Tim O'Brien soldato nella guerra in VietNam

Come raccontare una vera storia di guerra

“Come raccontare una vera storia di guerra” è un racconto di Tim O’Brien, grande scrittore americano, di quelli non particolarmente conosciuti ma che hanno ispirato una generazione di scrittori e sceneggiatori. Questo racconto lo potete trovare nella raccolta “The things they carried” intitolata in italiano “Quanto pesano i fantasmi”. In questo articolo ne riporto solo pochi brani.

Ho sempre pensato che la guerra fosse una di quelle esperienze che, per raccontarle, le devi aver vissute. E quando dico vissute intendo vissute realmente, come soldato o come vittima, di certo non come inviato di qualche media che, di solito, se ne sta tranquillo nel suo hotel in attesa delle veline distribuite dalle forze militari che hanno il comando dell’area (i giornalisti come Ilaria Alpi sono più rari di un quadrifoglio nel deserto: Ilaria è morta perché, al contrario di tutti i suoi colleghi, pensava che il suo lavoro da inviata di guerra significasse entrare dentro alla guerra per poterla raccontare. Oggi Ilaria sarebbe disgustata da cosa sono diventati i media).

Come raccontare una vera storia di guerra: Ilaria Alpi
Ilaria Alpi, giornalista di guerra uccisa 28 anni fa in Somalia

Questo discorso vale non solo per la guerra ma un po’ per tutte le esperienze estreme, dure, profonde, drammatiche o anche superlative. Così come la guerra, non puoi capire l’eroina se non sei stato eroinomane, non puoi capire l’LSD, il peyote o altre droghe fortemente psicotrope se non le hai utilizzate, non puoi capire la musica, il suono, se sei nato non udente, non puoi capire cosa vuol dire vivere con una malattia mortale se non hai dovuto combatterci contro nel tuo corpo. Come vedete, la guerra, di qualsiasi tipo di guerra si tratti (politica, militare, medica, strettamente personale) è alla base di quasi tutto, nel nostro sfortunato pianeta.

Gli specchi del Pensiero Unico

In questo periodo, vediamo che la guerra in Ucraina ha molti specchi che la riflettono: lo specchio militare, lo specchio della propaganda occidentale, propaganda messa in atto dagli Stati Uniti d’America, e portata decisamente a buon fine dalla maggioranza dei media attuali, che dimenticando completamente ogni altra guerra più che spietata (vedi lo Yemen) e perfino argomenti come il Covid, che fino a dieci giorni fa monopolizzava TG e talk show, pretendono di raccontarci la guerra attraverso banalità, falsità, demagogia e tramite frasi e concetti ripetuti ancora e ancora finché la maggior parte della gente non inizia a ripeterli a pappagallo. La guerra è sempre orribile, ed è evidente che le vittime ucraine, a cui va tutta la mia solidarietà, stiano vivendo un incubo, ma improvvisamente sembra che la guerra ucraina sia l’unica nel mondo. Improvvisamente niente più Siria, Libia, niente più Palestina, niente più Balcani, Somalia, niente più Yemen, Afghanistan, Iraq. Niente più migranti che muoiono nel Mediterraneo in fuga da altre guerre che la propaganda ha deciso di cancellare dalle nostre memorie o migranti in fuga dalla miseria, miseria che in genere è provocata e sicuramente sfruttata da paesi occidentali e dai vari imperi sparsi nel mondo. Quindi, l’ultimo specchio è uno specchio cieco.

Come raccontare una vera storia di guerra: guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

Eppure, se cerchiamo di guardare bene vedremo che tutti questi specchi ci rimandano la stessa identica immagine, il famoso Pensiero Unicoche una volta veniva giustamente attribuito a paesi satelliti dell’Unione Sovietica mentre oggi appartiene in toto alle democrazie occidentali. I pochi che cercano di raccontare una versione leggermente diversa da quella ufficiale vengono attaccati e banditi dai media o – in alcuni casi – addirittura licenziati dal posto di lavoro, un po’ come fanno, in tutto il mondo, le tante sette/comunità ai loro appartenenti che non dimostrino fedeltà assoluta al capo e al suo credo. E dubito ci sia qualcuno disposto a sostenere che le varie Scientology siano luoghi democratici.

