Luciano Viti Rock in Camera

Luciano Viti Rpck in Camera Luciano e Jimmy Page a Pistoia blues

Luciano Viti Rock in Camera è un’intervista ad un grande fotografo italiano, specializzato in ritratti di artisti. Nel corso della sua lunga carriera Luciano ha fotografato principalmente rockstar, ma anche attori e registi famosi. I suoi scatti sono bellissimi e la sua carriera è lunga, ricca e articolata. Ha gentilmente accettato di incontrarmi per parlare della sua professione e condividere aneddoti e storie divertenti sulle star del rock e del jazz che ha incontrato, fotografato e a volte frequentato. 

David Bowie by Luciano Viti, 1983

D: Luciano, diventare ritrattista è stata una scelta o un caso?

Luciano Viti: Una scelta e anche una necessità, perché per fotografare un artista hai un tempo ristretto, magari dieci o venti minuti prima che inizi il concerto; il ritratto è la sola possibilità, perché puoi riuscire a farlo in qualsiasi posto e rapidamente. Una delle mie capacità è proprio la sintesi. Velocità e sintesi nel realizzare il lavoro.

Rock in Camera: Keith Richards

D: Parliamo di rockstar. Hai praticamente passato 2 giorni con Keith Richards, me ne parli?

Luciano: Dopo un inizio un po’ turbolento, io e un amico che faceva da tramite siamo andati ad incontrarlo all’Hotel Excelsior. Lui è sceso, ha salutato l’amico e mi ha abbracciato dicendomi “L’altro giorno ti ho trattato un po’ male, scusami!”. Ci ha fatto salire nella sua suite, dove c’era la moglie, poi siamo andati a bere e a mangiare lì vicino. A fine pranzo è arrivato un cameriere col conto, da me e dall’amico comune. Keith stava chiacchierando da un’altra parte del locale, e mi ricordo che il conto era altissimo. Allora mi sono alzato e l’ho pagato, ma avevo solo ventinove anni ed erano tutti i soldi che avevo. Poi Keith è tornato, ha chiesto il conto e si è stupito quando ha saputo che l’avevo pagato io. Mi ha detto “Ma che sei scemo?” Siamo tornati all’albergo e mi ha preso da parte ripetendomi: “Dimmi quanto hai speso che te li rendo” ma io mi vergognavo e proprio non potevo accettare quei soldi. Allora mi ha detto: “Million dollars” e ha fatto il segno di chi soffia qualcosa al vento, come per dire: “Stai tranquillo, per me quella cifra è meno che spiccioli.” Ma io continuavo a non volerli e lui, per ricambiare, mi ha invitato a cena e siamo andati lui, la moglie, io e una ragazza al ristorante. Poi mi ha detto “Vieni domani pomeriggio e mi fai le foto”. Finalmente aveva accettato di farsi fotografare da me. Quando ho iniziato a scattargli foto ero in maglietta, a novembre ma sudavo per l’ansia. Lui mi ha chiesto “Ma perché sudi?” Mi ricordo che ho detto a me stesso: “Se sfochi ‘ste foto sei uno stronzo!” Poi ha suonato qualcosa con la chitarra e alla fine mi ha detto “Grazie per avermi trattato come un amico e non come una rockstar”. Quella è stata la photo session dove mi sono emozionato al massimo, più della session con Jimmy Page, più di quella con Miles. Mi ricordo quel tratto di Via Veneto dove camminavo con Keith e mentre camminavo non toccavo terra, mi sembrava di volare…

Keith Richards, Roma, Hotel Excelsior 1984 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Keith Richards rome Hotel Excelsior

Luciano Viti Rock in Camera: Jimmy Page

D: Jimmy Page a “Pistoia Blues”, da cui anche la foto che hai fatto con lui. Puoi raccontarmi qualcosa su quella session?

Luciano: I Led Zeppelin sono stati il mio gruppo preferito. Quando sono esplosi io avevo 15 anni e quindi era il momento perfetto, me li sognavo la notte. Andai in treno fino a Londra per vederli, all’epoca 52 ore di viaggio dormendo a casa di uno che non conoscevo. Avevo poca attrezzatura fotografica con me. Poi li ho rivisti l’anno dopo a Zurigo e lì li ho fotografati meglio. Loro erano proprio il mio gruppo. Penso sempre che il gruppo migliore in assoluto siano stati i Beatles, hanno quel qualcosa che li rende meglio degli Stones e meglio degli Zeppelin, ma dal punto di vista emotivo i miei preferiti erano gli Zeppelin. A “Pistoia blues”, nel 1984, sono andato come fotografo ufficiale pur pensando che Jimmy Page non si sarebbe presentato. Invece ho fatto bene ad andare perché lui c’era, abbiamo fatto una photo session e l’ho conosciuto. Lui è una persona tranquilla, alla mano. Fra i vari guitar hero lui e Hendrix sono quelli che hanno il rapporto scrittura-chitarra che preferisco. A Pistoia c’era anche Rory Gallagher, che è una persona di una gentilezza ed educazione squisita.

Jimmy Page e Rory Gallagher, Pistoia 1984, by Luciano Viti

Rock in Camera: Miles e Chet

Miles Davis 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera: Miles Davis

D: Fra i tuoi scatti migliori e più famosi c’è Miles Davis. Come hai fatto a catturare la sua anima così bene?

Luciano: Non lo so. Forse quando scatto nemmeno me ne accorgo di quello che faccio. Io so che per fare una bella foto bisogna spingere la propria forza, l’intenzione fino al limite, come correre fino al bordo di un dirupo ma senza cadere di sotto: c’è un attimo in cui rimani sospeso in aria, un po’ come nei cartoni animati, e quello è l’attimo speciale della foto, poi ritorni indietro. Con Miles fin dall’inizio è stato incredibile: il suo impresario gli ha fatto vedere il mio book e lui ha subito accettato di farsi fotografare. Lo shoot è durato poco, a Miles io ho fatto solo 36 scatti. Proprio alla fine, col mio inglese dall’accento romano, gli ho detto: “Put the tongue into the finger”. Lui mi ha guardato come per dire “questo è scemo”, però ha messo la lingua sulle dita! Io ho scattato e gli ho detto “One more”. Lui l’ha rifatto ed è finito il rullo. Per un attimo ho visto nei suoi occhi proprio un “ma che cazzo” ma la sua grandezza è stata di farlo ugualmente, e lì ho capito una cosa: in linea di massima non devi patire la soggezione del grande personaggio, devi essere deciso.

D: Parlando di artisti jazz, che mi dici delle foto che hai scattato a Chet Baker?

Luciano: Andando indietro mi ricordo che nessuno di noi parlò, nessuno disse nulla, forse due parole. Chet era molto fotogenico, nonostante anni e anni di droga; magari dimostrava più dell’età che aveva, ma in foto credo fosse difficile sbagliare con Chet. Sapeva posare, stare davanti alla macchina fotografica, bucava lo schermo, e io ho fatto, come faccio sempre, un lavoro di sintesi.

Chet Baker, Roma 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti: Rock in Camera Chet Baker 1987

Rock in Camera: Frank Zappa

D: Un altro gruppo di foto che hanno avuto gran successo sono quelle che hai fatto a Frank Zappa. Lui, che era sempre molto istrionico, amava essere fotografato: le pose che fa nelle tue foto le ha scelte da solo o le hai scelte te?

Luciano: Le ha scelte lui e io le ho prese al volo, a parte quella con la bacchetta in mano che è stata una mia proposta che lui ha accettato. Prima di fare le foto è venuto il suo assistente, gli ho fatto vedere il mio portfolio e a un certo punto c’era una foto di Greta Scacchi, giovane, bellissima. L’assistente esclama “Greta Scacchi! Wonderful lady!!!” e subito dopo mi dice “ora veniamo, Frank ha detto che ti da 10, 15 minuti”, mentre tutto il Palasport di Roma era pieno e tutti aspettavano che lui iniziasse a suonare. Dopo 5 minuti torna l’assistente con Frank e gli mostra il mio book con la foto di Greta Scacchi. Anche Frank dice “Bellissima, la adoro” e io allora tiro fuori la foto e gliela regalo. Frank prima non voleva ma io ho insistito e lui l’ha presa ringraziandomi. Subito dopo abbiamo fatto le foto e sono venute tutte benissimo.

Frank Zappa 1988 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Frank Zappa

Rock in Camera: Luciano Viti

D: Hai imparato a fotografare in qualche scuola o da qualche maestro?

Luciano: Io sono autodidatta. Ho imparato ad usare le luci guardando i film italiani del neorealismo e quelli americani. Io guardavo quei film e rimanevo a fissare le luci. Ad esempio, le luci del “Terzo uomo” di Carol Reed con la fotografia di Robert Krasker sono molto più che attuali, secondo me appartengono al futuro. Io le guardo, le vedo e posso rifarle, ma nel 1949 era impossibile. Oppure 8 e mezzo di Fellini, con Gianni Di Venanzo, uno dei più grandi direttori della fotografia di sempre, film impossibile anche oggi da rifare. Quindi io ho imparato a ricreare le luci che vedevo nei film, non quelle delle fotografie. Recentemente mi sono rivisto un film con Greta Garbo, meravigliosa, di una bravura pazzesca …

Eic Clapton 1989 by Luciano Viti

Ron Wood e Bo Diddley, 1988 by Luciano Viti

D: L’avresti voluta fotografare?

Luciano: No, io fotografo pochissimo le donne. Ho fotografato attrici, cantanti, modelle ma sto a disagio. Non lo so perché, ho sempre una sorta di timidezza verso la donna, come una forma di delicatezza. Anche alle mie ex fidanzate ho fatto pochissime foto. E in generale non sono uno che va in giro con la macchina fotografica dietro. Io non faccio il fotografo, io sono un fotografo. Quando fotografo non mi accorgo di nulla, potrebbero uccidermi e non me ne renderei conto. Fotografare è l’unica cosa che mi porta via, non c’è niente che amo di più fare, più del sesso, più di qualsiasi altra cosa.

Patti Smith, 1996 by Luciano Viti

Luciano Viti Patti Smith

D: Parlando di fotografi, chi sono i tuoi preferiti?

Luciano: Il mio preferito in assoluto è Pentti Sammallahti, fotografo finlandese meraviglioso che ho conosciuto, fotografato, e penso sia magico. In passato ho amato molto Irving Penn, a cui mi sono ispirato, un grande ritrattista. Uno che mi piaceva molto quando ero ragazzo era Jim Marshall, un grande reportagista del rock, ma che secondo me non sa fare una luce in studio. Lui aveva dalla sua il fatto che faceva proprio parte del mondo rock, soprattutto anni 60, era tossico come tutti gli artisti che fotografava, era amico di tutti, e ad esempio, con nonchalance poteva dire a Janis: “Andiamo in camera tua e facciamo due foto” e lei lo faceva. Alla fine Jim è stato una specie di enciclopedia fotografica del mondo rock di allora e alcune foto sono diventate icone; lui è stato il testimone di un’epoca, senza dubbio.

Ennio Morricone by Luciano Viti

D: Che altri tipi di arte ami?

Luciano: Ovviamente la musica e poi tanti tipi di arte figurativa. Amo molto Pollock, Modigliani, le ceramiche di Picasso, per dirti i primi che mi vengono in mente e già da piccolo rimanevo incantato guardando Nureyev che ballava e restava mezz’ora per aria. Tutti questi grandi artisti, che è come se appartenessero a un’altra specie, sono però ciò che rende l’umanità ancora degna di stare su questo pianeta. Perché gli altri stanno ancora lì a farsi le guerre, mangiati vivi dall’avidità, ladri anche quando sono miliardari. Io non li capisco, proprio non riesco a capirli, ma capisco l’arte.

Mick Jagger, Rotterdam 1982 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Mick Jagger 1982

Mick Taylor, Roma 1997 by Luciano Viti

LucianoViti Rock in Camera: Crosby, Stills & Nash

D: Un altro aneddoto divertente fra i tanti è di qualche anno fa con Crosby Stills e Nash, giusto?

Luciano: Fotografati nel 2013 e non suonavano più insieme da tanto tempo. Quindi, in un camerino allucinante e piccolo dietro al palco fotografo Crosby, poi fotografo Nash mentre Stills dice che lui preferisce non farsi fotografare. Perciò mentre loro suonano io smonto tutto e a metà concerto Stills va dal roadie e gli dice “Dì a quel fotografo che le foto le voglio anch’io”. Allora rimonto tutto, ritiro fuori l’attrezzatura e a fine primo tempo Stills arriva, si asciuga e scopro subito che è diventato un po’ sordo. Dopo qualche scatto arrivano anche gli altri due per fare una foto tutti insieme e dico a Stills “Puoi chiudere le labbra?” e lui ride. Allora Nash gli urla nell’orecchio: “Ti ha detto di chiudere le labbra, non di ridere!”

Crosby, Stills & Nash 2013 by Luciano Viti

Pino Daniele

Pino Daniele Roma Stadio Olimpico 1993 by Luciano Viti

Luciano Viti Pino Daniele

D: So che non ti piace parlare di Pino Daniele, che è stato anche tuo grande amico. Ci provo lo stesso…

Luciano: Non mi va più di parlare di Pino…tutti mi chiedono, domandano… Non mi va più di soddisfare curiosità da pettegolezzo. Per parlare seriamente di Pino, del nostro rapporto, dovrei rivelare intimità profonde, emozioni, storie di vita, complicità che veramente non mi interessa mettere in piazza. Per cui posso solo dire: continuate ad emozionarvi con la sua musica!

D: È giusto ricordare che Luciano Viti ha un archivio di circa 25.000 negativi su Pino Daniele, realizzati tra il 1980 e il 2014, un rapporto pressoché unico nel mondo artistico : un rapporto fatto di profonda amicizia, stima e amore infinito per la musica.

D: Adesso, Luciano, fra i tanti che hai fotografato, io ti dico qualche nome e tu gli abbini un aggettivo, o qualsiasi cosa a cui ti faccia pensare quell’artista, ok?

Steve Ray Vaughan by Luciano Viti

D: Stevie Ray Vaughan  Luciano: Dolcezza

Jorma Kaukonen: Sorridente

Lou Reed: Lontano

Ray Charles by Luciano Viti

Ray Charles: Sorridendo mi ha detto: “Spero proprio che mi hai fatto venire…bello!”

