Primavalle Blues

Primavalle Blues: murales a Primavalle

Ettore è in attesa al Bancomat. Una volta entrati nel loculo, ci sono due ATM, ma, secondo me, quella di sinistra ha qualcosa di sbagliato o perfino di malvagio. È una sensazione che sento, a pelle. E quindi l’ho contagiato: la macchina di sinistra è libera ma lui non ci va. In compenso quella di destra è occupata da uno di quei tizi che una volta conquistata una postazione ATM, ci restano sei ore. Nessuno sa bene che cosa stiano facendo, che cosa cerchino di domandare al Bancomat: l’oroscopo? L’oroscopo cinese? La parafrasi della Divina Commedia, verso per-verso? La soluzione dell’equazione diofantea per il numero 633?

Intanto arriva una signora, quarantenne, zatteroni, aspetto un po’ “tiratello”. Domanda a Ettore:

“Lei non entra?” e lui risponde “Vada pure, io non mi fido della macchina a sinistra”.

Primavalle Blues

Primavalle Blues: murales Finton Magee
Murales di Finton Magee a Primavalle la la land

La signora ha un attimo di dubbio, ma poi entra e inizia a digitare. Intanto quello a destra continua a toccare il touch screen e collezionare scontrini, placido come una mucca al pascolo e rapido come un bradipo sull’albero. Arriva un altro tizio, bello coatto, senza mascherina e si mette in fila dietro a Ettore. Anche la tipa nell’ATM a sinistra ha grosse difficoltà, non si sa se per sua incapacità o per incapacità della macchina. Ettore ogni tanto si gira verso il nuovo arrivato che non parla ma fa quello sguardo con la bocca all’ingiù scuotendo la testa che significa: “Boh? e Mah!” allo stesso tempo. I minuti passano e nessuno dei due esce dal loculo. Il coatto dietro ad Ettore inizia a innervosirsi e grida: “Ma quanto cazzo ce mettono questi?”

Finalmente il tizio nell’ATM di destra si stacca dalla macchina ed esce dal loculo. In quel preciso momento, praticamente in faccia al bradipo, il coatto senza mascherina non si tiene più ed esclama: “Evvai! Je l’ha fatta ‘sto rincojonito!”

Famo la rock band

Primavalle Blues: tshirt ACDC di Ettore
Primavalle Blues: la storica tshirt ACDC di Ettore

In trenta secondi Ettore esce dal loculo del bancomat – l’ATM di destra di solito è una garanzia – e prosegue il suo cammino, mascherina in faccia e maglietta degli ACDC Highway to Hell addosso. Verso di lui arriva un tizio con maglietta degli Iron Maiden, e quando vede Ettore s’illumina d’immenso e gli dice tutto contento:

Anvedi! Tu ACDC, io Iron Maiden! Mo’ famo la rock band!!!” e inizia a mimare, con la voce e coi piedi, il suono di una batteria.

Questo non succede ovunque. Questa è Primavalle, Baby!

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

L’assurda e icastica storia di Gakirah Barnes ci racconta la vita di una ragazzina afro-americana, nata in uno dei quartieri più pericolosi di Chicago e trasformatasi in una sorta di baby influencer, che come ogni influencer parla di quello che conosce bene: Chiara Ferragni, ad esempio, parla di vestiti, mentre Gakirah parlava di ragazzini morti, armi da fuoco e guerre fra gangs.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

Perché la storia di Gakirah è così attuale

Di Gakirah e della sua breve vita hanno parlato tutti i giornali americani e un importante network ha fatto su di lei un lungo documentario, ma il modo in cui è stata descritta è sempre lo stesso: una piccola killer assetata di sangue che aveva, come unica attenuante, l’essere nata col colore di pelle sbagliato nel posto sbagliato, oltre che l’aver visto morire – almeno in un caso, letteralmente sotto ai suoi occhi – i suoi più cari amici. Io, invece, vedo la storia della sua vita da un punto di vista completamente diverso: sono sicura che Gakirah non abbia mai nemmeno sparato un colpo di pistola in vita sua e sono ancora più sicura che, senza i Social Media e il cyber-banging oggi sarebbe viva e probabilmente iscritta all’Università.

Gakirah è morta nel 2014, ma quello che rende la sua storia molto attuale è il modo in cui i Social Media, nonostante all’epoca fossero molto meno potenti di adesso, siano riusciti a trasformarla in una sorta di marionetta al soldo dei più che maggiorenni e talvolta anche “rispettabili” capi delle street gangs della città più violenta d’America: Chicago.

