LEGENDARY Vol1 Terza Puntata

Capitolo Tre

“In compenso il nuovo pianeta era una gioia per gli occhi: magnifici colori si vedevano ovunque, molti dei quali a loro totalmente sconosciuti”

Appena giunti su Terra, dopo un viaggio tutto sommato liscio come l’olio, gli Alaph si presero del tempo per abituarsi al nuovo pianeta. Non solo la gravità era molto diversa da quella di Piccolo Cosmo ma anche la percentuale di ossigeno era decisamente inferiore. Di conseguenza si sentivano goffi e pesanti e inoltre respiravano a fatica. In compenso il nuovo pianeta era una gioia per gli occhi: magnifici colori si vedevano ovunque, molti dei quali a loro totalmente sconosciuti. Crearono il loro quartier generale, con abitazioni semplici ma confortevoli, in un’area dal sottosuolo pieno zeppo d’oro, in una terra molto fertile che migliaia e migliaia di anni dopo sarebbe stata chiamata Mesopotamia. Costruirono una prima miniera e, con essa, i macchinari e gli strumenti utili per l’estrazione. Mentre la maggior parte degli uomini e donne Alaph si accingevano a trasformarsi in minatori, il gruppo dei leader si divideva fra l’organizzazione e lo studio del nuovo territorio.

Su Terra c’era un numero praticamente infinito di animali e piante, che gli Alaph dovevano imparare a conoscere il prima possibile. Alcuni animali, ad esempio, se casualmente avvicinati, potevano diventare estremamente pericolosi: quelli che loro chiamavano gli striscianti avevano un morso letale, mentre gli scattanti a macchie o gli scattanti neri avevano denti e artigli con cui potevano fare a brandelli un Alaph in pochi attimi. Le piante, poi, erano ancora più importanti: su Piccolo Cosmo anche gli Alaph avevano una dieta semi liquida, simile a quella dei Taw, anche se non così esclusiva. Oltre all’hagalj si nutrivano con vari frutti e foglie che maceravano nell’acqua semplice (a differenza dei Taw, gli Alaph non riuscivano a bere l’acqua sacra delle piogge, il loro esofago non era proprio in grado di trattenerla). Quindi il primo incarico di Kenthya su Terra era stato quello di trovare piante e frutti che potessero costituire un regime alimentare alternativo a quello di Piccolo Cosmo, compito che lei svolse in maniera ineccepibile. Mentre si trovava in esplorazione nella foresta, Kenthya  ebbe modo di avvistare un gruppo di quelli che ben presto scoprirono essere i principali abitanti del pianeta: delle creature a metà fra l’uomo e la scimmia, che camminavano come bipedi. Evidentemente erano quelle le scimmie-uomo di cui parlavano i vecchi resoconti degli esploratori Alaph. Kenthya ne era letteralmente affascinata, e finiva per trascorrere ore ed ore a osservarli. Quelle creature, nei loro confronti, erano miti e mansuete e provava una gran tenerezza per loro, ma ancora, dopo averli studiati a lungo, non si sentiva in grado di rispondere alla fatidica domanda che, fin dai primi giorni, le era stata posta da Chanda: “Sono animali o esseri consapevoli?”

Di sicuro non avevano un linguaggio, anche se emettevano dei suoni più o meno gutturali, però costruivano ed utilizzavano strumenti in pietra. Le femmine della specie curavano i piccoli, mantenevano il fuoco acceso e andavano in giro a raccogliere frutta mentre i maschi andavano a caccia di grossi animali erbivori.

In una di queste occasioni Kenthya rischiò di morire bruciata viva. Stava nella foresta quando gli ominidi diedero fuoco al bosco per costringere un grosso animale dotato di lunghe corna ad andare nella direzione in cui l’avrebbero massacrato. Se non fosse stato grazie a quel poco di Potere che anche gli Alaph possedevano sarebbe senz’altro morta. Quella volta tornò al quartier generale stanca e spaventata, ma finalmente aveva una risposta certa:

“Si nutrono di animali meravigliosi ed erbivori quindi non possono che essere animali a loro volta. Vanno addirittura a caccia di simili animali, e noi sappiamo che solo gli animali possono essere cacciatori! Infine hanno bruciato di loro iniziativa la foresta!!! Non credo che possa esistere gesto più orribile di questo… a meno che a compierlo, certo, non sia un essere inconsapevole!”

