La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese

Intervista a Samantha M. e Omar B.

I ragazzi che appartengono alla “meglio gioventù” italiana, oggi, sono quelli che non hanno genitori potenti né ricchi, non hanno università pagate da mamma e papà in Europa o in America, non hanno il loro bel futuro già assicurato fin dal momento in cui sono venuti al mondo, eppure studiano, lavorano duramente, si conquistano le loro borse di studio, si laureano brillantemente e sanno di poter contare sempre e solo su se stessi. Di sicuro sanno di non poter contare sul sistema Italia, che è abituato a prendere a calci i ragazzi come loro, finché non sono costretti a scappare all’estero. “Masticati e dopo vomitati” per citare Anastasio, poeta rapper.

I due giovani che mi accingo ad intervistare, Samantha M. 26 anni, Laurea triennale in Lettere Classiche e Laurea magistrale in Filologia moderna con tesi su Filologia Romanza; Omar B. 25 anni, Laurea triennale in Lingue con Tesi sull’Ostalgie, a un anno dalla Laurea Magistrale, rappresentano perfettamente la gioventù di cui parlo.

Samantha
Omar a Tallin, Estonia

Samantha è una di quelle persone rare, eccezionalmente bella sia fuori che dentro, empatica, animalista, colta, piena d’interessi, nata in Calabria e trasferitasi a Roma per fare l’Università. Omar è un ragazzo dal DNA multiculturale: padre algerino, madre polacca, nato e cresciuto a Roma sud e quindi italiano ma soprattutto romano, bello, indipendente, cinefilo, colto, ironico.

Domanda: Dopo il liceo avete scelto facoltà di tipo umanistico: Samantha Lettere Classiche a La Sapienza e Omar Lingue a Roma Tre. Perché avete scelto queste facoltà? Quando le avete scelte avevate già un’idea del lavoro che avreste voluto fare dopo?

Samantha: Sì ho scelto Lettere ma fino all’ultimo anno di liceo classico ero convinta di voler fare l’astrofisica, tant’è che per tutto l’ultimo anno di liceo presi lezioni private di fisica e matematica. Poi, ad un test attitudinale risposi correttamente a tutte le domande umanistiche e a nessuna di matematica e fisica. La presi male, mi misi a piangere e la mia Prof mi disse una frase che ancora ricordo perché è stata fondamentale: “Quando capirai che il tuo amore per il cielo stellato è più letterario che scientifico, allora farai la scelta giusta.”

Quando ho scelto Lettere non avevo alcuna idea del lavoro futuro. Ho sempre amato leggere e ho scelto Lettere principalmente per amore della lettura. Credo che 18 anni siano pochi per prendere una decisione così importante come quella della facoltà.

Omar: Ho scelto Lingue, Russo e Tedesco, considerando che l’inglese lo parlavo già piuttosto bene e che parlo polacco e italiano come madre lingua. Forse per DNA multiculturale ho una predisposizione e una curiosità naturale per la conoscenza delle lingue; poi ho da tempo una forte passione per la letteratura russa. Io ho sempre lavorato, fin da quando avevo quindici anni e andavo a scuola, e all’epoca facevo principalmente il cameriere, anche se poi ho lavorato a lungo nell’assistenza clienti come sotto interinale in un’Agenzia che prende appalti da altre Società e, nel mio caso, prima Telecom e poi Poste. Comunque quando ho scelto questa facoltà ho pensato a un lavoro nell’ambito del settore turismo.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Omar a Tallin
La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Omar a Tallin, Estonia

Domanda: Samantha, tu hai passato quasi un anno in Francia, a Poitiers, con Erasmus. Tu Omar sei stato già, durante il primo triennio di Università, con Erasmus a Tallin, Estonia e adesso hai vinto di nuovo Erasmus per studiare in Russia e in Germania. Purtroppo con tutte le difficoltà enormi del Covid non ti fanno entrare in Russia e devi seguire le lezioni in dad, ma lo fai dalla Polonia. Raccontatemi il vostro Erasmus, cosa vi ha dato, cosa vi ha fatto capire, cosa vi ha tolto.

Samantha: Ho trascorso 8 mesi in Francia, bellissimi ma molto malinconici. Ho sperimentato il vivere da sola, perché stavo in un appartamento dello studentato, ma bisogna dire che i francesi – soprattutto in una cittadina della Francia centrale – non sono molto compagnoni. Ho sperimentato cosa vuol dire, all’inizio, non comprendere e non riuscire a farsi comprendere dall’altro. Mi ha fatto crescere molto e mi ha fatto mettere molto in discussione. Una volta ho pensato, mentre fumavo una sigaretta davanti alla finestra “Io qui ci rimarrei per sempre se solo avessi i miei affetti accanto”.

Omar: Non potendo entrare in Russia per il Covid sono venuto in Polonia perché qui si campa con pochi soldi e ho la doppia cittadinanza italiana e polacca. A differenza dell’Erasmus in Estonia, dove dare esami con la preparazione italiana era semplice, con la Russia è tutto molto più difficile, nonostante sia a distanza; i russi sono molto scrupolosi e giustamente pretendono molto: ho le lezioni frontali ma al contempo discutiamo dei vari topic, ho le presentazioni, ci danno i compiti come fossimo al liceo e li controllano. Sto studiando come non ho mai studiato in vita mia: solo il corso di russo mi occupa 16 ore di lezione a settimana e in totale ho 30 ore di lezione a settimana, a cui devi aggiungere tutte le ore passate da solo a studiare. Alla fine è molto più di un lavoro full time, ma i professori sono tutti molto competenti e impeccabili, tranne che sotto il punto di vista organizzativo perché la MGU è la prima università in Russia, quindi un mega ateneo, tipo La Sapienza ma più grande. Altra cosa di positivo è che i professori russi prestano interesse al loro studente, mentre in Italia il professore è su un piedistallo e lo studente è un nulla. Quando hai un compito, una presentazione, la tua opinione conta e se ne discute anche a lungo.

Domanda: Mi sembra di capire dalle vostre esperienze che all’estero, in ambito universitario, c’è tutto un altro approccio e si respira un altro clima rispetto all’Italia, dove puoi anche essere un piccolo genio ma, se non hai i giusti agganci, sei completamente tagliato fuori da ogni possibilità di carriera accademica.

Samantha: Ho appena saputo di aver vinto questa borsa di studio per l’estero cui avevo fatto richiesta ad agosto, erogata da La Sapienza. Poi ho fatto esami scritti e orali e sono molto contenta infine di averla vinta. È una “borsa di perfezionamento all’estero” per seguire corsi o master che siano afferenti al proprio corso di studi, ovviamente in un’istituzione universitaria. Io, quando ho fatto richiesta, ho contattato via email i miei professori di Poitiers che mi hanno immediatamente risposto e segnato tutti i fogli, subito, il giorno dopo, cosa che qui in Italia non è mai successa neanche in sogno, e andrò lì all’Università di Poitiers, quando le lezioni non saranno più solo online, a seguire tutti quei corsi di Medievistica, dalla Filologia alla Storia dell’arte, Paleografia ecc. e poi preparare un progetto di dottorato da presentare in Francia, a settembre. Sicuramente, pur essendo italiana, in Francia ho delle possibilità che qui sono inesistenti.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Samantha in Francia
Samantha in Francia

Omar: La mia esperienza con la Russia è che vieni preso in considerazione in modo diametralmente opposto a quello italiano. Ti faccio un esempio: di un poeta russo concettualista anni ‘70, Prigov, ho tradotto 2 poesie e insieme alle traduzioni ho scritto un articolo che mandai a una professoressa in Italia per avere un feedback. Dopo un anno lei non ha ancora dato un’occhiata alle mie traduzioni. Come ho parlato alla prof russa della stessa cosa lei mi ha detto che faremo senz’altro delle lezioni apposite su questo poeta, che già in Russia viene poco studiato perché non è classico, e che pubblicherà le mie traduzioni sul sito dell’MGU insieme agli articoli, dopo averle fatte controllare da un professore che, conoscendo anche l’italiano è in grado di capire se le mie traduzioni siano ben fatte. Insomma, un altro mondo rispetto all’Università italiana. Questo, per uno studente, è molto gratificante; in Italia vedevo che la mia preparazione era più alta di quella di altri studenti, ma veniva sottovalutata perché “il tizio che è amico o leccapiedi” viene sempre prima. Oppure perché a molti professori universitari in Italia, di base, non frega niente, magari danno lo stesso voto a tutti così non hanno storie. In Russia invece prendono il loro lavoro sul serio – lavorano molto di più degli italiani, 50 ore a settimana, guadagnano poco e non si lamentano. Chiedilo a un docente in Italia, di lavorare 50 ore a settimana, penserà che sei matto.

Omar a San Pietroburgo, Palazzo d’Inverno

Domanda: Quali sono i vostri sogni, se ne avete, i rimpianti, se ne avete e le aspettative professionali e sociali?

Samantha: Le proposte di lavoro che ho avuto, come docente liceale o per le scuole medie sono state imbarazzanti. Dalle scuole di Modena e dintorni – la provincia che avevo scelto – mi sono arrivate supplenze al massimo per una o due settimane, che non danno punteggio e che non ti ripagano nemmeno il bed & breakfast dove andresti a vivere perché una stanza in appartamento non la trovi per così poco tempo. Oppure una scuola privata che mi avrebbe pagato 7 euro l’ora. In questo momento sto facendo i pacchi per prepararmi a tornare in Calabria a fine dicembre. Nel frattempo, però, ho avuto la bella notizia della borsa vinta per la Francia, dove spero di continuare la ricerca in filologia romanza. Questo è il mio sogno. In Italia lo studente non solo non è aiutato a continuare la ricerca, in ambito accademico, ma addirittura è ostacolato dagli stessi docenti per ragioni oscure o forse non oscure. Io sono “figlia di nessuno” ma da fiera figlia di nessuno tenterò la strada altrove. Sicuramente l’Italia è off limits. Appunto non ho grandi prospettive future perché in questo momento è impossibile anche solo prospettare un qualsiasi futuro. No, non sono ottimista, cerco solo di vivere alla giornata.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: la Laurea di Samantha
Samantha il giorno della Laurea

Omar: Mi piacerebbe fare il traduttore editoriale ma non sono ottimista. Ho i piedi piantati per terra, quindi so qual è il mercato del lavoro e sono già quasi certo che non resterò in Italia perché non c’è un futuro, e se dovessi trovare un lavoro decente – che non significa sopravvivere – penso che resterò all’estero. Non sono mai stato disoccupato, se non per scelta, sono versatile e so che troverò un lavoro, anche se spero che abbia qualcosa a che fare con quello che ho studiato. Il lavoro che cercherò dovrebbe avere un numero non troppo alto di ore a settimana, uno stipendio con cui vivere decentemente – so bene che non sarò mai ricco – dovrebbe non farmi schifo e non dev’essere qualcosa per cui rinunciare alla mia vita. A queste condizioni tutto va bene.

Rimpianti no, se tornassi indietro rifarei quello che ho fatto. Forse nel triennio universitario, quando avevo a disposizione un anno di Erasmus ho scelto di fare solo 6 mesi perché avevo paura di fallire, di non farcela coi soldi, tornando indietro farei un secondo Erasmus. Altro rimpianto: dopo il diploma sarei voluto andare a vivere in UK ma non l’ho fatto perché ho avuto paura di dover lavorare full time, di dovermi prendere un debito per l’Università; invece tornando indietro andrei in Uk perché gli inglesi ti danno i soldi per studiare e lo studio nelle università più prestigiose – tolte Oxford e Cambridge – è regalato rispetto alle nostre. Lì ottieni molto di più con molto di meno e subito dopo lavori. No, per il futuro non sono ottimista.

Domanda: Immaginate di rappresentare la “categoria giovani” e di avere una platea di non giovani a cui fare le vostre rimostranze. Cosa vi sentireste di dire, di recriminare, di chiedere o anche di pretendere?

(Qui devo aprire una parentesi. Se avessero posto a me questa domanda penso che avrei lanciato un’invettiva e parlato con rabbia a lungo, ma questi ragazzi sono così incredibilmente sobri e forgiati nel fuoco che non conoscono arroganza e non sprecano parole per cause perse.)

Samantha: Ti rispondo con il film di Nanni Moretti che vede in TV un dibattito con D’Alema e gli dice “D’Alema, reagisci, reagisci, dì qualcosa di sinistra, o almeno di civiltà”. E allora io questo voglio dire: non hanno detto niente, non hanno fatto niente né di sinistra, né di civiltà e nemmeno di buon senso. Hanno lasciato che il mondo, e l’Italia nello specifico, finissero nel baratro.

Omar: Ti rispondo con un’immagine di tortura medievale. Che ognuno ne tragga le sue conclusioni…

Ruota della tortura
La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: ruota della tortura

Non ho scritto i cognomi di Samantha e Omar esclusivamente per tutelare la loro privacy

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura?