O’Brien e Washington

Dal momento che i campi in cui ho competenza sono, principalmente, letteratura e musica, ho scelto un racconto meraviglioso “Come raccontare una vera storia di guerra” scritto da un autore, Tim O’Brien, che ha combattuto come soldato semplice in VietNam, nella fanteria (il reparto che, in guerra, di solito se la vede peggio) e ha raccontato il VietNam in diversi libri. Una delle sue frasi sull’America e su Washington, città dove ha vissuto, mi ha colpita particolarmente: “Una città che si congratula ogni giorno con se stessa della propria ignoranza del mondo: una città che ci ha portato in Vietnam. Le persone in quella città che mi hanno mandato in guerra, sapete, non erano in grado di compitare il nome “Hanoi” nemmeno se gli suggerivi tre vocali.” In poche, geniali e sarcastiche parole O’Brien descrive l’arroganza del potere, l’ignoranza che il potere espone al mondo quasi fosse un vanto, la facilità con cui il potere fa scoppiare guerre per motivi che non sono mai, mai quelli dichiarati.

Come raccontare una vera storia di guerra: Tim O'Brien
Come raccontare una vera storia di guerra: Tim O’Brien

Ho ripreso, quindi, qualche brano da questo racconto sperando che O’Brien, con la sua conoscenza diretta dell’argomento guerra e con il suo pensiero molto lontano da qualsiasi “Pensiero Unico” possa aiutare a riflettere.

Come raccontare una vera storia di guerra, di Tim O’Brien

“Questa è vera. In Vietnam avevo un commilitone. Il suo vero nome era Bob Kiley, ma tutti quanti lo chiamavano Rat. Un suo amico muore ammazzato, e all’incirca una settimana dopo Rat si mette seduto e scrive una lettera alla sorella di questo tale. Le dice che aveva un fratello proprio in gamba, un amico e camerata di prima classe. Un soldato che più soldato non si può, afferma Rat. Poi le racconta alcuni episodi che confermano quanto ha appena detto, che suo fratello si offriva sempre volontario per roba per la quale nessuno si sarebbe mai offerto volontario in un milione di anni, roba pericolosa, come andare in ricognizione o partecipare a un pattugliamento notturno di quelli da incubo. Coglioni d’acciaio inossidabile, le assicura Rat. Sì, certo, un po’ matto, ma matto in senso buono, un vero rompicollo, perché gli piacevano le sfide, gli piaceva mettersi alla prova, uomo contro sgorbio.

Come raccontare una vera storia di guerra: il VietNam
Guerra in VietNam

In ogni modo si tratta di una splendida lettera, molto personale e toccante. Scrivendola, Rat quasi scoppia in lacrime. Gli vengono i lucciconi a raccontare di quanto siano stati bene insieme, di come suo fratello sia riuscito a far sembrare la guerra quasi divertente, facendo sempre il diavolo a quattro, dando alle fiamme interi villaggi e alzando nubi di fumo da tutte le parti. Un gran senso dell’umorismo, per giunta. Come la volta su quel fiume quando andò a pescare con un’intera dannata cassa di bombe a mano. Probabilmente la cosa più divertente mai accaduta nella storia mondiale, dice Rat, tutto quel sangue, circa venti miliardi di pescisgorbio che galleggiavano sull’acqua. Suo fratello sì che aveva l’atteggiamento giusto. Lui sì che sapeva come divertirsi.