Passarono diversi anni, dal giorno in cui le due astronavi Alaph erano sbarcate su Terra. La raccolta dell’oro procedeva, ma non con la velocità preventivata da Chanda. Per velocizzare l’estrazione, approfittando dell’abbondanza di oro concentrato nelle viscere di Terra, gli Alaph costruirono altre miniere, ma dal momento che il numero dei minatori era sempre lo stesso, i capi dovettero aumentare i loro turni di lavoro, rendendoli veramente intollerabili. All’inizio i lavoratori Alaph strinsero i denti, pensando che questa nuova situazione sarebbe durata poco. Ma poi videro che più il tempo passava, più le cose peggioravano per chi doveva scendere in miniera e a quel punto i minatori e gli altri lavoratori organizzarono una vera rivolta: smisero di lavorare e impedirono a chiunque di accedere alle miniere. La “Missione Salvezza”, ormai da tempo ribattezzata “Missione Oro” stava per fallire definitivamente.

“Cosa possiamo fare? – domandò Chanda agli altri Alaph – i nostri lavoratori hanno ragione, ormai sono allo stremo, non possono andare avanti con questi ritmi, ma non ho alternative…”

Tutti rimasero in silenzio, riflettendo alla ricerca di un’idea che però non saltava fuori. Finché non parlò Kenthya:

“Una possibilità ci sarebbe, per quanto folle possa sembrare…”

E fu così che Kenthya suggerì di creare geneticamente dei lavoratori incrociando il loro seme Alaph con la razza ominide del luogo. Kenthya era esperta in quel campo, avendo lavorato a fianco di Lam per lungo tempo. Qualcuno si pose problemi etici, ricordando la promessa fatta ai Taw, ma venne rapidamente fatto tacere.

Così Kenthya, preparato rapidamente un bellissimo laboratorio, si mise subito al lavoro: i primi risultati furono catastrofici, le creature nascevano morte o orrendamente malformate, addirittura mostruose, in nessun caso adatte al lavoro. Passò nottate intere a pensare, meditare, formulare ipotesi.

“Ho bisogno di qualcosa, un potenziamento, un qualcosa che aiuti il mio lavoro, accidenti, ma non so cosa potrebbe mai essere” balbettò a Chanda.

“Io sì” rispose l’uomo togliendosi il medaglione che aveva al collo e porgendolo a Kenthya.

Sattva

Pur non sapendo in che modo utilizzare la Sattva degli Alaph, il solo fatto di averla lì nel laboratorio rese la nuova inseminazione un discreto successo rispetto a quelle precedenti. O almeno, Kenthya la pensò così: nacquero quattro creature dall’aspetto molto più scimmiesco rispetto agli ominidi, ma a parte questo erano sane e forti e sembravano anche mediamente intelligenti. Le creature crebbero e divennero forti e grosse in modo assolutamente imprevedibile ma, di pari passo, diventavano sempre meno amichevoli nei confronti del personale Alaph addetto alla loro cura. Inoltre fra di loro comunicavano con una sorta di telepatia appena inframezzata da qualche verso che non era mai casuale, ma aveva sempre un suo significato.

Al compimento del quarto mese di vita le creature erano alte più di due metri, grosse, forti e pelose come scimmioni, ma camminavano perfettamente su due gambe e sembravano molto più intelligenti degli ominidi da cui provenivano da parte materna. Erano però ancora dei cuccioli e di giorno in giorno crescevano di più. Chanda affrontò Kenthya:

“Allora, saranno in grado di lavorare oppure no? Se ne stanno lì nel loro recinto, serviti e riveriti, mangiano tonnellate di frutta e insomma, mi sembra controproducente continuare a trattarli così, non credi?”

Uno dei cuccioli creati da Kenthya

Allora Kenthya fu costretta a fare un primo esperimento di lavoro: le creature seguirono docilmente gli accompagnatori finché pensarono che le stessero conducendo al fiume (dove quasi ogni giorno si facevano il bagno), ma quando si accorsero che lo scopo della passeggiata era un altro puntarono i piedi senza muovere più un passo né avanti né dietro. Uno degli Alaph addetti a quella che tutti ormai chiamavano “la razza mostruosa” cercò di farli muovere con una scarica elettrica, cosa che provocò una forte reazione da parte di una delle creature che con una sola zampata uccise il suo guardiano.

Kenthya passò una notte e un giorno a piangere: anche la razza mostruosa in cui aveva riposto tante speranze l’aveva tradita! Chanda le comunicò che le creature sarebbero state uccise il giorno dopo, con un siringone di veleno per ognuno dei quattro.

