David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Quest’articolo è un tributo a un grande scrittore americano diventato famoso come una rockstar e alla fine morto suicida proprio come una rockstar.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace moriva 12 anni fa, il 12 settembre 2008. Quello che tutti conoscono di lui è il grande successo ottenuto come scrittore e il suicidio finale, a soli 46 anni. Ci sono due cose, nella nostra vita, che nascondono segreti di cui nessuno sarà mai in grado di conoscere la formula. Il primo è il segreto del successo, il secondo è il segreto del suicidio. Non si sa perché una persona, rispetto ad un’altra che ha capacità simili, talento simile, aspetto simile, riesca ad avere, in vita, un grande successo e non si sa perché qualcuno, al contrario di altri ugualmente o più disperati, arrivi a portare a termine un suicidio.

David Foster Wallace e il segreto del successo

Riguardo a Wallace, sono piuttosto sicura che il suo successo non sia dipeso dalle sue opere. Mi spiego meglio: io amo moltissimo David come scrittore e come la persona meravigliosa e sofferente che è stata. Ho iniziato a leggerlo quando, in Italia, Einaudi pubblicò il suo primo strepitoso libro di racconti “La ragazza con i capelli strani” e credo anche di essere stata una delle poche persone – a parte critici letterari e accademici soprattutto americani – ad aver letto per intero il suo “Infinite Jest”, libro di 1200 pagine pubblicate a caratteri piccolissimi, estremamente complesso, non nella trama ma nello stile della narrazione, intricata a dir poco, romanzo distopico, a tratti comico, a tratti drammatico, pieno di digressioni e note a pié di pagina, ma soprattutto dotato di momenti di incredibile fulgore. Come se, nel flusso lungo, a volte un po’ presuntuoso della narrazione di “Infinite Jest” Wallace avesse, di tanto in tanto, delle illuminazioni che all’improvviso accendono una luce sfolgorante in una strada scura.

Dove la sua scrittura è sempre meravigliosa, è invece nei racconti. Sono convinta che Wallace fosse uno scrittore di racconti, un po’ come Carver, che dichiarava con orgoglio che mai e poi mai avrebbe voluto e saputo scrivere un romanzo. I racconti di Wallace, così come alcuni dei suoi articoli-saggio, non sono mai presuntuosi e sono il mezzo perfetto per la sua narrazione dove il tempo viene dilatato e tagliato a pezzettini come in una sorta di puzzle che alla fine viene ricostruito. Ma nemmeno i suoi bellissimi racconti sono in grado di rivelare il segreto del suo successo.

David Foster Wallace e il suo essere americano

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace è stato uno scrittore americano in un periodo particolare, a cavallo di due millenni. Aveva dalla sua una cultura dominante e una lingua dominante. Aveva dalla sua il tipico narcisismo degli americani che, anche quando sono persone splendide come lui, raramente si accorgono che intorno all’America c’è un intero mondo. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Laura Miller, dopo l’uscita di “Infinite Jest” David dice:

“La tristezza di cui si occupa il libro, e che stavo vivendo io, era un genere di tristezza veramente americano. Ero un giovane bianco, di classe medio-alta, vergognosamente ben istruito, sul piano professionale avevo avuto molto più successo di quanto avrei potuto legittimamente sperare, eppure ero come alla deriva. E lo stesso succedeva a molti miei amici. Alcuni si drogavano pesantemente, altri lavoravano con un’ossessione incredibile. Altri andavano ogni sera in qualche locale per single. Si manifestava in venti modi diversi, ma di base il problema era lo stesso.”