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Perché gli editori mentono quando dicono che la sinossi del vostro romanzo è necessaria “per poter fare una prima scrematura fra i manoscritti che ci inviano”? Credo sia evidente a tutti che molti capolavori della letteratura mondiale, come Ulisse di Joyce, tutta la produzione di Faulkner o L’isola di Arturo della Morante – per citare i primi che mi vengono in mente inserendo anche un degno autore italiano – non avrebbero mai superato la “scrematura della sinossi” proprio perché sono romanzi dove la narrazione è tutto, e nella narrazione è incluso – e non viceversa – il significato, il senso, l’anima della storia.

“Esercizi di stile” di Raymond Queneau

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau

Potrei parlare per ore, ma credo ci sia un sistema più diretto ed evidente, oltre che più divertente, per dimostrare la mia teoria. Partirò, con umiltà e con il mio proprio modo di vedere e raccontare, da un capolavoro assoluto “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un libro che è tanto geniale quanto illuminante e che sicuramente non avrebbe passato il vaglio della sinossi. Se non avete ancora letto questo libro, FATELO! Se non sapete come è strutturato, ho messo il link e andate a vedere: in questo modo capirete facilmente che cosa mi accingo a fare.

Queneau parte da un episodio banale, di routine quotidiana, per creare da esso ben 98 altre narrazioni, che raccontano tutte lo stesso episodio ma in modi completamente diversi.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Pretty Polly

Imitando Queneau ho preso come modello le lyrics di un’antica canzone folk americana, Pretty Polly, di autore ignoto, per poi creare 7 altre narrazioni – tutte diverse – della stessa storia.

“Oh Willie, Little Willie, I’m afraid to of your ways, Willie, Little Willie, I’m afraid of your ways

The way you’ve been rambling you’ll lead me astray

Oh Polly, Pretty Polly, your guess is about right Polly, Pretty Polly, your guess is about right

I dug on your grave the biggest part of last night

Oh she knelt down before him a pleading for her life She knelt down before him a pleading for her life

Let me be a single girl if I can’t be your wife

Oh Polly, Pretty Polly that never can be Polly, Pretty Polly that never can be

Your past recitation’s been trouble to me

Oh went down to the jailhouse and what did he say He went down to the jailhouse and what did he say

I’ve killed Pretty Polly and trying to get away”

Testuale

La graziosa Polly si rivolge a Willie, il fidanzato, cercando di fargli capire che ne ha una paura matta. Willie, ben lungi dal cercare di rassicurarla, le risponde che sì, in effetti ha appena passato la notte a scavarle la fossa. A quel punto Polly lo prega di non ucciderla, gli chiede di lasciarla libera, ma Willie non è affatto d’accordo: tutte le lagne di Polly gli hanno causato guai e vuole proprio eliminarla fisicamente. Come è ovvio, Willie finisce in carcere dove spiega che ha dovuto ammazzare la graziosa Polly che cercava di scappare via.

Verbale d’Interrogatorio

In data xy il detenuto William Omissis, detto Willie, ristretto nel carcere di Omissis, nella contea di Omissis, è stato interrogato dal Detective Omissis, per sospetto omicidio di primo grado. Il detenuto ha una lunga lista di precedenti penali che vanno dalla violenza domestica all’ubriachezza molesta per finire con rissa da bar e rapina a mano armata. Inizialmente si è rifiutato di rispondere. Quando il Detective l’ha incalzato mostrandogli la lunga lista di accuse mosse nei suoi confronti nel corso di mesi dalla vittima Pretty Polly Omissis, il detenuto Omissis ha detto: “Era una scassacazzi” Il Detective: “Di chi sta parlando, signor Omissis?” Il sospettato: “Pretty Polly era la mia ragazza e l’ho amata come gli uomini di solito amano solo le loro auto e le loro armi, ma Dio mi è testimone: stava sempre a lamentarsi. Insomma, una grande scassacazzi, agente”. Il Detective Omissis ha fatto notare che lui non è agente ma Detective e ha incalzato il detenuto: “Non è forse vero che quella notte ha passato ore a scavare, nella sua proprietà, una fossa lunga come la vittima e profonda 6 piedi?” Il detenuto ha annuito con la testa e poi ha detto “Sì. Dovevo sopprimere il cane. Mi aveva morso e non potevo più fidarmi, quindi ho deciso di sparargli”. Il Detective: “E allora come mai dentro alla fossa abbiamo trovato la vittima, Pretty Polly Omissis con un colpo di fucile che l’ha centrata in piena nuca?” Il detenuto William Omissis ha aperto le braccia: “A un certo punto Pretty Polly se n’è andata, ma non me n’ero accorto. Lì fuori era buio, Detective, non c’era luna, non c’erano stelle, ho visto qualcosa correre e ho pensato a un coyote o al cane che cercava di fuggire, e per sicurezza ho sparato. Qui da noi si fa così: prima si spara e poi, in caso, ci si scusa… Mai avrei pensato che potesse essere la mia amata Polly!” Il detenuto si è messo a piangere e il Detective ha interrotto l’interrogatorio.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa

Crime & Drug Story

È quasi mezzanotte e Pretty Polly si è appena messa un vestito corto nero, scarpe con tacchi a spillo e si è pettinata i lunghi capelli biondi con ciocche azzurre. I suoi tatuaggi sono tutti bellissimi e in vista e lei si prepara per andare al pub a spacciare. A quel punto sente un rumore subito fuori della porta di casa. Rimane un attimo in silenzio, poi prende la sua vecchia ma fidata Glock e ci infila il caricatore. Mentre sta per uscire, arma in mano, qualcuno le sfascia il suo vaso di vetro sulla testa e Pretty Polly sviene. La suoneria del cellulare che suona la risveglia, e scopre di avere le mani legate, il sangue che le cola dalla ferita, un gran mal di testa e quello schizzato di Willie sta proprio lì, davanti a lei.

“Ma che suoneria di merda, Polly! Musica elettronica, la odio – dice Willie – vuoi sapere che suoneria ho io?”

Polly non apre bocca ma, per esperienza, sa che parlare con Willie è inutile. L’uomo spinge un paio di tasti sul cellulare e la musica di “Proud Mary” dei CCR suona con vigore.

“Questa è musica, Gesù!” esclama soddisfatto.

“Willie, che cazzo vuoi?” domanda lei, mentre il sangue continua a scenderle dalla testa proprio nell’occhio destro.

“Che voglio, Polly? Tutto: i soldi, il Vicodin, la meth.”

“Niente meth, l’ho venduta da giorni e ancora non ho ricaricato – dice lei – i soldi stanno in borsa. Di Vicodin ce ne sono forse un paio di pillole in bagno, prendi quello che c’è e vattene affanculo.”

“No, no, no, Pretty Polly. Non mi devi mentire, così non si arriva a niente. Vieni con me fuori”

Impugnando la Glock di Polly, Willie la costringe a uscire in giardino, dove ha appena scavato una specie di fossa.

“E questa che cazzo è?” dice lei.

“Mentre aspettavo che ti svegliassi ho dato una rapida occhiata in casa e non ho trovato niente di appetibile. Allora, per passare il tempo, ho scavato questa, così puoi decidere se finirci dentro o se darmi quello che voglio. Nel secondo caso potrai usarla per farci un orto…”

Pretty Polly sa bene che anche se desse a Willie soldi e droga, sempre morta nella fossa finirebbe. Perciò deve pensare, deve pensare in fretta.

“Cazzo, Willie, mi gira la testa” sussurra accasciandosi e finge di svenire. Come lui si avvicina e cerca di ritirarla su, lei gli infila con tutta la forza che ha il tacco a spillo nel piede e lui urla forte. La pistola cade nella fossa e Polly, ancora legata, si toglie le scarpe e inizia a scappare, correndo a piedi nudi. Willie salta dentro la fossa, recupera la Glock e da lontano vede le ciocche azzurre e fluorescenti che Polly si è appena fatta. Mira e spara.

Le scarpe di Pretty Polly

De André style

Questa di Pretty Polly è la storia vera, che s’innamorò di Willie a primavera

E lui, quando la vide così bella, la fece diventare “la sua stella”

C’era la luna e Willie era infuriato le fratturò sei ossa di filato

C’era la luna e Polly era assai scossa lui le scavò in giardino una gran fossa

Ma, come tutte le più belle storie, lei morta e lui in galera, senza glorie.

Olfattivo

Pretty Polly aveva quell’odore di genziana mista a biancospino, mentre Willie, beh, Willie, sapeva di muschio, muschio bianco ma con una punta d’aceto balsamico, come se lo avesse bevuto al posto del caffè. Poi, all’improvviso, quell’odore di sangue, quell’odore di sangue che è così dolce solo quando il sangue che esce è tanto e caldo ed è un odore forte ma di breve durata e che qualsiasi squalo bianco, dall’odore di pesce marcio misto a un profumo salmastro ti saprebbe descrivere bene. E poi un odore fortissimo di terra, di terra bagnata, assieme a quel sentore di muffa che c’è sempre, nelle giornate umide, e di ciuffi d’erba che vengono estirpati insieme alla terra, e anche un leggerissimo profumo di margherite piccole e selvatiche. D’un tratto, odore di polvere da sparo, come un manto che copre ogni cosa e non fa passare altri odori e poi, sottoterra, odore di decomposizione umana, un odore nemico dell’olfatto della nostra specie, ma una festa per insetti e vermi che lo seguono come bambini al suono del pifferaio magico, che profuma di krapfen e zucchero.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: l'odore del sangue caldo
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Il dolce odore del sangue caldo

Cioè, quindi

Pretty Polly, cioè la fidanzata di Willie, quindi sua moglie, cioè la sua donna, si lamentava perché Willie, cioè, le dava un sacco di botte quindi il corpo, cioè, le faceva quindi male e cioè ogni centimetro di pelle, quindi ossa, lividi, e cioè chi più ne ha più ne metta. Willie quindi, che cioè, non era proprio, cioè, una gran brava persona, quindi era stufo, cioè, di Pretty Polly e cioè aveva deciso, quindi, di liberarsene. Pretty Polly cercò, cioè, di salvarsi la vita, cioè lo pregò di non ucciderla, cioè e quindi questo lo fece, cioè, ancora più incavolare, quindi uscire, cioè, di senno. Allora Willie, cioè, scavò cioè una fossa per buttarci, quindi, Pretty Polly e mentre Polly, cioè, cercava quindi di scappare, Willie, cioè, sparò alla ragazza che finì, quindi, cioè, dentro la fossa, quindi e cioè, morta. Willie, cioè, andò quindi in galera e continuò a pensare quindi, cioè, alla sua Pretty Polly.

Te dico fermete!

No perché a ‘na certa, aho, anch’io te dico “Fermete!” quanno sto stronzo nun la smette de pjamme a pizze ‘n faccia manco fossi quer cazzo de pungibo daa palestra sua, allora j’ho detto “A Uilli, mo’ m’hai proprio rotto er cazzo, sì continui a sto modo te manno affanculo e poi pe’ me sei morto. Come ‘na cazzo de tomba, m’hai capito amo’?” E lui, pe’ tutta risposta, me dà ‘na sveja che me stenne, guarda, te ggiuro, so’ ita lunga e piagnevo dar dolore ma ‘sto pezzo demmerda daje, nun era contento. M’ha tirata pei capelli fino ar giardinetto dietro ar cortile e m’ha detto “E mo’ scava, Polli”. M’ha tirato ‘na vanga e ho dovuto scava’, guarda, scavavo e frignavo, sarà passato ‘n cazzo de secolo, daje a scavà, sta buca de li mortacci sua nun j’annava mai bene e quella cazzo de tera era puro dura! Alla fine Uilli guarda sta fossa come si finarmente je va bene, poi pja la vanga e me tira na vangata in testa e so’ svenuta. Poi me deve ave’ ricoperta de tera, ma tanta, perché ho provato a levalla co e mano ma gnente, nun ce riesco. Ma poi m’accorgo che sto gran cojone m’ha lasciato er cellulare ‘n tasca e ‘n ce se crede, oh, c’è campo puro qui sottoteraaa! Però sbrighete, che mica se respira bene, quassotto…”

Il significato dei miei indegni “esercizi di stile” è stato di far capire come, ad un’unica sinossi, possano corrispondere centinaia di narrazioni diverse, del tutto differenti l’una dall’altra. Una storia cambia completamente a seconda di come viene raccontata e la letteratura è questo: la personalissima narrazione, anche della stessa storia, che ogni autore mette in campo a seconda del suo gusto, talento, immaginazione, competenza e conoscenza. Nessuna ridicola sinossi potrà mai farti capire qualcosa del romanzo o racconto di cui parla, di conseguenza la “scusa delle sinossi” è un classico stratagemma che molti editori utilizzano perché non sono abbastanza potenti da poter dire “Non inviateci manoscritti, non li leggeremo mai” come invece già fanno con l’arroganza del Potere, ma almeno in sincerità, in molti, a iniziare da Feltrinelli. L’editoria mondiale che tratta libri è moribonda, anche perché i nuovi libri che vengono pubblicati sono noiosi e insensati, ma quella italiana si divide in due: 1- gli editori minori che ormai pubblicano qualsiasi cosa a pagamento; 2- gli appartenenti ai grossi gruppi che pubblicano principalmente autori stranieri e, riguardo agli autori italiani, hanno una politica molto semplice: pubblicano autori che sono famosi già da decenni, oppure giornalisti, comici o amici di qualche potente. Questa è proprio una vergogna nazionale, una delle tante vergogne nazionali ma particolarmente disgustosa.

