strappo le gambe e te ce pijo a carci!” dice ad alta voce, ma senza urlare, rivolta più a se stessa che al figlio. Poi l’inseguimento ricomincia.

Madri amorevoli, durante la pandemia. “Il bambino nel carrello.

Sono in fila all’Eurospin. Siamo ancora al periodo della “prima vera stretta in seguito a Covid”, quando tutti cercavano di seguire religiosamente le regole del governo. Quindi ci fanno entrare in quattro, cinque per volta. In questi giorni, invece, ci mandano dentro in venti, trenta, con la stessa grazia con cui spingerebbero una mandria di mucche su di un carro merci. Vabbè. In fila dietro di me c’è madre con figlio di quattro, cinque anni al seguito, seduto nel carrello.

“Mamma, mi prude il naso”

“Grattatelo e rimettete la mascherina” risponde lei.

“Mamma, c’è tanto vento” si lagna il bambino.

“Allora infilate er cappello e stà bono” sibila la donna.

“Ma mamma, vojo scenne dar carello, m’annoio…” protesta lui sempre più insistente.

La madre ha smesso di rispondere. Io, che notoriamente sono curiosa come un gatto, mi giro fingendo di guardare il meraviglioso panorama e la vedo che si guarda intorno. Lei non lo sa, ma io la leggo come un libro aperto: sta di sicuro cercando un posto dove abbandonare il figlio scassacazzo senza che si possa risalire a lei.

PrimaValle Epidemic 2, Bambino nel carrello del supermercato

Finalmente entriamo. Dopo un’ora di attesa adesso ci sono anche i commessi dell’Eurospin che ci mettono fretta. Gli manca solo il pungolo elettrico, o forse ce l’hanno ma Conte non gli ha ancora dato il permesso di usarlo. Una voce melliflua ripete da quella che una volta era una radio “Sbrigatevi, così che gli altri in fila possano accedere il prima possibile” o qualcosa del genere. Come a dire:
“Adesso che hai fatto ‘n’ora de fila pija ‘n pacchetto de patatine, paga, e poi vattenaffanculo!”

Io, per non sentirli, mi metto le cuffie nelle orecchie con “Highway to Hell” degli AC/DC a tutto volume, canzone che mi sembra piuttosto adeguata al luogo. Riempio il carrello con quello che trovo e a un certo punto faccio per girare verso un altro corridoio ma qualcosa mi blocca il passaggio: in un incrocio fra file di scaffali emerge ingombrante e fiero il carrello col bambino dentro. Lui, ormai del tutto privo di mascherina, sembra lasciato lì, in balìa di se stesso e di tutti quelli che, se vogliono passare, devono praticamente strisciargli addosso. Mi guardo in giro ma non vedo la genitrice nei paraggi. Alla fine la madre deve aver deciso di abbandonarlo al Destino: “Se Covid ha da esse, allora sia!”

Guardo fisso il bambino negli occhi, e lui guarda nei miei. Un po’ tipo duello western, alla Sergio Leone. Avete presente “Per qualche dollaro in più” il duello finale fra Gian Maria Volonté e Lee Van Cleef : primo piano su Volonté, primo piano sugli occhi di Van Cleef, con la musichetta del carillon in sottofondo. Senza carillon, ma uguale: nessuno di noi abbassa lo sguardo, ma telepaticamente abbiamo un dialogo:

Sergio Leone, “Per qualche dollaro in più”

“Dove cazzo sta tu’ madre?” chiedo io.

“Boh? Quella stronza da mo’ che se n’è annata…”

“Perché non hai la mascherina?” lo incalzo.

“Perché mi prude il naso e lei non è più qui a rompermi i coglioni” dice il bambino infilandosi due o tre dita nelle narici.

“Tu lo sai, vero, che se starnutisci qui dentro, senza neanche la mascherina, gli altri ti salteranno addosso come iene sulla carcassa di uno gnu?”

“Che cazzo è uno gnu?” domanda il bambino.

“Ma non lo guardi National Geographic Channel alla tv?” domando stupefatta.

“Boh?! Mi madre me fa guardà Grande fratello Vip…”

“Allora lo sai cos’è uno gnu. Hai presente Valeria Marini?”

