Intervista a Laura Salvinelli, la fotografa che dà forma e vita ai ricordi

“Sono venuto” pensò Honda “nel luogo del nulla, dove ogni ricordo è cancellato.”  Yukio Mishima “La decomposizione dell’angelo”

Laura Salvinelli non è solo un’artista, una grande fotografa di fama internazionale, specializzata nel difficile ambito della fotografia sociale, ma anche una persona davvero bella e rara: empatica, amorevole, solidale, animalista e sincera. Fisicamente sembra uscita da un dipinto di Klimt: alta, magrissima, occhi azzurri, capelli rossi e carnagione eterea. La sua casa è semplice e affascinante, piena di foto e oggetti speciali riportati dai luoghi più remoti della terra. La mia componente “bambina” vorrebbe frugare nel baule antico e orientale che ha in ingresso, e lei è così gentile che, se glielo chiedessi, probabilmente me lo lascerebbe fare.

Domanda: La tua carriera da fotografa è iniziata con cinema e musica, campi in cui hai lavorato per quasi vent’anni. Dopo di che sei passata dal fotografare Keanu Reeves alle ragazze di un carcere minorile in Kenya. Non è proprio un percorso normale: come ci sei arrivata?

Laura Salvinelli: Ho sempre seguito i miei sogni. Da bambina ero ossessionata dal voler dimostrare la verità dei sogni. Quando sognavo di stringere un oggetto speciale nelle mani pensavo che, al risveglio, ritrovandomelo in mano, avrei dimostrato che il sogno era vero. Ma ovviamente l’oggetto spariva sempre. Poi, a 21 anni ho iniziato a fotografare professionalmente, e ho avuto la fortuna di avere un maestro come Peppe D’Arvia che mi ha preso come assistente, senza scuole, e quando nella prima settimana di lavoro ho visto l’immagine apparire nella bacinella in camera oscura, ho realizzato che finalmente si era avverato il passaggio da una dimensione all’altra. Il sogno era vero e l’oggetto non sarebbe più sfuggito dalle mie mani. Poi, per tanti anni ho fatto ritratti, perché io sono una ritrattista, e vivendo a Roma ritraevo personaggi dello showbusiness o politici.

Intervista a Laura Salvinelli: Keanu Reeves in "Little Buddha" 1992 by Laura Salvinelli
Keanu Reeves in “Little Buddha” 1992 by Laura Salvinelli
Intervista a Laura Salvinelli: girls behind the bars Kenya by Laura Salvinelli
Girls behind the bars, Kenya 2005, by Laura Salvinelli

Ma, piano piano, mi accorgevo che i lavori che facevo per i miei clienti, maschi o femmine, erano tanto più belli – dal mio punto di vista – quanto meno assomigliavano a loro, o all’idea omologata e mercificata del loro aspetto, soprattutto per ciò che concerne il corpo femminile. Nel frattempo sono passati venti anni ed è arrivato l’11 settembre 2001: stavo fotografando un’attrice tedesca quando mi ha telefonato un’amica dicendomi di guardare la televisione e ho visto quelle immagini pazzesche del crollo delle Torri, e non dico che sia stata un’illuminazione sulla via di Damasco, perché era tempo che pensavo di fare, sempre in ambito fotografico, qualcosa di diverso, ma ho deciso di mettere le mie capacità al servizio di qualcosa di utile, di vero. E dopo poco sono andata in Afghanistan, che è il luogo della Terra in cui ho più lavorato e che amo particolarmente.

Intervista a Laura Salvinelli: Mercante, Afghanistan 2003 by Laura Salvinelli

Domanda: Ho letto sul tuo blog questa frase, a proposito del tuo lavoro: the invisible beauty of the weak. Quindi l’invisibile bellezza di ciò che è fragile. Cosa significa per te?

Laura Salvinelli: Sì, è una percezione che appartiene al cuore. Forse anche perché sono donna, mentre il fotografo/reporter uomo può avere uno sguardo più predatorio. Io vado d’istinto verso ciò che è debole, anche perché significa riconoscere la parte debole che hai dentro, che non tutti vogliono vedere. La fragilità, così come l’ombra e la luce, appartiene a ognuno di noi, e riconoscerla in se stessi aiuta a entrare in contatto con la fragilità altrui; è in questo contatto che trovi la vera bellezza, di solito intrecciata con la sofferenza.

Intervista a Laura Salvinelli: bambino lavoratore Pakistan 2013 by Laura Salvinelli
Bambino lavoratore, Pakistan 2013 by Laura Salvinelli

Domanda: Fra le tante foto che hai fatto, ce n’è una che senti più tua, o un servizio che in qualche modo ti è entrato nell’anima?

Laura Salvinelli: la foto che forse amo di più appartiene al reportage che ho fatto in Afghanistan sul buzkashi, nato come una competizione di guerra e diventato uno sport violentissimo, il più violento del mondo, dove i cavalieri si devono impossessare di una carcassa di capra e mandarla in una zona delimitata. Nel frattempo si muovono a velocità pazzesca tutti insieme e non ci sono regole. Possono usare la frusta sugli altri cavalieri e cavalli e fare qualsiasi cosa. Il gioco nel gioco, poi, è che il pubblico deve stare vicinissimo, senza muoversi, finché non arriva questo enorme gruppo di cavalli al galoppo e allora la gente inizia a correre, caricata dai cavalli. Io ero vestita da uomo perché le donne non sono ammesse, e cercavo di stare in mezzo al campo e il più vicina possibile ai cavalli.

Intervista con Laura Salvinelli: Buzkashi, Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli
Buzkashi, Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli
Buzkashi Portrait, Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli

Nella foto di cui parlo c’è moltissimo dentro: innanzi tutto il mio amore per gli animali; non ho mai paura di stare vicino agli animali, nemmeno in situazioni pericolose. Quel giorno c’era finalmente una luce morbida, perfetta e all’improvviso, guardando un cavallo con la testa all’indietro ho avuto un ricordo: nello studio di mio padre c’era una gigantografia di Guernica grande tutta la parete, e nell’immagine di quel cavallo ho rivisto una parte di Guernica, perciò qualcosa che avevo dentro, qualcosa che per me significava “home”, e mentre arrivavano decine e decine di cavalli al galoppo verso di me sono rimasta immobile, ho messo perfettamente a fuoco e scattare è stato come un miracolo. Mi ero avvicinata fino al massimo che la messa a fuoco mi consentisse, e quindi ero a un metro da quel cavallo bianco, che ho toccato, mentre tutti gli afghani mi guardavano strabiliati.

Intervista a Laura Salvinelli: Buzkashi/Guernica 2013 by Laura Salvinelli
Buzkashi/Guernica Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli

Quella foto “Buzkashi/Guernica” è comunque un ritratto, anche se un ritratto in azione. Invece, come foto di ritratti più “classici”, amo molto il reportage che feci per Internazionale alle ragazze kenyote rinchiuse in un carcere minorile, dove c’erano di base solo ragazzine di strada, arrestate per vagabondaggio o costrette a prostituirsi. Per avere il permesso di entrare nel carcere ho dovuto organizzare un corso di fotogiornalismo. Sono riuscita a stare ben tre settimane con queste ragazze, e piano piano io conoscevo tutto di loro e loro si erano talmente abituate a me che ero diventata invisibile. E questo è il sogno del reporter, diventare invisibile, perché in ogni situazione che vuoi fotografare basta che tiri fuori l’attrezzatura e tutto cambia. Questa invisibilità mi ha permesso di scattare foto bellissime assolutamente naturali, fra cui, la mia preferita, quella di una ragazza seduta che legge Oliver Twist, libro che racconta una storia uguale a quella di tutte le ragazze rinchiuse in quel carcere: il bambino che rimane solo per strada e finisce nelle mani della microcriminalità.

Intervista a Laura Salvinelli: girls behind the bars "Oliver Twist" Kenya 2005 by Laura Salvinelli
Girls behind the bars “Oliver Twist” Kenya by Laura Salvinelli

Domanda: tu hai scelto di raccontare la parte del mondo più fragile, più povera. Se dovessi fotografare l’altra parte del mondo, quella opulenta, capitalista, che foto faresti?

Laura Salvinelli: di sicuro non fotograferei politici, perché fotografandoli promuovi la loro immagine e fai il loro gioco. Di primo acchito mi piacerebbe fotografare la contraddizione, ma avendo io una vena estetica molto forte, so anche che la bellezza può essere un’arma e quindi va controllata. Ad esempio nei posti di guerra mi sono sempre rifiutata di lavorare per i militari, perché avrei rafforzato la loro immagine. Poi con i militari non hai nessun controllo su quello che puoi fotografare, e più sono importanti e più ti impediscono di fare il tuo lavoro. L’ultima guerra che i reporter hanno potuto seguire e fotografare è stata quella del Viet-Nam.

Domanda: Parlando di guerra, lavorare col dolore della gente, se sei una persona empatica, ti può far soffrire molto. Ogni tanto ripenso a quel film di Katryn Bigelow “The hurt locker”, dove c’è l’artificiere che affronta e disattiva bombe con l’insostenibile leggerezza dell’essere, quasi con piacere, mentre nel rapporto con moglie e figlio neonato, in licenza, prova solo depressione. Gli domandano “Qual è il modo migliore per disinnescare quelle cose?” e lui risponde “Quello in cui non si muore.” Il suo hurt locker è chiaramente la dipendenza dall’adrenalina, che viene anche chiamata Dipendenza da Ricerca del Rischio Estremo (DRRE). Qual è il tuo hurt locker, se ne hai uno?

Laura Salvinelli: In quel film ti mostravano benissimo il meccanismo di dipendenza dalla guerra, e questa è una cosa che succede. Quando sono stata in Libano per la Croce Rossa Internazionale ho lavorato proprio in mezzo alle pallottole e ho provato quella sensazione. Volevo rimanere un mese ma alla fine, per fortuna, sono stata lì solo per dieci giorni, e dieci giorni in mezzo alle pallottole mi hanno fatto tornare drogata, perché in quelle situazioni ti senti vivo come non mai, e nonostante i sensi di colpa ti ricordino che stai provando piacere sulla morte altrui, solo perché hai avuto la fortuna di essere ancora viva, la dipendenza rimane ed è una cosa che provano tutti quelli che lavorano fuori, in situazioni di guerra ed emergenza, militari, reporter, medici ecc.

Intervista a Laura Salvinelli: Tripoli, Libano, 2014 by Laura Salvinelli
Tripoli, Libano, 2014 by Laura Salvinelli

Per non farmi soffocare dalla sofferenza, invece, lavoro molto con immagini interiori, in una sorta di auto-analisi. Infine, il sentirsi utile è fondamentale. La seconda volta che andai in Afghanistan fui catapultata in un ospedale, nel centro grandi ustioni. C’erano tutte donne che si erano date fuoco ed era un tunnel dell’orrore: donne bruciate anche fino all’80% della superficie del corpo, in una situazione di dolore assoluto, senza anestesia, e ho pensato che non ce la potevo fare. Poi ho capito che queste donne erano ribelli: si davano fuoco per ribellione, altrimenti avrebbero continuato a vivere in apatia e depressione come la maggior parte delle donne afghane. Questo mi ha fatta sentire in connessione con loro, che soffrivano dolori al cui confronto il mio non era nulla. Una di loro, subito prima di morire, mi ha fatto cenno con la mano di avvicinarmi e mi ha detto “Foto”, in afghano. Allora ho iniziato a lavorare perché ho capito che quelle storie andavano raccontate.

Intervista a Laura Salvinelli: ragazza tibetana, 2004 by Laura Salvinelli
Ragazza tibetana, 2004 by Laura Salvinelli

Domanda: Il villaggio degli elefanti? Quello che non sono riuscita a capire è: quegli elefanti erano felici o no?

Laura Salvinelli: Gli elefanti sono animali selvatici e non sono fatti per vivere in cattività, difficilmente si riproducono e i maschi adulti a volte impazziscono. Detto ciò quello era il più grande tempio in India, a Kerala, dedicato a Ganesh, dio con la testa d’elefante, e lì gli elefanti non stavano in gabbia, erano liberi, ben nutriti e lavati in uno stagno che non era né grande né profondo, ma comunque erano ben accuditi.