Signori Editori italiani: vergognatevi!

Le nuove pubblicità create per disgustare

Le nuove pubblicità create per disgustare non sono molte. All’epoca della seconda ondata di Covid, la pubblicità nel nostro paese per lo più rimane fedele a se stessa. Continuiamo a vedere advertisement tutti uguali, che ci mostrano auto che corrono veloci e libere come la luce in un mondo totalmente privo di altre automobili e di altri esseri umani: un mondo che spazia da città a foreste, da fiordi norvegesi a praterie dove improbabili cavalli bradi galoppano al fianco dell’ auto, un mondo così inverosimile da risultare inquietante, un po’ come uno scenario da “the day after”, non fosse per l’insensata felicità provata da chi guida quell’unica e forse ultima auto sulla faccia del pianeta.

Nelle pubblicità continuiamo a vedere famiglie felici, bambini sovreccitati, papà sorridenti che fanno colazione con biscotti (forse impastati col peyote) o pranzano con schifezze precotte; e poi donne che lavano, stirano, eliminano fino all’ultimo granello di polvere dalla casa, il tutto gioiosamente e con un senso di assoluta soddisfazione e sazietà che di solito le donne non provano neanche dopo aver fatto sesso. Continuiamo a vedere capelli al vento, belle ragazze seminude e testimonial fastidiosamente deficienti.

Le nuove pubblicità

Eppure, ci sono pubblicità nuove che fanno capolino in mezzo a tutta questa normalità ostentata e si rivolgono a quella parte dell’essere umano che cerchiamo di tenere nascosta, quella parte dell’animo di cui nessuno va fiero, che fa sì che si venga attratti da ciò che è disgustoso, scioccante o molto volgare. Siamo sempre nel campo della finzione, ovviamente, e di sicuro i nuovi commercial disgustosi non rappresentano un upgrade e nemmeno una trasformazione, a meno che una necrosi sopraggiunta dopo una ferita non si possa considerare una sorta di bel cambiamento. Proprio come dice Zero Calcare “Qua nessuno cambia. Tutt’al più marcisce.”

Zero Calcare “Scheletri”

Tena: la gioia dell’incontinenza

Fra queste pubblicità la prima che vado a citare è il nuovo advertising dell’azienda Tena, leader nella vendita di assorbenti e speciali mutande per incontinenti urinari. Per “raccontare” il loro prodotto da un punto di vista diverso, i pubblicitari hanno creato una campagna nobilitante dal nome #Senzaetà e hanno addirittura ingaggiato Yorgos Lanthimos, iper-estetico regista venerato da cinefili di tutto il mondo, famoso per film come “The Lobster” o “Il sacrificio del cervo sacro” oltre che per la capacità – appena un tantino presuntuosa – di dilatare il tempo fino a spalancare le porte dell’inferno (l’inferno della noia: guardate il suo “La Favorita” e poi ditemi che non avreste preferito una seduta dal dentista…)

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020
Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020

In questo advertising Lanthimos ci mostra, all’interno di una scenografia da bordello di lusso e con una fotografia fra il patinato e il perverso, un piccolo gruppo di donne anziane mezze nude ma con addosso, però, mutande e/o assorbenti Tena. Le signore ballano, si spogliano e sdraiate a letto si carezzano, mentre la camera, con la precisione di una colonscopia, fruga nei loro corpi individuando flaccidità muscolare e rugosità della pelle nelle donne bianche e tutto il grasso possibile nella donna nera. Allo stesso tempo le donne Tena ci “raccontano” che nei loro corpi si sentono benissimo, che fanno molto più sesso adesso di quando erano giovani e che sì, certo, sono incontinenti ma la cosa non crea loro nessun problema. Una dice, ridacchiando allegramente “Io le chiamo le mie gocce della risata.” E un’altra “Io le mie gocce dello starnuto!”

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020 girata da Lanthimos

Ovviamente quello che Tena racconta è insopportabilmente falso. Nessuno è #senzaetà, purtroppo; nessuno si piscia sotto pensando con gioia “Che bello! Le mie gocce del solletico” e vedere il proprio corpo che diventa flaccido e rugoso non credo possa essere mai piacevole. Infine, questo voler mettere insieme l’incontinenza con il sesso è davvero la parte più ripugnante di tutta la grande menzogna e, in questo caso, è la parte che fa scattare il senso del disgusto in chi guarda, e grazie al disgusto ne ottiene l’attenzione.

Nuvenia: cantare inni gioiosi alla vagina

Dopo gli assorbenti per incontinenti ecco arrivare anche gli assorbenti per mestruazioni di marca Nuvenia, con un nuovo spot tutto centrato sull’organo sessuale femminile e, anche qui, affiancato da una campagna nobilitante intitolata “Viva la Vulva” che si propone di “cantare inni gioiosi” alla vagina. Prima considerazione: il termine “vulva” è terribile, ridicolo, foneticamente fastidioso – con tutte quelle v – e se proprio volevano osare allora era meglio il classico “viva la fica” da scritta sui muri. Seconda cosa: le mestruazioni, almeno dalla maggioranza delle donne sono vissute come un incubo, e quando provi dolori lancinanti o mal di testa feroci tutto vorresti fare tranne cantare inni alla vagina. Ma il commercial, in parallelo alla gioiosa campagna, rappresenta la vagina come fosse la simpatica protagonista di un cartoon; ce la mostrano travestita da pesca, da conchiglia, da pupazzo di lana e mentre fa capolino da un assorbente con ali attaccato ad una mutanda. In questo spot l’organo sessuale femminile, pur essendo giovane, viene del tutto separato anche solo dall’idea di sesso, e la novità dello spot non è quindi giocata sulla morbosità, ma sul rendere pubblico e visibile ciò che – solitamente – è privato e nascosto e quindi si basa sullo “shock”. La visione della vagina, sia pure in versione quasi comic è risultata però troppo scioccante alle tante persone che si sono infuriate sui Social e su internet in genere – il nostro è un popolo bacchettone, i “creativi” non lo sapevano? – dove lo spot è stato così tanto osteggiato che credo abbia avuto vita breve.

Le nuove pubblicità: Nuvenia e la vagina-conchiglia

Le nuove pubblicità create per disgustare: l’Arte del sedere

Dopo il “disgusto” e l’effetto “shock” passiamo al cattivo gusto, con il nuovo advertising Poltronesofà, dove continua l’interminabile pantomima degli artigiani, che dopo averci tormentato per anni con quel marchio tanto “italiano e di qualità” si convertono, tout court, alla volgarità. “L’Arte del Sedere” è il titolo ammiccante del nuovo commercial, che inizia con lo sguardo rapace di uomini al bar che osservano sederi femminili. Il doppio senso – tanto più cafone perché di bassa lega – fra sedere come verbo e sedere come sostantivo dovrebbe catturare l’attenzione delle persone, sedute sul divano davanti alla Tv fra un lockdown e l’altro e invogliarle ad acquistare un altro divano. Le donne si sono offese sui Social e Poltronesofà ha dovuto chiedere scusa. Forse adesso ripartiranno dalla Ferilli, sempre che non venga anche lei cooptata da Tena…

Cinismo e sarcasmo

Per finire, ecco la pubblicità di Exequia, marchio che appartiene a un’azienda big delle pompe funebri: proprio mentre ai normali morti si aggiungono quelli da Covid, Exequia decide di sfondare il muro dell’ipocrisia puntando su una pubblicità cinica, diretta e sarcastica, che viene distribuita principalmente tramite cartelloni pubblicitari e internet. Lo slogan principale è: “C’è chi bara e chi non bara” accompagnato dalla foto di una bara, a volte infiocchettata di rosso tipo confezione regalo, e poi: “Nel momento del lutto, attenti agli avvoltoi” con la fornitura completa di Mercedes, 4 valletti e “bara in omaggio” per soli 1250 euro. Ci sono anche delle varianti negli slogan, come “Regaliamo monolocale. Seminterrato” o “Garantiamo sonni profondi” e ancora “Fuoritutto! Ma tu resti dentro.” A me, non lo posso negare, questa pubblicità non dispiace. Gli slogan sono divertenti e tutto l’insieme è tanto sarcastico quanto economicamente competitivo, in un ambito volutamente cinico. Non a caso, fra le varie pubblicità citate, questa, pur parlando di morte, è l’unica che non si affida alla finzione. È l’unica che non si è fatta affiancare da campagne nobilitanti quanto ipocrite né ha dovuto chiedere scusa al pubblico infuriato.

Qualche volta, perfino nella pubblicità, intelligenza e non-ipocrisia si rivelano vincenti. Perché non applicare questo concetto anche a giornalismo, cultura e politica?

Colori aposematici e tenebra nei cuori

Quello che balza subito al mio occhio, tanto nelle elezioni presidenziali dei Disunited States of America quanto nel DPCM appena firmato (con o senza dedica?) da Conte, è l’uso un po’ insensato dei colori. Intanto mi domando perché mai il colore rosso sia ancora il colore dei repubblicani in America, quando il rosso è principalmente simbolo dell’esatto contrario, come, ad esempio, la classica bandiera rossa comunista, il colore della Cina e, fino al 1989, dell’Unione Sovietica. Non erano gli americani ad avercela a morte, già dal secondo dopoguerra, con i Reds, che era il modo in cui chiamavano e chiamano i comunisti (o chiunque non sia un fondamentalista ultra-conservatore?)

Senza parlare del fatto che, in una visualizzazione a due o anche tre dimensioni, il rosso è un colore dominante, mentre il blu, pur essendo simbolo di spiritualità o forse proprio per quello, è recessivo. In poche parole: il rosso spicca, ti entra nell’occhio, mentre il blu sparisce. Passiamo alla cartina italiana appena uscita dal nuovo DPCM, che suddivide le regioni per colori (che – attenzione – possono mutare di giorno in giorno); ancora il rosso, qui inteso aposematicamente come forte pericolo, insieme ad arancione e giallo. Prima c’era anche il verde, ma hanno deciso di accantonarlo: in ogni caso quello attuale è un bellissimo trio di colori da pappagallo, da uccello tropicale o da rana delle frecce ricoperta di curaro.

Colori aposematici e tenebra nei cuori: i colori italici dopo DPCM 4 njovembre 2020
Una delle varie cartine delle regioni italiane per colore, dopo il DPCM del 4/11/2020

Il colore nero

A me viene da reagire come i Rolling Stones: “Paint it black”, visto che il nero, inteso come colore delle tenebre, è quello che rappresenta meglio l’attuale mondo in cui qualche spirito demoniaco ha fatto sì che noi si debba vivere. Vedo tenebra nella mente di chi ci governa specificando, però, che gli oppositori fascio-populisti una mente nemmeno la possiedono.

Antico e bellissimo live degli Stones, con Brian Jones indimenticabile

Tenebra nelle nostre vite, costretti a un incomprensibile coprifuoco alle 22 (tutti su Facebook dopo Carosello), impossibilitati perfino ad entrare in banca dove abbiamo gli ultimi spicci perché si deve prendere appuntamento ma, ehi, tu provi a telefonare e nessuno ti risponde!!! Tipico loop italiano, paese molto poco working e per niente smart. E poi le stravaganze: perfino nelle regioni pericolosamente rosse i parrucchieri vanno bene ma i ristoranti no. Perché? Non si sa: just for the fuck of it.

Colori aposematici e tenebra nei cuori: impossibilitati a…

Siamo impossibilitati a utilizzare il nostro “meraviglioso sistema di salute pubblica” perché tutto ciò che non è Covid te lo rimandano alle calende greche: mammografia per sospetto tumore? Aspetta un anno oppure vai da un privato. Ma se i soldi per il privato mi mancano e nel frattempo il tumore crea metastasi? Allora muori, ma fallo in silenzio per favore, se no disturbi gli eroici medici che, fra un’intervista TV e l’altra curano il Covid.

I ragazzi sono impossibilitati a condurre una vita che abbia almeno un barlume di normalità, nonostante abbiano il diritto inalienabile di incontrare altri ragazzi (se non vogliamo crescere una generazione di sociopatici), di studiare in presenza, perché con la Dad diventeranno tutti ignoranti come sono ignoranti i giovani americani ma senza il vantaggio di essere americani. Ormai i ragazzi italiani sono i figli di un dio minore in un paese di vecchi egoisti e potenti, che per continuare la loro bella vita sono disposti a cancellare due generazioni di giovani, un po’ come fanno quei leoni maschi che uccidono i leoncini appena nati per eliminare possibili rivali.

Luoghi come Asl, circoscrizioni, commissariati, per non parlare delle varie aziende che gestiscono elettricità, gas, acqua e fibra: sono tutti diventati off limits, ormai veri blindspot. Era impossibile comunicarci già prima della pandemia, ma da quando c’è lo “smart working” riuscire a proferire verbo con i loro impiegati/operatori – quando sono in grado di parlare l’italiano – ha a che fare col mistero dei miracoli. Magari Bergoglio può illuminarci su come fare.