“Quella coi piedoni” dice lui sicuro.

“Bravo!” dico io. Ma la connessione telepatica cade, e capisco che per passare da lì ho solo due scelte: o appiccicarmi al bambino e alle sue caccole, o bypassarlo facendo il giro di Peppe. Senza il minimo dubbio scelgo Peppe.

 “La casa in Circonvalla però c’ha più stile”

J-AX (Più Stile)

Layne Staley indimenticabile

Layne Staley MTV Unplugged

Il 5 aprile 2002 è considerato ufficialmente il giorno della morte di Layne Staley indimenticabile artista, anche se, avendo ritrovato il suo corpo a tanti giorni di distanza, in avanzato stato di decomposizione, credo che il 5 aprile sia più che altro una data simbolica. Io, personalmente, lo considero morto in un giorno indefinito della prima decade di aprile, che, come diceva Eliot “è il mese più crudele”. Layne Staley, creatore e frontman degli Alice in Chains – ma anche, in seguito, dei Mad Season per un unico e bellissimo album – diventato molto famoso nell’ambito rock-grunge nato a Seattle, è stato, di certo, il cantante più dotato e l’anima più fragile fra tutti gli artisti rock degli anni ‘90.

Layne Staley e Kurt Cobain

Layne aveva molto in comune con Kurt Cobain (anche lui, ufficialmente, morto il 5 aprile): nati entrambi nel 1967, ipersensibili, bellissimi, pieni di talento, portati verso l’arte in genere, dalla pittura alla scultura, dalla poesia alla musica, con difficoltà nel relazionarsi ai compagni di scuola, sia da bambini che da adolescenti, entrambi usciti profondamente segnati dal divorzio dei genitori.

Layne Staley e Kurt Cobain, indimenticabili
Layne Staley e Kurt Cobain

Ma allo stesso tempo erano anche diversi: se Kurt Cobain potremmo definirlo crepuscolare, Layne era la notte senza luna e senza luci. Se la voce di Cobain divenne quella di un’intera generazione, la voce di Staley – a mio parere la voce più bella del rock anni ’90 – rimase sempre la voce della sofferenza. Mentre i testi di Kurt aprivano un mondo fatto di immagini – e proprio per questo divennero testimonial perfetti del nuovo genere di rock – i testi di Layne si snodavano lungo un’unica autostrada, quella del dolore che prova solo chi viaggia dentro all’inferno. Cobain decise di chiamare il proprio gruppo “Nirvana”, che rappresenta, nella dottrina buddista, la fine della sofferenza; Staley chiamò il suo gruppo “Alice in chains”: per il pubblico la Alice di Carroll non più libera di giocare nel suo mondo proibito ma incatenata in fondo alla tana del bianconiglio; nella realtà una sua amica, di nome Alice, da poco arrestata per traffici di droga. Se Kurt optò per il suicidio, perché, come scrisse nel suo biglietto d’addio citando Neil Young “It’s better to burn out than to fade away”, Layne si lasciò morire giorno dopo giorno, chiudendosi in solitudine per anni, nutrendosi di dolore, crack ed eroina finché la morte non andò a prenderlo per mano.

Layne Staley indimenticabile: bad habits aren’t my title

Layne Staley odiava i giornalisti e raramente concedeva interviste. Lui parlava attraverso l’arte e sono poche le frasi che di lui potremmo citare. Forse la più significativa è:

My bad habits aren’t my title. My strengths and my talent are my title.” I miei vizi non parlano per me. I miei punti di forza e il mio talento parlano per me.

Layne Staley, Down in a hole

Down in a hole, feelin’ so small/ Down in a hole, losin’ my soul/ I’d like to fly, but my wings have been so denied/ Down in a hole and they’ve put all the stones in their place/ I’ve eaten the sun so my tongue has been burned of the taste

Dentro a una buca, sentendomi così piccolo. Dentro a una buca, mentre perdo l’anima. Vorrei volare via ma le ali mi sono state negate. Dentro a una buca e l’hanno riempita di pietre. Ho mangiato il sole e la mia lingua, assaggiandolo, si è bruciata.

