The Big Kahuna e il suo Monologo Finale

Argomento: Sul film The Big Kahuna e il suo monologo finale diretto ai giovani

Qualche giorno fa un amico, su Fb, mi ha raccontato che in televisione la sola cosa che riesce a guardare sono vecchi film, di quelli belli, si capisce. Allora mi è venuto in mente – subito, per un percorso mentale che appartiene alle mie sinapsi più che a me – un film del 1999, “The big Kahuna”, girato con circa 7 milioni di dollari (che, anche per il 1999 era un budget davvero basso), diretto da John Swanbeck con uno strepitoso Kevin Spacey, e poi Danny DeVito che finalmente ha avuto l’occasione di mostrare la sua bravura anche in chiave drammatica e il giovane Peter Facinelli. I film migliori, tranne rare eccezioni, sono tratti da commedie o libri, e anche The Big Kahuna è tratto da una commedia teatrale “Hospitality Suite” di Roger Rueff, che infatti è anche autore della magistrale sceneggiatura del film.

The big Kahuna e il suo monologo finale: De Vito e Spacey
Danny De Vito e Kevin Spacey

Significato di Kahuna

Prima di tutto credo sia giusto spiegare cosa significhi Big Kahuna. Nel dizionario Hawaiano/Inglese, di Mary Kawena Pukui & Samuel H. Elbert (1986), Kahuna viene definito come “Sacerdote, mago, conoscitore, sciamano, esperto in ogni professione”.

Traducendo letteralmente il termine hawaiano “kahuna” troviamo:

“Ka” ovvero “luce”, e poi “Huna” che vuol dire “segreto”, quindi “La Luce del segreto” da cui “Conoscitore della saggezza segreta”. Un “Kahuna” infatti è principalmente un curandero o sciamano hawaiano, ma, a seconda dell’ambito, può essere un kahuna pule, ovvero ministro di culto, o un kahuna kalai la’au, un falegname, o anche un kahuna kala, un argentiere. In ogni caso sarà un vero esperto di qualcosa, un profondo conoscitore del suo mestiere o quello che, noi occidentali definiremmo un “pezzo grosso” nel suo campo.

The Big Kahuna e il suo Monologo Finale: Sciamanesimo Hawaiano
Sciamanesimo Hawaiano

The Big Kahuna e il suo monologo finale

La storia si svolge a Wichita, Kansas, in pieno Midwest americano, dove in un albergo tre venditori di lubrificanti industriali devono incontrare nuovi clienti, tra cui l’amministratore delegato di un’importante azienda, quel Big Kahuna che, come fosse un pesce enorme, i tre sono decisi a prendere all’amo per risollevare da un declino irreversibile la società dove lavorano. I tre personaggi Larry, Phil e Bob sono del tutto diversi l’uno dall’altro e fuori da quei clichet che ormai fanno parte del cinema e delle serie televisive: Larry-Kevin Spacey è cinico, politicamente scorretto, semi-alcolizzato, acuto e intelligente; Phil-Danny De Vito è deluso dalla vita, distrutto dal divorzio ma con un lato umano che, per quanto faccia, non riesce a sopprimere; Bob-Peter Facinelli è giovane, privo di esperienza in qualsiasi campo, religiosissimo, ma con quella voglia di “american dream” che lo rende pronto a fare compromessi con la sua coscienza pur di sentirsi vincente.

The Big Kahuna e una strepitosa sceneggiatura: Le donne in tailleur…

Il diamante nascosto dentro al film

Perché questo film mi è rimasto in mente, in modo così forte, a distanza di 22 anni? Certo, è un film dove bellezza e verità coincidono, così come dovrebbe sempre essere (i due concetti devono coincidere altrimenti non sono, lo teorizzava già Emily Dickinson, tramite una delle sue poesie, nel diciannovesimo secolo), film cinico e toccante a un tempo, perfetto in ogni sua sezione, dalla regia agli attori alla sceneggiatura. Inoltre il 1999 è stato un anno che oggi può rappresentare quella “linea d’ombra” fra il vecchio mondo capitalista ante internet/smartphone e il nuovo mondo definitivamente iper-capitalista dove la nuova internet – così diversa dalla “scatola empatica” immaginata da Philip K. Dick il Genio Visionario nel lontano 1962 in “Do androids dream of electric sheep?” diventato poi “Blade runner” – ha aiutato il nuovo mondo orribile a uscire fuori dalla tana diventando un tutt’uno con esso.

Ma il motivo per cui lo ricordo ancora così bene è per quell’incredibile monologo finale, nel film recitato da una voce narrante fuori campo ed ispirato a un articolo della giornalista Mary Schmich, pubblicato sul Chicago Tribune nel giugno del 1997, dal titolo “Advice, like youth, probably just wasted on the young.”

Sentirsi sempre fuori sincrono

Ricordo che all’epoca ero ancora giovane, anche se non giovanissima, e quel monologo mi fece un effetto notevole. In fondo mi ero sempre sentita fuori sincrono e quindi “vecchia” già dai diciassette anni in poi. A rileggerlo adesso, credo che possa avere un effetto dirompente su chi non è più giovane, quel genere di cosa che ti fa dire “Sì!!! È proprio vero!!!” sperando che possa insegnare qualcosa di importante ai giovani.

The Big Kahuna e il suo monologo finale

“Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.

Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa’ una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!

Non essere crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti.

Non perdere tempo con l’invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro. La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso. Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa…

Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti-conto.

Rilassati!

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse, come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo, usalo in tutti i modi che puoi, senza paura e senza temere quel che pensa la gente. E’ il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla! Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza: ti faranno solo sentire orrendo.

Cerca di conoscere i tuoi genitori, non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli, sono il miglior legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro. Renditi conto che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.

Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane. Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant’anni, sembreranno di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio… per questa volta.”

Per chi non avesse ancora visto il film, guardatelo, non ve ne pentirete! Accettate il consiglio, per questa volta…

Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday

Stamattina mi sono svegliata con questa poesia di Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday in mente. Di Hemingway – il miglior maestro, secondo me, per chi vuole imparare a scrivere – si conosce la sua attività da giornalista e ovviamente i suoi tanti e indimenticabili romanzi, oltre alla vita intensa e spericolata che ha condotto (cosa molto rara per uno scrittore). Così come il finale – il finale della sua vita – che invece è molto diffuso fra scrittori, poeti e artisti in genere.

Hemingway Lines for a girl 5 days after her 21st birthday. Harry's Bar, Venezia
Hemingway all’Harry’s Bar, Venezia

Hemingway Poeta

L’Hemingway poeta è invece quasi sconosciuto, almeno in Italia. Questa poesia, però, riguarda particolarmente noi italiani, perché racconta la fine di una storia d’amore che si è svolta a Venezia. Una storia d’amore dove lui aveva 30 anni più di lei, lui pluridivorziato e lei di famiglia aristocratica e cattolica e quindi era facilmente destinata a fallire. Hemingway, nella poesia, parla molto anche di Venezia, della Venezia di allora, che era anni luce distante dalla grande e un po’ triste vetrina in cui l’hanno trasformata adesso. La fine di questo amore e alcuni angoli di Venezia, dove Venezia sembra fatta soprattutto di grigio e di oscurità (a parte il colore giallo del taxi al Lido), nei suoi versi diventano una cosa sola. Hemingway riesce a raccontare il dolore di questa fine mischiando sarcasmo e sconforto, e creando un cocktail irresistibile come lo Special Daiquiri senza zucchero che era il suo drink preferito. Per qualche motivo che non conosco, ho sempre amato alla follia questa poesia, che potrebbe anche, in parte, essere il testo di una canzone.

Tradurre Poesie

Hemingway Lines for a girl 5 days after her 21st birthday. Hemingway e Adriana Ivanovich
Hemingway insieme alla fidanzata veneziana Adriana Ivancich

Condivido perciò con voi queste “lines” così particolari e le traduco anche (che Dio ci aiuti) dal momento che non tutti parlano bene l’inglese e le traduzioni internet (tutte, che siano translation google, facebook, wordpress) vanno benissimo per tante cose, ma non per una poesia o per il brano di un romanzo. Quando in una poesia ci sono rime, io credo che, se possibile, vadano preservate; mantenere la stessa metrica, dall’inglese all’italiano è praticamente impossibile, ma una metrica deve comunque esserci, in modo che il ritmo della traduzione, il suono, sia come l’originale. Questo fa sì che ogni tanto qualche aggettivo, qualche verbo risulti diverso dall’originale ma senza mai cambiare il significato di ogni singolo verso.

Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday

Back to the Palace                                                

And Home to a stone                                          

She travels the fastest                                             

Who travels alone                                                     

Back to the pasture                                                                                      

And home to a bone                                                 

She travels the fastest                                              

Who travels alone                                                   

Back to all nothing                                                    

And back to alone                                                      

She travels the fastest                                              

Who travels alone  

But never worry, gentlemen                                   

Because there’s Harry’s Bar                                      

Afderas on the Lido                                                   

In a low slung yellow car                                           

Europeo’s publishing                                                  

Mondadori doesn’t pay                                            

Hate your friends                                                       

Love all false things                                                   

Some colts are fed on hay                                        

Wake up in the mornings                                                                                

Venice still is there                                                     

Pigeons meet and beg and breed                           

Where no sun lights the square                              

The things that we have loved are in the gray lagoon   

All the stones we walked on                                               

Walk on them alone      

Live alone and like it                                                             

Like it for a day                                                                       

But I will not be alone, angrily she said                             

Only in your heart, he said. Only in your head.                  

But I love to be alone, angrily she said.                              

Yes, I know, he answered                                                      

Yes, I know, he said.                                                               

But I will be the best one. I will lead the pack.                                 

Sure, of course, I know you will. You have a right to be  

Come back some time and tell me. Come back so I can see

You and all your troubles. How hard you work all day.   

Yes I know he answered.                                                       

Please do it your own way.                                                     

Do it in the mornings when your mind is cold.                   

Do it in the evenings when everything is sold.                   

Do it in the springtime when springtime isn’t there           

Do it in the winter                                                                     

We know winter well                                                               

Do it on very hot days                                                              

Try doing it in hell.                                                                     

Trade bed for pencil                                                                  

Trade sorrow for a page                                                          

No work it out your own way                                                                          

Have good luck at your age.

(Hemingway, Finca Vigia, Cuba, Dicembre 1950)

Hemingway nella Laguna di Venezia

Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo ventunesimo compleanno

Rieccomi al Palace/ Cimitero e lenzuola/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/ Una casa di ossa/ Verso I pascoli ancora/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/ Tornato al grande Nulla/ E a una vita da solo/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/

Ma è tutto a posto, gente/ Abbiamo l’Harry’s Bar/ Afderas che ci attende/ Al Lido in taxy car/ Scrivo per l’Europeo/ Mondadori non paga/ Odia I tuoi amici/ Amare il falso sembra renda felici/ Qualche puledro anche con poco si appaga/ Mi sveglio che è mattina/ Venezia è attorno a me/ Si accoppiano i piccioni/ Dove il sole non c’è/ In fondo alla laguna c’è quel che abbiamo amato/ E in tutti quei sentieri che abbiamo attraversato/ Camminaci da te/

Vivi da sola e fallo con tutta la tua gioia/ Che dopo un giorno forse proverai una gran noia/ Ma io non sarò mai sola, dice lei impaziente/ Lui: solo nel tuo cuore. Solo nella tua mente. / Ma amo stare sola, continua lei furente/ Lo so, risponde lui/ Lo so, dice lui stanco/ Ma sarò la migliore. Quella che guida il branco/ Di certo lo sarai. Sicuro ne hai il potere/ Torna ogni tanto in zona. Solo a farmi vedere/ Tu e tutti I tuoi problemi. Tu sempre a lavorare./ Sì, le risponde lui/ Fai un po’ come ti pare/

Fallo al mattino presto quando ti sei svegliata/ Fallo di sera tardi, quando ogni cosa è andata/ Fallo a primavera, quando non è arrivata/ Fallo anche d’inverno/ Che conosciamo bene/ Fallo nei giorni caldi/ Fallo pure all’inferno/ Scambia il letto con matite/ E il dolore con un foglio/ C’è solo la tua strada, quella che verrà/ Buona fortuna, ragazza, alla tua età.

(traduzione Sandra Azzaroni)

                                                      

                                                  

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose

E ATTRAVERSAMMO LA CAVERNA DEI RATTI.

​​E ATTRAVERSAMMO IL SENTIERO DEL VAPORE BOLLENTE.

​​E ATTRAVERSAMMO IL PAESE DEI CIECHI.

​​E ATTRAVERSAMMO L’ABISSO DELL’AVVILIMENTO.

​​E ATTRAVERSAMMO LA VALLE DI LACRIME.

(Harlan Ellison, Visioni)

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose, caverna dei ratti nella mia visione
Caverna dei ratti, nella mia visione

La maggior parte degli umani è ancora persa nella Caverna dei Ratti. Si aggirano, senza capire cosa stia accadendo. Beati loro. Il resto dei sentieri è molto più difficile e folle da attraversare e soprattutto da abbandonare, come un videogame dove proprio non riesci a trovare l’uscita e ci provi così tanto che dopo un po’ inizi a credere che molto banalmente non esista. Uno scherzo dei programmatori. Poi capisci che i programmatori cercano solo di aiutarti, come se dicessero: “Resta nella caverna dei ratti, per il tuo bene. Sì, non è un bel posto, ma quello che viene dopo è terribile. E poi disperante. E poi orribile, e infine dolore puro, venduto ad etti o a chili dagli spacciatori di dolore perché il dolore è nutrimento, droga, sesso, moneta di scambio, nascita, morte e vita intera e in quella valle non esiste altro e tu ti ritroverai a fare cose impensabili pur di ottenere un po’ di quel dolore.” Sembra assurdo ma non è altrettanto assurdo tutto il mondo? L’Universo? Le credenze religiose? Le convinzioni razionali?