“Sei pregata di far sì che non ci siano altre brutte sorprese” le intimò sconsolato.

Il giorno dopo gli Alaph di Kenthya blandirono le creature parlando loro di un nuovo fiume in cui le avrebbero portate a nuotare, con l’acqua fredda come ghiaccio, che le creature, stranamente, amavano molto. Così li condussero in un’altra stanza uno alla volta e riuscirono ad uccidere il primo senza problemi, mentre col secondo ci misero qualche minuto, in cui la creatura riuscì ad avvertire telepaticamente i fratelli, che stesero un paio di guardiani e riuscirono a fuggire, passando dal laboratorio dove sfasciarono e buttarono per aria tutto quello che poterono nel giro di un minuto o poco più, per poi saltare agilmente giù dalla finestra.

Gli Alaph non rividero mai più gli ultimi due componenti della razza mostruosa, per quanto cercassero di seguirne le tracce.  La cosa peggiore fu che quando andarono a risistemare il laboratorio distrutto dagli scimmioni si accorsero che la Sattva era sparita. Chanda la cercò personalmente, assieme agli Alaph più fidati, per diversi giorni, ma non ci fu niente da fare. A quel punto ogni sua certezza iniziò a vacillare, ma pur se al culmine della disperazione diede a Kenthya ancora un’ultima possibilità.

“Se fallirai anche questa volta abbandoneremo questa soluzione e questo pianeta, per tornare a casa sconfitti” disse con il morale sotto ai piedi.

Fu a quel punto che Kenthya ebbe una specie di ispirazione: evidentemente il seme degli Alaph era in qualche modo inadatto, incompatibile rispetto alla razza ominide con cui cercava di incrociarlo. Ma era praticamente certa che se avesse avuto anche solo poche gocce di seme Taw l’ibrido sarebbe andato a buon fine.

“Il DNA dei Taw è così potente, come ogni cosa che li riguarda, ma soprattutto è un DNA consapevole, al contrario del nostro… questa è l’unica soluzione possibile, ma dove posso mai trovarlo, qui su Terra, a migliaia di anni luce da Piccolo Cosmo?”

E poi, improvvisamente, si ricordò di una sorta di archivio dati biologico che Lam aveva voluto creare, tanto tempo prima, quando lei era appena diventata la sua assistente.

“Ho in mente un archivio biologico che registri dati su ogni creatura vivente di Piccolo Cosmo, animale e vegetale…” le aveva comunicato Lam.

“E questo archivio servirà a…” aveva sussurrato Kenthya.

Lam l’aveva guardata come se, all’improvviso, le fosse spuntata una seconda testa.

“Non ne ho la minima idea – aveva detto lui – o meglio: non ne ho la minima idea per adesso! Non si sa mai quando un archivio ci possa tornare utile, ma credimi, giovane assistente Alaph, quel momento arriva sempre”.

Per Kenthya si era trattato di un gran lavoro: per ogni creatura animale aveva raccolto DNA, seme, sangue, tessuto e per i vegetali la raccolta era stata ancora più certosina. Una volta ultimato l’archivio Lam gli aveva dato giusto un’occhiata e poi le aveva suggerito di trovargli una sistemazione. Non che occupasse troppo spazio, dal momento che aveva potuto utilizzare il sistema di miniaturizzazione Taw.

“Forse sono stata così lungimirante da portarlo con me quaggiù su Terra…” disse lei, correndo verso il magazzino che aveva fatto costruire proprio dietro al laboratorio. Impiegò almeno un’ora a frugare fra scaffali e armadietti, ma alla fine trovò il contenitore con tutti i lavori fatti su Piccolo Cosmo e poi miniaturizzati.

“Ed ecco qui l’archivio!” urlò eccitata, quindi prese una specie di grossa pasticca, la portò nel laboratorio, la infilò nel deminiaturizzatore, inserì alcuni dati e spinse il pulsante. In pochi attimi l’archivio biologico, in tutto il suo ingombrante splendore, apparve davanti ai suoi occhi.

Delicatamente controllò centinaia di vetrini finché non arrivò a quello che stava cercando: “Seme di maschio Taw”.  All’epoca Kenthya non si era trattenuta: c’era così tanto seme da poter fecondare centinaia e centinaia di ovuli.

“Adesso si fa sul serio!” gridò con gioia.