Patti Smith: Sincera

Ian Anderson: Bravo e furbo

Ian Anderson ex Jethro Tull, 1999 by Luciano Viti

Jeff Beck: Chitarra con carburatori Alfa Romeo

Bill Frisell: Minimalista a sei corde

Bill Frisell, Roma 1999 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Bill Frisell

Jackson Browne: Educato

Mick Taylor: Il mistero

B.B.King: Immenso

B.B.King 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera BB King

Eric Clapton: Cream

Ryūichi Sakamoto: “Modello per caso”

Ryūichi Sakamoto by Luciano Viti

Santana: Woodstock

Frank Zappa: Ironico

Al Jarreau: Cordialità in musica

Al Jarreau, 1996 by Luciano Viti

Luciano Viti, grande fotografo e uomo intelligente, simpatico, originale e affascinante.

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Una storia su Chet Baker

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Il titolo “Una storia su Chet Baker” viene da una frase di Bruce Weber, famoso fotografo e regista: “Tutti avevano una storia su Chet, ho voluto fare quel film per avere anch’io la mia storia su di lui…”

In questo articolo c’è la mia storia su Chet Baker, ottenuta grazie ai ricordi di un musicista che ha avuto il privilegio di essergli amico e di suonarci insieme negli anni ’80, quando Chet viveva principalmente in Italia e faceva tour in Europa.

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Perché raccontare un’altra storia su Chet Baker è così importante? Perché Chet non è stato solo il più grande trombettista jazz, insieme a Miles Davis, ma un personaggio che sembrava nato per aderire perfettamente alla leggenda, all’epica, un vero e proprio anti-eroe venuto al mondo per creare musica divina e per pagare, con un forte istinto autodistruttivo, quel talento così speciale e raro che viene donato solo agli artisti eccezionali. Pagare questo dono l’ha portato a scegliere una compagna impegnativa come l’eroina, unica compagna che lui non ha mai abbandonato e da cui non è mai stato abbandonato, per la quale si è cacciato nei guai più volte e, in alcuni casi, molto, molto seriamente, compresa la sua morte.

Chet

Se non avessimo un milione di prove del fatto che Chet sia vissuto realmente, tenderemmo a pensare che sia stato creato da qualche grande scrittore o sceneggiatore americano e magari portato sullo schermo da un attore meraviglioso come Edward Norton o Willem Dafoe. Fin dalle sue prime apparizioni, le storie e le voci su Chet e i suoi miracoli alla tromba hanno iniziato a girare con veemenza: il fotografo Bill Claxton raccontava che Bird, dopo aver ascoltato Chet suonare per la prima volta, chiamò Miles Davis e Dizzie Gillespie per dirgli: “C’è un jazzista bianco qui fuori che vi darà un bel po’ di filo da torcere”. La prima moglie di Chet raccontava che a lui piaceva suonare la tromba sotto alla doccia perché era convinto che il suono ne guadagnasse. Sembra che per calmarsi, almeno una volta Chet si sia fatto Parigi-Roma a piedi. Sam Shepard raccontava di quella volta, a casa di Charlie Mingus, dove aveva incontrato questo strano tipo vestito con pantaloni da cavallerizzo e frustino, senza camicia né altro, e si trattava ovviamente di Chet. All’inizio degli anni ’50 qualcuno gli presentò James Dean, e Chet si limitò a dirgli “Salve” per poi andarsene per la sua strada.

Una storia su Chet Baker: let’s get lost

Bruce Weber ha girato l’unico film documentario su Chet “Let’s get lost” (nomination all’Oscar fra i documentari e Gran Premio della Critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1989) proprio negli ultimi mesi di vita del musicista – con tutte le complicazioni derivate dal riuscire a star dietro a un personaggio che aveva la capacità assoluta di sparire spesso e volentieri. “In qualsiasi momento poteva succedere che si alzasse e se ne andasse, che se la prendesse con qualcuno o che ti desse un pugno, o che invece si sedesse tranquillo e fosse gentile da morire” spiegano i produttori del documentario. La rivista “Entertainment Weekly” scrisse che Weber aveva creato “l’unico documentario che funziona come un romanzo, che ti porta a leggere tra le righe della personalità di Baker, fino a farti toccare la tristezza segreta nel cuore della sua bellezza”.

Una storia su Chet Baker: Let's get lost film by Bruce Weber

Quando vita e arte diventano una cosa sola

Io credo che, come per ogni personaggio mitico o leggendario – poco importa che sia reale come Chet o immaginario come Orfeo – vita e opere si mischiano in qualcosa di indissolubile. Un vero entanglement, se vogliamo usare un termine caro alla fisica. Impossibile parlare della musica di Chet senza parlare della sua vita e viceversa. Ma del resto questo vale per ogni vero artista che abbia abitato il nostro infelice pianeta. Parlando di Poeti, i primi che mi vengono in mente (a cui ne seguono molti altri) sono Sylvia Plath, Emily Dickinson, John Berryman, Dylan Thomas, John Keats, Cesare Pavese, Alda Merini, Majakovskij,  mentre, se penso ai Musicisti, non posso non citare, oltre a Chet, Bird, Billie, Jimi, Jim, Janis, Kurt, Layne, Syd Barrett, Amy, Chester, Scott e tanti, tanti altri che hanno dovuto pagare il loro tributo di sofferenza e sangue alla terribile Euterpe, Musa della poesia lirica e della musica, che mai e poi mai elargirà gratis il suo preziosissimo dono.

La vita nomade di Chet

In questo articolo racconto momenti della vita di Chet Baker in Italia, dalla metà degli anni 70 fino al 1988, quando è morto ad Amsterdam, città che peraltro lui amava moltissimo. La sua è stata una morte violenta ma anche misteriosa e cinematografica proprio come tutta la sua vita, da quando, giovane bellissimo e dotato di talento unico, incantava le platee e seduceva ogni donna con la sua tromba e la sua voce dolce e “leggera come vento” fino al massacro in California quando, spacciatori o strozzini gli hanno spezzato i denti dell’arcata superiore, rendendogli quindi impossibile suonare la tromba. Per tre anni Chet ha lavorato sedici ore al giorno da un benzinaio, per sopravvivere, con grande difficoltà, con indicibile dolore fisico finché è riuscito a farsi “rifare i denti”, col denaro che non aveva (forse regalatogli da un suo fan) ma soprattutto dimostrando di avere una forza di volontà epica nel riuscire di nuovo a suonare la tromba con denti posticci, probabilmente il primo al mondo nel riuscire in quest’impresa.

Una storia su Chet Baker: Chet, 1954, by  Bobby Willough

Per poi ripartire alla grande, con la sua tromba unica, con la sua vita tossica e nomade. Dice ancora Bruce Weber: “Vedi Chet a 24 anni, un giovane musicista che suonava con Charlie Parker, e poi a 58 anni era come se dentro ne avesse ancora 24. Se avessi riunito un mucchio di vecchi musicisti per suonare con lui, se ne sarebbe andato via subito. Non vedeva se stesso come un cinquantottenne rugoso. Si vedeva come uno di quei ragazzi.” Perché lo era, giovane. Il suo spirito era quello di un ragazzo, così come esistono molti ragazzi che hanno uno spirito da anziani. Il nostro spirito invecchia o non invecchia in modo del tutto scollato dalla nostra età anagrafica e spesso le due età non coincidono affatto. Chet era un classico caso di spirito “forever young”.

Una storia su Chet Baker

La persona che molto gentilmente e amichevolmente ha condiviso con me alcuni fra i suoi ricordi preziosi ma anche, parzialmente, dolorosi è stato amico di Chet e ha suonato con lui negli anni 70 e 80. Non vuole essere nominato, visto che si parlerà di musica ma anche, come è ovvio, di eroina. È un musicista e lo chiameremo Marvin.

“Era fine giugno 1977 e Chet Baker aveva preso in gestione per uno o due mesi un locale che io conoscevo, a Roma, si chiamava Music Inn, dove lui aveva già suonato in passato. Una mattina vedo una vecchia macchina lì davanti al Music Inn, lui scende e io lo riconosco – anche perché avevo comprato i suoi dischi recenti dove la sua faccia non era più quella da giovane ragazzino belloccio – e gli chiedo: “Sei Chet Baker?” “Sì sì” fa lui. Allora lo aiuto a portare dentro questo grosso impianto musicale. Poi sono andato tutte le sere ad ascoltarlo: lui suonava in trio con un pianista americano e un contrabbassista di Roma, e lì ci siamo conosciuti. Io dopo una settimana sono partito militare e per un po’ non ho più visto nessuno. Poi l’ho rincontrato negli anni 80 che veniva a suonare a Roma e qualche volta mi ha invitato a suonare con lui, in questo modo: durante i concerti lui mi vedeva mentre stavo fra il pubblico e mi chiedeva se volevo salire a suonare e ovviamente salivo sul palco e suonavo al contrabbasso un paio di brani con lui.

Gli anni ’80, jazz ed eroina

Poi l’ho frequentato anche per altre cose. Nell’83, 84, 85 ci siamo incontrati un sacco di volte. Ci siamo incontrati a Trastevere e io gli ho dato qualche numero di telefono perché lui aveva bisogno di rifornirsi di eroina. Lui andava in giro per le piazze dove finti spacciatori gli prendevano i soldi e sparivano, o comunque gli affibbiavano roba di qualità infima e tagliata in modo pericoloso. Una volta l’ho proprio presentato e accompagnato da uno spacciatore “serio” e quindi, probabilmente, la grande simpatia che è nata fra di noi è dipesa anche dal fatto che io l’ho aiutato in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto e mi ha riconosciuto come una sorta di anima affine. Poi abbiamo inciso un disco con un cantante brasiliano, Ricky Pantoja Lete e Chet ha partecipato; io ho suonato, fra gli altri, in un brano di Pantoja Lete, “Arborway” che è poi diventato uno dei suoi cavalli di battaglia; di questo disco è uscita una versione cantata, in Italia e una versione strumentale in Brasile, ma è uscito anche nel mondo: in Giappone si chiamava “Chet Baker meets Ricky Pantoja” e io ho fatto la base col basso elettrico e stavo in studio quando lui sovraincideva la tromba, così abbiamo passato qualche giorno in studio insieme.

Chet by Bruce Weber

In quel periodo io suonavo in un locale a Trastevere, tutte le sere e Chet spesso veniva a trovarmi e si metteva a improvvisare con la voce. Poi ho suonato con lui per intero in un unico concerto, il 20 marzo 1988, a Bologna, 6 mesi prima della sua morte assurda ad Amsterdam. Avrei certamente potuto suonare molto di più con lui, ma da un certo momento ho voluto stare fuori da quell’ambiente, perché, suonando e andando in giro con Chet, eri per forza coinvolto nell’eroina. Dopo il concerto di Bologna uno che suonava con lui mi disse “Domani andiamo a Verona e compriamo una bella quantità di roba”: in quegli anni Verona era uno dei punti più famosi per lo spaccio d’eroina in Italia, e quindi, se solo ti sapevi muovere, trovavi ottima qualità e ottimi prezzi. Io, invece, decisi di tornare a Roma. Gli anni 80, qui in Europa e particolarmente in Italia, erano così. Visto che io, dopo un primo periodo, ho fatto in modo di non toccare più eroina, non volevo restare coinvolto in cose che invece cercavo di evitare. Nel mondo del jazz, all’epoca, si facevano proprio in tanti d’eroina; gli americani venivano a lavorare in Europa perché qui erano meno perseguitati che negli Stati Uniti e facevano la spola fra Parigi, Amsterdam, Berlino, Italia; ci sono un sacco di nomi famosi, fra i jazzisti che all’epoca erano eroinomani ma voglio solo nominare un italiano, Massimo Urbani, grande sassofonista, persona bellissima con cui ho suonato molto e che è morto d’overdose.

Aneddoti

Fra gli aneddoti curiosi dell’epoca c’era questa cosa di chiamarsi “man”. Quando dicevi lui è man, significava uno del giro, uno che ha a che fare con la roba. Ed era proprio un appellativo legato esclusivamente ai musicisti jazz che facevano uso d’eroina.

Chet era come se avesse un gemello o un doppleganger: lo vedevi la sera a Trastevere che sembrava un cane randagio, poi il giorno dopo partiva e andava a suonare in un festival importantissimo con un aspetto meraviglioso. Una volta, che dovevamo suonare insieme a Nostra Signora dei Turchi, in Puglia, noi arrivammo e lui sparì. Non venne proprio, ed era famoso per sparire, non presentarsi anche ad appuntamenti importanti perché era sempre condizionato dall’approvvigionamento di eroina.

Di donne ufficiali ne ha cambiate molte: i primi anni stava con una newyorkese figlia di persone ricche e anche lei cantava e si chiamava Ruth Young; poi si lasciarono e si mise con una sassofonista che però lo teneva sotto controllo. Una volta andai in albergo a salutarlo e lei arrivò sospettosa, dicendo “No stuff, smoking ok”. In pratica: niente roba, ma se vogliamo farci una canna va bene.

Una storia su Chet Baker: my foolish shit

Molti l’hanno odiato, anche se adesso non hanno il coraggio di dire niente contro di lui. Ormai è leggenda e nessuno ha il coraggio di andare contro una leggenda. Bisogna anche considerare che molti di quelli della sua età erano bacchettoni, lo vedevano come una specie d’alieno, non riuscivano a rapportarcisi, e anche il fatto che invece fosse così bravo e dotato magari li infastidiva. Lui era uno che ne aveva fatte di cotte e di crude, non potevi paragonarlo a un musicista che lavorava all’orchestra della Rai e poi la sera andava a suonare jazz tanto per fare qualcosa di diverso. Chet era un personaggio enorme, il più grande trombettista jazz mai esistito, insieme a Miles Davis. E poi aveva una musicalità pazzesca, che ti trasmetteva ascoltandolo ma suonandoci insieme anche di più, perché era come se la musica lo attraversasse, letteralmente. Era nato in Oklahoma, ma in parte era di origini native americane, e forse da lì veniva la sua magia. Piccolo, magrolino ma forte, sapeva arrampicarsi come una scimmia e amava farlo, e poi era nomade nell’anima, un vero viaggiatore. Negli ultimi tempi si era comprato un’Alfa Romeo Spider di cui era molto fiero e ci viaggiava in giro per l’Europa.

Con me è sempre stato gentile, simpatico, non mi ha mai fatto nulla di negativo, c’è sempre stato, fra di noi, un rapporto fra persone che si capiscono. Io ho sempre provato una grande attrazione verso di lui, era come una calamita. Non mi ha mai deluso. Avrà sicuramente deluso altri, ma con me è stato sempre corretto. Era molto serio nella musica. So per certo che mi stimava. Quando suonammo a Bologna, dopo un assolo di contrabbasso lui si girò e mi fece un sorriso, che era per lui una cosa molto rara, anche perché quando i suoi musicisti suonavano male lui invece si incazzava e li maltrattava. In un’occasione, a un musicista che, secondo Chet, aveva fatto una brutta performance durante “My foolish heart” disse, dopo il concerto “Questo non era my foolish heart, questo era my foolish shit”.

