LEGENDARY Vol.1 Prima puntata

di Sandra Azzaroni

“Legendary” è un romanzo che ho scritto una decina di anni fa. Il genere è una via di mezzo fra Sci-Fi e Fantasy, qualcosa non facilissimo da etichettare. La storia si svolge ai nostri giorni – pre-pandemia, ovviamente – e si ispira alla teoria del Paleo-Contatto e alla teoria di Agarthi o della Terra cava, ma sono solo ispirazioni: la storia prosegue in modo del tutto indipendente, con un susseguirsi di avventure umane e aliene. Legendary può piacere agli adulti ma anche ai teen-agers, e i protagonisti sono due giovani adolescenti, lui umano, lei no.
Sono costretta a partire da un presupposto: oggi il 99% degli editori “piccoli” pubblicano solo se è l’autore a pagare, mentre i big, quando pubblicano autori italiani, lo fanno solo con autori italiani già famosi, o anche sconosciuti come scrittori ma dal nome o cognome famoso, persone piene di amicizie e conoscenze che garantiranno un’ottima pubblicità (tutta sulle spalle degli autori, comunque). Le persone come me (né vip né radical chic e neanche chic senza radical) sanno già che se mandano un manoscritto l’editore non glielo leggerà. La maggioranza degli editori big, tipo Feltrinelli, i manoscritti, ormai da tanti, tanti anni non ti permettono nemmeno più di inviarli (in questo sono meno ipocriti di altri). Gli agenti letterari, se non sei nessuno né un possibile oggetto che faccia marketing non ti vogliono vedere nemmeno in cartolina. 

Non sapendo che fare con questo libro (quando iniziai a scriverlo doveva essere solo un trattamento da sottoporre, tramite una comune amica, a una coppia di registi americani specializzati in sci-fi – ed ecco perché buona parte si svolge in US – ma poi la cosa è saltata e io ho deciso di farci un romanzo; una volta terminato, vista l’impossibilità di farlo pubblicare senza spendere denaro ho pensato all’autopubblicazione, ma in Italia il genere sci-fi è poco amato, e, essendo abbastanza lungo, farlo tradurre in inglese mi costava troppo. Ho deciso quindi di utilizzare il mio blog e fare un esperimento pubblicando a puntate “Legendary”. Per rendere questo “romanzo a puntate” più gradevole ho scelto dei disegni da inserire e perfino alcune canzoni come soundtrack, quasi fosse una serie TV. Ovviamente disegni e musica non mi appartengono e non fanno parte del libro ma vengono utilizzati solo qui nel blog. Posterò su Ostinata e Contraria due puntate a settimana, a volte tre. Ovviamente tutti i diritti del romanzo, della parte scritta, appartengono alla sottoscritta Sandra Azzaroni e sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata.

Spero che lo leggiate e che la storia vi piaccia. Possono leggerlo anche adolescenti e bambini abituati alla lettura.

Per avere un’idea dello stile, ecco qualche riga dal capitolo Venti“FRA TUTTI GLI APPARTENENTI A QUESTO MONDO SONO POCHISSIMI QUELLI CHE, FACENDO QUESTA CONOSCENZA, NON PERDEREBBERO LA MENTE”

Dormiva già da qualche minuto quando, nel sogno, si ritrovò a correre. Correva a gran velocità, ma in quella corsa c’era qualcosa di strano e ben presto comprese il perché: attraversava una radura a capofitto, correndo a quattro zampe. Era una lupa grigia e correva per sopravvivere, dando la caccia, insieme al suo gruppo familiare, ad una grossa e veloce femmina di wapiti. Continuando ad accelerare, lanciò uno sguardo al suo compagno: ormai, per capirsi, bastava un’occhiata o un’immagine inviata telepaticamente. Erano una coppia fedele già da qualche anno e avevano messo al mondo ben quattro nidiate di piccoli lupi. Insieme avevano conosciuto fame, freddo, gelo, malattie e il dolore di veder morire i propri figli, per non parlare della paura dell’uomo, che da sempre cercava di sterminarli. La lupa e il suo compagno spinsero la wapiti nella direzione in cui l’aspettavano i loro giovani figli. La caccia rappresentava la vita stessa, e la vita era incredibilmente dura, oltre che subdola e ingiusta. Il gruppo familiare dei lupi non mangiava da giorni, e se non fossero riusciti a catturare quella cerva dopo aver speso le loro ultime energie le cose si sarebbero messe molto male.