Indimenticabile Layne Staley: MTV Unplugged 1993, Down in a hole

Layne staley, Hate to see

Hate to see (wish I couldn’t see at all)/ Hate to feel (wish I couldn’t feel at all)/ So climb walls/ And I crawl, back to bed now/ What the hell, got to rest/ Aching pain in my chest/ Lucky me, now I’m set/ Little bug for a pet

Odio vedere (vorrei non poter vedere niente). Odio sentire (vorrei riuscire a non sentire nulla). Allora mi arrampico sul muro e striscio di nuovo a letto. Che diavolo, mi devo riposare, mentre provo dolore nel petto. Che fortuna, adesso sono a posto. Un piccolo insetto come animale domestico

Layne Staley: Mad Season – Long Gone Day

“Isn’t it so strange how far away we all are now?/ Am I the only one who remembers that summer?/ Oh-woah, I remember/  The music that we made/ The wind has carried all of that away/ Long gone day (Woah, woah-oh yeah)/ Who ever said we’d wash away with the rain?”

Non è così strano quanto lontano ci sentiamo tutti adesso? Sono l’unico che si ricorda quell’estate? Oh sì, io ricordo. La musica che suonavamo. Il vento ha portato tutto via. Tanto tempo fa chi avrebbe mai detto che tutto sarebbe stato spazzato via dalla pioggia?

Layne Staley con i Mad Season: Wake up, Seattle, 1995

Il testamento morale di Layne

A un mese dalla morte Layne telefonò alla giornalista argentina, Adriana Rubio, che stava scrivendo un libro su di lui e aveva parlato in più occasioni con la madre e la sorella di Layne. Lui era malato terminale, e quella telefonata di due ore e mezzo fu una sorta di testamento morale:

“… il dolore è molto più grande di quello che pensi. È il peggior dolore del mondo. La droga ti succhia tutto il corpo. Sono vicino alla morte, mi sono fatto di crack e di eroina per anni. Non avrei voluto finire la mia vita così. So che non ho più scelta, è tardi. Scrivi un capitolo speciale per Demri, chiarisci che la sua morte è stata causata da un’endocardite batterica, non è stata un’overdose. Scrivi alla gente che non ho mai voluto il loro appoggio riguardo a questa droga del cazzo. Non provare a contattare nessuno degli Alice in Chains: loro non sono miei amici.”

Noi invece, ti ameremo sempre e non ti dimenticheremo mai.

In memoria di Layne Staley 1967 – 2002

PrimaValle Epidemic 1

PrimaValle Epidemic 1: Ma le scimmie, amo’?

Pronto soccorso veterinario, sono lì fuori che aspetto il mio gatto Axl. L’hanno portato dentro da due ore e, visto che sono notoriamente diffidente, ho la certezza sia stato abbandonato in qualche stanzino (n.d.a. tre giorni dopo è morto.) Intanto arriva una coppia di trentenni con jack russell di nome Peggy al seguito; anche Peggy viene deportata all’interno e da come i due si abbracciano, con la mascherina ma vicini vicini, immagino che anche la loro cagnolina sia molto malata. Invece scopro che Peggy è lì perché i suoi padroni temono sia incinta, visto che i due dementi, dieci giorni prima, in pieno lockdown (gli umani) e in pieno calore (la cagna), non solo l’hanno portata al parco, ma non sono riusciti a impedire che si accoppiasse.

Jack russell femmina per raccontare storielle su PrimaValle Pandemic 1
PrimaValle Epidemic 1: Jack russell femmina

Subito dopo la Raggi ha giustamente chiuso i parchi. Vabbè. Nell’attesa, seduti lì fuori sui gradini, a una certa lei alza lo sguardo dal telefonino e guarda il cielo pensierosa:

“Amo’ – dice all’uomo – me sò sempre chiesta na cosa: ma se prima noi eravamo scimmie e poi se semo evoluti, ma perché le scimmie invece sò rimaste scimmie?”

Lui si guarda attorno in cerca di un’ispirazione che non arriva, e risponde:

“Boh?!!”