La bambina Gakirah

Gakirah era carina e intelligente, molto brava in matematica, e fin da piccolissima aveva mostrato un forte desiderio di voler combattere l’ingiustizia: le altre bambine volevano diventare estetiste o cantanti famose, mentre lei voleva fare l’assistente sociale. 

Abitava nel territorio dei Gangsters Disciples, una street gang che combatteva per il South Side di Chicago prevalentemente contro la street gang dei Black Disciples. A undici o dodici anni, mentre la violenza esplodeva nel suo quartiere Gakirah iniziò a sentirsi attratta dal rispetto e dall’ammirazione di cui godevano i membri delle gangs. A tredici anni, nel 2011, l’omicidio da parte della gang rivale di un amico, il quindicenne Tooka Gregory, supporter dei Gangsters Disciples, la devastò. Ma il vero detonatore che riuscì a far esplodere sia la vita della bambina Gakirah sia una guerra senza tregua fra le due street gangs è stato il cyber-banging.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Il cyber-banging

Il cyber-banging consiste nell’uso dei Social Media da parte di giovanissimi affiliati a street gangs per sfidarsi, minacciare e bullizzare i rivali. In questo specifico caso, ad esempio, la gang che ha ucciso Tooka, dopo avergli sparato, ha iniziato a bullizzarlo sui Social, postando l’immagine di Tooka morto nella bara, dopo averla ritoccata inserendo nella foto un rotolo di carta igienica. Nel 2011 il cyber-banging era ancora un sistema agli esordi, proprio come i Social che lo nutrivano. Le emoticon, ad esempio, erano utilizzate come una specie di codice (peraltro di semplicissima decrittazione): ad esempio una pistola ad acqua accanto a una faccia da diavolo significava minaccia.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Esempio di cyber banging
Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Cyber-banging spiegato nei dettagli

Ma la cosa più assurda di questo cyber-banging è che sembra proprio un gioco per bambini: le emoticon, i disegnini, lo scherzo della carta igienica nella bara e simili foto fra il macabro e il comico, frasi da bulletti che si vantano, video di drill-rap (un rap che parla esclusivamente di violenza e che inneggia alle street gangs). Il tutto fa pensare a due squadre che si sfidano a qualche tipo di video-game violento, o a bambini che scimmiottano gli adulti giocando alla guerra, ma questi ragazzini si trovano a giocare una guerra vera. Potrebbe venirci in mente “Il Signore delle Mosche”, ma a differenza dei bambini naufragati nell’isola creata da William Golding o diversamente dai bambini che giocano con pistole a vernice o ad acqua, i ragazzini di cui parliamo giocano con armi vere, hanno fratelli maggiori che uccidono e insegnano a uccidere e una quantità di armi da fuoco, compresi fucili d’assalto e mitra, quante è possibile trovarne solo in America.

Gakirah e la sua sofferenza

La foto ritoccata di Tooka nella bara è stata la proverbiale benzina gettata sul fuoco. Pochi mesi dopo Odee Perry, membro dei Black Disciples, è stato ucciso e da quel momento la guerra fra le due gang non ha più avuto un attimo di tregua. Come per sancire una dichiarazione ufficiale di guerra le due gang hanno ribattezzato i loro territori: “Tookaville” e “OBlock” in onore dei loro compagni caduti.

Da quel momento il dolore di Gakirah e il suo senso della giustizia si sono trasformati in rabbia, in furia nichilista ed essendo una ragazzina intraprendente, ha subito capito la teoria di Mc Luhan “Medium is the message” senza nemmeno averlo mai sentito nominare. E il mezzo perfetto, in questo caso, era rappresentato dagli allora nuovi Social Media: Twitter e Facebook, che le davano la possibilità di recitare, come una prima donna, un ruolo da killer sanguinaria, da gangsta girl e ottenere, in cambio, amore e rispetto da parte dei suoi coetanei. Dal punto di vista di quelli che realmente uccidevano e facevano traffici di crack, cocaina, oppiacei, metanfetamina e armi nell’ambito della street gang, Gakirah era una perfetta testimonial. E non dovevano nemmeno pagarla…