…E poi la lettera si fa molto triste e seria. Rat qui ci riversa proprio il cuore. Dice che lui quel ragazzo lo amava. Dice che quel ragazzo era il miglior amico che lui avesse al mondo. Erano due anime in un nocciolo…

E poi che cosa succede? Rat spedisce la lettera. Aspetta due mesi. E quella stupida fica neanche gli risponde.”

Una vera storia di guerra non è mai morale

“Una vera storia di guerra non è mai morale. Non educa, non incoraggia la virtù, non suggerisce modelli di corretto comportamento e non impedisce agli uomini di fare ciò che essi hanno sempre fatto. Se una storia di guerra sembra morale, non credeteci. Se alla fine di una storia di guerra vi sentite edificati, o se avete l’impressione che dalla generale devastazione sia stato recuperato qualche minuscolo frammento di rettitudine, allora siete caduti vittime di un’antichissima e spaventosa menzogna. La rettitudine non esiste, come non esiste la virtù. Come prima regola empirica, perciò, la vera storia di guerra si può riconoscere dalla sua assoluta e intransigente fedeltà al male e all’oscenità.

Come raccontare una vera storia di guerra: la Siria
Come raccontare una vera storia di guerra: la Siria

Ascoltate Rat Kiley. Fica, dice. Non dice puttana. Certamente non dice donna, o ragazza. Dice fica. Poi sputa e ti fissa. Ha diciannove anni — tutto questo è troppo, per lui — perciò ti guarda con quei grandi, tristi, dolci occhi da assassino e dice fica, perché il suo amico è morto, e perché è così incredibilmente triste e vero: quella là neanche gli ha risposto. La vera storia di guerra si riconosce dal fatto che ti mette in imbarazzo. Se l’oscenità non ti piace, non ti piace neanche la verità; se la verità non ti piace, sta’ attento a come voti.”

Come raccontare una vera storia di guerra: Erano solo due ragazzi; non lo sapevano e basta.

“Il morto si chiamava Curt Lemon. Quel che successe fu che attraversammo un fiume fangoso e marciammo verso ovest tra le montagne, e il terzo giorno facemmo sosta nella giungla accanto a un punto in cui il sentiero si biforcava. Subito Lemon e Rat Kiley cominciarono a fare gli scemi. Non capivano quanto quel posto fosse inquietante. Erano solo due ragazzi; non lo sapevano e basta.

…così se ne andarono all’ombra di alcuni alberi giganteschi dalla chioma a quadruplo baldacchino, neanche un raggio di sole poteva attraversarlo, e lì cominciarono a ridacchiare… e a giocare a uno stupido gioco inventato da loro. Il gioco contemplava l’uso di bombe fumogene, che se uno non faceva stupidaggini erano del tutto innocue, e consisteva nello strappare la sicura dalla bomba e stando in piedi a qualche passo di distanza lanciarsela a vicenda all’ombra di quegli immensi alberi. Chi per paura si tirava indietro era una mammoletta. E se nessuno dei due si tirava indietro, la bomba faceva un piccolo schiocco e loro si trovavano immersi nel fumo e ridevano e ballavano e poi ricominciavano.

Come raccontare una vera storia di guerra: 2020, guerra in Libia
Guerra in Libia, 2020

È difficile spiegare cosa accadde subito dopo. Stavano semplicemente facendo gli scemi. Poi udii un rumore, immagino che doveva essere il detonatore, e allora mi gettai un’occhiata alle spalle e guardai Lemon uscire dall’ombra sotto il sole abbagliante. Il suo viso divenne a un tratto bruno e lucente. Un bel ragazzo, davvero. Intensi occhi grigi, magro, la vita sottile, e quando morì fu quasi bello, il modo in cui la luce del sole lo avvolse e lo sollevò e lo risucchiò in alto tra i rami di un albero coperto di muschio e liane e bianche corolle.”