Il sogno di Mya era più che vivido: provava la fatica della corsa, sentiva il sudore bagnarle il sottopelo, aveva nelle narici l’odore della wapiti e l’adrenalina le pulsava nel cuore. Poi qualcosa cambiò e Mya si trovò a vivere nel corpo e nello spirito della cerva in fuga. Era una cerva adulta, nel pieno della vita: nel suo utero stava crescendo un piccolo wapiti, ma era stato concepito da pochi giorni e il suo ventre non ne portava ancora il segno. La cerva era molto veloce, e i suoi zoccoli sembravano solo sfiorare il terreno da quanto galoppavano al massimo della velocità. Mya sentiva il cuore battere all’impazzata, per la fatica e per la paura, finché intuì che i due lupi che la braccavano stavano perdendo terreno, e per due o tre attimi pensò che ce l’avrebbe fatta. Sì, lei e il suo feto di cerbiatto potevano vivere, almeno per quel giorno. Ma poi, davanti a lei, apparvero tre giovani lupi che le bloccarono il passaggio. Mya si impennò e rapida girò la testa prima a sinistra e poi a destra, alla disperata ricerca di una via di fuga, ma i cinque lupi si erano posizionati tutti intorno a lei: l’avevano accerchiata e la folle corsa era finita. Il lupo maschio, da dietro, le saltò addosso e affondò zanne ed artigli fra natica e ventre, facendola cadere a terra. A quel punto arrivarono gli altri quattro e iniziarono a sbranarla. La wapiti ci mise alcuni minuti a morire e in quei minuti Mya provò la sofferenza, la disperazione e infine la rassegnazione della cerva che veniva divorata, ma allo stesso tempo provò anche le sensazioni della lupa: la fame finalmente placata, il gusto del sangue e della carne in bocca e il sollievo di vedere figli e compagno finalmente a stomaco pieno. Mya era la preda ed il predatore e provava, quindi, l’orribile sensazione di divorare se stessa.”

LEGENDARY

Prima Puntata

Prologo

Un’antica leggenda narra che la Madre del Multiverso, fluttuando fra i milioni di cosmi che lo rendevano infinito, immaginò un piccolo pianeta eccezionale, così perfetto da volerlo chiamare “Piccolo Cosmo”, e subito estrasse dalla sua visione un esiguo gruppo di creature a cui dare il privilegio di crescere e prosperare in quel mondo.

Alaph e Taw, poco più che bambini, avevano l’onere di guidare la loro gente, ma pur essendo fratello e sorella non potevano essere più diversi l’uno dall’altra, fisicamente e caratterialmente.  Alaph, il fratello, non aveva un fisico né alto né possente, la sua pelle era bianchissima, il cranio perfettamente ovale con capelli color platino sottili come fili di seta. Taw, la sorella, aveva la pelle scura, color caramello, una corporatura alta e muscolosa, il cranio allungato e capelli cortissimi.

Gli occhi di entrambi erano grandi, lievemente a mandorla, neri come onice con lunghe e folte ciglia, ma le pupille di Alaph erano rettangolari, mentre quelle di Taw ricordavano quelle dei felini. Inoltre, dagli occhi di Taw provenivano le sparks, particelle fatte di una materia leggerissima e luccicante, racchiusa al posto delle ghiandole lacrimali.  Le sparks avevano una prerogativa: col buio o in particolari situazioni emotive uscivano dagli occhi e, quando erano tante, iniziavano a fluttuare incorniciando il volto come una strana danza di lucciole argentate, color fucsia o viola. Gli occhi di Alaph, invece, non avevano sparks né lacrime.

La Madre che li aveva emanati parlò loro spiegando che, di lì a breve, sarebbero diventati capostipiti di due popoli con le loro stesse fattezze e gli appellativi presi dai loro nomi: gli Alaph e i Taw.