Vespe in agonia e Visioni Pericolose

Vespe in agonia e visioni pericolose, il sentiero del vapore bollente nella mia visione
Sentiero del Vapore Bollente, nella mia visione

Io, solo su certi argomenti, sono più avanti di altri umani, ma non è un merito. Ho solo una mente brillante quanto inutile: a 9 mesi parlavo perfettamente, a tre anni – senza mai essere stata in un asilo – ho imparato a leggere da sola, a sei anni, in prima elementare, scrivevo e illustravo favole mentre i compagni di classe imparavano le A e le B e le C. A sette anni ho scritto un romanzo intitolato “Storia di una foca” dove la foca in questione finiva la sua vita in uno zoo. Non era un romanzo allegro. Ho sempre amato gli animali e odiato le principesse di molte favole edulcorate. Le sorellastre di Cinderella, invece, avevano la mia simpatia e la mia compassione perché nate sgraziate e pronte a farsi tagliare i piedi pur di entrare nella iper-kitsch scarpetta di cristallo e grazie alla scarpetta far parte della stupida Royal family. Io ho trovato presto e facilmente il sentiero del vapore bollente. Qualcosa che non puoi contrastare ma, dopo mesi, anni o secoli, impari che contrastare non è la via. Non c’è niente che tu possa fare per contrastare l’orrore e l’odio, che, come una lega, un unicum, si sviluppa con magnificenza e allegria. Devi accettare le ustioni che il vapore bollente ti provocherà e quando le avrai accettate, beh, faranno meno male. Il paese dei ciechi è disperante perché sei come invisibile. Puoi parlare e gli altri hanno orecchie per sentire ma sono troppo presi dalla propria cecità per ascoltare chicchessia. La cecità li rende diffidenti e spaventati, chiusi come ricci nel proprio mondo personalissimo, dove 2+2 fa sempre 5 e, cosa anche peggiore, restando incollati al proprio “io” come uno scalatore in montagna sta appeso a quella piccozza che – lui crede – lo farà vivere o forse morire.

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose: L’abisso dell’Avvilimento

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose, Bosch Visions

Al momento sono finita nell’abisso dell’avvilimento. Lo chiamano abisso perché ci si sprofonda, all’improvviso. Un attimo prima cercavi di parlare coi ciechi, mentre tutte le orrende ustioni subite nello step precedente svanivano, quando il terreno ti si apre sotto ai piedi e inizi a sprofondare. E scendi, scendi, scendi, insieme a sassi, terra e qualsiasi altra cosa insospettabile ci sia sotto alla crosta terrestre. Arrivato in fondo al tuo “Ascensore per il patibolo” la depressione ti aggredisce, come farebbe una tigre affamata con una qualsiasi preda. Ma a differenza della tigre, che uccide subito la sua preda, l’avvilimento fa di tutto per tenerti in vita, altrimenti come potrebbe torturarti? Improvvisamente l’inutilità di ogni cosa è lì, ai tuoi piedi: a che serve scrivere? Dipingere? Mangiare? Uscire? Progettare? Comunicare? Pulire la casa? Fare il bucato? Chiacchierare? Sesso? Tu non appartieni al mondo esattamente quanto il mondo non appartiene a te. Desideri la morte come un pellegrino in viaggio nel Sahara potrebbe desiderare un goccio d’acqua, ma nemmeno quella ti è concessa, ed il perché è così ovvio che non c’è bisogno che io lo spieghi.

Vespe in Agonia e Visioni Pericolose

Ape sulla lavanda nel mio giardino

E poi un pomeriggio caldo, dopo un acquazzone, esco in giardino e trovo una vespa a terra, sulle mattonelle bagnate, in agonia con le zampette per aria. Mi è capitato già altre volte di trovare api e altri insetti in quella postura da insetto moribondo, e non sono mai riuscita a salvarli. Ma qualcosa mi fa sperare che la vespa debba solo asciugarsi, e la faccio salire sulla mia mano, che per lei è comoda, asciutta e calda. La vespa inizia a camminare, ma ogni due passi si ribalta e io devo di nuovo rimetterla dritta. Annaspa faticosamente, e nonostante si muova con estrema lentezza, cade a terra un paio di volte. Ogni volta la riprendo e la rimetto sulla mano. Addirittura con l’altra mano estraggo il cellulare e le faccio una foto. Neanche per un attimo penso che potrebbe pungermi e neanche per un attimo lei pensa di volermi pungere. Poi scopre la mia piccola vera di diamanti e ci si appollaia sopra. Forse sono più caldi della mano, e poi, a chi è che non piacciono i diamanti? Passa un sacco di tempo, fra i 30 e i 40 minuti senza migliorare né peggiorare e inizio a pensare che non ci sia speranza per lei, che devo trovarle un posto asciutto e riparato dai predatori e lasciarla lì, al suo destino. Ma prima di fare questo chiudo gli occhi e penso intensamente alla vespa. Per qualche secondo io sono lei, piccola, gialla e nera, con ali e zampette: mi concentro per vivere. Quando riapro gli occhi ho una sensazione strana, a metà fra la nausea e una sorta di epifania. Guardo la vespa, che improvvisamente prende il volo e sparisce velocemente. Mi guardo meglio intorno ma è proprio svanita. Ho una bella sensazione, pur abitando nell’abisso dell’avvilimento. Ma visto che non sono dio, già so che la guarigione della vespa mi costerà cara: l’unica macchina che possediamo si sfascia di brutto un’ora dopo, nuovi problemi affliggono la casa, altri soldi da spendere che non ci sono, nemmeno un cane che ti presti almeno una bicicletta ma in compenso, ehi, ho “l’utilissimo green pass“, che ho perfino stampato… Eppure, da allora, ogni tanto vedo delle piccole vespe che per un attimo mi passano accanto e subito spariscono. Lo so, la città è piena di vespe, ma è come se queste mi dicessero: “Ehi, tranquilla, noi siamo la tua guardia speciale…”

Raggiungere la Valle di Lacrime

“Visioni” dell’immenso Harlan Ellison

Adesso devo riuscire ad entrare nella valle di lacrime, ma non ho un’altra Itaca in cui tornare né un’altra Troia da bruciare. Ho imparato che l’orrore non si può contrastare e che giocare “a dio” è un lusso che costa molto caro. Magari i programmatori non mi faranno mai passare all’ultimo step, o forse quello non è l’ultimo ma solo il primo step di un nuovo devastante gioco. Inutile dire “Non voglio giocare”: siamo tutti seduti al tavolo con le carte in mano, e il Dealer è lì davanti, col suo pulsante, come fosse dio e diavolo mischiati insieme. Non ha un aspetto rassicurante, non gli piace che piccolo e grande buio non puntino quello che le regole pretendono da loro ma soprattutto non gli piacciamo noi. Ma del resto, a chi potrebbe mai piacere la specie umana?

Edward Bunker un vero scrittore

Edward Bunker un vero scrittore, che significa? Per spiegarlo devo partire da una mia convinzione assoluta, e cioè: “scrittori si nasce.” Il bisogno insopprimibile di scrivere è un istinto che, per essere autentico, si deve manifestare fin da bambini, o al più tardi da adolescenti. Poi bisogna affinare le capacità, lo stile, scrivendo e soprattutto leggendo, ma l’urgenza di mettere per iscritto le proprie emozioni tramite storie o poesie dev’essere qualcosa di “patologico”, perché la necessità di scrivere è una sorta di malattia (e infatti sono molte le malattie mentali, ad esempio la schizofrenia, che si manifestano sempre prima dei vent’anni.) Non ci si sveglia un bel giorno, magari molto in là con gli anni, con una vita comoda e niente da fare dicendo “Ehi, quasi quasi passo il mio tempo scrivendo un libro”.

In Italia però, la situazione dell’editoria va dal tragico al tragicomico. Solo per parlare dell’editoria che pubblica libri, o almeno, replicanti di libri (replicanti nel senso di Blade Runner), i grossi editori sono ormai riuniti in gruppi di potere e pubblicano solo o noiosissimi libri scritti da giornalisti in ambito “saggi”, o libercoli scritti da cuochi, pseudo-comici e quant’altro in ambito “stronzate” e per finire, quando si arriva alla narrativa, pubblicano libri americani, scandinavi, perfino indiani o africani ma già diventati famosi. Riguardo agli autori italiani, o ci ritroviamo i soliti nomi, ormai sempre gli stessi da trenta anni, oppure, gli unici ad essere pubblicati – che il loro lavoro sia valido o no, e di solito non lo è – lo devono ad amicizie e conoscenze “importanti”, che gli permettono di passare attraverso pubblicazione e vendite col comfort e la rapidità di un bel viaggio in prima classe. Niente contro di loro, per carità, il mondo e l’Italia funzionano così. Ma, semplicemente non sono scrittori.

Edward Bunker un vero scrittore

Mentre gente come Guido Morselli, che pur essendo vissuto in un periodo in cui farsi pubblicare non era ancora così difficile, non è mai riuscito ad ottenere la pubblicazione se non dopo morto (niente meno che da Adelphi, adesso che è morto!) fra l’altro suicida (un classico che chiamerei “effetto Van Gogh”), lui sì era un vero scrittore. Guido Morselli era un signor scrittore, come pochi altri nel nostro infelice paese e non aver ottenuto successo in vita non lo rende certo meno scrittore. Chi pensa che sia il successo a determinare le capacità, in campo artistico e letterario, è molto, molto lontano dalla verità.

San Quintino e la scrittura

Nel caso di Edward Bunker, vissuto fra i 6 e i 15 anni fra famiglie affidatarie, la strada e le prigioni minorili, l’urgenza di scrivere si è subito manifestata nel carcere di San Quintino dove era entrato a soli 17 anni ed era il più giovane detenuto che avesse mai varcato quella soglia. Lì ha iniziato a scrivere “Come una bestia feroce” e contemporaneamente a leggere tutto quello che poteva. Da quel momento ha continuato a entrare e uscire di galera ma senza mai smettere di scrivere. Solo molti anni dopo, quando i suoi libri sono stati pubblicati e molti trasformati in film, Edward è diventato famoso e non ha avuto più il bisogno di procurarsi soldi in modo illegale.

Edward Bunker un vero scrittore

Grande scrittore: Come una bestia feroce, Animal Factory, Educazione di una canaglia, Little boy blue, Cane mangia cane e tanti altri libri tutti particolari, anticonvenzionali, veri, L’ESATTO CONTRARIO dei polpettoni noiosi “come una malattia”, antiquati, senza un briciolo di stile, a volte da “circolo della canasta” scritti dalla maggioranza degli autori italiani pubblicati negli ultimi anni da editori “big”. Oltre a scrittore è stato un ottimo sceneggiatore e attore in tanti film: famosa la sua partecipazione a Le Iene di Tarantino, dove Bunker fa una piccola parte, Mr. Blue, personaggio inserito da Tarantino apposta per lui. E poi:

falsario, truffatore, rapinatore a mano armata, trafficante di droga, imputato per estorsione. Metà della sua vita trascorsa in prigione. Sarebbe mai stato pubblicato Bunker in Italia? Decisamente mai. E non perché delinquente, ma perché ovviamente privo delle giuste conoscenze senza le quali, in Italia, oggi non trovi nemmeno un posto per lavare i cessi alla Stazione, sempre che non sia un posto di lavoro sotto-sotto-sottopagato, con pseudo contratti capestro molto amati dall’ipercapitalismo, per sfruttare alla grande senza correre rischi.

Edward Bunker nella parte di Mr. Blue nelle Iene

Alcune frasi di Edward Bunker

Una sua frase che trovo fantastica e che ci fa capire la grande differenza fra l’Italia e il resto del mondo è:

“Avessi avuto soldi, non sarei diventato un criminale. Ma probabilmente non sarei neppure diventato uno scrittore.”

Qui da noi, invece, vale il contrario: se sei molto ricco di solito sei (o lo è stato qualche tuo avo) un criminale e se non sei ricco, e quindi privo di amicizie, di sicuro non sarai uno scrittore perché nessun editore importante ti pubblicherà mai. Ma fra le frasi prese dai libri di Bunker quella che preferisco è:

“Sono convinto che chi non legge resta uno stupido. Anche se nella vita sa destreggiarsi, il fatto di non ingerire regolarmente parole scritte lo condanna ineluttabilmente all’ignoranza, indipendentemente dai suoi averi e dalle sue attività.”   Edward Bunker, (da “Educazione di una canaglia”)

Edward Bunker un vero scrittore, Stark

Edward Bunker è un grande, rarissimo tipo di scrittore e di uomo per cui provo amore e rispetto. Fatevi un favore: comprate i suoi libri e leggetelo. Poi andate anche a vederli al cinema, ma i libri sono sempre superiori.

Andrea Barzini: il Fratello Minore e l’arte sacra della scrittura

Andrea Barzini l’ho conosciuto per caso. Nella mia assoluta ignoranza in tema di cognomi famosi non avevo la minima idea che il cognome Barzini appartenesse ad una vera dinastia molto, molto nota fin da fine ottocento, soprattutto in ambito giornalistico-editoriale. Fra l’altro Andrea è così semplice e diretto, gentile, dalla mente aperta e creativa, che decisamente non sembra e non è un uomo di potere. Naturalmente, il fatto che non sia un uomo di potere, non significa che non sia un “Re” con una vasta corte di amici e ammiratori, ma, quando parlo di Re, penso al Re “senza corona e senza scorta” di De André.

Entrambi amiamo la letteratura e consideriamo la scrittura una cosa sacra e lui è stato così generoso da farsi intervistare dalla sottoscritta per parlare del suo libro “Il fratello minore” che ha recentemente pubblicato con successo per Solferino. Ma soprattutto, in questa intervista, si è aperto e ha parlato di cose personali e familiari con assoluta sincerità e serenità. Nel suo libro “Il fratello minore” Andrea racconta, fra le altre cose, la storia dello zio Ettore, entrato nella Resistenza – diversamente dal resto dei familiari e soprattutto dal padre di Ettore, ormai anziano, da sempre a fianco del fascismo – e poi arrestato dalle SS e mandato a Mauthausen, luogo in cui è morto. Il libro è davvero interessante, scritto molto bene e, cosa forse più importante, contiene l’anima di Andrea. Ogni libro dovrebbe contenere l’anima di chi l’ha scritto, ma ultimamente i libri che “contengono anime” sono diventati molto, molto rari…

Domanda: parlare della propria famiglia, a meno che non lo si faccia in modo ipocrita, con la fanfara insomma, è un vero mettersi a nudo. L’avevi già fatto in “Una famiglia complicata” nel lontano 1996 e adesso l’hai rifatto. Che cosa ti spinge a questa forma speciale di confessione, sicuramente molto coraggiosa ma anche un filo masochista?

Andrea: Nel caso specifico mio il problema era quello di avere una famiglia irrisolta. Io mi sono rotto la testa tutta la vita perché ci sono dei termini, tipo “famiglia disfunzionale” che in realtà raccolgono lo 0,1% di quello che è una famiglia che non ha funzionato. La mia è una famiglia seminata di lavori in corso, e di conseguenza io ne ho sempre sofferto e ci ho sempre ragionato, anche se malamente: criticavo l’uno, l’altro, me stesso, gli eventi perché ce n’erano tanti di eventi in cui c’eravamo fatti del male fra di noi, fino a che, ormai non più giovane, ho deciso che potevo affrontare il discorso “famiglia” in modo sereno. Ho individuato in questo zio dalla morte tragica una parte cospicua dei malesseri della famiglia. Questo zio che, essendo morto in un campo di concentramento era stato cancellato, dimenticato, pur avendo solo un anno e mezzo di differenza d’età con mio padre, è stato probabilmente anche in vita il capro espiatorio di tutte le dinamiche di una famiglia non felice e poi da morto ha rappresentato, in qualche modo, il silenzio su se stessi.