Villaggio degli elefanti, Kerala, India 2007 by Laura Salvinelli
Villaggio degli Elefanti, Kerala, India, 2007 by Laura Salvinelli
Villaggio degli Elefanti, Kerala India, 2007 by Laura Salvinelli

La prima volta che andai lì rimasi per circa dieci giorni; ogni giorno andavano e venivano turisti indiani, facevano due foto e via, mentre io, da sola, stavo sempre lì. Un giorno i guardiani degli elefanti volevano andare alla partita di cricket, mi sono venuti tutti intorno dicendo, col loro inglese divertentissimo: “Senti Madam, tu hai visto tante volte, tu adesso sai fare tutto, noi andiamo a vedere la partita.” Hanno tagliato una noce di cocco in due e mi hanno messo i gusci grossi e rasposi in mano indicandomi un elefante gigantesco, maschio, di 41 anni, dicendo: “Tu sai come, lui fa tutto” e mi sono ritrovata, quasi al tramonto, da sola con quest’elefante enorme e i due gusci di noce che servivano per grattarlo, per fargli una sorta di scrub.

Villaggio degli elefanti, Kerala India 1996 by Laura Salvinelli

Lui entra nello stagno, si sdraia e si rovescia, col pancione all’aria e gli occhi chiusi. Io mi avvicino lentamente ed entro nell’acqua putrida e quando lui ha capito che ero completamente imbranata ha iniziato con la proboscide ad annusarmi e toccarmi. La cosa pazzesca è che mentre la pelle degli elefanti è durissima, la proboscide è morbida e umida ed è un contatto meraviglioso. Allora ho detto “Beh, proviamoci” e ho iniziato a grattarlo, piano piano, con i gusci di noce, e lui, come un gatto enorme, quando mi stancavo e mi fermavo apriva l’occhio e mi guardava. Dopo un po’ mi ero messa, bagnata fradicia, a cavalcioni del suo grosso collo e gli aprivo il labbro, gli contavo i denti, gli tiravo su l’orecchio e provavo un amore sconfinato. Se non fosse stato così grosso avrei voluto portarlo a casa! Il contatto con gli animali deve essere fisico, e allora è una cosa meravigliosa…

giovane uomo vestito e truccato per festa in Niger 2018 by Laura Salvinelli
Giovane uomo vestito e truccato per festival in Niger, 2018 by Laura Salvinelli

Domanda: Com’è la salute della fotografia, in generale?

Laura Salvinelli: Ovviamente è in declino, come mezzo che diventa per certi versi obsoleto, ma soprattutto perché è legata all’editoria, ai giornali, ed essendo l’editoria in crollo porta giù con sé anche la fotografia. La cosa positiva, invece, è che la fotografia è stata sdoganata nel mondo dell’arte, dove è difficilissimo accedere, però non ci sono mai state così tante mostre e i fotografi, finalmente, sono riconosciuti come artisti. Prima non potevamo entrare nei musei, adesso sì, e questa è una buona cosa.

Murale sulla mostra contro la mutilazione genitale femminile con foto di Laura Salvinelli, New York City 2019

Subito prima del Covid Laura stava preparando una mostra sulla natività in Afghanistan, sponsorizzata da un’importante associazione, e realizzata insieme a un altro lavoro fatto per Emergency, mostra che doveva essere inaugurata il 18 maggio ma poi con la pandemia tutto si è bloccato e in questo caso la situazione è ancora ferma. Laura, però, sta portando avanti quattro altri progetti ed è una donna incredibilmente positiva ed ottimista. Il suo sito, www.laurasalvinelli.com raccoglie tutti i lavori meravigliosi, reportage, collaborazioni, mostre, libri, fatti da Laura nel corso della vita e le foto sono in alta definizione: fate un piacere a voi stessi, visitatelo.

Tutte le foto sono pubblicate col permesso di Laura Salvinelli

PrimaValle Epidemic Fase 4

“Tu uomo! No capace?”

Covid o non Covid, è arrivata l’estate. Abbiamo tirato fuori dallo sgabuzzino i vecchi ventilatori cinesi – vecchi per modo di dire, hanno solo due anni – per constatare, con orrore, che uno dei due era morto. È morto così, senza alcun motivo apparente. Aveva il suo solito aspetto plasticamente allegro, così grazioso nel suo colore bianco-verde acqua e nemmeno una vite fuori posto. Eppure era morto. Quand’è così, non riesci facilmente a fartene una ragione, e abbiamo tentato la rianimazione più volte, ma non c’è stato nulla da fare.

Primavalle Epidemic fase 4:  ventilatore morto
Il ventilatore cinese morto prima del tempo

Ho detto a Ettore:

“Vai dai cinesi a comprarne uno nuovo, di quelli da 19 euro, ma che sia già montato, mi raccomando!”

Credetemi, non è un fatto di imbranataggine. Abbiamo montato con successo mobili Ikea, i vecchi mobiletti da computer di una volta che avevano un sacco di mensole da tutte le parti, armadi da giardino, il lettino di mio figlio da piccolo, ma i ventilatori cinesi… per quelli credo ci voglia una laurea in ingegneria. O la capacità di vedere il mondo in quattro o cinque dimensioni, capacità che, purtroppo, non possiedo.

Ettore è tornato, chiaramente, con lo scatolone in mano e il ventilatore tutto da costruire. La cinese del negozio gli aveva detto:

“Facilissimo da montale!” e lui, di conseguenza, le aveva creduto.

Ci siamo messi lì, in soggiorno, con santa pazienza, abbiamo tirato fuori tutti i pezzi e, un po’ col ragionamento (primo errore) un po’ guardando il ventilatore morto abbiamo costruito una cosa, che assomigliava ad un ventilatore ma aveva un’aria infelice e macilenta. Inoltre, non si reggeva in piedi e nemmeno funzionava. Dopo due o tre ore calde e infernali in cui abbiamo fatto e disfatto il tutto più volte, tentando anche un audace ibrido, per la serie “uniamo la parte di sotto del morto con la parte di sopra di quello vivo” ci siamo arresi.

“Che ti avevo detto? Se non è montato non lo prendere!”

“Sì ma la cinese ha detto che è facilissimo da montare”

“Certo, cosa volevi che ti dicesse?”

“Ma già montati non c’erano”

“Ma io te l’avevo detto!” e così via.

Primavalle Epidemic fase 4: Ritorno al negozio

Alla fine abbiamo smontato definitivamente La Cosa, infilato tutti i pezzi nello scatolone e Ettore si è ripresentato al negozio. La cinese, come l’ha visto, si è messa le mani nei capelli:

“No liesci montale?”

“No, non ci siamo riusciti”

“Tu uomo! No capace?”

“Sembra di no…”

“Uffffff” ha sbuffato lei.

Primavalle Epidemic fase 4: donna cinese con mascherina

A quel punto si è messa per terra, piccola ma molto muscolosa, con gambe da calcio rotante e ha malamente tirato fuori tutti i pezzi del ventilatore, con viti e bulloni che scappavano da tutte le parti. Ogni tanto urlava qualcosa di vagamente simile a:

“Ching Tung Chuuuuuuu!” che poi era il nome del figlio che si era nascosto chissà dove. Il figlio non si presentava ma lei continuava a montare il ventilatore, sempre più agitata ma anche determinata, nonostante nell’emporio ci fossero probabilmente 45 gradi, ad esser buoni.

La cinese, sudata e nervosa, ma senza mai togliersi la mascherina, alternava martellate e pezzi da far combaciare a grida che sembravano tanto dei bestemmioni in cinese. Un bestemmione, uno sbuffo, una martellata e un:

“Ching Tung Chuuuuuuuuuu!”

Primavalle Epidemic fase 4: Mother and Son

Non era facile costruire quell’affare, nemmeno per lei. Dopo dieci minuti buoni è arrivato il figlio, un adolescente alto e robusto, e lì hanno avuto uno scambio di battute in cinese che però, dai toni e dagli sguardi reciproci, possiamo facilmente tradurre:

“Dove cazzo stavi? È mezzora che ti chiamo!”

“A ma’ non mi rompere i coglioni”

“Adesso monta quel pezzo lì e chiudi la bocca!” ha detto lei infuriata indicandogli con l’indice cosa doveva fare e lui si è messo ad aiutarla sbuffando.

Ettore, intanto, che non sapeva che fare, si è avvicinato per cercare di carpire i misteri insondabili dei ventilatori cinesi, ma teneva la mascherina abbassata e la madre ha urlato al figlio qualcosa tipo:

“Wangtuchuchinyan” che sembrava tanto: “Allontanati da sto scemo senza la mascherina” infatti il figlio ha fatto subito un mezzo passo indietro.

I ventilatori Cinesi e la decadenza dell’Impero Americano

Nel frattempo sono arrivati altri clienti che hanno preso delle cose e si sono fermati alla cassa. Erano lì, in attesa, ma nessuno aveva il coraggio di dirle niente. Si vedeva che la cinese era sull’orlo di una crisi di nervi, ma era anche chiaro che non sarebbe mai arretrata di fronte al ventilatore.

Allora Ettore si è allontanato con una scusa dicendo che sarebbe tornato dopo un po’, in modo che i cinesi potessero gestire ventilatore e clienti senza troppa pressione. E anche perché faceva caldo come all’inferno. Quando è tornato il ventilatore era pronto, perfettamente montato.

Ventilatore nuovo in tutto il suo splendore

Il ragazzo cinese aveva l’aria così annoiata che Ettore ha pensato fosse giusto dargli una mancia.

“Vorrei dare due o tre euro a tuo figlio per ringraziarlo del montaggio” ha detto alla madre.

“Noooo! – ha quasi urlato lei – questo è nostlo lavolo. No devi dale altli soldi!”

Doppio insegnamento: per il figlio e per il cliente italiano. Cosa che ci ha portati ad una profonda riflessione: “Poveri americani, in piena decadenza dell’Impero. Non c’è partita: questi vi asfaltano…”

Dikeledi leopardo diverso

Dikeledi leopardo diverso

I leopardi, fra tutti i felini, sono quelli che potremo definire i più spirituali. Quando cacciano entrano in uno stato di concentrazione assoluta, focalizzati sull’obbiettivo ma, contemporaneamente, assorti in uno stato di meditazione, in modalità assolutamente zen. Mentre gli altri felini e i predatori in generale tengono le orecchie sempre ben tese in ogni momento della caccia per captare ogni possibile rumore, il leopardo, appena individuata la preda, abbassa le orecchie in modo che i folti ciuffi di pelo fungano da tappi, cancellando l’udito. Nulla deve distrarlo dalla meditazione, se vuole avere successo nel suo attacco.

Dikeledi leopardo diverso

Dikeledi leopardo diverso: lo zen e il tiro con l’arco

Questa peculiarità dei leopardi mi ha fatto pensare a un libro bellissimo “Lo zen e il tiro con l’arco”, di Eugen Herrigel, che ci spiega in che modo l’arciere, secondo la filosofia di antichi maestri di kyūdō, o arte del tiro con l’arco, prende la mira diventando tutt’uno col bersaglio:

“Il tiro con l’arco ora come allora è una faccenda di vita o di morte, in quanto è lotta dell’arciere con se stesso; e una lotta di questo genere non è un mistero surrogato, ma il fondamento di ogni lotta rivolta all’esterno – e sia pure contro un avversario in carne e ossa.

… Oppure, per servirmi di espressioni care a quei maestri, bisogna che l’arciere, pur operando, diventi un immobile centro.”

Storia di Dikeledi

La sua stessa modalità di caccia fa sì che il leopardo operi come un fantasma, come uno spirito nei sogni degli altri animali. In questo articolo, però, racconto la storia vera di un leopardo “diverso”, Dikeledi, che in Tswana significa “Lacrime”. Al contrario della sua mamma meravigliosamente perfetta, Dikeledi nasce goffo. Fin da piccolo soffre di vertigini e fa molta fatica a salire sugli alberi, dove i leopardi vivono quando non cacciano.

Gli alberi, come la kigelia africana, detto anche “albero delle salsicce” sono la casa dei leopardi: li usano per mettere al sicuro le prede e sono anche una via di fuga quando un leopardo si sente in pericolo e deve scappare dalle iene, dai licaoni e dai leoni che non sono capaci di arrampicarsi così bene e in alto come i leopardi.

La difficoltà che Dikeledi prova nell’arrampicarsi, quindi, non è una cosa da poco, ma un vero e proprio handicap. Quando a fatica sale sull’albero ci rimane per giorni e si abbandona a lunghi sonni. Un giorno viene risvegliato all’improvviso da un uccello zecca e riesce ad ucciderlo. È la sua prima preda, e per sopprimerla quasi cade giù dall’albero.

Il tempo passa e Dikeledi non è più un cucciolo, ma le sue capacità di vivere come un leopardo normale non sono migliorate. Sua madre, però, non lo abbandona. Diventa la sua migliore amica e continua a procurargli il cibo e a supportarlo in ogni modo.

