Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday

Stamattina mi sono svegliata con questa poesia di Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday in mente. Di Hemingway – il miglior maestro, secondo me, per chi vuole imparare a scrivere – si conosce la sua attività da giornalista e ovviamente i suoi tanti e indimenticabili romanzi, oltre alla vita intensa e spericolata che ha condotto (cosa molto rara per uno scrittore). Così come il finale – il finale della sua vita – che invece è molto diffuso fra scrittori, poeti e artisti in genere.

Hemingway Lines for a girl 5 days after her 21st birthday. Harry's Bar, Venezia
Hemingway all’Harry’s Bar, Venezia

Hemingway Poeta

L’Hemingway poeta è invece quasi sconosciuto, almeno in Italia. Questa poesia, però, riguarda particolarmente noi italiani, perché racconta la fine di una storia d’amore che si è svolta a Venezia. Una storia d’amore dove lui aveva 30 anni più di lei, lui pluridivorziato e lei di famiglia aristocratica e cattolica e quindi era facilmente destinata a fallire. Hemingway, nella poesia, parla molto anche di Venezia, della Venezia di allora, che era anni luce distante dalla grande e un po’ triste vetrina in cui l’hanno trasformata adesso. La fine di questo amore e alcuni angoli di Venezia, dove Venezia sembra fatta soprattutto di grigio e di oscurità (a parte il colore giallo del taxi al Lido), nei suoi versi diventano una cosa sola. Hemingway riesce a raccontare il dolore di questa fine mischiando sarcasmo e sconforto, e creando un cocktail irresistibile come lo Special Daiquiri senza zucchero che era il suo drink preferito. Per qualche motivo che non conosco, ho sempre amato alla follia questa poesia, che potrebbe anche, in parte, essere il testo di una canzone.

Tradurre Poesie

Hemingway Lines for a girl 5 days after her 21st birthday. Hemingway e Adriana Ivanovich
Hemingway insieme alla fidanzata veneziana Adriana Ivancich

Condivido perciò con voi queste “lines” così particolari e le traduco anche (che Dio ci aiuti) dal momento che non tutti parlano bene l’inglese e le traduzioni internet (tutte, che siano translation google, facebook, wordpress) vanno benissimo per tante cose, ma non per una poesia o per il brano di un romanzo. Quando in una poesia ci sono rime, io credo che, se possibile, vadano preservate; mantenere la stessa metrica, dall’inglese all’italiano è praticamente impossibile, ma una metrica deve comunque esserci, in modo che il ritmo della traduzione, il suono, sia come l’originale. Questo fa sì che ogni tanto qualche aggettivo, qualche verbo risulti diverso dall’originale ma senza mai cambiare il significato di ogni singolo verso.

Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday

Back to the Palace                                                

And Home to a stone                                          

She travels the fastest                                             

Who travels alone                                                     

Back to the pasture                                                                                      

And home to a bone                                                 

She travels the fastest                                              

Who travels alone                                                   

Back to all nothing                                                    

And back to alone                                                      

She travels the fastest                                              

Who travels alone  

But never worry, gentlemen                                   

Because there’s Harry’s Bar                                      

Afderas on the Lido                                                   

In a low slung yellow car                                           

Europeo’s publishing                                                  

Mondadori doesn’t pay                                            

Hate your friends                                                       

Love all false things                                                   

Some colts are fed on hay                                        

Wake up in the mornings                                                                                

Venice still is there                                                     

Pigeons meet and beg and breed                           

Where no sun lights the square                              

The things that we have loved are in the gray lagoon   

All the stones we walked on                                               

Walk on them alone      

Live alone and like it                                                             

Like it for a day                                                                       

But I will not be alone, angrily she said                             

Only in your heart, he said. Only in your head.                  

But I love to be alone, angrily she said.                              

Yes, I know, he answered                                                      

Yes, I know, he said.                                                               

But I will be the best one. I will lead the pack.                                 

Sure, of course, I know you will. You have a right to be  

Come back some time and tell me. Come back so I can see

You and all your troubles. How hard you work all day.   

Yes I know he answered.                                                       

Please do it your own way.                                                     

Do it in the mornings when your mind is cold.                   

Do it in the evenings when everything is sold.                   

Do it in the springtime when springtime isn’t there           

Do it in the winter                                                                     

We know winter well                                                               

Do it on very hot days                                                              

Try doing it in hell.                                                                     

Trade bed for pencil                                                                  

Trade sorrow for a page                                                          

No work it out your own way                                                                          

Have good luck at your age.

(Hemingway, Finca Vigia, Cuba, Dicembre 1950)

Hemingway nella Laguna di Venezia

Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo ventunesimo compleanno

Rieccomi al Palace/ Cimitero e lenzuola/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/ Una casa di ossa/ Verso I pascoli ancora/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/ Tornato al grande Nulla/ E a una vita da solo/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/

Ma è tutto a posto, gente/ Abbiamo l’Harry’s Bar/ Afderas che ci attende/ Al Lido in taxy car/ Scrivo per l’Europeo/ Mondadori non paga/ Odia I tuoi amici/ Amare il falso sembra renda felici/ Qualche puledro anche con poco si appaga/ Mi sveglio che è mattina/ Venezia è attorno a me/ Si accoppiano i piccioni/ Dove il sole non c’è/ In fondo alla laguna c’è quel che abbiamo amato/ E in tutti quei sentieri che abbiamo attraversato/ Camminaci da te/

Vivi da sola e fallo con tutta la tua gioia/ Che dopo un giorno forse proverai una gran noia/ Ma io non sarò mai sola, dice lei impaziente/ Lui: solo nel tuo cuore. Solo nella tua mente. / Ma amo stare sola, continua lei furente/ Lo so, risponde lui/ Lo so, dice lui stanco/ Ma sarò la migliore. Quella che guida il branco/ Di certo lo sarai. Sicuro ne hai il potere/ Torna ogni tanto in zona. Solo a farmi vedere/ Tu e tutti I tuoi problemi. Tu sempre a lavorare./ Sì, le risponde lui/ Fai un po’ come ti pare/

Fallo al mattino presto quando ti sei svegliata/ Fallo di sera tardi, quando ogni cosa è andata/ Fallo a primavera, quando non è arrivata/ Fallo anche d’inverno/ Che conosciamo bene/ Fallo nei giorni caldi/ Fallo pure all’inferno/ Scambia il letto con matite/ E il dolore con un foglio/ C’è solo la tua strada, quella che verrà/ Buona fortuna, ragazza, alla tua età.

(traduzione Sandra Azzaroni)

                                                      

                                                  

Legendary Vol 1 Quinta Puntata

Capitolo Sei

“La sola cosa che la sua mente ebbe bisogno di fare fu accogliere la luce”

Con l’avanzare della gravidanza, giorno dopo giorno, il corpo di Betelgeuse diventava più debole, e di fronte a questo Mya si sentiva impotente.   

“Sei malata per colpa mia?” le chiese dopo un po’.

 La domanda della figlia destò Betelgeuse dal torpore in cui ormai passava quasi per intero le sue giornate.

“Non è colpa tua, figlia, se esiste una colpa è senz’altro tutta mia! Noi che apparteniamo alla Stirpe siamo per metà Sparkling e per metà Umane. Si potrebbe pensare che le due metà convivano in armonia, ma non è sempre così. In gravidanza il feto, finché sta dentro all’utero è Sparkling al 100% mentre la madre, finché è incinta è Umana non proprio al 100% ma quasi. Sfortunatamente, portare nell’utero una creatura Sparkling è un compito troppo duro per un corpo da Umana“

“Ma Rigel come ha fatto quando sei nata tu?” domandò Mya.

“Rigel aveva 160 anni terrestri quando mi ha partorito, con tutta l’esperienza, le capacità e il Potere che ne deriva. Io ne ho solo 25. Capisci da te la differenza”

Il comportamento di sua madre era stato così assurdo che non riusciva proprio a comprenderlo: perché affrontare una maternità killer? Avrebbe voluto chiederle una spiegazione ma Rigel intervenne mettendole a tacere entrambe.

“Recriminare non serve, è stupido e inutile. Inoltre, le cose non sono mai – mai – così come appaiono. Potrebbero essere stati gli Eterni a volere questa gravidanza, per ragioni a noi ancora oscure.  O chissà cos’altro ancora. Beh, adesso devo uscire, devo incontrare qualcuno. Figlia, torna a letto, hai bisogno di dormire.”

Nelle ultime settimane di gravidanza le forze di Betelgeuse si erano affievolite sempre di più. Sapeva da tempo che non sarebbe sopravvissuta alla nascita della figlia, ma aveva sperato almeno di aiutare Mya nel momento fondamentale, quello del parto. Betelgeuse non aveva paura della morte, nessuno Sparkling ne aveva: sapevano bene che ognuno di loro aveva un percorso da compiere, un lungo percorso che difficilmente si sarebbe potuto compiere nel corso di una sola vita, ancorché lunga come quelle della loro specie. A volte, se il Potere accumulato in vita era tanto, dopo la morte il loro spirito aveva la possibilità di scegliere il corpo in cui reincarnarsi. Betelgeuse, ad esempio, era sicura che nella sua prossima vita avrebbe avuto ancora modo di incontrare Mya e Rigel, e questa consapevolezza l’aiutava ad accettare serenamente la sua prossima fine.  

Quando arrivò il momento di nascere, Mya chiamò la madre ripetutamente ma lei non riusciva a svegliarsi. Allora chiamò Rigel, che al momento si trovava piuttosto lontana.

“Secondo i miei calcoli dovrebbe mancare ancora una settimana” disse Rigel.

“Mia madre non ha una settimana. In realtà credo proprio che abbandonerà il suo corpo oggi, e io devo uscire prima che accada” rispose Mya.

“Se le cose stanno così devi nascere il prima possibile – sospirò Rigel, che intanto era salita in auto e correva verso casa – e credo anche che dovrai fare tutto da sola … io non riuscirò ad essere lì prima di qualche ora, ma sarò in contatto con te tutto il tempo “

Quando una Sparkling si accingeva a partorire, la mente della madre e quella del figlio si univano e il Potere sprigionato da quell’unione trasformava in una via larga e confortevole il percorso che nel parto il bambino compie dall’utero alla vagina.  Ma adesso Mya era sola e non riusciva a trovare dentro di sé la forza necessaria: la forte empatia che provava per la madre moribonda non le permetteva di reagire. Inoltre l’idea di abbandonare per sempre la sua tana, piccola e buia ma familiare, era spaventosa. Improvvisamente aveva paura, una gran paura di nascere.

Intanto Betelgeuse dormiva un sonno molto simile al coma, e mentre il suo corpo era in agonia, la sua mente si preparava ad abbandonarlo, ricordando i momenti più belli e riflettendo un’ultima volta sulla sua vita ormai obsoleta. Betelgeuse rievocò il periodo in cui, bambina, aveva vissuto con Rigel in cima ad una montagna. Ogni singolo attimo di quel periodo era stato per lei pura gioia: scivolare nella neve, farsi trascinare dal vento, chiacchierare con animali e alberi, per non parlare della coppia di aquile con cui aveva stretto una vera amicizia, che meraviglia, che nostalgia! In quel momento ebbe un’illuminazione, una vera epifania. Si rese conto che ogni singolo pianeta del Multiverso era stato emanato con un suo perché, una sua raison d’être: Piccolo Cosmo, ad esempio, era nato per essere l’astro del Potere, della Consapevolezza, una piccola e meravigliosa roccia magica, e i suoi abitanti avrebbero vissuto per seguire un percorso d’illuminazione e raggiungere l’Eternità.

Terra, invece, era il pianeta della Carne, dove tutto è conflitto, declino e decomposizione, e le creature terrestri avevano in sorte sofferenza e dura lotta. Capì quindi che quell’eccezionale felicità provata da bambina era stata il suo primo errore: tutto quello che era avvenuto dopo non poteva che finire male.

Questo fu l’ultimo pensiero che la coscienza di Betelgeuse concesse al suo corpo. Subito dopo l’abbandonò.

Nel momento in cui la madre moriva, il freddo penetrò nel nido di Mya e una sensazione sconosciuta, una via di mezzo fra la disperazione e l’apatia s’impossessò della sua mente.

Rigel manda la cornacchia da Mya

“Non credo di potercela fare, Rigel, no, non è proprio possibile, mi dispiace” la voce di Mya arrivò come un sussurro nella mente della sua due volte madre.

Rigel pensò rapidamente ad una soluzione: se fosse stata a casa avrebbe facilmente potuto aiutare Mya, ma inutile farsi illusioni: poteva spingere il piede sull’acceleratore come una pazza, ma non sarebbe mai riuscita ad arrivare prima di tre o quattro ore. Poteva inviare il suo doppio astrale, ma sarebbe stato inutile: un doppio astrale può viaggiare fino alle colonne d’Ercole del Multiverso, se vuole, ma i suoi unici Poteri sono viaggiare, parlare e osservare. Nient’altro. Infine decise. Scese dall’auto e si guardò intorno: si trovava in uno stradone di campagna e non c’era nessuno nelle vicinanze. Si concentrò per un certo periodo, ripetendo un canone, tenendo stretto in mano il medaglione che aveva al collo e alzando al cielo l’altro braccio.

“Amico uccello, raggiungimi!”  gridò con la mente, rivolgendo lo sguardo al cielo, mentre l’atmosfera si faceva silenziosa e perfino il vento si fermava, finché dall’orizzonte arrivò in volo una grossa cornacchia che le si appollaiò sulla mano alzata. Rigel accarezzò la cornacchia per qualche minuto, parlandole nella lingua dei corvidi e chiedendole di prendere in consegna un messaggio davvero speciale: una dose di Potere extra da consegnare a Mya, in modo da permetterle di abbandonare l’utero della madre.

Quindi Rigel soffiò il Potere nel becco spalancato dell’uccello, poi le accarezzò ancora la testina e subito dopo la cornacchia partì in volo. Da quel momento Rigel riuscì a seguire il percorso della bestiola come se le avesse inserito una telecamera fra gli occhi. La cornacchia volava veloce e Rigel invocò il Potere del Vento che iniziò a spirare nella giusta direzione, cosa che aumentò di molto la velocità dell’uccello.

Poco dopo atterrò sulla finestra della casa di Rigel e con un forte colpo di becco spaccò il vetro ed entrò in casa. Trovò rapidamente il corpo di Betelgeuse, sdraiata sul letto, senza vita. La cornacchia salì sulla sua pancia e mosse un pochino le zampe finché non fu in una posizione stabile.

Mya intanto si era raggomitolata all’interno dell’utero e non aveva più risposto ai richiami di Rigel, impedendole inoltre di leggerle nella mente. Era completamente chiusa in se stessa, impenetrabile come una fortezza.

la cornacchia rilascia nel corpo di Betelgeuse il Potere inviato da Rigel

Finalmente la cornacchia aprì il becco e con un grido che squarciò il silenzio rilasciò quello che Rigel le aveva affidato: una spirale di tiepido vapore saturo di Potere raggiunse Mya, che non si accorse di nulla; il Potere penetrò nelle sue cellule e arrivò rapidamente al sangue. A Mya apparve un raggio di luce in fondo all’oscurità in cui era immersa e la sola cosa che la sua mente ebbe bisogno di fare fu accogliere la luce.

la luce appare a Mya

La via si aprì: grande, spaziosa, confortevole. All’inizio Mya gattonò, poi si alzò in piedi e iniziò a correre, in una giornata di sole su di un lungo ponte, sotto cui scorreva un fiume azzurro. La luce assieme al riverbero dell’acqua la costringeva a coprirsi gli occhi per quanto era abbagliante.

Quando li riaprì era fuori dal corpo di Betelgeuse: una bella bambina di quattro chili con tanti capelli neri come ebano, il tutto assolutamente in linea con una qualsiasi neonata umana. Però sapeva già camminare, usare le mani con destrezza, parlare anche se con un linguaggio ristretto, proprio come ogni neonato Sparkling. In più Mya aveva già un livello eccezionalmente alto di Potere, e questo non aveva precedenti fra gli Sparkling.

Aveva ancora il cordone ombelicale attaccato, e usando l’indice come se fosse un laser se lo staccò di dosso. Poi si guardò intorno e vide la cornacchia appollaiata su Betelgeuse; la guardò con un certo stupore e domandò, usando la sua voce per la prima volta:

“Rigel?”

La cornacchia fece un grido e volò via. Vagamente confusa Mya si accostò alla madre morta e le prese una mano. Le sue prime sparks, sorprendentemente già di un bel violetto misto a fucsia, iniziarono a scorrerle lungo le guance, proprio come lacrime, che gli Sparkling non possedevano.

Qualche ora dopo, quando Rigel arrivò a casa, trovò ancora Mya in quella posizione. Fino a quando la cornacchia era rimasta in casa aveva avuto una visuale perfetta di quello che succedeva, e sapeva già che bellissima e perfetta bambina fosse Mya. Sapeva anche che sua figlia, la coraggiosa, impulsiva, ribelle, affascinante Betelgeuse non abitava più in quel corpo.

“Piccola amata Mya – disse Rigel sorridendo – eccomi, Rigel sono io“

“Io, sai, non ti avevo mai vista…” balbettò Mya.

Rigel si sedette accanto al corpo di Betelgeuse ed iniziò a pettinarle i bellissimi e lunghi capelli neri.

“Tua madre era molto fiera dei suoi capelli – spiegò Rigel a Mya che osservava ogni sua mossa con gli occhi spalancati – adesso mi prenderò cura del suo corpo per l’ultima volta.”

“Non so che cosa devo fare, non so adesso cosa accadrà, sono così tante le cose che non so!” esclamò Mya con una certa inquietudine.

“Per forza! Sei appena nata! – rispose Rigel – non ti preoccupare, per adesso sarò io a spiegarti cosa faremo e cosa accadrà. Sai, se tu fossi nata ad Abatos, come prima cosa faresti una doccia sotto l’acqua sacra, e subito dopo berresti un bicchierone di succo di hagalj mischiato con acqua sacra. Ora, per quanto riguarda la doccia con l’acqua sacra, siccome siamo sulla Terra esterna, dovrai accontentarti di acqua normale. Tiepida, oppure calda, o se la preferisci fredda, ma solo e comunque acqua normalissima. Ma siccome sei per metà Umana andrà bene lo stesso. Invece, essendo per metà Sparkling, non potresti mai nutrirti di latte come fanno i neonati Umani: il latte ti ucciderebbe. Noi Sparkling ci nutriamo solo di liquidi, e principalmente di liquidi tratti da una specie di frutto, l’hagalj, che gli Eterni portarono sulla Terra dal loro pianeta, centinaia di migliaia di anni fa e che ora come ora cresce solo ad Abatos, dove si sviluppa rigoglioso. Noi Sparkling che viviamo sulla superficie del pianeta, crescendo, impariamo a nutrirci di altre erbe e frutti che frulliamo e beviamo, ma nei primi mesi di vita anche noi abbiamo necessità di hagalj, possibilmente mischiato insieme ad acqua sacra: infatti ero andata a procurartelo quando Betelgeuse è morta.”

Rigel tirò fuori dal grosso zaino che si era portata dietro un barilotto di legno, con fatica lo appoggiò sul tavolo e dalla credenza prese un bicchiere di cristallo.

“Questo barile pesa tanto perché internamente è tutto foderato di cristallo – disse mentre apriva il recipiente e versava il liquido nel bicchiere –  infatti il cristallo è l’unica materia che può toccare l’acqua sacra senza contaminarla, e quindi ricordati sempre di versarlo in questo bicchiere: ecco qua, hagalj e acqua sacra … bevilo e ti sentirai meglio”

Mya afferrò lo stelo del grosso bicchiere con entrambe le mani da bambina e bevve quel liquido fucsia tutto d’un sorso. Non si era ancora resa conto di avere una tale sete.

“Il sapore dell’hagalj non mi giunge affatto nuovo” disse, mentre con la lingua si puliva i “baffi” rosa.

“Il prossimo bicchiere potrai prenderlo fra sei ore, poi dopo dieci – le spiegò Rigel – se ne bevessi troppo ti farebbe crescere in modo eccessivamente rapido”

La verità è che in ogni caso una Sparkling, anche se per metà umana, sarebbe comunque cresciuta in modo estremamente più rapido di un qualsiasi neonato umano. Rigel ricordava bene come Betelgeuse, nel giro di 24 ore, avesse già assunto l’aspetto di una bambina Umana di un anno; dopo un mese quello di una bambina di quattro anni e dopo un anno quello di un’Umana di dieci anni. Da quel momento in poi, la crescita fisica si era uniformata a quella umana. Il periodo, quindi, in cui non bisognava assolutamente far vedere la bambina agli Umani durava un anno circa. Quando era nata Betelgeuse, Rigel viveva in una zona selvaggia, senza Umani nelle vicinanze e non correva nessun pericolo che qualcuno si accorgesse di quella crescita straordinaria. In seguito non aveva mai mandato alla scuola degli umani la figlia. In breve, l’aveva cresciuta come una Sparkling, senza curare minimamente la sua metà Umana, e ora sapeva che era stato quello il suo grande errore. 