Chet Baker era introverso, per niente chiacchierone, e quando stava sul palco, poteva essere fatto oppure no, ma aveva sempre il controllo di tutta la musica che suonava lui e, la maggior parte delle volte, anche della musica suonata dagli altri del gruppo. Sul palco era un po’ come un lupo alpha, un leader assoluto, perfettamente in grado di condurre il branco alla mèta”

Portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy

In un articolo a firma Stefano Marzorati ho letto una frase bellissima:

“Baker aveva negli occhi un non-so-che da cowboy, uno sguardo sempre un po’ fuori fuoco, portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy, non suonava ma la sorseggiava.”

Di sicuro Chet Baker era uno su un miliardo. Il tipo che ti spezza il cuore. Era un combattente, forte come pochi. La tristezza segreta nel cuore della sua bellezza è sempre stata il motore della sua esistenza. Ciò che l’ha reso leggenda, insieme alla sua tromba sorseggiata. Il motivo per cui tutti noi lo ameremo per sempre.

Chet Baker 1986 by John Claridge

Questa foto è un ritratto fatto da John Claridge nel 1986. John Claridge: “Mentre fotografavo Chet gli dissi – ehi, mi ricordo un tuo EP che comprai, si chiamava Winter Wonderland e c’era Russ Freeman al piano. Chet disse Sì, nel 1953. Poi smise di parlare e rimase così, forse a fissare il tempo passato. In quel preciso momento io scattai questa foto”. Ecco un’altra storia su Chet Baker…

Con enorme gratitudine ringrazio “Marvin”, persona bella e rara, ottimo musicista, per i ricordi che ha voluto condividere con me

Mondo reale e mondo distopico a confronto

“Non amo molto la vita. A meno che lottare continuamente contro i mulini a vento non significhi amare la vita.”

Yukio Mishima

Da dove parte “Mondo reale e mondo distopico a confronto”? Rileggendo Brave New World dopo anni e anni, ho scoperto che, in realtà, il mondo terrificante ipotizzato da Huxley è un’isola felice se lo compariamo al nostro mondo di oggi, Anno Domini 2021. Rileggere da adulti libri che avevi letto da ragazza/o è appassionante: a volte scopri che quello che ti sembrava un capolavoro si è trasformato in un libretto, a volte scopri il contrario, oppure, come in questo caso, ti rendi conto che i tasselli del mosaico sono aumentati e la tua visione è più chiara, quindi diversa. Non è mai, comunque, il tempo che passa ad aver cambiato la tua visione perché il tempo non passa. Siamo noi a passare. O forse, come scrisse Phlip K.Dick in uno dei suoi discorsi geniali nel 1978 “Il tempo fugge. Verso dove? Forse duemila anni fa ci è stato rivelato. O forse non era così tanto tempo fa: forse è solo un’illusione che sia passato tanto. Forse è stato una settimana fa, o addirittura oggi stesso, poco fa. Forse il tempo non sta solo fuggendo: sta finendo.”

Mondo reale e mondo distopico a confronto: Philip K.Dick
Philip K.Dick

Brave new world versus mondo reale

In che modo, dunque, il nostro mondo attuale si rivela peggiore del mondo creato da Aldous Huxley? Per chi non avesse letto Brave new world, cercherò di riassumere: nel nuovo mondo di Huxley non esiste famiglia né innamoramento e c’è un sistema di caste molto rigido, sistema di caste che è sostanzialmente uguale a quello del mondo reale in cui viviamo. Le caste di Huxley, però, non tramandano, come nella realtà, soldi, privilegi o povertà di padre in figlio, ma i bambini vengono scelti, casualmente, fin da quando sono embrioni e subito condizionati a diventare un tutt’uno con la casta a cui dovranno appartenere.

Aldous Huxley

“Noi, inoltre, li predestiniamo e li condizioniamo. Travasiamo i nostri bambini sotto forma d’esseri viventi socializzati, come tipi Alfa o Epsilon, come futuri vuotatori di fogne o futuri…” Stava per dire: futuri Governatori Mondiali, ma correggendosi disse invece: “futuri Direttori di Incubatori”… Il tutto, però, con una notevole attenzione alla serenità, se non alla felicità, delle creature umane che andavano a costruire: la frescura era indissolubilmente unita al disagio, sotto forma di Raggi X non attenuati. Quando giungeva il momento del travasamento, gli embrioni avevano un vero orrore per il freddo. Erano predestinati ad emigrare ai tropici, ad essere minatori e filatori di seta all’acetato e operai metallurgici. Più tardi si farebbe in modo che la loro mente confermasse il giudizio del loro corpo. “Noi li mettiamo nella condizione di star bene al caldo” concluse Foster “i nostri colleghi di sopra insegneranno loro ad amarlo.” “E questo” aggiunse il Direttore sentenziosamente “questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale.

Ma il condizionamento senza parole è rude e grossolano; non può mettere in rilievo le distinzioni più sottili; ma può inculcare i modi di comportamento più complessi. Per questo sono necessarie le parole, ma parole senza ragionamento. Vale a dire, l’ipnopedia: la massima forza moralizzatrice e socializzatrice che sia mai esistita.”

L’ipnopedia non è altro che una sorta di condizionamento che avviene durante il sonno dei bambini: le stesse frasi vengono ripetute costantemente, come un mantra, e notte dopo notte entrano nei circuiti del corpo umano e prendono spazio nelle menti dei bambini. Questo condizionamento fa sì che non ci siano caste che invidiano i privilegi altrui o che cerchino di ribaltare il sistema. I bisogni materiali di tutti sono soddisfatti e tutti sono indispensabili alla società. I libri e la cultura sono stati aboliti, così come la storia o la filosofia. La religione, invece, ha sempre una sua funzione: a Dio hanno dato un altro nome, Ford, ma per il resto viene citato in modo non troppo dissimile ma dandogli decisamente meno importanza. Al contrario del mondo di Orwell, dove il sesso è proibito, nel nuovo mondo di Huxley invece il sesso è fortemente praticato, anche se mai in forma romantica: non ci sono coppie, né innamorati e il sesso è una specie di sport molto divertente, dove tutti si sentono liberi e libere di farlo con chiunque trovino attraente.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: vecchiaia e malattie

Mondo reale e mondo distopico a confronto

In cosa invece il mondo di Huxley è uguale al nostro? Nel consumismo sfrenato che lo caratterizza. Una delle tipiche frasi che vengono ripetute ai bambini nell’ipnopedia è “Meglio buttare che aggiustare. Più sono i rammendi e minore è il benessere; più sono i rammendi e minore è il benessere” che significa che tutti, uomini e donne, saranno costretti a consumare almeno un tot per anno, nell’interesse dell’industria.

L’altra grande differenza fra il mondo di Huxley e quello reale è l’eliminazione di malattie e vecchiaia: tutti restano giovani come se avessero vent’anni, ma, allo stesso tempo, tutti devono morire allo scadere del sessantesimo anno, o poco di più nei casi di personaggi importanti. Lo stato fornisce una morte indolore e meravigliosa, permettendo alla gente di scivolare nel sonno eterno senza dolore né ansia.

«Lavoro, gioco: a sessant’anni le nostre forze e i nostri gusti sono com’erano a diciassette. I vecchi, nei brutti tempi antichi, usavano rinunciare, ritirarsi, darsi alla religione, passare il loro tempo a leggere, a meditare… meditare!»

«Ora – questo è il progresso – i vecchi lavorano, i vecchi hanno rapporti sessuali, i vecchi non hanno un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare…”

Due dei protagonisti provano sgomento quando incontrano per la prima volta una persona vecchia:

«Che cos’ha?» chiese Lenina. I suoi occhi erano spalancati per l’orrore e lo stupore. «È vecchio, quest’è quanto» rispose Bernardo con tutta l’indifferenza di cui era capace. Anche lui era turbato; ma fece uno sforzo per non apparire colpito. «Vecchio?» ripeté lei. «Ma anche il Direttore è vecchio, tante altre persone son vecchie; ma non sono così.» «Perché non permettiamo loro di diventare così. Li preserviamo dalle malattie. Manteniamo bilanciate artificialmente le loro secrezioni interne, nell’equilibrio della giovinezza. Non permettiamo che la loro dose di magnesio e di calcio discenda al di sotto di ciò che era a trent’anni. Li sottoponiamo a trasfusioni di sangue giovane. Manteniamo il loro metabolismo frequentemente stimolato. Così, naturalmente, non hanno quest’aspetto. In parte» aggiunse «perché la maggioranza d’essi muoiono molto tempo prima d’aver raggiunta l’età di questo vecchio. La gioventù quasi intatta fino a sessant’anni, e poi, crack, la fine.”

In questo il Brave new world è l’esatto contrario del mondo reale, dove l’età media è sempre più alta ma, allo stesso tempo, aumentano le malattie e i tormenti della vecchiaia e la morte, spesso, avviene in seguito a qualche malattia terribile, dopo mesi o anni di sofferenza.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: la droga perfetta

Mondo reale e mondo distopico a confronto
Mondo reale e mondo distopico a confronto

Ma quello che rende insuperabile il mondo di Huxley è la creazione della “droga perfetta” detta soma, termine mutuato dalla bevanda degli dei nel RgVeda, usata anche per praticare sacrifici: “Noi abbiamo bevuto il Soma e siamo divenuti immortali. Noi abbiamo raggiunto la luce, abbiamo incontrato gli Dei. Che cosa può fare a noi la malvagità dell’uomo mortale o la sua malevolenza, o Immortale?” (RgVeda, VIII-48,3)

Perché il soma, nel Brave new world è considerata “la droga perfetta”? Ecco come la descrivono, nel libro:

«Euforica, narcotica, gradevolmente allucinante.» «Tutti i vantaggi del Cristianesimo e dell’alcool; nessuno dei difetti.» «Potete offrirvi un’evasione fuori della realtà quando volete e ritornate senza neanche un mal di capo o una mitologia.»

O, più nello specifico: “nessuno ha un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare; o se per qualche disgraziata evenienza un crepaccio s’apre nella solida sostanza delle loro distrazioni, c’è sempre il “soma”, il delizioso “soma”, mezzo grammo per un riposo di mezza giornata, un grammo per una giornata di vacanza, due grammi per un’escursione nel fantasmagorico Oriente, tre per una oscura eternità nella luna.”

Alla fine, anche il mondo di Huxley sicuramente molto  organizzato e più piacevole rispetto al nostro, solido, stabile, milioni di volte meno ansiogeno, senza guerre né rivoluzioni, dove ognuno è stato condizionato per amare quello che fa e quello che è, dove non esistono malattie né pandemie, dove la specie umana non aumenta esponenzialmente e non esiste l’inquinamento, alla fine, anche questo mondo, per restare in piedi ha bisogno di qualcosa in grado di calmare le menti e di permetterci di fuggire in una dimensione immaginaria: una droga, insomma. E la cosa più interessante è che tutti, nel mondo di Huxley, hanno bisogno di soma, dagli Epsilon definiti “quasi aborti” agli evoluti Alpha plus. Un po’ come riconoscere che noi umani siamo tutti molto diversi l’uno dall’altro, tranne che per un piccolo particolare: l’incapacità di controllare la nostra parte emotiva e l’estrema difficoltà nel maneggiare la nostra mente, che sia una mente stupida o una mente brillante.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché scegliere il mondo distopico

Fin qui se dovessi scegliere fra il nostro mondo attuale e il Brave new world di Huxley sceglierei di corsa il secondo. Prima di tutto Huxley ci libera dalla famiglia e dalla “coppia”, entrambe alla base della maggior parte delle nostre infelicità, delle nostre frustrazioni, dei disastri della società. Poi elimina la monogamia, grande ipocrisia della nostra società: il sesso diventa finalmente un piacere, da fare con chi vogliamo e per quanto tempo vogliamo, senza false promesse di fedeltà e di amore eterno. Poi ci regala una vita in cui restiamo giovani fino all’ultimo, senza malattie e senza vecchiaia, ma con un unico piccolo prezzo da pagare: a sessanta anni moriremo, senza soffrire, come un appuntamento che conosciamo da tempo ma che non temiamo. Le suddivisioni in ricchi, poveri, lavoratori di fatica e gente che praticamente non fa un cazzo esisterà ancora – impossibile eliminarla in un regime capitalista – ma non dipenderà dall’appartenenza a famiglie potenti o, al contrario, a famiglie di poveracci, bensì solo al caso, e il condizionamento farà sì che tutti siano fieri di appartenere alla casta cui appartengono senza sentirsi né sfruttati né privilegiati.

Il Soma

Mondo reale e mondo distopico a confronto: il soma, la droga perfetta di Huxley

Infine, come una gigantesca ciliegina sulla torta, Huxley ci regala il soma. Una droga legale, addirittura distribuita dallo Stato, ma che soprattutto non crea effetti collaterali: niente vomito, mal di testa, overdose, viaggi all’inferno. Ogni serata, o pomeriggio, o nottata trascorso col soma sarà come un sonno di bellezza: torneremo a “casa” riposati, rinfrancati, sereni e col fisico in gran forma. Certo, come possiamo vedere dal personaggio di Lenina, la giovane e bellissima ragazza Alpha, a forza di usare il soma ne vogliamo di più e poi di più e ad ogni minimo intoppo o piccolo incidente che la vita ci presenta ricorriamo subito al soma; ma del resto, per quanto possa essere una droga perfetta, il soma è pur sempre una droga, e quindi si comporta come una droga. Non si può chiedere l’impossibile.

Ma, per quanto mi riguarda, il soma da solo già basterebbe per scegliere il Brave new world rispetto al nostro mondo attuale. In fondo il Brave new world di Huxley è una via di mezzo fra Matrix ed una Spa da Vip, dove, insieme a massaggi e bagni in piscina ci sono, a disposizione, tutti i nuovi ritrovati della chimica per sentirsi alla grande. Il nostro mondo reale, invece, è sempre più disperato, senza vie d’uscita che non siano solo momentanee, costose, illegali e molto tossiche per l’organismo umano.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché non scegliere il mondo distopico

E quindi, cosa c’è nel mondo di Huxley che non va bene? O meglio, che cosa manca al mondo di Huxley? Al mondo di Huxley, molto banalmente, manca la cultura. Manca la cultura e manca l’arte, per scelta dei leader del nuovo mondo. È esplicativo il dialogo fra il leader massimo, il Governatore Mustafà Mond e il ragazzo detto “il Selvaggio” perché vissuto, fin da piccolissimo, nell’ultima riserva abitata da indios che non si sono voluti uniformare al nuovo modo di vivere. In questa riserva la gente vive in coppia, i bambini vengono cresciuti dai genitori e, di tanto in tanto, è ancora possibile trovare libri antichi che sono sfuggiti alla distruzione. Il Selvaggio, ad esempio, è riuscito a trovare un volume con tutte le opere di Shakespeare, e la vita, ormai, ha per lui un senso solo in un’ottica shakespeariana.