PrimaValle Epidemic 1:Vado a governare

Il nostro giardino confina con quello di un ex poliziotto campano e alcolizzato, sui settanta, all’epoca buttato fuori dalla polizia ma vincitore, venti anni dopo, della causa al Tar. Questo gli ha fatto ricevere tutti gli stipendi arretrati e la pensione (n.d.a. se pensiamo a Bruno Contrada, dobbiamo riconoscere che il nostro Stato è sempre pronto ad aiutare le “vittime”). Io, che notoriamente sono cattiva, l’ho soprannominato “Zio Michele” perché, oltre ad assomigliargli, parla proprio come il vero zio Michele, zio della sfortunata Sarah Scazzi uccisa ad Avetrana e passato alla storia dei crimini contro la grammatica per aver pronunciato la famosa frase: “Ho stato io”.

L’altra mattina ho visto il “nostro” Zio Michele salire faticosamente sul suo vespino scassato, mentre – senza casco né mascherina – lo metteva faticosamente in moto. La signora Assunta, sua moglie, l’ha raggiunto gridando:

“Ma aro’ vaì? Nun si può i’ in girò!”

Zio Michele, chioma al vento, senza girarsi le ha risposto:

“E cà me impòrt? Io vaco a governàr!!!”

Sta correndo da Conte ad aiutarlo contro l’epidemia? No, va dalle galline che tiene in un orto in qualche luogo che voi umani non vorreste immaginare.

PrimaValle Epidemic 1: Di Bangla e mascherine

Che le mascherine siano ormai alla portata di tutti sembra una di quelle frasi che il Grande Fratello di Orwell o la Fox news di Roger Ailes facevano ripetere a raffica, finché la gente, poi, ci credeva. Giorni fa scopriamo che il Bangla di zona vende delle mascherine. Ricevute da dove e fatte da chi, meglio non saperlo. Il mio compagno, Ettore, raggiunge Bangla prima che le mascherine siano finite. Bangla le tira fuori da una cassetta sotto alla cicoria, ed inizia una lunga trattativa:

Bangla: “dre euro mezzo uno”

Ettore: “due euro l’una”

Bangla: “dre mezzo”

Ettore: “due”

Foto del film Bangla per raccontare PrimaValle Endemic 1
Poster del film “Bangla”

Alla fine ovviamente vince Bangla e Ettore tira fuori tutti gli spicci racimolati per arrivare alla cifra richiesta ma mancano 50 centesimi. Ettore gli dice che va da Eurospin così cambia i soldi e poi torna. Bangla, paranoico, lo guarda male, convinto che non tornerà mai più. Ettore, invece, ritorna da Bangla, per la serie “Tiè, beccate sto schiaffo morale”, un po’ come quello che disse “Ti faccio vedere come muore un italiano” e già che si trova lì, gli domanda se ha la farina 00 che da Eurospin è finita e non prevedono ritorni prima del 2023. Bangla indica il posto dove tiene la farina, ma proprio in quel momento c’è una vecchia piazzata esattamente lì. La vecchia non ha un bell’aspetto, anzi, secondo Ettore puzza anche un po’, e in ogni caso lui vuole mantenere le giuste distanze, ma per non offendere nessuno si direziona verso la parte opposta di quello che, per amore di sintesi, chiamerò negozio. Bangla lo vede e fa:

“Guello no farina. Guello zucchero”

Ettore sospira e Bangla indica di nuovo la farina, dove staziona la vecchia, che non ha nessuna intenzione di allontanarsi. Stanco, Ettore se ne va, adducendo qualche scusa a Bangla, che continua a guardarlo con sospetto. Mentre torna a casa, con quelle mascherine in una bustaccia, pensa a tutte le dita che le hanno toccate, non ultime quelle di Bangla, non proprio lavate come la D’Urso comanda, e viene preso da turbamento emotivo e conseguente dubbio amletico:

“Portarle a casa o buttarle nel cassonetto? Questo è il problema”

PrimaValle Epidemic 1: L’invasione degli Ultra-Corona

Ettore sta in giardino, ascoltando musica con cuffiette e prendendo il sole (senza far nulla di utile, comunque…) Dall’altra parte del giardino, oltre la strada, a dieci metri di distanza c’è una scuola elementare, adesso chiusa. Il guardiano aka bidello però abita lì, con tutta una tribù di figli bambini. Improvvisamente, nonostante le cuffie, Ettore sente un orripilante rumore di starnuti. Repentino, si volta verso la scuola, si toglie le cuffie e vede il bidello che, allegramente in mezzo ai figli, starnutisce senza requie e tossisce con foga. Poi, in un attimo, ha un’epifania: Ettore vede che tutti i rami e le foglie degli alberi sono girati verso di lui, il che sta a significare che il vento viaggia – veloce – dal bidello a lui, in linea maledettamente retta.