Adesso abitavano in una zona non così isolata: nelle Great Blue Hills, in Massachusetts, in una delle ex casette dei guardiani della riserva naturale, casa ormai distrutta e fatiscente ma rimessa a posto da Rigel che aveva avuto il permesso di utilizzarla in cambio della sua grande esperienza nella cura delle piante della foresta. Le autorità erano soddisfatte perché alberi e sottobosco non erano mai stati così floridi come da quando li curava Rigel, e le Sparkling della stirpe delle Portatrici, in cambio, vivevano immerse nella natura (cosa fondamentale per loro), ma a pochi chilometri da una cittadina della contea di Norfolk, dove, di lì a un anno, Mya sarebbe andata a scuola insieme ai bambini Umani di dieci anni. La scuola umana non aveva granché da insegnare alla piccola Sparkling, ma l’importante era la parte sociale, il contatto con gli Umani, proprio come fosse stata una di loro.

Intanto Mya si era lavata e vestita, con una sorta di tutina appartenuta a Betelgeuse da neonata. Aveva radiografato la casa con la sua incredibile mente e trovato rapidamente ogni cosa.

“Adesso, due volte madre, dobbiamo preparare e cremare il corpo di mia madre” disse poi, seriamente.

“Sì, il momento è arrivato – sospirò Rigel – e … Mya, visto che fra non molto dovrai conoscere gli Umani e soprattutto sembrare una di loro, dovrai abituarti, in presenza di Umani, a chiamarmi nonna, che è il loro termine per dire due volte madre”

Mya sorrise raggiante. Per qualche strano motivo l’idea di conoscere gli Umani le piaceva.

“Nonna! – esclamò – è veramente una bella parola!”

Legendary Vol 1 Quarta Puntata

Continua Capitolo Quattro:

Rigel aveva parlato già a lungo alla figlia selvaggia Betelgeuse, ma vedendo che era finalmente riuscita a catturare la sua attenzione, decise di raccontarle tutta la storia della loro specie e della loro personale stirpe fino in fondo:

“Effettivamente la compagnia dei Micromene aiutò i Taw a condurre l’astronave sicura e veloce fino a Terra. Inutile dire che cantarono per tutto il tempo del viaggio, e in un luogo chiuso e ristretto come l’interno dell’astronave per i Taw fu facile e allo stesso tempo sorprendente vedere quanto Potere i Micromene sprigionavano cantando.  Appena sbarcati su Terra i Taw lasciarono momentaneamente i loro piccoli amici nella nave spaziale, quindi s’incamminarono verso il quartier generale degli Alaph, che distava non più di due chilometri. Sebbene lo spettacolo di un nuovo pianeta, così diverso da Piccolo Cosmo, tendesse a catturare la loro attenzione, i Taw rimanevano centrati sulla loro missione e sulla rabbia che provavano: sentimento, fino a quel momento, mai appartenuto alla loro specie.

Quando Kenthya, Chanda e gli altri Alaph videro sbucare dal nulla i Taw, pensarono di essere diventati folli. Non solo perché Mintaka e i suoi, invece di stare lì dove li avevano lasciati, nel Pianeta Sacro, si trovavano su Terra, ma anche perché il loro sguardo non comunicava amicizia, tolleranza, perdono, bensì una nuova ostilità: quello che avevano fatto gli Alaph era così grave che perfino il punto d’insieme non riusciva a trovargli una giustificazione.

I Taw si posizionarono a semicerchio, e Mintaka, in mezzo a loro, iniziò a parlare:

“Chanda! Avete tempo fino a domattina per caricare il vostro maledetto oro sulle astronavi e andare via da Terra. Se per allora sarete ancora qui morirete. Tutti”

La furia di Mintaka

“Non sappiamo nemmeno se c’è abbastanza Potere sulle astronavi per riportarci indietro – iniziò a piagnucolare Kenthya – inoltre ormai ci siamo abituati a vivere qui e ci piace”

Il popolo degli Alaph, lavoratori, guardiani, ex minatori, iniziò a gridare:

“Combatteremo! Loro sono solo venti mentre noi siamo mille! Come potrebbero vincere?”

Mintaka, allora, mosse solo un braccio verso l’alto e poi lo fece ricadere lentamente in basso, sussurrando appena:

“Che il sonno li abbracci” e tutti i lavoratori Alaph, circa ottocento fra maschi e femmine, crollarono al suolo.

“Sono solo addormentati – gridò Alnitak agli Alaph ancora svegli – per adesso, almeno”.

“Vi suggerisco di iniziare subito a caricare le astronavi. Dovrete farlo voi leader, visto che gli altri dormono, perciò non perdete tempo, perché domattina, con o senza oro, dovrete comunque andarvene …” aggiunse Mintaka.

Chanda continuava a non parlare, allora Kenthya si fece di nuovo avanti, con un tono pieno di rancore:

“Potreste almeno aiutarci a mettere l’oro sulle navi! Insomma, voi riuscireste a farlo con solo un movimento della mano”

“Non potrei mai usare nemmeno una goccia di Potere per una cosa che reputo sbagliata e ingiusta come tutta questa vostra maledetta missione” le rispose Mintaka scuotendo la testa.

Kenthya rimase in silenzio, piena di rabbia, meditando vendetta come mai e poi mai aveva fatto in tutta la sua vita.

Kenthya, specie Alaph

Chanda, invece, si rese conto di avere sbagliato. Ora che i Taw stavano di fronte a lui riusciva a vedere con chiarezza ogni cosa, e pur sapendo che in tutto quel tempo la sua mente non era mai riuscita a mantenere un briciolo di lucidità si assunse la totale responsabilità di quello che era accaduto.

Quindi ordinò agli Alaph ancora svegli di aiutarlo a caricare le astronavi e per tutta la notte lavorò alacremente, senza risparmiarsi, come se il duro lavoro riuscisse a farlo sentire meglio.

Al mattino le astronavi erano cariche e pronte a partire. Anche gli Alaph addormentati si erano svegliati e avevano preso posto. Chanda prima di salire lanciò uno sguardo disperato a Mintaka.

“Cosa c’è Chanda? Parla, per favore” disse lei avvicinandosi.

“Mintaka, c’è dell’altro che ancora non sai” bisbigliò lui, quasi in lacrime.

“Cosa può esserci di peggio?”

“È sparita la Sattva. L’ho cercata ovunque e ho controllato addosso ad ogni singolo Alaph ma credimi, non è qui” disse Chanda d’un fiato.

Mintaka sospirò. La sparizione della Sattva degli Alaph poteva avere migliaia di motivazioni, ma nessuna casuale. Questa era la sola certezza.

“Te la sei tolta dal collo?” domandò.

Chanda annuì socchiudendo gli occhi. Aveva sempre saputo che colui o colei che porta la Sattva non deve mai togliersela, se non per metterla al collo del nuovo Portatore.

“Non sto cercando scuse, amica mia, ma questo pianeta è come se fosse maledetto. È come se qui ci fosse un anti-potere che, dopo un po’, inizia a farti ragionare in modo diverso, addirittura al contrario…”

Mintaka gli strinse la mano. Non aveva bisogno di leggere nella sua mente per sapere che era sincero. Non avere idea di dove fosse finita l’altra Sattva era terribile, contro ogni regola, ma d’altra parte, se la Sattva gemella si fosse trovata in un contesto di pericolo per il pianeta o addirittura per il Multiverso, la sua Sattva ne avrebbe avuto consapevolezza, e l’avrebbe comunicato cambiando colore da rosso a nero.

“Per adesso non credo che la tua Sattva sia in pericolo, perciò tranquillizzati” disse a Chanda.

“C’è un altro sistema con cui potremmo ritrovarla, Mintaka, lo sai bene…” balbettò lui, senza avere il coraggio di guardare la leader dei Taw negli occhi.

“Di cosa stai parlando?” chiese lei distrattamente.

“Lo studio di Lam sulla Sacra Sattva, su entrambe le Sattva – balbettò – il paragrafo che spiega, in caso di perdita di una delle due, come ritrovarla tramite la gemella…”

Mintaka conosceva bene quello studio, e trasecolò, di fronte alla proposta inaccettabile di Chanda.

“Questo non accadrà mai, Chanda, e non so con quale coraggio tu me lo stia chiedendo. Perché sia chiaro: la Sacra Sattva donata al mio popolo lascerà il mio collo solo nel momento in cui dovrà passare al collo del nuovo Portatore, nemmeno un istante prima. È una REGOLA SACRA! Se tu l’avessi seguita oggi non saremmo qui, Chanda! Noi Taw vi abbiamo viziati, risolvendo continuamente i guai combinati da voi, proprio come stiamo facendo anche adesso. È ora che tu cresca, e il tuo popolo con te: imparate ad affrontare da soli le conseguenze delle vostre pessime azioni!”

Chanda rimase in silenzio con lo sguardo perso nel vuoto, e alla fine disse:

“Non posso darti torto, Mintaka”

La leader dei Taw, già pentita per lo scatto d’ira a cui s’era lasciata andare, gli rispose con un tono nuovamente calmo: 

“Ho controllato le astronavi: riusciranno a portarvi fino al Pianeta Sacro, perciò, fate buon viaggio”.

Chanda si mise una mano sul cuore, e prima di allontanarsi sussurrò:

“Sei nei miei pensieri, amica mia. Torneremo Uno”

“Torneremo Uno – rispose lei, e con uno sforzo aggiunse – amico mio”

Le astronavi, enormi eppure leggere, partirono e in pochi attimi furono ingoiate dallo spazio. Ancora per un po’ fu possibile vedere una luce bianca che si allontanava dall’atmosfera terrestre, poi più nulla.

CAPITOLO CINQUE

“Scegliamo solo una volta. Scegliamo di essere persone comuni o di essere Guerrieri. Una seconda scelta non esiste”

Una volta mandati via gli Alaph, i Taw tornarono dai Micromene per aiutarli a trovare una buona sistemazione. Nel corso della notte che era passata i loro piccoli amici non erano mai usciti dall’astronave, ma cantando erano riusciti a separarsi dai corpi e tramite i loro doppi astrali avevano visitato tutta la zona, a partire dalle grotte degli ominidi fino alla foresta. Erano rientrati da poco nei loro corpi canterini ed erano notevolmente agitati.

Per i Taw non era poi così semplice comunicare con i Micromene, nonostante il grande amore che provavano per loro. Ma comunque, con tanta pazienza, Mintaka riuscì a capire dalla sua Micromene “ricongiunta” che la Foresta non era abitabile, perché piena di “animali che mangiano altri animali”. Su Piccolo Cosmo non esistevano predatori, a nessun livello, anzi, non esistevano proprio creature carnivore. Il lamento della ricongiunta continuò a proposito degli alberi della foresta, che pur essendo tanti, vari, incredibilmente belli, sembravano non avere uno spirito. Niente a che vedere con i Viola, insomma.

“Ho dato anch’io uno sguardo agli alberi – rispose Mintaka, cercando di tranquillizzare la “sua” Micromene – e non è vero che non hanno uno spirito, anzi, ho percepito un forte spirito che lega insieme tutti gli alberi delle foreste, ma lo nascondono agli attuali abitanti del pianeta”

C’era però anche una buona notizia da parte dei Micromene. La ricongiunta di Mintaka comunicò loro, sempre telepaticamente, nel loro solito e bizzarro linguaggio fatto d’immagini, suoni ed emozioni, che il pianeta Terra non era privo di Potere, dopo tutto: mentre a Piccolo Cosmo il Potere sgorgava dall’alto, insieme alla pioggia, lì su Terra probabilmente scorreva nel sottosuolo. Molto difficile da raggiungere, quindi, però c’era, e questa era una buona notizia per tutti.

Ad ogni modo, per il momento i Taw non potevano lasciare che i Micromene si sistemassero da qualche parte nella foresta: c’erano troppi predatori, troppi pericoli di ogni tipo.

“Vi prego di restare nell’astronave ancora per due o tre giorni: il tempo che ci serve per affrontare la situazione lasciata dagli Alaph e, subito dopo, organizzare una piccola foresta priva di pericoli fatta su misura per voi.”                                                                                                                 

Tranquillizzati così i Micromene, i Taw si dedicarono agli “schiavi minatori”, da loro denominati i “Nuovi” che erano stati rinchiusi dagli Alaph in una via di mezzo fra una caserma e una prigione. C’erano sbarre alle finestre e portoni corazzati: i Nuovi erano curati e nutriti ma potevano uscire di lì solo per andare in miniera ed erano quindi, decisamente schiavi.

Non fu facile, per i Taw, fargli capire che adesso erano liberi: molti di loro erano bambini e comunque, anche quelli più grandi, avevano sempre vissuto in quel modo e non capivano cosa fosse la libertà.

Ci volle pazienza e tempo, ma arrivò comunque il momento in cui i Nuovi impararono ad essere autonomi. A quel punto i Taw diedero loro quello che gli mancava per essere una vera specie: la capacità di procreare. Da quel momento i Nuovi iniziarono a crescere di numero e ad avere un progetto di vita come specie e come individui. Ma i Taw sapevano bene che la strada era ancora in salita e da parte loro c’era molto da fare per indirizzarli e aiutarli.

Nel corso del tempo, anche i Taw aumentarono di numero, e le due razze coabitarono veramente a lungo: costruirono villaggi e città, si allargarono in lungo e in largo nel pianeta Terra e piano piano, insieme, edificarono una società meravigliosa. I Nuovi, che ormai nessuno chiamava più Nuovi ma Umani, consideravano i Taw quasi come divinità, divinità buone e protettive, divinità che dividevano con loro la conoscenza e che rendevano la loro vita auspicabile e piena di significato.

Naturalmente, nel corso di millenni, gli Umani erano cambiati, almeno in parte, dai loro primi antenati, i Nuovi: di tanto in tanto i Taw avevano rinforzato il loro DNA allungandogli la vita, ad esempio, e rendendo i loro cervelli più potenti. Allo stesso tempo anche i Taw avevano preso qualcosa dal codice genetico degli Umani, per aderire meglio allo standard richiesto dalla vita su Terra. Erano quindi parzialmente cambiati, anche se solo sul piano fisico: i loro lunghi crani erano diventati sempre più corti, fino a diventare quasi uguali ai crani umani. Erano sempre alti, ma non così alti come i primi Taw e avevano tutti capelli nerissimi, lisci e folti. Non avevano subito variazioni nei loro incredibili occhi neri come onice, che di notte e quando il cuore batteva più veloce del solito, emanavano scintille che cambiavano di colore a seconda del Potere personale. Simili a porporina viva le sparks uscivano dagli occhi in gran numero, fluttuando nell’aria attorno a testa e spalle. Ecco il motivo per cui gli Umani iniziarono a chiamarli Sparkling, che divenne il loro, e il nostro nome definitivo.

I primi Taw, come Mintaka, Alnitak e gli altri diciotto, accompagnarono, guidarono e vegliarono sui Nuovi-Umani per circa seicento anni terrestri, e allo stesso tempo condussero la loro evoluzione fino all’estremo gradino, per poi trasformarsi in energia consapevole. Da allora tutti li chiamarono gli Eterni. Che, fra le tante eccezionali capacità, hanno anche quella di comunicare con noi Sparkling attraverso tempo e spazio.

E a proposito di comunicazione, la lingua che noi Sparkling parliamo ancora oggi non è eccessivamente diversa da quella parlata dagli antichi Taw, e ha una peculiarità, tanto che la chiamiamo “lingua passe-partout. Perché questo nome? Perché, come una chiave che apre tutte le porte, la nostra lingua comprende e si fa ben comprendere da qualsiasi altro linguaggio.

Le migliaia di chiavi per la lingua “passe-partout” degli Sparkling

Ti faccio un esempio: se devi parlare con un Umano di nazionalità giapponese, tu dovrai solo parlare nella nostra lingua Sparkling, e ogni cosa che dirai arriverà alle orecchie dell’Umano in perfetto giapponese, proprio come se tu gli avessi parlato in giapponese. E viceversa: quello che lui ti dirà, ovviamente in giapponese, giungerà alle tue orecchie in Sparkling. Ecco cos’è una lingua passe-partout.  Attenzione, però, perché tutto questo funziona solo con i linguaggi veri e propri. Non con quelli degli animali, per capirci, e tantomeno con i linguaggi chimici delle piante. Se vuoi parlare, comunicare con animali e piante devi lavorarci su col Potere, ma non è difficile, è un obiettivo piuttosto vicino: magari fosse tutto così facile. 

Tornando all’epoca aurea che vide la cooperazione fra Umani e Sparkling, durò a lungo, ma poi arrivò alla fine. Gli Sparkling, grazie alle loro capacità unite ai loro studi vennero a conoscenza di un orribile cataclisma che avrebbe sconvolto il pianeta Terra, di lì a non troppi anni terrestri. Avevano però la certezza, o quasi, che il cataclisma sarebbe stato un diluvio e sarebbe avvenuto in conseguenza dell’ultima glaciazione – risalente a circa 10000 anni terrestri fa. Decisero che la loro specie si sarebbe trasferita a vivere in un posto che avevano localizzato già da molto tempo: l’interno di Terra.

Devi sapere che il pianeta Terra è vuoto al suo interno, o meglio: nel suo nucleo c’è una piccola stella centrale fatta di gas e plasma. Questa stella ha creato intorno a sé una sorta di bolla, un’immensa cavità che la separa dal mantello e dalla crosta terrestre. Per un Umano è impossibile trovare le entrate che portano a questo mondo, entrate che sono visibili solo per gli Sparkling, e che si trovano un po’ dappertutto nel pianeta. Nei pressi di quelle speciali entrate, che possiamo definire portali, gli Umani assieme agli Sparkling, in epoche lontane, tirarono su delle costruzioni meravigliose, ormai molto antiche, come la Sfinge in Egitto o il Tempio del Serpente Piumato a Teotihuacan.

Il Regno di Abatos, “l’Inaccessibile”, all’interno del pianeta Terra, coi suoi edifici costruiti in pura luce

Ai primi Sparkling che attraverso lunghe gallerie hanno trovato questo luogo all’interno di Terra è subito apparso evidente che quello sarebbe stato il loro Regno: è pieno di correnti e cascate d’acqua mista allo stesso liquido viola che scendeva dal cielo di Piccolo Cosmo e che, come laggiù, contiene Potere. Quella che noi chiamiamo acqua sacra, per capirci. Non a caso l’hagalj cresce naturalmente lì sotto, e cresce rigoglioso come nemmeno a Piccolo Cosmo.

Gli Sparkling più dotati hanno creato, lì dentro, edifici meravigliosi fatti di luce resa solida, di pura energia materializzata.  Questo Regno, che è stato chiamato Abatos, ovvero “Inaccessibile” ma anche “sacro“, tanto era ed è perfetto per gli Sparkling quanto inabitabile per gli Umani. Qualcuno sprovvisto di un alto livello di Illuminazione probabilmente non riuscirebbe nemmeno a vederlo, capisci?

Gli Sparkling hanno scelto la sola opportunità che avevano per salvare la loro specie e a lungo hanno cercato una via di salvezza per tutti gli Umani, ma non c’era niente da fare.  Gli Umani potevano salvarsi o andando a vivere su montagne molto, molto alte – al di sopra dei tremila metri, per capirci – o costruendo un’imbarcazione particolare, detta arca, una sorta di grossa abitazione su acqua, che poteva contenere anche viveri, animali, sementi, il tutto sia per sopravvivere finché le acque non si ritiravano, sia per ricostruire una vita minimamente organizzata dopo.

Gli Sparkling sparsero la voce e molti Umani si misero a costruire arche, mentre altri spostarono i loro rifugi in cima a montagne altissime. Durante il Diluvio scomparve, grosso modo, l’80 % della specie umana: oltre agli Umani che non avevano modificato le proprie abitudini di vita e che, ovviamente, furono spazzati via tutti, anche molte arche vennero distrutte dalla furia delle acque. Non solo, ma perfino alcuni fra gli Umani che erano andati a vivere in alta montagna non sopravvissero, perché, sfortunatamente, stavano proprio lungo la via dello scioglimento dei ghiacci. Ma comunque i sopravvissuti, un 20 % circa, poterono di nuovo organizzare la loro vita. La cosa peggiore, però, fu che la società di prima, dove gli Umani si affidavano agli Sparkling per tutto ciò che era più importante, e dove gli Sparkling aiutavano gli Umani in mille modi diversi non esisteva più.