 «Perché il nostro mondo non è il mondo di “Otello”. Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il “soma”… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio.

“Libertà”!» si mise a ridere. «V’aspettate che i Delta sappiano che cos’è la libertà! Ed ora vi aspettate che capiscano “Otello”! Povero ragazzone!»

Il Selvaggio restò un momento in silenzio. «Nonostante tutto» insistette ostinato «”Otello” è una bella cosa, “Otello” vale più dei film odorosi».

«Certo,» ammise il Governatore «ma questo è il prezzo con cui dobbiamo pagare la stabilità. Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte.

Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.»

«Ma non significano nulla.»

«Hanno un senso loro proprio. Rappresentano una quantità di sensazioni gradevoli per il pubblico.»

«Ma sono… sono raccontati da un idiota.»

Il Governatore rise.

«Ha ragione lui» disse Helmholtz, triste. «Infatti è idiota. Scrivere quando non si ha nulla da dire…»

«Precisamente. Ma ciò richiede la massima abilità. Si fabbricano le macchine col minimo assoluto di acciaio, e le opere d’arte praticamente con nient’altro che la sensazione pura.»

Quanto sono pericolose arte e cultura?

Yukio Mishima, Tokyo, 1970

Questo, a mio parere, è il punto focale del libro e della questione. La vera arte, la grande arte, la cultura sono quanto di più pericoloso possa esistere nei confronti dello status quo. L’unico vero nemico, il più minaccioso. E questo lo vediamo bene anche nel nostro mondo reale, dove la cultura, piano piano, è stata sostituita, in ogni campo, da una sottocultura insopportabilmente becera. Perché l’arte, come dice il Governatore, uccide la stabilità, ma è anche nemica della felicità. O almeno, considerando la felicità come un punto impossibile da raggiungere in mezzo a qualche Galassia lontana, in un mondo privo di cultura possiamo autoconvincerci di avere quel punto in tasca, sebbene sia così distante; in un mondo infestato dalla cultura, invece, non possiamo che arrivare alla consapevolezza che quel punto felice resterà sempre laggiù, dove non saremo mai in grado di raggiungerlo.

La cultura dunque serve a creare conoscenza, ma la conoscenza ci rende infelici. Mishima dice, in un articolo del 1970: “In questi venticinque anni la conoscenza non mi ha procurato che infelicità. Tutte le mie gioie sono scaturite da un’altra sorgente – ed aggiunge – in questi venticinque anni ho perso ad una ad una tutte le mie speranze, ed ora che mi sembra di scorgere la fine del mio viaggio, sono stupito dall’immenso sperpero di energie che ho dedicato a speranze del tutto vuote e volgari.”

Io concordo con ogni parola di Mishima, non solo perché lo amo come scrittore e come uomo, ma forse perché sono nichilista quasi quanto lo è stato lui. Nonostante ciò, o forse, proprio per questo, continuo a scegliere il nostro vero mondo orribile, dove regna la diseguaglianza, la guerra, la miseria, il massacro, la malattia, la vecchiaia, al mondo distopico di Huxley, dove tutti questi orrori sono inesistenti. Perché un mondo senza cultura, senza arte, senza conoscenza, non mi interessa viverlo. Per quanta infelicità tutto questo mi possa portare.

Una sola poesia di Sylvia Plath, una sola opera di Eliot, un solo romanzo di Mishima, un solo quadro di Caravaggio, un singolo assolo di di John Frusciante porteranno nella mia vita bellezza, verità, fuoco, energia, significato. Se assieme a tutto questo arriverà anche l’infelicità, e so bene che sarà così, sono pronta a farmene carico.

Social Media e the Magic of Maybe

“Il Forse dà dipendenza più di ogni altra cosa.” Dr Robert Sapolsky, Stanford University, CA

Questo articolo su Social Media e the Magic of Maybe parte da una teoria e conferenza di uno scienziato, il Dr Robert Sapolsky, biologo, primatologo e professore all’Università di Stanford, CA. Sapolsky, di base espone già da una sola potente frase la sua teoria lucida e geniale:

“La dopamina non riguarda il piacere. Riguarda l’anticipazione del piacere. Riguarda la ricerca della felicità più che la felicità stessa.”

Social Media e the Magic of Maybe: il biologo Robert Sapolsky, Stanford University
Robert Sapolsky, biologo e primatologo, Stanford University

Dopamina e “soddisfazione istantanea”

Per iniziare: cosa è la dopamina e cosa la “soddisfazione istantanea”?

La dopamina è un neurotrasmettitore endogeno che troviamo in varie parti del nostro cervello ed è fondamentale per ogni funzione cerebrale, incluso il pensiero, il movimento, il sonno, l’umore, l’attenzione, la motivazione, la ricerca e la gratificazione. Aumenta il tuo livello generale di eccitazione e il comportamento finalizzato al raggiungimento di obiettivi a lungo termine.

Social Media e Magic of Maybe: Dopamina e Serotonina

Ma, dal momento che la dopamina può indurre il desiderio di ricerca e ricompensa, ecco come e dove si inserisce il concetto di “soddisfazione istantanea”.

La “soddisfazione istantanea” è l’immediato raggiungimento di gratificazione e felicità. È un modo di sperimentare il piacere e l’appagamento senza ritardi, senza bisogno di pazientare, fornendoci un picco di dopamina senza sforzo né autodisciplina. Esattamente come una qualsiasi droga, con la differenza che questa droga non è solo legale, ma addirittura spinta da tutti i governi del pianeta. È vero che si nasce dipendenti, da cibo e acqua, per iniziare, e si continua con la dipendenza da tutto ciò che ci richiedono in modo continuo e molesto corpo e mente (intesa come neurochimica del cervello), ma ci sono dipendenze più dannose di altre, e questa credo lo sia molto.

Con Internet e i Social, la soddisfazione istantanea del tuo desiderio di ricerca è disponibile già con un click. Puoi parlare con qualcuno solo mandandogli un messaggio e forse ti risponderà in pochi secondi. Tutte le informazioni che puoi volere sono disponibili subito cercandole su Google.

Social Media e Magic of Maybe: tutto questo come influenza la società?

Gli utenti provano un falso senso di appagamento. La gente ama la vibrazione dei loro cellulari che annuncia una nuova notifica, proprio perché non è prevedibile; nessuno sa esattamente quando e da chi arriverà una notifica.

Ecco perché Sapolsky parla di “Magic of Maybe”, la magia del forse: quando guardi il tuo cellulare forse c’è un messaggio o forse no. Quando vai su Facebook forse c’è una notifica, un commento, anche solo uno stupido like, oppure no. Quando notifica, feedback o like appaiono tu avrai un notevole picco di dopamina.

Ma quella sensazione di piacere scompare con la stessa rapidità con cui è arrivata. Purtroppo è facile ritrovarsi in un loop indotto di dopamina. La dopamina inizia con la tua ricerca, il tuo commento, il tuo interagire, che poi verranno premiati da risposte e like e, di conseguenza, sarai indotto a cercare e interagire ancora. Diventerà sempre più difficile smettere di mandare messaggi o di guardare il cellulare per vedere se hai nuove notifiche.

Tutto questo ha rappresentato l’apice per il successo di Facebook e degli altri Social. È anche grazie a questo che i Social Media hanno miliardi di utenti. Nel 2015 c’era un numero stimato di 2 miliardi di utenti nel mondo. In sei anni il numero è cresciuto vertiginosamente, ma soprattutto sono cresciute le ore che la gente passa sui Social Media, per non parlare della pandemia che, con le nuove regole del distanziamento e coprifuoco ha reso i Social l’unica forma di “socialità” al di fuori della famiglia per la stragrande maggioranza della gente. Se non sembrasse fantascienza (ma io amo la fantascienza) ci sarebbe da pensare che i proprietari di Internet, che oggi sono anche proprietari del mondo insieme a Big Pharma e alle lobbies delle armi e del cemento, siano stati proprio coloro che hanno spinto l’avvento del Brave New World pandemico.

Social Media e Magic of Maybe: I topi di Kent Berridge

Social Media e the Magic of Maybe: topi in laboratorio
Social Media e the Magic of Maybe: topi in laboratorio

Ci sono quindi molte persone totalmente dipendenti da questo loop indotto di dopamina ma non lo sanno.

L’effetto è semplice: uccide i desideri nelle persone, la motivazione e i comportamenti indirizzati al raggiungimento di obiettivi. I ricercatori citano, a questo proposito, un esperimento fatto sui topi da uno scienziato, Kent Berridge. Cosa è successo quando nei topi sono stati distrutti i neuroni della dopamina? I topi potevano ancora camminare, mordere, ingoiare. Ma avevano perso la loro aspettativa di desiderare cibo, e quindi sono tutti morti di fame. Non mangiavano niente anche se il cibo era lì, sotto ai loro nasi.

Per quanto riguarda noi umani, perché mai dovremmo essere motivati per raggiungere un obiettivo a lungo termine quando possiamo ottenere lo stesso senso di appagamento da un qualsiasi device, in pochi attimi, senza alzarci dalla sedia?

Il Magic of Maybe non è così magico, o forse sì?

Ovviamente, come in tutte le dipendenze, la possibilità di cambiare sta in noi. Possiamo cambiare il rapporto col nostro ICT (acronimo per Information and Communication Technologies), ovvero tutte le tecnologie che riguardano sistemi integrati di telecomunicazione, computer, smartphone, audio-video, software relativi, e tutto ciò che permette agli utenti di creare, scaricare e condividere informazioni. Possiamo pensarci due volte prima di correre su Facebook o Whatsapp. La scelta sta a noi: potremmo ritagliarci nuove abitudini, cambiare la nostra vita o continuare ad essere topi domestici nella gabbia dell’élite.

Non tutto è a distanza di un click o un tap. Immagino che la soddisfazione finale ottenuta grazie a duro lavoro, pazienza e stabilità sia qualcosa di molto più potente e duraturo di qualsiasi piccola stupida gioia ci possa regalare uno schermo. Ma lo immagino soltanto e, al momento – in modo del tutto alieno inteso come poco umano – sono immune al fascino del rewarding, che sia a lungo termine o immediato.

Ma certo, se vivere ha a che fare col concetto di viaggio, che divertimento ci darebbe mai un viaggio vissuto tramite lo schermo di un device? Eppure qualcosa mi dice che il “Magic of Maybe” è qualcosa a cui solo pochi siano pronti a rinunciare, e se lo facessero si trasformerebbero probabilmente in topi zombie.

Bene, se le cose, come credo, stanno così, alla prossima disinfestazione ricordatevi almeno dei topi, nostri compagni e fratelli in gabbia (e non per loro scelta). Un giorno i nostri padroni potrebbero disinfestare anche tutti noi, o forse lo stanno già facendo.

Sapolsky su Dopamina, Piacere e Social: dura forse 7 minuti, dovreste ascoltarlo

A mio figlio per i suoi 27 anni

Oggi, 7 gennaio 2021, mio figlio Emiliano compie 27 anni e visto che il regalo comprato per lui è in viaggio dalla lontana Hong Kong da circa due mesi (e io inizio a pensare che abbia fatto la stessa fine del Pequod) decido quindi di regalargli un articolo sulle gioie della maternità…

Emiliano 2010

La nascita.

Era una cazzo di notte buia e tempestosa, ma soprattutto gelida, ed ero grassa come due vacche unite in entanglement ma soprattutto stanca e volevo tanto andare a dormire, quando le acque, intorno alle 11 di sera, hanno deciso di rompersi.

“Che palle!” ho pensato e ho chiamato il ginecologo.

“Sarà più o meno di un bicchiere d’acqua?” mi domanda lui.

“Non lo so – gli rispondo – l’acqua è tutta nelle mutande e nei jeans da trippona, come potrei riuscire a misurarla, secondo te?”

“Vabbè, allora aspetta un po’, se esce altra acqua vai al Policlinico e ti fai ricoverare.” “E tu? Arrivi presto?” gli chiedo con ansia, e lui “Sì sì, tranquilla”. Praticamente in una botte di ferro.

Emiliano e Kimberly, 2009
Emiliano e Claudia, 2009

Mi addormento sul divano e mi sveglio alle 3 di notte in un lago.

“Cazzo! Cazzo! Cazzo! – mi lamento – dai, muoviti, devo andare a quel maledetto Policlinico” butto giù dal letto il padre di mio figlio che mi accompagna, abbandona all’ospedale e poi, già che è sveglio, se ne va in giro per Roma, senza una preoccupazione al mondo.

Le portantine come mi vedono pensano “Ecco la rompicoglioni che ci sveglia in piena notte” e forse me lo dicono anche, ma quando spiego loro che sto nuotando per non affogare nelle mie stesse acque, telefonano al piano di sopra, dicendo testualmente:

“Aho’, manna quarcuno che qui ce stà un sacco rotto.”

Il sacco rotto, cioè io, viene visitato da una ginecologa che avrà forse 13 anni, quindi vengo redirected verso l’allegro piano superiore, dove passo attraverso la stanza più terrificante che abbia mai visto in tutta la mia vita: la sala parto! The horror, the horror: c’è un’americana sdraiata sul letto che urla come la ragazzina dell’esorcista ma con accento californiano:

“Bastaaaaaa! Voglio tornari casaaaaa! Voglio tornari dietroooo!” e accanto a lei, tipo carabinieri, due infermiere. Una, quella che – lo giuro – sta lavorando a maglia, con calma estrema le dice “Eh no, ‘n se po’ torna’ ‘ndietro, fja bella”.

Emiliano al Tasso, 2010

Proseguo il cammino e arrivo alla sala monitoraggio, non prima di essere stata tosata come se fossi una pecora. Mi lasciano libera per qualche minuto e subito ne approfitto per fare amicizia con una tipa che ha appena abortito. Mi chiede se vado con lei in bagno a fumare una sigaretta e io accetto con gioia, ma mentre sto per andare un’infermiera mi acchiappa per il braccio, proprio dicendo:

“Ma ‘ndo vai?”

Emiliano a 4 anni.

L’estate la passa principalmente dalla nonna a Lavinio, e nella villetta accanto c’è un bambino con cui gioca. La madre del bambino, Giovanna, non è troppo simpatica: il genere bionda tanto perbene, voglio ma non posso o forse posso solo un po’. La sera lo vado a prendere, ed entro in casa loro appena in tempo per sentire l’amichetto di mio figlio che grida:

“Mamma! Emiliano mi ha detto vaffanculo!”