Capitolo Quattro

“Per gli Alaph erano come animali da lavoro. Quindi schiavi”

Come Kenthya aveva previsto, l’incrocio fra ominidi e Taw diede degli ottimi frutti. Le femmine ominidi in cui impiantavano gli ovuli fecondati avevano una gravidanza che poteva andare dai sette ai nove mesi, come la gravidanza delle donne Taw, e i bambini che nascevano erano sani e belli, ed esteriormente una perfetta via di mezzo fra le due specie: avevano il cranio allungato ma non così tanto come quello dei Taw, capelli nerissimi, lisci e folti come quelli degli ominidi e fisici forti, muscolosi, più alti degli ominidi ma non così tanto come i Taw. La cosa che li caratterizzava allo stesso modo dei Taw e degli Alaph erano gli occhi: nerissimi ma dotati della capacità di versare lacrime. Di carattere erano miti e gentili come entrambe le specie che li avevano generati. Inoltre erano, fin da piccoli, in grado di utilizzare il linguaggio degli Alaph (peraltro uguale a quello dei Taw) ed incredibilmente più intelligenti ed evoluti degli ominidi. Riguardo al Potere era ancora troppo presto poter dire in che modo avrebbe influito sulle loro vite, ma gli Alaph si premurarono di togliere dal loro DNA la possibilità di mettere al mondo una prole. La nuova specie, quindi, non avrebbe mai potuto svilupparsi e crescere indipendentemente. Per gli Alaph erano come animali da lavoro. Per dirlo con un termine meno ipocrita: schiavi.

In breve tempo il lavoro nelle miniere riprese alacremente: i Nuovi si sobbarcavano il grosso del lavoro, mentre i lavoratori Alaph fungevano da controllori o capogruppo. Finalmente Chanda riuscì ad accumulare oro alla velocità che aveva sempre considerato ottimale.

Ma anche fra gli Alaph c’era qualcuno che si poneva problemi di ordine etico. Jiva, uno degli anziani, ad esempio considerava sacra la promessa che avevano fatto a Mintaka in cambio delle astronavi. Quello che la sua gente stava facendo per lui era orribile sotto ogni punto di vista. Fino a quel momento Jiva aveva messo sul piatto della bilancia la sua assoluta fedeltà al popolo Alaph e a Chanda: in fondo era convinto che mai e poi mai Kenthya sarebbe riuscita a compiere ciò che si era ripromessa. Ma adesso era tutto diverso, adesso doveva fare il possibile per avvertire i Taw.

Va detto che comunicare telepaticamente a distanza di migliaia di anni luce era quasi impossibile, anche per un Taw. Figuriamoci un Alaph. Ma Jiva, d’altro canto, aveva sempre cercato di accrescere ed elevare il suo pur piccolo bagaglio di Potere, nel corso di tutta una vita.

Jiva sapeva che sarebbe stato lo sforzo più arduo che avesse mai tentato, ma anche il più importante. Si preparò così come i Taw gli avevano insegnato, per spremere, letteralmente, ogni goccia di Potere dal suo corpo. Quando sentì che il Potere si stava muovendo, chiamò Mintaka, e iniziò a ripetere il suo breve messaggio. Con la mente fece fare al messaggio per Mintaka lo stesso viaggio, ovviamente al contrario, fatto in astronave da Piccolo Cosmo a Terra, passando attraverso il worm-hole e poi avanti fino ad Orione.  Continuò in questo modo per tutta la notte. All’alba crollò al suolo morto.

Mintaka era immersa in meditazione profonda, in stato theta, quando il messaggio di Jiva la raggiunse. Come un pugno allo stomaco.

Radunò subito gli altri Taw e spiegò loro ogni cosa.

“Dovremo abbandonare il nostro amato Pianeta Sacro senza sapere se riusciremo mai a tornarci, ma quello che hanno fatto gli Alaph su Terra è nostra responsabilità, perché noi gli abbiamo fornito le astronavi per andare fin là e, soprattutto, perché la nuova specie che hanno creato per farne degli schiavi, a quanto pare ha il nostro sangue. Può darsi che Piccolo Cosmo riesca a curare se stesso ora che non ci vivrà più nessuno. O al contrario la sua morte sarà definitiva. Diciamogli addio e consideriamoci fortunati per essere nati e cresciuti sulla sua magica superficie…”