Per non parlare dell’impossibilità di incontrare amici se non su internet, oppure di notte, nei sogni (a quando un coprifuoco anche su quelli? Divieto di sognare dopo le ore xy e portare sempre la mascherina, anche in sogno, oppure multa) e molti di loro, quando riesci a incontrarli, nella realtà, si tengono un po’ a distanza – a due palmi dal culo, come diciamo a Roma – perché hanno paura, e non li biasimo di sicuro.

Uscire dalla foresta

Colori aposematici e tenebra nei cuori: Cuore di Tenebra

La mia esperienza di vita, se mi ha insegnato qualcosa (e non è detto) è che non tutti gli ostacoli li puoi scansare, non tutti i pericoli li puoi tenere a distanza rinchiudendoti in qualche buco, piccolo o grande che sia. Se proprio vuoi ritrovare la via che ti porti fuori dalla foresta, la foresta la devi attraversare. Ci devi passare in mezzo, con tutti i rischi che comporta, e se sarai coraggioso e fortunato, allora, forse, tornerai a casa. Perché di una cosa sono assolutamente sicura: la paura ti porta dritto nella tenebra più nera o aposematica che sia. Io non ho mai avuto paura del Covid ma il mio non è un merito, è solo un fatto. Vedo però la paura, la paura del virus, della gente, del domani quale che sia il domani, crescere, intorno a me e nel mondo, come una nebbia densa e tossica che ci avvolge, ci avvolge e piano piano penetra dentro, viene inoculata nel sangue e raggiunge il cuore. E quando raggiunge il cuore ti possiede, e alla fine resta solo l’orrore.

Da “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad:

“Sarebbero state ancora più impressionanti, quelle teste sui pali, se le facce non fossero state rivolte verso casa. Solo una, la prima che avevo visto, era voltata dalla mia parte. Non rimasi così sconvolto come potete pensare … Tornai deciso alla prima che avevo visto ed eccola lì, nera, rinsecchita, infossata, con le palpebre chiuse; una testa che sembrava dormisse in cima a quel palo, e con le labbra rattrappite e aride che mostravano una sottile e bianca fila di denti, sorrideva anche, sorrideva in continuazione a qualche interminabile e lieto sogno di quel sogno eterno.”

“Fear inoculum” canzone meravigliosa e anticipatrice dell’incubo, nonché ultimo lavoro dei Tool, del 2019, qui in un live

Covid19 e la trappola di Tucidide

Isaac Newton, Terza legge della Dinamica: Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria

In che modo hanno a che fare Covid19 e la trappola di Tucidide? Per parlarne bisogna prima fare un grande passo indietro e tornare in Grecia, dove Tucidide nacque, nel 460 a.C. ad Atene. In seguito Tucidide diventò famoso come storico, grazie principalmente alla sua lunga e complessa opera “La guerra nel Peloponneso”, ma fu anche uno stratega militare ateniese, di famiglia nobile e forte sostenitore di Pericle, e la guerra di cui scrisse la conosceva bene per averci partecipato attivamente.

Alla base della guerra in genere, secondo Tucidide, c’è la natura umana sempre alla ricerca di conquistare e accrescere (αὔξησις “áuxesis”) il proprio potere, in modo non dissimile dalla “volontà di potenza” di cui parlava Nietzsche. Questo trend che appartiene alla nostra specie porta la società umana politicamente organizzata a voler aumentare la propria potenza; quando due entità, in un territorio geografico definito (che, in ambito di globalizzazione è diventato il pianeta intero) tendono ad accrescere troppo il proprio potere si creeranno due poteri forti che finiranno, per forza, con l’entrare in conflitto. I trattati di pace potranno essere solo temporanei, le alleanze anche, perché il desiderio di annientare definitivamente il proprio nemico sarà sempre prevalente sul buonsenso.

La guerra nel Peloponneso scoppiò fra Sparta e Atene quando il potere di Atene stava crescendo troppo e troppo rapidamente, minacciando il predominio di Sparta. Ma, come ci spiega ancora Tucidide, per fare la guerra ci vogliono forti risorse economiche che verranno investite in armi, soldati, flotte e quant’altro: milizie che, a loro volta, verranno utilizzate per combattere e conquistare nuove risorse economiche e così via, in un ciclo di guerra eterna e sempre autorigenerante.

Covid19 e la trappola di Tucidide

La trappola di Tucidide

La “trappola di Tucidide, invece, è un’espressione creata da un politologo di Harvard, Graham Tillett Allison Jr. nel 2014 e poi sviscerata nel suo libro “Destined for war”. Allison dice: “Quando una potenza in rapida ascesa diventa un rivale per la potenza dominante, sorgono dei problemi. In undici dei quindici casi in cui questo accadde negli ultimi 500 anni il risultato fu la guerra” e continua spiegandoci che, già nel 2014, le Sparta e Atene del Peloponneso erano diventate gli Stati Uniti e la Cina.

“Oggi, una Cina in ascesa si attende e prevedibilmente pretende di avere più voce in capitolo nella soluzione delle differenze tra le nazioni. Per gli Stati Uniti, che si considerano il paese più potente, le richieste di revisione dello status quo suscitano preoccupazione.”

Lo stesso Presidente Cinese Xi Jinping, ad un gruppo di visitatori occidentali, aveva detto nel 2013 “Dobbiamo tutti lavorare insieme per evitare gli scenari evocati da Tucidide”

Un elefante pazzo nella cristalleria

Covid19 e la trappola di Tucidide

Ma nel novembre 2016 le cose si complicano: diventa Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, a nome dell’America “uber alles” si muove come un elefante pazzo nella cristalleria della politica estera ed economica. Immaginate una vecchia sedia, antica ma molto scassata e mai restaurata; se ci salgo io, che sono alta 1,60 e peso 52 chili, già rischio di sfasciarla. Se ci sale qualcuno che pesa un quintale, la sedia si sfonda. Trump è stato quel quintale che ha abilmente sfasciato l’equilibrio già precario fra America e Cina, finendo nella trappola di Tucidide.

Conoscere la storia per non ripeterla

L’importanza della storia come fattore di conoscenza che, unico, può impedirci di ripetere gli stessi errori, non era stato utilizzato solo dall’antico storico ateniese. Antonio Gramsci diceva:

“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla.”

Winston Churchill: “Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere.”

Eppure, anche a distanza di 2500 anni dall’avvertimento di Tucidide, pur conoscendo molto bene la storia, continuiamo a ripeterla. Se ci soffermiamo a leggere articoli di politica internazionale o finanziaria pubblicati fin dal 2018 ma soprattutto a metà 2019, vediamo come la scellerata politica di Trump (che certamente di Tucidide non ha mai sentito parlare) sia stata distruttiva nei confronti della Cina ma, parimenti distruttiva nei confronti di buona parte dell’imprenditoria americana.

Covid19 e la trappola di Tucidide: Agosto 2019

Voglio citare principalmente un articolo pubblicato su Class China Economic Information Service del 19 agosto 2019:

L’attuale tentativo degli Stati Uniti che hanno avviato una guerra commerciale senza precedenti, si sta trasformando in una guerra valutaria e nessuno può prevedere fino a che punto le parti in gioco si potranno spingere oltre.

Intanto l’industria americana ha iniziato a soffrire le conseguenze di questa guerra delle tariffe, che colpisce soprattutto le maggiori industrie: quella automobilistica, in particolare, dato che la Cina ha aumentato le tariffe sulle automobili prodotte dagli Stati Uniti che entrano nel paese dal 15% al 40% come ritorsione alle tariffe statunitensi.

Quindi aziende come Tesla, ma anche GM che paradossalmente produce in patria i motori installati sulle proprie automobili assemblate in Cina, proprio per preservare i posti di lavoro in patria. Ma anche i prezzi delle auto prodotte negli Usa aumenteranno per gli statunitensi a causa della percentuale di contenuti importati dalla Cina utilizzati nella produzione locale.

Anche l’hi-tech subisce l’impatto dell’aumento dei dazi e dei divieti imposti da Trump. I produttori di chip e i produttori di elettronica dipendono dalla Cina per le vendite, come NVIDIA Corp. (NVDA), Micron Technology (MU) e Intel Corp. (INTC), produttori di semiconduttori che si troveranno presto fuori dal grande mercato. Altro settore che si trova gravemente danneggiato è l’agricoltura perché la Cina rappresenta il quarto mercato per le esportazioni americane. Le politiche aggressive di Trump stanno quindi danneggiando principalmente gli stessi Stati Uniti: nonostante giugno sia stato il primo mese completo con più alti dazi su 200 miliardi di dollari di beni cinesi, il trade surplus della Cina con gli Stati Uniti è aumentato dell’11% rispetto al mese precedente, secondo dati Reuters..”

Quello che è poi accaduto – molto in breve – è che Trump, invece di tornare sui suoi passi, il 3 agosto 2019 ha imposto dazi del 10% su altre importazioni cinesi del valore di 300 miliardi di dollari, cosa che ha costretto la Banca Centrale Cinese, il 5 agosto, a svalutare lo yuan per sostenere le sue esportazioni, e da lì è partita una cascata trofica che ha colpito molto duramente i mercati e le economie di tutto il mondo compresa la stessa borsa americana: un terremoto con tanto di tsunami.

L’arte della guerra

Covid19 e la trappola di Tucidide: Sun-Tzu e l'Arte della Guerra
Covid19 e la trappola di Tucidide: Sun-Tzu e “L’Arte della Guerra”

Quell’inizio di agosto del 2019 è stato come uno spartiacque, l’annuncio di qualcosa di terribile che sarebbe accaduto di lì a poco, in un modo o nell’altro e senza alcun dubbio, ma nessun telegiornale, nessuna Lilli Gruber con i suoi ospiti famosi e strapagati, nessun politico di destra o di “sinistra” è riuscito nemmeno a sussurrare:

“Ehi! Qui stiamo per crollare in un baratro! Se non facciamo qualcosa di utile – right here right now – ci sarà una guerra! Ehi! Avete mai sentito parlare di Tucidide o lo conoscono solo ad Harvard?”

Ma no, tutti i nostri media, come sempre, erano troppo presi dall’appassionante osservazione del proprio ombelico: Salvini, la Lega, Di Maio, le Sardine, la Raggi, Renzi, l’immondizia e tutte le altre italiche stronzate. Il famoso saggio che indica la luna mentre tutti questi imbecilli non riescono nemmeno a guardare il dito.

E dopo tre mesi, puntualmente, la guerra è scoppiata. Cosa vi aspettavate? Un fallout nucleare? No, lascia tracce sporche ed evidenti. Militari in assetto da guerra, portaerei, elicotteri, la fanteria trasportata da aerei cargo? Non siamo mica in Viet-Nam. Bombardamenti con uranio impoverito? Non siamo in Serbia. Prigionieri deportati a Guantanamo? I cinesi non sono mica l’Isis, amici miei.

Basterebbe aver letto, se non Tucidide, almeno Sun-Tzu, per capire come ragionano, da millenni, i cinesi:

“Sono impreparati: attacca. Non se lo aspettano: fai la tua mossa.”

E ancora: “Lo schieramento e la strategia: non divulgarli. Chi ha dalla sua molti fattori strategici vantaggiosi, vince; chi ne ha pochi perde: quanto più sarà sconfitto chi non ha a suo favore nessun fattore strategico.” (da L’Arte della Guerra)

Covid19 e la trappola di Tucidide: ipotesi “fantascientifiche”

Covid19 e la trappola di Tucidide: la nuova arma
Covid19 e la trappola di Tucidide: la nuova arma

Una guerra biologica, che nessuno si immaginava potesse accadere (sempre per incapacità di guardare più a nord del proprio ombelico) era decisamente la strategia vincente. Un virus che non ha niente di naturale e sembra nato proprio per massacrare l’economia del nemico: ecco il nostro Peloponneso.

Naturalmente le mie sono solo ipotesi “fantascientifiche”. Però, avendo facoltà di continuare ad ipotizzare, direi che:

1 Se dovessi scommettere dei soldi su chi ha estratto il virus dal vaso di Pandora, punterei su: la Cina, insieme a una serie di poteri forti americani e asiatici, che non potevano permettersi il lusso di altri quattro anni di Trump, e che, con la pandemia, si sono abbondantemente ripresi i miliardi che Trump gli aveva fatto perdere. Il vecchio “cui prodest”.

2 Se dovessi ringraziare qualcuno per il meraviglioso periodo che stiamo vivendo, ringrazierei il signor Trump e tutti gli idioti che l’hanno portato al potere.

3 Se da tutto questo dovesse uscire almeno una cosa buona, si spera sia la non-rielezione di Trump.

4 La speranza, sicuramente vana, è che i cinesi siano in possesso del vaccino anti Covid19 fin dall’inizio, e una volta eliminato Trump dalla Presidenza, tirino fuori il vaccino dal nascondiglio e lo vendano al resto del mondo. Fino alla prossima trappola di Tucidide, dove Sparta sarà la Cina e Atene è ancora incognita, chiamiamola x.

Come creare un giovane Santo digitale e vivere in eterno

Come creare un giovane Santo digitale e vivere in eterno? Seguendo la ricetta della Chiesa cattolica che, se con una mano ama scommettere sulla morte di aziende in crisi e divertirsi con “investimenti in credit default swap, in compagnie petrolifere di dubbia fama, passaggi in banche maltesi e svizzere indagate per corruzione, finanza speculativa con base in paradisi fiscali” (cfr. Repubblica), con l’altra mano deve pur inventarsi qualcosa di spirituale, in modo da conquistare nuovi fedeli e con loro nuovi soldi che non andranno ai poveri bensì al cardinal Becciu di turno, per nuove speculazioni schifose: in pratica “il cerchio della bella vita” secondo il Vaticano.