Gakirah e i suoi tweet

Bisogna dire che Gakirah imparò ad usare i Social rapidamente e ottimizzando quello che era il suo intento in un modo che nemmeno un Social Media manager oggi saprebbe fare. I suoi tweet raccontavano – senza mezzi termini – il suo stile di vita gangsta, e le minacce alla gang rivale si alternavano in modo perfetto a tweet di dolore per i compagni ammazzati. In breve tempo raggiunse su Twitter 5.000 followers, che per quel periodo erano veramente un numero molto alto. Fra il 2011 e l’aprile 2014 si contano almeno 27.000 tweet pubblicati da Gakirah. In quanto “testimonial” di Tookaville, iniziò presto a girare la voce che fosse stata proprio lei ad uccidere Odee Perry, e lei non solo non fece nulla per negare queste voci, ma, al contrario, fece in modo che tutti la considerassero un’assassina. Iniziò a farsi chiamare KI o Lil Snoop, da un personaggio della serie Tv HBO “The Wire” dove Snoop era una giovane donna nera che lavorava come killer per un cartello di trafficanti di droga.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni
Gakirah Barnes come appariva sui Social Media

Gakirah e il drill rap: la sua stagione aurea

Gakirah, come una stella nascente, iniziò ad apparire in video di drill rap e perfino i rappers delle gangs rivali la adoravano e flirtavano con lei. Nel video di “Murda” dei Fly Boy Gang (rap davvero noioso) in mezzo a una massa di teen-agers neri, tutti maschi, Gakirah è l’unica ragazza presente, con la bandana in testa o sul volto, ed è così piccola, fisicamente, che sembra una bambina di dieci anni. Ma in un video che rappresenta un mondo di giovani maschi violenti e certamente non femministi, l’apparizione della piccola Gakirah è un vero e proprio tributo a ciò che lei rappresentava, al ruolo da killer spietata che interpretava.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

In seguito il Professore Desmond Patton della University of Michigan, che fu fra i primi a studiare il fenomeno del cyber-banging, disse di lei:

“She almost didn’t seem real.” Lei non sembrava vera. Infatti non lo era, proprio come un’attrice non è il personaggio che interpreta, per quanto brava e in grado di identificarsi con quel personaggio possa essere. Non a caso, fra i tanti omicidi che le sono stati imputati sia dagli altri ragazzi che da tutti i media, la polizia non ha mai trovato nemmeno una singola, minuscola, circostanziale prova contro di lei. Quindi la bambina così brava come killer doveva essere anche una specie di genio del crimine, capace di uccidere per la strada, a sangue freddo, e contemporaneamente esperta nel cancellare tutte le sue tracce.

Gakirah e l’inizio del dolore

Un anno dopo la morte di Tooka, Gakirah perse un amico con cui era cresciuta e che considerava come un fratello, Tiquan Tyler, che aveva solo tredici anni e non viveva nemmeno a Chicago. Tiquan era andato a trovare la famiglia di Gakirah e la sera, uscendo da un pub con lei ed altri ragazzini, era stato raggiunto da un proiettile che non era stato sparato contro di lui. Colpito al petto, era morto dopo poche ore. La perdita di un amico vero fu per Gakirah un lutto inestinguibile. Quella sera la videro piangere disperata senza riuscire a trovare pace. Il mondo vero era entrato con prepotenza nella “fiction” che era stata fino ad allora la sua vita.

Gakirah cambiò il nome del suo account Twitter in Tiquanassassin, in onore dell’amico morto e scrisse tweet addolorati, come questi:

“Da pain unbearable” e “Tyquan supposed 2 Be hear wit me But instead Lil bro ended up 6 feet under a million miles away.”

Immagino che fosse lei stessa a sentirsi lontana un milione di miglia, devastata dal dolore, dal senso di colpa (Tiquan non sarebbe morto se non fosse andato a trovarla) ma incapace di liberarsi del personaggio che lei stessa aveva creato tramite i Social Media.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

Nel marzo 2014 un altro suo amico, Lil B, morì ucciso dalla polizia e Gakirah scrisse, su Twitter: “My pain ain’t never been told”. Ma poi aggiunse che avrebbe dedicato la sua vita a vendicarlo, e quando, subito dopo, il membro di una gang rivale, Blood Money, fu ucciso, le voci che davano Gakirah come l’assassina di Blood Money iniziarono a circolare con insistenza, anche se la polizia sapeva perfettamente che la ragazzina non aveva niente a che fare con quell’omicidio. Poi, a fungere da detonatore, fu di nuovo il cyber-banging: un ragazzo della gang di Gakirah postò, su Instagram, una foto dove beveva un liquido rosso con la scritta “Sorseggiando Blood Money”.