La normalità serve a farvi credere le cose più pazzescamente incredibili

“In qualsiasi storia di guerra, ma soprattutto in quelle vere, è difficile separare ciò che è accaduto da ciò che è sembrato accadere. Ciò che sembra accadere diviene a sua volta accaduto, e così deve essere raccontato. Gli angoli visuali vengono distorti. Quando l’ordigno nascosto esplode, uno chiude gli occhi e abbassa la testa e fluttua all’esterno di se stesso. Quando qualcuno muore, come Curt Lemon, uno distoglie lo sguardo e poi torna a guardare per un istante e poi torna a distogliere lo sguardo. Le immagini si confondono; uno tende a lasciarsi sfuggire una quantità di cose. …In molti casi la vera storia di guerra è del tutto incredibile. Se ci credete, siate scettici. È questione di verosimiglianza. Spesso le cose più pazzesche sono vere e quelle normali no, perché la normalità serve proprio a farvi credere le cose più pazzescamente incredibili.

In altri casi la vera storia di guerra non si può neanche raccontare. Per qualche motivo, è semplicemente al di là del raccontabile. Questa, per esempio, l’ho sentita da Mitchell Sanders. Era quasi il crepuscolo…

Ricordo la quiete di quella mezza luce. Sul fiume che scorreva senza alcun rumore era sceso un cupo color rosso rosato… Era l’occasione giusta per una buona storia.”

Come raccontare una vera storia di guerra: gli inutili 20 anni di guerra in Afghanistan
Guerra in Afghanistan durata 20 inutili anni

Come raccontare una vera storia di guerra: Senti cose che nessuno dovrebbe mai udire

«Una squadra di sei uomini se ne va in missione sulle montagne per stabilirvi un posto di ascolto. L’idea è quella di trascorrere lassù una settimana. Devono soltanto rimpiattarsi e ascoltare eventuali movimenti del nemico. Con sé hanno una radio, perciò se sentono qualcosa di sospetto — qualsiasi cosa — non devono far altro che chiamare l’artiglieria o gli elicotteri da combattimento, quello che ci vuole. Per il resto devono attenersi nella maniera più assoluta alle norme valide in zona di operazioni. Silenzio assoluto. Ascoltare e basta.

Sanders mi gettò un’occhiata per accertarsi che avessi inquadrato la situazione. Intanto giocava col suo yo-yo, facendolo danzare con brevi, rapidi movimenti del polso.

Il suo viso era pallido nel crepuscolo.

Sicché, dicevo, questi tizi si addentrano nella boscaglia, mimetizzati da capo a piedi, e si rimpiattano e aspettano e questo è tutto, non fanno altro, se ne stanno distesi lassù per sette giorni di fila e semplicemente ascoltano. E come posto è spettrale, amico, te lo assicuro. Sono le montagne. Non puoi sapere che cosa vuol dire spettrale finché non ci sei stato. Giungla, all’incirca, solo che sei lassù tra le nuvole e c’è sempre questa nebbia, come pioggia, soltanto che non piove, tutto quanto è bagnato e vorticante e intricato e tu non ci vedi un accidente, non riesci neanche a trovarti l’uccello per pisciare. Come se tu non avessi neanche un corpo. Assolutamente spettrale. Ed entri in sintonia con i vapori, è come se in qualche modo la nebbia ti assorbisse… E i rumori, amico. I rumori arrivano lontanissimi. Senti cose che nessuno dovrebbe mai udire.

Sanders tacque per un istante, limitandosi a far andare su e giù lo yo-yo, poi mi sorrise.

Tutto parla. Gli alberi parlano di politica, le scimmie di religione. L’intero paese. Il Vietnam. Quel posto parla.