“Presto conoscerete la pioggia sacra di Piccolo Cosmo: un liquido viola che scende dal cielo e che porta a chi si bagna con esso salute, giovinezza e vita lunghissima. E poi, soprattutto, imparerete ad amare quella materia meravigliosa che chiamerete Potere: qualcosa di invisibile che scorre nell’acqua, nell’aria e nelle rocce di questo pianeta oltre che, evidentemente, nell’energia animata di cui è composto l’intero Multiverso. Presto scoprirete che il Potere risiede anche nelle vostre cellule e scorre nel vostro sangue, e con l’aiuto di questa sostanza miracolosa ma anche e soprattutto grazie al vostro impegno voi conoscerete, se lo vorrete, il lungo viaggio quotidiano che vi eleverà fino al Risveglio, quando riuscirete a vedere Me e tutte le cose così come sono veramente. Dopo aver percorso questo sentiero a forma di spirale riuscirete a tornare dentro all’Uno”.

Detto ciò, la Madre si smaterializzò e tornò a fluttuare nel Multiverso. Ma Alaph, Taw e le altre creature, non appena rimasero soli, provarono un dolore così forte per quella separazione che iniziarono a disperarsi. La Madre del Multiverso, che ha orecchie infinite disseminate negli infiniti mondi emanati, udì quelle grida disperate e tornò da quelle creature che come la videro la pregarono di restare per sempre con loro:

“La vita senza di Te è solo dolore e non c’è acqua sacra, non c’è Potere, non c’è mondo né idea di futuro che possa renderci l’esistenza tollerabile”.

La sofferenza di quelle giovani creature la commosse così tanto che decise di far loro un dono. Un dono eccezionale.

“Alaph, Taw, avvicinatevi – disse porgendo a ciascuno dei due un piccolo astuccio che conteneva quello che, a un primo sguardo, poteva sembrare una pietra rossa – in ognuna di queste due piccole custodie c’è una parte di me. Se io fossi fatta come voi di sangue e carne, qui ci sarebbe il mio sangue e la mia carne… si tratta quindi di Materia Divina, che potete anche chiamare Sattva. Ognuno di voi due avrà la sua Sattva perché siete due esseri distinti, ed i vostri popoli saranno due popoli distinti, anche se auspico che collaborerete sempre fra di voi, senza mai dimenticare la fratellanza che vi lega: in questo modo non farò torto né agli Alaph né ai Taw. Mi raccomando: non dovrete mai provare a toccarla senza la copertura, perché la Sattva vi ucciderebbe all’istante. Per finire, ricordate sempre che in tutto il Multiverso nessuno possiede niente di così prezioso e potente: custodirete la Sattva con amore e, se il caso dovesse richiederlo, sacrificherete la vostra vita per tenerla al sicuro. Quindi la tramanderete al vostro erede, che a sua volta la tramanderà al suo erede e così via e un giorno, quando sarete pronti, capirete come e perché usarla. Forse ci vorranno centinaia di migliaia di vite, forse ci vorrà un Ciclo Completo perché il vostro Spirito riesca a capire come adoperare l’infinito Potere racchiuso in questi piccoli astucci, ma quel momento arriverà. Nel frattempo, seguirà le vostre prerogative e renderà più facile ogni vostra ricerca, molto più vicino ogni traguardo, immediata la focalizzazione e la consapevolezza ma, soprattutto, con la Sattva fra voi, non vi sentirete mai soli, abbandonati o disperati”.

Primo Capitolo

“La vita era uno stato di torpore che l’avvolgeva come nebbia calda”

Betelgeuse incinta

Nei suoi primi ricordi la vita era uno stato di torpore che l’avvolgeva come nebbia calda. Vedere, non riusciva a vedere granché perché all’interno dell’utero l’oscurità era assoluta, ma le orecchie, invece, erano sempre all’erta come piccole antenne, e captavano continuamente rumori, a iniziare dal suono sordo e ritmico che le batteva accanto. 