Questo spinse i compagni di gang del morto a volersi vendicare contro quella gang che l’aveva bullizzato, e visto che Gakirah era la “testimonial” della gang oltre ad essere considerata da tutti l’assassina di Blood Money, era per loro il target perfetto. Il 10 aprile 2014 la ragazza scrisse, su Twitter, parlando dei due amici cari che aveva visto morire: “In da end We Die”. Alla fine moriamo. Credo fosse davvero stanca di portare sulle spalle un peso che non avrebbe mai dovuto portare, ma non vedeva nessuna via d’uscita. Subito dopo, come era facile prevedere, fu uccisa, per strada, da un ragazzo che la colpì al volto, collo e petto con nove proiettili.

Poche ore dopo, i membri della gang rivale bullizzarono la morte di Gakirah sui Social. Un po’ come un gioco senza fine: Social – assassinio – Social – assassinio e così via.

La breve vita di Gakirah, che nessuno ha mai protetto

Nel corso della sua breve vita nessuno mai – nessuno mai – aveva protetto Gakirah dalle street gangs che imperversano nel suo quartiere, dalle armi da fuoco che circolano in quantità veramente incalcolabili negli Stati Uniti d’America, e nessuno l’aveva protetta dai Social Media, che non hanno un aspetto minaccioso ma che, proprio per questo, rischiano di essere molto pericolosi. Nel suo caso, i Social avevano creato il perfetto eco-sistema in cui far crescere e prosperare il pericoloso gioco della “bambina killer”, per poi trarre il massimo dell’energia – come buchi neri – dalla stella morente. La polizia, pur sapendo benissimo che la ragazzina killer era solo un mito, un bluff, non l’aveva mai protetta, nemmeno quando era chiaro a tutti che la sua vita era ormai appesa a un filo.

E dopo la sua morte nessuno ha difeso Gakirah dai giornalisti americani e non solo americani che l’hanno etichettata come “killer diabolica che ha ucciso più volte in nome della sua gang”, dimenticando che la polizia, nemmeno una volta, l’aveva arrestata, interrogata ufficialmente o messa sotto indagine e dimenticando – cosa anche più grave – uno dei fondamenti della democrazia, che tutti siamo innocenti fino a prova contraria.

Gakirah a 13 e a 15 anni
Gakirah a 13 e a 15 anni

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni, considerazioni

Dovremmo proprio ricordare che:

Gli Stati Uniti d’America sono la prima nazione al mondo per omicidio di bambini tramite armi da fuoco.

Il Professor Patton e altri studiosi dei rapporti fra media e violenza nelle strade hanno sottolineato il fatto che i Social Media abbiano esacerbato lo scontro armato fra giovani e giovanissimi e cambiato, agevolandolo, il modo in cui le gangs reclutano teen-agers, li iniziano alla violenza e conducono i loro business.

Infine, a proposito di #Blacklivesmatter, se è mai esistita una vita nera che proprio non contava nulla pur facendo arricchire tanti, questa è stata la breve vita della bambina Gakirah Barnes, morta a diciassette anni nel South Side di Chicago. Mi sembrava giusto renderle un briciolo di giustizia raccontando – nel mio piccolo – la sua vera storia al posto di quella finta e ufficiale.

“I told her that I loved her and to be careful — which is something that I told her every day when she went out on the Chicago streets” Shontell Brown, madre di Gakirah

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Quest’articolo è un tributo a un grande scrittore americano diventato famoso come una rockstar e alla fine morto suicida proprio come una rockstar.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace moriva 12 anni fa, il 12 settembre 2008. Quello che tutti conoscono di lui è il grande successo ottenuto come scrittore e il suicidio finale, a soli 46 anni. Ci sono due cose, nella nostra vita, che nascondono segreti di cui nessuno sarà mai in grado di conoscere la formula. Il primo è il segreto del successo, il secondo è il segreto del suicidio. Non si sa perché una persona, rispetto ad un’altra che ha capacità simili, talento simile, aspetto simile, riesca ad avere, in vita, un grande successo e non si sa perché qualcuno, al contrario di altri ugualmente o più disperati, arrivi a portare a termine un suicidio.