Sparkling e Umani, ormai, erano separati per sempre, e secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, gli Umani non ricordarono più nulla degli Sparkling: la loro esistenza, le loro incredibili capacità e, soprattutto, lo spicchio di DNA in comune, che faceva sì che anche gli Umani, se avessero seguito il giusto percorso avrebbero, un giorno, potuto controllare porzioni di Potere, tutto era cancellato: gli ultimi ricordi si erano trasformati in sogni e i sogni in mito.  

 Gli Sparkling, che si erano già ritirati all’interno di Abatos prima che il Diluvio arrivasse, amarono questa nuova vita così tanto che, anche quando le acque si ritirarono e la superficie di Terra fu di nuovo praticabile, decisero di rimanere ad Abatos e rendere il loro Regno sempre più confortevole e illuminato. Ma dal momento che la loro missione prioritaria su Terra era comunque quella di indirizzare e aiutare gli Umani, almeno finché non avessero compreso quale fosse la direzione giusta, gli Sparkling si organizzarono in modo da selezionare alcuni di loro che avrebbero dovuto sempre risiedere vicino o in mezzo agli Umani.

La situazione divenne non molto dissimile da come è adesso: gli Umani non sanno più nulla delle loro vere origini e non sanno più nulla di cosa sia davvero il Multiverso. La differenza è che l’epoca in cui stiamo vivendo ora è davvero orribile: alcuni la chiamano Kali Yuga, che vuol dire l’epoca nera ed è vero, è proprio un’epoca molto cupa.

Nell’ultimo secolo terrestre, poi, per quanto riguarda il rapporto fra Sparkling ed Umani, le cose sono ulteriormente peggiorate. Prima gli Sparkling andavano e venivano fra Abatos e la superficie di Terra, dove erano soliti passare lunghi periodi. Ma poi, quello che gli Umani hanno combinato nella prima metà dell’ultimo secolo – guerre mondiali, campi di sterminio, bombe nucleari – solo per citare alcune delle loro malefatte, ha reso molti Sparkling così disgustati, amareggiati, delusi e stanchi, che in più di un’occasione hanno rischiato di perdere il loro punto d’insieme e prendere qualche decisione terribile e irreversibile nei confronti della specie umana. Naturalmente ogni Sparkling che risiede ad Abatos è libero di uscire sulla superficie di Terra ogni volta che lo desideri, ma l’andirivieni, negli ultimi 60 anni terrestri circa, non ha più avuto luogo. Proprio per questo motivo gli Sparkling che, come noi, vivono fra gli Umani con uno scopo ben preciso, sono aumentati di numero. Quello che noi chiamiamo “l’Esercito” esiste da millenni ma è negli ultimi decenni che è diventato molto più di una semplice formazione.

Esiste poi un altro piccolo gruppo, a cui apparteniamo entrambe: si tratta della Portatrice della Sattva, Stirpe voluta dagli Eterni in persona. Come saprai se hai ben ascoltato tutte le “mie lezioni”, per millenni e millenni la nostra Sattva è stata tenuta al sicuro dai Leader dei Taw e poi dai Leader degli Sparkling. La Sattva veniva posta al collo del Leader e lì rimaneva fino a quando passava al Leader successivo. Quando la nostra specie si è trasferita ad Abatos, lì è andata anche la Sattva, al collo del Leader , ovviamente, per un periodo molto lungo, fino al momento in cui gli Eterni si sono manifestati con il Leader ed il suo gruppo, ed anche con alcuni esponenti dell’Esercito.

Gli Eterni sono stati molto chiari: tempi bui e pericolosi sarebbero giunti, non proprio di lì a breve, ma sarebbero sicuramente arrivati, e per poter sperare di affrontare il pericolo preparati, dovevamo subito prendere delle contromisure. Il Potere eccezionale della Sattva sarebbe diventato, a un certo momento, l’ultima barriera contro l’oscurità, ma è un Potere che quasi nessuno è mai stato in grado di utilizzare nella sua straordinaria pienezza. Gli Eterni ci consigliarono di creare una Stirpe di femmine Sparkling, Umane per metà, che avrebbero avuto il ruolo di Portatrici, passando la Sattva di madre in figlia, e queste Portatrici, meglio di chiunque altro, avrebbero imparato ad utilizzare il Potere della Sattva nella sua incredibile complessità. Tutto questo avveniva centosessanta anni terrestri fa, praticamente una minuscola briciola di tempo.

Gli Eterni diedero istruzioni al Leader di Abatos affinché venisse concepita una bambina Sparkling da parte materna e Umana da parte paterna, e quella bambina ero io. Eppure, nonostante sia Umana per metà, fin dalla nascita ho sempre avuto tanto Potere quanto uno Sparkling, anzi, probabilmente di più. E questa è stata, in un certo senso, una notevole scoperta dal punto di vista del nostro codice genetico: spiegato in modo semplice, uno Sparkling può incrociare il proprio codice con quello di altre specie, ma senza perdere un briciolo delle proprie caratteristiche; uno Sparkling incrociato, quindi, avrà solo qualità in più, ereditate dalla nuova specie, senza avere assolutamente nulla in meno rispetto alle proprie. Ed ecco perché gli Eterni, nella loro infinita conoscenza, hanno voluto che la nostra Stirpe fosse Sparkling-Umana e non semplicemente Sparkling… o almeno è quello che credo. Sai, le motivazioni degli Eterni a volte diventano comprensibili solo dopo che molti eventi si sono verificati.

Rigel, Guerriera e Portatrice della Sattva

Devo anche dire che portar via la Sattva dall’Inaccessibile Regno per spostarla sulla superficie terrestre, al collo di una Portatrice per metà Umana, beh, credimi, non a tutti gli Sparkling è piaciuto! Ricordo che erano in molti ad essere fortemente contrari, ma alla fine, ogni Sparkling considera la parola degli Eterni sacra, oltre che infallibile, e a nessuno verrebbe mai in mente di disattenderla. E quindi ho trascorso i miei primi cinquanta anni terrestri ad Abatos e poi sono entrata nell’Esercito diventando una Guerriera e trasferendomi a vivere sulla superficie del pianeta. Poco dopo mi hanno consegnato la Sattva e da allora sono stata due volte Guerriera. Sai, Betel, scegliamo una sola volta. Scegliamo di essere persone comuni o o di essere Guerrieri . Una seconda scelta non esiste.”

(Tutti i diritti del romanzo, della parte scritta, appartengono alla sottoscritta Sandra Azzaroni e sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale senza autorizzazione scritta è vietata.”

LEGENDARY Vol1 Terza Puntata

Capitolo Tre

“In compenso il nuovo pianeta era una gioia per gli occhi: magnifici colori si vedevano ovunque, molti dei quali a loro totalmente sconosciuti”

Appena giunti su Terra, dopo un viaggio tutto sommato liscio come l’olio, gli Alaph si presero del tempo per abituarsi al nuovo pianeta. Non solo la gravità era molto diversa da quella di Piccolo Cosmo ma anche la percentuale di ossigeno era decisamente inferiore. Di conseguenza si sentivano goffi e pesanti e inoltre respiravano a fatica. In compenso il nuovo pianeta era una gioia per gli occhi: magnifici colori si vedevano ovunque, molti dei quali a loro totalmente sconosciuti. Crearono il loro quartier generale, con abitazioni semplici ma confortevoli, in un’area dal sottosuolo pieno zeppo d’oro, in una terra molto fertile che migliaia e migliaia di anni dopo sarebbe stata chiamata Mesopotamia. Costruirono una prima miniera e, con essa, i macchinari e gli strumenti utili per l’estrazione. Mentre la maggior parte degli uomini e donne Alaph si accingevano a trasformarsi in minatori, il gruppo dei leader si divideva fra l’organizzazione e lo studio del nuovo territorio.

Su Terra c’era un numero praticamente infinito di animali e piante, che gli Alaph dovevano imparare a conoscere il prima possibile. Alcuni animali, ad esempio, se casualmente avvicinati, potevano diventare estremamente pericolosi: quelli che loro chiamavano gli striscianti avevano un morso letale, mentre gli scattanti a macchie o gli scattanti neri avevano denti e artigli con cui potevano fare a brandelli un Alaph in pochi attimi. Le piante, poi, erano ancora più importanti: su Piccolo Cosmo anche gli Alaph avevano una dieta semi liquida, simile a quella dei Taw, anche se non così esclusiva. Oltre all’hagalj si nutrivano con vari frutti e foglie che maceravano nell’acqua semplice (a differenza dei Taw, gli Alaph non riuscivano a bere l’acqua sacra delle piogge, il loro esofago non era proprio in grado di trattenerla). Quindi il primo incarico di Kenthya su Terra era stato quello di trovare piante e frutti che potessero costituire un regime alimentare alternativo a quello di Piccolo Cosmo, compito che lei svolse in maniera ineccepibile. Mentre si trovava in esplorazione nella foresta, Kenthya  ebbe modo di avvistare un gruppo di quelli che ben presto scoprirono essere i principali abitanti del pianeta: delle creature a metà fra l’uomo e la scimmia, che camminavano come bipedi. Evidentemente erano quelle le scimmie-uomo di cui parlavano i vecchi resoconti degli esploratori Alaph. Kenthya ne era letteralmente affascinata, e finiva per trascorrere ore ed ore a osservarli. Quelle creature, nei loro confronti, erano miti e mansuete e provava una gran tenerezza per loro, ma ancora, dopo averli studiati a lungo, non si sentiva in grado di rispondere alla fatidica domanda che, fin dai primi giorni, le era stata posta da Chanda: “Sono animali o esseri consapevoli?”

Di sicuro non avevano un linguaggio, anche se emettevano dei suoni più o meno gutturali, però costruivano ed utilizzavano strumenti in pietra. Le femmine della specie curavano i piccoli, mantenevano il fuoco acceso e andavano in giro a raccogliere frutta mentre i maschi andavano a caccia di grossi animali erbivori.

In una di queste occasioni Kenthya rischiò di morire bruciata viva. Stava nella foresta quando gli ominidi diedero fuoco al bosco per costringere un grosso animale dotato di lunghe corna ad andare nella direzione in cui l’avrebbero massacrato. Se non fosse stato grazie a quel poco di Potere che anche gli Alaph possedevano sarebbe senz’altro morta. Quella volta tornò al quartier generale stanca e spaventata, ma finalmente aveva una risposta certa:

“Si nutrono di animali meravigliosi ed erbivori quindi non possono che essere animali a loro volta. Vanno addirittura a caccia di simili animali, e noi sappiamo che solo gli animali possono essere cacciatori! Infine hanno bruciato di loro iniziativa la foresta!!! Non credo che possa esistere gesto più orribile di questo… a meno che a compierlo, certo, non sia un essere inconsapevole!”

Passarono diversi anni, dal giorno in cui le due astronavi Alaph erano sbarcate su Terra. La raccolta dell’oro procedeva, ma non con la velocità preventivata da Chanda. Per velocizzare l’estrazione, approfittando dell’abbondanza di oro concentrato nelle viscere di Terra, gli Alaph costruirono altre miniere, ma dal momento che il numero dei minatori era sempre lo stesso, i capi dovettero aumentare i loro turni di lavoro, rendendoli veramente intollerabili. All’inizio i lavoratori Alaph strinsero i denti, pensando che questa nuova situazione sarebbe durata poco. Ma poi videro che più il tempo passava, più le cose peggioravano per chi doveva scendere in miniera e a quel punto i minatori e gli altri lavoratori organizzarono una vera rivolta: smisero di lavorare e impedirono a chiunque di accedere alle miniere. La “Missione Salvezza”, ormai da tempo ribattezzata “Missione Oro” stava per fallire definitivamente.

“Cosa possiamo fare? – domandò Chanda agli altri Alaph – i nostri lavoratori hanno ragione, ormai sono allo stremo, non possono andare avanti con questi ritmi, ma non ho alternative…”

Tutti rimasero in silenzio, riflettendo alla ricerca di un’idea che però non saltava fuori. Finché non parlò Kenthya:

“Una possibilità ci sarebbe, per quanto folle possa sembrare…”

E fu così che Kenthya suggerì di creare geneticamente dei lavoratori incrociando il loro seme Alaph con la razza ominide del luogo. Kenthya era esperta in quel campo, avendo lavorato a fianco di Lam per lungo tempo. Qualcuno si pose problemi etici, ricordando la promessa fatta ai Taw, ma venne rapidamente fatto tacere.

Così Kenthya, preparato rapidamente un bellissimo laboratorio, si mise subito al lavoro: i primi risultati furono catastrofici, le creature nascevano morte o orrendamente malformate, addirittura mostruose, in nessun caso adatte al lavoro. Passò nottate intere a pensare, meditare, formulare ipotesi.

“Ho bisogno di qualcosa, un potenziamento, un qualcosa che aiuti il mio lavoro, accidenti, ma non so cosa potrebbe mai essere” balbettò a Chanda.

“Io sì” rispose l’uomo togliendosi il medaglione che aveva al collo e porgendolo a Kenthya.

Sattva

Pur non sapendo in che modo utilizzare la Sattva degli Alaph, il solo fatto di averla lì nel laboratorio rese la nuova inseminazione un discreto successo rispetto a quelle precedenti. O almeno, Kenthya la pensò così: nacquero quattro creature dall’aspetto molto più scimmiesco rispetto agli ominidi, ma a parte questo erano sane e forti e sembravano anche mediamente intelligenti. Le creature crebbero e divennero forti e grosse in modo assolutamente imprevedibile ma, di pari passo, diventavano sempre meno amichevoli nei confronti del personale Alaph addetto alla loro cura. Inoltre fra di loro comunicavano con una sorta di telepatia appena inframezzata da qualche verso che non era mai casuale, ma aveva sempre un suo significato.

Al compimento del quarto mese di vita le creature erano alte più di due metri, grosse, forti e pelose come scimmioni, ma camminavano perfettamente su due gambe e sembravano molto più intelligenti degli ominidi da cui provenivano da parte materna. Erano però ancora dei cuccioli e di giorno in giorno crescevano di più. Chanda affrontò Kenthya:

“Allora, saranno in grado di lavorare oppure no? Se ne stanno lì nel loro recinto, serviti e riveriti, mangiano tonnellate di frutta e insomma, mi sembra controproducente continuare a trattarli così, non credi?”

Uno dei cuccioli creati da Kenthya

Allora Kenthya fu costretta a fare un primo esperimento di lavoro: le creature seguirono docilmente gli accompagnatori finché pensarono che le stessero conducendo al fiume (dove quasi ogni giorno si facevano il bagno), ma quando si accorsero che lo scopo della passeggiata era un altro puntarono i piedi senza muovere più un passo né avanti né dietro. Uno degli Alaph addetti a quella che tutti ormai chiamavano “la razza mostruosa” cercò di farli muovere con una scarica elettrica, cosa che provocò una forte reazione da parte di una delle creature che con una sola zampata uccise il suo guardiano.

Kenthya passò una notte e un giorno a piangere: anche la razza mostruosa in cui aveva riposto tante speranze l’aveva tradita! Chanda le comunicò che le creature sarebbero state uccise il giorno dopo, con un siringone di veleno per ognuno dei quattro.

“Sei pregata di far sì che non ci siano altre brutte sorprese” le intimò sconsolato.

Il giorno dopo gli Alaph di Kenthya blandirono le creature parlando loro di un nuovo fiume in cui le avrebbero portate a nuotare, con l’acqua fredda come ghiaccio, che le creature, stranamente, amavano molto. Così li condussero in un’altra stanza uno alla volta e riuscirono ad uccidere il primo senza problemi, mentre col secondo ci misero qualche minuto, in cui la creatura riuscì ad avvertire telepaticamente i fratelli, che stesero un paio di guardiani e riuscirono a fuggire, passando dal laboratorio dove sfasciarono e buttarono per aria tutto quello che poterono nel giro di un minuto o poco più, per poi saltare agilmente giù dalla finestra.

Gli Alaph non rividero mai più gli ultimi due componenti della razza mostruosa, per quanto cercassero di seguirne le tracce.  La cosa peggiore fu che quando andarono a risistemare il laboratorio distrutto dagli scimmioni si accorsero che la Sattva era sparita. Chanda la cercò personalmente, assieme agli Alaph più fidati, per diversi giorni, ma non ci fu niente da fare. A quel punto ogni sua certezza iniziò a vacillare, ma pur se al culmine della disperazione diede a Kenthya ancora un’ultima possibilità.

“Se fallirai anche questa volta abbandoneremo questa soluzione e questo pianeta, per tornare a casa sconfitti” disse con il morale sotto ai piedi.

Fu a quel punto che Kenthya ebbe una specie di ispirazione: evidentemente il seme degli Alaph era in qualche modo inadatto, incompatibile rispetto alla razza ominide con cui cercava di incrociarlo. Ma era praticamente certa che se avesse avuto anche solo poche gocce di seme Taw l’ibrido sarebbe andato a buon fine.

“Il DNA dei Taw è così potente, come ogni cosa che li riguarda, ma soprattutto è un DNA consapevole, al contrario del nostro… questa è l’unica soluzione possibile, ma dove posso mai trovarlo, qui su Terra, a migliaia di anni luce da Piccolo Cosmo?”

E poi, improvvisamente, si ricordò di una sorta di archivio dati biologico che Lam aveva voluto creare, tanto tempo prima, quando lei era appena diventata la sua assistente.

“Ho in mente un archivio biologico che registri dati su ogni creatura vivente di Piccolo Cosmo, animale e vegetale…” le aveva comunicato Lam.

“E questo archivio servirà a…” aveva sussurrato Kenthya.

Lam l’aveva guardata come se, all’improvviso, le fosse spuntata una seconda testa.

“Non ne ho la minima idea – aveva detto lui – o meglio: non ne ho la minima idea per adesso! Non si sa mai quando un archivio ci possa tornare utile, ma credimi, giovane assistente Alaph, quel momento arriva sempre”.

Per Kenthya si era trattato di un gran lavoro: per ogni creatura animale aveva raccolto DNA, seme, sangue, tessuto e per i vegetali la raccolta era stata ancora più certosina. Una volta ultimato l’archivio Lam gli aveva dato giusto un’occhiata e poi le aveva suggerito di trovargli una sistemazione. Non che occupasse troppo spazio, dal momento che aveva potuto utilizzare il sistema di miniaturizzazione Taw.

“Forse sono stata così lungimirante da portarlo con me quaggiù su Terra…” disse lei, correndo verso il magazzino che aveva fatto costruire proprio dietro al laboratorio. Impiegò almeno un’ora a frugare fra scaffali e armadietti, ma alla fine trovò il contenitore con tutti i lavori fatti su Piccolo Cosmo e poi miniaturizzati.

“Ed ecco qui l’archivio!” urlò eccitata, quindi prese una specie di grossa pasticca, la portò nel laboratorio, la infilò nel deminiaturizzatore, inserì alcuni dati e spinse il pulsante. In pochi attimi l’archivio biologico, in tutto il suo ingombrante splendore, apparve davanti ai suoi occhi.

Delicatamente controllò centinaia di vetrini finché non arrivò a quello che stava cercando: “Seme di maschio Taw”.  All’epoca Kenthya non si era trattenuta: c’era così tanto seme da poter fecondare centinaia e centinaia di ovuli.

“Adesso si fa sul serio!” gridò con gioia.

Capitolo Quattro

“Per gli Alaph erano come animali da lavoro. Quindi schiavi”

Come Kenthya aveva previsto, l’incrocio fra ominidi e Taw diede degli ottimi frutti. Le femmine ominidi in cui impiantavano gli ovuli fecondati avevano una gravidanza che poteva andare dai sette ai nove mesi, come la gravidanza delle donne Taw, e i bambini che nascevano erano sani e belli, ed esteriormente una perfetta via di mezzo fra le due specie: avevano il cranio allungato ma non così tanto come quello dei Taw, capelli nerissimi, lisci e folti come quelli degli ominidi e fisici forti, muscolosi, più alti degli ominidi ma non così tanto come i Taw. La cosa che li caratterizzava allo stesso modo dei Taw e degli Alaph erano gli occhi: nerissimi ma dotati della capacità di versare lacrime. Di carattere erano miti e gentili come entrambe le specie che li avevano generati. Inoltre erano, fin da piccoli, in grado di utilizzare il linguaggio degli Alaph (peraltro uguale a quello dei Taw) ed incredibilmente più intelligenti ed evoluti degli ominidi. Riguardo al Potere era ancora troppo presto poter dire in che modo avrebbe influito sulle loro vite, ma gli Alaph si premurarono di togliere dal loro DNA la possibilità di mettere al mondo una prole. La nuova specie, quindi, non avrebbe mai potuto svilupparsi e crescere indipendentemente. Per gli Alaph erano come animali da lavoro. Per dirlo con un termine meno ipocrita: schiavi.