Dikeledi leopardo diverso

Dikeledi cerca di emanciparsi

Poi, la mamma di Dikeledi si accoppia di nuovo, e un nuovo cucciolo di leopardo viene al mondo, ed è la prima volta che Dikeledi incontra un altro leopardo maschio. Questo lo convince a cercare di rendersi autonomo. Trova una zebra nata morta e se la mangia: da quel momento cerca di nutrirsi di carogne, ma nella savana ci sono molti saprofagi che non gradiscono la sua concorrenza. Ha un incontro quasi fatale con una iena molto grossa e arrabbiata; Dikeledi rischia la vita ma gioca d’astuzia e in qualche modo riesce ad ingannarla e a farla scappare.

Ha un altro incontro ancora più pericoloso con una mamma facocero, e ancora una volta riesce a distrarre la sua nemica spiazzandola col suo comportamento stravagante: finge che ci siano mosche inesistenti e poi si allontana silenziosamente, senza abbassare la testa.

Dikeledi leopardo diverso: leopardo su albero
Leopardo su albero

Dikeledi leopardo diverso: il suo mondo segreto

Finalmente riesce ad affrontare un nemico ed uccide uno degli sciacalli che lo tormentano. Questo è un grosso passo avanti, ma non può continuare a vivere in questo modo: gli alberi non fanno per lui e non può lottare contro branchi di saprofagi per il possesso delle carogne. Essendo un leopardo particolare deve trovare qualcosa di particolare in cui poter dare il meglio.

E alla fine riesce a trovare il suo mondo segreto e ideale nella palude. All’alba, nella nebbia è invisibile e grazie a olfatto e udito riesce a inseguire odori e rumori anche senza vedere le forme degli animali da cacciare, o percependo tratti di forme quasi spettrali e solo appena visibili.

Impara con improvvisa facilità a muoversi come un cacciatore perfetto e diventa un felino palustre. Lontano dagli alberi e dalla foresta Dikeledi diventa un vero leopardo. Un fantasma. Uno spirito nei sogni degli altri animali.

Dikeledi leopardo diverso: la distruzione dei leopardi

In Botswana i leopardi sono protetti. Ma in 5 anni 250.000 leopardi sono stati uccisi e negli ultimi 50 anni sono scesi da 700.000 a 50.000 e il massacro continua.

Tra i grandi felini il leopardo è la specie più diffusa al mondo: si trova in Africa, in Medio Oriente e in Asia. In passato il suo habitat si estendeva su un’area di 35 milioni di chilometri quadrati distribuiti in queste regioni, mentre oggi si è ridotto a soli 8,5 milioni.

In media l’estensione delle aree popolate dal leopardo è diminuita del 25-37 per cento, con punte del 98 per cento nella penisola araba, in Cina e nel Sudest asiatico. Qui il leopardo è minacciato tanto quanto la tigre tra i grandi felini più a rischio estinzione nel mondo.

Le minacce che i leopardi devono affrontare sono tante. Il loro habitat viene trasformato in terreni coltivati, e le zone in cui possono vivere sono sempre meno, più piccole e isolate l’una dall’altra. Ma anche le aree dedicate agli allevamenti sono aumentate e gli agricoltori uccidono i leopardi per paura che possano attaccare il bestiame, un po’ come succede per gli orsi e per i lupi in quasi tutto il mondo a iniziare dall’Italia (ricordiamo il Trentino e l’orso M49). Ovviamente se i leopardi (e gli orsi, e i lupi) avessero il loro habitat potrebbero cacciare solo specie selvatiche e non attaccare gli allevamenti.

Come se tutto ciò non bastasse c’è anche la “caccia sportiva”, incredibilmente permessa ancora in molti paesi. Penso poi ai leopardi di Mumbai, India, il cui parco nazionale è stato talmente ristretto da costringerli a coabitare con i grossi e rumorosi condomini costruiti alle propaggini estreme della città. Ricordo i meravigliosi leopardi nuvola, ormai in vita solo negli zoo, e i leopardi delle nevi, di cui forse sopravvivono in Afghanistan giusto pochi esemplari.

Cucciolo di leopardo nuvola nato allo zoo di Washington

L’afrore di un leopardo delle nevi a 4000 metri

Da “Che ci faccio qui?” di Bruce Chatwin:

“Ma quel giorno non riporterà in vita le cose che abbiamo amato: le immense giornate limpide e le azzurre calotte di ghiaccio sui monti… Non ci sdraieremo più davanti al Castello Rosso a guardare gli avvoltoi roteanti…Non andremo a sederci nella Pace dell’Islam con i mendicanti di Gazar Gagh. Non saliremo sulla testa del Buddha di Bamiyan, dritto nella sua nicchia come una balena in un bacino di carenaggio. Non dormiremo nella tenda dei nomadi, né daremo la scalata al minareto di Jam… Né ritroveremo l’aroma dei campi di fagioli, il dolce, resinoso profumo del legno di deodara, o l’afrore di un leopardo delle nevi a quattromila metri.”

Dikeledi leopardo diverso: raro leopardo delle nevi
Leopardo delle nevi

(Articolo ispirato dal documentario “The Unlikely Leopard” di National Geographic Wild Network)

National Geographic: Saving big cats in the wild

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose

In questo articolo mi è venuta la bizzarra idea di abbinare persone pubbliche e orribili ad alcune delle meravigliose canzoni dei Metallica. Perché proprio i Metallica? Perché tutti li amiamo e li conosciamo bene, giovani e adulti allo stesso modo; musicalmente sono stati come un faro stabile e potente che ci ha aiutati a navigare dagli anni ’80 alla nuova bellissima e diversa musica degli anni ’90 prima e degli anni 0 poi. Inoltre, come un ponte, ci hanno accompagnati fino alla musica attuale. I Metallica sono nel mito, e questo è un fatto.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: Seek and Destroy

Searching, Seek and Destroy

Seek and destroy

Searching, Seek and destroy

There is no escape and that is for sure, This is the end we won’t take any more

Say goodbye to the world you live in, You have always been taking, But now you’re giving

A caccia, Cerca e distruggi/ Non c’è via di scampo, questo è sicuro/ Questa è la fine non vi sopportiamo più/ Dite addio a mondo in cui vivete/ Avete sempre preso/ Ma adesso dovete dare/

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: Seek and Destroy, Irene Pivetti
Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Irene Pivetti

Seek and Destroy: Irene Pivetti

Seek and Destroy, Cerca e Distruggi, non può che essere abbinata – visto il particolare momento storico – alle persone che, imbrogliando, contravvenendo, pensando solo ai loro schifosi affari, hanno fatto un mare di soldi e/o combinato guai irreparabili sfruttando la pandemia da Covid-19. Immagino ce ne siano tanti di personaggi simili, ma dovendo scegliere, ho optato per un trio: Irene Pivetti seguita a ruota dal duo lombardo Gallera-Fontana.

Partiamo dalla Pivetti, ex presidente della Camera dei deputati e indagata da tutta una serie di procure per frode in commercio e riciclaggio, avendo la Only Logistics, società di cui è amministratrice unica e rappresentante legale, importato mascherine Ffp2 “dotate di una falsa certificazione di conformità da parte della Icr Polska Co.Ltd”, mascherine che Pivetti ha poi venduto a vari distributori italiani nonostante l’Inail, con un provvedimento del 16 aprile, le avesse imposto il divieto di metterle sul mercato. 170.000 delle sue mascherine sono state sequestrate, ma il vero business messo a segno dalla signora sono stati i due contratti firmati dalla Protezione civile con la Only Logistics: 15 milioni di mascherine cinesi probabilmente “farlocche” come le altre per la bellezza di 30 milioni di euro. A Milano è in corso anche un’indagine con l’accusa di riciclaggio che ha portato la Finanza a perquisire casa e uffici della Pivetti, indagine che riguarda operazioni di import-export con la Cina fatte da altre società riconducibili sempre alla medesima Pivetti. E questo è solo l’inizio: sembra che nel corso del tempo la ex onorevole abbia commesso così tante azioni disonorevoli e così tanti reati penali, che, per descriverli tutti, ci vorrebbero pagine e pagine (cliccate sul link azzurro poche righe più in alto per sapere ogni cosa).

Seek and Destroy: Gallera e Fontana

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Seek and Destroy, Gallera e Fontana
Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Gallera e Fontana

Per quanto riguarda Gallera e Fontana, entrambi sono stati convocati dalla procura di Bergamo come persone informate dei fatti sull’indagine per epidemia colposa per: la riapertura del Pronto soccorso e dell’ospedale di Alzano Lombardo il 23 febbraio, i morti nelle Rsa, la mancata istituzione della zona rossa tra Nembro e Alzano ai primi di marzo. Per quanto riguarda Gallera, la sua scelta di spostare i malati di Covid dagli ospedali alle RSA a mio parere non è solo folle e insensata, ma decisamente criminale. Per quanto riguarda Fontana, oltre a tutto ciò che ha combinato in coppia col suo assessore Gallera si aggiunge anche la brutta storia di una fornitura di camici per medici e infermieri ordinata il 16 aprile 2020 da Aria (la centrale acquisti regionale) senza gara alla Dama Spa, azienda di proprietà del cognato e della moglie del governatore (Andrea Dini e Roberta Dini), per una cifra di 513.000 euro. Anche su questa squallida vicenda Attilio Fontana è indagato dalla Procura.

In tutto ciò, non posso far a meno di notare che tutti questi crimini sono stati portati allo scoperto da Le Iene e Report, mentre tutti i loro colleghi così tanto quotati e ben pagati, dai giornalisti della carta stampata fino alle varie Gruber dormivano sonni profondi. Perfino la D’Urso ha fatto qualcosa di lontanamente “giornalistico”…Disclaimer: quando abbino queste persone a “Seek and destroy”, mi riferisco solo alla ricerca (Seek) di prove che portino alla distruzione (destroy) della loro carriera e, contestualmente, a una lunga permanenza in carcere, anche se tutti sappiamo benissimo che la legge è disuguale per tutti e che questi “signori” in prigione non ci andranno mai. Un ultimo commento personale: questa gente schifosamente avida e negligente in modo criminale nemmeno la merita una canzone così bella.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: The Unforgiven

Never free Never me So I dub thee Unforgiven

The Unforgiven

New blood joins this earth/ And quickly he’s subdued/ Through constant pain disgrace/ The young boy learns their rules

Sangue fresco si unisce alla terra, e lui viene rapidamente sottomesso

Attraverso il dolore continuo il ragazzo impara le loro regole

The Unforgiven, Gli Imperdonabili, mi fa pensare a Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso George Floyd lo scorso 25 maggio 2020 in Minnesota e agli altri agenti che l’hanno aiutato. Floyd era stato arrestato con violenza nonostante fosse disarmato: mentre veniva schiacciato a terra da Chauvin per nove minuti, aveva detto ripetutamente che non riusciva a respirare ed era morto poco dopo. La sua morte ha provocato e ancora provoca grandi proteste negli Stati Uniti e anche in Europa.

Dopo questo episodio, sono usciti fuori diversi altri video dove uomini afroamericani, assolutamente inermi, sono stati uccisi barbaramente da poliziotti razzisti e feroci. L’ultimo, ad Atlanta, ha visto tre poliziotti sparare alla schiena di Rayshard Brooks, giovane di colore che stava solo dormendo in un parcheggio e quando li ha visti così minacciosi ha tolto il taser dalle mani di uno di loro ed è corso via a piedi. A quel punto i poliziotti gli hanno sparato alla schiena. Per non parlare dei video in New Jersey o in Texas, dove i poliziotti hanno ucciso a sangue freddo uomini afroamericani disarmati e immobilizzati. “Perché è attraverso il continuo dolore che dettano le loro regole”: se questi poliziotti non sono imperdonabili, non so proprio chi possa esserlo.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: King Nothing

Where’s your crown, King Nothing?

King Nothing

Then it all crashes down/ And you break your crown/ And you point your finger but there’s no one around/

Just want one thing/ Just to play the King/ But the castle’s crumbled and you’re left with just a name/

Where’s your crown, King Nothing? Where’s your crown?

Poi tutto crolla e la tua corona si spezza e punti il dito ma non c’è nessuno attorno

Vuoi solo una cosa solo giocare a essere il Re, ma il castello si è sgretolato e tu sei rimasto solo con un nome, dov’è la tua corona, Re Nulla? Dov’è la tua corona?