David Foster Wallace e il segreto del successo

Riguardo a Wallace, sono piuttosto sicura che il suo successo non sia dipeso dalle sue opere. Mi spiego meglio: io amo moltissimo David come scrittore e come la persona meravigliosa e sofferente che è stata. Ho iniziato a leggerlo quando, in Italia, Einaudi pubblicò il suo primo strepitoso libro di racconti “La ragazza con i capelli strani” e credo anche di essere stata una delle poche persone – a parte critici letterari e accademici soprattutto americani – ad aver letto per intero il suo “Infinite Jest”, libro di 1200 pagine pubblicate a caratteri piccolissimi, estremamente complesso, non nella trama ma nello stile della narrazione, intricata a dir poco, romanzo distopico, a tratti comico, a tratti drammatico, pieno di digressioni e note a pié di pagina, ma soprattutto dotato di momenti di incredibile fulgore. Come se, nel flusso lungo, a volte un po’ presuntuoso della narrazione di “Infinite Jest” Wallace avesse, di tanto in tanto, delle illuminazioni che all’improvviso accendono una luce sfolgorante in una strada scura.

Dove la sua scrittura è sempre meravigliosa, è invece nei racconti. Sono convinta che Wallace fosse uno scrittore di racconti, un po’ come Carver, che dichiarava con orgoglio che mai e poi mai avrebbe voluto e saputo scrivere un romanzo. I racconti di Wallace, così come alcuni dei suoi articoli-saggio, non sono mai presuntuosi e sono il mezzo perfetto per la sua narrazione dove il tempo viene dilatato e tagliato a pezzettini come in una sorta di puzzle che alla fine viene ricostruito. Ma nemmeno i suoi bellissimi racconti sono in grado di rivelare il segreto del suo successo.

David Foster Wallace e il suo essere americano

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace è stato uno scrittore americano in un periodo particolare, a cavallo di due millenni. Aveva dalla sua una cultura dominante e una lingua dominante. Aveva dalla sua il tipico narcisismo degli americani che, anche quando sono persone splendide come lui, raramente si accorgono che intorno all’America c’è un intero mondo. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Laura Miller, dopo l’uscita di “Infinite Jest” David dice:

“La tristezza di cui si occupa il libro, e che stavo vivendo io, era un genere di tristezza veramente americano. Ero un giovane bianco, di classe medio-alta, vergognosamente ben istruito, sul piano professionale avevo avuto molto più successo di quanto avrei potuto legittimamente sperare, eppure ero come alla deriva. E lo stesso succedeva a molti miei amici. Alcuni si drogavano pesantemente, altri lavoravano con un’ossessione incredibile. Altri andavano ogni sera in qualche locale per single. Si manifestava in venti modi diversi, ma di base il problema era lo stesso.”

Qui David descrive alla perfezione lo status quo dei giovani, a fine anni ottanta, appartenenti alla media e ricca borghesia di almeno quattro continenti, dall’Europa all’Australia, dal Sudamerica al Giappone, bianchi, asiatici o latini, ma è convinto che sia un modo di essere, di sentirsi, esclusivamente o tipicamente americano.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il mondo cambia continuamente

Oltre ad essere americano e quindi appartenere alla cultura dominante, David aveva dalla sua una forte intuitività, una capacità analitica forse dovuta al suo grande amore per la matematica che gli facevano dire, già negli anni ’90: “Io mi sono sempre considerato un realista. Mi ricordo che al master litigavo con i miei professori. Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa.”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’internet odierna e dei Social media. Ho la presunzione di credere che avrebbe odiato l’iper-capitalismo ma che si sarebbe trovato bene con i Social. Avrebbe avuto un profilo Twitter con almeno un milione di follower e il suo ego ne avrebbe tratto giovamento. Ma, alla fine di tutto, quello che ha reso famoso Wallace credo sia stato Wallace stesso. Oggi non potrebbe accadere. Oggi l’editoria è morta (in America magari è solo moribonda) nonostante qualcuno, di tanto in tanto, ne sventoli da lontano il cadavere cercando di persuaderci che sia ancora viva. Oggi i libri non si pubblicano e soprattutto non si leggono. Oggi, fra i pochi libri che potrebbero essere pubblicati non ci sono libri di racconti né libri che superino le 200 pagine. Ulysses di Joyce non verrebbe mai pubblicato, Cent’anni di solitudine di Marquez nemmeno, figuriamoci Infinite Jest. I dischi non si vendono e i musicisti, per vivere, devono stare costantemente in tour, ma adesso il Covid ha reso impossibile anche questo. Il mondo cambia continuamente. Di solito in peggio, ma continuamente.