Come raccontare una vera storia di guerra: Yemen, marzo 2022
Guerra in Yemen, marzo 2022

«Così dopo un paio di giorni questi tizi cominciano a sentire una musica bassissima e stramba. Echi soprannaturali e via dicendo. Come una radio o qualcosa del genere, ma non è una radio, è questa strana musica sgorbia che viene direttamente dalle rocce… Loro cercano di ignorarla. Ma quello è un posto di ascolto, no? Perciò ascoltano. E ogni notte continuano a sentire quello strampalato concerto da sgorbi. Campanelli e xilofoni di ogni genere. Siamo in mezzo alla giungla, voglio dire, non può essere vero, non esiste, eppure c’è, come se le montagne fossero sintonizzate con quel cazzo di Radio Hanoi. Loro si innervosiscono, si capisce. Un tale si caccia nelle orecchie delle caramelle di gomma. A un altro quasi dà di volta il cervello. Il fatto è, però, che non possono fare rapporto e dire che sentono della musica. Non possono alzare la cornetta, chiamare la base e dire: “Ehi, ascoltate, abbiamo bisogno di un po’ di artiglieria, bisogna spazzar via questo gruppo rock di sgorbi svitati”.

… Perciò se ne stanno lì distesi nella nebbia e tengono la bocca chiusa. E quel che rende la cosa veramente brutta, capisci, è che quei poveri cristi non possono scavallare come al solito. Non possono alleviare la tensione con una battuta. Tra loro possono parlare solo sottovoce… Non fanno altro che ascoltare.

… e una notte cominciano a udire delle voci. Come a un ricevimento. Sì, quei rumori danno proprio l’impressione di un sontuoso, gigantesco ricevimento di sgorbi da qualche parte là, in mezzo alla nebbia. Musica, chiacchiericcio e robe varie. È pazzesco, lo so, ma sentono anche i tappi dello champagne. Sentono il tintinnio dei bicchieri da martini. Frivolo al massimo, tutto molto civilizzato, solo che quella lì non è affatto civiltà. È il VietNam.

Comunque sia, i tizi cercano di conservare il sangue freddo. Se ne stanno lì distesi e fanno finta di niente. E adesso non ci crederai, ma dopo un po’ cominciano a sentire della musica da camera. Sentono violini e violoncelli. Sentono questa meravigliosa voce da soprano vietnamita. Poi dopo un po’ cominciano a sentire musica operistica sgorbia e una società corale e il coro dei Ragazzi di Haiphong e un quartetto folk e strane litanie di tutti i generi e roba tipo Buddha-Buddha. E nel frattempo, nel sottofondo, c’è sempre il ricevimento che va avanti. Tante voci, e tutte diverse. Non voci umane, però. Perché sono le montagne. Mi segui? La roccia… parla. E anche la nebbia, e l’erba, e gli stramaledetti lemuri. Tutto parla. Gli alberi parlano di politica, le scimmie di religione. L’intero paese. Il Vietnam. Quel posto parla. Parla. Capito? Il Vietnam… parla davvero.»

L’intera guerra è lì in quello sguardo fisso

«I tizi non ce la fanno più. Cedono di schianto. Si mettono alla radio e chiedono di aprire il fuoco. Ottengono artiglieria ed elicotteri da combattimento. Chiedono l’intervento dell’aviazione. E te lo assicuro io, di quel cazzuto ricevimento ne fanno polpette. Per tutta la notte avvolgono quelle montagne in una cortina di fumo. Fanno frullato di giungla. Fanno saltare in aria alberi, società corali e qualunque altra cosa ci sia da far saltare in aria. E poi viene il momento di bruciare. Innaffiano le pendici di napalm. Fanno intervenire Cobra e F4, scaricano alto esplosivo, bombe incendiarie e cariche di demolizione. Fuoco dappertutto. Riducono quelle montagne in cenere.

Verso l’alba finalmente torna a scendere il silenzio. Come se uno non avesse mai udito veramente il silenzio prima d’allora. Una giornata di quelle opprimenti sul serio, di vera nebbia — solo nuvole e nebbia… Tutto è risucchiato nella nebbia. Non si sente il minimo rumore, solo che loro continuano a udirlo.