In breve tempo il lavoro nelle miniere riprese alacremente: i Nuovi si sobbarcavano il grosso del lavoro, mentre i lavoratori Alaph fungevano da controllori o capogruppo. Finalmente Chanda riuscì ad accumulare oro alla velocità che aveva sempre considerato ottimale.

Ma anche fra gli Alaph c’era qualcuno che si poneva problemi di ordine etico. Jiva, uno degli anziani, ad esempio considerava sacra la promessa che avevano fatto a Mintaka in cambio delle astronavi. Quello che la sua gente stava facendo per lui era orribile sotto ogni punto di vista. Fino a quel momento Jiva aveva messo sul piatto della bilancia la sua assoluta fedeltà al popolo Alaph e a Chanda: in fondo era convinto che mai e poi mai Kenthya sarebbe riuscita a compiere ciò che si era ripromessa. Ma adesso era tutto diverso, adesso doveva fare il possibile per avvertire i Taw.

Va detto che comunicare telepaticamente a distanza di migliaia di anni luce era quasi impossibile, anche per un Taw. Figuriamoci un Alaph. Ma Jiva, d’altro canto, aveva sempre cercato di accrescere ed elevare il suo pur piccolo bagaglio di Potere, nel corso di tutta una vita.

Jiva sapeva che sarebbe stato lo sforzo più arduo che avesse mai tentato, ma anche il più importante. Si preparò così come i Taw gli avevano insegnato, per spremere, letteralmente, ogni goccia di Potere dal suo corpo. Quando sentì che il Potere si stava muovendo, chiamò Mintaka, e iniziò a ripetere il suo breve messaggio. Con la mente fece fare al messaggio per Mintaka lo stesso viaggio, ovviamente al contrario, fatto in astronave da Piccolo Cosmo a Terra, passando attraverso il worm-hole e poi avanti fino ad Orione.  Continuò in questo modo per tutta la notte. All’alba crollò al suolo morto.

Mintaka era immersa in meditazione profonda, in stato theta, quando il messaggio di Jiva la raggiunse. Come un pugno allo stomaco.

Radunò subito gli altri Taw e spiegò loro ogni cosa.

“Dovremo abbandonare il nostro amato Pianeta Sacro senza sapere se riusciremo mai a tornarci, ma quello che hanno fatto gli Alaph su Terra è nostra responsabilità, perché noi gli abbiamo fornito le astronavi per andare fin là e, soprattutto, perché la nuova specie che hanno creato per farne degli schiavi, a quanto pare ha il nostro sangue. Può darsi che Piccolo Cosmo riesca a curare se stesso ora che non ci vivrà più nessuno. O al contrario la sua morte sarà definitiva. Diciamogli addio e consideriamoci fortunati per essere nati e cresciuti sulla sua magica superficie…”

I Taw avevano un tenore di vita morigerato, per non dire austero, di conseguenza avevano solo pochissimi oggetti da portarsi dietro. In compenso avevano un rapporto molto speciale con una specie amica, i Micromene, che abitava, in grossi gruppi familiari, gli altissimi e folti alberi di uno dei luoghi più sacri di Piccolo Cosmo: la Foresta Viola. I Micromene avevano l’aspetto da lemuri, ricoperti da un morbido pelo bianco e nero, con enormi occhi tondi celesti. Avevano un vero e proprio linguaggio, fatto di canti. I Micromene cantavano continuamente, in coro, in duetto o da soli, per socializzare con gli altri Micromene o anche solo per esternare un sentimento, un’emozione. A volte, poi, cantavano per svolgere dei riti mistici e segreti, del tutto inaccessibili alle altre specie, Taw compresi. Queste particolari creature avevano un rapporto complesso e meraviglioso con due specie molto diverse sia da loro che fra loro: gli Alberi Viola, detti i Viola e i Taw.

Micromene

Una leggenda Taw narrava che ogni esponente della loro specie doveva nascere e vivere su Piccolo Cosmo una prima volta come Micromene, per poi tornare in un’altra vita come Taw. Questa, certo, era una leggenda, ma ogni leggenda ha un seme di verità, e per i Taw ancora molto giovani era una consuetudine bazzicare i Micromene e il loro ambiente allo scopo di ritrovare figli, nipoti, pronipoti o pro-pro-pronipoti: la prole, insomma, generata da loro stessi quando erano Micromene. Dopo un periodo di frequentazione, che poteva durare pochi momenti o lunghi anni, ad un certo punto avveniva il cosiddetto “ricongiungersi”: il giovane Taw riconosceva, in qualche modo, uno o più Micromene, che a loro volta riconoscevano lui. Insieme comunicavano telepaticamente, anche se i Micromene non si esprimevano con un tipico linguaggio, ma attraverso emozioni e immagini: da quel momento per un Taw diventava impossibile rinunciare a quel rapporto, che col passare del tempo diventava sempre più stretto ed intimo.

Nel mondo affettivo dei Micromene non esistevano solo i Taw, ma anche i Viola: alberi alti dai 150 ai 200 metri, dotati di un grosso volume, con rami lunghi, robusti e straordinariamente elastici, per non parlare del fogliame folto e morbido; foglie e corteccia erano colorate da diverse sfumature di violetto, fucsia e nero, per via del Potere che scorreva dentro alle piante assieme alla linfa. Fornivano una residenza confortevole e sicura ai Micromene, che saltavano di ramo in ramo, di albero in albero, come se stessero volando. Assieme alla casa, offrivano ottimo cibo, perché i Micromene si nutrivano principalmente con i frutti a forma di bacca allungata di cui i Viola erano ricchi in ogni stagione. Di contro i Viola amavano i canti dei Micromene, i cui suoni più acuti avevano la capacità di penetrare nella linfa e rendere più ricco e sostanzioso il nutrimento dell’albero: se i Viola crescevano così alti e forti era grazie a una concausa di Potere e Micromene. Durante gli attacchi dei Gu, Micromene e Viola mostrarono la forza della loro unione facendo crescere una sorta di bolla di Potere a protezione della loro Foresta, che divenne invalicabile perfino per i Taw.

Alberi Viola

In quei giorni, certo, i pochi Taw ancora vivi avevano ben altro a cui pensare, e in ogni caso non avrebbero potuto comunicare con gli amati Micromene poiché questi trascorsero cantando tutto il periodo intercorso fra il secondo attacco Gu ed il raggio gamma finale. Quando i Taw presero la decisione di abbandonare Piccolo Cosmo per raggiungere Terra andarono col cuore in pezzi a dire addio a quegli amici così speciali. I Micromene, che a onor del vero erano sempre stati una specie ferma e risoluta nel deliberare, arrivarono rapidamente a una decisione estrema: i cosiddetti “ricongiunti”, una trentina circa, non se la sentirono di salutare per sempre i loro amati Taw, anche per via della convinzione che in un viaggio così rischioso, lungo e pieno d’incognite, i loro amici non gliel’avrebbero mai fatta senza il loro costante supporto. Si separarono dal resto della loro specie e senza ripensamenti si avviarono verso un nuovo mondo sconosciuto. Tutti gli altri Micromene rimasero a casa assieme ai Viola, nella Foresta Sacra, che giorno dopo giorno diventava sempre meno viola, sbiadendo penosamente assieme al resto del pianeta.

Il canto dei Micromene

Capitolo 4 continua

(Tutti i diritti del romanzo, della parte scritta, appartengono alla sottoscritta Sandra Azzaroni e sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata.)

Legendary Vol.1 Seconda puntata

CAPITOLO DUE

La pioggia viola di Piccolo Cosmo in qualche modo raccoglieva il Potere dall’energia animata di cui è pieno il Multiverso

Rigel iniziò a parlare: Cosa rendeva così speciale il pianeta in cui si è formata la nostra specie?  Dal cielo scendeva una pioggia densa, fra il blu e il viola, e questa pioggia, per i nostri primi padri, era anche più importante dell’ossigeno che ci permette di respirare. La pioggia viola di Piccolo Cosmo in qualche modo raccoglieva il Potere dall’energia animata di cui è pieno il Multiverso.

Piccolo Cosmo era abitato da due specie differenti, gli Alaph e i Taw. I Taw, fin dall’inizio, dedicarono le loro vite ad incrementare ed evolvere il proprio Potere, nel rispetto assoluto del pianeta e di tutti coloro che ci vivevano. Ad esempio, seguirono come una legge sacra concetti come la Non-violenza, la Verità, il Non attaccamento ai beni materiali, concetti tramandati – sembra – dalla capostipite di tutti i Taw in persona.  La vita di un Taw era molto lunga, grazie all’uso che facevano della pioggia sacra e del Potere: l’equivalente di mille anni terrestri o giù di lì. Proprio per questo, consapevoli che la sovrappopolazione poteva essere   letale per le sorti di un pianeta così speciale, decisero che il numero della loro specie non doveva mai aumentare di una sola unità:

quando un Taw moriva poteva nascerne uno nuovo, non prima.

Col tempo, nonostante fossero un gruppo davvero esiguo, o forse proprio per questo, i Taw divennero il gruppo dominante: solo fra i Taw c’erano scienziati, curatori, ingegneri, matematici e filosofi. I Taw riuscirono a viaggiare nello spazio con astronavi che avevano costruito e, soprattutto, impararono come muoversi attraverso un gran numero di worm-holes, il che gli permise di raggiungere anche posti molto, molto lontani dalla Costellazione d’Orione

Cintura di Orione

Gli Alaph, invece, ben presto dimostrarono di essere diversi dai Taw non solo fisicamente. Bisogna dire che i loro corpi e naturalmente il loro DNA non erano fatti su misura per ospitare e far crescere il Potere, così come per i Taw. Ma la pioggia speciale di Piccolo Cosmo aveva sortito risultati anche su di loro: gli Alaph potevano incamerare e gestire il Potere, ma ad un livello estremamente minore rispetto a quello dei Taw. Gli Alaph  non si curavano particolarmente del pianeta in cui vivevano, amavano vivere alla giornata, e si riprodussero in gran numero, arrivando ad essere mille volte il numero dei Taw. Nessuno di loro divenne uno studioso o uno scienziato, nessuno di loro si distinse per creatività, intelligenza o saggezza, tranne qualche rara eccezione. In compenso, gli Alaph se la cavavano bene con i lavori semplici, e fin dall’inizio dimostrarono di essere una manovalanza perfetta: gran lavoratori, usavano il Potere di cui disponevano per resistere alla fatica e per rafforzare il fisico.  Piano piano, quando agli Alaph fu chiaro che nessuno dei Taw aveva la minima intenzione di comandare, o aumentare di numero o tantomeno usare il proprio enorme Potere per schiavizzare l’altro popolo, lasciarono gli incarichi dirigenziali ai Taw mentre loro “aiutavano dal basso”, così come amavano ripetere.  In questo modo i due popoli riuscirono ad andare avanti a lungo cooperando e coabitando nel Pianeta Sacro. Ogni tanto si verificò qualche scaramuccia, ma niente di più. Le cose andarono avanti piuttosto bene molto, molto a lungo. Ma quando alla fine arrivò il cambiamento – perché si sa, il cambiamento, presto o tardi, arriva sempre – fu un cambiamento terribile, che portò con sé distruzione e guerra, per mano di una razza aliena.

I Gu erano conosciuti come “parassiti astrali”, o “pirati dello spazio”, nel senso che non costruivano né producevano nulla, ma si spostavano di pianeta in pianeta divorando tutto ciò di vivo che trovavano e distruggendo tutto il resto. Quando finivano di massacrare un pianeta ne cercavano un altro. Avevano un gran numero di astronavi antiquate e lente che utilizzavano carburanti antiquati e inquinanti ma alla fine li conducevano dove volevano. Avevano anche armi antiche ma comunque nocive. Non si sa da dove provenissero, ma di certo si muovevano tutti insieme, come un enorme perfido branco, e probabilmente in uno dei loro spostamenti avvistarono casualmente Piccolo Cosmo. I Gu nella loro barbarie e arretratezza scambiarono Taw e Alaph per popoli mansueti e indifesi, mentre erano miti, sì, ma indifesi certamente no. Perciò all’inizio fu facile per Taw e Alaph uniti assieme rispedire l’attacco al mittente, pur senza possedere armi di alcun tipo, dal momento che padroneggiavano l’arma più efficace: il Potere.

Ma i Gu non si diedero per vinti, e tornarono ad attaccare in tanti, e respingere i loro continui attacchi portò alla morte di molti Alaph e molti Taw, che, essendo pochi fin dall’inizio, alla fine si ritrovarono in un gruppetto davvero esiguo, non più di una ventina. Fu chiaro per tutti che, una volta morti gli ultimi Taw, sarebbe stata la fine anche per gli Alaph, che da soli non sarebbero mai stati in grado di respingere l’attacco di quei pirati astrali.

Se fino a quel momento la loro strategia era stata quella di rivolgere contro i Gu la loro stessa ferocia assieme alle loro stesse armi, questa volta decisero di utilizzare un’arma propria: avevano bisogno di mettere subito la parola fine a quella guerra. I Taw catturarono dallo spazio un raggio gamma per farlo esplodere nell’area siderale dove erano appostati i Gu. L’esplosione fu incredibile, pochi istanti di un lampo più abbagliante, lucente e fulgido di cento stelle unite assieme, un lampo accecante e silenzioso che polverizzò tutte le astronavi nemiche.

I due popoli di Piccolo Cosmo raggiunsero l’obiettivo: finalmente la guerra era finita e dimenticata, ma l’ovvio rovescio della medaglia creò grossi problemi al loro Sacro Pianeta. Prima di tutto per catturare e far esplodere a loro piacimento il raggio gamma dovettero usare così tanto Potere Esterno da prosciugare ogni angolo del pianeta, cosa che i Taw avevano previsto, convinti, però, che l’assenza di Potere sarebbe stata temporanea, solo fino a quando le piogge viola avessero riportato fiumi di Potere su Piccolo Cosmo. Ma purtroppo l’esplosione del raggio gamma, pur avvenendo non proprio a ridosso del loro pianeta, fu lo stesso abbastanza vicina da renderne instabile l’atmosfera: qualcosa, in quel meccanismo così speciale, magico e fragile, si era rotto per sempre, e le piogge viola non si fecero più vedere.

Lampo di un super raggio gamma

I Taw, rimasti solo in venti, si unirono intorno alla loro leader, Mintaka, che suggerì una lunga meditazione di gruppo fino a che nelle loro menti non fosse risultato chiaro il da farsi. La decisione apparve evidente dopo giorni e notti di raccoglimento:

A Piccolo Cosmo c’è ancora Potere – disse Mintaka – nascosto sotto terra, nei frutti della pianta di hagalj, nelle radici di molti alberi, nel cuore di alcune pietre… ma soprattutto, c’è sempre il nostro Potere Interno, Potere che useremo per creare altro Potere e così via. Ci aspetta un periodo molto lungo in cui la nostra unica attività sarà questa:  far crescere ed evolvere il Potere che ancora è in noi e intorno a noi. Tutte le altre attività aspetteranno.”

Naturalmente per gli Alaph le cose erano molto diverse: inutile dire che non concordavano minimamente con la “soluzione” di Mintaka. Chiesero ai Taw, e ovviamente ottennero, un’assemblea ufficiale. I Taw erano talmente pochi che presenziarono tutti, mentre gli Alaph scelsero alcuni rappresentanti, fra cui il loro leader Chanda e la donna Alaph famosa per essere considerata “quasi una Taw”  per acume e intelligenza: Kenthya, prima assistente nel reparto di qualcosa che potremmo definire non troppo dissimile dall’ingegneria genetica. Il Taw che dirigeva il reparto era morto durante un attacco Gu, e Kenthya adesso era la sola esperta in materia. Fu lei a rivolgersi con una certa durezza a Mintaka, nel corso dell’assemblea:

“Tu ci dici che l’unica soluzione è quella che hai proposto, ma io ho notizie differenti”

Di cosa stai parlando Kenthya?” le domandarono  gli altri.

 “Sono sicura che  Mintaka conosce quanto me le virtù dell’oro”

Mintaka sospirò. Niente da fare, pensò, non è possibile far ragionare un Alaph.

“Una vecchia teoria mai dimostrata – disse – anzi, ancora meno di una teoria… solo una leggenda, niente di più.  Secondo qualcuno la polvere d’oro, immessa in un certo modo nell’atmosfera, farà tornare le piogge sacre”

Mentre Mintaka parlava, Kenthya guardava negli occhi i membri dell’assemblea annuendo con la testa.             

“Quello che Mintaka ha dimenticato di dire è che la teoria della polvere d’oro è stata elaborata, ben prima dell’arrivo di quegli esseri mostruosi, dal mio capo nonché grande amico Lam. Uno di voi, Mintaka” 

Mintaka

Tutti i Taw sapevano di cosa stava parlando Kenthya. Lam, nel corso di una lunga e proficua vita, aveva sempre considerato “la sua missione” cercare il pelo nell’uovo. In ogni uovo, per capirci, e col senno di poi, dimostrava di non aver affatto avuto torto. Molto prima che i Gu gravitassero nella costellazione di Orione, Lam aveva riunito più di una volta il consiglio dei saggi, sostenendo che la fragilità di Piccolo Cosmo rendeva il pianeta e la loro vita a rischio:                

 “Ho fatto degli studi molto approfonditi e potete credermi: è un vero miracolo che le piogge sacre continuino a benedirci, perché in realtà basterebbe, forse, anche solo l’impatto di un piccolo asteroide per deviarle molto lontano da qui…”.

“Ma Piccolo Cosmo è di per sé un miracolo, Lam – gli rispondevano gli altri Taw – e la sola cosa che possiamo fare è cercare di meritarci il Potere, almeno finché il Potere avrà voglia di scorrere nel nostro pianeta e nelle nostre cellule”.

Lam, però, non si era fatto convincere, ed era andato avanti per la sua strada fino a partorire una teoria su come riportare le piogge viola a Piccolo Cosmo, se mai le sue previsioni si fossero avverate.

“Ma poiché nessuno di voi Taw lo voleva ascoltare – continuò Kenthya – Lam si sfogò con me, spiegandomi la sua teoria nei dettagli e credetemi, è una teoria meravigliosa, in cui Lam credeva al cento per cento. E anch’io, per la verità”.           

Naturalmente anche Mintaka conosceva nei dettagli la teoria di Lam, e aveva a lungo preso in considerazione la possibilità di metterla in atto.

“Il problema, cari amici, è che la teoria di Lam prevede, inderogabilmente, l’utilizzo di tonnellate di polvere d’oro, e come noi tutti sappiamo non c’è oro su Piccolo Cosmo. Mi sembra che questo, purtroppo, chiuda il discorso” disse.

Chanda, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, prese la parola:

“Mintaka, parli come se non potessimo procurarci l’oro in altri pianeti! Millenni di viaggi con le nostre meravigliose astronavi, la conoscenza di centinaia di worm-holes grazie alle capacità degli astronomi Taw, relazioni dettagliate su un gran numero di pianeti, grazie agli esploratori Alaph… come puoi non tenere conto di tutto questo?”

Alnitak, primo consigliere di Mintaka, rispose freddamente:

“Cosa hai in mente, Chanda? Vuoi fare a popoli di altri pianeti quello che i Gu hanno fatto a noi? Atterrare a casa loro e rubargli tonnellate d’oro? E se loro non sono d’accordo li ucciderete tutti? Ti sembra fattibile? E soprattutto ragionevole?”

Alnitak

Rimasero tutti in silenzio per qualche minuto, cosa che, per volere dei Taw accadeva sempre nelle loro assemblee: ogni tanto dovevano fermarsi e riflettere intensamente sul punto di vista altrui. I Taw chiamavano questa consuetudine “punto d’insieme”, ed era una formula che ormai svolgevano automaticamente, proprio come respirare: ogni volta che discutevano con qualcuno o dovevano prendere una decisione a proposito di un qualsiasi argomento, dopo pochi minuti vedevano chiaramente il punto di vista di tutti coloro che erano interessati all’argomento stesso come se fosse il proprio. Quando alla fine decidevano, la loro scelta era l’unica, fra altre mille, ad essere la più utile e giusta per tutti. Il “punto d’insieme” era forse, fra le tante usanze Taw, la più utile al bene comune, il rituale che faceva sì che “pace, fratellanza, tolleranza” non fossero solo parole vuote.