Ettore Barzini

D: il fratello minore del libro è tuo zio Ettore, uno dei fratelli di tuo padre, fratello che ha cercato di restare ai margini della famiglia fino a distaccarsene scegliendo la Resistenza. L’altro protagonista del libro, però, è tuo padre. Il sentimento che mostri per lui in questo libro è mutevole: spesso lo condanni ma poi lo giustifichi, lo tratti abbastanza male ma subito dopo ne citi le sue doti, le sue capacità di vario tipo, a iniziare dal saper scrivere. Provando a rispondere senza pensarci troppo, cosa provi con più forza per lui, l’amore o la condanna?

Andrea: L’amore, certo; la condanna non c’è. Ce l’avevo quando ero giovane, anche perché vengo dal ’68 e condannavamo chiunque non fosse come noi. C’è il cercare di capire. Mio padre era un uomo con delle grosse mancanze, che io giustifico perché era un cavallo da corsa, che ha corso per tutta la vita intorno a una carriera che era del tutto maschile. Un’epoca che apparteneva ai maschi, vanitosi, egocentrici, competitivi fra di loro in una competizione che a volte non potevi evitare. Mio padre era il primogenito, figlio di un padre famoso, con un super io enorme e ha fatto quello che la società gli chiedeva di fare. In più l’ha fatto molto bene, perché anche quello che scriveva lo faceva in modo cristallino ed era uno che cercava la perfezione. Io lo rispetto per questo. Ha avuto dei risultati, per la sua epoca, enormi; ad esempio è l’unico giornalista italiano che abbia avuto un best seller in America. Inoltre era molto simpatico, spiritoso, ironico, poi, certo, aveva dei difetti enormi, che erano anche i difetti di un uomo che non aveva avuto accanto una donna che lo facesse ragionare. Perché a parte la madre che era una donna straordinaria, ma che purtroppo è morta molto presto, non ha mai avuto donne di un certo livello come interlocutori. Lui prima si era scelto la Feltrinelli che era una donna che di umano aveva ben poco, nessuna intelligenza sentimentale e poi mia madre che era una milanese alto borghese anche lei molto a digiuno di conoscenze sentimentali.

D: Sappiamo che nella tua “complicata famiglia”, ma anche molto famosa, hai tanti parenti, fra cui sorellastre del primo matrimonio di tuo padre. Ludina, ad esempio, figlia della prima moglie di tuo padre, nel ‘96 ti ha accusato di ‘‘bracconaggio familiare, di pettegolezzi, di inesattezze, di aneddoti inventati”. Certo, adesso il tempo è passato e molti di questi parenti forse non ci sono più, ma i tuoi fratelli, cugini, figli, che cosa ne pensano di questo libro?

Andrea: Fra figli e nipoti qualcuno l’ha letto, qualcuno no, qualcuno me ne ha parlato con grande passione. Il problema è che la generazione che ci segue, quella dei quarantenni, è una generazione che non legge. Uno dei meriti di chi come me ha fatto il ’68 è quello di aver spezzato le catene di queste famiglie crudeli o problematiche o deboli e aver creato famiglie meno competitive, meno malate. Per fortuna loro, nipoti o figli di amici, non hanno il problema che avevo io, cioè di capire cosa era andato storto, quali erano i nodi da sciogliere. Questi nodi noi li abbiamo sciolti per loro e questo li rende liberi di guardare in avanti e non indietro, mentre io non lo ero.

D: tuo zio Ettore, come racconti nel libro, ha fatto da agnello sacrificale consegnandosi ai tedeschi quando poteva evitare di farlo. Sì, la vita di tuo nonno e della segretaria, in teoria dipendevano da lui, ma tuo nonno era sempre stato a fianco del fascismo, amico di gente importante e oggi è difficile capire se l’avrebbero davvero mandato ai campi o no. Probabilmente Ettore alla fine avrebbe dovuto consegnarsi, ma, a parer mio, l’ha fatto un po’ troppo presto. Come se non vedesse l’ora di farlo. Sicuramente un personaggio cristico, a me fa pensare al principe Miskin di Dostoevskij, famoso per la frase “La bellezza salverà il mondo” *. Secondo te cosa ha spinto Ettore a sacrificarsi in nome della famiglia?

Andrea: lui, sicuramente, di sua formazione, al contrario di mio padre e dell’altro fratello di mio padre, era uno che aiutava le persone. In questa direzione va la sua militanza, perché è una militanza generosa, lui – così come io ho ricostruito – era uno che prestava l’ufficio, che non si tirava mai indietro, nella direzione che lui aveva sempre avuto e senza nessuno a coprirgli le spalle. Ettore è un uomo modernissimo, femminile, e quando è tornato dall’Africa alla morte della madre, lui ha iniziato – in un certo senso – a fare da madre agli altri, ad aiutare tutti e sempre, tanto che il comune di Milano gli diede una medaglia per aver più volte salvato gente da palazzi che bruciavano, sotto ai bombardamenti. Parallelamente si è sempre tenuto lontano dalla famiglia rispetto alle sue scelte, di cui non ha mai parlato con nessuno. E, quando si è consegnato alle SS che lo aspettavano nel suo ufficio dove era andato mio nonno chiedendo “Cosa volete da mio figlio?” lui ha scelto di consegnarsi proprio perché, immagino, abbia detto “Questa è la mia vita e queste sono le mie scelte. Non voglio che nessuno paghi per me, nessuno si deve nemmeno mescolare con le mie storie”. Ricordiamo che c’era appena stato l’8 settembre, era il dicembre del ’43, Milano era invasa dai nazisti, sangue e torture, tradimenti, morti per le strade e mio nonno non riusciva a capire che diavolo stesse succedendo. Quindi suo figlio, Ettore, avrà pensato “Questo vecchio ormai patetico è meglio che io lo liberi subito” ed ha avuto questo atteggiamento molto compassionevole. Come il suo omonimo Ettore di Troia nel suo ultimo duello contro Achille, anche mio zio sapeva che sarebbe andato inevitabilmente incontro alla morte.

Ettore Barzini disegnato da Andrea Barzini

D: alla fine del libro dai tutta una serie di motivazioni sul perché tuo padre abbia scelto di cancellare l’esistenza del fratello dalla sua vita, dopo la morte di Ettore ovviamente, arrivando addirittura a far buttare via l’unico quadro che ritraeva il fratello dopo aver abbandonato il quadro per anni in soffitta. Le motivazioni che dai hanno tutte un senso eppure è come se mancasse un tassello, perché in fondo quando i due fratelli erano in vita, tuo padre gli era piuttosto legato. Naturalmente è solo una visione mia, ma se io avessi ragione quale potrebbe essere questo tassello?

Andrea: No no, hai ragione. Esiste un mistero che io ho cercato di spiegare, perché forse mio padre provava una sorta di rabbia nei confronti di questo fratello minore che era sempre stato libero, facendo una vita selvaggia, fregandosene delle autorità mentre mio padre essendo in carriera l’autorità la doveva blandire. Poi, come ho scritto, c’era anche una rabbia che aveva a che vedere col fatto che mio zio era entrato in quella borghesia silente, montanara che invece aveva espulso mio padre. Mio padre era tornato dall’America, molto giovane, ed era stato rifiutato dalla famiglia della donna che lui amava e che poi è diventata mia zia, perché in seguito mio padre ha sposato la sorella di quella donna. Del resto la borghesia milanese degli anni ’30 l’America non la conosceva e, principalmente questi suoceri, trattarono male lui e anche la sua famiglia. Trattarono sia lui che sua madre da arrampicatori sociali. L’altro ingrediente è che mio padre, a fine ’43, era dentro un matrimonio che era fallito, un inferno, con questa donna che non lo amava più e lui nemmeno amava più lei, che però era potentissima, in questa villa all’Argentario, isolata, con anche il pericolo di essere deportati perché erano tutti e due filo monarchici, con figli piccoli, mio padre depresso, mentre Ettore, lo spirito libero, si faceva arrestare per quella che mio padre forse vedeva come una leggerezza.

D: parlando di scrittura in generale, io ho la convinzione che non si può essere un vero scrittore se quello che scrivi non deriva da un’urgenza. Non lo dico solo io, lo diceva Hemingway, lo diceva Rilke. A volte quest’urgenza può essere anche di carattere economico, vedi Philip K.Dick che comunque, anche da ricco, sempre un genio sarebbe rimasto. La tua urgenza di sicuro non è economica, quindi, se ne hai una, qual è?

Andrea: Intanto io ho un’esigenza armonica, la scrittura dev’essere anche musica, e questo me l’ha insegnato mio padre. Questo bisogno di ricreare un mondo parallelo alla realtà, diceva la mia professoressa “mutevole e cangiante” attraverso la scrittura che è un doppio come l’arte, come la poesia, il disegno, come tutto quello che crea icone fuori dalla quotidianità e che lascia dei segni, è sempre un bisogno di raddoppiare la realtà o di trovare un altro luogo dove la realtà si conformi a delle intelligenze; perché il nostro problema, come esseri umani, avendo davanti una vita così contraddittoria e casuale è il bisogno di trovare un senso. Quando scopri che riesci a scrivere tre pagine che erano, una volta, qualcosa che avevi visto o vissuto o immaginato ma una volta scritte diventano una cosa diversa, un’icona, allora capisci che la scrittura è una strada aperta. Io l’ho scoperto da ragazzino, perché ho sempre scritto, e anche quando scrivevo sceneggiature non l’ho mai fatto in modo sciatto, e lo facevo un po’ soffrendo, perché scrivere sceneggiature è una cosa molto diversa, anche perché puoi scrivere solo a due dimensioni: i personaggi o agiscono o parlano. Poi, nel tempo ho scritto alcuni racconti, che sono anche piaciuti, ma avevo una doppia paura: intanto quella di confrontarmi con questo “demone familiare” e poi la condanna di mio padre, che diceva “Non c’è nulla di più patetico di uno scrittore che non ha avuto successo”. Lui, che per tutta la vita aveva puntato al grande successo raggiungendolo, disprezzava molto quelli che non avevano successo. Io avevo quindi queste parole di mio padre in testa e sono riuscito a distaccarmene solo quando sono diventato sufficientemente maturo. Questo libro, fra l’altro, l’ho scritto senza un editore, senza sapere se ne avrei trovato uno, facendo proprio un’operazione che mio padre avrebbe definito “velleitaria”. Invece questo libro ha avuto un’accoglienza, una risposta, scrittori e giornalisti l’hanno presentato, ne hanno parlato, ne hanno discusso e io mi sono sentito per la prima volta, rispetto alla scrittura, riconosciuto.

*“La bellezza salverà il mondo” è la frase che viene attribuita al principe Miškin, il protagonista del romanzo “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij. In realtà la frase non verrà mai pronunciata dal Principe protagonista, ma è una domanda che gli viene posta: “È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza?” Cosa intende Dostoevskij quando parla della Bellezza?

Il Principe-Idiota definisce la Bellezza un enigma. Quando Dostoevskij scrisse la famosa frase non si riferiva alla bellezza meramente estetica come la intendiamo oggi, ma alla bellezza della bontà. Il mondo si salverà quando la bella bontà tornerà ad essere una mèta.

John Frusciante e la sua musica curativa

“John Frusciante e la sua musica curativa” non è un semplice articolo su John Frusciante ma si propone di dimostrare le capacità curative, rilassanti, fortemente distensive e terapeutiche della sua musica. Quando parlo della musica di John non mi riferisco ai Red Hot Chili Peppers (che è comunque una grande band che ho sempre amato) ma alle numerosissime canzoni e album che ha pubblicato da solo, come autore di testi e musica, cantante, chitarrista e spesso anche polistrumentista. Se cercate un articolo dove si parli di John, dalle origini fino ad adesso, con tutta la vastissima discografia e le solite storie sul perché abbia abbandonato i RHCP la prima volta, allora l’articolo non è questo, ma sul web ne troverete tanti.

John Frusciante e la sua musica curativa

Introducing John Frusciante

Per parlare delle proprietà un po’ magiche della musica di John devo comunque introdurlo: John è diventato famoso come chitarrista (ma anche back vocalist) dei Red Hot Chili Pepper, entrando nella band quando era già abbastanza nota, nel 1988, quasi per caso, lui ancora un ragazzino, in seguito alla morte del precedente chitarrista. Ma se i RHCP gli hanno dato il successo bisogna anche dire che John ha portato al gruppo un’energia inarrestabile, riff e assoli, innovazioni, cuore e anima che hanno reso indimenticabili molte canzoni (l’intero album Californication, ad esempio) e l’amore incondizionato del pubblico che ha iniziato a vederlo come se il frontman fosse lui.

John Frusciante e la sua musica curativa: John e i RHCP

La sua forza è sempre stata la capacità unica di colpirti nell’animo, incantando gli ascoltatori come una sorta di sirena. Oltre a ciò, come chitarrista ha saputo creare un linguaggio tutto suo ed è diventato uno dei chitarristi più rappresentativi degli anni ’90.  Un anti-eroe della chitarra, in aperta opposizione a chitarristi più egocentrici e più classici come Slash, Dave Navarro, Satriani. Da quel momento i RHCP senza Frusciante si sono trasformati in una sorta di “figli di un dio minore” e nelle due volte che John ha abbandonato il gruppo – il ’92 per poi rientrare nel ’98 e il 2009 – i Red Hot non sono mai riusciti a trovare un chitarrista che riuscisse a sostituire John nel cuore del pubblico. A fine 2019, per la gioia dei fan dei RHCP, John ha di nuovo accettato di entrare nella band.

John Frusciante e la sua musica curativa: la lezione di John

Ma il fatto che John abbia abbandonato per ben due volte una band ormai ultra-famosa, e con essa l’adorazione del pubblico e i guadagni vertiginosi per ritirarsi a scrivere musica indie, molto particolare, musica che solo in pochi sono in grado di capire (e amare follemente), la dice lunga su che persona incredibile sia John. Una specie di Zarathustra dei nostri giorni. Uno in grado di abbandonare l’equivalente di una ricca eredità per andare a vivere in una spelonca e lavorare nei campi.

A questo proposito vorrei citare il commento su “youtube” di un fan di John, perché mi sembra molto in tema. (Da questo momento in poi ogni commento youtube che pubblicherò in quest’articolo è da considerarsi tradotto – da me – dall’inglese e, ovviamente, senza poter scrivere il nick di chi ha postato il commento.)