Fino ad allora il tempo, per lei, ancora non esisteva e se fosse stata in grado di raccontare la sua vita l’avrebbe forse descritta come un sogno senza alcuna consapevolezza di sé. Ma poi, quasi improvvisamente, nella sua mente aveva preso forma un linguaggio: ora dopo ora centinaia di parole e concetti nuovi, senza sforzo alcuno si erano posizionati nei cassetti e negli scomparti del suo cervello, con ordine, come libri su una mensola. Tempo e spazio, adesso, erano fuori e dentro di lei e ogni cosa iniziava ad avere una sua motivazione. Nello stesso momento le era nato il desiderio di sperimentare, ma l’unico senso che poteva già usare era solo l’udito. Ma anche utilizzando le orecchie e basta c’erano un sacco di cose da scoprire, analizzare, decodificare: ora sapeva, ad esempio, che quel rumore sordo, ritmico e continuo che la faceva sentire al sicuro era il cuore della creatura che l’ospitava, sua madre. Aveva rapidamente imparato a distinguere le varie voci: rauca, dalle tonalità basse, accattivante la voce di Betelgeuse, sua madre; sottile, armoniosa come musica, coinvolgente la voce di Rigel, madre di Betelgeuse e due volte madre nei suoi confronti.

 “Probabilmente vorrai sapere qual è il tuo nome, ma vedi, il nome è una cosa importante, talmente importante che non siamo noi a poterlo scegliere… mai, in nessun caso” le aveva detto Betelgeuse.

“Prima o poi, quando il momento sarà quello giusto, gli Eterni ti appariranno e conoscerai il tuo nome” aveva aggiunto Rigel.

In verità lei non si poneva domande né cercava di risolvere quesiti; la sua mente era ancora innocente, uno strumento per raccogliere dati e al massimo sistemarli con ordine.  Ma infine, la Visione arrivò: in seguito non avrebbe saputo dire se l’avesse raggiunta nell’ambito di un sogno o se avesse semplicemente preso forma nella sua testa. Una donna e un uomo dalla pelle scura ma allo stesso tempo luminosa, con grandi occhi neri la guardavano in silenzio. In qualche modo li conosceva e sapeva i loro nomi: Mintaka e Alnitak. Sempre rimanendo in silenzio, i due Eterni le parlarono, o meglio: la loro mente parlò e la mente di lei comprese ogni parola, anche se, una volta analizzato e memorizzato il discorso, decise che per adesso l’avrebbe dimenticato, pur tenendolo al sicuro in uno scomparto del cervello.  La sola cosa che per ora doveva ricordare era il suo nuovo nome. E per la prima volta, usò il suo nuovissimo sesto senso e parlò nella mente di Rigel e Betelgeuse:

“Gli Eterni mi hanno svelato il nome. Mi chiamo Mya.”

Il nome “Mya” stupì Rigel, dal momento che gli Eterni erano soliti assegnare nomi di stelle, pianeti, nebulose, e “Mya”, per quanto ne sapesse, non poteva essere correlato a nulla di conosciuto.

Una sola cosa Rigel poteva dedurre per certo da quel nome: la sua due volte figlia sarebbe stata una creatura molto, molto speciale, e pregò il Multiverso di aiutarla a crescere quella persona così straordinaria senza fare errori. Difficilmente Betelgeuse sarebbe sopravvissuta a quella gravidanza, e Rigel non riusciva a non sentirsi in colpa per questo.

Betelgeuse intercettò il suo pensiero e le rispose scuotendo la testa:

“Smettila, madre, non sei sempre al centro di ogni cosa, accidenti! Io volevo essere una Portatrice, volevo il tuo incarico, volevo che gli Eterni si accorgessero di me e ho pensato che mettere al mondo una nuova appartenente alla Stirpe mi avrebbe fatta diventare come te… ero stupida, stupida come un’Umana stupida “

“Non è così, Betel – rispose Rigel – la verità è che il Potere ti ha ubriacata. È una cosa che ho visto accadere diverse volte a persone giovani come te, ma quando capita a Sparkling che sono Umani per metà, come noi, è quasi impossibile venirne fuori da soli. La colpa è mia, perché quando eri bambina ti ho lasciata giocare col Potere, senza controllo e senza regole. Quando sono intervenuta per cambiare le cose era già tardi.”