E Giovanna, la mamma del bambino:

“Ma Emiliano, chi è che ti ha insegnato queste brutte parole?”

Emiliano mi guarda per un attimo, quindi spalanca gli occhioni verdi e dice a Giovanna:

“Mamma, me l’ha insegnato mamma…”

Giovanna mi guarda e fa: “Ahahahah”. Io le rispondo: “Ahahahahah.”

Emiliano e Kimberley a Oslo, 2011

Emiliano a 8 anni.

Siamo in montagna, a Sestriere. Dopo aver sciato ci buttiamo sulla neve, aspettando che il papà di Emiliano ci porti da mangiare. Si avvicina un ragazzo, carino, e mi chiede una sigaretta. Gliela passo e si siede vicino a me. Inizia a chiacchierare, ma dopo un minuto Emiliano dice:

“Ma tu lo sai che mia madre è una vecchia?” Io rido e scuoto la testa, come per dire “non è vero, dai, è evidente che non sono una vecchia” e il ragazzo continua a chiacchierare.

Emiliano e gli Scarecrows, 2012
Emiliano e Axl, Roma 2012

Dopo altri due minuti riecco Emiliano:

“Ma tu lo sai che a mia madre puzzano le ascelle?”

Ecco, di fronte a questo che puoi fare? Non mi puzzano le ascelle, ma se dico che non è vero è peggio, diventa “excusatio non petita, accusatio manifesta” e quindi sorrido e spalanco le braccia, come per dire al ragazzo “Guarda, è meglio se te ne vai, perché lui non smetterà!”

Emiliano a Ravenna, 2018
Emiliano Laurea Magistrale, con Flavia, 2018
Emiliano alla Laurea di Samantha, 2019
Emiliano e Omar a Fiumicino, estate 2020
Emiliano sul Baltico con Omar, agosto 2020
Emiliano e Martina, ottobre 2020

Niente club dei 27

Ovviamente quanto sia figo mio figlio, quanto sia brillante, sensibile e poi schiavista, rompicoglioni, quanto sia geniale, affettuoso e diabolico, praticamente l’anticristo e bello, alto, e politicamente super scorretto e capricorno-capricorno, meravigliosamente anti-consumista e orribilmente mangiatore di carne e quanto sia stata fortunata con lui lo sanno tutti. Questa piccola storia non ha lo scopo di tesserne le lodi. È solo un modo per dirgli quello che gli ripeto sempre:

“Anche se tu andassi in giro a stuprare le vecchiette/i – per di più col covid in agguato – io ti amerei nello stesso identico immenso modo e anche adesso che sei grande, se qualcuno prova a farti del male io lo uccido”

E per finire, compiere 27 anni non significa entrare nel club. Per entrare nel club dei 27 devi prima essere una rockstar. Niente club dei 27, baby. Niente Kurt, Amy e company. Spero che il mondo possa meritarti. Tanti auguri, my love, figlio Poeta

da tua madre la Ladra

Emiliano per LietoColle

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536 è la parafrasi del titolo di un articolo-discorso di Philip K.Dick risalente al 1977: “Se vi pare che questo mondo sia brutto dovreste vederne qualche altro.”

Nel corso di quella che chiamiamo storia gli anni che si ricordano per aver lasciato particolari devastazioni sono tanti: il 1348, anno dell’esplosione della Peste Nera in Europa; il 1918, anno in cui l’influenza spagnola, grazie anche alla guerra, ha ucciso fra i 50 e i 100 milioni di persone; il periodo della Shoah, fra il 1941 e il 1945. Ma, a quanto pare, l’anno più disastroso da quando esiste la storia sembra sia stato il 536 dopo Cristo, anno che ha segnato l’inizio di una cascata trofica che è durata quasi un secolo e ha quasi sterminato la specie umana. In principio sembra ci sia stata l’eruzione di un vulcano indonesiano; secondo uno storico giavanese del diciannovesimo secolo, Ranggawarsita “il mondo intero fu scosso fin dalle fondamenta, e si scatenarono violenti boati di tuono accompagnati da forti piogge e tremende tempeste… e infine il Kapi esplose con un ruggito terribile, andò in pezzi e sprofondò nelle viscere della terra.”

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto: Ragganwarsita. storico giavanese
Ragganwarsita, storico giavanese

Effetti dell’esplosione raccontati dalle fonti

L’esplosione fu così violenta da azzerare completamente la vita dei giavanesi, interrompendo addirittura la storiografia locale per almeno 20 anni, storiografia che aveva una tradizione più che ricca. Gli effetti dell’esplosione si sentirono principalmente nei due grandi imperi dell’epoca: l’Impero Cinese e l’Impero Romano. Per raccontare un evento storico, la cosa migliore è affidarsi alle fonti del periodo stesso, o alle fonti appartenenti a pochi secoli dopo, con tutti i documenti dell’epoca ancora integri fra le mani.

Giovanni Lido (‘Ιωάννης ὁ Λυδός), filosofo e studioso presso la corte bizantina, nato intorno al 490 d. C. racconta che nel 536 d.C. il sole divenne scuro per quasi tutto l’anno, tanto da impedire ogni tipo di raccolto.

Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator

Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator

Cassiodoro (Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator) nato intorno al 485 e morto il 580 circa, politico, letterato e storico romano, vissuto sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente, ci descrive il crollo del mondo dopo l’esplosione: “Il sole sembra aver perduto la sua luminosità, ed appare di un colore bluastro. Ci meravigliamo nel non vedere l’ombra dei nostri corpi, di sentire la forza del calore del sole trasformata in debolezza, e i fenomeni che accompagnano normalmente un’eclisse prolungati per quasi un intero anno. Abbiamo avuto un’estate senza caldo… i raccolti gelati dai venti del nord … la pioggia sembra si rifiuti di cadere.”

E ancora, Michele il Siriano (ܡܺܝܟ݂ܳܐܝܶܠ ܣܽܘܪܝܳܝܳܐ) vescovo orientale cristiano ma anche scrittore, vissuto fra il 1126 e il 1199 in Siria, scrive: “Il sole si oscurò e l’oscurità durò 18 mesi. Ogni giorno splendeva per circa 4 ore, e ancora questa luce era solo una vaga ombra. Tutti dicevano che il sole non avrebbe più recuperato la sua piena luce. I frutti non maturarono e il vino aveva il sapore dell’uva acerba.”

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536: Cosa accadde scientificamente

Da un punto di vista strettamente scientifico ecco, brevemente, cosa è accaduto: l’esplosione ha lanciato nell’atmosfera fra 10 e 80 chilometri cubi di materiale, creando una nube spessa fra i 20 e i 150 metri a sovrastare tutto il mondo. Il volume enorme di vapore acqueo nell’atmosfera ha parzialmente distrutto lo strato di ozono. Come conseguenza deve esserci stato un iniziale raffreddamento globale di almeno 10 gradi per 20 anni, seguito da un riscaldamento globale causato dal vapore acqueo residuo e dal calo dell’ozono. Le conseguenze climatiche dell’eruzione del 536 d.C. in ambito mondiale sono state confermate anche dalle ultime ricerche paleoclimatologiche, grazie alle analisi dei tronchi d’albero e delle carote di ghiaccio di tutto il mondo.

Ma se pensate che dopo quei venti anni di patimenti tutto sia tornato com’era prima vi sbagliate di grosso. La cascata trofica è un crollo ecologico, qualunque sia la causa scatenante, che si attacca alla catena alimentare e la porta giù con sé, fino in fondo al baratro.

536 d.C.: raffreddamento globale e Pandemia

Procopio di Cesarea (Προκόπιος ὁ Καισαρεύς), storico bizantino, vissuto tra il 460 e il 560 d.C. scrive, in “Storia delle guerre, III, 29”: nel 540 d.C. nel delta del Nilo, per la prima volta a memoria d’uomo, le semine vengono impedite a causa del lento ritrarsi delle acque del fiume, giunto ad un livello di piena di ben 18 cubiti. L’Egitto era la principale fonte di approvvigionamento di grano per Costantinopoli e quindi non poter seminare i terreni del Nilo era drammatico.

Ma questo è solo l’inizio. Sembra provato che fu proprio il raffreddamento climatico a provocare la peste detta “giustinianea” che decimò la popolazione europea fra il 540 e il 542. Il bacillo della peste muore sopra ai 30°C, e un notevole abbassamento delle temperature nella zona dei Grandi Laghi Africani, dove il bacillo era endemico ne ha probabilmente scatenato una diffusione di tipo epidemico prima e pandemico poi. A conferma di questa ipotesi sappiamo, sempre da Procopio, tramite la Storia delle guerre, II 22-23 , che la peste iniziò a diffondersi partendo dall’Egitto.

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto: Peste giustinianea nel Trionfo della Morte, Palermo
La peste giustinianea nel Trionfo della Morte, Palermo Palazzo Abellis, di Autore Ignoto

Paolo Diacono (Paulus Diaconus) monaco vissuto fra il 720 e il 799 d.C., in Historia Longobardorum, dice che nell’anno 590, il 23 ottobre, sui territori della Venezia, della Liguria e di altre regioni d’Italia si scatenò un diluvio di cui non si ritiene esserci stato l’eguale dai tempi di Noè. Il Tevere arrivò a scorrere sopra le mura di Roma, allagandone moltissimi rioni. Nell’anno successivo, invece, si registrò una terribile siccità: non piovve da gennaio a settembre, il Trentino fu invaso dalle locuste.

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536: riscaldamento globale

Ancora secondo Procopio da Cesarea in Storia delle guerre, IV,15 – senza indicare un anno preciso, in Asia Minore – l’autore sostiene che il prolungato spirare di venti da Sud causò un autunno così caldo che tutti gli alberi rifiorirono improvvisamente per poi coprirsi di frutti. L’uva, anche, ricomparve sulle viti. Evidentemente si era passati dall’era del ghiaccio al riscaldamento globale.

Procopio di Cesarea
Procopio da Cesarea

Riscaldamento globale che toccò il suo apice fra il 575 ed il 596 quando la temperatura europea crebbe fino a livelli simili a quelli attuali, se non addirittura ben al di sopra, come nel 595, probabilmente l’anno più caldo di tutta l’era volgare. La cascata trofica durò circa un secolo. Risalgono infatti al 645 d.C. circa le tracce da inquinamento da piombo, trovate nel ghiaccio, che mostrano come si fosse iniziato ad estrarre e separare l’argento dal piombo, per coniare monete, cosa che, come è ovvio, significava che l’economia fosse in ripresa.

Il 536 d.C. dei giorni nostri

Bringing it all back home” come direbbe Bob Dylan, ricollegando tutte queste informazioni al presente, sappiamo per certo che il lockdown ha frenato solo momentaneamente le emissioni inquinanti mentre il mondo sta per vivere i 5 anni più caldi mai registrati e non si avvicinerà nemmeno agli obiettivi concordati a Parigi per mantenere l’aumento della temperatura globale sotto ai 2 ° C rispetto ai livelli preindustriali. Secondo le stime dell’Organizzazione meteorologica mondiale, le concentrazioni atmosferiche di CO2 hanno continuato ad aumentare fino a nuovi record. Le riduzioni delle emissioni di CO2 nel 2020 avranno solo un lieve impatto sul tasso di aumento delle concentrazioni atmosferiche, che, come è ovvio, sono conseguenza delle emissioni passate.

La temperatura media globale per il 2016-2020 è stata la più calda mai registrata, circa 1,1 ° C sopra quella del periodo 1850-1900 e 0,24 ° C più calda della temperatura media globale per il 2011- 2015.

Ma nel quinquennio 2020-2024, la possibilità che almeno un anno superi 1,5 ° C sopra i livelli preindustriali è del 24%. È molto probabile che uno o più mesi durante i prossimi cinque anni saranno almeno 1,5 ° C più caldi rispetto ai livelli preindustriali.

In breve, come dice Green-me: “In ogni anno tra il 2016 e il 2020, l’estensione del ghiaccio marino artico è stata inferiore alla media. Il periodo 2016-2019 ha registrato una perdita di massa dei ghiacci maggiore rispetto a tutti gli altri periodi di 5 anni dal 1950. Il tasso di innalzamento medio globale del livello del mare è aumentato tra il 2011-2015 e il 2016-2020.

I principali impatti sono stati causati da eventi meteorologici e climatici estremi, in molti dei quali è stata identificata la chiara impronta del cambiamento climatico indotto dall’uomo. Quest’ultimo sta influenzando i sistemi di sostentamento vitale, dalla cima delle montagne alle profondità degli oceani, portando ad un’accelerazione dell’innalzamento del livello del mare, con effetti a cascata per gli ecosistemi e la sicurezza umana.”

Quindi, se davvero vi pare che il 2020 sia stato un brutto anno, pensate al 536 d.C. e cercate di immaginare come saranno i prossimi anni. Non ci vuole troppa immaginazione, in realtà, ma sembra evidente che il nostro Titanic in rotta verso l’iceberg non abbia nessuna intenzione di cambiare direzione o di rallentare la marcia. L’iper-capitalismo e l’incredibile stupidità umana non lo permettono. Perciò, nel tempo che ci rimane, forse dovremmo ballare e cantare come fecero i passeggeri del Titanic, perché sappiamo tutti che la fine è nota.

Le più belle Sick Ballads del rock

Le più belle Sick Ballads del rock: Korn

Le più belle Sick Ballads sono state scritte e suonate in periodi diversi, dagli anni 70 fino agli anni zero. Una Sick Ballad è una canzone che racconta una storia che non ha nulla a che fare con una “inesistente normalità”: una storia disturbante, malata, autolesionista, perversa. Si potrebbe pensare che in ambito rock le Sick Ballads siano molte, ma non è così. Non basta che le parole siano disperate, ci vuole una concomitanza di musica, lyrics, voce per rendere la ballata disturbante e sublime così come le 9 canzoni che ho scelto.

Numero 9 “Something I can never have” dei Nine Inch Nails

Dal loro primo indimenticabile album “Pretty hate machine” del 1989

Il pianoforte di Trent Reznor – che sapeva già suonare a 5 anni ed ha poi completato molto presto gli studi al conservatorio – ripete lo stesso ipnotico riff per tutta la canzone e le lyrics girano a loop in una sorta di Wasted Land dove non c’è più posto per la salvezza. La voce e il pianoforte di Trent sono di una bellezza disperante e disturbante e, contemporaneamente, haunting e ansiogena. Alla fine della ballata le parole ci svelano che Trent non sta parlando di un amore perduto ma di se stesso: “Everywhere I look you’re all I see Just a fading fucking reminder of who I used to be”. Quindi, quel “Qualcosa che non potrò mai avere” è il ragazzo pieno di sogni e speranza che lui era una volta e che ormai non esiste più.