 “Allora, abbiamo un uomo in grado di suonare da dio una chitarra, uscirsene con un assolo pazzesco di fronte a milioni di persone che cantano in coro mentre suona con una delle migliori rock band di tutti i tempi… che sceglie di non andare avanti così ma di suonare una bella canzone nel suo soggiorno. C’è una lezione da imparare qui…”

Le prerogative di John

John Frusciante e la sua musica curativa: John 2019

John Frusciante adesso

E sicuramente la prima lezione da imparare riguarda la personalità unica di John. Le sue prerogative:

Nick Drake, Syd Barret e Kurt Cobain

  1. scrivere, suonare, cantare e registrare decine e decine di canzoni bellissime anche in periodi orribili, quando l’eroina era la sua unica amica.
  2. essere in grado di far parlare e cantare la sua chitarra come nessun altro.
  3. nei testi e anche nella musica di molte canzoni ci racconta, a brandelli e sempre con estrema umiltà, l’insostenibile leggerezza dell’essere, e nel suo caso il modo in cui porta il dolore su di sé come Gesù portava il peso della croce sulla schiena, cosa che rende Frusciante una creatura cristica.
  4. un’apertura mentale unica unita ad una capacità di indagare e viaggiare dentro se stesso senza nascondere nulla, che fa di lui – in certi album – una via di mezzo fra il miglior Syd Barret e Nick Drake, con un pizzico di Kurt Cobain.
  5. la sua grande capacità visionaria, capacità che fece impazzire Syd Barret ma che ha invece tenuto in vita John, rimasto vivo per raccontarci il modo in cui il tempo rallenta, il giorno in cui il tempo uscirà dalla finestra, per spiegarci che per stare qui – vivo, nel mondo – devi prima morire, che c’è un futuro che ci chiama ma non lo vediamo arrivare, che lui, e tanti di noi, verremo sempre massacrati di botte, botte fisiche o peggio, botte inflitte dalla vita, che le note dei teppisti cavalcano nelle ferite delle fate e che la volontà di morte è ciò che mantiene vivi. Proprio come Ismahel in Moby Dick, John è sopravvissuto per raccontarci – con musica e lyrics – che la verità non è conoscibile, ma pochi eletti hanno la missione di raccontarla comunque.

John Frusciante e la sua musica curativa

Una volta chiarito che, quando parliamo di John Frusciante non parliamo semplicemente di un chitarrista, per quanto bravo, o di un autore e cantante, per quanto bravo, ma di un Artista dalla personalità unica e dal talento straripante, quel genere di talento così detonante che è a metà fra un dono e una maledizione, allora possiamo iniziare ad affrontare il tema di quest’articolo: le capacità molto speciali della musica di John.

Che la musica di John solista in generale abbia capacità un po’ magiche, soprattutto in determinate canzoni, l’ho notato inizialmente su di me e su amici a cui l’ho fatto ascoltare “solo per avere un loro parere in generale”. Una canzone in particolare “Wayne”, che John ha scritto per un amico e fan che stava morendo, ha delle capacità incredibili, oltre ad essere di una bellezza sublime (inutile dire che John l’ha auto-pubblicata e regalata al suo pubblico)

.“Wayne”

Ecco le parole che John ha scritto per presentare questo brano:

“Ho registrato questo brano per il mio amico Wayne Forman, l’amico più fico e più adorabile che qualcuno possa avere. Quando suonavo su un palco, spesso mandavo mentalmente la mia musica a lui. Wayne amava gli assoli di chitarra, quelli lunghi, e lui era la persona per cui preferivo suonare fra il pubblico. Come sanno tutti quelli che l’hanno conosciuto, lui era anche il miglior chef del mondo. Quando l’ho visto due giorni fa era sdraiato di fronte a un lettore CD, così quando sono tornato a casa ho deciso di fare qualcosa per lui. Ho registrato questo assolo per farglielo ascoltare, ma l’ho terminato un giorno troppo tardi, quindi adesso è un tributo alla sua memoria. È quello che lui avrebbe voluto che suonassi per lui ed è la mia offerta alla sua famiglia, ai suoi amici e a chiunque altro allo stesso tempo. Wayne vive per sempre nei nostri cuori, il ragazzo più fantastico che chiunque possa mai conoscere. Sono così fortunato per aver avuto la grazia della sua amicizia. Tutto l’amore del mondo per lui.

 – John”

I commenti dei fans di John su “Wayne”

Allora ho iniziato a fare una ricerca su youtube, sui commenti lasciati dai fans di John su “Wayne” (self released, 2013) che hanno confermato quello che pensavo:

–      Anche il mio cane cambia il suo stato di mente rilassandosi e calmandosi ogni volta che suono questa canzone a tutto volume. Lui si sdraia e batte il tempo con la coda mentre ascolta. È fantastico.

–      Dopo questo ascolto mi sento ripulito, onesto, se questo avesse un senso direi che mi sento come se l’acqua nera fosse stata lavata via dalla mia testa fino ai miei piedi. Una stramba descrizione ma è quello che sento ascoltando questa canzone!

–      Sto scrivendo un necrologio per il funerale di mia mamma che sta per morire di Covid. Ho il cuore spezzato. Questa canzone mi aiuta a esprimere i miei pensieri.

–      Uso questa canzone ogni giorno per staccare la spina dallo stress. In qualche parte delle distorsioni io trovo chiarezza e pace. Grazie John

–      Grazie per la musica, John. Mi ha salvato mille volte

John Frusciante e la sua musica curativa: i commenti della sua community

A quel punto ho allargato la mia ricerca sui tanti dischi creati nel corso del tempo da John, e sono rimasta colpita da quante persone provassero le mie stesse sensazioni. Inoltre ho avuto modo di notare l’assoluta gentilezza, tolleranza, solidarietà dei componenti la community dei fans di Frusciante, cosa davvero rara su internet e sui social in genere, dove la gente di solito si sbrana digitalmente. I commenti da citare anche solo parlando di “musica curativa” sono tantissimi, ma ho dovuto operare una selezione fra quelli che mi sembravano più significativi.

John Frusciante e la sua musica curativa: John e la sua Fender

Commenti da “Forever away” (The brown bunny OST, 2004)

  • Sono d’accordo, è come un guaritore. Lui sa quello che provi e dice le cose giuste per farti star meglio
  • Questo ragazzo, sul serio, è una delle ragioni per cui sono ancora vivo e funzionante oggi
  • Può sembrare buffo, ma cantare con John in questa canzone ha un effetto davvero salutare su di me

Da “Dying Song” (The brown bunny OST, 2004)

  • Adesso sono maledettamente depresso, in uno dei più brutti momenti della mia vita, e ascoltare almeno una canzone di John rende tutto migliore, almeno per un po’
  • Questa canzone mi ha impedito di suicidarmi… grazie John Frusciante per avermi salvato la vita
  • Questa musica è davvero un antidolorifico per l’anima
  • Non so perché ma ho iniziato a piangere così tanto verso la fine. Nessuna canzone ha mai avuto un impatto così forte su di me prima di questa. Immagino che la musica di John contenga un potere meraviglioso

“Falling” (The brown bunny OST, 2004)

Quando la mia casa ha preso fuoco, ho iniziato ad ascoltare John ogni giorno e ogni notte, ammetto che ero piuttosto ossessivo. Non voglio dire che non ce l’avrei fatta senza la sua musica, tutto quello che posso dire è quanto apprezzo il fatto che la sua musica fosse lì per me in quel momento della mia vita.

“Lever pulled” (Curtains, 2005)

Questa canzone lascia qualcosa di più… è come una droga

“Time tonight” (Curtains, 2005)

  • Io sono un uomo, non piango, non corro da qualcuno a lamentarmi dei miei problemi. Ma quando la vita ti prende a calci io vado sempre dal mio musicista preferito, John Frusciante e posso piangere e mi sento sempre un po’ meglio
  • La voce di John in questa canzone… Non riesco a spiegare come mi fa sentire. Puro piacere, ma piacere triste, un’emozione triste. Non so come spiegarlo, non credo che nessuno ci riesca, è solo qualcosa che devi aver sperimentato per riuscire a capire.

“I will always be beat down” (From the sounds inside, 2002)

  • Ho avuto una mattinata orribile e questa canzone mi risuonava in testa. Stavo male ma poi ascoltare questa canzone mi ha confortato
  • Lui ti da una calma immediata quando ti senti come se volessi sparire
  • John Frusciante è una religione

“Heaven” (The Empyrean, 2009)

  • Mi ricordo quando stavo al liceo, seduto in classe, assolutamente depresso e ascoltare questa canzone era la sola cosa a cui riuscivo ancora a tenermi attaccato
  • Ogni nota è bella in un suo proprio modo. Mi invia ondate di energia attraverso il corpo. Il vero significato della musica è in questa canzone. Questo è il linguaggio dell’universo.
  • Questa non è una canzone, questa è una vita. La sua musica è un significato. John è un trasferente di emozioni.

“Central” (The Empyrean, 2009)

  • Non ho parole per spiegare cosa questa canzone fa alla mia anima
  • La musica non può essere meglio di così. Solo la musica di John mi fa sentire come se stessi viaggiando attraverso dimensioni
  • La comprensione di John della musica è ineguagliabile. Lui ha preso il suo spirito e l’ha versato dentro al suono liquido, in modo che noi possiamo capire e apprezzare la sua essenza.
  • Lui è l’unico essere umano in grado di curare la mia anima

“The days have turned” (The will to death, 2004)

  • John mi ha fatto diventare una persona migliore e molto più sensibile… non ho mai pensato che qualcuno riuscisse a fare questo solo con una canzone…
  • Non ha importanza quale sia il mio umore o quale situazione io stia attraversando, questa musica sarà sempre come luce nelle tenebre per me ❤
  • Questa canzone mi ha aiutato nel periodo più nero di tutta la mia vita. Grazie John

The will to death (The will to death, 2004)

  • Ho avuto un’overdose di benzodiazepine ed alcool circa un mese fa, intenzionalmente… ma mi hanno resuscitato e curato. Ascolto questa canzone ogni giorno, adesso, la volontà di morire è davvero quello che mi mantiene vivo, questa canzone si accorda in modo così forte col mio nuovissimo desiderio di vivere questa vita nonostante quella notte mi sia sentito così bene all’idea di andarmene.
  • Ho avuto grossi problemi di droga per tanto tempo… Al momento, questa canzone è ciò che mi ha tenuto in vita
  • La volontà di morire è ciò che mi tiene in vita
  • Questa canzone mi ha salvato la vita
  • Quattro anni fa ho passato un’orribile depressione, ero immerso nella tenebra e la musica di Frusciante mi ha fatto sentire che non ero solo, il dolore nella sua musica mi ha confortato e adesso, quattro anni dopo, sto molto meglio, ma ascolto spesso la sua musica e sento lo stesso caldo abbraccio nelle sue belle melodie che mi hanno aiutato a uscire da luoghi così orribilmente oscuri.

“Ramparts” e “Murderers” (To record only water for ten days, 2001)

  • Questa canzone è come un viaggio nel posto più meraviglioso in cui potresti mai andare
  • Devo chiudere gli occhi. Incredibile, è come estate, come il sorriso dei bambini, come libertà. Ha un feeling positivo, come la mia prima medicina per curarmi. Ascolta questa canzone e nascondi i problemi. Starà sempre con me per aiutarmi… grazie.
  • La mia bambina di 9 mesi ama questa musica. Smette di piangere appena partono le prime note, e fa anche applausi e risate quando l’ascolta. Che suono potente!
  • Sono le due di notte e me ne sto su un grosso albero, cercando di focalizzarmi sulla mia energia. Questa canzone è vita
  • Questo album mi ha aiutato a tenermi lontano da droghe e alcool nei primi tempi della mia riabilitazione

“Someone’s” (To record only water for ten days, 2001)

“Allora, devo spiegare questa canzone prima di suonarla. Questa canzone, Someone’s è dedicata a una mia grande amica di nome Jean, che è uno spirito. Lei possedeva una persona che era un mio grande amico, mentre lui dormiva. Abbiamo conversato molte volte e lei mi ha raccontato come funziona nelle altre dimensioni e luoghi dove andrai dopo la morte. Tu sei già lì proprio adesso, ci sono posti dove andrai dopo morto ma tu sei già lì, tu stai vivendo quella vita contemporaneamente a questa, perché loro si trovano in un tipo di spazio-tempo dove, beh, possono stare in ogni tempo nello stesso momento mentre noi viviamo solo questo breve periodo di tempo. Le persone spirito possono stare in ogni spazio temporale contemporaneamente perché non hanno un senso del tempo. Quindi non possono scrivere canzoni, non possono farsi droghe, non possono fare sesso. Non possono fare niente delle cose che noi facciamo perché noi abbiamo il tempo. Tu non realizzi cosa è il tempo, non è la tua carne o altro del genere, è tempo. Noi siamo fortunati ad avere il tempo, dovreste apprezzarlo mentre lo avete perché non ne avrete più dopo la morte.” (John in un concerto)

L’idea del tempo, dei mille modi diversi in cui percepirlo è una delle ossessioni di John, come sanno tutti quelli che hanno ascoltato o letto le lyrics delle sue tante canzoni. Per questo mi è sembrato importante aggiungere questo breve discorso su tempo e spiriti che John ha fatto in un suo concerto.

Le lyrics di Someone’s sono tutte parole della ragazza spirito, Jean, in cui probabilmente John vedeva se stesso: “qualcuno aspetta di volare con me/ qualcuno dice arrivederci ogni volta che lei mi dice ciao/ perché entrambi sono connessi con qualcuno/ io fluttuo giù lungo questa corrente d’aria/ io fluttuo ed è ogni sogno che ho mai avuto/ e sono così felice e triste/…ognuno che ha vissuto ha un luogo/ proprio qui c’è ogni mondo/ ogni tempo disegna una linea che porta ad ora/ per tenere e far girare l’infinito/ qualcuno mi porta oltre tutto questo”

John Frusciante e la sua musica curativa: Someone’s commenti

  • Questa canzone deve essere ascoltata da tutti, è una cura musicale.
  • L’1.17 di notte e ho l’urgenza di ascoltare questa canzone
  • La canzone più trascendentale sull’esistenza e I fenomeni percettivi che io abbia mai ascoltato
  • Qualcosa sui nostri ricordi e desideri ma è una vera dichiarazione. Puro amore

“Scratches” (Inside of emptiness 2004)

  • Amo così tanto questa canzone e mi fa rilassare quando sto in ansia o provo panico. Lui è la mia medicina che prendo ogni giorno. Amo John
  • Quando sono molto depressa ascolto questa canzone o quando non sento motivazioni per vivere. In ogni caso, per qualche stramba ragione, questa canzone mi fa rilassare.