E allora li vede: miliardi di microscopici ultra-coronavirus che gli volano incontro, famelici e incazzati, con quello che guida l’invasione gridando: “All’attacco!!! Prendete quel figlio di puttana!!”

Un nanosecondo per arraffare le sue cose e mezzo nanosecondo per #rinchiudersi in casa. Dieci minuti per riprendersi dallo spavento.

 “La casa in Circonvalla però c’ha piu’ stile”

J-AX (Più Stile)

Pandemia e hikikomori

Trickster anime su hililomori

Pandemia e hikikomori: il Covid-19 trasformerà tutti in hikikomori? Per quelli che non conoscono questa parola giapponese, hikikomori significa “isolarsi, ritirarsi” e si riferisce alle persone che si rinchiudono nelle loro abitazioni e si rifiutano di lasciarle, per periodi lunghi o lunghissimi, a volte per sempre.

Welcome to the NHK. romanzo, manga e anime che raccontano la vita di un hililomori
Pandemia e hikikomori: Welcome to the NHK anime

Il fenomeno hikikomori

I motivi per cui le persone abbandonano completamente la vita sociale e si isolano in casa sono diversi, ma dagli anni ’80 in poi il numero è cresciuto così tanto da trasformarlo in un vero fenomeno sociale, all’inizio solo in Giappone, ma in seguito anche negli Stati Uniti, in Europa e in tutta l’Asia. In principio gli hikikomori erano solo adolescenti, ma col tempo si sono aggiunti anche molti adulti.

RELIFE, manga e anime su hikikomori

In pratica, cosa significa essere hikikomori? Soffrire di depressione, incapacità di sperimentare una vita sociale, essere compulsivi e avere paure specifiche, come la misofobia (paura dei germi). Da quando esiste internet gli hikikomori sono aumentati, perché i social, i videogame online possono dare la falsa sensazione di avere amici, di far parte di un gruppo, di una community, e alcuni hikikomori, grazie allo smart working, possono lavorare da casa senza dover mai uscire né dipendere economicamente dalla famiglia. Ma la maggioranza di loro passa comunque la vita in camera da letto, senza studiare né lavorare, in preda alla depressione più nera.

Pandemia e hikikomori: i 4 tipi di Maïa Fansten

Il fenomeno è composito e ci sono vari tipi di hikikomori, secondo Maïa Fansten, sociologa francese esperta di isolamento sociale:

  1.  gli “alternativi”, che non accettano di adeguarsi alle regole imposte dalla società e dall’esistenza in genere e, autoisolandosi, compiono una sorta di ribellione;
  2. i “reazionali”, che reagiscono con l’isolamento a traumi subiti o a infanzie molto infelici;
  3. i “dimissionari” che fuggono da forti pressioni sociali e decidono di nascondersi perché annichiliti da ciò che scuola, università, carriera, famiglia pretendono da loro;
  4. coloro che si ritirano “a crisalide”, di solito hikikomori meno giovani, in una sorta di fuga dalle responsabilità della vita adulta, che cristallizzano il presente cercando di dimenticare del tutto il futuro: il loro ritiro è come “una sospensione del tempo”, una sospensione senza deroghe, che può durare per tutta la vita.