Qui David descrive alla perfezione lo status quo dei giovani, a fine anni ottanta, appartenenti alla media e ricca borghesia di almeno quattro continenti, dall’Europa all’Australia, dal Sudamerica al Giappone, bianchi, asiatici o latini, ma è convinto che sia un modo di essere, di sentirsi, esclusivamente o tipicamente americano.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il mondo cambia continuamente

Oltre ad essere americano e quindi appartenere alla cultura dominante, David aveva dalla sua una forte intuitività, una capacità analitica forse dovuta al suo grande amore per la matematica che gli facevano dire, già negli anni ’90: “Io mi sono sempre considerato un realista. Mi ricordo che al master litigavo con i miei professori. Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa.”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’internet odierna e dei Social media. Ho la presunzione di credere che avrebbe odiato l’iper-capitalismo ma che si sarebbe trovato bene con i Social. Avrebbe avuto un profilo Twitter con almeno un milione di follower e il suo ego ne avrebbe tratto giovamento. Ma, alla fine di tutto, quello che ha reso famoso Wallace credo sia stato Wallace stesso. Oggi non potrebbe accadere. Oggi l’editoria è morta (in America magari è solo moribonda) nonostante qualcuno, di tanto in tanto, ne sventoli da lontano il cadavere cercando di persuaderci che sia ancora viva. Oggi i libri non si pubblicano e soprattutto non si leggono. Oggi, fra i pochi libri che potrebbero essere pubblicati non ci sono libri di racconti né libri che superino le 200 pagine. Ulysses di Joyce non verrebbe mai pubblicato, Cent’anni di solitudine di Marquez nemmeno, figuriamoci Infinite Jest. I dischi non si vendono e i musicisti, per vivere, devono stare costantemente in tour, ma adesso il Covid ha reso impossibile anche questo. Il mondo cambia continuamente. Di solito in peggio, ma continuamente.

David Foster Wallace e Kurt Cobain

Gli anni ’90, soprattutto i primi anni ’90, erano quindi un pianeta proprio diverso da quello attuale. Le due grandi rockstar apparse quasi in contemporanea: Foster Wallace nella letteratura e Kurt Cobain nella musica rock, entrambi arrivati al successo planetario immediatamente, vendevano letteratura e musica di gran qualità, erano delle novità assolute – nei rispettivi campi – avevano un look attraente: Wallace, lo scrittore coi capelli lunghi e la bandana in testa e Cobain il rocker biondo, bellissimo, dal sorriso triste.

Ma, principalmente, quello che la gente comprava acquistando i loro libri o dischi era la loro essenza più intima, quella che traspariva attraverso foto, interviste, parole scritte, parlate o cantate, quell’essenza che conteneva il gene così raro e assolutamente non ereditabile del “Grande Comunicatore”. Quel gene che spesso – ma non sempre – nasce insieme al gene della disperazione, della depressione, del suicidio a orologeria, e che attira le persone come il famoso canto delle Sirene. Un meraviglioso, non riconoscibile, canto di morte.

David Foster Wallace e il suicidio

Come tutti sanno, sia Cobain che Wallace sono morti suicidandosi, ma attorno alla morte di Kurt si è parlato, parlato, parlato, mostrato foto, prodotto ipotesi farneticanti eppure, piano piano, tutto questo ci ha resi partecipi del come buona parte della breve vita di Kurt sia stata la “cronaca di un suicidio annunciato.”

Attorno alla morte di David, invece, è da subito calata una cortina di silenzio, che lui certamente non avrebbe gradito anche perché quel silenzio spacciato per pudore andava fortemente a cozzare contro quella “cultura pop” che Wallace aveva sempre considerato parte integrante della sua vita e della sua scrittura. Fra le cose dette a metà sulla sua morte, la più intollerabile – dal mio punto di vista – è quella che riguarda il suo ipotetico biglietto suicida. La moglie sostiene, ma non c’è nessuna certezza in proposito, che David le abbia lasciato un biglietto, prima di uccidersi, ma il “suicide note” di uno scrittore, così come quello di un autore di canzoni, magari si rivolge a moglie, figli, parenti, ma è sempre indirizzato a tutto il mondo, e di sicuro a tutti i suoi fans. C’è un’intera letteratura di “suicide notes”, da quello di Majakovskij a quello di Pavese (che riprende le parole del biglietto di Majakovskij) fino a quello di Kurt Cobain, e nessuno si è mai permesso di censurarli o di non farli conoscere.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il suicide note di Kurt Cobain
Suicide note di Kurt Cobain