“Studiando tutti i dati in nostro possesso, abbiamo trovato un pianeta che potrebbe andare bene: i nostri esploratori lo chiamarono pianeta Terra – disse con un filo di voce Kenthya, interrompendo il punto d’insieme dei Taw – ha un’atmosfera simile alla nostra e quindi respirabile, inoltre è pieno d’oro ma l’oro è stipato sottoterra, quindi avremo bisogno di tutti i nostri uomini per estrarlo. Il pianeta non è abitato da esseri consapevoli ma solo da animali, che tratteremo con ogni riguardo e ai quali non interessa minimamente l’oro. Terra è lontano, non si può negare, ma c’è un worm-hole che ci porta dritti al sistema solare, da lì il percorso è breve”.

A quel punto Mintaka alzò la testa, facendo uno dei suoi sorrisi tristi che tanto la caratterizzavano.

“La verità, amici miei, è che voi avete già scelto. La verità è che non siete qui per avere la nostra benedizione. La verità è che c’è una sola cosa che volete da noi: le nostre astronavi. Inutile perdere tempo, quindi: ci ritiriamo a meditare”

Al momento i Taw possedevano tre astronavi: le prime due erano veramente enormi, in grado di trasportare fino a 500 persone ognuna; la terza invece era piccola ma molto veloce, agile e maneggevole: farla passare attraverso un worm-hole era facile ed entusiasmante.

“Noi Taw, per ora, siamo solo venti unità – disse Mintaka agli Alaph – e quindi non abbiamo nessun programma per le due astronavi grandi, mentre terremo con noi la piccola, che è anche la nostra preferita”.

Mentre Mintaka riprendeva fiato, Chanda e Kenthya si guardarono con aria di trionfo, ma Mintaka seguitò:“Il problema è un altro: noi, personalmente, non crediamo che la teoria di Lam possa aver successo, ma questa è una consapevolezza che riguarda esclusivamente noi. Ma dobbiamo avere ogni garanzia che non farete nulla che possa nuocere alle creature che vivono su Terra. Nulla in nessun modo. Essendo una cosa troppo importante non mi posso accontentare delle vostre rassicurazioni, no: dovete darmi il permesso di leggere nelle vostre menti.“

Interno astronave Taw piccola

Questo non era mai successo. Gli Alaph sapevano che ogni Taw non proprio appena nato era già in grado di entrare a piacimento nelle loro teste, ma sapevano anche che la correttezza dei Taw andava di pari passo con il loro Potere. Stavolta però non avevano scelta: se non avessero dato il permesso di farsi guardare dentro non avrebbero avuto le astronavi.

“Non abbiamo niente da nascondere – disse alla fine Chanda – guarda pure a tuo piacimento”.

Mintaka entrò nelle loro menti e vide che gli Alaph, almeno nelle loro intenzioni, non avrebbero fatto nulla di male alla fauna terrestre. Avevano preoccupazioni un po’ meschine ma soprattutto pragmatiche: qualcuno si domandava quanto tempo ci sarebbe voluto per tutta la campagna, qualcun altro temeva che l’estrazione dell’oro si sarebbe rivelata troppo faticosa per la loro gente, o ancora che l’atmosfera di Terra potesse essere difficile da respirare. Nulla che potesse preoccupare Mintaka, nonostante continuasse ad avere più forte che mai la sensazione che, quella che gli Alaph avevano appena ribattezzato, in modo ridondante, “Operazione Salvezza”, avrebbe, invece, aperto la porta a un mare di guai. Fece fare a Chanda, Kenthya e agli altri leader un giuramento (su ciò che non avrebbero mai dovuto fare una volta nel sistema solare) che sapeva benissimo essere tanto solenne quanto inutile.

“Le astronavi sono a vostra disposizione” disse alla fine, accolta da un festoso applauso da parte degli Alaph.

“C’è però ancora un problema – sospirò mentre gli Alaph iniziavano già a festeggiare – come hai pensato di risolvere il problema del carburante, Chanda?”

Le astronavi dei Taw ricevevano impulso ed energia da un sistema di puro cristallo dentro cui veniva fatto scorrere il liquido viola ottenuto dalle sacre piogge. Piano piano il liquido non veniva consumato, ma cambiava colore, cosa che voleva dire che il Potere all’interno del liquido era stato usato per intero, mentre quello che rimaneva era solo semplice acqua. A quel punto bisognava immettere del nuovo liquido viola. Di sicuro era richiesto molto, molto liquido viola per far viaggiare le astronavi grandi. Ben diversa era la situazione dell’astronave piccola: quattro Taw fortemente illuminati bastavano da soli a farla muovere.

Chanda e Kenthya si guardarono per un attimo, come se rispondere a quella domanda non fosse proprio il loro più grande desiderio.

“Ancora una volta bisogna ringraziare Lam – iniziò Kenthya con un certo entusiasmo – quando i Gu ci hanno attaccato ha subito capito come sarebbero andate le cose e ha saputo che alla fine la sua teoria dell’oro sarebbe stata l’unica via per la salvezza…”

“Ha quindi riempito le astronavi di liquido viola, lavorando da solo, giorno e notte senza interruzione…“aggiunse Chanda.

Alnitak, ovvero l’unico Taw del tutto privo di diplomazia, abituato a parlare in modo diretto, a volte anche sgradevole, intervenne:

“Ora capisco perché è morto… doveva stare al sicuro, come tutti, del resto, nella zona di protezione, al riparo sotto alla cupola del Potere di gruppo, e invece si trovava da solo in una zona oltremodo pericolosa … e sapete una cosa? Mentre Lam moriva voi Alaph eravate tutti, dal primo all’ultimo, con noi al sicuro… già, ma che sorpresa, non è vero? Kenthya, tu che sostieni di essere stata sua grande amica e che condividevi la sua ridicola teoria, perché non eri lì con Lam?”

“Adesso basta Alnitak” sussurrò Mintaka, mentre gli Alaph guardavano in basso e non osavano parlare.

“Il Potere stipato nelle astronavi sarebbe mille volte più utile qui, a Piccolo Cosmo – disse Mintaka dopo una lunga pausa – ma dal momento che è stato Lam a stiparlo, e l’ha fatto per dimostrare la sua teoria, lo lascerò a voi Alaph per la vostra missione. Sperando che il Multiverso voglia questo da noi”.

Gli Alaph furono pronti a partire nel giro di una giornata: in realtà avevano già preparato ogni cosa, attendendo solo la risposta dei Taw. Quando le astronavi stavano per partire, Mintaka si avvicinò a Chanda e lo prese da parte:

“Ricordati sempre che cosa porti al collo, amico mio. Io porto il tuo stesso “medaglione” e so bene quanto il suo peso, a volte, possa essere intollerabile. Ma è un peso che comunque dobbiamo portare, Chanda: se una delle nostre Sattva gemelle dovessero finire nelle mani sbagliate potrebbe accadere qualsiasi cosa, il Multiverso potrebbe perfino implodere! Ricordati di queste parole, sempre! Lì sarai solo, io non ti potrò aiutare, perciò dovrai essere tre volte saggio”

Chanda le sorrise ed entrò nell’astronave. Diretto verso il futuro, il futuro di tutti noi.

(Tutti i diritti del romanzo, della parte scritta, appartengono alla sottoscritta Sandra Azzaroni e sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata.)

                             

                         

LEGENDARY Vol.1 Prima puntata

di Sandra Azzaroni

“Legendary” è un romanzo che ho scritto una decina di anni fa. Il genere è una via di mezzo fra Sci-Fi e Fantasy, qualcosa non facilissimo da etichettare. La storia si svolge ai nostri giorni – pre-pandemia, ovviamente – e si ispira alla teoria del Paleo-Contatto e alla teoria di Agarthi o della Terra cava, ma sono solo ispirazioni: la storia prosegue in modo del tutto indipendente, con un susseguirsi di avventure umane e aliene. Legendary può piacere agli adulti ma anche ai teen-agers, e i protagonisti sono due giovani adolescenti, lui umano, lei no.
Sono costretta a partire da un presupposto: oggi il 99% degli editori “piccoli” pubblicano solo se è l’autore a pagare, mentre i big, quando pubblicano autori italiani, lo fanno solo con autori italiani già famosi, o anche sconosciuti come scrittori ma dal nome o cognome famoso, persone piene di amicizie e conoscenze che garantiranno un’ottima pubblicità (tutta sulle spalle degli autori, comunque). Le persone come me (né vip né radical chic e neanche chic senza radical) sanno già che se mandano un manoscritto l’editore non glielo leggerà. La maggioranza degli editori big, tipo Feltrinelli, i manoscritti, ormai da tanti, tanti anni non ti permettono nemmeno più di inviarli (in questo sono meno ipocriti di altri). Gli agenti letterari, se non sei nessuno né un possibile oggetto che faccia marketing non ti vogliono vedere nemmeno in cartolina. 

Non sapendo che fare con questo libro (quando iniziai a scriverlo doveva essere solo un trattamento da sottoporre, tramite una comune amica, a una coppia di registi americani specializzati in sci-fi – ed ecco perché buona parte si svolge in US – ma poi la cosa è saltata e io ho deciso di farci un romanzo; una volta terminato, vista l’impossibilità di farlo pubblicare senza spendere denaro ho pensato all’autopubblicazione, ma in Italia il genere sci-fi è poco amato, e, essendo abbastanza lungo, farlo tradurre in inglese mi costava troppo. Ho deciso quindi di utilizzare il mio blog e fare un esperimento pubblicando a puntate “Legendary”. Per rendere questo “romanzo a puntate” più gradevole ho scelto dei disegni da inserire e perfino alcune canzoni come soundtrack, quasi fosse una serie TV. Ovviamente disegni e musica non mi appartengono e non fanno parte del libro ma vengono utilizzati solo qui nel blog. Posterò su Ostinata e Contraria due puntate a settimana, a volte tre. Ovviamente tutti i diritti del romanzo, della parte scritta, appartengono alla sottoscritta Sandra Azzaroni e sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata.

Spero che lo leggiate e che la storia vi piaccia. Possono leggerlo anche adolescenti e bambini abituati alla lettura.

Per avere un’idea dello stile, ecco qualche riga dal capitolo Venti“FRA TUTTI GLI APPARTENENTI A QUESTO MONDO SONO POCHISSIMI QUELLI CHE, FACENDO QUESTA CONOSCENZA, NON PERDEREBBERO LA MENTE”

Dormiva già da qualche minuto quando, nel sogno, si ritrovò a correre. Correva a gran velocità, ma in quella corsa c’era qualcosa di strano e ben presto comprese il perché: attraversava una radura a capofitto, correndo a quattro zampe. Era una lupa grigia e correva per sopravvivere, dando la caccia, insieme al suo gruppo familiare, ad una grossa e veloce femmina di wapiti. Continuando ad accelerare, lanciò uno sguardo al suo compagno: ormai, per capirsi, bastava un’occhiata o un’immagine inviata telepaticamente. Erano una coppia fedele già da qualche anno e avevano messo al mondo ben quattro nidiate di piccoli lupi. Insieme avevano conosciuto fame, freddo, gelo, malattie e il dolore di veder morire i propri figli, per non parlare della paura dell’uomo, che da sempre cercava di sterminarli. La lupa e il suo compagno spinsero la wapiti nella direzione in cui l’aspettavano i loro giovani figli. La caccia rappresentava la vita stessa, e la vita era incredibilmente dura, oltre che subdola e ingiusta. Il gruppo familiare dei lupi non mangiava da giorni, e se non fossero riusciti a catturare quella cerva dopo aver speso le loro ultime energie le cose si sarebbero messe molto male.

Il sogno di Mya era più che vivido: provava la fatica della corsa, sentiva il sudore bagnarle il sottopelo, aveva nelle narici l’odore della wapiti e l’adrenalina le pulsava nel cuore. Poi qualcosa cambiò e Mya si trovò a vivere nel corpo e nello spirito della cerva in fuga. Era una cerva adulta, nel pieno della vita: nel suo utero stava crescendo un piccolo wapiti, ma era stato concepito da pochi giorni e il suo ventre non ne portava ancora il segno. La cerva era molto veloce, e i suoi zoccoli sembravano solo sfiorare il terreno da quanto galoppavano al massimo della velocità. Mya sentiva il cuore battere all’impazzata, per la fatica e per la paura, finché intuì che i due lupi che la braccavano stavano perdendo terreno, e per due o tre attimi pensò che ce l’avrebbe fatta. Sì, lei e il suo feto di cerbiatto potevano vivere, almeno per quel giorno. Ma poi, davanti a lei, apparvero tre giovani lupi che le bloccarono il passaggio. Mya si impennò e rapida girò la testa prima a sinistra e poi a destra, alla disperata ricerca di una via di fuga, ma i cinque lupi si erano posizionati tutti intorno a lei: l’avevano accerchiata e la folle corsa era finita. Il lupo maschio, da dietro, le saltò addosso e affondò zanne ed artigli fra natica e ventre, facendola cadere a terra. A quel punto arrivarono gli altri quattro e iniziarono a sbranarla. La wapiti ci mise alcuni minuti a morire e in quei minuti Mya provò la sofferenza, la disperazione e infine la rassegnazione della cerva che veniva divorata, ma allo stesso tempo provò anche le sensazioni della lupa: la fame finalmente placata, il gusto del sangue e della carne in bocca e il sollievo di vedere figli e compagno finalmente a stomaco pieno. Mya era la preda ed il predatore e provava, quindi, l’orribile sensazione di divorare se stessa.”

LEGENDARY

Prima Puntata

Prologo

Un’antica leggenda narra che la Madre del Multiverso, fluttuando fra i milioni di cosmi che lo rendevano infinito, immaginò un piccolo pianeta eccezionale, così perfetto da volerlo chiamare “Piccolo Cosmo”, e subito estrasse dalla sua visione un esiguo gruppo di creature a cui dare il privilegio di crescere e prosperare in quel mondo.

Alaph e Taw, poco più che bambini, avevano l’onere di guidare la loro gente, ma pur essendo fratello e sorella non potevano essere più diversi l’uno dall’altra, fisicamente e caratterialmente.  Alaph, il fratello, non aveva un fisico né alto né possente, la sua pelle era bianchissima, il cranio perfettamente ovale con capelli color platino sottili come fili di seta. Taw, la sorella, aveva la pelle scura, color caramello, una corporatura alta e muscolosa, il cranio allungato e capelli cortissimi.

Gli occhi di entrambi erano grandi, lievemente a mandorla, neri come onice con lunghe e folte ciglia, ma le pupille di Alaph erano rettangolari, mentre quelle di Taw ricordavano quelle dei felini. Inoltre, dagli occhi di Taw provenivano le sparks, particelle fatte di una materia leggerissima e luccicante, racchiusa al posto delle ghiandole lacrimali.  Le sparks avevano una prerogativa: col buio o in particolari situazioni emotive uscivano dagli occhi e, quando erano tante, iniziavano a fluttuare incorniciando il volto come una strana danza di lucciole argentate, color fucsia o viola. Gli occhi di Alaph, invece, non avevano sparks né lacrime.

La Madre che li aveva emanati parlò loro spiegando che, di lì a breve, sarebbero diventati capostipiti di due popoli con le loro stesse fattezze e gli appellativi presi dai loro nomi: gli Alaph e i Taw.

“Presto conoscerete la pioggia sacra di Piccolo Cosmo: un liquido viola che scende dal cielo e che porta a chi si bagna con esso salute, giovinezza e vita lunghissima. E poi, soprattutto, imparerete ad amare quella materia meravigliosa che chiamerete Potere: qualcosa di invisibile che scorre nell’acqua, nell’aria e nelle rocce di questo pianeta oltre che, evidentemente, nell’energia animata di cui è composto l’intero Multiverso. Presto scoprirete che il Potere risiede anche nelle vostre cellule e scorre nel vostro sangue, e con l’aiuto di questa sostanza miracolosa ma anche e soprattutto grazie al vostro impegno voi conoscerete, se lo vorrete, il lungo viaggio quotidiano che vi eleverà fino al Risveglio, quando riuscirete a vedere Me e tutte le cose così come sono veramente. Dopo aver percorso questo sentiero a forma di spirale riuscirete a tornare dentro all’Uno”.

Detto ciò, la Madre si smaterializzò e tornò a fluttuare nel Multiverso. Ma Alaph, Taw e le altre creature, non appena rimasero soli, provarono un dolore così forte per quella separazione che iniziarono a disperarsi. La Madre del Multiverso, che ha orecchie infinite disseminate negli infiniti mondi emanati, udì quelle grida disperate e tornò da quelle creature che come la videro la pregarono di restare per sempre con loro:

“La vita senza di Te è solo dolore e non c’è acqua sacra, non c’è Potere, non c’è mondo né idea di futuro che possa renderci l’esistenza tollerabile”.

La sofferenza di quelle giovani creature la commosse così tanto che decise di far loro un dono. Un dono eccezionale.

“Alaph, Taw, avvicinatevi – disse porgendo a ciascuno dei due un piccolo astuccio che conteneva quello che, a un primo sguardo, poteva sembrare una pietra rossa – in ognuna di queste due piccole custodie c’è una parte di me. Se io fossi fatta come voi di sangue e carne, qui ci sarebbe il mio sangue e la mia carne… si tratta quindi di Materia Divina, che potete anche chiamare Sattva. Ognuno di voi due avrà la sua Sattva perché siete due esseri distinti, ed i vostri popoli saranno due popoli distinti, anche se auspico che collaborerete sempre fra di voi, senza mai dimenticare la fratellanza che vi lega: in questo modo non farò torto né agli Alaph né ai Taw. Mi raccomando: non dovrete mai provare a toccarla senza la copertura, perché la Sattva vi ucciderebbe all’istante. Per finire, ricordate sempre che in tutto il Multiverso nessuno possiede niente di così prezioso e potente: custodirete la Sattva con amore e, se il caso dovesse richiederlo, sacrificherete la vostra vita per tenerla al sicuro. Quindi la tramanderete al vostro erede, che a sua volta la tramanderà al suo erede e così via e un giorno, quando sarete pronti, capirete come e perché usarla. Forse ci vorranno centinaia di migliaia di vite, forse ci vorrà un Ciclo Completo perché il vostro Spirito riesca a capire come adoperare l’infinito Potere racchiuso in questi piccoli astucci, ma quel momento arriverà. Nel frattempo, seguirà le vostre prerogative e renderà più facile ogni vostra ricerca, molto più vicino ogni traguardo, immediata la focalizzazione e la consapevolezza ma, soprattutto, con la Sattva fra voi, non vi sentirete mai soli, abbandonati o disperati”.

Primo Capitolo

“La vita era uno stato di torpore che l’avvolgeva come nebbia calda”

Betelgeuse incinta

Nei suoi primi ricordi la vita era uno stato di torpore che l’avvolgeva come nebbia calda. Vedere, non riusciva a vedere granché perché all’interno dell’utero l’oscurità era assoluta, ma le orecchie, invece, erano sempre all’erta come piccole antenne, e captavano continuamente rumori, a iniziare dal suono sordo e ritmico che le batteva accanto. 

Fino ad allora il tempo, per lei, ancora non esisteva e se fosse stata in grado di raccontare la sua vita l’avrebbe forse descritta come un sogno senza alcuna consapevolezza di sé. Ma poi, quasi improvvisamente, nella sua mente aveva preso forma un linguaggio: ora dopo ora centinaia di parole e concetti nuovi, senza sforzo alcuno si erano posizionati nei cassetti e negli scomparti del suo cervello, con ordine, come libri su una mensola. Tempo e spazio, adesso, erano fuori e dentro di lei e ogni cosa iniziava ad avere una sua motivazione. Nello stesso momento le era nato il desiderio di sperimentare, ma l’unico senso che poteva già usare era solo l’udito. Ma anche utilizzando le orecchie e basta c’erano un sacco di cose da scoprire, analizzare, decodificare: ora sapeva, ad esempio, che quel rumore sordo, ritmico e continuo che la faceva sentire al sicuro era il cuore della creatura che l’ospitava, sua madre. Aveva rapidamente imparato a distinguere le varie voci: rauca, dalle tonalità basse, accattivante la voce di Betelgeuse, sua madre; sottile, armoniosa come musica, coinvolgente la voce di Rigel, madre di Betelgeuse e due volte madre nei suoi confronti.