Come creare un giovane Santo digitale: il cardinale Becciu
Il cardinale Giovanni Angelo Becciu

Il segretario di Becciu, che non sapeva di essere intercettato, ha giustamente detto: “Fingiamo beneficenza altrimenti ci impallinano”. Riguardo alla creazione di un giovane Santo digitale, le menti migliori della Chiesa cattolica potrebbero aver pensato: “Fingiamo santità altrimenti ci abbandonano”.

Chi è il giovane Santo digitale

Chi è, dunque, il prescelto per questo ruolo così importante? Un ragazzino milanese di famiglia benestante, Carlo Acutis, morto nel 2006 a soli 15 anni per una leucemia fulminante; il piccolo Carlo Acutis amava internet ed era molto devoto a Dio. Bisogna però aggiungere che internet, nei primi anni zero, era di facile utilizzo e lontana miliardi di anni luce dall’internet di adesso; Twitter è nato proprio nel 2006, la stessa Facebook è diventata accessibile al mondo nel 2006, Youtube è nato nel 2005. Quando la ipercattolica mamma del povero Carlo dice, ai giornalisti, che ha dato al figlio il (non proprio originalissimo) soprannome di Influencer di Dio” sbaglia due volte: quando il figlio era vivo e navigava in internet il ruolo da influencer non esisteva, e poi “influencer di Dio” non sarà un tantino superbo come nome? Magari “Follower di Dio” potrebbe essere più adatto: qualcuno dovrebbe pur spiegarlo all’orgogliosa e inspiegabilmente felice mamma del Santo, fra un’intervista e una dichiarazione spontanea.

Come creare un giovane Santo digitale
Come creare un giovane Santo digitale: Carlo Acutis, morto a 15 anni

Come creare un giovane Santo digitale

Ricapitolando, lo sfortunato Carlo amava l’informatica, come tutti i ragazzi del mondo e amava Dio, cosa normale per un bambino con una mamma così devota. E poi? Dicono di lui:

Giocava a pallone, faceva trekking in montagna, suonava il sassofono e andava in pizzeria con gli amici. Carlo conduceva una vita simile a quella di tanti suoi coetanei, ma, durante la sua breve esistenza, si è distinto per la capacità di trasmettere la sua grande fede a tutti coloro che hanno avuto modo di conoscerlo.”

Bene. Ma ancora non riesco a vedere la santità. Cos’altro? Dice la mamma:

“Sin da piccolo ha mostrato il suo amore per Gesù e la sua generosità. Era una persona altruista e obbediente tanto che non lo ho mai dovuto sgridare.”

Se la santità deriva dall’essere generoso e altruista, allora fate santo anche mio figlio. Riguardo all’essere stato un bravo bambino, sapete invece chi non era affatto obbediente da piccolo? Proprio Gesù, così come ce lo fanno conoscere diversi vangeli apocrifi, gli unici a parlare in modo esteso della sua infanzia.

Miracoli e capricci di Gesù da bambino

Originale di vangeli apocrifi

Maria e Giuseppe dovevano cambiare continuamente città perché ovunque si recavano, Gesù, fin da quando aveva meno di tre anni, riusciva a mettersi nei guai e tutta la famiglia era costretta a scappare.

“… Gesù disse: – Chi conosce qualche gioco?

I bambini dissero: – Noi non sappiamo fare nulla.

-State attenti qui tutti, allora. Guardate! – disse Gesù. E presa in mano dell’argilla ne fece un passero, soffiò, e quello volò via. Allora egli disse: – Alzatevi; venite ad acchiappare questo passero!

Ma essi stettero a guardare stupefatti e si meravigliarono del miracolo compiuto da Gesù. Poi ancora, raccolta polvere da terra, la gettò in aria verso il cielo e quella si mutò in mosche e zanzare e tutta la città ne fu ripiena. Uomini e animali ne erano grandemente infastiditi. Quindi prese dell’argilla, ne fece api e vespe, e aizzandole contro i bambini li mise in agitazione.” (cfr. Vangelo dell’Infanzia Armeno, XVIII, 2, 3)

Perché questo è il punto: i Santi non sempre sono bambini obbedienti, ma di solito fanno miracoli. Oppure muoiono da martiri, sacrificando la propria vita in nome della religione e del Dio in cui credono, come i martiri cristiani perseguitati e uccisi dai Romani prima che Costantino trasformasse il Cristianesimo in religione ufficiale. Nel caso del giovanissimo Carlo Acutis non c’è stato martirio, come è ovvio, e non ci sono stati miracoli.

Come creare un giovane Santo digitale: il miracolo del miracolo

Ma allora perché lo hanno beatificato? Perché la Chiesa cattolica è sempre in grado di fare miracoli anche creandoli, i miracoli. La Congregazione delle cause dei Santi (la stessa Congregazione di cui è prefetto emerito proprio lui, il cardinal Becciu, guarda che coincidenza!) è quindi andata a pescare un evento del 2010, in Brasile, dove un bambino nato con una malformazione congenita al pancreas era guarito inaspettatamente; l’organo si era rigenerato, cosa rara ma non impensabile. La Chiesa ha deciso che quella guarigione era dovuta ad una preghiera speciale celebrata da un sacerdote che aveva fatto toccare al bambino brasiliano un brandello del pigiama di Carlo. Su questo “miracolo” le fonti danno notizie contrastanti: l’evento è del 2013, no, del 2010; chi ha fatto toccare il pigiama al bimbo brasiliano era un sacerdote, anzi no. In ogni caso una prima domanda sorge spontanea: perché i brandelli del pigiama di Carlo Acutis che era ancora ben lontano dall’essere considerato Santo, venivano già utilizzati come sacre reliquie in una sperduta città del Brasile? Seconda domanda: cos’è una preghiera speciale? Perché “preghiera speciale” suona tanto come una specie di magia, e insomma, sappiamo tutti molto bene cosa faceva la Chiesa a chi era accusato di praticare stregonerie.

Santo digitale e Patrono di internet

Ma anche ammettendo che “la preghiera speciale con brandelli di pigiama” corrisponda a verità, dove è la prova che sia stato il pigiama di Carlo a far guarire il bimbo brasiliano? Ecco perché non basta mai un solo “miracolo”, soprattutto se il miracolo è una guarigione; le guarigioni devono essere reiterate, i miracoli molteplici, i segni della santità devono essere evidenti perché si possa trasformare qualcuno in Santo. Fino ad oggi, almeno. Oggi la Chiesa Cattolica perde potere, di conseguenza ha sempre più bisogno di soldi e quindi di fedeli e così come i vampiri preferiscono sangue fresco, anche il Vaticano ha bisogno di fedeli giovani. Niente di meglio, allora, che un Santo ragazzino appassionato di internet per attirare nuovi giovani fedeli che si possano riconoscere in lui.

E non è ancora abbastanza. Il prossimo passo è far diventare il giovane Santo digitale Patrono di internet. Come se internet avesse bisogno di protezione, e – peggio ancora – dimenticando che internet il suo Patrono ce l’ha già, per quanto diabolico possa sembrare e per quanto vivo possa essere (ma che sia un organismo vivente va dimostrato): il suo nome è Mark Zuckerberg.

Come creare un giovane Santo digitale: Natività di Caravaggio
La Natività di Caravaggio

Questa storia mi fa venire in mente una canzone dalle lyrics belle come una poesia e perfette per l’occasione, perché non esiste nulla che sia più sacro della Poesia:

Le luci della centrale elettrica – Padre Nostro Dei Satelliti

Ingegnere aerospaziale che sei nei cieli, dacci oggi le nostre linee internet, vite brevi e password indimenticabili

Padre Nostro dei satelliti e di tutti i dibattiti, non c’è niente che mi interessi di meno dell’opinione degli altri

Santa Maria dei telegiornali in streaming, dei fiumi sacri di informazione, hai visto, gli infelici possono essere pericolosi

Nostra Signora dei naufragi e dei momenti irripetibili e degli schermi accesi, che colorano di azzurro gli interni degli appartamenti

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come di sera nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità su Youtube

E Dio onnipotente, dammi un lavoro qualunque e una linea della vita bella e illeggibile

E Dio onnipotente, non mi proteggere da niente. Non mi proteggere da niente

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come di notte nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità in una foto digitale sfocata

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come nelle risse nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità su Youtube

Murder Songs

Le Murder Songs sono canzoni che raccontano piccole intense terribili folli storie di omicidio. Non esistono generi musicali favoriti: puoi trovare una murder song in ambito rock, country, rap, trap, indie, folk, perfino nel pop. Oltre al genere musicale, quello che rende il racconto speciale è il modo in cui ogni omicidio viene narrato nella canzone e di solito le migliori Murder Songs sono tutte diverse l’una dall’altra. In questo articolo ho scelto le mie 10 Murder Songs preferite: ognuna appartiene a un genere musicale diverso e a un tipo di narrazione diversa. Dalla numero 10 fino a quella che per me è la numero 1.

N. 10 Aurora – “Murder Song”

Dream Pop, 2015, empathetic murder. Omicidio empatico

Aurora, giovanissima cantautrice norvegese, specializzata in ballate dream pop, dalla voce angelica e un’espressività molto intensa, è diventata famosa in campo internazionale con questa canzone “Murder Song”. Le lyrics raccontano l’omicidio dal punto di vista della morta, che parla in prima persona. L’ho chiamato empathetic murder perché la stessa vittima ci dice che l’uomo che la uccide lo fa per empatia. Crede che la morte sia l’unico modo per risparmiare alla ragazza l’orrore del mondo:

“He holds the gun against my head/ I close my eyes and bang I am dead/ I know he knows that he’s killing me for mercy…”

Lui mi punta la pistola alla testa/ Io chiudo gli occhi e bang sono morta/ So che lui è convinto di avermi ucciso per pietà…

Ma l’empatia nella storia è a doppio senso. Anche la ragazza morta prova pietà per il suo assassino e ce lo descrive mentre piange disperato stringendola fra le braccia.

And here I go: ed ecco che me ne vado.

N.9 Tom Waits – Dead and Lovely

Blues Ballad, 2004, Romantic murder. Omicidio romantico

Murder Songs: Tom Waits, Dead and Lovely
Murder Songs: Tom Waits

Tom Waits non ha bisogno di presentazioni, famoso blues man, crooner, attore fra i favoriti di Jim Jarmusch, ha, fra i tanti meriti, quello di aver pronunciato una frase diventata iconica: “Reality is for people who cannot face drugs.”

La storia che ci racconta in questa canzone è volutamente “tipica”: ragazza della middle class che pensa di aver trovato l’uomo giusto e molto ricco che renderà la sua vita una favola mentre invece troverà soltanto la morte. Quello che è particolare è il modo in cui Waits ce la narra, i dettagli amari e romantici, un po’ old fashioned sia nel sound che nelle parole, che ci fanno pensare a “Il lungo addio” o a un altro romanzo di Chandler:

“He had a bullet proof smile/ He had money to burn/ She thought she had the moon/ In her pocket/ But now she’s dead/ She’s so dead forever/ Dead and lovely now”

Lui aveva un sorriso a prova di proiettile, lui aveva soldi da buttare, lei pensò di avere ormai la luna in tasca, ma adesso è morta, per sempre morta, adesso è morta e bellissima.

Murder Songs: N.8 Foster the People – Pumped up kicks

Indie pop-rock, 2010, Psychotic kid murder. Omicidio da adolescente psicopatico

Murder Songs: Foster the People, Pumped up kicks
Murder Songs: Foster the People, Pumped up kicks

Negli Stati Uniti gli omicidi commessi da ragazzini pieni di problemi e di armi da sparo sono una costante. In tutte le sparatorie nelle scuole, tipo Columbine, i killer erano quasi sempre adolescenti che venivano bullizzati e sembravano incapaci di reagire. La costante è tale che a questo tipo di ragazzo “cane di paglia”, che sembra non ribellarsi ma che alla fine, quando invece si ribella, fa – per l’appunto – una strage, gli americani hanno dato un appellativo: “the quiet kid”. Il ragazzino tranquillo. In “Pumped up kicks” dei californiani Foster the People si parla del quiet kid Robert, abituato a prendere calci da tutti gli altri compagni di scuola, che un giorno trova in un cassetto la pistola del padre e se la porta a scuola deciso a vendicarsi.

Una delle cose che rendono particolare questa canzone è il ritornello indie-pop allegramente dissacratorio, dove il quiet kid Robert ripete:

“All the other kids with the pumped up kicks/ You better run, better run, outrun my gun/ All the other kids with the pumped up kicks/ You better run, better run, faster than my bullet”

Tutti gli altri ragazzi sempre pronti a prendermi a calci, meglio che scappino, meglio che scappino, lontano dalla mia pistola. Tutti gli altri ragazzi sempre pronti a prendermi a calci, meglio che scappino, meglio che scappino, più veloci del mio proiettile.