Numero 8 “Meds” dei Placebo

Dall’album “Meds” del 2006. I Placebo hanno sempre scelto di rappresentare, con la loro musica, una categoria di persone emarginate, categoria in cui si sono sempre riconosciuti pur essendo diventati famose rockstar.

Questa canzone bellissima parla di malattia mentale, di vita borderline, sempre al limite del crollo. “Ero solo a fissare giù dal cornicione facendo il mio meglio per non dimenticare ogni tipo di gioia ogni tipo di euforia e la nostra promessa eroica.” Oltre all’argomento, la scelta del ritornello dove una voce femminile continua a ripetere “Tesoro, hai dimenticato di prendere le tue medicine?” insieme alle ritmiche incalzanti e alla voce sempre meravigliosa di Brian Molko rendono la canzone una vera, bellissima Sick Ballad.

Le più belle Sick Ballads: Numero 7 “You cut her hair” di Tom Mc Rae

Dall’album “Tom Mc Rae” del 2000, del cantautore indie rock inglese Tom Mc Rae.

È strano come, ascoltando You cut her hair, la prima cosa a cui pensi è che stia parlando di un serial killer, ed è proprio l’ambiguità del testo, insieme a musica, voce e strumentazione a rendere la canzone haunting e meravigliosamente disturbante. In realtà lo stesso Tom ha spiegato che in questa ballata racconta la storia di una ragazzina rinchiusa nei campi di concentramento nazisti. “Il tempo ha colorato il bianco e nero” significa che molto tempo è trascorso da quello di cui si parla. “Brucia la bandiera e seppellisci i pezzi” fa pensare ai nazisti che sono riusciti a scappare prendendo un’altra identità, fingendo di appartenere a un altro paese, cambiando nome. Infine quel “Le tagli i capelli” che è il dettaglio che rende la ballata potente e ansiogena, era quello che i nazisti facevano a tutti nei campi di sterminio e di sicuro alla ragazzina di cui parla Mc Rae.

Numero 6 “Falling away from me” dei Korn

Dall’album “Issues” dei Korn, 1999. Per i Korn ho sempre avuto un amore speciale e potrei ascoltare questa canzone divina a loop, dalla mattina alla sera, senza mai stancarmi.

“La vita si sta allontanando da me. Picchiandomi forte Picchiandomi, picchiandomi forte buttandomi a terra urlando qualche suono picchiandomi forte buttandomi a terra -si sta allontanando da me- girando intorno -si sta allontanando da me- è perduta e non la posso ritrovare -si sta allontanando da me-”

Non solo le parole parlano di depressione, senso di impotenza, sofferenza estrema, ineluttabilità di ciò che ci accade, impossibilità di tenere in mano la nostra stessa vita, ma il rock dei Korn, la voce di Jonathan Davis, le chitarre meravigliosamente distorte la rendono una delle ballate rock più sick e haunting mai ascoltate.

Numero 5 “Smack my bitch up” di The Prodigy

Dall’album “The fat of the land” dei Prodigy, del 1997. Ho scelto una versione live perché i live dei Prodigy erano una specie di incontro fra Paradiso e Inferno, ma la versione studio è molto più bella e l’ho messa in questo link

“Prendo a schiaffi la mia troia” sono le uniche parole della canzone, ma la musica dei Prodigy inserisce brandelli di parole come fossero suoni e il loro significato è inesistente. Perché è una Sick Ballad? Per la musica elettronica che ti trascina in un vortice e per quel beat violento e profondo accompagnato dal sound Rave tipico dei Prodigy, che ogni tanto permette un attimo di sosta grazie alla voce femminile e sublime di Shahin Badaril che, creando il massimo contrasto possibile, vola in un canto tradizionale indiano che sembra provenire da un mondo parallelo. Un insieme meraviglioso e disturbante, una Sick Ballad di 23 anni fa che è più moderna del 90% della musica che viene pubblicata adesso.

Numero 4 “Dirt” degli Alice in Chains

Dall’album “Dirt” del 1992. Le ballad disperate scritte da Layne Staley sono tante, ma nessuna è così intensa, di una bellezza disperante e disturbante come Dirt, con quell’incipit vocale che è un vero e proprio urlo di dolore.

Layne Staley è stato forse il miglior cantante che il rock abbia avuto in tutta la musica del dopoguerra, e aveva capacità uniche anche come autore, musicista (tutte le canzoni degli Alice in Chains le ha scritte lui) perfino disegnatore e grafico. Praticamente il talento in persona. Eppure, o forse proprio per questo, odiava se stesso in un modo così violento che “I hate myself and I want to die” di Kurt Cobain, al confronto, suonava come un allegro ritornello. In Dirt, Layne non solo si odia e vuole morire, ma si disprezza, si fa schifo “Voglio assaggiare la sporcizia, una pistola urticante in bocca, voglio che tu mi raschi via dai muri e che diventi pazzo così come hai fatto diventare me. Uno a cui non importa è uno che non dovrebbe essere.” Dirt è una canzone allo stesso tempo dolorosa e meravigliosa da ascoltare. Più disturbante di così non credo sia possibile.

Le più belle Sick Ballads: Numero 3 “She’s lost control” dei Joy Division

Dall’album “Unknown Pleasures” del 1979.

Tutte le canzoni dei Joy Division sono haunting e meravigliosamente malate, ma quel riff diabolicamente giocoso e ripetuto per tutta “She’s lost control” insieme alla voce di Ian Curtis che ripete quasi con disperazione “she said I’ve lost control again” riescono a creare un ritratto femminile unico, forte, quasi cinematografico, proprio come se quella donna la potessi vedere e toccare e, allo stesso tempo, avere paura di essere lei. Quando dice “E ha camminato sulla cima senza via di fuga e ha riso: ho perso il controllo! Ha perso il controllo ancora” scatta il meccanismo di immedesimazione – almeno in me – e fa di questa canzone qualcosa di unico, di forte e penetrante.

Numero 2 “In every dream home a heartache” dei Roxy Music

Da “For your pleasure” album del 1973. Ho scelto questo live dove possiamo vedere in primo piano il viso di Brian Ferry, mentre suda copiosamente e tiene gli occhi chiusi, ma quando li apre lo sguardo è allucinato e la voce sempre concentratissima: un insieme che rende questa canzone ancora più perversa e meravigliosamente malata.

I Roxy Music non hanno mai fatto Sick Ballads, ma questa, non si sa come, gli è uscita fuori disturbante al cubo. L’amore perverso dell’infelice uomo per la bambola gonfiabile, come unica possibile compagna che condivida il suo desiderio di home sweet home, desiderio impossibile – soprattutto negli anni 70 – come si evince dallo stesso titolo. Nel suo essere disturbante, non solo nelle parole ma nella musica, che si ripete, ipnotica, sembra una canzone new wave degli anni 80 o anche una canzone alternative scritta adesso. La cosa migliore dei Roxy Music, secondo me.

“In ogni sogno domestico c’è un colpo al cuore ed ogni mio passo mi allontana dal paradiso. Ma c’è un paradiso? Mi piacerebbe crederlo” dice l’uomo interpretato da Brian, che dopo aver creduto nell’amore della bambola, per cui è pronto a fare qualsiasi cosa “Bambola gonfiabile, io sono il tuo servitore” finisce per ucciderla (forse perché, come diceva Oscar Wilde “Ogni uomo uccide la cosa che ama)

“Bambola gonfiabile, amante ingrata, ho distrutto il tuo corpo ma tu hai distrutto la mia mente”

PRIMO POSTO, numero 1 “Change” dei Deftones

Dall’album “White Poney” del 2000. Questa ballata, forse la canzone più famosa dei Deftones racconta un horror, che come tutti i veri horror d’autore, ha un significato molto profondo, profondo come l’abisso che nasconde.

Ci sono forum dove il pubblico dei Deftones ha scambiato per anni opinioni sul possibile significato della canzone, con le ipotesi più disparate, che vanno dall’abuso fisico, sessuale, al capovolgimento del punto di vista, come se il narratore stesse parlando di se stesso. Qualcuno ha perfino fatto una sorta di esegesi, parola per parola, della ballata. Potete ascoltare la canzone e decidere la vostra personale interpretazione, ma comunque la si voglia percepire “Change” resta la più incredibile, malata, disturbante, meravigliosa Sick Ballad mai scritta e suonata. Le parole ovviamente sono fondamentali, ma la bellezza viene dalla musica distorta e dalla voce incredibile di Chino Moreno. I Deftones hanno fatto la storia del rock, hanno scritto canzoni bellissime, ma questa è stata creata in vero stato di grazia. Ovviamente, quando parlo di grazia, mi riferisco a una grazia demoniaca.

In questo articolo tutto il mio amore e la mia dedizione vanno alla memoria di Ian Curtis, Layne Staley, Keith Flint, Artisti unici e indimenticabili.

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La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese

Intervista a Samantha M. e Omar B.

I ragazzi che appartengono alla “meglio gioventù” italiana, oggi, sono quelli che non hanno genitori potenti né ricchi, non hanno università pagate da mamma e papà in Europa o in America, non hanno il loro bel futuro già assicurato fin dal momento in cui sono venuti al mondo, eppure studiano, lavorano duramente, si conquistano le loro borse di studio, si laureano brillantemente e sanno di poter contare sempre e solo su se stessi. Di sicuro sanno di non poter contare sul sistema Italia, che è abituato a prendere a calci i ragazzi come loro, finché non sono costretti a scappare all’estero. “Masticati e dopo vomitati” per citare Anastasio, poeta rapper.

I due giovani che mi accingo ad intervistare, Samantha M. 26 anni, Laurea triennale in Lettere Classiche e Laurea magistrale in Filologia moderna con tesi su Filologia Romanza; Omar B. 25 anni, Laurea triennale in Lingue con Tesi sull’Ostalgie, a un anno dalla Laurea Magistrale, rappresentano perfettamente la gioventù di cui parlo.

Samantha
Omar a Tallin, Estonia

Samantha è una di quelle persone rare, eccezionalmente bella sia fuori che dentro, empatica, animalista, colta, piena d’interessi, nata in Calabria e trasferitasi a Roma per fare l’Università. Omar è un ragazzo dal DNA multiculturale: padre algerino, madre polacca, nato e cresciuto a Roma sud e quindi italiano ma soprattutto romano, bello, indipendente, cinefilo, colto, ironico.

Domanda: Dopo il liceo avete scelto facoltà di tipo umanistico: Samantha Lettere Classiche a La Sapienza e Omar Lingue a Roma Tre. Perché avete scelto queste facoltà? Quando le avete scelte avevate già un’idea del lavoro che avreste voluto fare dopo?

Samantha: Sì ho scelto Lettere ma fino all’ultimo anno di liceo classico ero convinta di voler fare l’astrofisica, tant’è che per tutto l’ultimo anno di liceo presi lezioni private di fisica e matematica. Poi, ad un test attitudinale risposi correttamente a tutte le domande umanistiche e a nessuna di matematica e fisica. La presi male, mi misi a piangere e la mia Prof mi disse una frase che ancora ricordo perché è stata fondamentale: “Quando capirai che il tuo amore per il cielo stellato è più letterario che scientifico, allora farai la scelta giusta.”

Quando ho scelto Lettere non avevo alcuna idea del lavoro futuro. Ho sempre amato leggere e ho scelto Lettere principalmente per amore della lettura. Credo che 18 anni siano pochi per prendere una decisione così importante come quella della facoltà.

Omar: Ho scelto Lingue, Russo e Tedesco, considerando che l’inglese lo parlavo già piuttosto bene e che parlo polacco e italiano come madre lingua. Forse per DNA multiculturale ho una predisposizione e una curiosità naturale per la conoscenza delle lingue; poi ho da tempo una forte passione per la letteratura russa. Io ho sempre lavorato, fin da quando avevo quindici anni e andavo a scuola, e all’epoca facevo principalmente il cameriere, anche se poi ho lavorato a lungo nell’assistenza clienti come sotto interinale in un’Agenzia che prende appalti da altre Società e, nel mio caso, prima Telecom e poi Poste. Comunque quando ho scelto questa facoltà ho pensato a un lavoro nell’ambito del settore turismo.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Omar a Tallin
La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Omar a Tallin, Estonia

Domanda: Samantha, tu hai passato quasi un anno in Francia, a Poitiers, con Erasmus. Tu Omar sei stato già, durante il primo triennio di Università, con Erasmus a Tallin, Estonia e adesso hai vinto di nuovo Erasmus per studiare in Russia e in Germania. Purtroppo con tutte le difficoltà enormi del Covid non ti fanno entrare in Russia e devi seguire le lezioni in dad, ma lo fai dalla Polonia. Raccontatemi il vostro Erasmus, cosa vi ha dato, cosa vi ha fatto capire, cosa vi ha tolto.

Samantha: Ho trascorso 8 mesi in Francia, bellissimi ma molto malinconici. Ho sperimentato il vivere da sola, perché stavo in un appartamento dello studentato, ma bisogna dire che i francesi – soprattutto in una cittadina della Francia centrale – non sono molto compagnoni. Ho sperimentato cosa vuol dire, all’inizio, non comprendere e non riuscire a farsi comprendere dall’altro. Mi ha fatto crescere molto e mi ha fatto mettere molto in discussione. Una volta ho pensato, mentre fumavo una sigaretta davanti alla finestra “Io qui ci rimarrei per sempre se solo avessi i miei affetti accanto”.

Omar: Non potendo entrare in Russia per il Covid sono venuto in Polonia perché qui si campa con pochi soldi e ho la doppia cittadinanza italiana e polacca. A differenza dell’Erasmus in Estonia, dove dare esami con la preparazione italiana era semplice, con la Russia è tutto molto più difficile, nonostante sia a distanza; i russi sono molto scrupolosi e giustamente pretendono molto: ho le lezioni frontali ma al contempo discutiamo dei vari topic, ho le presentazioni, ci danno i compiti come fossimo al liceo e li controllano. Sto studiando come non ho mai studiato in vita mia: solo il corso di russo mi occupa 16 ore di lezione a settimana e in totale ho 30 ore di lezione a settimana, a cui devi aggiungere tutte le ore passate da solo a studiare. Alla fine è molto più di un lavoro full time, ma i professori sono tutti molto competenti e impeccabili, tranne che sotto il punto di vista organizzativo perché la MGU è la prima università in Russia, quindi un mega ateneo, tipo La Sapienza ma più grande. Altra cosa di positivo è che i professori russi prestano interesse al loro studente, mentre in Italia il professore è su un piedistallo e lo studente è un nulla. Quando hai un compito, una presentazione, la tua opinione conta e se ne discute anche a lungo.