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: King Nothing, Trump
King Nothing, Trump

In questo periodo credo proprio che King Nothing, il Re Nulla sia Trump. Ha sempre detto cose insensate, ha sempre giocato a “fare il Re”, ma prima le lobbies potenti lo consideravano forte, di conseguenza lo sopportavano e lo supportavano. Poi è arrivato il covid e Trump ha iniziato a dire solo follie e fare solo errori madornali. Non ne ha azzeccata una, potremmo dire. Dal consiglio di bere la candeggina (o meglio, iniettarsela in vena) fino alla richiesta di sguinzagliare l’esercito addosso agli americani che manifestano contro il razzismo della polizia. Improvvisamente l’hanno mollato tutti, perfino quelle brave persone della famiglia Bush, perfino quel Colin Powell che spergiurava sulle armi di distruzione di massa in Iraq: probabilmente, come un branco di iene, non aspettavano che il momento propizio per poterlo fare fuori. Se dall’altra parte non ci fosse un altro Nothing come Biden potrei scommettere qualsiasi cifra che Trump non verrà rieletto, ma negli Stati Uniti è sempre difficile fare previsioni e questo è anche il bello di quel paese.

Fight fire with fire: Massimo Giletti

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Massimo Giletti

Fight fire with fire

Fight fire with fire/ Ending is near/ Fight fire with fire/ Bursting with fear/ We shall die

Time is like a fuse, short and burning fast

Spegni il fuoco col fuoco, La fine è vicina, Spegni il fuoco con altro fuoco, Moriremo scoppiando di paura, Il tempo è come una miccia, corta e che brucia in fretta

Massimo Giletti è proprio quel genere di “giornalista” che rimesta nel torbido fin quasi a gettarcisi dentro e, soprattutto, versa benzina sul fuoco. Questa canzone sembra scritta proprio per uno come lui. Ha iniziato la sua carriera alla Rai come conduttore di programmi pomeridiani ignobili tipo “La vita in diretta”, e poi, come per magia, qualche stregone l’ha trasformato in giornalista. Io capisco che se perfino uno come Fazio si è tramutato da imitatore a giornalista strapagato, deve esistere qualche formula magica molto speciale a cui è stato sottoposto anche Giletti. Ma Giletti, da quando è stato acquistato da La7, ha deciso di portare la sua mutazione fino all’estremo: adesso si presenta al pubblico come un giornalista di qualità, come uno tutto d’un pezzo, amico del popolo, mentre nessuno più di lui riesce ad essere “forte con i deboli e zerbino coi potenti.” Come tutti quelli che non sopportano di essere contraddetti Giletti si circonda di ospiti fissi di infimo livello che gli fanno da corte, pendono dalle sue labbra e stanno lì solo per rafforzare le sue tirate contro il malcapitato di turno. Giletti è uno che – sempre secondo me – per un punto di share in più farebbe ballare coi ventagli la nonna zoppa, è interessato esclusivamente all’audience, e per tenere sempre sulla corda il suo pubblico nazionalpopolare è pronto apassare senza soluzione di continuità dalla tragedia, dalla morte, dal dolore alla fregna di Belen. Come dice il mio amico Franco, che ho citato testualmente.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: Master of Puppets

Master of Puppets: Blinded by me, you can’t see a thing

Master of Puppets

Come crawling faster/ Obey your master/ Your life burns faster/ Obey your… Master of Puppets, I’m pulling your strings/ Twisting your mind and smashing your dreams/ Blinded by me, you can’t see a thing

Vieni strisciando più in fretta

Obbedisci al tuo Padrone, brucia la tua vita più in fretta, obbedisci al tuo… Burattinaio, io tiro i tuoi fili, inganno la tua mente e distruggo i tuoi sogni

Accecato da me, non riesci a vedere più niente.

Credo che il grande Burattinaio che tira i fili dei potenti e dei Capi di Stato, che lascia che siano altri a tirare i fili di chi non conta niente, che può solo vincere perché il teatro è suo, possa facilmente essere identificato come Mister Zuckerberg. Non dico che sia l’unico Master of Puppets, ma di sicuro è quello più in vista.

The four Horsemen, i quattro cavalieri dell’Apocalisse

The four horsemen

The horsemen are drawing nearer/ On the leather steeds they rid/ They’ve come to take your life/

On through the dead of night/ With the four horsemen ride/ Choose your fate and die

I cavalieri si stanno avvicinando, cavalcano a pelle sui loro destrieri, stanno venendo a prenderti la vita a notte fonda. Con i quattro cavalieri a cavallo, scegli il tuo destino e muori.

I quattro Cavalieri di cui parlano i Metallica sono quelli dell’Apocalisse. Per quanto mi riguarda: Salvini, Meloni, Berlusconi e Renzi. L’Apocalisse di Giovanni, o Libro della Rivelazione, nella Bibbia ci dice il nome solo dell’ultimo dei quattro, chiamato Morte o Pestilenza (il termine greco thánatos ha entrambi i significati). I nomi degli altri cavalieri non sono menzionati ma, nel corso del tempo, sono stati chiamati Guerra, Carestia e Violenza. A Renzi spetta senza dubbio il ruolo di Guerra. Da quando è apparso sulla scena politica nazionale non ha fatto altro che dichiarare guerra: alla sinistra in primis. All’attuale governo pur facendone parte. Se potesse, dichiarerebbe guerra anche alla Repubblica di San Marino. Meloni, invece, la vedo perfetta come Violenza: con quella faccia sempre incazzata, quella voce potente e sgraziata, quella smorfia da far invidia a Joker, oltre, è chiaro, al suo rifarsi continuamente al passato fascista dell’Italia come se fosse qualcosa di onorevole, di glorioso e non una mostruosità violenta partorita da gente violenta. Quanto a Berlusconi è decisamente Carestia, anche per via dell’età: niente più Bunga-Bunga per il vecchio Silvio (quanto viagra può ingoiare un ottantenne prima di lasciarci le penne?) ma, anche politicamente, l’attuale Berlusca ricorda proprio il deserto dei tartari (che lo spirito di Buzzati non me ne voglia…).  A Salvini, quindi, rimane Morte, che però, in quanto Morte, ha un suo fascino trascinante che non appartiene al capitano leghista. Molto meglio usare l’altro significato: Pestilenza, termine che definisce Salvini in modo eccelso – in questo periodo covid più che in ogni altro – soprattutto se consideriamo tutti quelli che, in Lombardia, si sono ammalati di Covid e sono morti grazie ai giochetti della Lega.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Enter Sandman

Metallica, Enter Sandman versione acustica

Enter Sandman

Something’s wrong, shut the light/ Heavy thoughts tonight/ And they aren’t of Snow White/ Dreams of war, dreams of liars/ Dreams of dragon’s fire/ And of things that will bite/ Sleep with one eye open/  Gripping your pillow tight

Exit, light/ Enter, night/ Take my hand/ We’re off to never-never land

C’è qualcosa di sbagliato, la luce si è spenta, stanotte i pensieri pesano e non sono fatti di neve bianca

Sogni di guerra, sogni di bugiardi, sogni di fuoco di drago e di cose che vogliono mordere

Dormi con un occhio aperto, tieni stretto il cuscino

Esci, luce. Entra, notte. Prendi la mia mano, partiamo per il Paese che non c’è

Enter Sandman è, decisamente, la canzone che amo di più fra tutte quelle dei Metallica. Anche più del capolavoro Nothing else matters. Il Sandman non è un semplice demone, ma rappresenta il Male puro, in senso ontologico e metafisico. Il Sandman è l’oscurità assoluta, come può esistere solo in squarci di Universo lontani milioni di anni luce dalla stella più vicina. Il Sandman è la fine della conoscenza, la fine della consapevolezza, la fine di tutto ciò che ha un senso e l’inizio di una nuova esistenza beota e deprivata. Ecco perché non esiste un essere umano così diabolicamente potente da poterlo affiancare ad Enter Sandman. In compenso esiste qualcosa che può rappresentare il Sandman al meglio, e questa cosa si chiama Social Media. “Take my hand, we’re off to Never Never Land”: è esattamente questo che i social media ti sussurrano nelle orecchie mentre la luce è già sparita: Stringimi la mano, ti porto all’Isola che non c’è. Al Paese che non esiste. Ti porto a Nowhere Land, che sarà la tua nuova patria, la tua casa, il tuo nido e non avrai più bisogno di altro. Io sarò il tuo unico meraviglioso mondo che non esiste.

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione

Gli esseri umani non sono solo predatori e razziatori, ma sono allo stesso tempo dei piagnoni. O, come dicono negli States “cry baby”. Infatti se un coccodrillo afferra un’antilope che si abbevera al laghetto e se la mangia, le lacrime che poi versa sono lacrime di gioia. Il coccodrillo non si guarda attorno alla ricerca di un nemico da incolpare:

“Ho mangiato l’antilope per colpa dell’elefante.”

“Ho addentato l’antilope perché il leone mi ha fatto incazzare!”

“Accidenti, lo zoccolo dell’antilope era così duro che ora mi fa male un dente, e se il dente mi fa male è colpa del seeksac, quell’uccellaccio che mi ha fatto una pessima pulizia dei denti!”

La stupida lotta dell'uomo contro i piccioni: lacrime del coccodrillo
Lacrime del coccodrillo

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione: umani sempre in cerca di nemici

L’essere umano, invece, è sempre in cerca di nemici a cui accollare colpe, di solito inesistenti. Per lo più i nemici migliori sono altri esseri umani, perché di nazionalità diversa, di pelle diversa, di etnia, religione, mentalità diversa, perché non gli piace come ti vesti o come cammini o quello che dici. I vicini di casa, ad esempio: ecco un nemico perfetto. Quando ancora abitavo nella tanto rispettabile Roma Nord ho visto cose che voi umani non potreste immaginare eccetera eccetera: al piano terra viveva un tizio sui trentacinque anni che noi chiamavamo Mantra perché, sostenendo di essere buddista, invitava altri amici buddisti e mettevano a tutto volume su youtube “Nam myōhō renge kyō” per tutta la durata della loro festa. Una mattina ho visto con i miei occhi Mantra presentarsi in mutande – e sottolineo in mutande – dalla signora settantacinquenne del secondo piano, rea di aver fatto cadere qualche pelo del suo cane nel giardinetto condominiale e urlarle:

“Mo’ m’hai proprio rotto il cazzo!” Lo giuro, è tutto vero. Povero Buddha, mi auguro che nel nirvana arrivi solo la musica dei Nirvana e niente Mantra.

I nemici umani non bastano

Ma spesso gli umani piagnoni non si accontentano di odiare altri umani, nonostante la cosa venga loro così bene. Spesso individuano nemici mortali anche in altre specie animali che non costituiscono nessuna minaccia, né rischio né pericolo per la salute, ma debbono ugualmente essere eliminati dalla faccia della terra. Perché? Perché odiare creature viventi tira i piagnoni fuori dal letto al mattino.

In Trentino uccidono gli ultimi orsi liberi perché del resto, dopo avergli portato via territorio e cibo, è anche giusto togliergli la vita, no? In Lombardia, non paghi di tutto quello che hanno combinato in ogni momento della fase Covid hanno aperto la caccia alle povere volpi, consegnando la licenza d’uccidere perfino ai diciassettenni. Ho sempre pensato che, da quelle parti fossero on the fuckin’ road to Texas: complimenti, lombardi, vi regaleremo una stella solitaria da mettere nella bandiera italiana. I gatti “randagi” sono spariti da tutte le grandi città, tipo Roma o Venezia, sbattuti di soppiatto in canili o nelle così chiamate “colonie feline”, dove sopravvivono quei pochi gatti più grandi e svegli e tutti gli altri soccombono. Ma anche qui, il gatto, star di internet, deve rimanere solo su internet. O ben rinchiuso all’interno degli appartamenti. Anche se in questo modo aumentano i ratti…

La stupida lotta dell’uomo contro nemici: e poi ci sono i piccioni

Piccioni in volo
Piccioni in volo

E poi ci sono i piccioni, odiati dalla maggioranza degli esseri umani, per motivi che nemmeno loro conoscono. Dicono “Sono sporchi”. Non è vero. Dicono “Portano malattie”. Non è vero. Dicono “Sono tanti e sono stupidi”. Wow! Se i piccioni sono tanti e stupidi noi cosa siamo?

Io, invece, ho sempre avuto gran simpatia per i piccioni, così come per tutti gli animali in genere e per quelli che possono volare in particolare. Inoltre, ho sempre provato empatia per tutte quelle creature, animali o umane, maltrattate, represse, calpestate, odiate. Ho sempre avuto questa specie di missione: a sei anni, ospite nella bella villa in Toscana della mia amichetta, guardavo lei e i suoi fratelli più grandi acchiappare lucertole e ingabbiarle per poi, con calma, andarle a torturare. Io non dicevo niente ma, di nascosto, come una piccolissima Mata Hari, aspettavo con pazienza il momento giusto per scendere da sola nello scantinato e liberare le lucertole. Non mi hanno mai scoperto: per certe cose ci si nasce. Una volta – tanti anni fa – ho visto un tizio in macchina che, su una stradina, invece di rallentare, ha puntato il piccione che se ne stava tranquillo al lato della via e l’ha schiacciato, per divertimento. Allora l’ho inseguito e, al primo semaforo rosso sono scesa e ho iniziato a prendergli a calci la macchina urlandogli “assassino pezzo di merda” con lui, spaventato a morte, che si è chiuso dentro e come è scattato il giallo è partito. Per certe cose ci si nasce: io empatica e schizzata, forse. Lui predatore e piagnone, di certo.