Come raccontare una vera storia di guerra: Stati Uniti invadono l'Iraq
Gli Stati Uniti quando invasero l’Iraq

Così fanno i bagagli e se la sgambano… Non una parola, quasi fossero sordomuti. Più tardi salta fuori questo ciccione di colonnello che gli chiede che diavolo è successo lassù… Voglio dire, hanno speso sei trilioni di dollari in munizioni, e quel culone di colonnello vuole delle risposte…

…Ma i tizi non aprono bocca. Si limitano a guardarlo per un po’, come divertiti, o quasi, come stupefatti, e l’intera guerra è lì in quello sguardo fisso. Il loro sguardo dice tutto ciò che non si potrà mai dire. Dice, amico, devi avere i tappi nelle orecchie. Dice, povero stronzo, non capirai mai — frequenza sbagliata — e comunque non hai nessun bisogno di saperlo. Poi salutano il rottinculo e se ne vanno, perché certe storie non si possono proprio raccontare.

La vera storia di guerra si può distinguere per il modo in cui non sembra mai concludersi. Né allora, né mai. Nemmeno quando Mitchell Sanders si tirò in piedi e si allontanò nel buio. Tutto questo è successo. Tuttora, in questo preciso istante, ricordo quello yo-yo.»

Come raccontare una vera storia di guerra: il piccolo bufalo d’acqua

«… Curt Lemon mise il piede su un proiettile da 105 trasformato in mina antiuomo. Stava giocando a palla rilanciata con Rat Kiley, ridendo, e poi morì. Gli alberi erano fitti; impiegammo quasi un’ora ad aprire una zona d’atterraggio per l’evacuazione della salma. Più tardi, in alto sulle montagne, ci imbattemmo in un piccolo bufalo d’acqua vietcong. Che ci facesse lassù, non lo so — non c’erano fattorie né risaie — ma lo rincorremmo, lo acchiappammo, lo legammo con una corda e ce lo tirammo dietro fino a un villaggio abbandonato dove ci sistemammo per la notte. Dopo cena Rat Kiley gli andò vicino e gli carezzò il naso. Aprì una scatola di razione C, maiale e fagioli, ma il piccolo bufalo non era interessato. Rat strinse le spalle. Fece un passo indietro e gli sparò al ginocchio della zampa anteriore destra. L’animale non emise un suono. Piombò a terra, poi si rialzò, e Rat prese accuratamente la mira e con un altro colpo gli portò via un orecchio. Gli sparò nel deretano e nella piccola gobba sulla groppa. Gli sparò due volte nei fianchi. Non voleva ucciderlo; voleva fargli male. Gli accostò la canna del fucile alla bocca e con uno sparo gliela portò via. Nessuno disse granché. Tutti gli uomini del plotone stavano lì a vedere, provando una gran varietà di sentimenti, ma non è che in loro ci fosse grande pietà per il piccolo bufalo d’acqua.

Migranti in fuga da guerre e miseria naufraghi nel Mediterraneo
Migranti in fuga dalle guerre fanno naufragio nel Mediterraneo

Fece saltar via la coda. Fece saltar via pezzi di carne sotto le costole. Tutt’intorno a noi c’era puzzo di fumo e sporcizia e fitta vegetazione verde cupo, e la serata era umida e caldissima. Rat mise l’arma in automatico. Ora sparava a casaccio, quasi con indifferenza, brevi, rapide raffiche nella pancia e nelle natiche. Poi ricaricò, si accovacciò e gli sparò al ginocchio anteriore sinistro. Di nuovo l’animale piombò a terra e cercò di rialzarsi, ma stavolta non ci riuscì. Ondeggiò e crollò su un fianco. Rat gli sparò al naso. Si chinò in avanti e gli sussurrò qualcosa come rivolgendosi a un animale da compagnia, poi gli sparò alla gola. Per tutto questo tempo il piccolo bufalo rimase in silenzio, o quasi in silenzio, solo un lieve rumore gorgogliante da dove prima aveva avuto il naso. Giacque immobile. Niente si muoveva tranne gli occhi, che erano enormi, le pupille lucide, nere e mute.