Album: Niandra laDes and usually just a t-shirt, 1994

  • Un genio, la parte di piano che inizia a 1.41 ti calma l’anima (My smile is a rifle)
  • Questa musica è così potente. Piena di tristezza; non un qualsiasi tipo di tristezza ma quella tragica. Eppure riesce a toccarti dentro l’anima in un modo che è difficile da trovare e anche parlarne. Probabilmente non solo per me. Il motivo è il suo potere. Grazie JF. Sempre l’unico! (My smile is a rifle)
  • Questa canzone ha i toni più tristi ma, abbastanza follemente, mi fa sentire davvero incredibile (Running away into you)
  • Questa canzone mi fa sentire come se stessi nuotando nella terra (Running away into you)
  • Syd Barrett dal futuro (Running away into you)
  • La musica di Frusciante ti fa sentire cose che non vuoi sentire. Ma in ogni caso va bene. Mi convince che essere folli sia perfettamente giusto. (Running away into you)
  • Questa canzone è spaventosa, terrificante, inquietante e molto snervante. Una specie di soundtrack per il manicomio nella mia testa… L’adoro!!! Lui è un genio. (Running away into you)
  • Ti sembra di stare in un giardino immaginario, completamente fuori di testa e iper-felice (Untitled#6)
  • Questa canzone mi rende felice non so spiegare perché ma ascoltandola mi arriva gioia (Untitled #6)
  • Questa canzone regala alla mia mente sempre un incredibile stato di serenità (Untitled #6)
  • Gronda emozione, è una sorta di sollievo sapere che ho questa musica da ascoltare quando voglio. Sono sempre impaziente di ascoltarla. È veramente terapeutica. (Untitled #8)
  • Decisamente una delle mie canzoni preferite del mio album preferito di tutti I tempi. Non ho mai ascoltato niente di così interessante da essere repulsivo e meraviglioso allo stesso tempo. La gente semplice ascolta musica semplice, la gente complessa ascolta musica complessa (Untitled #8)
  • È bello vedere altre persone che come me amano John. C’è qualcosa in lui e nella sua musica che solo alcune persone riescono a capire. Quelli come noi, che lo amiamo e vediamo che capolavoro è il suo album. (Untitled #9)
  • Dio questa musica mi ha aiutato in ogni cosa che possiate immaginare (Untitled #12)

“Maya”

L’ultimo album pubblicato da John come solista nel 2020 prima di rientrare nei RHCP è Maya, elettronico e strumentale, ma non una novità per chi conosce il desiderio di viaggiare in mille direzioni diverse di John ma riuscendo, chissà come, a far sentire sempre il tocco leggero ma molto potente della sua firma. Nel corso di tutti questi anni John aveva pubblicato già diversi album elettronici, ma con l’alias “Trickfinger”. Maya è il primo album elettronico firmato col suo nome ed è chiamato così in onore della gatta di John, Maya, sua amata e fedele compagna, da poco scomparsa.

Maya, la gatta di John morta da poco

Il brano più famoso è “Brand E” dove le uniche parole che sentirete, all’inizio, sono “Give me a motherfucking break-beat”. Il break-beat descrive dei ritmi di batteria che caratterizzano solo alcuni tipi di musica elettronica, anzi, il break-beat è in totale opposizione al beat sincopato e sempre uguale della musica house o techno. Con queste poche parole John ci indica anche la sua nuova direzione, dove non sarà più autore di lyrics né suonerà la chitarra (cosa che farà comunque con i RHCP in cui è da poco rientrato). La sua musica elettronica è bella ma la sua musica indie mi mancherà tantissimo.

In ogni caso John ha pubblicato così tanti album e canzoni da solista, ma così tanti e quasi tutti a livello magistrale e sempre speciale che, per lenire le nostre anime e curare le ferite della nostra mente avremo musica da ascoltare fino alla fine dei nostri giorni…

John Frusciante bambino

John da bambino con chitarra

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Perché quest’articolo è intitolato “Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping”? Per via del recentissimo scoop del New York Times che racconta al mondo come e quanto Apple sia coinvolta nella sorveglianza su larga scala oltre che nella censura imposte dal governo cinese a tutti i cittadini cinesi che hanno acquistato e utilizzano un Iphone o altro device Apple. Ho citato Steve Jobs perché, pur non essendo io mai stata una particolare fan dell’uomo considerato da tanti una sorta di guru, credo – o meglio – voglio credere che Jobs oggi sarebbe disgustato dalle scelte fatte dalla compagnia da lui creata. Scelte che fanno orrore ma che non sorprendono: la maggior parte dei giganti dell’high tech, se devono scegliere fra aumentare il profitto o garantire la libertà dei propri clienti, scelgono sicuramente il profitto.

Students

New York Times versus Apple

Il New York Times ha parlato con numerosi dipendenti Apple, con esperti di sicurezza e ha visionato documenti speciali prima di fare l’articolo, partendo da un concetto basilare: oggi tutti i prodotti della Apple vengono assemblati in Cina e sempre dalla Cina entrano nelle casse della Apple un quinto di tutti gli introiti mondiali.

Il professore universitario Doug Guthrie, assunto da Apple nel 2014 per trattare la questione cinese, ha spiegato al New York Times: «i lavoratori cinesi assemblano quasi ogni singolo iPhone, iPad e Mac. Apple si porta a casa 55 miliardi di dollari all’anno dalla regione, un profitto superiore a quello di qualunque altra azienda americana in Cina». Ed ovviamente, come in ogni business, vale il vecchio “do ut des”; dice ancora Guthrie: “se sei sposato alla Cina, devi darle qualcosa in cambio” ovvero dati personali, foto, chat, informazioni su conti, posizione degli utenti, video e via discorrendo.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia ha detto al New York Times: “Apple è diventato un ingranaggio nella macchina della censura che presenta una versione di internet controllata dal governo; se si guarda al comportamento del governo cinese, Apple non oppone alcuna resistenza.”

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping, la censura della Cina
La Cina censura il Web

Oltre a passare al governo cinese dati sensibili dei propri clienti, Apple aiuta la Cina nella censura. In che modo? Apple non fa entrare nel proprio App Store cinese migliaia di applicazioni, come ad esempio aggregatori di notizie di giornali stranieri, incontri gay, organizzazione di proteste democratiche e niente che abbia a che fare col Dalai Lama. Dal 2017 ad oggi sembra siano state cancellate ben 55mila applicazioni, mentre dal giugno 2018 a giugno 2020, Apple ha approvato il 91 per cento delle richieste della Cina, rimuovendo 1.217 app: nello stesso periodo, in tutto il resto del mondo, la rimozione è stata di solo 253 applicazioni.

Le strategie per pagare molte tasse in meno

Un’altra contestazione fatta dal New York Times ad Apple riguarda le strategie grazie a cui l’azienda riesce a pagare meno tasse del dovuto. Strategie che consistono nella creazione di centri Apple molto importanti soprattutto in Stati dove le tasse sono minime rispetto a quelle che andrebbero a pagare negli Stati Uniti. Naturalmente Apple non è l’unico fra i giganti high tech a utilizzare questi sistemi, al contrario. Forse ci vorrebbero delle leggi che, banalmente, rendano certi metodi illegali, sia negli Stati Uniti che in buona parte dell’Europa.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping. Strategia per pagare molte meno tsse

Apple secondo Pavel Durov

Quello che ha scritto il sempre ben informato Pavel Durov, creatore e proprietario di Telegram, in seguito all’articolo del New York Times: “Apple è molto efficiente nel portare avanti il proprio modello di business, che è basato sul vendere hardware obsoleto e molto costoso a dei clienti bloccati nel loro ecosistema. Ogni volta che devo usare un Iphone per testare le nostre app per Ios mi sento come se mi avessero spedito nel Medio Evo. I display da 60 Hz degli Iphones non possono competere con quelli da 120 Hz dei più recenti smartphone Android. Ma la cosa peggiore di Apple non è nemmeno l’hardware datato e i peggiori device, ma il fatto che, se possiedi un Iphone, diventi uno schiavo digitale della Apple: hai il permesso di usare solo quelle app che la Apple ti lascia installare tramite il loro app store e per il backup dei dati puoi solo usare l’ICloud della Apple. Non c’è da meravigliarsi che l’approccio totalitario della Apple piaccia così tanto al partito comunista cinese, che grazie ad Apple ha adesso il completo controllo dei dati e delle app che appartengono ai cittadini cinesi che si affidano agli Iphones.”

New York Times abbandona Apple news

Come mossa successiva il New York Times ha deciso di rimuovere i propri contenuti da Apple News, che è il servizio in abbonamento di Apple che offre l’accesso a centinaia di quotidiani, riviste e magazine digitali come The Wall Street Journal, The Los Angeles Times e prodotti editoriali dell’editore Condé Nast.

“Apple News non si allinea con la nostra strategia di finanziare il giornalismo di qualità costruendo una relazione diretta con i lettori che pagano” ha detto il New York Times, sottolineando come, secondo loro, i contenuti di qualità “dovrebbero essere giustamente ricompensati. Abbiamo fiducia nel fatto che continueremo ad avere una partnership forte con Apple attraverso altri prodotti”.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping, il New York Times abbandona Apple news

Il NYT non è l’unico ad aver rinunciato al servizio; nel 2017 già il Guardian, inglese, aveva abbandonato Apple per poi tornare disponibile lo scorso marzo. Il Washington Post, invece, aveva sempre rifiutato di farne parte. Del resto il Times non poteva fare altrimenti, dopo aver definito Apple “Il braccio armato della censura in Cina”.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping? Come risponde Apple

Il colosso di Cupertino, città californiana nel centro della Silicon Valley, ha risposto in modo molto fiacco alle accuse del New York Times, senza dire una sola parola sulle questioni che riguardano censura e libertà in Cina, né sulla questione tasse ma facendo un generico discorsetto dove si autoincensa in quanto creatore di posti di lavoro nel mondo:

“Negli anni scorsi, siamo riusciti a creare un’incredibile quantità di posti di lavoro. Il centro fondamentale risiede ancora negli USA con oltre 47’000 impiegati a tempo pieno, sparsi in circa 50 stati. Focalizzando l’attenzione solamente sull’innovazione, siamo riusciti a creare, partendo da zero, nuovi prodotti ed industrie portando lavoro ad oltre 500’000 persone in tutti gli Stati Uniti; in tale cifra non sono presenti solamente i nostri dipendenti, ma coloro che creano le componenti per i prodotti sino a quelli che le consegnano direttamente ai clienti. Noi produciamo parti negli USA che poi vengono esportate in tutto il mondo, gli sviluppatori Statunitensi creano delle applicazioni vendute anch’esse in oltre 100 paesi. Per i suddetti motivi, l’azienda è da considerarsi come uno dei principali creatori di posti di lavoro degli ultimi anni.

Parallelamente abbiamo continuamente contribuito a determinate attività di beneficenza e non abbiamo mai ricercato pubblicità. Abbiamo sempre cercato di focalizzarci sulla scelta giusta e non sui meriti che avremmo ottenuto in seguito. Apple dirige il suo business con i più alti standard etici, in rispetto delle leggi e delle regole imposte. Siamo veramente fieri del nostro contributo.”

Apple è veramente fiera del suo contributo. Così come i vari Musk, Zuckerberg, Gates, Bezos, tutti fieri sicuramente dei propri miliardi. Fossi in loro, parole come etica, scelta giusta, rispetto eviterei di usarle. Se non altro per decenza.

Luciano Viti Rock in Camera

Luciano Viti Rpck in Camera Luciano e Jimmy Page a Pistoia blues

Luciano Viti Rock in Camera è un’intervista ad un grande fotografo italiano, specializzato in ritratti di artisti. Nel corso della sua lunga carriera Luciano ha fotografato principalmente rockstar, ma anche attori e registi famosi. I suoi scatti sono bellissimi e la sua carriera è lunga, ricca e articolata. Ha gentilmente accettato di incontrarmi per parlare della sua professione e condividere aneddoti e storie divertenti sulle star del rock e del jazz che ha incontrato, fotografato e a volte frequentato. 

David Bowie by Luciano Viti, 1983

D: Luciano, diventare ritrattista è stata una scelta o un caso?

Luciano Viti: Una scelta e anche una necessità, perché per fotografare un artista hai un tempo ristretto, magari dieci o venti minuti prima che inizi il concerto; il ritratto è la sola possibilità, perché puoi riuscire a farlo in qualsiasi posto e rapidamente. Una delle mie capacità è proprio la sintesi. Velocità e sintesi nel realizzare il lavoro.

Rock in Camera: Keith Richards

D: Parliamo di rockstar. Hai praticamente passato 2 giorni con Keith Richards, me ne parli?

Luciano: Dopo un inizio un po’ turbolento, io e un amico che faceva da tramite siamo andati ad incontrarlo all’Hotel Excelsior. Lui è sceso, ha salutato l’amico e mi ha abbracciato dicendomi “L’altro giorno ti ho trattato un po’ male, scusami!”. Ci ha fatto salire nella sua suite, dove c’era la moglie, poi siamo andati a bere e a mangiare lì vicino. A fine pranzo è arrivato un cameriere col conto, da me e dall’amico comune. Keith stava chiacchierando da un’altra parte del locale, e mi ricordo che il conto era altissimo. Allora mi sono alzato e l’ho pagato, ma avevo solo ventinove anni ed erano tutti i soldi che avevo. Poi Keith è tornato, ha chiesto il conto e si è stupito quando ha saputo che l’avevo pagato io. Mi ha detto “Ma che sei scemo?” Siamo tornati all’albergo e mi ha preso da parte ripetendomi: “Dimmi quanto hai speso che te li rendo” ma io mi vergognavo e proprio non potevo accettare quei soldi. Allora mi ha detto: “Million dollars” e ha fatto il segno di chi soffia qualcosa al vento, come per dire: “Stai tranquillo, per me quella cifra è meno che spiccioli.” Ma io continuavo a non volerli e lui, per ricambiare, mi ha invitato a cena e siamo andati lui, la moglie, io e una ragazza al ristorante. Poi mi ha detto “Vieni domani pomeriggio e mi fai le foto”. Finalmente aveva accettato di farsi fotografare da me. Quando ho iniziato a scattargli foto ero in maglietta, a novembre ma sudavo per l’ansia. Lui mi ha chiesto “Ma perché sudi?” Mi ricordo che ho detto a me stesso: “Se sfochi ‘ste foto sei uno stronzo!” Poi ha suonato qualcosa con la chitarra e alla fine mi ha detto “Grazie per avermi trattato come un amico e non come una rockstar”. Quella è stata la photo session dove mi sono emozionato al massimo, più della session con Jimmy Page, più di quella con Miles. Mi ricordo quel tratto di Via Veneto dove camminavo con Keith e mentre camminavo non toccavo terra, mi sembrava di volare…

Keith Richards, Roma, Hotel Excelsior 1984 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Keith Richards rome Hotel Excelsior

Luciano Viti Rock in Camera: Jimmy Page

D: Jimmy Page a “Pistoia Blues”, da cui anche la foto che hai fatto con lui. Puoi raccontarmi qualcosa su quella session?