Il massacro dei piccioni in tutta Italia

piccioni avvelenati
Uno dei tanti piccioni avvelenati a Savona

Ci sono molti posti dove la gente arriva perfino ad avvelenarli in gruppo, come a Castelnuovo Scrivia, provincia di Alessandria, dove nel 2019 i bambini che giocavano nel parco del paese hanno assistito ad uno spettacolo raccapricciante: piccioni a terra, agonizzanti, che si contorcevano per il dolore e morivano. Alcuni sono stati visti schiantarsi a terra mentre erano in volo. Ma abbiamo tanti piccioni avvelenati anche a Savona, Catania, Vasto provincia di Chieti, Cornate d’Adda provincia di Monza, Sorrento, Lecce e molti, moltissimi altri paesi e città d’Italia, trasversalmente dal nord al sud, uniti solo dal patetico odio verso gli innocenti piccioni. Per non parlare dei piccioni dalle zampette mozzate, nelle città più inquinate, altro meraviglioso regalo umano, perché “quando i piccioni camminano per terra, capelli o fili di plastica avvolgono le loro estremità e finiscono come un laccio emostatico sul dito, che ha una necrosi e cade”, fanno sapere i ricercatori del Museo di storia naturale.

La stupida lotta dell'uomo contro il piccione: piccione imprigionato in rete di protezione
Piccione imprigionato in rete di protezione, come quelle attorno ad hotel e terrazzi vip

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione: Roma e i piccioni

Qualche sera fa ho fatto l’errore di andare con amici a prendere un costosissimo aperitivo in un baretto dalle parti di Campo de’ Fiori. Il baretto sta in una piccola, bellissima piazza, ma i suoi tavolini l’avevano completamente invasa, come se la piazza ormai non fosse altro che un bar. I piccioni vivono da quelle parti da sempre. Fra tutta quella gente che si aggirava lì intorno erano quasi le uniche creature autoctone, lì nate e cresciute. Un tizio grande e grosso seduto a un tavolo vicino ha iniziato a scacciare i piccioni malamente, con calci e manate. L’ho detestato ma non ho reagito, perché non volevo infastidire i miei amici. Allora, per rincuorare i piccioni, li ho chiamati vicino a me e gli ho dato, per terra, delle patatine da mangiare.

L’adorabile uomo nel tavolo accanto mi ha apostrofato, intimidatorio:

“Signora, la smetta di dargli da mangiare!”

Io mi sono girata, l’ho guardato negli occhi e ho risposto, calma come una bomba:

“No, credo proprio che continuerò a fare quel cazzo che mi sembra giusto fare.”

Testuale. È rimasto zitto. Lo sapevo: più sono prepotenti e predatori e più si spaventano quando una donna gli tiene testa. Per certe cose ci si nasce. Non ha aperto bocca mentre io continuavo a dar da mangiare ai piccioni, ma poi, in silenzio, da piagnone bamboccione, è corso dalla signora maestra, ovvero dalla cameriera, che mi è venuta a domandare:

“Per favore, può smettere di dar da mangiare ai piccioni?”

“Sto violando qualche legge?” le ho chiesto.

“No, ma glielo sto chiedendo per favore.”

“Il fatto che me lo chiede per favore non significa che io decida di farlo, visto che non sto violando nessuna legge.”

“Sì, ma glielo chiedo per favore”. E ci mancherebbe anche che me lo chiedi prendendomi a schiaffi.

La storia continua

La stupida lotta dell'uomo contro il piccione: piccioni morti avvelenati a Catania
Piccioni morti avvelenati a Catania

Poi sono intervenuti alcuni dei miei amici, anche loro – a quanto pare – nemici dei piccioni:

“Ma poi i piccioni possono salire sui tavoli!” ha detto uno di loro, amico di lunghissima data, con in volto lo stesso sguardo con cui il moribondo Kurtz sussurrava: “The horror! The horror!”

Apocalypse now, tratto da Heart of Darkness: morte di Kurtz

Per un attimo mi sono sentita un po’ come Nietzsche quando a Torino corse ad abbracciare il cavallo frustato dal vetturino. Solo che io ero “Nostra Signora dei Piccioni”, e quindi paria fra i paria. Avrei voluto potermi trasformare in piccione e volare su qualche tetto, ma non avendo le ali ma il sempre più inutile dono del linguaggio, gli ho risposto male:

“Se il cibo sta per terra i piccioni non salgono sui tavoli, cerca di connettere quei due neuroni che hai nel cervello”

A quel punto grida, litigi e mio senso di colpa per essere stata maleducata con un amico, anche se quell’amico mi dice regolarmente che sono una rompicoglioni e io mi metto a ridere. Insomma, gli amici dovrebbero potersi parlare “fuori dai denti” (anche fuori da facebook) altrimenti l’amicizia cos’è?

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione: Asl, piccioni e tutto il circondario

Dopo questa rapida e inutile digressione, torno ai piccioni. Stamattina sono andata alla Asl del mio distretto. Mentre aspettavo, seduta lì fuori, ho sentito uno strano frastuono di uccelli: sembrava un mix di urla di falchi e aquile, o uno stormo di rondini fatte di mescalina. Quando sono finalmente entrata nell’ufficio dell’impiegato che cercava senza successo di far funzionare la piattaforma internet della Asl, gli ho chiesto:

“Ma che uccelli sono questi?”

“No, è tutto finto – ha risposto lui – è una finzione per tenere lontani i piccioni”

“Ah, pensavo che queste cose le usassero solo negli aeroporti, per ovvi motivi”

“Una volta sì, ma adesso la gente non vuole avere piccioni intorno, da nessuna parte”

“E funziona?”

“No” ha detto lui senza alcun dubbio.

“Già. La gente pensa che i piccioni siano stupidi, ma invece non lo sono affatto.”

Mondo perduto e meraviglie sconosciute dei piccioni

Il pensiero di quel frastuono insopportabile e innaturale, da dover sopportare per ore e ore, sparato dagli altoparlanti in tutto il circondario, pur di non far avvicinare qualche sparuto gruppo di piccioni mi è sembrato fortemente simbolico. Simbolo di un mondo perduto, che non sa più distinguere un dito medio in faccia da uno sparo in fronte, una farfalla da uno scarafaggio, un raffreddore da un batterio killer. I piccioni riusciranno a sopravvivere, ma noi umani?

Rocco Toscani, addestratore di piccioni viaggiatori racconta il suo lavoro amatoriale e la sua passione per questi uccelli

Per quelli che non amano i piccioni e anche per i pochi che li apprezzano, ecco un bellissimo articolo che vi racconterà cose davvero sorprendenti su questi incredibili e intelligenti uccelli, sui segreti del loro stormo, del loro volo, su come sono stati fondamentali per Darwin e tante altre notizie affascinanti. Leggetelo, per favore.

La vasta moltitudine dei morti

Per ogni epoca, per ogni periodo e a maggior ragione per ogni tragedia o guerra, nelle nostre menti rimane un’immagine a rappresentare e testimoniare quello che è successo. Ad esempio, la fotografia della bambina ustionata dal napalm che corre nuda, urlando e piangendo, sarà per sempre il devastante simbolo della guerra americana in Viet-Nam. Per quanto riguarda l’attuale pandemia, invece, almeno per noi italiani l’immagine che rimarrà impressa a fuoco nella memoria comune è quella della lunga fila di camion militari con le bare dei morti di Covid a Bergamo, fuori dal cimitero in attesa del proprio turno per la cremazione. Quest’ultima foto ci colpisce particolarmente perché va a toccare uno dei nostri nervi scoperti: l’umana ossessione per la vasta moltitudine dei morti, che tendiamo a considerare come una specie aliena, quasi un esercito nemico da tenere a distanza e non una schiera a cui già apparteniamo, dal momento che, presto o tardi, entreremo a farne parte.

Carri militari a Bergamo, che portano le bare dei morti di Covid, in fila fuori del cimitero
Carri militari che trasportano bare in fila a Bergamo, fuori del cimitero

La vasta moltitudine dei morti: nel fantasy e nell’horror

Walter de la Mare, scrittore inglese vissuto a cavallo fra 1800 e 1900 disse:

“Dopotutto, che cos’è un uomo, se non un’orda di fantasmi? Querce che erano ghiande che erano querce.”

Eppure, anche in letteratura, de la Mare è un caso abbastanza limite: si tende sempre a creare una linea di confine precisa, un muro infinitamente lungo per separare i morti dai vivi perché la morte, si sa, può facilmente contagiarti o ipnotizzarti.

La vasta moltitudine dei morti: Aragorn e l'esercito dei morti
Aragorn e l’esercito dei morti, nel film tratto dal “Signore degli anelli” di Tolkien

Dove la linea di demarcazione è più facilmente visibile è nel fantasy: a volte la moltitudine dei morti sta dalla parte dei buoni, come nel “Signore degli anelli” di Tolkien, dove l’esercito dei morti aiuta Aragorn  a sconfiggere le truppe di Sauron; altre volte, come nel Game of Thrones di George Martin l’esercito dei morti sembra essere il male assoluto, ma che, pur essendo assoluto, non è poi un male così difficile da eliminare: alla fine vediamo che basta una ragazzotta ben allenata  all’omicidio, un drago vivente contro un drago morto, un acciaio speciale (i morti che ritornano hanno sempre un tallone d’Achille: la luce del sole per i vampiri, ad esempio) e il terribile esercito viene facilmente spazzato via. In altri casi, come nella fortunata serie originale horror “The Walking Dead”, risulta ben presto evidente che la vasta moltitudine dei morti – in questo caso zombie – pur dando il nome alla serie è del tutto ininfluente, mentre quelli che fanno il bello e il cattivo tempo massacrandosi fra di loro sono sempre, come è ovvio, i vivi.  

Game of Thrones: Il Re della schiera dei morti
Game of Thrones, il Re della Notte, nella serie tratta dalla saga di G.Martin

La vasta moltitudine dei morti: Dylan Thomas

Io credo si tratti di una visione fortemente narcisistica da parte di noi esseri ancora viventi: parliamo dell’aldilà, proponiamo ipotesi, confidiamo in questa o quella religione, subiamo il fascino della non esistenza ma pretendiamo di considerarci un soggetto a sé stante e, in quanto vivo, vincente. Ci vuole una forte visionarietà unita ad un talento poetico raro per unire e contemporaneamente dividere vivi e morti, ma Dylan Thomas ci riesce perfettamente:

A process in the weather of the world
Turns ghost to ghost; each mothered child
Sits in their double shade.
A process blows the moon into the sun,
Pulls down the shabby curtains of the skin;
And the heart gives up its dead

Un mutamento nella stagione del mondo
Sostituisce spettro a spettro; ogni figlio partorito
Siede nella sua duplice ombra.
Un mutamento spinge la luna dentro al sole,
Strappa i logori veli della pelle;
E il cuore abbandona i suoi morti

Da “A process in the weather of the heartdi Dylan Thomas (18 poems*)

Comprendere Dylan Thomas non è mai semplice, soprattutto nelle poesie giovanili, ma credo che il punto da sottolineare sia la “double shade”, quell’ombra che, per ogni umano appena nato è unica ma già doppia, perché rappresenta la vita attuale e la morte che segue, ombra duplice che si estende nel tempo che è poi il solo vero mutamento nella stagione del mondo.

La vasta moltitudine dei morti: Milan Kundera

Milan Kundera
Milan Kundera

Sulla moltitudine dei morti mi viene in mente un bellissimo racconto di Milan Kundera “Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti.” In questo racconto giovanile c’è principalmente una forte satira nei confronti di quella Cecoslovacchia, patria di Kundera, che era da poco diventata proprietà sovietica, ma non solo. Sia i morti recenti che quelli di lunga data, nel racconto, non hanno più alcun tipo di scintilla: sono solo mucchi di ossa che vengono spostate di tomba in tomba:

“Ci aveva messo un po’ di tempo per capire: lì dove prima c’era la lapide di arenaria grigia col nome del marito a lettere d’oro, proprio in quello stesso posto (aveva riconosciuto con certezza le due tombe accanto) c’era adesso una lapide di marmo nero con sopra, a lettere d’oro, un nome del tutto diverso.