 “Probabilmente vorrai sapere qual è il tuo nome, ma vedi, il nome è una cosa importante, talmente importante che non siamo noi a poterlo scegliere… mai, in nessun caso” le aveva detto Betelgeuse.

“Prima o poi, quando il momento sarà quello giusto, gli Eterni ti appariranno e conoscerai il tuo nome” aveva aggiunto Rigel.

In verità lei non si poneva domande né cercava di risolvere quesiti; la sua mente era ancora innocente, uno strumento per raccogliere dati e al massimo sistemarli con ordine.  Ma infine, la Visione arrivò: in seguito non avrebbe saputo dire se l’avesse raggiunta nell’ambito di un sogno o se avesse semplicemente preso forma nella sua testa. Una donna e un uomo dalla pelle scura ma allo stesso tempo luminosa, con grandi occhi neri la guardavano in silenzio. In qualche modo li conosceva e sapeva i loro nomi: Mintaka e Alnitak. Sempre rimanendo in silenzio, i due Eterni le parlarono, o meglio: la loro mente parlò e la mente di lei comprese ogni parola, anche se, una volta analizzato e memorizzato il discorso, decise che per adesso l’avrebbe dimenticato, pur tenendolo al sicuro in uno scomparto del cervello.  La sola cosa che per ora doveva ricordare era il suo nuovo nome. E per la prima volta, usò il suo nuovissimo sesto senso e parlò nella mente di Rigel e Betelgeuse:

“Gli Eterni mi hanno svelato il nome. Mi chiamo Mya.”

Il nome “Mya” stupì Rigel, dal momento che gli Eterni erano soliti assegnare nomi di stelle, pianeti, nebulose, e “Mya”, per quanto ne sapesse, non poteva essere correlato a nulla di conosciuto.

Una sola cosa Rigel poteva dedurre per certo da quel nome: la sua due volte figlia sarebbe stata una creatura molto, molto speciale, e pregò il Multiverso di aiutarla a crescere quella persona così straordinaria senza fare errori. Difficilmente Betelgeuse sarebbe sopravvissuta a quella gravidanza, e Rigel non riusciva a non sentirsi in colpa per questo.

Betelgeuse intercettò il suo pensiero e le rispose scuotendo la testa:

“Smettila, madre, non sei sempre al centro di ogni cosa, accidenti! Io volevo essere una Portatrice, volevo il tuo incarico, volevo che gli Eterni si accorgessero di me e ho pensato che mettere al mondo una nuova appartenente alla Stirpe mi avrebbe fatta diventare come te… ero stupida, stupida come un’Umana stupida “

“Non è così, Betel – rispose Rigel – la verità è che il Potere ti ha ubriacata. È una cosa che ho visto accadere diverse volte a persone giovani come te, ma quando capita a Sparkling che sono Umani per metà, come noi, è quasi impossibile venirne fuori da soli. La colpa è mia, perché quando eri bambina ti ho lasciata giocare col Potere, senza controllo e senza regole. Quando sono intervenuta per cambiare le cose era già tardi.”

“No, madre! – reagì Betelgeuse con caparbietà – non riesco a spiegartelo, ma è stata come una chiamata a cui ho dovuto rispondere per forza! E a quel punto ho fatto tutto da sola con assoluta naturalezza, ma allo stesso tempo come se fossi in trance: ho usato il Potere per portare via da una clinica un flaconcino di seme Umano. Ho di nuovo usato il Potere per controllare che il DNA di quel seme fosse sano, vivace e adatto alle particolari circostanze. Ho inserito quel seme nel mio corpo e sono subito rimasta incinta. È stato tutto così semplice e diretto che a volte penso di essere stata solo uno strumento nelle mani degli Eterni, affinché questa bambina fosse concepita…”

“Questo, però, non mi discolpa – rispose Rigel – avrei dovuto guardarti dentro”.                                                                                                                                                                            

Betelgeuse sorrise:

“Non potevi guardarmi dentro, madre, conosco da tempo la tecnica per tenere chiunque fuori dalla mia mente…”

Rigel rispose al sorriso della figlia con una risata:

“Chiunque, certo, ma non me … non voglio offenderti, figlia, ma posso infilarmi nella tua testa da almeno dieci entrate diverse! Se non l’ho mai fatto è stato solo per rispetto, rispetto e fiducia, e così facendo mi sono comportata, io sì, davvero, proprio come un’Umana stupida!!!”

Le due donne scoppiarono a ridere e Mya ascoltò quelle risate con un certo stupore. In quel periodo della sua crescita i poteri extrasensoriali stavano aumentando rapidamente: si fondevano con le cellule del suo piccolo corpo con gran facilità, come se nulla di più semplice potesse avvenire al mondo. Allo stesso tempo aveva uno scarso controllo su molte dinamiche che dipendevano strettamente ed esclusivamente dai cinque normali sensi. La risata, ad esempio, la lasciava disorientata e la sua mente iniziava a porsi domande “cruciali” del tipo: “Da dove vengo? Che cosa sono? Che cos’è uno Sparkling e che cos’è un Umano?” Non che queste domande fossero impellenti. Ancora non sentiva l’urgenza di conoscere le giuste risposte, ma il Potere che iniziava a scorrere in lei, giovanissimo eppure antico come il Multiverso da cui proveniva, sapeva che solo la conoscenza di alcuni fatti basilari avrebbe fornito la chiave per crescere e moltiplicare se stesso.

Il suo Potere neonato, quindi, utilizzò i ricordi di Betelgeuse da piccola, che tramite il cordone ombelicale, passarono nella mente di Mya come immagini copiate da un computer a un altro. Semplicemente ed eccezionalmente. Le tracce delle memorie di Betelgeuse partivano dall’epoca in cui era una splendida bambina Sparkling di un anno, con l’aspetto di una piccola Umana di dieci. Lei e Rigel vivevano nello Stato americano del Montana, in una zona assolutamente selvaggia, che qualsiasi Umano avrebbe considerato inospitale e pericolosa. Abitavano sul Monte Cleveland, a circa 2500 metri d’altezza, in un piccolo chalet nascosto nel Glacier’s National Park, a 5 chilometri dal Waterton Lake, ad 8 chilometri dalla frontiera canadese e non distanti dalla riserva indiana dei Blackfeet. Betelgeuse passava le sue giornate passeggiando fra i boschi, arrampicandosi sulle pareti rocciose e saltando su dirupi e pendii sassosi, agile e leggera come un giovane stambecco, sia che l’ambiente fosse verde, in primavera e d’estate, o bianco di neve, d’autunno e in inverno. Il suo Potere aveva scelto di evolversi privilegiando la natura terrestre sopra ogni altra cosa: la piccola Sparkling conosceva il linguaggio di ogni animale e pianta di montagna, sapeva fermare una slavina, curare qualsiasi bestiola, scivolare sul ghiacciaio e farsi trascinare dal vento.  Ovviamente comunicava telepaticamente con sua madre fin dagli ultimi giorni passati nell’utero, ma non era in grado di leggere la mente di nessuno, Sparkling o Umano che fosse.

Betelgeuse da bambina a Glacier’s Park

Betelgeuse considerava il Potere qualcosa di naturale e fondamentale per la vita stessa, proprio come il sangue o l’aria, e non aveva dubbi o domande che lo riguardassero, così come non le sarebbe mai venuto in mente di voler conoscere la differenza fra globuli rossi e bianchi o il modo in cui l’ossigeno entra nel sangue. Non conosceva nemmeno la basilare differenza fra Potere Interno e Potere Esterno, e, soprattutto, non era minimamente interessata a conoscerla.

Un giorno Rigel le disse che ormai era grande abbastanza per comprendere e sperimentare nel giusto modo il Potere.

“Altrimenti non imparerai a gestirlo e tantomeno a moltiplicarlo” le spiegò cercando di renderla partecipe, mentre la bambina la guardava obbediente ma annoiata.

“Il Potere interno è quello con cui nasciamo: ci scorre nel sangue e risiede nelle nostre cellule – continuò Rigel – non può diminuire se non in rari casi, di cui parleremo poi. Naturalmente non è uguale per tutti gli Sparkling, dipende dall’età, dalle attitudini e dalle doti naturali. Inoltre, se è estremamente difficile che diminuisca, è però possibile farlo aumentare, mediante esercizi specifici ed uno stile di vita adeguato. Col Potere Interno si possono fare molte pratiche speciali, ad esempio: parlare telepaticamente con qualcuno che conosci e che si trovi a breve distanza; spostare gli oggetti senza toccarli; capire tutte le lingue di Terra grazie alla nostra lingua passe-partout… ma non le lingue di animali e piante, per quelle ci vuole il Potere Esterno, di cui ti parlerò adesso. Il Potere Esterno si trova nell’energia animata e quindi è tutto intorno a noi. Ci sono però delle fonti di Potere a cui accedere è semplice e immediato: quella che noi chiamiamo acqua sacra, un’acqua che, in questo pianeta, scorre solo nel sottosuolo, non a caso lì dove abbiamo creato il nostro Regno, Abatos. Noi Sparkling, impariamo a moltiplicare naturalmente il nostro Potere utilizzando quello Esterno, così come i bambini Umani imparano a parlare, a camminare, ad apprendere nozioni. Infatti tu utilizzi Potere Esterno quando parli con gli animali o quando ti fai trascinare dal vento. Ma per imparare ad usare dei canoni o dei comandi, oppure per riuscire a creare degli incanti, ovvero tutti metodi per ottenere azioni davvero molto speciali, ci vuole Potere Esterno e per ottenerlo occorre una grande consapevolezza”.

A quel punto Rigel si accorse che la figlia stava fremendo per uscire a giocare, e che aveva recepito solo le prime parole del suo discorso, dopo di che aveva smesso di ascoltare. Questa cosa la irritò e la preoccupò allo stesso tempo: lei doveva crescere una Guerriera, una futura Portatrice, mentre Betelgeuse era più simile ai piccoli Umani che non agli Sparkling, a parte il fatto che i bambini Umani giocavano con bambole e soldatini mentre Betelgeuse giocava col vento e con le creature della foresta.

“È arrivato il momento che questa figlia così selvaggia impari qualcosa d’importante, e da parte mia cercherò di rendere appassionante ciò che devo insegnarle come se fosse una bella storia o una favola” si disse Rigel.

Il giorno dopo madre e figlia si sedettero di fronte al camino, approfittando di una bufera invernale, e Rigel iniziò a parlare:

“Milioni di anni fa i nostri primi padri e madri vivevano molto lontano da qui, in un pianeta della Costellazione di Orione, un pianeta meraviglioso e assolutamente unico. Ma del resto, ogni pianeta, ogni astro, ogni corpo celeste è unico…”

Betelgeuse guardava fuori dalla finestra: le risultava strano che potesse esistere un qualsiasi posto nel Multiverso che fosse più bello del pianeta Terra. Lei era innamorata di quelle montagne, quei boschi, quel cielo ed era amica di ogni singola creatura animale o vegetale vivente su quella cima. Almeno per il momento, Betelgeuse non era minimamente interessata ad un’altra vita: tutto era più che perfetto così com’era!

Rigel, che ultimamente passava molto del suo tempo dentro la testa di sua figlia (che, peraltro, non se ne accorgeva minimamente) interruppe il racconto per domandarle:

“Devo proprio chiederti una cosa importante, Betel: tu veramente pensi che il Potere ci sia stato donato solo per giocare e trascorrere delle splendide giornate?” le chiese.

“Io… credo di sì – rispose la bambina serenamente – cosa c’è di sbagliato nelle splendide giornate, madre?”

Rigel sospirò e chiuse i battenti in legno sul vetro della finestra. Doveva fare un lungo discorso e aveva bisogno che la figlia non si distraesse.

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose

E ATTRAVERSAMMO LA CAVERNA DEI RATTI.

​​E ATTRAVERSAMMO IL SENTIERO DEL VAPORE BOLLENTE.

​​E ATTRAVERSAMMO IL PAESE DEI CIECHI.

​​E ATTRAVERSAMMO L’ABISSO DELL’AVVILIMENTO.

​​E ATTRAVERSAMMO LA VALLE DI LACRIME.

(Harlan Ellison, Visioni)

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose, caverna dei ratti nella mia visione
Caverna dei ratti, nella mia visione

La maggior parte degli umani è ancora persa nella Caverna dei Ratti. Si aggirano, senza capire cosa stia accadendo. Beati loro. Il resto dei sentieri è molto più difficile e folle da attraversare e soprattutto da abbandonare, come un videogame dove proprio non riesci a trovare l’uscita e ci provi così tanto che dopo un po’ inizi a credere che molto banalmente non esista. Uno scherzo dei programmatori. Poi capisci che i programmatori cercano solo di aiutarti, come se dicessero: “Resta nella caverna dei ratti, per il tuo bene. Sì, non è un bel posto, ma quello che viene dopo è terribile. E poi disperante. E poi orribile, e infine dolore puro, venduto ad etti o a chili dagli spacciatori di dolore perché il dolore è nutrimento, droga, sesso, moneta di scambio, nascita, morte e vita intera e in quella valle non esiste altro e tu ti ritroverai a fare cose impensabili pur di ottenere un po’ di quel dolore.” Sembra assurdo ma non è altrettanto assurdo tutto il mondo? L’Universo? Le credenze religiose? Le convinzioni razionali?

Vespe in agonia e Visioni Pericolose

Vespe in agonia e visioni pericolose, il sentiero del vapore bollente nella mia visione
Sentiero del Vapore Bollente, nella mia visione

Io, solo su certi argomenti, sono più avanti di altri umani, ma non è un merito. Ho solo una mente brillante quanto inutile: a 9 mesi parlavo perfettamente, a tre anni – senza mai essere stata in un asilo – ho imparato a leggere da sola, a sei anni, in prima elementare, scrivevo e illustravo favole mentre i compagni di classe imparavano le A e le B e le C. A sette anni ho scritto un romanzo intitolato “Storia di una foca” dove la foca in questione finiva la sua vita in uno zoo. Non era un romanzo allegro. Ho sempre amato gli animali e odiato le principesse di molte favole edulcorate. Le sorellastre di Cinderella, invece, avevano la mia simpatia e la mia compassione perché nate sgraziate e pronte a farsi tagliare i piedi pur di entrare nella iper-kitsch scarpetta di cristallo e grazie alla scarpetta far parte della stupida Royal family. Io ho trovato presto e facilmente il sentiero del vapore bollente. Qualcosa che non puoi contrastare ma, dopo mesi, anni o secoli, impari che contrastare non è la via. Non c’è niente che tu possa fare per contrastare l’orrore e l’odio, che, come una lega, un unicum, si sviluppa con magnificenza e allegria. Devi accettare le ustioni che il vapore bollente ti provocherà e quando le avrai accettate, beh, faranno meno male. Il paese dei ciechi è disperante perché sei come invisibile. Puoi parlare e gli altri hanno orecchie per sentire ma sono troppo presi dalla propria cecità per ascoltare chicchessia. La cecità li rende diffidenti e spaventati, chiusi come ricci nel proprio mondo personalissimo, dove 2+2 fa sempre 5 e, cosa anche peggiore, restando incollati al proprio “io” come uno scalatore in montagna sta appeso a quella piccozza che – lui crede – lo farà vivere o forse morire.

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose: L’abisso dell’Avvilimento

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose, Bosch Visions

Al momento sono finita nell’abisso dell’avvilimento. Lo chiamano abisso perché ci si sprofonda, all’improvviso. Un attimo prima cercavi di parlare coi ciechi, mentre tutte le orrende ustioni subite nello step precedente svanivano, quando il terreno ti si apre sotto ai piedi e inizi a sprofondare. E scendi, scendi, scendi, insieme a sassi, terra e qualsiasi altra cosa insospettabile ci sia sotto alla crosta terrestre. Arrivato in fondo al tuo “Ascensore per il patibolo” la depressione ti aggredisce, come farebbe una tigre affamata con una qualsiasi preda. Ma a differenza della tigre, che uccide subito la sua preda, l’avvilimento fa di tutto per tenerti in vita, altrimenti come potrebbe torturarti? Improvvisamente l’inutilità di ogni cosa è lì, ai tuoi piedi: a che serve scrivere? Dipingere? Mangiare? Uscire? Progettare? Comunicare? Pulire la casa? Fare il bucato? Chiacchierare? Sesso? Tu non appartieni al mondo esattamente quanto il mondo non appartiene a te. Desideri la morte come un pellegrino in viaggio nel Sahara potrebbe desiderare un goccio d’acqua, ma nemmeno quella ti è concessa, ed il perché è così ovvio che non c’è bisogno che io lo spieghi.

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose

Ape sulla lavanda nel mio giardino

E poi un pomeriggio caldo, dopo un acquazzone, esco in giardino e trovo una vespa a terra, sulle mattonelle bagnate, in agonia con le zampette per aria. Mi è capitato già altre volte di trovare api e altri insetti in quella postura da insetto moribondo, e non sono mai riuscita a salvarli. Ma qualcosa mi fa sperare che la vespa debba solo asciugarsi, e la faccio salire sulla mia mano, che per lei è comoda, asciutta e calda. La vespa inizia a camminare, ma ogni due passi si ribalta e io devo di nuovo rimetterla dritta. Annaspa faticosamente, e nonostante si muova con estrema lentezza, cade a terra un paio di volte. Ogni volta la riprendo e la rimetto sulla mano. Addirittura con l’altra mano estraggo il cellulare e le faccio una foto. Neanche per un attimo penso che potrebbe pungermi e neanche per un attimo lei pensa di volermi pungere. Poi scopre la mia piccola vera di diamanti e ci si appollaia sopra. Forse sono più caldi della mano, e poi, a chi è che non piacciono i diamanti? Passa un sacco di tempo, fra i 30 e i 40 minuti senza migliorare né peggiorare e inizio a pensare che non ci sia speranza per lei, che devo trovarle un posto asciutto e riparato dai predatori e lasciarla lì, al suo destino. Ma prima di fare questo chiudo gli occhi e penso intensamente alla vespa. Per qualche secondo io sono lei, piccola, gialla e nera, con ali e zampette: mi concentro per vivere. Quando riapro gli occhi ho una sensazione strana, a metà fra la nausea e una sorta di epifania. Guardo la vespa, che improvvisamente prende il volo e sparisce velocemente. Mi guardo meglio intorno ma è proprio svanita. Ho una bella sensazione, pur abitando nell’abisso dell’avvilimento. Ma visto che non sono dio, già so che la guarigione della vespa mi costerà cara: l’unica macchina che possediamo si sfascia di brutto un’ora dopo, nuovi problemi affliggono la casa, altri soldi da spendere che non ci sono, nemmeno un cane che ti presti almeno una bicicletta ma in compenso, ehi, ho “l’utilissimo green pass“, che ho perfino stampato… Eppure, da allora, ogni tanto vedo delle piccole vespe che per un attimo mi passano accanto e subito spariscono. Lo so, la città è piena di vespe, ma è come se queste mi dicessero: “Ehi, tranquilla, noi siamo la tua guardia speciale…”

Raggiungere la Valle di Lacrime

“Visioni” dell’immenso Harlan Ellison

Adesso devo riuscire ad entrare nella valle di lacrime, ma non ho un’altra Itaca in cui tornare né un’altra Troia da bruciare. Ho imparato che l’orrore non si può contrastare e che giocare “a dio” è un lusso che costa molto caro. Magari i programmatori non mi faranno mai passare all’ultimo step, o forse quello non è l’ultimo ma solo il primo step di un nuovo devastante gioco. Inutile dire “Non voglio giocare”: siamo tutti seduti al tavolo con le carte in mano, e il Dealer è lì davanti, col suo pulsante, come fosse dio e diavolo mischiati insieme. Non ha un aspetto rassicurante, non gli piace che piccolo e grande buio non puntino quello che le regole pretendono da loro ma soprattutto non gli piacciamo noi. Ma del resto, a chi potrebbe mai piacere la specie umana?

Edward Bunker un vero scrittore

Edward Bunker un vero scrittore, che significa? Per spiegarlo devo partire da una mia convinzione assoluta, e cioè: “scrittori si nasce.” Il bisogno insopprimibile di scrivere è un istinto che, per essere autentico, si deve manifestare fin da bambini, o al più tardi da adolescenti. Poi bisogna affinare le capacità, lo stile, scrivendo e soprattutto leggendo, ma l’urgenza di mettere per iscritto le proprie emozioni tramite storie o poesie dev’essere qualcosa di “patologico”, perché la necessità di scrivere è una sorta di malattia (e infatti sono molte le malattie mentali, ad esempio la schizofrenia, che si manifestano sempre prima dei vent’anni.) Non ci si sveglia un bel giorno, magari molto in là con gli anni, con una vita comoda e niente da fare dicendo “Ehi, quasi quasi passo il mio tempo scrivendo un libro”.