Luciano: I Led Zeppelin sono stati il mio gruppo preferito. Quando sono esplosi io avevo 15 anni e quindi era il momento perfetto, me li sognavo la notte. Andai in treno fino a Londra per vederli, all’epoca 52 ore di viaggio dormendo a casa di uno che non conoscevo. Avevo poca attrezzatura fotografica con me. Poi li ho rivisti l’anno dopo a Zurigo e lì li ho fotografati meglio. Loro erano proprio il mio gruppo. Penso sempre che il gruppo migliore in assoluto siano stati i Beatles, hanno quel qualcosa che li rende meglio degli Stones e meglio degli Zeppelin, ma dal punto di vista emotivo i miei preferiti erano gli Zeppelin. A “Pistoia blues”, nel 1984, sono andato come fotografo ufficiale pur pensando che Jimmy Page non si sarebbe presentato. Invece ho fatto bene ad andare perché lui c’era, abbiamo fatto una photo session e l’ho conosciuto. Lui è una persona tranquilla, alla mano. Fra i vari guitar hero lui e Hendrix sono quelli che hanno il rapporto scrittura-chitarra che preferisco. A Pistoia c’era anche Rory Gallagher, che è una persona di una gentilezza ed educazione squisita.

Jimmy Page e Rory Gallagher, Pistoia 1984, by Luciano Viti

Rock in Camera: Miles e Chet

Miles Davis 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera: Miles Davis

D: Fra i tuoi scatti migliori e più famosi c’è Miles Davis. Come hai fatto a catturare la sua anima così bene?

Luciano: Non lo so. Forse quando scatto nemmeno me ne accorgo di quello che faccio. Io so che per fare una bella foto bisogna spingere la propria forza, l’intenzione fino al limite, come correre fino al bordo di un dirupo ma senza cadere di sotto: c’è un attimo in cui rimani sospeso in aria, un po’ come nei cartoni animati, e quello è l’attimo speciale della foto, poi ritorni indietro. Con Miles fin dall’inizio è stato incredibile: il suo impresario gli ha fatto vedere il mio book e lui ha subito accettato di farsi fotografare. Lo shoot è durato poco, a Miles io ho fatto solo 36 scatti. Proprio alla fine, col mio inglese dall’accento romano, gli ho detto: “Put the tongue into the finger”. Lui mi ha guardato come per dire “questo è scemo”, però ha messo la lingua sulle dita! Io ho scattato e gli ho detto “One more”. Lui l’ha rifatto ed è finito il rullo. Per un attimo ho visto nei suoi occhi proprio un “ma che cazzo” ma la sua grandezza è stata di farlo ugualmente, e lì ho capito una cosa: in linea di massima non devi patire la soggezione del grande personaggio, devi essere deciso.

D: Parlando di artisti jazz, che mi dici delle foto che hai scattato a Chet Baker?

Luciano: Andando indietro mi ricordo che nessuno di noi parlò, nessuno disse nulla, forse due parole. Chet era molto fotogenico, nonostante anni e anni di droga; magari dimostrava più dell’età che aveva, ma in foto credo fosse difficile sbagliare con Chet. Sapeva posare, stare davanti alla macchina fotografica, bucava lo schermo, e io ho fatto, come faccio sempre, un lavoro di sintesi.

Chet Baker, Roma 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti: Rock in Camera Chet Baker 1987

Rock in Camera: Frank Zappa

D: Un altro gruppo di foto che hanno avuto gran successo sono quelle che hai fatto a Frank Zappa. Lui, che era sempre molto istrionico, amava essere fotografato: le pose che fa nelle tue foto le ha scelte da solo o le hai scelte te?

Luciano: Le ha scelte lui e io le ho prese al volo, a parte quella con la bacchetta in mano che è stata una mia proposta che lui ha accettato. Prima di fare le foto è venuto il suo assistente, gli ho fatto vedere il mio portfolio e a un certo punto c’era una foto di Greta Scacchi, giovane, bellissima. L’assistente esclama “Greta Scacchi! Wonderful lady!!!” e subito dopo mi dice “ora veniamo, Frank ha detto che ti da 10, 15 minuti”, mentre tutto il Palasport di Roma era pieno e tutti aspettavano che lui iniziasse a suonare. Dopo 5 minuti torna l’assistente con Frank e gli mostra il mio book con la foto di Greta Scacchi. Anche Frank dice “Bellissima, la adoro” e io allora tiro fuori la foto e gliela regalo. Frank prima non voleva ma io ho insistito e lui l’ha presa ringraziandomi. Subito dopo abbiamo fatto le foto e sono venute tutte benissimo.

Frank Zappa 1988 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Frank Zappa

Rock in Camera: Luciano Viti

D: Hai imparato a fotografare in qualche scuola o da qualche maestro?

Luciano: Io sono autodidatta. Ho imparato ad usare le luci guardando i film italiani del neorealismo e quelli americani. Io guardavo quei film e rimanevo a fissare le luci. Ad esempio, le luci del “Terzo uomo” di Carol Reed con la fotografia di Robert Krasker sono molto più che attuali, secondo me appartengono al futuro. Io le guardo, le vedo e posso rifarle, ma nel 1949 era impossibile. Oppure 8 e mezzo di Fellini, con Gianni Di Venanzo, uno dei più grandi direttori della fotografia di sempre, film impossibile anche oggi da rifare. Quindi io ho imparato a ricreare le luci che vedevo nei film, non quelle delle fotografie. Recentemente mi sono rivisto un film con Greta Garbo, meravigliosa, di una bravura pazzesca …

Eic Clapton 1989 by Luciano Viti

Ron Wood e Bo Diddley, 1988 by Luciano Viti

D: L’avresti voluta fotografare?

Luciano: No, io fotografo pochissimo le donne. Ho fotografato attrici, cantanti, modelle ma sto a disagio. Non lo so perché, ho sempre una sorta di timidezza verso la donna, come una forma di delicatezza. Anche alle mie ex fidanzate ho fatto pochissime foto. E in generale non sono uno che va in giro con la macchina fotografica dietro. Io non faccio il fotografo, io sono un fotografo. Quando fotografo non mi accorgo di nulla, potrebbero uccidermi e non me ne renderei conto. Fotografare è l’unica cosa che mi porta via, non c’è niente che amo di più fare, più del sesso, più di qualsiasi altra cosa.

Patti Smith, 1996 by Luciano Viti

Luciano Viti Patti Smith

D: Parlando di fotografi, chi sono i tuoi preferiti?

Luciano: Il mio preferito in assoluto è Pentti Sammallahti, fotografo finlandese meraviglioso che ho conosciuto, fotografato, e penso sia magico. In passato ho amato molto Irving Penn, a cui mi sono ispirato, un grande ritrattista. Uno che mi piaceva molto quando ero ragazzo era Jim Marshall, un grande reportagista del rock, ma che secondo me non sa fare una luce in studio. Lui aveva dalla sua il fatto che faceva proprio parte del mondo rock, soprattutto anni 60, era tossico come tutti gli artisti che fotografava, era amico di tutti, e ad esempio, con nonchalance poteva dire a Janis: “Andiamo in camera tua e facciamo due foto” e lei lo faceva. Alla fine Jim è stato una specie di enciclopedia fotografica del mondo rock di allora e alcune foto sono diventate icone; lui è stato il testimone di un’epoca, senza dubbio.

Ennio Morricone by Luciano Viti

D: Che altri tipi di arte ami?

Luciano: Ovviamente la musica e poi tanti tipi di arte figurativa. Amo molto Pollock, Modigliani, le ceramiche di Picasso, per dirti i primi che mi vengono in mente e già da piccolo rimanevo incantato guardando Nureyev che ballava e restava mezz’ora per aria. Tutti questi grandi artisti, che è come se appartenessero a un’altra specie, sono però ciò che rende l’umanità ancora degna di stare su questo pianeta. Perché gli altri stanno ancora lì a farsi le guerre, mangiati vivi dall’avidità, ladri anche quando sono miliardari. Io non li capisco, proprio non riesco a capirli, ma capisco l’arte.

Mick Jagger, Rotterdam 1982 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Mick Jagger 1982

Mick Taylor, Roma 1997 by Luciano Viti

LucianoViti Rock in Camera: Crosby, Stills & Nash

D: Un altro aneddoto divertente fra i tanti è di qualche anno fa con Crosby Stills e Nash, giusto?

Luciano: Fotografati nel 2013 e non suonavano più insieme da tanto tempo. Quindi, in un camerino allucinante e piccolo dietro al palco fotografo Crosby, poi fotografo Nash mentre Stills dice che lui preferisce non farsi fotografare. Perciò mentre loro suonano io smonto tutto e a metà concerto Stills va dal roadie e gli dice “Dì a quel fotografo che le foto le voglio anch’io”. Allora rimonto tutto, ritiro fuori l’attrezzatura e a fine primo tempo Stills arriva, si asciuga e scopro subito che è diventato un po’ sordo. Dopo qualche scatto arrivano anche gli altri due per fare una foto tutti insieme e dico a Stills “Puoi chiudere le labbra?” e lui ride. Allora Nash gli urla nell’orecchio: “Ti ha detto di chiudere le labbra, non di ridere!”

Crosby, Stills & Nash 2013 by Luciano Viti

Pino Daniele

Pino Daniele Roma Stadio Olimpico 1993 by Luciano Viti

Luciano Viti Pino Daniele

D: So che non ti piace parlare di Pino Daniele, che è stato anche tuo grande amico. Ci provo lo stesso…

Luciano: Non mi va più di parlare di Pino…tutti mi chiedono, domandano… Non mi va più di soddisfare curiosità da pettegolezzo. Per parlare seriamente di Pino, del nostro rapporto, dovrei rivelare intimità profonde, emozioni, storie di vita, complicità che veramente non mi interessa mettere in piazza. Per cui posso solo dire: continuate ad emozionarvi con la sua musica!

D: È giusto ricordare che Luciano Viti ha un archivio di circa 25.000 negativi su Pino Daniele, realizzati tra il 1980 e il 2014, un rapporto pressoché unico nel mondo artistico : un rapporto fatto di profonda amicizia, stima e amore infinito per la musica.

D: Adesso, Luciano, fra i tanti che hai fotografato, io ti dico qualche nome e tu gli abbini un aggettivo, o qualsiasi cosa a cui ti faccia pensare quell’artista, ok?

Steve Ray Vaughan by Luciano Viti

D: Stevie Ray Vaughan  Luciano: Dolcezza

Jorma Kaukonen: Sorridente

Lou Reed: Lontano

Ray Charles by Luciano Viti

Ray Charles: Sorridendo mi ha detto: “Spero proprio che mi hai fatto venire…bello!”

Patti Smith: Sincera

Ian Anderson: Bravo e furbo

Ian Anderson ex Jethro Tull, 1999 by Luciano Viti

Jeff Beck: Chitarra con carburatori Alfa Romeo

Bill Frisell: Minimalista a sei corde

Bill Frisell, Roma 1999 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Bill Frisell

Jackson Browne: Educato

Mick Taylor: Il mistero

B.B.King: Immenso

B.B.King 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera BB King

Eric Clapton: Cream

Ryūichi Sakamoto: “Modello per caso”

Ryūichi Sakamoto by Luciano Viti

Santana: Woodstock

Frank Zappa: Ironico

Al Jarreau: Cordialità in musica

Al Jarreau, 1996 by Luciano Viti

Luciano Viti, grande fotografo e uomo intelligente, simpatico, originale e affascinante.

Seguitelo su:

www.lucianovitiphoto.com

www.archivioviti.com

Fine art prints:

lucianoviti55@gmail.com

info@wallofsoundgallery.com

Una storia su Chet Baker

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Il titolo “Una storia su Chet Baker” viene da una frase di Bruce Weber, famoso fotografo e regista: “Tutti avevano una storia su Chet, ho voluto fare quel film per avere anch’io la mia storia su di lui…”

In questo articolo c’è la mia storia su Chet Baker, ottenuta grazie ai ricordi di un musicista che ha avuto il privilegio di essergli amico e di suonarci insieme negli anni ’80, quando Chet viveva principalmente in Italia e faceva tour in Europa.

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Perché raccontare un’altra storia su Chet Baker è così importante? Perché Chet non è stato solo il più grande trombettista jazz, insieme a Miles Davis, ma un personaggio che sembrava nato per aderire perfettamente alla leggenda, all’epica, un vero e proprio anti-eroe venuto al mondo per creare musica divina e per pagare, con un forte istinto autodistruttivo, quel talento così speciale e raro che viene donato solo agli artisti eccezionali. Pagare questo dono l’ha portato a scegliere una compagna impegnativa come l’eroina, unica compagna che lui non ha mai abbandonato e da cui non è mai stato abbandonato, per la quale si è cacciato nei guai più volte e, in alcuni casi, molto, molto seriamente, compresa la sua morte.

Chet

Se non avessimo un milione di prove del fatto che Chet sia vissuto realmente, tenderemmo a pensare che sia stato creato da qualche grande scrittore o sceneggiatore americano e magari portato sullo schermo da un attore meraviglioso come Edward Norton o Willem Dafoe. Fin dalle sue prime apparizioni, le storie e le voci su Chet e i suoi miracoli alla tromba hanno iniziato a girare con veemenza: il fotografo Bill Claxton raccontava che Bird, dopo aver ascoltato Chet suonare per la prima volta, chiamò Miles Davis e Dizzie Gillespie per dirgli: “C’è un jazzista bianco qui fuori che vi darà un bel po’ di filo da torcere”. La prima moglie di Chet raccontava che a lui piaceva suonare la tromba sotto alla doccia perché era convinto che il suono ne guadagnasse. Sembra che per calmarsi, almeno una volta Chet si sia fatto Parigi-Roma a piedi. Sam Shepard raccontava di quella volta, a casa di Charlie Mingus, dove aveva incontrato questo strano tipo vestito con pantaloni da cavallerizzo e frustino, senza camicia né altro, e si trattava ovviamente di Chet. All’inizio degli anni ’50 qualcuno gli presentò James Dean, e Chet si limitò a dirgli “Salve” per poi andarsene per la sua strada.

Una storia su Chet Baker: let’s get lost

Bruce Weber ha girato l’unico film documentario su Chet “Let’s get lost” (nomination all’Oscar fra i documentari e Gran Premio della Critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1989) proprio negli ultimi mesi di vita del musicista – con tutte le complicazioni derivate dal riuscire a star dietro a un personaggio che aveva la capacità assoluta di sparire spesso e volentieri. “In qualsiasi momento poteva succedere che si alzasse e se ne andasse, che se la prendesse con qualcuno o che ti desse un pugno, o che invece si sedesse tranquillo e fosse gentile da morire” spiegano i produttori del documentario. La rivista “Entertainment Weekly” scrisse che Weber aveva creato “l’unico documentario che funziona come un romanzo, che ti porta a leggere tra le righe della personalità di Baker, fino a farti toccare la tristezza segreta nel cuore della sua bellezza”.