Turbata, era andata negli uffici della direzione. Lì le avevano detto che, alla scadenza della concessione, le tombe venivano liquidate automaticamente. Lei li aveva rimproverati per non averla informata per tempo che doveva rinnovare la concessione, e loro per tutta risposta le avevano detto che in quel cimitero c’era poco spazio e che i vecchi morti devono cedere il posto ai giovani morti…”

Nel racconto di Kundera il mondo, nella sua inutile seriosità va in pezzi, e nel nostro mondo reale la consapevolezza che non possano esistere veri cambiamenti, se non l’unico vero mutamento dovuto al passare del tempo, manderebbe in pezzi la maggioranza di noi.

James Joyce: The dead

La vasta moltitudine dei morti: James Joyce

In controtendenza con la forte volontà umana di tenere il mondo dei vivi ben separato da quello dei morti arriva James Joyce, con un capolavoro assoluto, “The Dead”, ultimo e principale racconto di “Dubliners”, pubblicato nel 1914. Ci sono romanzi, o racconti, dove l’intera narrazione non è altro che un lungo preliminare per l’incanto del finale; dove ogni cosa, anche la più banale, anche ciò che ci appariva insignificante, all’improvviso acquista un senso, e perfino lo stile cambia: se prima l’autore indugiava in dettagli, dilatando il tempo fino a distenderne ogni piega, adesso, negli ultimi paragrafi, il tempo si restringe e ogni parola scritta è necessaria e illuminante.

The Dead è lungo una cinquantina di pagine, interamente ambientato in un cenone con ballo, a casa di anziane signorine benestanti, mentre fuori nevica e nella grande casa dove il fuoco scoppietta in ogni camera si mangiano prelibatezze, si suona il piano e si danza il walzer. Nelle ultime due pagine tutto cambia. Siamo in una camera d’albergo senza nemmeno una candela, e passando dalle luci sfavillanti al buio assoluto, dal calore all’aria gelida, tutto improvvisamente diventa chiaro.

The dead, dove morti e vivi diventano uno

“Sì, presto forse si sarebbe trovato seduto in quello stesso salotto, vestito di nero, la tuba sulle ginocchia: le imposte sarebbero state accostate e zia Kate seduta accanto a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato com’era morta. Si sarebbe torturato il cervello allora per trovare qualche parola che potesse consolarla e ne avrebbe trovate solo di goffe e inutili. Sì sì, non sarebbe passato molto tempo.

L’aria fredda della stanza gli gelava le ossa. S’allungò adagio sotto alle coperte accanto alla moglie. Uno ad uno tutti si sarebbero tramutati in ombre. Meglio, del resto andarsene senza paura nell’altra vita, nel pieno di qualche passione, che svanire e appassire a poco a poco con l’età. Pensò a lei che gli stava sdraiata accanto, a come fosse riuscita a tener sigillata nel cuore per tutti quegli anni l’immagine degli occhi del suo innamorato mentre le diceva che non voleva vivere.

Lacrime generose gli gonfiarono gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna e sentiva che quello doveva essere veramente amore. Più fitte le lacrime gli velarono gli occhi e nella semioscurità immaginò la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli erano accanto. La sua anima si stava avvicinando alle regioni abitate dalla vasta moltitudine dei morti. E pur essendo cosciente di quella loro illusoria e vacillante esistenza non riusciva ad afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio e impalpabile e la terra in cui pure quei morti avevano dimorato e procreato, perdeva sostanza.”

La vasta moltitudine dei morti

La poesia di questo racconto – e d’altra parte si parla di Joyce – è l’insieme dei sentimenti che fanno avvicinare Gabriel, il protagonista, alla vasta moltitudine dei morti, fino alla completa sovrapposizione dei due mondi: prima di tutto accettazione dell’ ineluttabilità della morte; come conseguenza dell’accettazione ne deriva la consapevolezza che tutti noi, vecchi o giovani, un giorno, più o meno vicino, apparterremo a quella schiera impalpabile; infine empatia per i morti e per i vivi, che dimorano gli uni dentro gli altri, appartenendo tutti alla medesima, vacillante e illusoria sostanza.

Proprio come le ghiande dimorano nelle querce, e le querce dimorano nelle ghiande.

Nothin’ di Townes Van Zandt, 1971, dedicata a Marina, Alessandro, Fabio: amici, mi mancate sempre

*Dylan Thomas è tradotto da Emiliano Sciuba, che è anche l’unico traduttore in italiano delle opere giovanili da noi inedite di Dylan Thomas

Le api muoiono e noi stiamo a guardare

Di Pacific Southwest Region from Sacramento, US - Honey Bees Swarm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36895401

In che modo le api muoiono: provate a immaginare di essere malati; influenza, covid, dolori lancinanti o qualsiasi cosa vi faccia sentire davvero male. Però dovete mangiare per sopravvivere, ma soprattutto la vostra famiglia, i bambini, i vecchi genitori devono mangiare e quindi vi mettete stancamente in marcia. Camminate fino al supermercato più vicino che sta a chilometri di distanza, e quando infine arrivate lì, dopo uno sforzo eccezionale, comprate del cibo e ne mangiate un po’, ma il cibo è avariato, intossicato, e invece di sentirvi meglio vi sentite molto peggio e non solo: vi gira la testa e siete così disorientati e deboli che non riuscirete mai a ritornare a casa. Avrete un’agonia lunga uno o più giorni e poi morirete a terra, in posizione fetale.

Le api muoiono: api morte a migliaia nell'arnia
Le api muoiono a migliaia nell’arnia

Questo è esattamente quello che accade alle api, dal momento che il nutrimento è scarso, distante e quel poco che trovano è pieno di pesticidi. La principale studiosa di api nel mondo, Marla Spivak, una sorta di Jane Goodall delle api, cerca di spiegare da tanti, tanti anni tutti i motivi per cui le api stanno morendo e tutti i motivi per cui questo ci porterà a un ecodisastro, ma la moria delle api non fa che peggiorare, proprio come cambiamenti climatici, inquinamento, sovrappopolazione umana e ingiustizia sociale.

Dentro all’albero delle api

Le api muoiono: api nei fiori del mio Callistemone
Fiore del mio Callistemone con api che si nutrono

Ho un albero, in giardino, si chiama Callistemone e due volte l’anno fiorisce completamente: i suoi rami sono così lunghi che quasi toccano terra e fanno dei fiori rossi che sembrano scovolini, fiori che le api amano. Ci si infilano letteralmente dentro e succhiano il nettare. La prima volta che le ho viste, così tante, ronzare intorno all’albero e passare di fiore in fiore, mi è venuto spontaneo entrare sotto ai rami e sedermi a terra, appoggiata al tronco e stare lì dentro, a guardarle e ascoltarle mentre mi svolazzavano intorno. Ogni tanto un’ape mi si fermava sulla mano e poi riprendeva il suo lavoro. Ho pensato che fosse la postazione perfetta per meditare e mi sono ricordata di quando, forse venti anni fa, uno dei miei maestri di Qi Gong ci spiegava che, nella meditazione, dovevamo provare a visualizzare una sorta di smeraldo all’altezza del secondo Chakra, centro del desiderio e della creatività e fondamentale per arti marziali e rapporto con la natura. Per quanto a parole possa sembrare una cosa così semplice, visualizzare quello smeraldo era quasi impossibile per me. Lo vedevo per pochi secondi e spariva. Ma, entrata nell’albero delle api, ho sostituito l’immagine dello smeraldo con un alveare, ed è stata una scelta perfetta. Non solo visualizzavo l’alveare nell’area del secondo Chakra ma mi sembrava di abitare in una di quelle piccole celle perfette, e raramente in vita mia mi sono sentita così tranquilla e al sicuro. Le api sono creature misteriose e amorevoli, e se ti sentono affine e non minacciosa, possono farti accedere alla loro mente alveare. Ma questo è solo un piccolo motivo in più per amarle.

Le api muoiono: In che modo le uccidiamo

Le api hanno iniziato a diminuire già nella Seconda Guerra Mondiale, ma la loro grande moria è iniziata negli anni 2000 grazie a: pesticidi; parassitosi (il Varroa Destructor, ad esempio, che indebolisce irreversibilmente il sistema immunitario delle api); perdita di habitat; cambiamenti climatici (il caldo eccessivo impedisce alle piante di fornire sempre nuovo nettare e polline per le api, impoverendo così la loro alimentazione, mentre il freddo improvviso, oltre a compromettere i fiori stessi, blocca anche lo sviluppo dell’alveare; il riscaldamento globale, poi, facilita la proliferazione dei parassiti dell’alveare, tutti letali, dal Varroa alla Vespa Vellutina all’Aethina tumida); l’agricoltura che coltiva quasi solo monocolture di cereali, scarsi di polline e di nettare e che non lascia spazio a piante e fiori selvatici che sono invece un vero nutrimento per le api; perfino le pratiche scorrette di alcuni apicoltori, che possono indebolire le api e concorrere alla loro morte. Le cause sono molte, ma col passare degli anni l’attenzione si è concentrata su una specifica famiglia di pesticidi, i neonicotinoidi.

Greenpeace, campagna per salvare le api 2019

L’introduzione in larga scala dei neonicotinoidi è coincisa con l’inizio della moria delle api. Usati in agricoltura per le sementi di mais e di altre colture, agiscono sul sistema nervoso di insetti infestanti, ma purtroppo, anche sugli insetti impollinatori, fondamentali per la sicurezza alimentare nel mondo e per la biodiversità visto che l’impollinazione garantisce la riproduzione di più dell’80 per cento delle specie vegetali. Come se non bastasse gli effetti negativi dei neonicotinoidi si ripercuotono anche su alcune specie di volatili.

Cosa facciamo per salvare le api

L’Unione Europea è l’unica parte del mondo che ha almeno provato a fare qualcosa, mettendo fuori legge, nel 2018, tre fra i neonicotinoidi considerati più dannosi, almeno in campo aperto, perché in serra sono sempre utilizzabili. Alcuni fra i singoli paesi europei hanno protestato a lungo e quindi dubito si siano messi in regola con la normativa. Negli Stati Uniti, invece, nel 2014 l’amministrazione Obama ha messo su la classica task force americana incaricata di “studiare la situazione”; in seguito, con l’amministrazione del bleach-drinker dubito fortemente che il salvataggio degli insetti impollinatori sia stato messo in agenda, a danno dei bravi produttori di pesticidi.

Le api muoiono: ape sui miei fiori di Buddleia
Le api muoiono: ape sui miei fiori di Buddleia

Per quanto riguarda la Cina, poi, posso annunciare che in alcune vaste contee, come quella di Maoxian nella provincia di Sichuan, l’avvelenamento dell’ambiente ha ucciso tutti gli impollinatori naturali fin dagli anni ’80. Di conseguenza i coltivatori di frutta eseguono loro stessi questo lavoro, impollinando a mano, una ad una, le piante. Dagli anni ’80 ad ora questo “lavoro” si è diffuso in molte parti del mondo e lo trovo fortemente simbolico in previsione del futuro molto prossimo che ci aspetta: un ennesimo lavoro da schiavi (non credo si possa definire diversamente) in un mondo posseduto da iper ricchi, blocchi di potere e lobby di imprenditori/criminali guardati con grande rispetto da politici e media.

Le api muoiono: Pomodori e vibratori

Qualcuno si domanderà come funziona il mestiere dell’impollinatore umano. Queste persone muovono il polline da fiore a fiore con un pennellino, e, sfortunatamente, non è più un tipo di occupazione così rara. I coltivatori di pomodori spesso impollinano i fiori di pomodoro utilizzando un vibratore. Un vero vibratore, sì. Questo perché il polline contenuto dentro a un fiore di pomodoro è rinchiuso in modo molto preciso nella parte maschile del fiore, l’antera, ed il solo modo per liberare il polline è farlo vibrare. Infatti i bombi sono una delle poche specie di api nel mondo capaci di salire sul fiore e farlo vibrare, scuotendo le ali ad una frequenza simile alla nota musicale Do. In questo modo tutto il polline spruzza fuori e ricopre per intero il corpo del bombo che poi lo porta a casa come cibo. Alcuni coltivatori di pomodori adesso insediano colonie di bombi nella serra per fargli fare un’impollinazione più efficiente, cosa che rende anche i pomodori di migliore qualità.

Bombo e fiore di pomodoro

Quanto vale il lavoro delle api?

C’è gente per cui quello che conta è sempre ed esclusivamente il dio denaro, e quindi aggiungo poche parole: il lavoro delle api è valutato 153 miliardi di euro all’anno globalmente, 22 miliardi solo in ambito europeo, ma sono dati non troppo recenti. Di sicuro, relativamente al numero delle api sempre più in calo, i dati non possono che essere più alti.

Per quel poco che possiamo fare, oltre a supportare Greenpeace e la sua campagna a favore delle api, da questo link potete scaricare la lista delle piante da mettere in balcone, giardino, terrazzo per aiutare gli impollinatori.