La nostra vita attuale

Welcome to the NHK manga su hikikomori Satō
Welcome to NHK manga sull’hikikomori Satō

E con questo arrivo al punto: qualunque sia il motivo che porta la gente a rinchiudersi in casa è un fatto provato che l’isolamento prolungato, la mancanza di rapporti sociali rendono le persone, col tempo, del tutto incapaci di interagire col mondo esterno. Ed ecco perché rischiamo di diventare tutti hikikomori (se proprio devo essere sincera, io lo sono già, almeno part time, da prima dell’avvento del Virus). Mancanza di vita sociale, paura di entrare in contatto con patogeni invisibili e molto pericolosi come l’attuale Coronavirus, isolamento forzato, sospensione del tempo e di ogni progetto: non è l’esatta descrizione della nostra vita attuale? A questo dobbiamo aggiungere anche la paura di avvicinarci ad altri umani, in quanto possibili portatori del Covid-19, paura che continueremo a provare per molto, molto tempo anche dopo che non saremo più in lockdown.

Pandemia e hikikomori: il cerchio delle Fate

cerchio delle Fate, parlando di hikikomori
Tipico cerchio delle Fate: statene alla larga!

Se a tutto ciò uniamo la depressione che molti di noi soffrono già da prima della pandemia, credo che il cerchio si chiuda, e quando parlo di cerchio chiuso penso al cerchio delle Fate, che per quanto possa suonare disneyano, appartiene invece a una leggenda molto gotica. Si dice che gli sfortunati umani che si trovino a passare, di notte, nei pressi di un cerchio delle Fate, ne saranno inesorabilmente attratti all’interno, e una volta lì dentro entreranno in una realtà parallela dove saranno schiavi delle Fate per periodi lunghissimi, a volte per una vita intera.

Pandemia e hikikomori: manga e anime

Ma è anche giusto dire che, almeno in Giappone, gli hikikomori vengono ormai considerati non più come persone affette da una patologia ma come una sorta di eremiti del terzo millennio. Infatti l’hikikomori viene spesso utilizzato come figura tormentata ma eroica nell’ambito di manga e anime, come in Welcome to the NHK, manga e anime tratti dal romanzo di Tatsuhiko Takimoto, che diceva di essere hikikomori lui stesso; la sigla NHK significa Nihon Hikikomori Kyōkai, ovvero “associazione giapponese hikikomori”. Il protagonista, Satō, soffre di fobia sociale e cerca di lottare contro la sua condizione, aiutato da un’amica che lo supporta economicamente e ha con lui un rapporto madre-figlio.

Trickster, anime sulla ragazza hikikomori Noro

 Molto diverso è Trickster, manga e anime, dove la protagonista hikikomori è Noro, una giovane hacker che si rifiuta di abbandonare la casa non per paura di relazionarsi con gli altri né per depressione, ma solo perché, a sentire l’autore, sceglie la solitudine. Questo nuovo modo di vedere le persone che vivono in autoisolamento ha aiutato i giapponesi ad accettare gli hikikomori; o forse i giapponesi, non riuscendo a risolvere il problema, hanno semplicemente smesso di considerarlo tale. Come dice quell’aforisma: se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo. I giapponesi, in qualche modo, quel tunnel l’hanno arredato.

La prima e più famosa hikikomori

Emily Dickinson, hikikomori ante-litteram
Emily Dickinson, hikikomori ante-litteram

Non possiamo dimenticare, però, che la più famosa hikikomori, o meglio, hikikomori ante-litteram è stata un’americana, la poetessa Emily Dickinson, che trascorse gli ultimi venti anni di vita dentro alla casa paterna. Certo, aveva un parco tutto intorno che amava molto, ma passava quasi tutto il suo tempo in camera da letto. A soli trentacinque anni Emily ha deciso di non varcare mai più il cancello di casa, e non è più uscita nemmeno quando sono morti i genitori. Nel suo caso, forse, è stato il prezzo da pagare alla Poesia, divinità antica che, da sempre, chiede un tributo di sangue ai suoi figli prediletti.

Ma anche noi, che dobbiamo pagare il nostro tributo solo al Fato, potremmo rimanere incastrati nel cerchio delle Fate o in un tunnel arredato. Se dovesse accadere, non vi preoccupate troppo, perché fra manga e Poesia, nella crisalide, sarete di certo in buona compagnia. Un po’ come all’Inferno.

The Dead South: In Hell I’ll be in good company

(Disclaimer: il link esterno sul favoloso Tatsuhiko Takimoto vi rimanda al suo sito ufficiale, che è tutto in giapponese. Non mi sono riuscita a trattenere, per fortuna c’è Google translate…)

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