David Foster Wallace e Kurt Cobain

Gli anni ’90, soprattutto i primi anni ’90, erano quindi un pianeta proprio diverso da quello attuale. Le due grandi rockstar apparse quasi in contemporanea: Foster Wallace nella letteratura e Kurt Cobain nella musica rock, entrambi arrivati al successo planetario immediatamente, vendevano letteratura e musica di gran qualità, erano delle novità assolute – nei rispettivi campi – avevano un look attraente: Wallace, lo scrittore coi capelli lunghi e la bandana in testa e Cobain il rocker biondo, bellissimo, dal sorriso triste.

Ma, principalmente, quello che la gente comprava acquistando i loro libri o dischi era la loro essenza più intima, quella che traspariva attraverso foto, interviste, parole scritte, parlate o cantate, quell’essenza che conteneva il gene così raro e assolutamente non ereditabile del “Grande Comunicatore”. Quel gene che spesso – ma non sempre – nasce insieme al gene della disperazione, della depressione, del suicidio a orologeria, e che attira le persone come il famoso canto delle Sirene. Un meraviglioso, non riconoscibile, canto di morte.

David Foster Wallace e il suicidio

Come tutti sanno, sia Cobain che Wallace sono morti suicidandosi, ma attorno alla morte di Kurt si è parlato, parlato, parlato, mostrato foto, prodotto ipotesi farneticanti eppure, piano piano, tutto questo ci ha resi partecipi del come buona parte della breve vita di Kurt sia stata la “cronaca di un suicidio annunciato.”

Attorno alla morte di David, invece, è da subito calata una cortina di silenzio, che lui certamente non avrebbe gradito anche perché quel silenzio spacciato per pudore andava fortemente a cozzare contro quella “cultura pop” che Wallace aveva sempre considerato parte integrante della sua vita e della sua scrittura. Fra le cose dette a metà sulla sua morte, la più intollerabile – dal mio punto di vista – è quella che riguarda il suo ipotetico biglietto suicida. La moglie sostiene, ma non c’è nessuna certezza in proposito, che David le abbia lasciato un biglietto, prima di uccidersi, ma il “suicide note” di uno scrittore, così come quello di un autore di canzoni, magari si rivolge a moglie, figli, parenti, ma è sempre indirizzato a tutto il mondo, e di sicuro a tutti i suoi fans. C’è un’intera letteratura di “suicide notes”, da quello di Majakovskij a quello di Pavese (che riprende le parole del biglietto di Majakovskij) fino a quello di Kurt Cobain, e nessuno si è mai permesso di censurarli o di non farli conoscere.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il suicide note di Kurt Cobain
Suicide note di Kurt Cobain

La rete di silenzio creata attorno alla morte di David

Dal momento che la moglie di Wallace appartiene di sicuro alla categoria di quelle mogli/madri di artisti morti, che, appena seppellito l’amato, iniziano a raschiare il barile fino in fondo, tirando fuori ogni scritto, bozza, lettera, aborto di racconto o di articolo (o l’equivalente in campo musicale) per darlo alle stampe, suona davvero strano che proprio lei abbia invece provato il “forte pudore” di tenere per se stessa il biglietto d’addio di David al mondo. Quello di cui sono sicura, invece, è che David, compulsivamente perfezionista e dotato di una forte etica professionale, non avrebbe mai dato il permesso di pubblicare un romanzo come il “Re Pallido”, incompiuto, senza averne potuto scrivere – solo lui – ogni parola e senza averne potuto controllare, lui e solo lui, almeno cento volte ogni singolo paragrafo.