Le api muoiono: l’ultima ape

La frase “Se le api scomparissero dalla Terra, per l’uomo non resterebbero più di 4 anni di vita” è stata attribuita ad Einstein, anche se probabilmente non è stato lui a dirla. Di sicuro, se l’uomo è interessato a sopravvivere, ha bisogno o di molte api o di molti schiavi umani. In ogni caso io un futuro senza api e da schiava non lo voglio vivere. Ripensare a tutte le lucciole che d’estate vedevo da bambina al mare, in campagna, quasi ovunque, mentre mio figlio non è mai riuscito a vederne nemmeno una già mi mette una grande tristezza. Ma vivere senza api, no grazie. Teneteveli voi i 4 anni di vita. Infilatelo voi il vibratore nel pomodoro. Io non sopravviverò mai all’ultima ape.

“BEEKEEPER” di Keaton Henson, canzone bellissima che dedico a tutti gli apicoltori che considerano le loro api parte della propria famiglia

Marvin Paranoid Android

Ognuno di noi appartenenti all’antica tribe – ormai in via d’estinzione – di quelli che amano la letteratura, ha trovato, prima o poi, un alter ego perfetto fra i protagonisti di qualche libro; Marvin Paranoid Android, il robot di Guida Galattica per Autostoppisti, saga capolavoro di Douglas Adams, è decisamente il mio alter ego.

Marvin Paranoid Android: Douglas Adams
Marvin Paranoid Android: Douglas Adams

Letteratura bella e letteratura dimenticabile

Parto da un presupposto: Guida Galattica non è un libro per geek o per soli amanti di sci-fi: è un capolavoro della letteratura. Per me non esistono generi più o meno degni. Esiste letteratura bella e letteratura dimenticabile. Ad esempio: Lovecraft, horror, è un mito e scrive come fosse dio. Philip K.Dick, sci-fi, è un genio visionario e scrive come fosse dio. Le Guin, che è riuscita a coniugare fantasy e psicanalisi, scrive come una dea. La maggior parte del mainstream che viene pubblicato da anni, invece, potrebbe trovare un impiego migliore nell’alimentare il fuoco del camino. Poi ci sono i libri dei comici, quelli dei vari Moccia e gli altri librettini per “young adult” (io a 14 anni leggevo Stendhal e Dostoevskij ma forse non ero né young né adult ma solo aliena un po’ come adesso), i cloni dei cloni dei cloni, i romanzoni lunghissimi e noiosissimi di vecchissimi e ricchissimi giornalisti, i libercoli “sui boss della politica” dei vari Bruno Vespa che solo un ominide, non so, un Australopiteco potrebbe acquistare: bene, tutti questi libri sono merda. Sì, proprio merda: infatti non vanno bene nemmeno per alimentare il fuoco nel camino.

Marvin Paranoid Android: Guida Galattica per Autostoppisti

Tornando a Guida Galattica, trilogia in cinque volumi (Adams diceva: mai stato forte in matematica): troviamo svariati personaggi che si muovono nel suo intergalattico percorso, ma, de facto, Marvin è il protagonista assoluto. Una delle descrizioni di Marvin che troviamo nel libro dice:

“… sebbene fosse magnificamente costruito e lucidato, sembrava in qualche modo come se le varie parti del suo corpo più o meno umanoide non si adattassero perfettamente. In effetti, si adattavano perfettamente, ma qualcosa nel suo portamento ha suggerito che avrebbero potuto adattarsi meglio.”

La prima e unica volta in cui Marvin viene definito paranoid android è quando Ford si rivolge al compagno di viaggio Zaphod per chiedergli: “Dobbiamo portarci dietro quel robot?” e Zaphod risponde: “Quel paranoid android? Ma sì, portiamolo!” e Ford ribatte: “Ma cosa ce ne facciamo di un robot maniaco-depressivo?” Ma poi la canzone che i Radiohead gli hanno dedicato “Paranoid Android” l’ha reso famoso con quell’appellativo

Radiohead: Paranoid Android

L’unico robot depresso della storia dellla Sci-Fi

Marvin è l’unico robot o androide depresso di tutta la storia della fantascienza. Depresso e disgustato da tutto quello che lo circonda. E d’altra parte è un prototipo del software GPP (Genuine People Personality) grazie a cui ha una notevole sensibilità, prova emozioni proprio come gli esseri umani ed ha tutte le capacità di costruirsi una personalità che è, nel suo caso, decisamente ostinata e fortemente contraria! La sua intelligenza non ha limiti, può risolvere calcoli impossibili e quesiti di matematica altissima in pochi istanti ed è praticamente in grado di fare qualsiasi cosa: utilizzare dispositivi altamente tecnologici, armi complesse e sofisticate, gestire situazioni estremamente difficili sia logisticamente che psicologicamente parlando, anche se viene utilizzato, per lo più, per compiti banali come aprire porte, accompagnare umani da una camera a un’altra, raccogliere pezzi di carta. Eppure, sia i soliti compiti estremamente facili che quelli fin troppo difficili lo lasciano annoiato e frustrato.

Bisogna però aggiungere che, se è innegabile che Marvin sia lamentoso e insofferente, è giusto dire che è un personaggio decisamente molto amato da tutti quelli che hanno letto il libro, Thom Yorke dei Radiohead compreso.

Marvin Paranoid Android: parole e dialoghi

Marvin Paranoid Android: don't talk to me about life
Marvin: Life! Don’t talk to me about life

Le tipiche frasi di Marvin sono:

“La vita puoi disprezzarla o ignorarla, ma non potrai mai fartela piacere.”

La rugiada cadendo stamattina ha fatto un rumore che non esito a definire disgustoso”

O anche: “Scusatemi se respiro, cosa che comunque non faccio mai e non so perché io mi prenda la seccatura di dirlo, oddio, quanto sono depresso!”

Per non parlare dei suoi dialoghi:

Arthur: (Parlando della Terra) era un posto bellissimo.

Marvin: C’erano gli oceani?

Arthur: Oh sì, grandi, vasti oceani azzurri.

Marvin: Non sopporto gli oceani.

E naturalmente il suo tormentone: “E poi ho questo dolore terribile in tutti i diodi del mio lato sinistro.”

Il rapporto di Marvin col resto dell’Universo

Credo che l’aggettivo migliore per definire Marvin in realtà non sia depresso, ma sconfortato in modo incurabile. Lui non riesce ad armonizzarsi con l’Universo che lo circonda, gli è proprio impossibile. Le altre macchine e computer con cui ha a che fare sono tutti creati per servire e, allo stesso tempo, rallegrare chi li ha costruiti, e Marvin li odia. Detesta Eddie, il mellifluo computer di bordo che a pochi secondi dall’esplosione dell’astronave Heart of Gold continua pacifico a cantilenare con la sua voce nasale: “Walk on, walk on with hope in your heart… and you’ll never walk alone!”; ma ancora di più odia le allegrissime porte scorrevoli della medesima astronave:

Quando la porta si richiuse, lo fece effettivamente con un sospiro di soddisfazione: “Hummmmmmmyummmmmmm ah!”

Marvin la guardò con freddo disgusto, e i suoi circuiti logici inorridirono e vibrarono, scossi dall’idea allettante di usarle violenza fisica.

Ma niente riesce a infastidirlo quanto la vita organica. Nessuno è simile a lui, nessuno è in grado di capirlo, di apprezzarlo e lui ne è perfettamente consapevole. Le creature organiche mentono, anche quando non vogliono, ma lui no, non mente mai. In compenso è continuamente sarcastico:

“Ehilà, Marvin – disse Zaphod dirigendosi verso il robot – ehilà, amico mio. Come siamo contenti di vederti!”

Marvin si girò, e per quanto lo consentiva la sua faccia di metallo guardò tutti con aria di rimprovero.

“No, non siete affatto contenti di vedermi – disse – nessuno è mai contento di vedermi”

“Ti sbagli, sai – disse Trillian – siamo veramente contenti di vederti. Pensare che sei stato qua ad aspettarci per tutto questo tempo!” Fece al robot una carezza che lo disgustò profondamente.

“Già, ho aspettato cinquecentosettantaseimila milioni e tremilacinquecentosettantanove anni – disse Marvin – una bazzecola.”

Marvin Paranoid Android: di robot, computer e androidi

Marvin Paranoid Android
Marvin, brain size of a planet

Quando parlo di vita organica, mi riferisco a tutte le più varie e bizzarre forme viventi che si incontrano nell’ambito della Guida Galattica, come, ad esempio, i materassi sobbobanti di Sconchiglioso Zeta:

Ricominciò a girare intorno alla sua gamba artificiale d’acciaio che, piantata in mezzo al fango, ruotava leggermente.

“Ma perché giri in tondo in continuazione?” chiese il materasso.

“Perché gli altri afferrino il concetto” disse Marvin, senza fermarsi.

“L’ho afferrato, amico carissimo – ciancigliò il materasso – l’ho afferrato.”

“Giusto un altro milione di anni – disse Marvin – un altro milione di anni, poi comincerò il cammino a ritroso. Tanto per variare un poco, capisci.”

Naturalmente non posso spoilerare cosa accade a Marvin alla fine, nella speranza che, fra quei pochi che dovessero leggere questo articolo fino in fondo (come vedete sono già in modalità Marvin) ce ne sia qualcuno che, non avendolo ancora fatto, decida di leggersi Guida Galattica, libro incantevole e iconico.

“Dì un po’ – chiese Arthur – vai d’accordo con gli altri robot?”

“Li odio” rispose Marvin.

Computer e androidi io invece li ho sempre amati, perfino i robot parecchio stupidi di Asimov. Perfino i perfidi replicanti di Blade Runner, bellissimi e privi d’empatia ma desiderosi di continuare la loro vita, o almeno di conoscere la loro data di scadenza. Ho amato anche Hal di Odissea nello Spazio, lui sì un po’ paranoide, ma con qualche ragione dalla sua, vi pare? Eppure nessuno di loro l’ho mai sentito così vicino come Marvin, schiacciato dall’ineluttabilità dell’esistenza, dal sentirsi diverso fra gli organici e diverso fra i robot, annichilito da quel quid che non gli permette di adattarsi al meglio ma allo stesso tempo investito dalla volontà un po’ patetica di continuare a girare in tondo solo perché qualcuno afferri il concetto. Infine amo Marvin perché condivido la consapevolezza, in lui mai affievolita nemmeno in milioni di anni, che, nella vita, per citare Vasco Rossi, “Siamo soli.”

Vasco Rossi, Siamo soli live 2008

Gli organismi simili a robot, come quelli fatti di carne e sangue, non sarebbero stati altro che un trampolino verso qualcosa cui, già da molto tempo, gli uomini avevano dato il nome di “spirito”. E se esisteva qualcosa di là da questo, il suo nome poteva essere soltanto Dio.

Arthur C.Clarke

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV

Lilli Gruber e i suoi amici giornalisti

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV è trasversale. Vanno dal pensiero moderato a quello di estrema destra ma sono un po’ tutti amici, e soprattutto, sono sempre gli stessi. Pochi e pagati come rockstar, ma senza saper suonare né cantare, e, spesso, senza avere assolutamente niente da dire.

Prendiamo ad esempio un tipico programma televisivo “giornalistico” serale, da italiano moderato e perbene, come il programma “8 e mezzo” di Lilli Gruber. Diventare ospite fisso “la sera a casa di Lilli” è un onore raro, che, come tutti gli onori rari, viene concesso solo agli amici più intimi. I giornalisti che passano le serate con Lilli, infatti, non solo vengono strapagati, ma fanno anche una rapidissima carriera nel loro ambito. Massimo Giannini, ad esempio, è appena diventato direttore della Stampa. Andrea Scanzi, oltre a scrivere sul Fatto Quotidiano ha avuto in sorte un programma suo su Nove e sta praticamente sempre in TV come “tuttologo” una sera qui, una sera lì. (Io, sinceramente, non credo che di Scanzi ne possa esistere uno solo. Immagino ne abbiano costruiti almeno sei o sette.)

Ma la sera a casa di Lilli

La sera a casa di Lilli: A casa di Luca

Sempre dalla Gruber, quando poi non c’è Scanzi, allora c’è Travaglio, un altro che la sera sta fisso in tv SEMPRE, va in giro a fare spettacoli teatrali dove non ho la minima idea di cosa faccia e, nei ritagli di tempo dirige un giornale, dove la sola cosa leggibile è il suo editoriale. E del resto nel suo giornale Travaglio è supportato da punte di diamante come Selvaggia Lucarelli, che da attrice televisiva si è poi riciclata in “tuttologa” e infine giornalista. Per non parlare della lunga collaborazione fra il Fatto quotidiano e il politico aka “qualsiasi altro mestiere” Di Battista. Del resto, bisogna pur dirlo: fare il giornalista non è come fare il neurochirurgo; se scrivi o parli come un cane non rischi di ammazzare nessuno, e quindi avanti tutta!