N.7 The Raconteurs – Carolina Drama

Garage rock, 2008, Breathless murder. Omicidio a perdifiato

Murder Songs: The Raconteurs, Carolina Drama

The Raconteurs è il gruppo indie e alternative rock di Jack White, altro big americano che non ha bisogno di presentazioni. In questa bellissima canzone Jack ci racconta una storia violenta, folle e omicida ambientata in South Carolina fra una casa-topaia ed un furgone parcheggiato nel cortile. L’ho definita “breathless” perché non c’è un attimo di respiro nella narrazione. Non ci sono ritornelli, né strofe che si ripetono, ma solo la voce di Jack che senza mai fermarsi – come se la storia stesse accadendo proprio mentre lui canta – ci parla di come il ragazzino Billy corra a difendere un vecchio prete – che in realtà è suo padre – mentre il fidanzato della madre sta uccidendo a martellate il prete medesimo. Un esempio delle lyrics:

“Billy broke in and saw the blood on the floor, and He turned around and put the lock on the door He looked dead into the boyfriend’s eye His mother was a ghost, too upset to cry”

Billy entrò e vide il sangue per terra, lui tornò indietro e chiuse a chiave la porta, guardò dritto negli occhi del fidanzato, sua madre era uno spettro, troppo agitata per piangere.

Le ultime parole della canzone: “But you wanna know how it ends? If you must know the truth about the tale go and ask the milkman” servono come chiave per risolvere uno di quei giochini segreti che alcuni artisti si divertono a fare con le loro canzoni ma che solo i veri fans della band o gli addetti ai lavori sono in grado di comprendere. Parleremo di “ask the milkman” in un altro articolo.

N.6 Amigo the Devil – Perfect Wife

Folk punk, 2013, Dark humor murder. Omicidio con umorismo nero

Amigo the Devil è uno degli esponenti di punta di quel genere che viene chiamato folk punk, o punk bluegrass. Perfect Wife è una delle sue primissime canzoni e racconta un omicidio in modo molto sarcastico e molto macabro. Ad esempio:

“Her playing the piano/ Sounded like a thirsty camel in a lake/ I took her little fingers/As a souvenir of her playing/ Oh, what a talented wife/ Love of my life”

Lei che suonava il piano faceva un rumore da cammello che beve l’acqua d’un lago, le tagliai le sue piccole dita, come ricordo della sua musica. Oh, che moglie piena di talento, Amore della mia vita.

Spoiler alert: dopo averle strappato gli occhi, le dita, la lingua, la moglie si vendica e lo uccide.

Murder Songs: N.5 Nirvana – Where did you sleep last night

Grunge unplugged, 1993, Old country murder. Omicidio in stile old country

La canzone è molto antica, risale addirittura al 1870, scritta da un autore sconosciuto probabilmente in Tennessee o Kentucky, ma conosciuta per la versione blues di Lead Belly del 1940. In seguito Kurt Cobain l’ha ripresa e l’ha suonata nel concerto unplugged per MTV, a fine 1993 (dove indossa il famoso cardigan da 330,000 dollari). La versione grunge acoustic di Kurt, con la disperazione che solo lui riusciva a infondere in una canzone, la rende indimenticabile. Le parole parlano di omicidio e gelosia – un classico old country – anche se, volutamente, la dinamica degli eventi non è chiara, ma solo molto probabile:

“Her husband, was a hardworking man Just about a mile from here His head was found in a driving wheel But his body never was found My girl, my girl, don’t lie to me Tell me where did U sleep last night In the pines, in the pines Where the sun don’t ever shine I would shiver the whole night through”

Suo marito era un vero lavoratore. A un miglio da qui la sua testa è stata ritrovata nella ruota di un carro ma il suo corpo non è mai stato trovato. Ragazza mia, ragazza mia, non devi mentirmi. Dimmi dove hai passato la notte. Tra i pini, tra i pini, dove il sole non splende mai, vorrei tremare tutta la notte.

N.4 Nick Cave – Stagger Lee

Alternative rock, 1996, Pulp Murder. Omicidio pulp

Murder Songs: Nick Cave, Stagger Lee

Nick Cave è un altro mostro sacro dell’alternative rock che non ha bisogno di presentazioni. Nel 1996 ha pubblicato un album “Murder Ballads” dove c’è la mia preferita “Stagger Lee”. L’ho definita pulp murder perché ha un testo duro, violento, osceno ma anche un po’ divertente, e in finale decisamente molto pulp. Stagger Lee è un bastardo figlio di puttana, negli anni ’30, che se ne va in giro a uccidere, attaccare risse, stuprare, il tutto sempre a testa alta, senza paura, proprio come un personaggio dei pulp comics che nacquero ai primi del novecento. Il dialogo fra Stagger e il barista:

“Stagger Lee He said “Mr Motherfucker, you know who I am” The barkeeper said, “No, and I don’t give a good goddamn” to Stagger Lee. He said, “Well bartender, it’s plain to see I’m that bad motherfucker called Stagger Lee” Mr. Stagger Lee. Barkeep said, “Yeah, I’ve heard your name down the way And I kick motherfucking asses like you every day” Mr Stagger Lee. Well those were the last words that the barkeep said ‘Cause Stag put four holes in his motherfucking head…”

Stagger Lee disse “Ehi stronzo, tu sai chi sono” Il barista disse “No e non me ne frega un cazzo” a Stagger Lee. Lui disse “Ok, barista, è facile capire che io sono il brutto figlio di puttana che si chiama Stagger Lee” Il Signor Stagger Lee. Il barista disse “Sì. Ho sentito il tuo nome per strada e prendo a calci figli di puttana come te ogni giorno” Signor Stagger Lee. Beh, queste furono le ultime parole del barista perché Stag gli sparò quattro volte nella sua testa da figlio di puttana…”

N.3 Jimi Hendrix – Hey Joe

Psychedelic rock, 1966, Psychedelic murder. Omicidio psichedelico

Hey Joe è una delle canzoni più famose e iconiche di Jimi Hendrix, e la sua peculiarità, a mio parere, è che le lyrics sono psichedeliche proprio come la musica. Joe è chiaramente uno strafatto che ha appena ammazzato la donna e se ne va in giro a raccontarlo a quelli che incontra. Joe straparla e vorrebbe fuggire lontano ma è chiaro come il sole che finirà morto o in cella a vita. La cosa più straordinaria di questo classico del rock e del genere narrativo Murder songs è che le parole è come se uscissero dalla chitarra elettrica e non dalla voce di Jimi. Un capolavoro rock e una canzone maledetta allo stesso tempo.

“Uh, hey Joe, I heard you shot you old lady down, you shot her down to the ground. Yeah! Yes, I did, I shot her, you know I caught her messin’ ‘round, messin’ ‘round town.”

Ehi Joe, ho sentito che hai sparato alla tua donna, le hai sparato e l’hai uccisa. Sì, le ho sparato, sai, l’ho beccata con un altro giù in città.

N.2 Bob Dylan – Ballad of Hollis Brown

Folk, 1964, Movie murder. Omicidio cinematografico

Murder Songs: Bob Dylan, Ballad of Hollis Brown
Murder songs: Bob Dylan, Ballad of Hollis Brown

Canzone strepitosa appartenente al periodo folk di Bob Dylan, che racconta la disperazione di un contadino che non ha più nulla, né acqua, né grano, né farina con cui sfamare moglie e cinque figli e la sola cosa che può fare è ucciderli tutti e suicidarsi. Che Bob Dylan sappia raccontare storie come nessun altro lo sappiamo tutti: ha anche preso un meritato premio Nobel alla letteratura per questo. La particolarità di questa canzone, però, oltre alla bellezza di musica e lyrics, sta nel fatto che lui te la racconta come se fosse un film. Hollis Brown è una canzone che procede per immagini, e le immagini sono così vicine e consequenziali da non far pensare a fotografie o disegni, ma ad un vero e proprio short movie. Raramente accade di ascoltare una canzone e vederla, contemporaneamente, come se qualcuno la stesse proiettando nella nostra mente. La magia di Bob Dylan.

“Way out in the wilderness A cold coyote calls Way out in the wilderness A cold coyote calls Your eyes fix on the shotgun That’s hangin’ on the wall Your brain is a-bleedin’ and your legs can’t seem to stand Your brain is a-bleedin’ and your legs can’t seem to stand Your eyes fix on the shotgun That you’re holdin’ in your hand”

Più in là, nei boschi, l’urlo freddo di un coyote. Più in là, nei boschi, l’urlo freddo di un coyote. I tuoi occhi si fissano sul fucile che è appeso al muro. Il tuo cervello sanguina e le tue gambe tremano. Il tuo cervello sanguina e le tue gambe tremano. I tuoi occhi si fissano sul fucile che stai tenendo in mano.

Murder Songs: N.1 YNW Melly – Murder on my mind

Trap, 2019, True murder. Omicidio reale

Ho dato il primo posto a questa canzone non solo perché è bella, ma perché è vera. YNW Melly non è uno di quei trapper all’italiana (non è uno dei vari fedez o sferaebbasta che producono musicaccia da bambini scemi, per capirci): lui fa musica di livello e non mente. Quando canta “wake up in the morning I got murder on my mind” non sta fingendo. Un mese dopo l’uscita di questa canzone, nel 2019, l’hanno arrestato per duplice omicidio e sta ancora in carcere in attesa di giudizio. Fra l’altro, trattandosi di duplice omicidio in Florida, Melly rischia seriamente la pena di morte.

Il ragazzo Melly ha circa vent’anni e ha iniziato a fare musica a quindici, alternandola con lunghi periodi in carcere, sempre per accuse gravi o molto gravi. Il suo attuale processo, per via della pandemia, è stato rinviato al 2021, e sempre per via della pandemia Melly si è ammalato di Covid19 ma senza ottenere nemmeno di poter essere curato in un ospedale (se non altro per la sicurezza degli altri carcerati). Le foto di Melly dopo un anno di carcere nel paese che ama esportare democrazia fanno una certa impressione: sembra invecchiato di dieci anni almeno. Del resto nel carcere americano dove hanno chiuso Melly i carcerati sono ammucchiati come poveri maiali in un allevamento intensivo, la parola igiene è totalmente sconosciuta così come i vari disinfettanti o sanificanti dell’era Covid. Con cosa viene curato Melly dal Covid19? Sembra una barzelletta, ma sì, lo curano con il gatorade. Il gatorade, quello che nelle pubblicità vediamo tracannare dagli sportivi dopo una bella corsa. E se lo deve anche pagare da solo!

“Everybody acting suspicious, might probably say that I’m tripping/ When I’m all alone in my jail cell, I tend to get in my feelings/ And all I smoke is that loud, don’t pass me no midget/ And I’m ‘a smoke all of my pain away ‘cause that’s the only thing that gon’ heal it/ I wake up in the morning, I got murder on my mind/ AK-47s, MAC-11, Glocks, and nines”

Tutti si comportano in modo sospetto, potrebbero anche dire che sono in viaggio. Quando sto tutto solo nella mia cella in carcere tendo a tenere per me tutte le mie emozioni. E tutto quello che fumo è così forte, non mi passano roba da poco. E fumando mando via tutto il mio dolore, perché è il solo modo per stare meglio. Mi sveglio al mattino, ho l’omicidio nella mente, Ak47, MAC11, Glock e 9 millimetri.

Quando il giovanissimo YNW Melly, nella sua cella, sogna gli AK47 e tutte le armi da fuoco di cui è piena zeppa l’America, lui è sincero: quel pensiero è la sua cura, molto più di qualsiasi droga possa fumare o ingoiare. Ecco perché definisco la sua canzone “true murder”, omicidio reale, vero. In un mondo dove la falsità e la finzione sono diventate le migliori armi di distruzione di massa, la verità, la semplice verità, bella o brutta, gradevole o scandalosa, è sempre rivoluzionaria.

Primavalle Blues

Primavalle Blues: murales a Primavalle

Ettore è in attesa al Bancomat. Una volta entrati nel loculo, ci sono due ATM, ma, secondo me, quella di sinistra ha qualcosa di sbagliato o perfino di malvagio. È una sensazione che sento, a pelle. E quindi l’ho contagiato: la macchina di sinistra è libera ma lui non ci va. In compenso quella di destra è occupata da uno di quei tizi che una volta conquistata una postazione ATM, ci restano sei ore. Nessuno sa bene che cosa stiano facendo, che cosa cerchino di domandare al Bancomat: l’oroscopo? L’oroscopo cinese? La parafrasi della Divina Commedia, verso per-verso? La soluzione dell’equazione diofantea per il numero 633?

Intanto arriva una signora, quarantenne, zatteroni, aspetto un po’ “tiratello”. Domanda a Ettore:

“Lei non entra?” e lui risponde “Vada pure, io non mi fido della macchina a sinistra”.