La rete di silenzio creata attorno alla morte di David

Dal momento che la moglie di Wallace appartiene di sicuro alla categoria di quelle mogli/madri di artisti morti, che, appena seppellito l’amato, iniziano a raschiare il barile fino in fondo, tirando fuori ogni scritto, bozza, lettera, aborto di racconto o di articolo (o l’equivalente in campo musicale) per darlo alle stampe, suona davvero strano che proprio lei abbia invece provato il “forte pudore” di tenere per se stessa il biglietto d’addio di David al mondo. Quello di cui sono sicura, invece, è che David, compulsivamente perfezionista e dotato di una forte etica professionale, non avrebbe mai dato il permesso di pubblicare un romanzo come il “Re Pallido”, incompiuto, senza averne potuto scrivere – solo lui – ogni parola e senza averne potuto controllare, lui e solo lui, almeno cento volte ogni singolo paragrafo.

Ma in ogni caso, per quanto sia stata tessuta una rete di ipocrisia attorno alla morte di David, ogni suicidio parla da solo, ed è impossibile farlo tacere. Sylvia Plath, che era una che di suicidio, oltre che di grande poesia, se ne intendeva, disse: quando si parla di suicidio quello che conta non è mai il perché, ma il come. Il perché infatti non ha mai senso. Wallace soffriva fortemente di depressione, ma è una maledizione che perseguita tanti di noi, e se finissimo tutti col suicidarci ci sarebbero stragi ogni giorno. Il come, invece, non mente mai. L’impiccagione, fra i tanti suicidi possibili, è quello più “violento” nei confronti di se stessi e di chi ci troverà. Negli Stati Uniti, poi, dove per procurarsi una pistola basta scendere al supermercato, la scelta dell’impiccagione ha proprio un forte sapore di punizione, verso se stessi e verso chi ci troverà. Wallace, qualunque sia stato il meccanismo che, alla fine, ha chiuso il cerchio trasformando il suo canto segreto di morte in suicidio, sapeva bene che sarebbe stata la moglie a trovarlo.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Fra le tante cose scritte – racconti, romanzi, articoli, saggi – da David Foster Wallace, pubblicate in vita o postume, sono state trovate frasi molto vere e illuminanti sul dolore provocato dalla depressione, ma niente che potesse raccontare, nel suo personalissimo ed esclusivo modo, il suicidio. Non parlo di un suicidio commesso da uno dei suoi personaggi e vissuto dall’autore in modo emozionalmente distante, ma del proprio insostenibile desiderio di suicidarsi, anche se travestito da altro.

Allora mi sono messa a cercare, a rileggere e alla fine l’ho trovato, in uno dei suoi racconti più belli, nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”. Il racconto si chiama “Per sempre lassù” e parla di un tredicenne, in una vecchia piscina pubblica, che sale sul trampolino per tuffarsi: il tempo si cristallizza e allo stesso tempo corre velocissimo in quel modo che solo Wallace sapeva raccontare. Rileggendolo, ho capito che David, parlandoci di quel tuffo, ci stava invece raccontando un suicidio, struggente, vero, inesplicabile, ineluttabile.

Da “Per sempre lassù”

“…Ehi ragazzino tutto bene.

C’è stato tempo in tutto questo tempo. Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili.

Ehi ragazzino fa lui. Ehi ragazzino tutto bene.

Sulla lingua ti sbocciano fiori di metallo. Non c’è più tempo per pensare. Ora che c’è tempo non hai tempo.

Ehi.

Due macchie nere, violenza, e scomparire in un pozzo di tempo. Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.

Ciao.”

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: citazione da Infinite Jest
FOLLOW ME IN MY FB PAGE
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x