“No, madre! – reagì Betelgeuse con caparbietà – non riesco a spiegartelo, ma è stata come una chiamata a cui ho dovuto rispondere per forza! E a quel punto ho fatto tutto da sola con assoluta naturalezza, ma allo stesso tempo come se fossi in trance: ho usato il Potere per portare via da una clinica un flaconcino di seme Umano. Ho di nuovo usato il Potere per controllare che il DNA di quel seme fosse sano, vivace e adatto alle particolari circostanze. Ho inserito quel seme nel mio corpo e sono subito rimasta incinta. È stato tutto così semplice e diretto che a volte penso di essere stata solo uno strumento nelle mani degli Eterni, affinché questa bambina fosse concepita…”

“Questo, però, non mi discolpa – rispose Rigel – avrei dovuto guardarti dentro”.                                                                                                                                                                            

Betelgeuse sorrise:

“Non potevi guardarmi dentro, madre, conosco da tempo la tecnica per tenere chiunque fuori dalla mia mente…”

Rigel rispose al sorriso della figlia con una risata:

“Chiunque, certo, ma non me … non voglio offenderti, figlia, ma posso infilarmi nella tua testa da almeno dieci entrate diverse! Se non l’ho mai fatto è stato solo per rispetto, rispetto e fiducia, e così facendo mi sono comportata, io sì, davvero, proprio come un’Umana stupida!!!”

Le due donne scoppiarono a ridere e Mya ascoltò quelle risate con un certo stupore. In quel periodo della sua crescita i poteri extrasensoriali stavano aumentando rapidamente: si fondevano con le cellule del suo piccolo corpo con gran facilità, come se nulla di più semplice potesse avvenire al mondo. Allo stesso tempo aveva uno scarso controllo su molte dinamiche che dipendevano strettamente ed esclusivamente dai cinque normali sensi. La risata, ad esempio, la lasciava disorientata e la sua mente iniziava a porsi domande “cruciali” del tipo: “Da dove vengo? Che cosa sono? Che cos’è uno Sparkling e che cos’è un Umano?” Non che queste domande fossero impellenti. Ancora non sentiva l’urgenza di conoscere le giuste risposte, ma il Potere che iniziava a scorrere in lei, giovanissimo eppure antico come il Multiverso da cui proveniva, sapeva che solo la conoscenza di alcuni fatti basilari avrebbe fornito la chiave per crescere e moltiplicare se stesso.

Il suo Potere neonato, quindi, utilizzò i ricordi di Betelgeuse da piccola, che tramite il cordone ombelicale, passarono nella mente di Mya come immagini copiate da un computer a un altro. Semplicemente ed eccezionalmente. Le tracce delle memorie di Betelgeuse partivano dall’epoca in cui era una splendida bambina Sparkling di un anno, con l’aspetto di una piccola Umana di dieci. Lei e Rigel vivevano nello Stato americano del Montana, in una zona assolutamente selvaggia, che qualsiasi Umano avrebbe considerato inospitale e pericolosa. Abitavano sul Monte Cleveland, a circa 2500 metri d’altezza, in un piccolo chalet nascosto nel Glacier’s National Park, a 5 chilometri dal Waterton Lake, ad 8 chilometri dalla frontiera canadese e non distanti dalla riserva indiana dei Blackfeet. Betelgeuse passava le sue giornate passeggiando fra i boschi, arrampicandosi sulle pareti rocciose e saltando su dirupi e pendii sassosi, agile e leggera come un giovane stambecco, sia che l’ambiente fosse verde, in primavera e d’estate, o bianco di neve, d’autunno e in inverno. Il suo Potere aveva scelto di evolversi privilegiando la natura terrestre sopra ogni altra cosa: la piccola Sparkling conosceva il linguaggio di ogni animale e pianta di montagna, sapeva fermare una slavina, curare qualsiasi bestiola, scivolare sul ghiacciaio e farsi trascinare dal vento.  Ovviamente comunicava telepaticamente con sua madre fin dagli ultimi giorni passati nell’utero, ma non era in grado di leggere la mente di nessuno, Sparkling o Umano che fosse.

Betelgeuse da bambina a Glacier’s Park

Betelgeuse considerava il Potere qualcosa di naturale e fondamentale per la vita stessa, proprio come il sangue o l’aria, e non aveva dubbi o domande che lo riguardassero, così come non le sarebbe mai venuto in mente di voler conoscere la differenza fra globuli rossi e bianchi o il modo in cui l’ossigeno entra nel sangue. Non conosceva nemmeno la basilare differenza fra Potere Interno e Potere Esterno, e, soprattutto, non era minimamente interessata a conoscerla.

Un giorno Rigel le disse che ormai era grande abbastanza per comprendere e sperimentare nel giusto modo il Potere.