Primavalle Blues

Primavalle Blues: murales Finton Magee
Murales di Finton Magee a Primavalle la la land

La signora ha un attimo di dubbio, ma poi entra e inizia a digitare. Intanto quello a destra continua a toccare il touch screen e collezionare scontrini, placido come una mucca al pascolo e rapido come un bradipo sull’albero. Arriva un altro tizio, bello coatto, senza mascherina e si mette in fila dietro a Ettore. Anche la tipa nell’ATM a sinistra ha grosse difficoltà, non si sa se per sua incapacità o per incapacità della macchina. Ettore ogni tanto si gira verso il nuovo arrivato che non parla ma fa quello sguardo con la bocca all’ingiù scuotendo la testa che significa: “Boh? e Mah!” allo stesso tempo. I minuti passano e nessuno dei due esce dal loculo. Il coatto dietro ad Ettore inizia a innervosirsi e grida: “Ma quanto cazzo ce mettono questi?”

Finalmente il tizio nell’ATM di destra si stacca dalla macchina ed esce dal loculo. In quel preciso momento, praticamente in faccia al bradipo, il coatto senza mascherina non si tiene più ed esclama: “Evvai! Je l’ha fatta ‘sto rincojonito!”

Famo la rock band

Primavalle Blues: tshirt ACDC di Ettore
Primavalle Blues: la storica tshirt ACDC di Ettore

In trenta secondi Ettore esce dal loculo del bancomat – l’ATM di destra di solito è una garanzia – e prosegue il suo cammino, mascherina in faccia e maglietta degli ACDC Highway to Hell addosso. Verso di lui arriva un tizio con maglietta degli Iron Maiden, e quando vede Ettore s’illumina d’immenso e gli dice tutto contento:

Anvedi! Tu ACDC, io Iron Maiden! Mo’ famo la rock band!!!” e inizia a mimare, con la voce e coi piedi, il suono di una batteria.

Questo non succede ovunque. Questa è Primavalle, Baby!

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

L’assurda e icastica storia di Gakirah Barnes ci racconta la vita di una ragazzina afro-americana, nata in uno dei quartieri più pericolosi di Chicago e trasformatasi in una sorta di baby influencer, che come ogni influencer parla di quello che conosce bene: Chiara Ferragni, ad esempio, parla di vestiti, mentre Gakirah parlava di ragazzini morti, armi da fuoco e guerre fra gangs.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

Perché la storia di Gakirah è così attuale

Di Gakirah e della sua breve vita hanno parlato tutti i giornali americani e un importante network ha fatto su di lei un lungo documentario, ma il modo in cui è stata descritta è sempre lo stesso: una piccola killer assetata di sangue che aveva, come unica attenuante, l’essere nata col colore di pelle sbagliato nel posto sbagliato, oltre che l’aver visto morire – almeno in un caso, letteralmente sotto ai suoi occhi – i suoi più cari amici. Io, invece, vedo la storia della sua vita da un punto di vista completamente diverso: sono sicura che Gakirah non abbia mai nemmeno sparato un colpo di pistola in vita sua e sono ancora più sicura che, senza i Social Media e il cyber-banging oggi sarebbe viva e probabilmente iscritta all’Università.

Gakirah è morta nel 2014, ma quello che rende la sua storia molto attuale è il modo in cui i Social Media, nonostante all’epoca fossero molto meno potenti di adesso, siano riusciti a trasformarla in una sorta di marionetta al soldo dei più che maggiorenni e talvolta anche “rispettabili” capi delle street gangs della città più violenta d’America: Chicago.

La bambina Gakirah

Gakirah era carina e intelligente, molto brava in matematica, e fin da piccolissima aveva mostrato un forte desiderio di voler combattere l’ingiustizia: le altre bambine volevano diventare estetiste o cantanti famose, mentre lei voleva fare l’assistente sociale. 

Abitava nel territorio dei Gangsters Disciples, una street gang che combatteva per il South Side di Chicago prevalentemente contro la street gang dei Black Disciples. A undici o dodici anni, mentre la violenza esplodeva nel suo quartiere Gakirah iniziò a sentirsi attratta dal rispetto e dall’ammirazione di cui godevano i membri delle gangs. A tredici anni, nel 2011, l’omicidio da parte della gang rivale di un amico, il quindicenne Tooka Gregory, supporter dei Gangsters Disciples, la devastò. Ma il vero detonatore che riuscì a far esplodere sia la vita della bambina Gakirah sia una guerra senza tregua fra le due street gangs è stato il cyber-banging.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Il cyber-banging

Il cyber-banging consiste nell’uso dei Social Media da parte di giovanissimi affiliati a street gangs per sfidarsi, minacciare e bullizzare i rivali. In questo specifico caso, ad esempio, la gang che ha ucciso Tooka, dopo avergli sparato, ha iniziato a bullizzarlo sui Social, postando l’immagine di Tooka morto nella bara, dopo averla ritoccata inserendo nella foto un rotolo di carta igienica. Nel 2011 il cyber-banging era ancora un sistema agli esordi, proprio come i Social che lo nutrivano. Le emoticon, ad esempio, erano utilizzate come una specie di codice (peraltro di semplicissima decrittazione): ad esempio una pistola ad acqua accanto a una faccia da diavolo significava minaccia.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Esempio di cyber banging
Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Cyber-banging spiegato nei dettagli

Ma la cosa più assurda di questo cyber-banging è che sembra proprio un gioco per bambini: le emoticon, i disegnini, lo scherzo della carta igienica nella bara e simili foto fra il macabro e il comico, frasi da bulletti che si vantano, video di drill-rap (un rap che parla esclusivamente di violenza e che inneggia alle street gangs). Il tutto fa pensare a due squadre che si sfidano a qualche tipo di video-game violento, o a bambini che scimmiottano gli adulti giocando alla guerra, ma questi ragazzini si trovano a giocare una guerra vera. Potrebbe venirci in mente “Il Signore delle Mosche”, ma a differenza dei bambini naufragati nell’isola creata da William Golding o diversamente dai bambini che giocano con pistole a vernice o ad acqua, i ragazzini di cui parliamo giocano con armi vere, hanno fratelli maggiori che uccidono e insegnano a uccidere e una quantità di armi da fuoco, compresi fucili d’assalto e mitra, quante è possibile trovarne solo in America.

Gakirah e la sua sofferenza

La foto ritoccata di Tooka nella bara è stata la proverbiale benzina gettata sul fuoco. Pochi mesi dopo Odee Perry, membro dei Black Disciples, è stato ucciso e da quel momento la guerra fra le due gang non ha più avuto un attimo di tregua. Come per sancire una dichiarazione ufficiale di guerra le due gang hanno ribattezzato i loro territori: “Tookaville” e “OBlock” in onore dei loro compagni caduti.

Da quel momento il dolore di Gakirah e il suo senso della giustizia si sono trasformati in rabbia, in furia nichilista ed essendo una ragazzina intraprendente, ha subito capito la teoria di Mc Luhan “Medium is the message” senza nemmeno averlo mai sentito nominare. E il mezzo perfetto, in questo caso, era rappresentato dagli allora nuovi Social Media: Twitter e Facebook, che le davano la possibilità di recitare, come una prima donna, un ruolo da killer sanguinaria, da gangsta girl e ottenere, in cambio, amore e rispetto da parte dei suoi coetanei. Dal punto di vista di quelli che realmente uccidevano e facevano traffici di crack, cocaina, oppiacei, metanfetamina e armi nell’ambito della street gang, Gakirah era una perfetta testimonial. E non dovevano nemmeno pagarla…

Gakirah e i suoi tweet

Bisogna dire che Gakirah imparò ad usare i Social rapidamente e ottimizzando quello che era il suo intento in un modo che nemmeno un Social Media manager oggi saprebbe fare. I suoi tweet raccontavano – senza mezzi termini – il suo stile di vita gangsta, e le minacce alla gang rivale si alternavano in modo perfetto a tweet di dolore per i compagni ammazzati. In breve tempo raggiunse su Twitter 5.000 followers, che per quel periodo erano veramente un numero molto alto. Fra il 2011 e l’aprile 2014 si contano almeno 27.000 tweet pubblicati da Gakirah. In quanto “testimonial” di Tookaville, iniziò presto a girare la voce che fosse stata proprio lei ad uccidere Odee Perry, e lei non solo non fece nulla per negare queste voci, ma, al contrario, fece in modo che tutti la considerassero un’assassina. Iniziò a farsi chiamare KI o Lil Snoop, da un personaggio della serie Tv HBO “The Wire” dove Snoop era una giovane donna nera che lavorava come killer per un cartello di trafficanti di droga.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni
Gakirah Barnes come appariva sui Social Media

Gakirah e il drill rap: la sua stagione aurea

Gakirah, come una stella nascente, iniziò ad apparire in video di drill rap e perfino i rappers delle gangs rivali la adoravano e flirtavano con lei. Nel video di “Murda” dei Fly Boy Gang (rap davvero noioso) in mezzo a una massa di teen-agers neri, tutti maschi, Gakirah è l’unica ragazza presente, con la bandana in testa o sul volto, ed è così piccola, fisicamente, che sembra una bambina di dieci anni. Ma in un video che rappresenta un mondo di giovani maschi violenti e certamente non femministi, l’apparizione della piccola Gakirah è un vero e proprio tributo a ciò che lei rappresentava, al ruolo da killer spietata che interpretava.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

In seguito il Professore Desmond Patton della University of Michigan, che fu fra i primi a studiare il fenomeno del cyber-banging, disse di lei:

“She almost didn’t seem real.” Lei non sembrava vera. Infatti non lo era, proprio come un’attrice non è il personaggio che interpreta, per quanto brava e in grado di identificarsi con quel personaggio possa essere. Non a caso, fra i tanti omicidi che le sono stati imputati sia dagli altri ragazzi che da tutti i media, la polizia non ha mai trovato nemmeno una singola, minuscola, circostanziale prova contro di lei. Quindi la bambina così brava come killer doveva essere anche una specie di genio del crimine, capace di uccidere per la strada, a sangue freddo, e contemporaneamente esperta nel cancellare tutte le sue tracce.

Gakirah e l’inizio del dolore

Un anno dopo la morte di Tooka, Gakirah perse un amico con cui era cresciuta e che considerava come un fratello, Tiquan Tyler, che aveva solo tredici anni e non viveva nemmeno a Chicago. Tiquan era andato a trovare la famiglia di Gakirah e la sera, uscendo da un pub con lei ed altri ragazzini, era stato raggiunto da un proiettile che non era stato sparato contro di lui. Colpito al petto, era morto dopo poche ore. La perdita di un amico vero fu per Gakirah un lutto inestinguibile. Quella sera la videro piangere disperata senza riuscire a trovare pace. Il mondo vero era entrato con prepotenza nella “fiction” che era stata fino ad allora la sua vita.

Gakirah cambiò il nome del suo account Twitter in Tiquanassassin, in onore dell’amico morto e scrisse tweet addolorati, come questi:

“Da pain unbearable” e “Tyquan supposed 2 Be hear wit me But instead Lil bro ended up 6 feet under a million miles away.”

Immagino che fosse lei stessa a sentirsi lontana un milione di miglia, devastata dal dolore, dal senso di colpa (Tiquan non sarebbe morto se non fosse andato a trovarla) ma incapace di liberarsi del personaggio che lei stessa aveva creato tramite i Social Media.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

Nel marzo 2014 un altro suo amico, Lil B, morì ucciso dalla polizia e Gakirah scrisse, su Twitter: “My pain ain’t never been told”. Ma poi aggiunse che avrebbe dedicato la sua vita a vendicarlo, e quando, subito dopo, il membro di una gang rivale, Blood Money, fu ucciso, le voci che davano Gakirah come l’assassina di Blood Money iniziarono a circolare con insistenza, anche se la polizia sapeva perfettamente che la ragazzina non aveva niente a che fare con quell’omicidio. Poi, a fungere da detonatore, fu di nuovo il cyber-banging: un ragazzo della gang di Gakirah postò, su Instagram, una foto dove beveva un liquido rosso con la scritta “Sorseggiando Blood Money”.

Questo spinse i compagni di gang del morto a volersi vendicare contro quella gang che l’aveva bullizzato, e visto che Gakirah era la “testimonial” della gang oltre ad essere considerata da tutti l’assassina di Blood Money, era per loro il target perfetto. Il 10 aprile 2014 la ragazza scrisse, su Twitter, parlando dei due amici cari che aveva visto morire: “In da end We Die”. Alla fine moriamo. Credo fosse davvero stanca di portare sulle spalle un peso che non avrebbe mai dovuto portare, ma non vedeva nessuna via d’uscita. Subito dopo, come era facile prevedere, fu uccisa, per strada, da un ragazzo che la colpì al volto, collo e petto con nove proiettili.

Poche ore dopo, i membri della gang rivale bullizzarono la morte di Gakirah sui Social. Un po’ come un gioco senza fine: Social – assassinio – Social – assassinio e così via.

La breve vita di Gakirah, che nessuno ha mai protetto

Nel corso della sua breve vita nessuno mai – nessuno mai – aveva protetto Gakirah dalle street gangs che imperversano nel suo quartiere, dalle armi da fuoco che circolano in quantità veramente incalcolabili negli Stati Uniti d’America, e nessuno l’aveva protetta dai Social Media, che non hanno un aspetto minaccioso ma che, proprio per questo, rischiano di essere molto pericolosi. Nel suo caso, i Social avevano creato il perfetto eco-sistema in cui far crescere e prosperare il pericoloso gioco della “bambina killer”, per poi trarre il massimo dell’energia – come buchi neri – dalla stella morente. La polizia, pur sapendo benissimo che la ragazzina killer era solo un mito, un bluff, non l’aveva mai protetta, nemmeno quando era chiaro a tutti che la sua vita era ormai appesa a un filo.