Domanda: Mi sembra di capire dalle vostre esperienze che all’estero, in ambito universitario, c’è tutto un altro approccio e si respira un altro clima rispetto all’Italia, dove puoi anche essere un piccolo genio ma, se non hai i giusti agganci, sei completamente tagliato fuori da ogni possibilità di carriera accademica.

Samantha: Ho appena saputo di aver vinto questa borsa di studio per l’estero cui avevo fatto richiesta ad agosto, erogata da La Sapienza. Poi ho fatto esami scritti e orali e sono molto contenta infine di averla vinta. È una “borsa di perfezionamento all’estero” per seguire corsi o master che siano afferenti al proprio corso di studi, ovviamente in un’istituzione universitaria. Io, quando ho fatto richiesta, ho contattato via email i miei professori di Poitiers che mi hanno immediatamente risposto e segnato tutti i fogli, subito, il giorno dopo, cosa che qui in Italia non è mai successa neanche in sogno, e andrò lì all’Università di Poitiers, quando le lezioni non saranno più solo online, a seguire tutti quei corsi di Medievistica, dalla Filologia alla Storia dell’arte, Paleografia ecc. e poi preparare un progetto di dottorato da presentare in Francia, a settembre. Sicuramente, pur essendo italiana, in Francia ho delle possibilità che qui sono inesistenti.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Samantha in Francia
Samantha in Francia

Omar: La mia esperienza con la Russia è che vieni preso in considerazione in modo diametralmente opposto a quello italiano. Ti faccio un esempio: di un poeta russo concettualista anni ‘70, Prigov, ho tradotto 2 poesie e insieme alle traduzioni ho scritto un articolo che mandai a una professoressa in Italia per avere un feedback. Dopo un anno lei non ha ancora dato un’occhiata alle mie traduzioni. Come ho parlato alla prof russa della stessa cosa lei mi ha detto che faremo senz’altro delle lezioni apposite su questo poeta, che già in Russia viene poco studiato perché non è classico, e che pubblicherà le mie traduzioni sul sito dell’MGU insieme agli articoli, dopo averle fatte controllare da un professore che, conoscendo anche l’italiano è in grado di capire se le mie traduzioni siano ben fatte. Insomma, un altro mondo rispetto all’Università italiana. Questo, per uno studente, è molto gratificante; in Italia vedevo che la mia preparazione era più alta di quella di altri studenti, ma veniva sottovalutata perché “il tizio che è amico o leccapiedi” viene sempre prima. Oppure perché a molti professori universitari in Italia, di base, non frega niente, magari danno lo stesso voto a tutti così non hanno storie. In Russia invece prendono il loro lavoro sul serio – lavorano molto di più degli italiani, 50 ore a settimana, guadagnano poco e non si lamentano. Chiedilo a un docente in Italia, di lavorare 50 ore a settimana, penserà che sei matto.

Omar a San Pietroburgo, Palazzo d’Inverno

Domanda: Quali sono i vostri sogni, se ne avete, i rimpianti, se ne avete e le aspettative professionali e sociali?

Samantha: Le proposte di lavoro che ho avuto, come docente liceale o per le scuole medie sono state imbarazzanti. Dalle scuole di Modena e dintorni – la provincia che avevo scelto – mi sono arrivate supplenze al massimo per una o due settimane, che non danno punteggio e che non ti ripagano nemmeno il bed & breakfast dove andresti a vivere perché una stanza in appartamento non la trovi per così poco tempo. Oppure una scuola privata che mi avrebbe pagato 7 euro l’ora. In questo momento sto facendo i pacchi per prepararmi a tornare in Calabria a fine dicembre. Nel frattempo, però, ho avuto la bella notizia della borsa vinta per la Francia, dove spero di continuare la ricerca in filologia romanza. Questo è il mio sogno. In Italia lo studente non solo non è aiutato a continuare la ricerca, in ambito accademico, ma addirittura è ostacolato dagli stessi docenti per ragioni oscure o forse non oscure. Io sono “figlia di nessuno” ma da fiera figlia di nessuno tenterò la strada altrove. Sicuramente l’Italia è off limits. Appunto non ho grandi prospettive future perché in questo momento è impossibile anche solo prospettare un qualsiasi futuro. No, non sono ottimista, cerco solo di vivere alla giornata.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: la Laurea di Samantha
Samantha il giorno della Laurea

Omar: Mi piacerebbe fare il traduttore editoriale ma non sono ottimista. Ho i piedi piantati per terra, quindi so qual è il mercato del lavoro e sono già quasi certo che non resterò in Italia perché non c’è un futuro, e se dovessi trovare un lavoro decente – che non significa sopravvivere – penso che resterò all’estero. Non sono mai stato disoccupato, se non per scelta, sono versatile e so che troverò un lavoro, anche se spero che abbia qualcosa a che fare con quello che ho studiato. Il lavoro che cercherò dovrebbe avere un numero non troppo alto di ore a settimana, uno stipendio con cui vivere decentemente – so bene che non sarò mai ricco – dovrebbe non farmi schifo e non dev’essere qualcosa per cui rinunciare alla mia vita. A queste condizioni tutto va bene.

Rimpianti no, se tornassi indietro rifarei quello che ho fatto. Forse nel triennio universitario, quando avevo a disposizione un anno di Erasmus ho scelto di fare solo 6 mesi perché avevo paura di fallire, di non farcela coi soldi, tornando indietro farei un secondo Erasmus. Altro rimpianto: dopo il diploma sarei voluto andare a vivere in UK ma non l’ho fatto perché ho avuto paura di dover lavorare full time, di dovermi prendere un debito per l’Università; invece tornando indietro andrei in Uk perché gli inglesi ti danno i soldi per studiare e lo studio nelle università più prestigiose – tolte Oxford e Cambridge – è regalato rispetto alle nostre. Lì ottieni molto di più con molto di meno e subito dopo lavori. No, per il futuro non sono ottimista.

Domanda: Immaginate di rappresentare la “categoria giovani” e di avere una platea di non giovani a cui fare le vostre rimostranze. Cosa vi sentireste di dire, di recriminare, di chiedere o anche di pretendere?

(Qui devo aprire una parentesi. Se avessero posto a me questa domanda penso che avrei lanciato un’invettiva e parlato con rabbia a lungo, ma questi ragazzi sono così incredibilmente sobri e forgiati nel fuoco che non conoscono arroganza e non sprecano parole per cause perse.)

Samantha: Ti rispondo con il film di Nanni Moretti che vede in TV un dibattito con D’Alema e gli dice “D’Alema, reagisci, reagisci, dì qualcosa di sinistra, o almeno di civiltà”. E allora io questo voglio dire: non hanno detto niente, non hanno fatto niente né di sinistra, né di civiltà e nemmeno di buon senso. Hanno lasciato che il mondo, e l’Italia nello specifico, finissero nel baratro.

Omar: Ti rispondo con un’immagine di tortura medievale. Che ognuno ne tragga le sue conclusioni…

Ruota della tortura
La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: ruota della tortura

Non ho scritto i cognomi di Samantha e Omar esclusivamente per tutelare la loro privacy

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura?

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Perché gli editori mentono quando dicono che la sinossi del vostro romanzo è necessaria “per poter fare una prima scrematura fra i manoscritti che ci inviano”? Credo sia evidente a tutti che molti capolavori della letteratura mondiale, come Ulisse di Joyce, tutta la produzione di Faulkner o L’isola di Arturo della Morante – per citare i primi che mi vengono in mente inserendo anche un degno autore italiano – non avrebbero mai superato la “scrematura della sinossi” proprio perché sono romanzi dove la narrazione è tutto, e nella narrazione è incluso – e non viceversa – il significato, il senso, l’anima della storia.

“Esercizi di stile” di Raymond Queneau

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau

Potrei parlare per ore, ma credo ci sia un sistema più diretto ed evidente, oltre che più divertente, per dimostrare la mia teoria. Partirò, con umiltà e con il mio proprio modo di vedere e raccontare, da un capolavoro assoluto “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un libro che è tanto geniale quanto illuminante e che sicuramente non avrebbe passato il vaglio della sinossi. Se non avete ancora letto questo libro, FATELO! Se non sapete come è strutturato, ho messo il link e andate a vedere: in questo modo capirete facilmente che cosa mi accingo a fare.

Queneau parte da un episodio banale, di routine quotidiana, per creare da esso ben 98 altre narrazioni, che raccontano tutte lo stesso episodio ma in modi completamente diversi.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Pretty Polly

Imitando Queneau ho preso come modello le lyrics di un’antica canzone folk americana, Pretty Polly, di autore ignoto, per poi creare 7 altre narrazioni – tutte diverse – della stessa storia.

“Oh Willie, Little Willie, I’m afraid to of your ways, Willie, Little Willie, I’m afraid of your ways

The way you’ve been rambling you’ll lead me astray

Oh Polly, Pretty Polly, your guess is about right Polly, Pretty Polly, your guess is about right

I dug on your grave the biggest part of last night

Oh she knelt down before him a pleading for her life She knelt down before him a pleading for her life

Let me be a single girl if I can’t be your wife

Oh Polly, Pretty Polly that never can be Polly, Pretty Polly that never can be

Your past recitation’s been trouble to me

Oh went down to the jailhouse and what did he say He went down to the jailhouse and what did he say

I’ve killed Pretty Polly and trying to get away”

Testuale

La graziosa Polly si rivolge a Willie, il fidanzato, cercando di fargli capire che ne ha una paura matta. Willie, ben lungi dal cercare di rassicurarla, le risponde che sì, in effetti ha appena passato la notte a scavarle la fossa. A quel punto Polly lo prega di non ucciderla, gli chiede di lasciarla libera, ma Willie non è affatto d’accordo: tutte le lagne di Polly gli hanno causato guai e vuole proprio eliminarla fisicamente. Come è ovvio, Willie finisce in carcere dove spiega che ha dovuto ammazzare la graziosa Polly che cercava di scappare via.

Verbale d’Interrogatorio

In data xy il detenuto William Omissis, detto Willie, ristretto nel carcere di Omissis, nella contea di Omissis, è stato interrogato dal Detective Omissis, per sospetto omicidio di primo grado. Il detenuto ha una lunga lista di precedenti penali che vanno dalla violenza domestica all’ubriachezza molesta per finire con rissa da bar e rapina a mano armata. Inizialmente si è rifiutato di rispondere. Quando il Detective l’ha incalzato mostrandogli la lunga lista di accuse mosse nei suoi confronti nel corso di mesi dalla vittima Pretty Polly Omissis, il detenuto Omissis ha detto: “Era una scassacazzi” Il Detective: “Di chi sta parlando, signor Omissis?” Il sospettato: “Pretty Polly era la mia ragazza e l’ho amata come gli uomini di solito amano solo le loro auto e le loro armi, ma Dio mi è testimone: stava sempre a lamentarsi. Insomma, una grande scassacazzi, agente”. Il Detective Omissis ha fatto notare che lui non è agente ma Detective e ha incalzato il detenuto: “Non è forse vero che quella notte ha passato ore a scavare, nella sua proprietà, una fossa lunga come la vittima e profonda 6 piedi?” Il detenuto ha annuito con la testa e poi ha detto “Sì. Dovevo sopprimere il cane. Mi aveva morso e non potevo più fidarmi, quindi ho deciso di sparargli”. Il Detective: “E allora come mai dentro alla fossa abbiamo trovato la vittima, Pretty Polly Omissis con un colpo di fucile che l’ha centrata in piena nuca?” Il detenuto William Omissis ha aperto le braccia: “A un certo punto Pretty Polly se n’è andata, ma non me n’ero accorto. Lì fuori era buio, Detective, non c’era luna, non c’erano stelle, ho visto qualcosa correre e ho pensato a un coyote o al cane che cercava di fuggire, e per sicurezza ho sparato. Qui da noi si fa così: prima si spara e poi, in caso, ci si scusa… Mai avrei pensato che potesse essere la mia amata Polly!” Il detenuto si è messo a piangere e il Detective ha interrotto l’interrogatorio.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa

Crime & Drug Story

È quasi mezzanotte e Pretty Polly si è appena messa un vestito corto nero, scarpe con tacchi a spillo e si è pettinata i lunghi capelli biondi con ciocche azzurre. I suoi tatuaggi sono tutti bellissimi e in vista e lei si prepara per andare al pub a spacciare. A quel punto sente un rumore subito fuori della porta di casa. Rimane un attimo in silenzio, poi prende la sua vecchia ma fidata Glock e ci infila il caricatore. Mentre sta per uscire, arma in mano, qualcuno le sfascia il suo vaso di vetro sulla testa e Pretty Polly sviene. La suoneria del cellulare che suona la risveglia, e scopre di avere le mani legate, il sangue che le cola dalla ferita, un gran mal di testa e quello schizzato di Willie sta proprio lì, davanti a lei.

“Ma che suoneria di merda, Polly! Musica elettronica, la odio – dice Willie – vuoi sapere che suoneria ho io?”

Polly non apre bocca ma, per esperienza, sa che parlare con Willie è inutile. L’uomo spinge un paio di tasti sul cellulare e la musica di “Proud Mary” dei CCR suona con vigore.

“Questa è musica, Gesù!” esclama soddisfatto.

“Willie, che cazzo vuoi?” domanda lei, mentre il sangue continua a scenderle dalla testa proprio nell’occhio destro.

“Che voglio, Polly? Tutto: i soldi, il Vicodin, la meth.”

“Niente meth, l’ho venduta da giorni e ancora non ho ricaricato – dice lei – i soldi stanno in borsa. Di Vicodin ce ne sono forse un paio di pillole in bagno, prendi quello che c’è e vattene affanculo.”

“No, no, no, Pretty Polly. Non mi devi mentire, così non si arriva a niente. Vieni con me fuori”

Impugnando la Glock di Polly, Willie la costringe a uscire in giardino, dove ha appena scavato una specie di fossa.

“E questa che cazzo è?” dice lei.

“Mentre aspettavo che ti svegliassi ho dato una rapida occhiata in casa e non ho trovato niente di appetibile. Allora, per passare il tempo, ho scavato questa, così puoi decidere se finirci dentro o se darmi quello che voglio. Nel secondo caso potrai usarla per farci un orto…”

Pretty Polly sa bene che anche se desse a Willie soldi e droga, sempre morta nella fossa finirebbe. Perciò deve pensare, deve pensare in fretta.