… Qualcuno diede un calcio al piccolo bufalo. Era ancora vivo, sebbene per poco, giusto negli occhi. «Sconvolgente» disse Dave Jensen. «In vita mia, non ho mai visto niente del genere.» «Mai?» «Manco per niente. Neanche una volta.» Kiowa e Mitchell Sanders presero per le zampe il piccolo bufalo. Lo trasportarono attraverso il piazzale, lo tirarono su di peso e lo buttarono nel pozzo del villaggio. Poi, ci sedemmo in attesa che Rat Kiley tornasse in sé. «Sconvolgente» seguitava a dire Dave Jensen. «Una piega assolutamente nuova. Mai visto niente del genere.»

Mitchell Sanders tirò fuori lo yo-yo. «Beh, questo è il Nam» disse. «Il giardino del Male. Quaggiù, amici, ogni peccato è nuovo e originale al cento per cento.»

Violenze sessuali su milioni di bambini in zone di guerra: Yemen, Somalia, Afghanistan
Guerre in Yemen, Somalia e Afghanistan che hanno portato a un numero esorbitante di violenze sessuali su bambini

La purezza estetica dell’assoluta indifferenza morale

«…Come si fa a generalizzare?

La guerra è un inferno, ma questa non è nemmeno una mezza verità, perché la guerra è anche mistero e terrore e avventura e coraggio e scoperta e santità e pietà e disperazione e desiderio e amore. La guerra è indecente; la guerra è divertente. La guerra è emozionante; la guerra è una sfacchinata. La guerra ti rende uomo; la guerra ti rende morto. Le verità sono contraddittorie. Si può sostenere, per esempio, che la guerra è grottesca. Ma in verità, la guerra è anche bellezza. Nonostante tutto il suo orrore, non si può fare a meno di restare a bocca aperta di fronte alla tremenda maestà del combattimento. Fissi i proiettili traccianti che si snodano nell’oscurità come nastri rosso brillante. Ti acquatti per l’imboscata mentre una luna fredda e impassibile si leva nel cielo notturno sopra le risaie. Ammiri la fluida simmetria delle truppe in movimento, le armonie di suono, forma e proporzione, i torrenti di fuoco e metallo che grondano da un elicottero da combattimento, i proiettili illuminanti, il fosforo bianco, il bagliore porpora e arancio del napalm, la luce accecante dei razzi. Non si può propriamente chiamare bello. È stupefacente. Riempie lo sguardo. Si impossessa di te. Tu lo trovi orribile. I tuoi occhi no. Come un devastante incendio boschivo, come il cancro al microscopio, qualsiasi battaglia o bombardamento o sbarramento di artiglieria possiede la purezza estetica dell’assoluta indifferenza morale — una poderosa, implacabile bellezza — e la vera storia di guerra a questo proposito ti dice la verità, in tutta la sua bruttezza.

Generalizzare sulla guerra è come generalizzare sulla pace. Quasi tutto è vero. Quasi nulla è vero.

… Dopo lo scontro a fuoco, c’è sempre l’immenso piacere di essere vivi. Gli alberi sono vivi. L’erba, il suolo, tutto… In mezzo al male, cerchi di essere un brav’uomo. Cerchi il decoro… In tutto questo c’è una specie di generosità, una specie di devozione. Per quanto strano sia, non sei mai tanto vivo come quando sei quasi morto.