In Italia però, la situazione dell’editoria va dal tragico al tragicomico. Solo per parlare dell’editoria che pubblica libri, o almeno, replicanti di libri (replicanti nel senso di Blade Runner), i grossi editori sono ormai riuniti in gruppi di potere e pubblicano solo o noiosissimi libri scritti da giornalisti in ambito “saggi”, o libercoli scritti da cuochi, pseudo-comici e quant’altro in ambito “stronzate” e per finire, quando si arriva alla narrativa, pubblicano libri americani, scandinavi, perfino indiani o africani ma già diventati famosi. Riguardo agli autori italiani, o ci ritroviamo i soliti nomi, ormai sempre gli stessi da trenta anni, oppure, gli unici ad essere pubblicati – che il loro lavoro sia valido o no, e di solito non lo è – lo devono ad amicizie e conoscenze “importanti”, che gli permettono di passare attraverso pubblicazione e vendite col comfort e la rapidità di un bel viaggio in prima classe. Niente contro di loro, per carità, il mondo e l’Italia funzionano così. Ma, semplicemente non sono scrittori.

Edward Bunker un vero scrittore

Mentre gente come Guido Morselli, che pur essendo vissuto in un periodo in cui farsi pubblicare non era ancora così difficile, non è mai riuscito ad ottenere la pubblicazione se non dopo morto (niente meno che da Adelphi, adesso che è morto!) fra l’altro suicida (un classico che chiamerei “effetto Van Gogh”), lui sì era un vero scrittore. Guido Morselli era un signor scrittore, come pochi altri nel nostro infelice paese e non aver ottenuto successo in vita non lo rende certo meno scrittore. Chi pensa che sia il successo a determinare le capacità, in campo artistico e letterario, è molto, molto lontano dalla verità.

San Quintino e la scrittura

Nel caso di Edward Bunker, vissuto fra i 6 e i 15 anni fra famiglie affidatarie, la strada e le prigioni minorili, l’urgenza di scrivere si è subito manifestata nel carcere di San Quintino dove era entrato a soli 17 anni ed era il più giovane detenuto che avesse mai varcato quella soglia. Lì ha iniziato a scrivere “Come una bestia feroce” e contemporaneamente a leggere tutto quello che poteva. Da quel momento ha continuato a entrare e uscire di galera ma senza mai smettere di scrivere. Solo molti anni dopo, quando i suoi libri sono stati pubblicati e molti trasformati in film, Edward è diventato famoso e non ha avuto più il bisogno di procurarsi soldi in modo illegale.

Edward Bunker un vero scrittore

Grande scrittore: Come una bestia feroce, Animal Factory, Educazione di una canaglia, Little boy blue, Cane mangia cane e tanti altri libri tutti particolari, anticonvenzionali, veri, L’ESATTO CONTRARIO dei polpettoni noiosi “come una malattia”, antiquati, senza un briciolo di stile, a volte da “circolo della canasta” scritti dalla maggioranza degli autori italiani pubblicati negli ultimi anni da editori “big”. Oltre a scrittore è stato un ottimo sceneggiatore e attore in tanti film: famosa la sua partecipazione a Le Iene di Tarantino, dove Bunker fa una piccola parte, Mr. Blue, personaggio inserito da Tarantino apposta per lui. E poi:

falsario, truffatore, rapinatore a mano armata, trafficante di droga, imputato per estorsione. Metà della sua vita trascorsa in prigione. Sarebbe mai stato pubblicato Bunker in Italia? Decisamente mai. E non perché delinquente, ma perché ovviamente privo delle giuste conoscenze senza le quali, in Italia, oggi non trovi nemmeno un posto per lavare i cessi alla Stazione, sempre che non sia un posto di lavoro sotto-sotto-sottopagato, con pseudo contratti capestro molto amati dall’ipercapitalismo, per sfruttare alla grande senza correre rischi.

Edward Bunker nella parte di Mr. Blue nelle Iene

Alcune frasi di Edward Bunker

Una sua frase che trovo fantastica e che ci fa capire la grande differenza fra l’Italia e il resto del mondo è:

“Avessi avuto soldi, non sarei diventato un criminale. Ma probabilmente non sarei neppure diventato uno scrittore.”

Qui da noi, invece, vale il contrario: se sei molto ricco di solito sei (o lo è stato qualche tuo avo) un criminale e se non sei ricco, e quindi privo di amicizie, di sicuro non sarai uno scrittore perché nessun editore importante ti pubblicherà mai. Ma fra le frasi prese dai libri di Bunker quella che preferisco è:

“Sono convinto che chi non legge resta uno stupido. Anche se nella vita sa destreggiarsi, il fatto di non ingerire regolarmente parole scritte lo condanna ineluttabilmente all’ignoranza, indipendentemente dai suoi averi e dalle sue attività.”   Edward Bunker, (da “Educazione di una canaglia”)

Edward Bunker un vero scrittore, Stark

Edward Bunker è un grande, rarissimo tipo di scrittore e di uomo per cui provo amore e rispetto. Fatevi un favore: comprate i suoi libri e leggetelo. Poi andate anche a vederli al cinema, ma i libri sono sempre superiori.

Andrea Barzini: il Fratello Minore e l’arte sacra della scrittura

Andrea Barzini l’ho conosciuto per caso. Nella mia assoluta ignoranza in tema di cognomi famosi non avevo la minima idea che il cognome Barzini appartenesse ad una vera dinastia molto, molto nota fin da fine ottocento, soprattutto in ambito giornalistico-editoriale. Fra l’altro Andrea è così semplice e diretto, gentile, dalla mente aperta e creativa, che decisamente non sembra e non è un uomo di potere. Naturalmente, il fatto che non sia un uomo di potere, non significa che non sia un “Re” con una vasta corte di amici e ammiratori, ma, quando parlo di Re, penso al Re “senza corona e senza scorta” di De André.

Entrambi amiamo la letteratura e consideriamo la scrittura una cosa sacra e lui è stato così generoso da farsi intervistare dalla sottoscritta per parlare del suo libro “Il fratello minore” che ha recentemente pubblicato con successo per Solferino. Ma soprattutto, in questa intervista, si è aperto e ha parlato di cose personali e familiari con assoluta sincerità e serenità. Nel suo libro “Il fratello minore” Andrea racconta, fra le altre cose, la storia dello zio Ettore, entrato nella Resistenza – diversamente dal resto dei familiari e soprattutto dal padre di Ettore, ormai anziano, da sempre a fianco del fascismo – e poi arrestato dalle SS e mandato a Mauthausen, luogo in cui è morto. Il libro è davvero interessante, scritto molto bene e, cosa forse più importante, contiene l’anima di Andrea. Ogni libro dovrebbe contenere l’anima di chi l’ha scritto, ma ultimamente i libri che “contengono anime” sono diventati molto, molto rari…

Domanda: parlare della propria famiglia, a meno che non lo si faccia in modo ipocrita, con la fanfara insomma, è un vero mettersi a nudo. L’avevi già fatto in “Una famiglia complicata” nel lontano 1996 e adesso l’hai rifatto. Che cosa ti spinge a questa forma speciale di confessione, sicuramente molto coraggiosa ma anche un filo masochista?

Andrea: Nel caso specifico mio il problema era quello di avere una famiglia irrisolta. Io mi sono rotto la testa tutta la vita perché ci sono dei termini, tipo “famiglia disfunzionale” che in realtà raccolgono lo 0,1% di quello che è una famiglia che non ha funzionato. La mia è una famiglia seminata di lavori in corso, e di conseguenza io ne ho sempre sofferto e ci ho sempre ragionato, anche se malamente: criticavo l’uno, l’altro, me stesso, gli eventi perché ce n’erano tanti di eventi in cui c’eravamo fatti del male fra di noi, fino a che, ormai non più giovane, ho deciso che potevo affrontare il discorso “famiglia” in modo sereno. Ho individuato in questo zio dalla morte tragica una parte cospicua dei malesseri della famiglia. Questo zio che, essendo morto in un campo di concentramento era stato cancellato, dimenticato, pur avendo solo un anno e mezzo di differenza d’età con mio padre, è stato probabilmente anche in vita il capro espiatorio di tutte le dinamiche di una famiglia non felice e poi da morto ha rappresentato, in qualche modo, il silenzio su se stessi.

Ettore Barzini

D: il fratello minore del libro è tuo zio Ettore, uno dei fratelli di tuo padre, fratello che ha cercato di restare ai margini della famiglia fino a distaccarsene scegliendo la Resistenza. L’altro protagonista del libro, però, è tuo padre. Il sentimento che mostri per lui in questo libro è mutevole: spesso lo condanni ma poi lo giustifichi, lo tratti abbastanza male ma subito dopo ne citi le sue doti, le sue capacità di vario tipo, a iniziare dal saper scrivere. Provando a rispondere senza pensarci troppo, cosa provi con più forza per lui, l’amore o la condanna?

Andrea: L’amore, certo; la condanna non c’è. Ce l’avevo quando ero giovane, anche perché vengo dal ’68 e condannavamo chiunque non fosse come noi. C’è il cercare di capire. Mio padre era un uomo con delle grosse mancanze, che io giustifico perché era un cavallo da corsa, che ha corso per tutta la vita intorno a una carriera che era del tutto maschile. Un’epoca che apparteneva ai maschi, vanitosi, egocentrici, competitivi fra di loro in una competizione che a volte non potevi evitare. Mio padre era il primogenito, figlio di un padre famoso, con un super io enorme e ha fatto quello che la società gli chiedeva di fare. In più l’ha fatto molto bene, perché anche quello che scriveva lo faceva in modo cristallino ed era uno che cercava la perfezione. Io lo rispetto per questo. Ha avuto dei risultati, per la sua epoca, enormi; ad esempio è l’unico giornalista italiano che abbia avuto un best seller in America. Inoltre era molto simpatico, spiritoso, ironico, poi, certo, aveva dei difetti enormi, che erano anche i difetti di un uomo che non aveva avuto accanto una donna che lo facesse ragionare. Perché a parte la madre che era una donna straordinaria, ma che purtroppo è morta molto presto, non ha mai avuto donne di un certo livello come interlocutori. Lui prima si era scelto la Feltrinelli che era una donna che di umano aveva ben poco, nessuna intelligenza sentimentale e poi mia madre che era una milanese alto borghese anche lei molto a digiuno di conoscenze sentimentali.

D: Sappiamo che nella tua “complicata famiglia”, ma anche molto famosa, hai tanti parenti, fra cui sorellastre del primo matrimonio di tuo padre. Ludina, ad esempio, figlia della prima moglie di tuo padre, nel ‘96 ti ha accusato di ‘‘bracconaggio familiare, di pettegolezzi, di inesattezze, di aneddoti inventati”. Certo, adesso il tempo è passato e molti di questi parenti forse non ci sono più, ma i tuoi fratelli, cugini, figli, che cosa ne pensano di questo libro?

Andrea: Fra figli e nipoti qualcuno l’ha letto, qualcuno no, qualcuno me ne ha parlato con grande passione. Il problema è che la generazione che ci segue, quella dei quarantenni, è una generazione che non legge. Uno dei meriti di chi come me ha fatto il ’68 è quello di aver spezzato le catene di queste famiglie crudeli o problematiche o deboli e aver creato famiglie meno competitive, meno malate. Per fortuna loro, nipoti o figli di amici, non hanno il problema che avevo io, cioè di capire cosa era andato storto, quali erano i nodi da sciogliere. Questi nodi noi li abbiamo sciolti per loro e questo li rende liberi di guardare in avanti e non indietro, mentre io non lo ero.

D: tuo zio Ettore, come racconti nel libro, ha fatto da agnello sacrificale consegnandosi ai tedeschi quando poteva evitare di farlo. Sì, la vita di tuo nonno e della segretaria, in teoria dipendevano da lui, ma tuo nonno era sempre stato a fianco del fascismo, amico di gente importante e oggi è difficile capire se l’avrebbero davvero mandato ai campi o no. Probabilmente Ettore alla fine avrebbe dovuto consegnarsi, ma, a parer mio, l’ha fatto un po’ troppo presto. Come se non vedesse l’ora di farlo. Sicuramente un personaggio cristico, a me fa pensare al principe Miskin di Dostoevskij, famoso per la frase “La bellezza salverà il mondo” *. Secondo te cosa ha spinto Ettore a sacrificarsi in nome della famiglia?

Andrea: lui, sicuramente, di sua formazione, al contrario di mio padre e dell’altro fratello di mio padre, era uno che aiutava le persone. In questa direzione va la sua militanza, perché è una militanza generosa, lui – così come io ho ricostruito – era uno che prestava l’ufficio, che non si tirava mai indietro, nella direzione che lui aveva sempre avuto e senza nessuno a coprirgli le spalle. Ettore è un uomo modernissimo, femminile, e quando è tornato dall’Africa alla morte della madre, lui ha iniziato – in un certo senso – a fare da madre agli altri, ad aiutare tutti e sempre, tanto che il comune di Milano gli diede una medaglia per aver più volte salvato gente da palazzi che bruciavano, sotto ai bombardamenti. Parallelamente si è sempre tenuto lontano dalla famiglia rispetto alle sue scelte, di cui non ha mai parlato con nessuno. E, quando si è consegnato alle SS che lo aspettavano nel suo ufficio dove era andato mio nonno chiedendo “Cosa volete da mio figlio?” lui ha scelto di consegnarsi proprio perché, immagino, abbia detto “Questa è la mia vita e queste sono le mie scelte. Non voglio che nessuno paghi per me, nessuno si deve nemmeno mescolare con le mie storie”. Ricordiamo che c’era appena stato l’8 settembre, era il dicembre del ’43, Milano era invasa dai nazisti, sangue e torture, tradimenti, morti per le strade e mio nonno non riusciva a capire che diavolo stesse succedendo. Quindi suo figlio, Ettore, avrà pensato “Questo vecchio ormai patetico è meglio che io lo liberi subito” ed ha avuto questo atteggiamento molto compassionevole. Come il suo omonimo Ettore di Troia nel suo ultimo duello contro Achille, anche mio zio sapeva che sarebbe andato inevitabilmente incontro alla morte.

Ettore Barzini disegnato da Andrea Barzini

D: alla fine del libro dai tutta una serie di motivazioni sul perché tuo padre abbia scelto di cancellare l’esistenza del fratello dalla sua vita, dopo la morte di Ettore ovviamente, arrivando addirittura a far buttare via l’unico quadro che ritraeva il fratello dopo aver abbandonato il quadro per anni in soffitta. Le motivazioni che dai hanno tutte un senso eppure è come se mancasse un tassello, perché in fondo quando i due fratelli erano in vita, tuo padre gli era piuttosto legato. Naturalmente è solo una visione mia, ma se io avessi ragione quale potrebbe essere questo tassello?

Andrea: No no, hai ragione. Esiste un mistero che io ho cercato di spiegare, perché forse mio padre provava una sorta di rabbia nei confronti di questo fratello minore che era sempre stato libero, facendo una vita selvaggia, fregandosene delle autorità mentre mio padre essendo in carriera l’autorità la doveva blandire. Poi, come ho scritto, c’era anche una rabbia che aveva a che vedere col fatto che mio zio era entrato in quella borghesia silente, montanara che invece aveva espulso mio padre. Mio padre era tornato dall’America, molto giovane, ed era stato rifiutato dalla famiglia della donna che lui amava e che poi è diventata mia zia, perché in seguito mio padre ha sposato la sorella di quella donna. Del resto la borghesia milanese degli anni ’30 l’America non la conosceva e, principalmente questi suoceri, trattarono male lui e anche la sua famiglia. Trattarono sia lui che sua madre da arrampicatori sociali. L’altro ingrediente è che mio padre, a fine ’43, era dentro un matrimonio che era fallito, un inferno, con questa donna che non lo amava più e lui nemmeno amava più lei, che però era potentissima, in questa villa all’Argentario, isolata, con anche il pericolo di essere deportati perché erano tutti e due filo monarchici, con figli piccoli, mio padre depresso, mentre Ettore, lo spirito libero, si faceva arrestare per quella che mio padre forse vedeva come una leggerezza.

D: parlando di scrittura in generale, io ho la convinzione che non si può essere un vero scrittore se quello che scrivi non deriva da un’urgenza. Non lo dico solo io, lo diceva Hemingway, lo diceva Rilke. A volte quest’urgenza può essere anche di carattere economico, vedi Philip K.Dick che comunque, anche da ricco, sempre un genio sarebbe rimasto. La tua urgenza di sicuro non è economica, quindi, se ne hai una, qual è?

Andrea: Intanto io ho un’esigenza armonica, la scrittura dev’essere anche musica, e questo me l’ha insegnato mio padre. Questo bisogno di ricreare un mondo parallelo alla realtà, diceva la mia professoressa “mutevole e cangiante” attraverso la scrittura che è un doppio come l’arte, come la poesia, il disegno, come tutto quello che crea icone fuori dalla quotidianità e che lascia dei segni, è sempre un bisogno di raddoppiare la realtà o di trovare un altro luogo dove la realtà si conformi a delle intelligenze; perché il nostro problema, come esseri umani, avendo davanti una vita così contraddittoria e casuale è il bisogno di trovare un senso. Quando scopri che riesci a scrivere tre pagine che erano, una volta, qualcosa che avevi visto o vissuto o immaginato ma una volta scritte diventano una cosa diversa, un’icona, allora capisci che la scrittura è una strada aperta. Io l’ho scoperto da ragazzino, perché ho sempre scritto, e anche quando scrivevo sceneggiature non l’ho mai fatto in modo sciatto, e lo facevo un po’ soffrendo, perché scrivere sceneggiature è una cosa molto diversa, anche perché puoi scrivere solo a due dimensioni: i personaggi o agiscono o parlano. Poi, nel tempo ho scritto alcuni racconti, che sono anche piaciuti, ma avevo una doppia paura: intanto quella di confrontarmi con questo “demone familiare” e poi la condanna di mio padre, che diceva “Non c’è nulla di più patetico di uno scrittore che non ha avuto successo”. Lui, che per tutta la vita aveva puntato al grande successo raggiungendolo, disprezzava molto quelli che non avevano successo. Io avevo quindi queste parole di mio padre in testa e sono riuscito a distaccarmene solo quando sono diventato sufficientemente maturo. Questo libro, fra l’altro, l’ho scritto senza un editore, senza sapere se ne avrei trovato uno, facendo proprio un’operazione che mio padre avrebbe definito “velleitaria”. Invece questo libro ha avuto un’accoglienza, una risposta, scrittori e giornalisti l’hanno presentato, ne hanno parlato, ne hanno discusso e io mi sono sentito per la prima volta, rispetto alla scrittura, riconosciuto.

*“La bellezza salverà il mondo” è la frase che viene attribuita al principe Miškin, il protagonista del romanzo “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij. In realtà la frase non verrà mai pronunciata dal Principe protagonista, ma è una domanda che gli viene posta: “È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?” Cosa intende Dostoevskij quando parla della Bellezza?

Il Principe-Idiota definisce la Bellezza un enigma. Quando Dostoevskij scrisse la famosa frase non si riferiva alla bellezza meramente estetica come la intendiamo oggi, ma alla bellezza della bontà. Il mondo si salverà quando la bella bontà tornerà ad essere una mèta.

John Frusciante e la sua musica curativa

“John Frusciante e la sua musica curativa” non è un semplice articolo su John Frusciante ma si propone di dimostrare le capacità curative, rilassanti, fortemente distensive e terapeutiche della sua musica. Quando parlo della musica di John non mi riferisco ai Red Hot Chili Peppers (che è comunque una grande band che ho sempre amato) ma alle numerosissime canzoni e album che ha pubblicato da solo, come autore di testi e musica, cantante, chitarrista e spesso anche polistrumentista. Se cercate un articolo dove si parli di John, dalle origini fino ad adesso, con tutta la vastissima discografia e le solite storie sul perché abbia abbandonato i RHCP la prima volta, allora l’articolo non è questo, ma sul web ne troverete tanti.

John Frusciante e la sua musica curativa

Introducing John Frusciante

Per parlare delle proprietà un po’ magiche della musica di John devo comunque introdurlo: John è diventato famoso come chitarrista (ma anche back vocalist) dei Red Hot Chili Pepper, entrando nella band quando era già abbastanza nota, nel 1988, quasi per caso, lui ancora un ragazzino, in seguito alla morte del precedente chitarrista. Ma se i RHCP gli hanno dato il successo bisogna anche dire che John ha portato al gruppo un’energia inarrestabile, riff e assoli, innovazioni, cuore e anima che hanno reso indimenticabili molte canzoni (l’intero album Californication, ad esempio) e l’amore incondizionato del pubblico che ha iniziato a vederlo come se il frontman fosse lui.