Una storia su Chet Baker: Let's get lost film by Bruce Weber

Quando vita e arte diventano una cosa sola

Io credo che, come per ogni personaggio mitico o leggendario – poco importa che sia reale come Chet o immaginario come Orfeo – vita e opere si mischiano in qualcosa di indissolubile. Un vero entanglement, se vogliamo usare un termine caro alla fisica. Impossibile parlare della musica di Chet senza parlare della sua vita e viceversa. Ma del resto questo vale per ogni vero artista che abbia abitato il nostro infelice pianeta. Parlando di Poeti, i primi che mi vengono in mente (a cui ne seguono molti altri) sono Sylvia Plath, Emily Dickinson, John Berryman, Dylan Thomas, John Keats, Cesare Pavese, Alda Merini, Majakovskij,  mentre, se penso ai Musicisti, non posso non citare, oltre a Chet, Bird, Billie, Jimi, Jim, Janis, Kurt, Layne, Syd Barrett, Amy, Chester, Scott e tanti, tanti altri che hanno dovuto pagare il loro tributo di sofferenza e sangue alla terribile Euterpe, Musa della poesia lirica e della musica, che mai e poi mai elargirà gratis il suo preziosissimo dono.

La vita nomade di Chet

In questo articolo racconto momenti della vita di Chet Baker in Italia, dalla metà degli anni 70 fino al 1988, quando è morto ad Amsterdam, città che peraltro lui amava moltissimo. La sua è stata una morte violenta ma anche misteriosa e cinematografica proprio come tutta la sua vita, da quando, giovane bellissimo e dotato di talento unico, incantava le platee e seduceva ogni donna con la sua tromba e la sua voce dolce e “leggera come vento” fino al massacro in California quando, spacciatori o strozzini gli hanno spezzato i denti dell’arcata superiore, rendendogli quindi impossibile suonare la tromba. Per tre anni Chet ha lavorato sedici ore al giorno da un benzinaio, per sopravvivere, con grande difficoltà, con indicibile dolore fisico finché è riuscito a farsi “rifare i denti”, col denaro che non aveva (forse regalatogli da un suo fan) ma soprattutto dimostrando di avere una forza di volontà epica nel riuscire di nuovo a suonare la tromba con denti posticci, probabilmente il primo al mondo nel riuscire in quest’impresa.

Una storia su Chet Baker: Chet, 1954, by  Bobby Willough

Per poi ripartire alla grande, con la sua tromba unica, con la sua vita tossica e nomade. Dice ancora Bruce Weber: “Vedi Chet a 24 anni, un giovane musicista che suonava con Charlie Parker, e poi a 58 anni era come se dentro ne avesse ancora 24. Se avessi riunito un mucchio di vecchi musicisti per suonare con lui, se ne sarebbe andato via subito. Non vedeva se stesso come un cinquantottenne rugoso. Si vedeva come uno di quei ragazzi.” Perché lo era, giovane. Il suo spirito era quello di un ragazzo, così come esistono molti ragazzi che hanno uno spirito da anziani. Il nostro spirito invecchia o non invecchia in modo del tutto scollato dalla nostra età anagrafica e spesso le due età non coincidono affatto. Chet era un classico caso di spirito “forever young”.

Una storia su Chet Baker

La persona che molto gentilmente e amichevolmente ha condiviso con me alcuni fra i suoi ricordi preziosi ma anche, parzialmente, dolorosi è stato amico di Chet e ha suonato con lui negli anni 70 e 80. Non vuole essere nominato, visto che si parlerà di musica ma anche, come è ovvio, di eroina. È un musicista e lo chiameremo Marvin.

“Era fine giugno 1977 e Chet Baker aveva preso in gestione per uno o due mesi un locale che io conoscevo, a Roma, si chiamava Music Inn, dove lui aveva già suonato in passato. Una mattina vedo una vecchia macchina lì davanti al Music Inn, lui scende e io lo riconosco – anche perché avevo comprato i suoi dischi recenti dove la sua faccia non era più quella da giovane ragazzino belloccio – e gli chiedo: “Sei Chet Baker?” “Sì sì” fa lui. Allora lo aiuto a portare dentro questo grosso impianto musicale. Poi sono andato tutte le sere ad ascoltarlo: lui suonava in trio con un pianista americano e un contrabbassista di Roma, e lì ci siamo conosciuti. Io dopo una settimana sono partito militare e per un po’ non ho più visto nessuno. Poi l’ho rincontrato negli anni 80 che veniva a suonare a Roma e qualche volta mi ha invitato a suonare con lui, in questo modo: durante i concerti lui mi vedeva mentre stavo fra il pubblico e mi chiedeva se volevo salire a suonare e ovviamente salivo sul palco e suonavo al contrabbasso un paio di brani con lui.

Gli anni ’80, jazz ed eroina

Poi l’ho frequentato anche per altre cose. Nell’83, 84, 85 ci siamo incontrati un sacco di volte. Ci siamo incontrati a Trastevere e io gli ho dato qualche numero di telefono perché lui aveva bisogno di rifornirsi di eroina. Lui andava in giro per le piazze dove finti spacciatori gli prendevano i soldi e sparivano, o comunque gli affibbiavano roba di qualità infima e tagliata in modo pericoloso. Una volta l’ho proprio presentato e accompagnato da uno spacciatore “serio” e quindi, probabilmente, la grande simpatia che è nata fra di noi è dipesa anche dal fatto che io l’ho aiutato in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto e mi ha riconosciuto come una sorta di anima affine. Poi abbiamo inciso un disco con un cantante brasiliano, Ricky Pantoja Lete e Chet ha partecipato; io ho suonato, fra gli altri, in un brano di Pantoja Lete, “Arborway” che è poi diventato uno dei suoi cavalli di battaglia; di questo disco è uscita una versione cantata, in Italia e una versione strumentale in Brasile, ma è uscito anche nel mondo: in Giappone si chiamava “Chet Baker meets Ricky Pantoja” e io ho fatto la base col basso elettrico e stavo in studio quando lui sovraincideva la tromba, così abbiamo passato qualche giorno in studio insieme.

Chet by Bruce Weber

In quel periodo io suonavo in un locale a Trastevere, tutte le sere e Chet spesso veniva a trovarmi e si metteva a improvvisare con la voce. Poi ho suonato con lui per intero in un unico concerto, il 20 marzo 1988, a Bologna, 6 mesi prima della sua morte assurda ad Amsterdam. Avrei certamente potuto suonare molto di più con lui, ma da un certo momento ho voluto stare fuori da quell’ambiente, perché, suonando e andando in giro con Chet, eri per forza coinvolto nell’eroina. Dopo il concerto di Bologna uno che suonava con lui mi disse “Domani andiamo a Verona e compriamo una bella quantità di roba”: in quegli anni Verona era uno dei punti più famosi per lo spaccio d’eroina in Italia, e quindi, se solo ti sapevi muovere, trovavi ottima qualità e ottimi prezzi. Io, invece, decisi di tornare a Roma. Gli anni 80, qui in Europa e particolarmente in Italia, erano così. Visto che io, dopo un primo periodo, ho fatto in modo di non toccare più eroina, non volevo restare coinvolto in cose che invece cercavo di evitare. Nel mondo del jazz, all’epoca, si facevano proprio in tanti d’eroina; gli americani venivano a lavorare in Europa perché qui erano meno perseguitati che negli Stati Uniti e facevano la spola fra Parigi, Amsterdam, Berlino, Italia; ci sono un sacco di nomi famosi, fra i jazzisti che all’epoca erano eroinomani ma voglio solo nominare un italiano, Massimo Urbani, grande sassofonista, persona bellissima con cui ho suonato molto e che è morto d’overdose.

Aneddoti

Fra gli aneddoti curiosi dell’epoca c’era questa cosa di chiamarsi “man”. Quando dicevi lui è man, significava uno del giro, uno che ha a che fare con la roba. Ed era proprio un appellativo legato esclusivamente ai musicisti jazz che facevano uso d’eroina.

Chet era come se avesse un gemello o un doppleganger: lo vedevi la sera a Trastevere che sembrava un cane randagio, poi il giorno dopo partiva e andava a suonare in un festival importantissimo con un aspetto meraviglioso. Una volta, che dovevamo suonare insieme a Nostra Signora dei Turchi, in Puglia, noi arrivammo e lui sparì. Non venne proprio, ed era famoso per sparire, non presentarsi anche ad appuntamenti importanti perché era sempre condizionato dall’approvvigionamento di eroina.

Di donne ufficiali ne ha cambiate molte: i primi anni stava con una newyorkese figlia di persone ricche e anche lei cantava e si chiamava Ruth Young; poi si lasciarono e si mise con una sassofonista che però lo teneva sotto controllo. Una volta andai in albergo a salutarlo e lei arrivò sospettosa, dicendo “No stuff, smoking ok”. In pratica: niente roba, ma se vogliamo farci una canna va bene.

Una storia su Chet Baker: my foolish shit

Molti l’hanno odiato, anche se adesso non hanno il coraggio di dire niente contro di lui. Ormai è leggenda e nessuno ha il coraggio di andare contro una leggenda. Bisogna anche considerare che molti di quelli della sua età erano bacchettoni, lo vedevano come una specie d’alieno, non riuscivano a rapportarcisi, e anche il fatto che invece fosse così bravo e dotato magari li infastidiva. Lui era uno che ne aveva fatte di cotte e di crude, non potevi paragonarlo a un musicista che lavorava all’orchestra della Rai e poi la sera andava a suonare jazz tanto per fare qualcosa di diverso. Chet era un personaggio enorme, il più grande trombettista jazz mai esistito, insieme a Miles Davis. E poi aveva una musicalità pazzesca, che ti trasmetteva ascoltandolo ma suonandoci insieme anche di più, perché era come se la musica lo attraversasse, letteralmente. Era nato in Oklahoma, ma in parte era di origini native americane, e forse da lì veniva la sua magia. Piccolo, magrolino ma forte, sapeva arrampicarsi come una scimmia e amava farlo, e poi era nomade nell’anima, un vero viaggiatore. Negli ultimi tempi si era comprato un’Alfa Romeo Spider di cui era molto fiero e ci viaggiava in giro per l’Europa.

Con me è sempre stato gentile, simpatico, non mi ha mai fatto nulla di negativo, c’è sempre stato, fra di noi, un rapporto fra persone che si capiscono. Io ho sempre provato una grande attrazione verso di lui, era come una calamita. Non mi ha mai deluso. Avrà sicuramente deluso altri, ma con me è stato sempre corretto. Era molto serio nella musica. So per certo che mi stimava. Quando suonammo a Bologna, dopo un assolo di contrabbasso lui si girò e mi fece un sorriso, che era per lui una cosa molto rara, anche perché quando i suoi musicisti suonavano male lui invece si incazzava e li maltrattava. In un’occasione, a un musicista che, secondo Chet, aveva fatto una brutta performance durante “My foolish heart” disse, dopo il concerto “Questo non era my foolish heart, questo era my foolish shit”.

Chet Baker era introverso, per niente chiacchierone, e quando stava sul palco, poteva essere fatto oppure no, ma aveva sempre il controllo di tutta la musica che suonava lui e, la maggior parte delle volte, anche della musica suonata dagli altri del gruppo. Sul palco era un po’ come un lupo alpha, un leader assoluto, perfettamente in grado di condurre il branco alla mèta”

Portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy

In un articolo a firma Stefano Marzorati ho letto una frase bellissima:

“Baker aveva negli occhi un non-so-che da cowboy, uno sguardo sempre un po’ fuori fuoco, portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy, non suonava ma la sorseggiava.”

Di sicuro Chet Baker era uno su un miliardo. Il tipo che ti spezza il cuore. Era un combattente, forte come pochi. La tristezza segreta nel cuore della sua bellezza è sempre stata il motore della sua esistenza. Ciò che l’ha reso leggenda, insieme alla sua tromba sorseggiata. Il motivo per cui tutti noi lo ameremo per sempre.

Chet Baker 1986 by John Claridge

Questa foto è un ritratto fatto da John Claridge nel 1986. John Claridge: “Mentre fotografavo Chet gli dissi – ehi, mi ricordo un tuo EP che comprai, si chiamava Winter Wonderland e c’era Russ Freeman al piano. Chet disse Sì, nel 1953. Poi smise di parlare e rimase così, forse a fissare il tempo passato. In quel preciso momento io scattai questa foto”. Ecco un’altra storia su Chet Baker…

Con enorme gratitudine ringrazio “Marvin”, persona bella e rara, ottimo musicista, per i ricordi che ha voluto condividere con me

Mondo reale e mondo distopico a confronto

“Non amo molto la vita. A meno che lottare continuamente contro i mulini a vento non significhi amare la vita.”

Yukio Mishima

Da dove parte “Mondo reale e mondo distopico a confronto”? Rileggendo Brave New World dopo anni e anni, ho scoperto che, in realtà, il mondo terrificante ipotizzato da Huxley è un’isola felice se lo compariamo al nostro mondo di oggi, Anno Domini 2021. Rileggere da adulti libri che avevi letto da ragazza/o è appassionante: a volte scopri che quello che ti sembrava un capolavoro si è trasformato in un libretto, a volte scopri il contrario, oppure, come in questo caso, ti rendi conto che i tasselli del mosaico sono aumentati e la tua visione è più chiara, quindi diversa. Non è mai, comunque, il tempo che passa ad aver cambiato la tua visione perché il tempo non passa. Siamo noi a passare. O forse, come scrisse Phlip K.Dick in uno dei suoi discorsi geniali nel 1978 “Il tempo fugge. Verso dove? Forse duemila anni fa ci è stato rivelato. O forse non era così tanto tempo fa: forse è solo un’illusione che sia passato tanto. Forse è stato una settimana fa, o addirittura oggi stesso, poco fa. Forse il tempo non sta solo fuggendo: sta finendo.”

Mondo reale e mondo distopico a confronto: Philip K.Dick
Philip K.Dick

Brave new world versus mondo reale

In che modo, dunque, il nostro mondo attuale si rivela peggiore del mondo creato da Aldous Huxley? Per chi non avesse letto Brave new world, cercherò di riassumere: nel nuovo mondo di Huxley non esiste famiglia né innamoramento e c’è un sistema di caste molto rigido, sistema di caste che è sostanzialmente uguale a quello del mondo reale in cui viviamo. Le caste di Huxley, però, non tramandano, come nella realtà, soldi, privilegi o povertà di padre in figlio, ma i bambini vengono scelti, casualmente, fin da quando sono embrioni e subito condizionati a diventare un tutt’uno con la casta a cui dovranno appartenere.