“Altrimenti non imparerai a gestirlo e tantomeno a moltiplicarlo” le spiegò cercando di renderla partecipe, mentre la bambina la guardava obbediente ma annoiata.

“Il Potere interno è quello con cui nasciamo: ci scorre nel sangue e risiede nelle nostre cellule – continuò Rigel – non può diminuire se non in rari casi, di cui parleremo poi. Naturalmente non è uguale per tutti gli Sparkling, dipende dall’età, dalle attitudini e dalle doti naturali. Inoltre, se è estremamente difficile che diminuisca, è però possibile farlo aumentare, mediante esercizi specifici ed uno stile di vita adeguato. Col Potere Interno si possono fare molte pratiche speciali, ad esempio: parlare telepaticamente con qualcuno che conosci e che si trovi a breve distanza; spostare gli oggetti senza toccarli; capire tutte le lingue di Terra grazie alla nostra lingua passe-partout… ma non le lingue di animali e piante, per quelle ci vuole il Potere Esterno, di cui ti parlerò adesso. Il Potere Esterno si trova nell’energia animata e quindi è tutto intorno a noi. Ci sono però delle fonti di Potere a cui accedere è semplice e immediato: quella che noi chiamiamo acqua sacra, un’acqua che, in questo pianeta, scorre solo nel sottosuolo, non a caso lì dove abbiamo creato il nostro Regno, Abatos. Noi Sparkling, impariamo a moltiplicare naturalmente il nostro Potere utilizzando quello Esterno, così come i bambini Umani imparano a parlare, a camminare, ad apprendere nozioni. Infatti tu utilizzi Potere Esterno quando parli con gli animali o quando ti fai trascinare dal vento. Ma per imparare ad usare dei canoni o dei comandi, oppure per riuscire a creare degli incanti, ovvero tutti metodi per ottenere azioni davvero molto speciali, ci vuole Potere Esterno e per ottenerlo occorre una grande consapevolezza”.

A quel punto Rigel si accorse che la figlia stava fremendo per uscire a giocare, e che aveva recepito solo le prime parole del suo discorso, dopo di che aveva smesso di ascoltare. Questa cosa la irritò e la preoccupò allo stesso tempo: lei doveva crescere una Guerriera, una futura Portatrice, mentre Betelgeuse era più simile ai piccoli Umani che non agli Sparkling, a parte il fatto che i bambini Umani giocavano con bambole e soldatini mentre Betelgeuse giocava col vento e con le creature della foresta.

“È arrivato il momento che questa figlia così selvaggia impari qualcosa d’importante, e da parte mia cercherò di rendere appassionante ciò che devo insegnarle come se fosse una bella storia o una favola” si disse Rigel.

Il giorno dopo madre e figlia si sedettero di fronte al camino, approfittando di una bufera invernale, e Rigel iniziò a parlare:

“Milioni di anni fa i nostri primi padri e madri vivevano molto lontano da qui, in un pianeta della Costellazione di Orione, un pianeta meraviglioso e assolutamente unico. Ma del resto, ogni pianeta, ogni astro, ogni corpo celeste è unico…”

Betelgeuse guardava fuori dalla finestra: le risultava strano che potesse esistere un qualsiasi posto nel Multiverso che fosse più bello del pianeta Terra. Lei era innamorata di quelle montagne, quei boschi, quel cielo ed era amica di ogni singola creatura animale o vegetale vivente su quella cima. Almeno per il momento, Betelgeuse non era minimamente interessata ad un’altra vita: tutto era più che perfetto così com’era!

Rigel, che ultimamente passava molto del suo tempo dentro la testa di sua figlia (che, peraltro, non se ne accorgeva minimamente) interruppe il racconto per domandarle:

“Devo proprio chiederti una cosa importante, Betel: tu veramente pensi che il Potere ci sia stato donato solo per giocare e trascorrere delle splendide giornate?” le chiese.

“Io… credo di sì – rispose la bambina serenamente – cosa c’è di sbagliato nelle splendide giornate, madre?”

Rigel sospirò e chiuse i battenti in legno sul vetro della finestra. Doveva fare un lungo discorso e aveva bisogno che la figlia non si distraesse.

FOLLOW ME IN MY FB PAGE
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x