E dopo la sua morte nessuno ha difeso Gakirah dai giornalisti americani e non solo americani che l’hanno etichettata come “killer diabolica che ha ucciso più volte in nome della sua gang”, dimenticando che la polizia, nemmeno una volta, l’aveva arrestata, interrogata ufficialmente o messa sotto indagine e dimenticando – cosa anche più grave – uno dei fondamenti della democrazia, che tutti siamo innocenti fino a prova contraria.

Gakirah a 13 e a 15 anni
Gakirah a 13 e a 15 anni

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni, considerazioni

Dovremmo proprio ricordare che:

Gli Stati Uniti d’America sono la prima nazione al mondo per omicidio di bambini tramite armi da fuoco.

Il Professor Patton e altri studiosi dei rapporti fra media e violenza nelle strade hanno sottolineato il fatto che i Social Media abbiano esacerbato lo scontro armato fra giovani e giovanissimi e cambiato, agevolandolo, il modo in cui le gangs reclutano teen-agers, li iniziano alla violenza e conducono i loro business.

Infine, a proposito di #Blacklivesmatter, se è mai esistita una vita nera che proprio non contava nulla pur facendo arricchire tanti, questa è stata la breve vita della bambina Gakirah Barnes, morta a diciassette anni nel South Side di Chicago. Mi sembrava giusto renderle un briciolo di giustizia raccontando – nel mio piccolo – la sua vera storia al posto di quella finta e ufficiale.

“I told her that I loved her and to be careful — which is something that I told her every day when she went out on the Chicago streets” Shontell Brown, madre di Gakirah

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Quest’articolo è un tributo a un grande scrittore americano diventato famoso come una rockstar e alla fine morto suicida proprio come una rockstar.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace moriva 12 anni fa, il 12 settembre 2008. Quello che tutti conoscono di lui è il grande successo ottenuto come scrittore e il suicidio finale, a soli 46 anni. Ci sono due cose, nella nostra vita, che nascondono segreti di cui nessuno sarà mai in grado di conoscere la formula. Il primo è il segreto del successo, il secondo è il segreto del suicidio. Non si sa perché una persona, rispetto ad un’altra che ha capacità simili, talento simile, aspetto simile, riesca ad avere, in vita, un grande successo e non si sa perché qualcuno, al contrario di altri ugualmente o più disperati, arrivi a portare a termine un suicidio.

David Foster Wallace e il segreto del successo

Riguardo a Wallace, sono piuttosto sicura che il suo successo non sia dipeso dalle sue opere. Mi spiego meglio: io amo moltissimo David come scrittore e come la persona meravigliosa e sofferente che è stata. Ho iniziato a leggerlo quando, in Italia, Einaudi pubblicò il suo primo strepitoso libro di racconti “La ragazza con i capelli strani” e credo anche di essere stata una delle poche persone – a parte critici letterari e accademici soprattutto americani – ad aver letto per intero il suo “Infinite Jest”, libro di 1200 pagine pubblicate a caratteri piccolissimi, estremamente complesso, non nella trama ma nello stile della narrazione, intricata a dir poco, romanzo distopico, a tratti comico, a tratti drammatico, pieno di digressioni e note a pié di pagina, ma soprattutto dotato di momenti di incredibile fulgore. Come se, nel flusso lungo, a volte un po’ presuntuoso della narrazione di “Infinite Jest” Wallace avesse, di tanto in tanto, delle illuminazioni che all’improvviso accendono una luce sfolgorante in una strada scura.

Dove la sua scrittura è sempre meravigliosa, è invece nei racconti. Sono convinta che Wallace fosse uno scrittore di racconti, un po’ come Carver, che dichiarava con orgoglio che mai e poi mai avrebbe voluto e saputo scrivere un romanzo. I racconti di Wallace, così come alcuni dei suoi articoli-saggio, non sono mai presuntuosi e sono il mezzo perfetto per la sua narrazione dove il tempo viene dilatato e tagliato a pezzettini come in una sorta di puzzle che alla fine viene ricostruito. Ma nemmeno i suoi bellissimi racconti sono in grado di rivelare il segreto del suo successo.

David Foster Wallace e il suo essere americano

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace è stato uno scrittore americano in un periodo particolare, a cavallo di due millenni. Aveva dalla sua una cultura dominante e una lingua dominante. Aveva dalla sua il tipico narcisismo degli americani che, anche quando sono persone splendide come lui, raramente si accorgono che intorno all’America c’è un intero mondo. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Laura Miller, dopo l’uscita di “Infinite Jest” David dice:

“La tristezza di cui si occupa il libro, e che stavo vivendo io, era un genere di tristezza veramente americano. Ero un giovane bianco, di classe medio-alta, vergognosamente ben istruito, sul piano professionale avevo avuto molto più successo di quanto avrei potuto legittimamente sperare, eppure ero come alla deriva. E lo stesso succedeva a molti miei amici. Alcuni si drogavano pesantemente, altri lavoravano con un’ossessione incredibile. Altri andavano ogni sera in qualche locale per single. Si manifestava in venti modi diversi, ma di base il problema era lo stesso.”

Qui David descrive alla perfezione lo status quo dei giovani, a fine anni ottanta, appartenenti alla media e ricca borghesia di almeno quattro continenti, dall’Europa all’Australia, dal Sudamerica al Giappone, bianchi, asiatici o latini, ma è convinto che sia un modo di essere, di sentirsi, esclusivamente o tipicamente americano.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il mondo cambia continuamente

Oltre ad essere americano e quindi appartenere alla cultura dominante, David aveva dalla sua una forte intuitività, una capacità analitica forse dovuta al suo grande amore per la matematica che gli facevano dire, già negli anni ’90: “Io mi sono sempre considerato un realista. Mi ricordo che al master litigavo con i miei professori. Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa.”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’internet odierna e dei Social media. Ho la presunzione di credere che avrebbe odiato l’iper-capitalismo ma che si sarebbe trovato bene con i Social. Avrebbe avuto un profilo Twitter con almeno un milione di follower e il suo ego ne avrebbe tratto giovamento. Ma, alla fine di tutto, quello che ha reso famoso Wallace credo sia stato Wallace stesso. Oggi non potrebbe accadere. Oggi l’editoria è morta (in America magari è solo moribonda) nonostante qualcuno, di tanto in tanto, ne sventoli da lontano il cadavere cercando di persuaderci che sia ancora viva. Oggi i libri non si pubblicano e soprattutto non si leggono. Oggi, fra i pochi libri che potrebbero essere pubblicati non ci sono libri di racconti né libri che superino le 200 pagine. Ulysses di Joyce non verrebbe mai pubblicato, Cent’anni di solitudine di Marquez nemmeno, figuriamoci Infinite Jest. I dischi non si vendono e i musicisti, per vivere, devono stare costantemente in tour, ma adesso il Covid ha reso impossibile anche questo. Il mondo cambia continuamente. Di solito in peggio, ma continuamente.

David Foster Wallace e Kurt Cobain

Gli anni ’90, soprattutto i primi anni ’90, erano quindi un pianeta proprio diverso da quello attuale. Le due grandi rockstar apparse quasi in contemporanea: Foster Wallace nella letteratura e Kurt Cobain nella musica rock, entrambi arrivati al successo planetario immediatamente, vendevano letteratura e musica di gran qualità, erano delle novità assolute – nei rispettivi campi – avevano un look attraente: Wallace, lo scrittore coi capelli lunghi e la bandana in testa e Cobain il rocker biondo, bellissimo, dal sorriso triste.

Ma, principalmente, quello che la gente comprava acquistando i loro libri o dischi era la loro essenza più intima, quella che traspariva attraverso foto, interviste, parole scritte, parlate o cantate, quell’essenza che conteneva il gene così raro e assolutamente non ereditabile del “Grande Comunicatore”. Quel gene che spesso – ma non sempre – nasce insieme al gene della disperazione, della depressione, del suicidio a orologeria, e che attira le persone come il famoso canto delle Sirene. Un meraviglioso, non riconoscibile, canto di morte.

David Foster Wallace e il suicidio

Come tutti sanno, sia Cobain che Wallace sono morti suicidandosi, ma attorno alla morte di Kurt si è parlato, parlato, parlato, mostrato foto, prodotto ipotesi farneticanti eppure, piano piano, tutto questo ci ha resi partecipi del come buona parte della breve vita di Kurt sia stata la “cronaca di un suicidio annunciato.”

Attorno alla morte di David, invece, è da subito calata una cortina di silenzio, che lui certamente non avrebbe gradito anche perché quel silenzio spacciato per pudore andava fortemente a cozzare contro quella “cultura pop” che Wallace aveva sempre considerato parte integrante della sua vita e della sua scrittura. Fra le cose dette a metà sulla sua morte, la più intollerabile – dal mio punto di vista – è quella che riguarda il suo ipotetico biglietto suicida. La moglie sostiene, ma non c’è nessuna certezza in proposito, che David le abbia lasciato un biglietto, prima di uccidersi, ma il “suicide note” di uno scrittore, così come quello di un autore di canzoni, magari si rivolge a moglie, figli, parenti, ma è sempre indirizzato a tutto il mondo, e di sicuro a tutti i suoi fans. C’è un’intera letteratura di “suicide notes”, da quello di Majakovskij a quello di Pavese (che riprende le parole del biglietto di Majakovskij) fino a quello di Kurt Cobain, e nessuno si è mai permesso di censurarli o di non farli conoscere.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il suicide note di Kurt Cobain
Suicide note di Kurt Cobain

La rete di silenzio creata attorno alla morte di David

Dal momento che la moglie di Wallace appartiene di sicuro alla categoria di quelle mogli/madri di artisti morti, che, appena seppellito l’amato, iniziano a raschiare il barile fino in fondo, tirando fuori ogni scritto, bozza, lettera, aborto di racconto o di articolo (o l’equivalente in campo musicale) per darlo alle stampe, suona davvero strano che proprio lei abbia invece provato il “forte pudore” di tenere per se stessa il biglietto d’addio di David al mondo. Quello di cui sono sicura, invece, è che David, compulsivamente perfezionista e dotato di una forte etica professionale, non avrebbe mai dato il permesso di pubblicare un romanzo come il “Re Pallido”, incompiuto, senza averne potuto scrivere – solo lui – ogni parola e senza averne potuto controllare, lui e solo lui, almeno cento volte ogni singolo paragrafo.

Ma in ogni caso, per quanto sia stata tessuta una rete di ipocrisia attorno alla morte di David, ogni suicidio parla da solo, ed è impossibile farlo tacere. Sylvia Plath, che era una che di suicidio, oltre che di grande poesia, se ne intendeva, disse: quando si parla di suicidio quello che conta non è mai il perché, ma il come. Il perché infatti non ha mai senso. Wallace soffriva fortemente di depressione, ma è una maledizione che perseguita tanti di noi, e se finissimo tutti col suicidarci ci sarebbero stragi ogni giorno. Il come, invece, non mente mai. L’impiccagione, fra i tanti suicidi possibili, è quello più “violento” nei confronti di se stessi e di chi ci troverà. Negli Stati Uniti, poi, dove per procurarsi una pistola basta scendere al supermercato, la scelta dell’impiccagione ha proprio un forte sapore di punizione, verso se stessi e verso chi ci troverà. Wallace, qualunque sia stato il meccanismo che, alla fine, ha chiuso il cerchio trasformando il suo canto segreto di morte in suicidio, sapeva bene che sarebbe stata la moglie a trovarlo.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Fra le tante cose scritte – racconti, romanzi, articoli, saggi – da David Foster Wallace, pubblicate in vita o postume, sono state trovate frasi molto vere e illuminanti sul dolore provocato dalla depressione, ma niente che potesse raccontare, nel suo personalissimo ed esclusivo modo, il suicidio. Non parlo di un suicidio commesso da uno dei suoi personaggi e vissuto dall’autore in modo emozionalmente distante, ma del proprio insostenibile desiderio di suicidarsi, anche se travestito da altro.

Allora mi sono messa a cercare, a rileggere e alla fine l’ho trovato, in uno dei suoi racconti più belli, nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”. Il racconto si chiama “Per sempre lassù” e parla di un tredicenne, in una vecchia piscina pubblica, che sale sul trampolino per tuffarsi: il tempo si cristallizza e allo stesso tempo corre velocissimo in quel modo che solo Wallace sapeva raccontare. Rileggendolo, ho capito che David, parlandoci di quel tuffo, ci stava invece raccontando un suicidio, struggente, vero, inesplicabile, ineluttabile.

Da “Per sempre lassù”

“…Ehi ragazzino tutto bene.

C’è stato tempo in tutto questo tempo. Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili.

Ehi ragazzino fa lui. Ehi ragazzino tutto bene.

Sulla lingua ti sbocciano fiori di metallo. Non c’è più tempo per pensare. Ora che c’è tempo non hai tempo.

Ehi.

Due macchie nere, violenza, e scomparire in un pozzo di tempo. Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.

Ciao.”

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: citazione da Infinite Jest