Aldous Huxley

“Noi, inoltre, li predestiniamo e li condizioniamo. Travasiamo i nostri bambini sotto forma d’esseri viventi socializzati, come tipi Alfa o Epsilon, come futuri vuotatori di fogne o futuri…” Stava per dire: futuri Governatori Mondiali, ma correggendosi disse invece: “futuri Direttori di Incubatori”… Il tutto, però, con una notevole attenzione alla serenità, se non alla felicità, delle creature umane che andavano a costruire: la frescura era indissolubilmente unita al disagio, sotto forma di Raggi X non attenuati. Quando giungeva il momento del travasamento, gli embrioni avevano un vero orrore per il freddo. Erano predestinati ad emigrare ai tropici, ad essere minatori e filatori di seta all’acetato e operai metallurgici. Più tardi si farebbe in modo che la loro mente confermasse il giudizio del loro corpo. “Noi li mettiamo nella condizione di star bene al caldo” concluse Foster “i nostri colleghi di sopra insegneranno loro ad amarlo.” “E questo” aggiunse il Direttore sentenziosamente “questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale.

Ma il condizionamento senza parole è rude e grossolano; non può mettere in rilievo le distinzioni più sottili; ma può inculcare i modi di comportamento più complessi. Per questo sono necessarie le parole, ma parole senza ragionamento. Vale a dire, l’ipnopedia: la massima forza moralizzatrice e socializzatrice che sia mai esistita.”

L’ipnopedia non è altro che una sorta di condizionamento che avviene durante il sonno dei bambini: le stesse frasi vengono ripetute costantemente, come un mantra, e notte dopo notte entrano nei circuiti del corpo umano e prendono spazio nelle menti dei bambini. Questo condizionamento fa sì che non ci siano caste che invidiano i privilegi altrui o che cerchino di ribaltare il sistema. I bisogni materiali di tutti sono soddisfatti e tutti sono indispensabili alla società. I libri e la cultura sono stati aboliti, così come la storia o la filosofia. La religione, invece, ha sempre una sua funzione: a Dio hanno dato un altro nome, Ford, ma per il resto viene citato in modo non troppo dissimile ma dandogli decisamente meno importanza. Al contrario del mondo di Orwell, dove il sesso è proibito, nel nuovo mondo di Huxley invece il sesso è fortemente praticato, anche se mai in forma romantica: non ci sono coppie, né innamorati e il sesso è una specie di sport molto divertente, dove tutti si sentono liberi e libere di farlo con chiunque trovino attraente.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: vecchiaia e malattie

Mondo reale e mondo distopico a confronto

In cosa invece il mondo di Huxley è uguale al nostro? Nel consumismo sfrenato che lo caratterizza. Una delle tipiche frasi che vengono ripetute ai bambini nell’ipnopedia è “Meglio buttare che aggiustare. Più sono i rammendi e minore è il benessere; più sono i rammendi e minore è il benessere” che significa che tutti, uomini e donne, saranno costretti a consumare almeno un tot per anno, nell’interesse dell’industria.

L’altra grande differenza fra il mondo di Huxley e quello reale è l’eliminazione di malattie e vecchiaia: tutti restano giovani come se avessero vent’anni, ma, allo stesso tempo, tutti devono morire allo scadere del sessantesimo anno, o poco di più nei casi di personaggi importanti. Lo stato fornisce una morte indolore e meravigliosa, permettendo alla gente di scivolare nel sonno eterno senza dolore né ansia.

«Lavoro, gioco: a sessant’anni le nostre forze e i nostri gusti sono com’erano a diciassette. I vecchi, nei brutti tempi antichi, usavano rinunciare, ritirarsi, darsi alla religione, passare il loro tempo a leggere, a meditare… meditare!»

«Ora – questo è il progresso – i vecchi lavorano, i vecchi hanno rapporti sessuali, i vecchi non hanno un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare…”

Due dei protagonisti provano sgomento quando incontrano per la prima volta una persona vecchia:

«Che cos’ha?» chiese Lenina. I suoi occhi erano spalancati per l’orrore e lo stupore. «È vecchio, quest’è quanto» rispose Bernardo con tutta l’indifferenza di cui era capace. Anche lui era turbato; ma fece uno sforzo per non apparire colpito. «Vecchio?» ripeté lei. «Ma anche il Direttore è vecchio, tante altre persone son vecchie; ma non sono così.» «Perché non permettiamo loro di diventare così. Li preserviamo dalle malattie. Manteniamo bilanciate artificialmente le loro secrezioni interne, nell’equilibrio della giovinezza. Non permettiamo che la loro dose di magnesio e di calcio discenda al di sotto di ciò che era a trent’anni. Li sottoponiamo a trasfusioni di sangue giovane. Manteniamo il loro metabolismo frequentemente stimolato. Così, naturalmente, non hanno quest’aspetto. In parte» aggiunse «perché la maggioranza d’essi muoiono molto tempo prima d’aver raggiunta l’età di questo vecchio. La gioventù quasi intatta fino a sessant’anni, e poi, crack, la fine.”

In questo il Brave new world è l’esatto contrario del mondo reale, dove l’età media è sempre più alta ma, allo stesso tempo, aumentano le malattie e i tormenti della vecchiaia e la morte, spesso, avviene in seguito a qualche malattia terribile, dopo mesi o anni di sofferenza.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: la droga perfetta

Mondo reale e mondo distopico a confronto
Mondo reale e mondo distopico a confronto

Ma quello che rende insuperabile il mondo di Huxley è la creazione della “droga perfetta” detta soma, termine mutuato dalla bevanda degli dei nel RgVeda, usata anche per praticare sacrifici: “Noi abbiamo bevuto il Soma e siamo divenuti immortali. Noi abbiamo raggiunto la luce, abbiamo incontrato gli Dei. Che cosa può fare a noi la malvagità dell’uomo mortale o la sua malevolenza, o Immortale?” (RgVeda, VIII-48,3)

Perché il soma, nel Brave new world è considerata “la droga perfetta”? Ecco come la descrivono, nel libro:

«Euforica, narcotica, gradevolmente allucinante.» «Tutti i vantaggi del Cristianesimo e dell’alcool; nessuno dei difetti.» «Potete offrirvi un’evasione fuori della realtà quando volete e ritornate senza neanche un mal di capo o una mitologia.»

O, più nello specifico: “nessuno ha un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare; o se per qualche disgraziata evenienza un crepaccio s’apre nella solida sostanza delle loro distrazioni, c’è sempre il “soma”, il delizioso “soma”, mezzo grammo per un riposo di mezza giornata, un grammo per una giornata di vacanza, due grammi per un’escursione nel fantasmagorico Oriente, tre per una oscura eternità nella luna.”

Alla fine, anche il mondo di Huxley sicuramente molto  organizzato e più piacevole rispetto al nostro, solido, stabile, milioni di volte meno ansiogeno, senza guerre né rivoluzioni, dove ognuno è stato condizionato per amare quello che fa e quello che è, dove non esistono malattie né pandemie, dove la specie umana non aumenta esponenzialmente e non esiste l’inquinamento, alla fine, anche questo mondo, per restare in piedi ha bisogno di qualcosa in grado di calmare le menti e di permetterci di fuggire in una dimensione immaginaria: una droga, insomma. E la cosa più interessante è che tutti, nel mondo di Huxley, hanno bisogno di soma, dagli Epsilon definiti “quasi aborti” agli evoluti Alpha plus. Un po’ come riconoscere che noi umani siamo tutti molto diversi l’uno dall’altro, tranne che per un piccolo particolare: l’incapacità di controllare la nostra parte emotiva e l’estrema difficoltà nel maneggiare la nostra mente, che sia una mente stupida o una mente brillante.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché scegliere il mondo distopico

Fin qui se dovessi scegliere fra il nostro mondo attuale e il Brave new world di Huxley sceglierei di corsa il secondo. Prima di tutto Huxley ci libera dalla famiglia e dalla “coppia”, entrambe alla base della maggior parte delle nostre infelicità, delle nostre frustrazioni, dei disastri della società. Poi elimina la monogamia, grande ipocrisia della nostra società: il sesso diventa finalmente un piacere, da fare con chi vogliamo e per quanto tempo vogliamo, senza false promesse di fedeltà e di amore eterno. Poi ci regala una vita in cui restiamo giovani fino all’ultimo, senza malattie e senza vecchiaia, ma con un unico piccolo prezzo da pagare: a sessanta anni moriremo, senza soffrire, come un appuntamento che conosciamo da tempo ma che non temiamo. Le suddivisioni in ricchi, poveri, lavoratori di fatica e gente che praticamente non fa un cazzo esisterà ancora – impossibile eliminarla in un regime capitalista – ma non dipenderà dall’appartenenza a famiglie potenti o, al contrario, a famiglie di poveracci, bensì solo al caso, e il condizionamento farà sì che tutti siano fieri di appartenere alla casta cui appartengono senza sentirsi né sfruttati né privilegiati.

Il Soma

Mondo reale e mondo distopico a confronto: il soma, la droga perfetta di Huxley

Infine, come una gigantesca ciliegina sulla torta, Huxley ci regala il soma. Una droga legale, addirittura distribuita dallo Stato, ma che soprattutto non crea effetti collaterali: niente vomito, mal di testa, overdose, viaggi all’inferno. Ogni serata, o pomeriggio, o nottata trascorso col soma sarà come un sonno di bellezza: torneremo a “casa” riposati, rinfrancati, sereni e col fisico in gran forma. Certo, come possiamo vedere dal personaggio di Lenina, la giovane e bellissima ragazza Alpha, a forza di usare il soma ne vogliamo di più e poi di più e ad ogni minimo intoppo o piccolo incidente che la vita ci presenta ricorriamo subito al soma; ma del resto, per quanto possa essere una droga perfetta, il soma è pur sempre una droga, e quindi si comporta come una droga. Non si può chiedere l’impossibile.

Ma, per quanto mi riguarda, il soma da solo già basterebbe per scegliere il Brave new world rispetto al nostro mondo attuale. In fondo il Brave new world di Huxley è una via di mezzo fra Matrix ed una Spa da Vip, dove, insieme a massaggi e bagni in piscina ci sono, a disposizione, tutti i nuovi ritrovati della chimica per sentirsi alla grande. Il nostro mondo reale, invece, è sempre più disperato, senza vie d’uscita che non siano solo momentanee, costose, illegali e molto tossiche per l’organismo umano.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché non scegliere il mondo distopico

E quindi, cosa c’è nel mondo di Huxley che non va bene? O meglio, che cosa manca al mondo di Huxley? Al mondo di Huxley, molto banalmente, manca la cultura. Manca la cultura e manca l’arte, per scelta dei leader del nuovo mondo. È esplicativo il dialogo fra il leader massimo, il Governatore Mustafà Mond e il ragazzo detto “il Selvaggio” perché vissuto, fin da piccolissimo, nell’ultima riserva abitata da indios che non si sono voluti uniformare al nuovo modo di vivere. In questa riserva la gente vive in coppia, i bambini vengono cresciuti dai genitori e, di tanto in tanto, è ancora possibile trovare libri antichi che sono sfuggiti alla distruzione. Il Selvaggio, ad esempio, è riuscito a trovare un volume con tutte le opere di Shakespeare, e la vita, ormai, ha per lui un senso solo in un’ottica shakespeariana.

 «Perché il nostro mondo non è il mondo di “Otello”. Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il “soma”… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio.

“Libertà”!» si mise a ridere. «V’aspettate che i Delta sappiano che cos’è la libertà! Ed ora vi aspettate che capiscano “Otello”! Povero ragazzone!»

Il Selvaggio restò un momento in silenzio. «Nonostante tutto» insistette ostinato «”Otello” è una bella cosa, “Otello” vale più dei film odorosi».

«Certo,» ammise il Governatore «ma questo è il prezzo con cui dobbiamo pagare la stabilità. Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte.

Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.»

«Ma non significano nulla.»

«Hanno un senso loro proprio. Rappresentano una quantità di sensazioni gradevoli per il pubblico.»

«Ma sono… sono raccontati da un idiota.»

Il Governatore rise.

«Ha ragione lui» disse Helmholtz, triste. «Infatti è idiota. Scrivere quando non si ha nulla da dire…»

«Precisamente. Ma ciò richiede la massima abilità. Si fabbricano le macchine col minimo assoluto di acciaio, e le opere d’arte praticamente con nient’altro che la sensazione pura.»

Quanto sono pericolose arte e cultura?

Yukio Mishima, Tokyo, 1970

Questo, a mio parere, è il punto focale del libro e della questione. La vera arte, la grande arte, la cultura sono quanto di più pericoloso possa esistere nei confronti dello status quo. L’unico vero nemico, il più minaccioso. E questo lo vediamo bene anche nel nostro mondo reale, dove la cultura, piano piano, è stata sostituita, in ogni campo, da una sottocultura insopportabilmente becera. Perché l’arte, come dice il Governatore, uccide la stabilità, ma è anche nemica della felicità. O almeno, considerando la felicità come un punto impossibile da raggiungere in mezzo a qualche Galassia lontana, in un mondo privo di cultura possiamo autoconvincerci di avere quel punto in tasca, sebbene sia così distante; in un mondo infestato dalla cultura, invece, non possiamo che arrivare alla consapevolezza che quel punto felice resterà sempre laggiù, dove non saremo mai in grado di raggiungerlo.

La cultura dunque serve a creare conoscenza, ma la conoscenza ci rende infelici. Mishima dice, in un articolo del 1970: “In questi venticinque anni la conoscenza non mi ha procurato che infelicità. Tutte le mie gioie sono scaturite da un’altra sorgente – ed aggiunge – in questi venticinque anni ho perso ad una ad una tutte le mie speranze, ed ora che mi sembra di scorgere la fine del mio viaggio, sono stupito dall’immenso sperpero di energie che ho dedicato a speranze del tutto vuote e volgari.”

Io concordo con ogni parola di Mishima, non solo perché lo amo come scrittore e come uomo, ma forse perché sono nichilista quasi quanto lo è stato lui. Nonostante ciò, o forse, proprio per questo, continuo a scegliere il nostro vero mondo orribile, dove regna la diseguaglianza, la guerra, la miseria, il massacro, la malattia, la vecchiaia, al mondo distopico di Huxley, dove tutti questi orrori sono inesistenti. Perché un mondo senza cultura, senza arte, senza conoscenza, non mi interessa viverlo. Per quanta infelicità tutto questo mi possa portare.

Una sola poesia di Sylvia Plath, una sola opera di Eliot, un solo romanzo di Mishima, un solo quadro di Caravaggio, un singolo assolo di di John Frusciante porteranno nella mia vita bellezza, verità, fuoco, energia, significato. Se assieme a tutto questo arriverà anche l’infelicità, e so bene che sarà così, sono pronta a farmene carico.