John Frusciante e la sua musica curativa: John e i RHCP

La sua forza è sempre stata la capacità unica di colpirti nell’animo, incantando gli ascoltatori come una sorta di sirena. Oltre a ciò, come chitarrista ha saputo creare un linguaggio tutto suo ed è diventato uno dei chitarristi più rappresentativi degli anni ’90.  Un anti-eroe della chitarra, in aperta opposizione a chitarristi più egocentrici e più classici come Slash, Dave Navarro, Satriani. Da quel momento i RHCP senza Frusciante si sono trasformati in una sorta di “figli di un dio minore” e nelle due volte che John ha abbandonato il gruppo – il ’92 per poi rientrare nel ’98 e il 2009 – i Red Hot non sono mai riusciti a trovare un chitarrista che riuscisse a sostituire John nel cuore del pubblico. A fine 2019, per la gioia dei fan dei RHCP, John ha di nuovo accettato di entrare nella band.

John Frusciante e la sua musica curativa: la lezione di John

Ma il fatto che John abbia abbandonato per ben due volte una band ormai ultra-famosa, e con essa l’adorazione del pubblico e i guadagni vertiginosi per ritirarsi a scrivere musica indie, molto particolare, musica che solo in pochi sono in grado di capire (e amare follemente), la dice lunga su che persona incredibile sia John. Una specie di Zarathustra dei nostri giorni. Uno in grado di abbandonare l’equivalente di una ricca eredità per andare a vivere in una spelonca e lavorare nei campi.

A questo proposito vorrei citare il commento su “youtube” di un fan di John, perché mi sembra molto in tema. (Da questo momento in poi ogni commento youtube che pubblicherò in quest’articolo è da considerarsi tradotto – da me – dall’inglese e, ovviamente, senza poter scrivere il nick di chi ha postato il commento.)

 “Allora, abbiamo un uomo in grado di suonare da dio una chitarra, uscirsene con un assolo pazzesco di fronte a milioni di persone che cantano in coro mentre suona con una delle migliori rock band di tutti i tempi… che sceglie di non andare avanti così ma di suonare una bella canzone nel suo soggiorno. C’è una lezione da imparare qui…”

Le prerogative di John

John Frusciante e la sua musica curativa: John 2019

John Frusciante adesso

E sicuramente la prima lezione da imparare riguarda la personalità unica di John. Le sue prerogative:

Nick Drake, Syd Barret e Kurt Cobain

  1. scrivere, suonare, cantare e registrare decine e decine di canzoni bellissime anche in periodi orribili, quando l’eroina era la sua unica amica.
  2. essere in grado di far parlare e cantare la sua chitarra come nessun altro.
  3. nei testi e anche nella musica di molte canzoni ci racconta, a brandelli e sempre con estrema umiltà, l’insostenibile leggerezza dell’essere, e nel suo caso il modo in cui porta il dolore su di sé come Gesù portava il peso della croce sulla schiena, cosa che rende Frusciante una creatura cristica.
  4. un’apertura mentale unica unita ad una capacità di indagare e viaggiare dentro se stesso senza nascondere nulla, che fa di lui – in certi album – una via di mezzo fra il miglior Syd Barret e Nick Drake, con un pizzico di Kurt Cobain.
  5. la sua grande capacità visionaria, capacità che fece impazzire Syd Barret ma che ha invece tenuto in vita John, rimasto vivo per raccontarci il modo in cui il tempo rallenta, il giorno in cui il tempo uscirà dalla finestra, per spiegarci che per stare qui – vivo, nel mondo – devi prima morire, che c’è un futuro che ci chiama ma non lo vediamo arrivare, che lui, e tanti di noi, verremo sempre massacrati di botte, botte fisiche o peggio, botte inflitte dalla vita, che le note dei teppisti cavalcano nelle ferite delle fate e che la volontà di morte è ciò che mantiene vivi. Proprio come Ismahel in Moby Dick, John è sopravvissuto per raccontarci – con musica e lyrics – che la verità non è conoscibile, ma pochi eletti hanno la missione di raccontarla comunque.

John Frusciante e la sua musica curativa

Una volta chiarito che, quando parliamo di John Frusciante non parliamo semplicemente di un chitarrista, per quanto bravo, o di un autore e cantante, per quanto bravo, ma di un Artista dalla personalità unica e dal talento straripante, quel genere di talento così detonante che è a metà fra un dono e una maledizione, allora possiamo iniziare ad affrontare il tema di quest’articolo: le capacità molto speciali della musica di John.

Che la musica di John solista in generale abbia capacità un po’ magiche, soprattutto in determinate canzoni, l’ho notato inizialmente su di me e su amici a cui l’ho fatto ascoltare “solo per avere un loro parere in generale”. Una canzone in particolare “Wayne”, che John ha scritto per un amico e fan che stava morendo, ha delle capacità incredibili, oltre ad essere di una bellezza sublime (inutile dire che John l’ha auto-pubblicata e regalata al suo pubblico)

.“Wayne”

Ecco le parole che John ha scritto per presentare questo brano:

“Ho registrato questo brano per il mio amico Wayne Forman, l’amico più fico e più adorabile che qualcuno possa avere. Quando suonavo su un palco, spesso mandavo mentalmente la mia musica a lui. Wayne amava gli assoli di chitarra, quelli lunghi, e lui era la persona per cui preferivo suonare fra il pubblico. Come sanno tutti quelli che l’hanno conosciuto, lui era anche il miglior chef del mondo. Quando l’ho visto due giorni fa era sdraiato di fronte a un lettore CD, così quando sono tornato a casa ho deciso di fare qualcosa per lui. Ho registrato questo assolo per farglielo ascoltare, ma l’ho terminato un giorno troppo tardi, quindi adesso è un tributo alla sua memoria. È quello che lui avrebbe voluto che suonassi per lui ed è la mia offerta alla sua famiglia, ai suoi amici e a chiunque altro allo stesso tempo. Wayne vive per sempre nei nostri cuori, il ragazzo più fantastico che chiunque possa mai conoscere. Sono così fortunato per aver avuto la grazia della sua amicizia. Tutto l’amore del mondo per lui.

 – John”

I commenti dei fans di John su “Wayne”

Allora ho iniziato a fare una ricerca su youtube, sui commenti lasciati dai fans di John su “Wayne” (self released, 2013) che hanno confermato quello che pensavo:

–      Anche il mio cane cambia il suo stato di mente rilassandosi e calmandosi ogni volta che suono questa canzone a tutto volume. Lui si sdraia e batte il tempo con la coda mentre ascolta. È fantastico.

–      Dopo questo ascolto mi sento ripulito, onesto, se questo avesse un senso direi che mi sento come se l’acqua nera fosse stata lavata via dalla mia testa fino ai miei piedi. Una stramba descrizione ma è quello che sento ascoltando questa canzone!

–      Sto scrivendo un necrologio per il funerale di mia mamma che sta per morire di Covid. Ho il cuore spezzato. Questa canzone mi aiuta a esprimere i miei pensieri.

–      Uso questa canzone ogni giorno per staccare la spina dallo stress. In qualche parte delle distorsioni io trovo chiarezza e pace. Grazie John

–      Grazie per la musica, John. Mi ha salvato mille volte

John Frusciante e la sua musica curativa: i commenti della sua community

A quel punto ho allargato la mia ricerca sui tanti dischi creati nel corso del tempo da John, e sono rimasta colpita da quante persone provassero le mie stesse sensazioni. Inoltre ho avuto modo di notare l’assoluta gentilezza, tolleranza, solidarietà dei componenti la community dei fans di Frusciante, cosa davvero rara su internet e sui social in genere, dove la gente di solito si sbrana digitalmente. I commenti da citare anche solo parlando di “musica curativa” sono tantissimi, ma ho dovuto operare una selezione fra quelli che mi sembravano più significativi.

John Frusciante e la sua musica curativa: John e la sua Fender

Commenti da “Forever away” (The brown bunny OST, 2004)

  • Sono d’accordo, è come un guaritore. Lui sa quello che provi e dice le cose giuste per farti star meglio
  • Questo ragazzo, sul serio, è una delle ragioni per cui sono ancora vivo e funzionante oggi
  • Può sembrare buffo, ma cantare con John in questa canzone ha un effetto davvero salutare su di me

Da “Dying Song” (The brown bunny OST, 2004)

  • Adesso sono maledettamente depresso, in uno dei più brutti momenti della mia vita, e ascoltare almeno una canzone di John rende tutto migliore, almeno per un po’
  • Questa canzone mi ha impedito di suicidarmi… grazie John Frusciante per avermi salvato la vita
  • Questa musica è davvero un antidolorifico per l’anima
  • Non so perché ma ho iniziato a piangere così tanto verso la fine. Nessuna canzone ha mai avuto un impatto così forte su di me prima di questa. Immagino che la musica di John contenga un potere meraviglioso

“Falling” (The brown bunny OST, 2004)

Quando la mia casa ha preso fuoco, ho iniziato ad ascoltare John ogni giorno e ogni notte, ammetto che ero piuttosto ossessivo. Non voglio dire che non ce l’avrei fatta senza la sua musica, tutto quello che posso dire è quanto apprezzo il fatto che la sua musica fosse lì per me in quel momento della mia vita.

“Lever pulled” (Curtains, 2005)

Questa canzone lascia qualcosa di più… è come una droga

“Time tonight” (Curtains, 2005)

  • Io sono un uomo, non piango, non corro da qualcuno a lamentarmi dei miei problemi. Ma quando la vita ti prende a calci io vado sempre dal mio musicista preferito, John Frusciante e posso piangere e mi sento sempre un po’ meglio
  • La voce di John in questa canzone… Non riesco a spiegare come mi fa sentire. Puro piacere, ma piacere triste, un’emozione triste. Non so come spiegarlo, non credo che nessuno ci riesca, è solo qualcosa che devi aver sperimentato per riuscire a capire.

“I will always be beat down” (From the sounds inside, 2002)

  • Ho avuto una mattinata orribile e questa canzone mi risuonava in testa. Stavo male ma poi ascoltare questa canzone mi ha confortato
  • Lui ti da una calma immediata quando ti senti come se volessi sparire
  • John Frusciante è una religione

“Heaven” (The Empyrean, 2009)

  • Mi ricordo quando stavo al liceo, seduto in classe, assolutamente depresso e ascoltare questa canzone era la sola cosa a cui riuscivo ancora a tenermi attaccato
  • Ogni nota è bella in un suo proprio modo. Mi invia ondate di energia attraverso il corpo. Il vero significato della musica è in questa canzone. Questo è il linguaggio dell’universo.
  • Questa non è una canzone, questa è una vita. La sua musica è un significato. John è un trasferente di emozioni.

“Central” (The Empyrean, 2009)

  • Non ho parole per spiegare cosa questa canzone fa alla mia anima
  • La musica non può essere meglio di così. Solo la musica di John mi fa sentire come se stessi viaggiando attraverso dimensioni
  • La comprensione di John della musica è ineguagliabile. Lui ha preso il suo spirito e l’ha versato dentro al suono liquido, in modo che noi possiamo capire e apprezzare la sua essenza.
  • Lui è l’unico essere umano in grado di curare la mia anima

“The days have turned” (The will to death, 2004)

  • John mi ha fatto diventare una persona migliore e molto più sensibile… non ho mai pensato che qualcuno riuscisse a fare questo solo con una canzone…
  • Non ha importanza quale sia il mio umore o quale situazione io stia attraversando, questa musica sarà sempre come luce nelle tenebre per me ❤
  • Questa canzone mi ha aiutato nel periodo più nero di tutta la mia vita. Grazie John

The will to death (The will to death, 2004)

  • Ho avuto un’overdose di benzodiazepine ed alcool circa un mese fa, intenzionalmente… ma mi hanno resuscitato e curato. Ascolto questa canzone ogni giorno, adesso, la volontà di morire è davvero quello che mi mantiene vivo, questa canzone si accorda in modo così forte col mio nuovissimo desiderio di vivere questa vita nonostante quella notte mi sia sentito così bene all’idea di andarmene.
  • Ho avuto grossi problemi di droga per tanto tempo… Al momento, questa canzone è ciò che mi ha tenuto in vita
  • La volontà di morire è ciò che mi tiene in vita
  • Questa canzone mi ha salvato la vita
  • Quattro anni fa ho passato un’orribile depressione, ero immerso nella tenebra e la musica di Frusciante mi ha fatto sentire che non ero solo, il dolore nella sua musica mi ha confortato e adesso, quattro anni dopo, sto molto meglio, ma ascolto spesso la sua musica e sento lo stesso caldo abbraccio nelle sue belle melodie che mi hanno aiutato a uscire da luoghi così orribilmente oscuri.

“Ramparts” e “Murderers” (To record only water for ten days, 2001)

  • Questa canzone è come un viaggio nel posto più meraviglioso in cui potresti mai andare
  • Devo chiudere gli occhi. Incredibile, è come estate, come il sorriso dei bambini, come libertà. Ha un feeling positivo, come la mia prima medicina per curarmi. Ascolta questa canzone e nascondi i problemi. Starà sempre con me per aiutarmi… grazie.
  • La mia bambina di 9 mesi ama questa musica. Smette di piangere appena partono le prime note, e fa anche applausi e risate quando l’ascolta. Che suono potente!
  • Sono le due di notte e me ne sto su un grosso albero, cercando di focalizzarmi sulla mia energia. Questa canzone è vita
  • Questo album mi ha aiutato a tenermi lontano da droghe e alcool nei primi tempi della mia riabilitazione

“Someone’s” (To record only water for ten days, 2001)

“Allora, devo spiegare questa canzone prima di suonarla. Questa canzone, Someone’s è dedicata a una mia grande amica di nome Jean, che è uno spirito. Lei possedeva una persona che era un mio grande amico, mentre lui dormiva. Abbiamo conversato molte volte e lei mi ha raccontato come funziona nelle altre dimensioni e luoghi dove andrai dopo la morte. Tu sei già lì proprio adesso, ci sono posti dove andrai dopo morto ma tu sei già lì, tu stai vivendo quella vita contemporaneamente a questa, perché loro si trovano in un tipo di spazio-tempo dove, beh, possono stare in ogni tempo nello stesso momento mentre noi viviamo solo questo breve periodo di tempo. Le persone spirito possono stare in ogni spazio temporale contemporaneamente perché non hanno un senso del tempo. Quindi non possono scrivere canzoni, non possono farsi droghe, non possono fare sesso. Non possono fare niente delle cose che noi facciamo perché noi abbiamo il tempo. Tu non realizzi cosa è il tempo, non è la tua carne o altro del genere, è tempo. Noi siamo fortunati ad avere il tempo, dovreste apprezzarlo mentre lo avete perché non ne avrete più dopo la morte.” (John in un concerto)

L’idea del tempo, dei mille modi diversi in cui percepirlo è una delle ossessioni di John, come sanno tutti quelli che hanno ascoltato o letto le lyrics delle sue tante canzoni. Per questo mi è sembrato importante aggiungere questo breve discorso su tempo e spiriti che John ha fatto in un suo concerto.

Le lyrics di Someone’s sono tutte parole della ragazza spirito, Jean, in cui probabilmente John vedeva se stesso: “qualcuno aspetta di volare con me/ qualcuno dice arrivederci ogni volta che lei mi dice ciao/ perché entrambi sono connessi con qualcuno/ io fluttuo giù lungo questa corrente d’aria/ io fluttuo ed è ogni sogno che ho mai avuto/ e sono così felice e triste/…ognuno che ha vissuto ha un luogo/ proprio qui c’è ogni mondo/ ogni tempo disegna una linea che porta ad ora/ per tenere e far girare l’infinito/ qualcuno mi porta oltre tutto questo”

John Frusciante e la sua musica curativa: Someone’s commenti

  • Questa canzone deve essere ascoltata da tutti, è una cura musicale.
  • L’1.17 di notte e ho l’urgenza di ascoltare questa canzone
  • La canzone più trascendentale sull’esistenza e I fenomeni percettivi che io abbia mai ascoltato
  • Qualcosa sui nostri ricordi e desideri ma è una vera dichiarazione. Puro amore

“Scratches” (Inside of emptiness 2004)

  • Amo così tanto questa canzone e mi fa rilassare quando sto in ansia o provo panico. Lui è la mia medicina che prendo ogni giorno. Amo John
  • Quando sono molto depressa ascolto questa canzone o quando non sento motivazioni per vivere. In ogni caso, per qualche stramba ragione, questa canzone mi fa rilassare.

Album: Niandra laDes and usually just a t-shirt, 1994

  • Un genio, la parte di piano che inizia a 1.41 ti calma l’anima (My smile is a rifle)
  • Questa musica è così potente. Piena di tristezza; non un qualsiasi tipo di tristezza ma quella tragica. Eppure riesce a toccarti dentro l’anima in un modo che è difficile da trovare e anche parlarne. Probabilmente non solo per me. Il motivo è il suo potere. Grazie JF. Sempre l’unico! (My smile is a rifle)
  • Questa canzone ha i toni più tristi ma, abbastanza follemente, mi fa sentire davvero incredibile (Running away into you)
  • Questa canzone mi fa sentire come se stessi nuotando nella terra (Running away into you)
  • Syd Barrett dal futuro (Running away into you)
  • La musica di Frusciante ti fa sentire cose che non vuoi sentire. Ma in ogni caso va bene. Mi convince che essere folli sia perfettamente giusto. (Running away into you)
  • Questa canzone è spaventosa, terrificante, inquietante e molto snervante. Una specie di soundtrack per il manicomio nella mia testa… L’adoro!!! Lui è un genio. (Running away into you)
  • Ti sembra di stare in un giardino immaginario, completamente fuori di testa e iper-felice (Untitled#6)
  • Questa canzone mi rende felice non so spiegare perché ma ascoltandola mi arriva gioia (Untitled #6)
  • Questa canzone regala alla mia mente sempre un incredibile stato di serenità (Untitled #6)
  • Gronda emozione, è una sorta di sollievo sapere che ho questa musica da ascoltare quando voglio. Sono sempre impaziente di ascoltarla. È veramente terapeutica. (Untitled #8)
  • Decisamente una delle mie canzoni preferite del mio album preferito di tutti I tempi. Non ho mai ascoltato niente di così interessante da essere repulsivo e meraviglioso allo stesso tempo. La gente semplice ascolta musica semplice, la gente complessa ascolta musica complessa (Untitled #8)
  • È bello vedere altre persone che come me amano John. C’è qualcosa in lui e nella sua musica che solo alcune persone riescono a capire. Quelli come noi, che lo amiamo e vediamo che capolavoro è il suo album. (Untitled #9)
  • Dio questa musica mi ha aiutato in ogni cosa che possiate immaginare (Untitled #12)

“Maya”

L’ultimo album pubblicato da John come solista nel 2020 prima di rientrare nei RHCP è Maya, elettronico e strumentale, ma non una novità per chi conosce il desiderio di viaggiare in mille direzioni diverse di John ma riuscendo, chissà come, a far sentire sempre il tocco leggero ma molto potente della sua firma. Nel corso di tutti questi anni John aveva pubblicato già diversi album elettronici, ma con l’alias “Trickfinger”. Maya è il primo album elettronico firmato col suo nome ed è chiamato così in onore della gatta di John, Maya, sua amata e fedele compagna, da poco scomparsa.

Maya, la gatta di John morta da poco

Il brano più famoso è “Brand E” dove le uniche parole che sentirete, all’inizio, sono “Give me a motherfucking break-beat”. Il break-beat descrive dei ritmi di batteria che caratterizzano solo alcuni tipi di musica elettronica, anzi, il break-beat è in totale opposizione al beat sincopato e sempre uguale della musica house o techno. Con queste poche parole John ci indica anche la sua nuova direzione, dove non sarà più autore di lyrics né suonerà la chitarra (cosa che farà comunque con i RHCP in cui è da poco rientrato). La sua musica elettronica è bella ma la sua musica indie mi mancherà tantissimo.

In ogni caso John ha pubblicato così tanti album e canzoni da solista, ma così tanti e quasi tutti a livello magistrale e sempre speciale che, per lenire le nostre anime e curare le ferite della nostra mente avremo musica da ascoltare fino alla fine dei nostri giorni…

John Frusciante bambino

John da bambino con chitarra