“Cazzo, Willie, mi gira la testa” sussurra accasciandosi e finge di svenire. Come lui si avvicina e cerca di ritirarla su, lei gli infila con tutta la forza che ha il tacco a spillo nel piede e lui urla forte. La pistola cade nella fossa e Polly, ancora legata, si toglie le scarpe e inizia a scappare, correndo a piedi nudi. Willie salta dentro la fossa, recupera la Glock e da lontano vede le ciocche azzurre e fluorescenti che Polly si è appena fatta. Mira e spara.

Le scarpe di Pretty Polly

De André style

Questa di Pretty Polly è la storia vera, che s’innamorò di Willie a primavera

E lui, quando la vide così bella, la fece diventare “la sua stella”

C’era la luna e Willie era infuriato le fratturò sei ossa di filato

C’era la luna e Polly era assai scossa lui le scavò in giardino una gran fossa

Ma, come tutte le più belle storie, lei morta e lui in galera, senza glorie.

Olfattivo

Pretty Polly aveva quell’odore di genziana mista a biancospino, mentre Willie, beh, Willie, sapeva di muschio, muschio bianco ma con una punta d’aceto balsamico, come se lo avesse bevuto al posto del caffè. Poi, all’improvviso, quell’odore di sangue, quell’odore di sangue che è così dolce solo quando il sangue che esce è tanto e caldo ed è un odore forte ma di breve durata e che qualsiasi squalo bianco, dall’odore di pesce marcio misto a un profumo salmastro ti saprebbe descrivere bene. E poi un odore fortissimo di terra, di terra bagnata, assieme a quel sentore di muffa che c’è sempre, nelle giornate umide, e di ciuffi d’erba che vengono estirpati insieme alla terra, e anche un leggerissimo profumo di margherite piccole e selvatiche. D’un tratto, odore di polvere da sparo, come un manto che copre ogni cosa e non fa passare altri odori e poi, sottoterra, odore di decomposizione umana, un odore nemico dell’olfatto della nostra specie, ma una festa per insetti e vermi che lo seguono come bambini al suono del pifferaio magico, che profuma di krapfen e zucchero.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: l'odore del sangue caldo
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Il dolce odore del sangue caldo

Cioè, quindi

Pretty Polly, cioè la fidanzata di Willie, quindi sua moglie, cioè la sua donna, si lamentava perché Willie, cioè, le dava un sacco di botte quindi il corpo, cioè, le faceva quindi male e cioè ogni centimetro di pelle, quindi ossa, lividi, e cioè chi più ne ha più ne metta. Willie quindi, che cioè, non era proprio, cioè, una gran brava persona, quindi era stufo, cioè, di Pretty Polly e cioè aveva deciso, quindi, di liberarsene. Pretty Polly cercò, cioè, di salvarsi la vita, cioè lo pregò di non ucciderla, cioè e quindi questo lo fece, cioè, ancora più incavolare, quindi uscire, cioè, di senno. Allora Willie, cioè, scavò cioè una fossa per buttarci, quindi, Pretty Polly e mentre Polly, cioè, cercava quindi di scappare, Willie, cioè, sparò alla ragazza che finì, quindi, cioè, dentro la fossa, quindi e cioè, morta. Willie, cioè, andò quindi in galera e continuò a pensare quindi, cioè, alla sua Pretty Polly.

Te dico fermete!

No perché a ‘na certa, aho, anch’io te dico “Fermete!” quanno sto stronzo nun la smette de pjamme a pizze ‘n faccia manco fossi quer cazzo de pungibo daa palestra sua, allora j’ho detto “A Uilli, mo’ m’hai proprio rotto er cazzo, sì continui a sto modo te manno affanculo e poi pe’ me sei morto. Come ‘na cazzo de tomba, m’hai capito amo’?” E lui, pe’ tutta risposta, me dà ‘na sveja che me stenne, guarda, te ggiuro, so’ ita lunga e piagnevo dar dolore ma ‘sto pezzo demmerda daje, nun era contento. M’ha tirata pei capelli fino ar giardinetto dietro ar cortile e m’ha detto “E mo’ scava, Polli”. M’ha tirato ‘na vanga e ho dovuto scava’, guarda, scavavo e frignavo, sarà passato ‘n cazzo de secolo, daje a scavà, sta buca de li mortacci sua nun j’annava mai bene e quella cazzo de tera era puro dura! Alla fine Uilli guarda sta fossa come si finarmente je va bene, poi pja la vanga e me tira na vangata in testa e so’ svenuta. Poi me deve ave’ ricoperta de tera, ma tanta, perché ho provato a levalla co e mano ma gnente, nun ce riesco. Ma poi m’accorgo che sto gran cojone m’ha lasciato er cellulare ‘n tasca e ‘n ce se crede, oh, c’è campo puro qui sottoteraaa! Però sbrighete, che mica se respira bene, quassotto…”

Il significato dei miei indegni “esercizi di stile” è stato di far capire come, ad un’unica sinossi, possano corrispondere centinaia di narrazioni diverse, del tutto differenti l’una dall’altra. Una storia cambia completamente a seconda di come viene raccontata e la letteratura è questo: la personalissima narrazione, anche della stessa storia, che ogni autore mette in campo a seconda del suo gusto, talento, immaginazione, competenza e conoscenza. Nessuna ridicola sinossi potrà mai farti capire qualcosa del romanzo o racconto di cui parla, di conseguenza la “scusa delle sinossi” è un classico stratagemma che molti editori utilizzano perché non sono abbastanza potenti da poter dire “Non inviateci manoscritti, non li leggeremo mai” come invece già fanno con l’arroganza del Potere, ma almeno in sincerità, in molti, a iniziare da Feltrinelli. L’editoria mondiale che tratta libri è moribonda, anche perché i nuovi libri che vengono pubblicati sono noiosi e insensati, ma quella italiana si divide in due: 1- gli editori minori che ormai pubblicano qualsiasi cosa a pagamento; 2- gli appartenenti ai grossi gruppi che pubblicano principalmente autori stranieri e, riguardo agli autori italiani, hanno una politica molto semplice: pubblicano autori che sono famosi già da decenni, oppure giornalisti, comici o amici di qualche potente. Questa è proprio una vergogna nazionale, una delle tante vergogne nazionali ma particolarmente disgustosa.

Signori Editori italiani: vergognatevi!

Le nuove pubblicità create per disgustare

Le nuove pubblicità create per disgustare non sono molte. All’epoca della seconda ondata di Covid, la pubblicità nel nostro paese per lo più rimane fedele a se stessa. Continuiamo a vedere advertisement tutti uguali, che ci mostrano auto che corrono veloci e libere come la luce in un mondo totalmente privo di altre automobili e di altri esseri umani: un mondo che spazia da città a foreste, da fiordi norvegesi a praterie dove improbabili cavalli bradi galoppano al fianco dell’ auto, un mondo così inverosimile da risultare inquietante, un po’ come uno scenario da “the day after”, non fosse per l’insensata felicità provata da chi guida quell’unica e forse ultima auto sulla faccia del pianeta.

Nelle pubblicità continuiamo a vedere famiglie felici, bambini sovreccitati, papà sorridenti che fanno colazione con biscotti (forse impastati col peyote) o pranzano con schifezze precotte; e poi donne che lavano, stirano, eliminano fino all’ultimo granello di polvere dalla casa, il tutto gioiosamente e con un senso di assoluta soddisfazione e sazietà che di solito le donne non provano neanche dopo aver fatto sesso. Continuiamo a vedere capelli al vento, belle ragazze seminude e testimonial fastidiosamente deficienti.

Le nuove pubblicità

Eppure, ci sono pubblicità nuove che fanno capolino in mezzo a tutta questa normalità ostentata e si rivolgono a quella parte dell’essere umano che cerchiamo di tenere nascosta, quella parte dell’animo di cui nessuno va fiero, che fa sì che si venga attratti da ciò che è disgustoso, scioccante o molto volgare. Siamo sempre nel campo della finzione, ovviamente, e di sicuro i nuovi commercial disgustosi non rappresentano un upgrade e nemmeno una trasformazione, a meno che una necrosi sopraggiunta dopo una ferita non si possa considerare una sorta di bel cambiamento. Proprio come dice Zero Calcare “Qua nessuno cambia. Tutt’al più marcisce.”

Zero Calcare “Scheletri”

Tena: la gioia dell’incontinenza

Fra queste pubblicità la prima che vado a citare è il nuovo advertising dell’azienda Tena, leader nella vendita di assorbenti e speciali mutande per incontinenti urinari. Per “raccontare” il loro prodotto da un punto di vista diverso, i pubblicitari hanno creato una campagna nobilitante dal nome #Senzaetà e hanno addirittura ingaggiato Yorgos Lanthimos, iper-estetico regista venerato da cinefili di tutto il mondo, famoso per film come “The Lobster” o “Il sacrificio del cervo sacro” oltre che per la capacità – appena un tantino presuntuosa – di dilatare il tempo fino a spalancare le porte dell’inferno (l’inferno della noia: guardate il suo “La Favorita” e poi ditemi che non avreste preferito una seduta dal dentista…)

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020
Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020

In questo advertising Lanthimos ci mostra, all’interno di una scenografia da bordello di lusso e con una fotografia fra il patinato e il perverso, un piccolo gruppo di donne anziane mezze nude ma con addosso, però, mutande e/o assorbenti Tena. Le signore ballano, si spogliano e sdraiate a letto si carezzano, mentre la camera, con la precisione di una colonscopia, fruga nei loro corpi individuando flaccidità muscolare e rugosità della pelle nelle donne bianche e tutto il grasso possibile nella donna nera. Allo stesso tempo le donne Tena ci “raccontano” che nei loro corpi si sentono benissimo, che fanno molto più sesso adesso di quando erano giovani e che sì, certo, sono incontinenti ma la cosa non crea loro nessun problema. Una dice, ridacchiando allegramente “Io le chiamo le mie gocce della risata.” E un’altra “Io le mie gocce dello starnuto!”

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020 girata da Lanthimos

Ovviamente quello che Tena racconta è insopportabilmente falso. Nessuno è #senzaetà, purtroppo; nessuno si piscia sotto pensando con gioia “Che bello! Le mie gocce del solletico” e vedere il proprio corpo che diventa flaccido e rugoso non credo possa essere mai piacevole. Infine, questo voler mettere insieme l’incontinenza con il sesso è davvero la parte più ripugnante di tutta la grande menzogna e, in questo caso, è la parte che fa scattare il senso del disgusto in chi guarda, e grazie al disgusto ne ottiene l’attenzione.

Nuvenia: cantare inni gioiosi alla vagina

Dopo gli assorbenti per incontinenti ecco arrivare anche gli assorbenti per mestruazioni di marca Nuvenia, con un nuovo spot tutto centrato sull’organo sessuale femminile e, anche qui, affiancato da una campagna nobilitante intitolata “Viva la Vulva” che si propone di “cantare inni gioiosi” alla vagina. Prima considerazione: il termine “vulva” è terribile, ridicolo, foneticamente fastidioso – con tutte quelle v – e se proprio volevano osare allora era meglio il classico “viva la fica” da scritta sui muri. Seconda cosa: le mestruazioni, almeno dalla maggioranza delle donne sono vissute come un incubo, e quando provi dolori lancinanti o mal di testa feroci tutto vorresti fare tranne cantare inni alla vagina. Ma il commercial, in parallelo alla gioiosa campagna, rappresenta la vagina come fosse la simpatica protagonista di un cartoon; ce la mostrano travestita da pesca, da conchiglia, da pupazzo di lana e mentre fa capolino da un assorbente con ali attaccato ad una mutanda. In questo spot l’organo sessuale femminile, pur essendo giovane, viene del tutto separato anche solo dall’idea di sesso, e la novità dello spot non è quindi giocata sulla morbosità, ma sul rendere pubblico e visibile ciò che – solitamente – è privato e nascosto e quindi si basa sullo “shock”. La visione della vagina, sia pure in versione quasi comic è risultata però troppo scioccante alle tante persone che si sono infuriate sui Social e su internet in genere – il nostro è un popolo bacchettone, i “creativi” non lo sapevano? – dove lo spot è stato così tanto osteggiato che credo abbia avuto vita breve.

Le nuove pubblicità: Nuvenia e la vagina-conchiglia

Le nuove pubblicità create per disgustare: l’Arte del sedere

Dopo il “disgusto” e l’effetto “shock” passiamo al cattivo gusto, con il nuovo advertising Poltronesofà, dove continua l’interminabile pantomima degli artigiani, che dopo averci tormentato per anni con quel marchio tanto “italiano e di qualità” si convertono, tout court, alla volgarità. “L’Arte del Sedere” è il titolo ammiccante del nuovo commercial, che inizia con lo sguardo rapace di uomini al bar che osservano sederi femminili. Il doppio senso – tanto più cafone perché di bassa lega – fra sedere come verbo e sedere come sostantivo dovrebbe catturare l’attenzione delle persone, sedute sul divano davanti alla Tv fra un lockdown e l’altro e invogliarle ad acquistare un altro divano. Le donne si sono offese sui Social e Poltronesofà ha dovuto chiedere scusa. Forse adesso ripartiranno dalla Ferilli, sempre che non venga anche lei cooptata da Tena…

Cinismo e sarcasmo

Per finire, ecco la pubblicità di Exequia, marchio che appartiene a un’azienda big delle pompe funebri: proprio mentre ai normali morti si aggiungono quelli da Covid, Exequia decide di sfondare il muro dell’ipocrisia puntando su una pubblicità cinica, diretta e sarcastica, che viene distribuita principalmente tramite cartelloni pubblicitari e internet. Lo slogan principale è: “C’è chi bara e chi non bara” accompagnato dalla foto di una bara, a volte infiocchettata di rosso tipo confezione regalo, e poi: “Nel momento del lutto, attenti agli avvoltoi” con la fornitura completa di Mercedes, 4 valletti e “bara in omaggio” per soli 1250 euro. Ci sono anche delle varianti negli slogan, come “Regaliamo monolocale. Seminterrato” o “Garantiamo sonni profondi” e ancora “Fuoritutto! Ma tu resti dentro.” A me, non lo posso negare, questa pubblicità non dispiace. Gli slogan sono divertenti e tutto l’insieme è tanto sarcastico quanto economicamente competitivo, in un ambito volutamente cinico. Non a caso, fra le varie pubblicità citate, questa, pur parlando di morte, è l’unica che non si affida alla finzione. È l’unica che non si è fatta affiancare da campagne nobilitanti quanto ipocrite né ha dovuto chiedere scusa al pubblico infuriato.

Qualche volta, perfino nella pubblicità, intelligenza e non-ipocrisia si rivelano vincenti. Perché non applicare questo concetto anche a giornalismo, cultura e politica?