I Taw avevano un tenore di vita morigerato, per non dire austero, di conseguenza avevano solo pochissimi oggetti da portarsi dietro. In compenso avevano un rapporto molto speciale con una specie amica, i Micromene, che abitava, in grossi gruppi familiari, gli altissimi e folti alberi di uno dei luoghi più sacri di Piccolo Cosmo: la Foresta Viola. I Micromene avevano l’aspetto da lemuri, ricoperti da un morbido pelo bianco e nero, con enormi occhi tondi celesti. Avevano un vero e proprio linguaggio, fatto di canti. I Micromene cantavano continuamente, in coro, in duetto o da soli, per socializzare con gli altri Micromene o anche solo per esternare un sentimento, un’emozione. A volte, poi, cantavano per svolgere dei riti mistici e segreti, del tutto inaccessibili alle altre specie, Taw compresi. Queste particolari creature avevano un rapporto complesso e meraviglioso con due specie molto diverse sia da loro che fra loro: gli Alberi Viola, detti i Viola e i Taw.

Micromene

Una leggenda Taw narrava che ogni esponente della loro specie doveva nascere e vivere su Piccolo Cosmo una prima volta come Micromene, per poi tornare in un’altra vita come Taw. Questa, certo, era una leggenda, ma ogni leggenda ha un seme di verità, e per i Taw ancora molto giovani era una consuetudine bazzicare i Micromene e il loro ambiente allo scopo di ritrovare figli, nipoti, pronipoti o pro-pro-pronipoti: la prole, insomma, generata da loro stessi quando erano Micromene. Dopo un periodo di frequentazione, che poteva durare pochi momenti o lunghi anni, ad un certo punto avveniva il cosiddetto “ricongiungersi”: il giovane Taw riconosceva, in qualche modo, uno o più Micromene, che a loro volta riconoscevano lui. Insieme comunicavano telepaticamente, anche se i Micromene non si esprimevano con un tipico linguaggio, ma attraverso emozioni e immagini: da quel momento per un Taw diventava impossibile rinunciare a quel rapporto, che col passare del tempo diventava sempre più stretto ed intimo.

Nel mondo affettivo dei Micromene non esistevano solo i Taw, ma anche i Viola: alberi alti dai 150 ai 200 metri, dotati di un grosso volume, con rami lunghi, robusti e straordinariamente elastici, per non parlare del fogliame folto e morbido; foglie e corteccia erano colorate da diverse sfumature di violetto, fucsia e nero, per via del Potere che scorreva dentro alle piante assieme alla linfa. Fornivano una residenza confortevole e sicura ai Micromene, che saltavano di ramo in ramo, di albero in albero, come se stessero volando. Assieme alla casa, offrivano ottimo cibo, perché i Micromene si nutrivano principalmente con i frutti a forma di bacca allungata di cui i Viola erano ricchi in ogni stagione. Di contro i Viola amavano i canti dei Micromene, i cui suoni più acuti avevano la capacità di penetrare nella linfa e rendere più ricco e sostanzioso il nutrimento dell’albero: se i Viola crescevano così alti e forti era grazie a una concausa di Potere e Micromene. Durante gli attacchi dei Gu, Micromene e Viola mostrarono la forza della loro unione facendo crescere una sorta di bolla di Potere a protezione della loro Foresta, che divenne invalicabile perfino per i Taw.

Alberi Viola

In quei giorni, certo, i pochi Taw ancora vivi avevano ben altro a cui pensare, e in ogni caso non avrebbero potuto comunicare con gli amati Micromene poiché questi trascorsero cantando tutto il periodo intercorso fra il secondo attacco Gu ed il raggio gamma finale. Quando i Taw presero la decisione di abbandonare Piccolo Cosmo per raggiungere Terra andarono col cuore in pezzi a dire addio a quegli amici così speciali. I Micromene, che a onor del vero erano sempre stati una specie ferma e risoluta nel deliberare, arrivarono rapidamente a una decisione estrema: i cosiddetti “ricongiunti”, una trentina circa, non se la sentirono di salutare per sempre i loro amati Taw, anche per via della convinzione che in un viaggio così rischioso, lungo e pieno d’incognite, i loro amici non gliel’avrebbero mai fatta senza il loro costante supporto. Si separarono dal resto della loro specie e senza ripensamenti si avviarono verso un nuovo mondo sconosciuto. Tutti gli altri Micromene rimasero a casa assieme ai Viola, nella Foresta Sacra, che giorno dopo giorno diventava sempre meno viola, sbiadendo penosamente assieme al resto del pianeta.

Il canto dei Micromene

Capitolo 4 continua

(Tutti i diritti del romanzo, della parte scritta, appartengono alla sottoscritta Sandra Azzaroni e sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata.)

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