IL GATTO DI SCHRODINGER E IL GATTO DI GOOGLE

Il gatto di Schrodinger, per spiegarlo rapidamente e con parole decisamente poco scientifiche, è un esperimento mentale ideato da Erwin Schrodinger nel 1935. Lo scopo dell’esperimento era quello di dimostrare come l’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica, pur funzionando a livello subatomico, risulti decisamente problematica quando mettiamo in relazione il mondo subatomico col mondo macroscopico.

Da lì l’idea di un marchingegno infernale fatto di una piccola porzione di sostanza radioattiva, di una capsula al cianuro con martelletto pronto a romperla, il tutto chiuso per un’ora in una scatola assieme a un povero – e certamente incazzatissimo – gatto. Se uno degli atomi radioattivi si disintegra, il martelletto rompe la fiala e il cianuro uccide il gatto; se, invece, nessun atomo si disintegra, il gatto resta vivo. Se all’apertura della scatola sarà ancora vivo, probabilmente il micio vi azzannerà alla gola: è bene che siate preparati!

La proverbiale “gatta morta”

Secondo la teoria ortodossa, conosciuta come entanglement quantistico, e già contestata da Einstein prima che da Schrodinger, due sistemi fisici, se interagiscono, si vanno a sovrapporre e devono essere trattati come un sistema unico, descritto da un solo stato quantico, e precisamente l’entanglement di cui prima. Ed ecco il paradosso del gatto, perché, all’apertura della scatola, il gatto non può essere sia vivo che morto: nessun “intreccio” può esistere fra i due stati. A meno che non si tratti della proverbiale “gatta morta”, che, come tutti sappiamo, è morta solo a parole…

Il gatto di Schrodinger e il gatto di Google

Dal gatto di Schrodinger passo rapidamente al gatto di Google. Cosa diavolo è il gatto di Google? Una sorta di stalker che, ultimamente, mi segue ovunque su internet. Vado su un sito che parli di qualsiasi cosa possiate immaginare e chi ci trovo, in alto a destra, o al centro? Quell’accidenti di gatto. Vado su youtube? Il gatto è lì che mi aspetta.  Quel gatto arriva sempre per primo e mi fa pensare a quella frase di Terry Pratchett sulla luce, che crede di viaggiare più veloce di tutto, ma si sbaglia. Per quanto sia veloce, la luce scopre sempre che l’oscurità è arrivata prima di lei e l’aspetta.  

Il mio meraviglioso gatto Axl

Oscurità e luce a parte, la faccenda che riguarda lo stalking del gatto è davvero inquietante, e vi spiego il perché. Come la maggioranza dei frequentatori del web anch’io amo i gatti, e ne ho due. Google ovviamente può accedere ai nostri pensieri più reconditi, e a maggior ragione alle foto che scattiamo col telefonino. Nel mio caso, in mezzo a tante foto che vanno dalle radici degli alberi a fiori, api e farfalle, foto di amici e tutto quello che vi può venire in mente, le foto dei miei gatti sono davvero poche. Sono poche per un motivo semplice: a quelle due bestie ingrate non piace essere fotografate; appena scoprono che li stai inquadrando – e lo scoprono subito – se ne vanno disgustati.

Ed ecco la rivelazione inquietante: il mio gatto Axl (sì, Axl come Axl Rose) è praticamente la fotocopia del gatto di Google.

Il gatto di Schrodinger e il gatto di Google: due domande

 La prima domanda, quindi: come fa l’algoritmo di Google a sapere che ho un gatto che amo più di ogni altro animale al mondo e mettermi una foto di un gatto a lui identico che mi segue? Se fossimo americani direi: roba da NSA.

La seconda domanda, ma prima per importanza: a cosa serve il gatto di Google? È un premio, come per dire “ti vogliamo bene e vogliamo che tu ti senta a casa, qui da noi”, o al contrario “sappiamo tutto di te e se solo fai una mossa sbagliata ti strangoliamo il gatto? Il tuo, si capisce, non il nostro”.

Quali che siano le risposte, è evidente che siamo tornati a “1984” di Orwell. Con i televisori del Grande Fratello che osservano ogni tuo movimento, perfino il più piccolo, il più apparentemente inutile, pronti ad usarlo contro di te:

“Smith! – gridò la voce petulante dallo schermo – 6079 Smith! W.! Sì, proprio tu! Chinati di più per cortesia. Puoi fare di meglio. Non ti sforzi. Più giù, più giù. Così va meglio, compagno. E ora riposo, tutta la squadra, e guardate me”.

Ora Winston traspirava da ogni poro della pelle un sudore bollente. Il suo volto rimase però impassibile: mai mostrare sgomento, mai mostrare risentimento! Un guizzo negli occhi ed eravate perduti.

Razze pericolose

A qualsiasi algoritmo risponda, il gatto di Google probabilmente nella realtà non esiste. O magari è esistito e adesso è morto. Ma in ogni caso il gatto di Google supera il paradosso del gatto di Schrodinger, perché, al contrario del gatto nella scatola, è un perfetto entanglement: può essere vivo e morto allo stesso tempo, reale e irreale, vero e finto, amico e nemico, proprio come tutto ciò che è virtuale, proprio come tutto ciò a cui diamo la nostra fiducia in questa infelice epoca.

I nostri padroni, però, che ci guardino dallo schermo di uno smartphone o da un televisore in bianco e nero, che appartengano a un tipo nuovo o vecchio di economia, fanno sempre parte della medesima razza. Una razza pericolosa. Non dimentichiamolo mai. 

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