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV

Altri due che non mancano mai da Lilli sono Sallusti, direttore de Il giornale e tristemente noto per aver detto – di recente, sempre in tv – che “Sapete, c’erano anche nazisti buoni”. Non lo sapevamo, no, ma deduco che Sallusti immagini se stesso come uno di loro. E poi le new entry femminili: Marianna Aprile, redattrice nientemeno che della rivista Oggi ed ex giornalista di (wow) Novella 2000 e tale Cuzzocrea, che ha lo sguardo da aliena spaventata e quando apre la bocca non se ne accorge nessuno ma è presente dalla Gruber quasi quanto Travaglio.

Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: Marco Travaglio
Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in tV: Marco Travaglio

Negli ultimi mesi la Gruber ha sempre avuto ospite fisso anche il virologo dall’occhio assonnato, utile alla conversazione e all’informazione medica come un buco nel gomito. Nei due mesi di paura da Covid-19 e di lockdown, Lilli Gruber è riuscita a parlare sempre dello stesso identico argomento con le stesse identiche persone. Forse ha vinto una scommessa o ha battuto qualche record. Se non ricordo male Einstein diceva che “la follia sta nel compiere sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi.” Se Einstein aveva ragione, devo dedurre che la follia della Gruber sia ormai conclamata. Assieme al rincoglionimento del pubblico televisivo che, come diceva saggiamente Berlusconi già negli anni ’90, è come un bambino di undici anni nemmeno troppo sveglio.

Altri giornalisti della lobby “sempre in TV”

Altri giornalisti che, fra la Gruber e le altre trasmissioni pseudo-giornalistiche stanno sempre in mezzo sono: Antonio Padellaro, Beppe Severgnini, Luca Telese, Massimo Franco, lo scrittore ex magistrato Carofiglio, Marco Damilano, Maurizio Belpietro, Walter Veltroni che, dopo aver fatto il politico di professione per quasi tutta la sua non breve vita ed averne tratto, oltre a una maxi-pensione, contatti, amicizie che contano molto, favori da riscuotere, oggi si presenta a volte come “scrittore”, altre come “regista di cinema”, a seconda di cosa deve promuovere: quanto invidio le facce di bronzo! Scusatemi se ho mancato di citare qualcuno, ma bisogna anche dire che sì, è vero, sono pochi, ma anche fortemente dimenticabili.

Nessuno legge più i giornali  

Ma, soprattutto, dobbiamo dire quello che tutti sanno perfettamente: i giornali ormai non li legge più nessuno, né su carta stampata nel sul formato online. Questo perché la gente – di destra, di centro, di sinistra, in modo trasversale come la lobby di Lilli – non legge più nulla che superi i 200 caratteri con 2 faccine. Di conseguenza, se già prima i giornali erano insulsi, poco stimolanti, indirizzati politicamente in modo così smaccato e fastidioso, oggi sono – direttamente – carta straccia. Ma continuano ad esistere per via di partiti politici o gruppi di potere che si tirano dietro – economicamente – questi ormai inutili carrozzoni perché evidentemente ritengono di avere ancora bisogno di qualcuno che getti fumo negli occhi della gente al posto loro o assieme a loro. Ed ecco perché i giornalisti della lobby “amici di Lilli” poi fanno carriera, perché, sera dopo sera, diventano come i testimonial famosi di una marca di pasta o di una passata di pomodoro.

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: Action-Figures

Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: action-figure da Fortnite
Action Figure del video-game Fortnite

Che il giornalismo televisivo sia sempre stato una pagliacciata, questo lo sappiamo tutti fin da quando eravamo bambini. Ma che, col crollo dei giornali stampati l’informazione sia ormai solo in mano a tv e social, è la nuova realtà mondiale. Questa è ormai l’informazione, facciamocene una ragione, perché dove non esiste informazione libera non esiste libertà. I Montanelli, i Bocca, l’unico e favoloso Beniamino Placido così come i Woodward e i Bernstein, ma anche l’Oriana Fallaci reporter in Viet-nam sono stati sostituiti non da umani incapaci e nemmeno da replicanti, ma da action-figures, categoria di piccole bambole che riproducono, in versione snodabile, personaggi famosi di film, serie televisive, campioni sportivi, manga. Adesso, a quanto pare, anche giornalisti.   

Oriana Fallaci reporter in Vietnam

  

PrimaValle Epidemic FASE 2

PrimaValle Epidemic FASE 2: PRIMAVALLE, BABY

Andiamo all’Eurospin, Ettore e io, così, alla spicciolata, perché ancora non è chiaro se ci faranno entrare in due oppure no. Quindi sincronizziamo gli orologi (io l’orologio non l’ho mai avuto, nemmeno da bambina, quindi sincronizziamo solo il suo) e ci diamo appuntamento dentro. Una volta lì, c’è tanta di quella gente da poter mettere su un mercato di scambi internazionali, tipo: “Un colera e un’epatite B in cambio di un Covid!” o anche “Io ho una legionella vintage…” e tutti “Wow! La legionella è rara, al momento!” e poi arrivano i soliti raccomandati “Noi offriamo patogeni nuovissimi e molto colorati…” e la gente “Sì, vabbè, ma come fai a capire se non sono contraffatti?” per non parlare dei trader “Shortiamo, shortiamo sul Covid ancora per un paio d’ore!”

Nonostante ciò, noi, protetti dalle mascherine chiamate da De Luca “quelle di Bunny il coniglietto” ci muoviamo eroici verso il reparto più minaccioso, quello di frutta e verdura.

PrimaValle Epidemic: FASE 2 Le mascherine di Bunny il coniglietto

Ed ecco che una muraglia – non esagero – di meloni ci si staglia di fronte. Un altro scaffale, attiguo a quello dei meloni, contiene forse un migliaio di cocomeri baby. Io prendo rapidamente un cocomero e Ettore si dirige verso i meloni. Gli dico “No. Tu non li sai scegliere.”

Risponde: “Altroché. Sono bravissimo a scegliere i meloni.”

Gli dico: “Ha parlato l’uomo Del Monte.”

In quel preciso momento Ettore, dopo aver osservato i meloni con perizia per un paio di secondi, ne sceglie uno, allunga la mano e lo prende. Una frazione di attimo ed ecco che una cascata di meloni caracolla giù dallo scaffale. Ettore cerca di abbracciarli come di sti tempi non faresti nemmeno con la vecchia zia che forse, un giorno, potrebbe metterti sul testamento ma è tutto inutile: per quanti ne riesca a trattenere sono molti di più quelli che crollano. Io cerco di aiutarlo ritirandoli su, ma non funziona, perché più li tiri su e più tornano giù. A quel punto la cascata trofica si comunica ai baby cocomeri, e ne cade uno. I cocomeri piccoli se cadono si rompono ma io lo ritiro su ugualmente. Come lo rimetto al suo posto ne cadono tre, creando un gran casino di polpa e acqua di anguria sul pavimento. A quel punto iniziamo tutti e due a ridere come matti, ma proprio come matti, come se fossimo strafatti di canne e invece no, io quasi cado a terra dalle risate ma la sensazione che da un momento all’altro possano mandare il pelato della security a sbatterci fuori ci fa tornare ad un più basso profilo.

PrimaValle Epidemic FASE 2 cascata di meloni
PrimaValle Epidemic: FASE 2, cascata di meloni

Per fortuna non siamo in un supermercato vip e nessuno ci caga. A qualche passo di distanza, però, vediamo un signore sugli ottanta, piuttosto pesante, che si trascina faticosamente su due canadesi e, passetto dopo passetto, si dirige proprio verso il luogo dei cocomeri sfatti, dove è praticamente impossibile non scivolare.

“Cazzo, quello fra poco arriva lì sopra e si scrocia…” dico io.

“E quindi se quello cade s’inculano noi?” domanda Ettore.

“Beh no. Noi siamo il cliente. Il cliente ha sempre ragione.”

“Allora che facciamo. Restiamo a guardare? Sono un po’ curioso.”

“Oppure ci allontaniamo e guardiamo da lontano. Sono un po’ curiosa anch’io.”

Nascosti fra il carrello e lo scaffale dei detersivi, mentre esseri umani indifferenti sciamano intorno a noi come api (ma senza essere così carini come le api) vediamo il vecchio superare i cocomeri senza un attimo di indecisione, sempre perfettamente stabile con i suoi centocinquanta chili appoggiati alle due stampelle. Sicuro che ci seppellisce tutti e due.

“Però. Hai capito il vecchio?” dice Ettore.

“Già. Primavalle, baby” dico io.

 “Primavalle, baby – ripete lui – adesso sbrighiamoci o il vecchio arriva alle casse prima di noi…”

PrimaValle Epidemic FASE 2: MOMENTI DI GLORIA

Ettore entra dal tabaccaio di zona per pagare una bolletta. Una volta ci comprava le sigarette, ma ha smesso di fumare. Una volta ci giocava al superenalotto ma dopo la lunga pausa è come se il lotto fosse eternamente in lockdown. La forte protesta dell’anziano signore che, lo scorso 24 marzo a Messina sparò alla tabaccaia perché non lo faceva giocare, in qualche modo è rimasta lettera morta. In breve, restano solo le bollette.

C’è una ragazza alla cassa, giovanissima e senza mascherina. Ettore deve pagare 167 euro e sessanta centesimi. Allora tira fuori i 150, poi i 10, poi i 5 ed inizia con monete e monetine fino ad arrivare alla cifra richiesta. La ragazza lo guarda con gli occhi spalancati.

“Accidenti, AMO’ – gli dice sbalordita – nessuno me aveva mai dato i sordi così, uno a uno…”

Lo guarda ancora stupefatta e aggiunge: “Certo che sei proprio preciso!”

PrimaValle Epidemic FASE 2: TORRE DI BABELE

PrimaValle Epidemic FASE 2, la Torre di Babele di Peter Bruegel il Vecchio
La Torre di Babele di Peter Bruegel il Vecchio

Dove abitiamo noi non c’è mai troppo rumore, ma da quando c’è il Covid il silenzio è aumentato ed è una cosa bellissima. Stamattina, improvvisamente, sembrava di esserci svegliati all’inferno.

Prima di tutto la didattica smart. Nonostante tutto quello che vi possano raccontare in proposito, la didattica smart non è per niente smart: insegnanti e studenti devono urlare per farsi sentire, solo per dirne una. Emiliano, dal piano di sopra, ululava come se stesse tenendo un comizio su Leopardi e Verga. La prima cosa che ho pensato: “Verga no, cazzo! L’ho sempre odiato.”

Dal muro attiguo, la figlia dei nostri vicini, sedicenne, stava seguendo una lezione di spagnolo, perché si sentiva la professoressa strillare con tono marziale cose come: “Que es esto? Te pedí una explicación no un diccionario de sinónimos!!”

Poi c’era la sorella minore, di 14 anni, che parlava forse con un’amica da qualche altro dispositivo, e anche loro urlavano:

“Allora?”

“Niente, c’ho il giorno libero…”

“Ah! C’hai er freedday?”

“Sì. Cia cia”

“Cia cia”

Ma la cosa più inquietante è stata una voce del tutto sconosciuta provenire dal nostro cortiletto condominiale, dove nessuno che non appartenga alla palazzina avrebbe mai il coraggio di avvicinarsi, per via dell’agghiacciante visione del garage aka cantina che nessun essere umano riuscirebbe a sopportare, se non dopo un lungo training passato a guardare la piccola Samara che esce dal pozzo e dal televisore per venirti a uccidere.

da The Ring, capolavoro dell’horror, la piccola Samara esce dal televisore

Visto che Ettore e io abitiamo nel basement (in inglese fa più fico) la voce di questo tizio sembrava provenire direttamente da dentro al letto:

“Allura iu direi u purtusu ri farlo cca picchì da cca ci sunnu deci metri chi ci dovrebbero abbastari”

Il tizio, con una tuta che poteva essere da tecnico Acea, Eni, o semplicemente da coglione in tenuta anti Covid, parlava siciliano stretto. Ettore ha aperto la finestra e se l’è trovato a pochi centimetri. Non l’aveva mai visto e sperava che, chiudendo gli occhi per riaprirli subito dopo, il siculo sarebbe scomparso. Ma non è successo.

“Ma che è sta torre di Babele del cazzo?” ho domandato. Ettore ha risposto:

“Boh”

La casa in Circonvalla però c’ha più stile”

J-Ax Più Stile