TILIKUM

Da “La mia Africa” di Karen Blixen:

Le giraffe vanno ad Amburgo.  …Sul ponte scorsi una grande cassa di legno da cui spuntavano le teste di due giraffe. Venivano dall’Africa Orientale Portoghese, mi disse Farah, che era salito a bordo, e sarebbero state condotte in un serraglio ambulante di Amburgo.

Volgevano di qua e di là la testa delicata: parevano sorprese; e avevano buone ragioni per esserlo. Non avevano mai visto il mare. Dovevano avere appena lo spazio per stare in piedi, in quella cassa stretta. Il mondo intorno a loro, all’improvviso, s’era mutato, rattrappito, chiuso.

Non conoscevano né potevano immaginare la degradazione che le aspettava. Creature orgogliose e innocenti, miti animali delle grandi pianure, dal passo elegante, erano ignare della cattività, del freddo, del tanfo, del fumo, della scabbia e dell’atroce noia di un mondo in cui non accade mai nulla.

… Rammenteranno mai, le giraffe, nei lunghi anni che le attendono, il paese perduto? Dove, dove sono scomparsi i prati, gli spineti, i fiumi, gli stagni, le montagne azzurrine? Si chiederanno. La dolce aria alta sulle pianure si è sollevata e ritratta. Dove sono le altre giraffe che correvano nelle lunghe galoppate sulla terra ondulata? Le hanno abbandonate, dileguandosi tutte quante; chissà se torneranno mai più. Dov’è la luna piena, la notte?

Le giraffe si agitano e si destano, nella carovana del serraglio, nella gabbia stretta odorante di paglia fradicia e di birra.

Addio, addio. Vorrei poteste morire durante il viaggio, tutte e due, perché la vostra piccola testa piena di nobiltà, che ora si tende, sorpresa, dall’orlo della cassa, contro il cielo azzurro di Mombasa, non debba voltarsi vanamente da tutti i lati, ad Amburgo, dove l’Africa è ignota. Quanto a noi, dovremo trovare qualcuno che ci faccia veramente del male, prima di poter in coscienza chiedere perdono alle giraffe per il male che facciamo loro.

TILIKUM: giraffe in uno zoo intorno al 1930 a testimoniare l'umana perversione di ingabbiare animali

La cattura dell’orca Tilikum

Nei primi anni ’80 mia madre e mio padre andarono a fare un viaggio in Canada, British Columbia, e dal traghetto che li portava all’isola di Victoria videro passare un pod di orche. Erano tante, nelle acque gelide nuotavano a balzi, libere, le pinne dorsali dei maschi sollevate con orgoglio, potenti, meravigliose, sincronizzate, perfettamente connesse l’una all’altra. Per tutto il resto della sua vita mia madre, fra tanti ricordi, ha sempre privilegiato quell’immagine, raccontandola come una visione folgorante, come un incantesimo a cui aveva avuto il privilegio di assistere, come qualcosa che potrebbe riuscire ad illuminarci, se solo la nostra mente sapesse vedere.

Nel medesimo periodo, dall’altra parte del mondo, in Islanda, terra prediletta dai bracconieri affiliati ai grandi “parchi acquatici”, Tilikum fu catturato: era il 1983 e il piccolo maschio d’orca aveva solo due anni. Se consideriamo che le orche in natura hanno una vita lunga come e più di quella umana, un’orca di due anni è poco più che neonata.

“Blackfish” di Gabriela Cowperthwaite

Tutti gli ambientalisti, gli animalisti e anche persone che non sono né l’una né l’altra cosa sanno perfettamente chi era Tilikum: per alcuni l’orca più incredibilmente grande fra tutti i SeaWorld del mondo; per altri l’orca colpevole di aver ucciso una sua addestratrice, e forse un vagabondo entrato di notte nella sua prigione d’acqua. Per altri ancora, il protagonista del famoso “Blackfish”, documentario del 2013 di Gabriela Cowperthwaite, che racconta proprio la vita di Tilikum denunciando i maltrattamenti delle orche nei parchi acquatici e mostrando le scene ignobili e dolorose delle piccole orche catturate in natura, davanti alle proprie madri che urlano impotenti.