La vera storia di guerra non parla mai di guerra

Come raccontare una vera storia di guerra: Somalia, caos e miseria
Somalia, caos, miseria e desolazione: uno Stato senza Stato

«… Vent’anni dopo, posso ancora scorgere il sole sul viso di Lemon. Lo vedo voltarsi a guardare Rat Kiley; poi rise e fece quel curioso mezzo passo dall’ombra alla luce del sole, il viso improvvisamente bruno e lucente, e quando il suo piede toccò terra, in quell’istante, deve aver pensato che fosse la luce del sole a ucciderlo. Non era la luce del sole. Era un proiettile da 105 trasformato in mina antiuomo. Ma se mai riuscissi a raccontare questa storia nel modo giusto, come il sole parve raccogliersi intorno a lui e sollevarlo e innalzarlo fin lassù tra i rami dell’albero, se riuscissi in qualche modo a ricreare il fatale biancore di quella luce, la rapida vampata, l’evidente rapporto di causa ed effetto, allora anche voi credereste all’ultima cosa a cui credette Curt Lemon, che per lui deve essere stata la verità definitiva.

… E alla fine, naturalmente, la vera storia di guerra non parla mai di guerra. Parla della luce del sole. Parla di quella maniera tutta particolare in cui l’alba si propaga sul fiume quando sai che devi attraversarlo, quel fiume, e marciare verso le montagne e fare cose che hai paura di fare. Parla di amore e di ricordi. Parla del dolore. Parla di sorelle che non rispondono alle lettere e di gente che non riesce ad ascoltare.»

Poche parole per finire

Il mio consiglio è quello di comprarvi il libro di Tim O’Brien e leggervi tutto il racconto per intero e gli altri bellissimi racconti della raccolta. Che siate o meno followers del Pensiero Unico, almeno avrete letto un gran bel libro. In questi tempi falsi, tristi, dove ingiustizia, banalità e avidità regnano sovrane, anche se travestite da “democrazia” leggere un gran bel libro è già qualcosa…

Con tutta la nostra solidarietà per il popolo ucraino, solidarietà che non verrà mai meno, vi ricordo solo alcune delle guerre dimenticate, cancellate dalla nostra memoria, in modo così facile, come toccare col dito un semplice “delete” sul telefonino:

15 agosto 2021 Il presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, nel marzo dell’anno scorso, aveva dato mandato di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità in Afghanistan. Ma il Dipartimento di Stato USA l’aveva definita “un’azione scioccante” opponendosi a ogni indagine (by Peacelink.it)

21 Gennaio 2022 Yemen, raid aerei dell’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi: più di 200 vittime, tra loro anche civili e 3 bambini (by Il Fatto Quotidiano.it)

3 Marzo 2022 Stanno aumentando negli ultimi mesi le vittime civili del conflitto nello Yemen, che da 7 anni oppone le milizie Houthi filoiraniane alla Coalizione governativa guidata dall’Arabia Saudita. I contendenti di entrambe le parti non risparmiano bambini, scuole, ospedali, mercati, prigioni. Un Paese al collasso, dove è in corso la più grave crisi umanitaria al mondo, con 20 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti e 4 milioni di sfollati. A marzo si rischia che 8 milioni di persone rimangano senza cibo perché non è stato deciso il rifinanziamento degli aiuti internazionali (by AgenSir.it)

28-12-2021 La strage nel Mediterraneo non si ferma. Ancora decine di cadaveri che il mare restituisce impietoso, sulle spiagge della Libia come su quella della Grecia qualche giorno fa, davanti agli occhi di un mondo distratto: una strage evitabile, quella di chi fugge dall’inferno libico, pervicacemente consentita dai governi.

Il nostro malinteso interesse nazionale ha prevalso sui diritti umani delle persone coinvolte: più naufraghi abbiamo bloccato o riportato indietro, maggiore è stata la soddisfazione dei ministri e dei governi che si sono succeduti in questi anni, anche quelli di centro sinistra purtroppo; meno ne arrivano sulle nostre coste più ne rimangono nelle carceri libiche a subire torture, stupri, ad essere venduti come schiavi, a morire. Non c’è nulla di cui essere soddisfatti. Respingimenti illegali delegati a milizie senza scrupoli che fingono di intervenire per salvare quelli che dovrebbero essere naufraghi e che sono invece prede, materia di scambio e di ricatto. (by Il Manifesto)

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