TILIKUM, orca diventata simbolo delle lotte contro i sea parks, qui fotografata con pinna dorsale floscia, sintomo di malattia e sofferenza
TILIKUM, AL SEAWORLD, CON LA PINNA DORSALE FLOSCIA, SINTOMO DI MALATTIA E INFELICITA’

Voglio solo ricordare i molti studi che mostrano come le orche siano capaci di una profondità emotiva del tutto assente nell’uomo. Non voglio, invece, raccontare di nuovo la storia di Tilikum: di come da giovanissimo sia stato più volte traumatizzato, non solo al momento della cattura ma anche dopo, rinchiuso in piccoli e lerci carceri acquatici di SeaWorld, tenuti, evidentemente, ben nascosti al pubblico. Del modo in cui è stato addestrato con metodi feroci basati, fra l’altro, sulla privazione del cibo. Della sua trasformazione in “testimonial” del SeaWorld ma soprattutto in un business milionario grazie al suo seme particolarmente fertile che ha portato alla nascita di quattordici cuccioli come minimo.

I signori dei Sea Parks

La colpa del Sea World di Orlando, dove Tilikum è approdato nel ’91, colpa nei confronti delle vittime umane della grande orca è dimostrata da come Tilikum sia sempre stato tenuto al di fuori di quelli che i signori dei sea parks chiamano waterworks. I waterworks significano interazione dentro l’acqua fra orca e addestratore, interazione impossibile, nel caso di Tilikum, perché “non impostato nel modo giusto”. Che poi significa recalcitrante a diventare una marionetta. Non nato per essere schiavo e quindi usato solo per lo stupido splash segment, dove con la sua mole, potenza ed energia affascinava e caricava il pubblico d’adrenalina. Appena finito il suo breve show, veniva rimandato nella sua piccola e solitaria piscina. Giorno dopo giorno la sua salute fisica e mentale peggiorava irreversibilmente, così come accade a tutte le orche in cattività.

Non ho nemmeno voglia di raccontare la tragedia annunciata, quando per Dawn, l’addestratrice, rimanere fuori dall’acqua, seduta sul bordo della piscina rocciosa, non è stato sufficiente per salvarsi la vita. Tilikum è riuscito ad afferrarla per i capelli legati in coda di cavallo trascinandola sott’acqua fino a farla annegare. Da quel momento il SeaWorld non ha più fatto esibire Tilikum relegandolo nell’ennesima vasca prigione, sempre più angusta. Nonostante la pressione pubblica e l’impegno di organizzazioni animaliste per reintrodurre Tilikum in un santuario marino, i vertici di SeaWorld hanno sempre rifiutato.

Morte di Tilikum

Quando il 6 gennaio del 2017 ho saputo che Tilikum era morto ho ringraziato l’universo. La morte, infatti, non è niente, mentre sofferenza, schiavitù, malattia e noia non sono tollerabili. Io spero sia almeno riuscito a dimenticare la madre, il suo gruppo familiare e le acque gelide dell’Islanda. Spero non abbia aggiunto all’orrore di una vita di torture anche la tristezza del ricordo di quei due unici anni di vita in natura. 

La sua vita rubata in modo criminale e la sua sofferenza fisica, era tutto finalmente finito. Quello che non è finito e non finirà mai, invece, è l’arroganza, la prepotenza e la ferocia umana: che cosa c’è di profondamente sbagliato nella nostra specie per sentirci padroni di terre, mari, aria e di ogni creatura vivente?

Cosa ci lascia Tilikum

Per me Tilikum non è stato solo un meraviglioso e infelice animale, un portento della natura, ma anche il simbolo di chi decide di non piegarsi, di chi rifiuta di essere schiavo. Il simbolo di chiunque, animale o umano, scelga di ribellarsi alla tirannia, in qualsiasi forma questa si presenti.

POD DI ORCHE LIBERE

Quanto a noi, dovremo trovare qualcuno che ci faccia veramente molto, molto male, prima di poter in coscienza chiedere perdono a Tilikum e a tutti gli altri animali che schiavizziamo, ingabbiamo, torturiamo in allevamenti intensivi, vivisezioniamo, mangiamo, scuoiamo per indossarne pelli o pellicce, diamo loro la caccia, togliamo loro il territorio condannandoli all’estinzione. Chiedere loro perdono per tutto il male che gli abbiamo fatto e che, imperterriti, continuiamo a fargli.

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