Ma in ogni caso, per quanto sia stata tessuta una rete di ipocrisia attorno alla morte di David, ogni suicidio parla da solo, ed è impossibile farlo tacere. Sylvia Plath, che era una che di suicidio, oltre che di grande poesia, se ne intendeva, disse: quando si parla di suicidio quello che conta non è mai il perché, ma il come. Il perché infatti non ha mai senso. Wallace soffriva fortemente di depressione, ma è una maledizione che perseguita tanti di noi, e se finissimo tutti col suicidarci ci sarebbero stragi ogni giorno. Il come, invece, non mente mai. L’impiccagione, fra i tanti suicidi possibili, è quello più “violento” nei confronti di se stessi e di chi ci troverà. Negli Stati Uniti, poi, dove per procurarsi una pistola basta scendere al supermercato, la scelta dell’impiccagione ha proprio un forte sapore di punizione, verso se stessi e verso chi ci troverà. Wallace, qualunque sia stato il meccanismo che, alla fine, ha chiuso il cerchio trasformando il suo canto segreto di morte in suicidio, sapeva bene che sarebbe stata la moglie a trovarlo.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Fra le tante cose scritte – racconti, romanzi, articoli, saggi – da David Foster Wallace, pubblicate in vita o postume, sono state trovate frasi molto vere e illuminanti sul dolore provocato dalla depressione, ma niente che potesse raccontare, nel suo personalissimo ed esclusivo modo, il suicidio. Non parlo di un suicidio commesso da uno dei suoi personaggi e vissuto dall’autore in modo emozionalmente distante, ma del proprio insostenibile desiderio di suicidarsi, anche se travestito da altro.

Allora mi sono messa a cercare, a rileggere e alla fine l’ho trovato, in uno dei suoi racconti più belli, nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”. Il racconto si chiama “Per sempre lassù” e parla di un tredicenne, in una vecchia piscina pubblica, che sale sul trampolino per tuffarsi: il tempo si cristallizza e allo stesso tempo corre velocissimo in quel modo che solo Wallace sapeva raccontare. Rileggendolo, ho capito che David, parlandoci di quel tuffo, ci stava invece raccontando un suicidio, struggente, vero, inesplicabile, ineluttabile.

Da “Per sempre lassù”

“…Ehi ragazzino tutto bene.

C’è stato tempo in tutto questo tempo. Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili.

Ehi ragazzino fa lui. Ehi ragazzino tutto bene.

Sulla lingua ti sbocciano fiori di metallo. Non c’è più tempo per pensare. Ora che c’è tempo non hai tempo.

Ehi.

Due macchie nere, violenza, e scomparire in un pozzo di tempo. Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.

Ciao.”

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: citazione da Infinite Jest

L’Urlo della Farfalla Morta

Oggi, nel mio giardino ho trovato una farfalla morta. Era un podalirio, una delle farfalle più belle che abbiamo in Europa, dall’apertura alare di quasi 8 cm, così grandi e leggere che sembrano “veleggiare” quando soffia un po’ di vento, e ti lasciano senza fiato per quanto sono delicate, eleganti e meravigliose.

L'urlo della farfalla morta. La mia farfalla trovata morta
L’urlo della farfalla morta: la mia farfalla ormai morta

La farfalla che ho trovato morta, in particolare, non era una sconosciuta. La riconoscevo perché, da circa un mese aveva perso la punta di una delle ali, forse perché sbattuta dal vento contro un muro o un albero o magari durante un tentativo di cattura da parte di un uccello. La vedevo quasi tutti i giorni, almeno da maggio, e passava ore nel nostro giardino per via della buddleia, i cui fiori dal forte profumo di vaniglia attirano le farfalle e le api.

La mia farfalla a maggio, sulla pianta di Buddleia

Vita e morte della farfalla

La farfalla si era così abituata alla mia presenza che riuscivo anche a farmela salire sul dito. Immagino che sia stato proprio tutto l’insieme: fiori buoni da mangiare, umani amichevoli, una gatta anziana che di sicuro non avrebbe mai rappresentato un problema a farle decidere di fermarsi a dormire nel nostro giardino. Quando stanotte, i maledetti vicini che fanno disinfestazioni contro le zanzare – anche in questo periodo in cui le zanzare quasi non ci sono – hanno sparso nell’aria i loro antiparassitari hanno avvelenato la mia farfalla. Poco distante ho trovato morto anche un piccolo geco, nato da poco, ancora quasi trasparente. Il fatto che sia morta, quindi, proprio perché credeva di stare al sicuro, mi fa sentire in colpa e disgustata dagli esseri umani.

L'urlo della farfalla morta. La farfalla sul mio dito
La farfalla sul mio dito

La morte di tutto il mondo

Io mi rendo conto che per molte persone la morte di una farfalla non sia niente, così come la morte della bellezza, della giustizia, dell’empatia, ma in questo momento – almeno per me – la morte di questa farfalla rappresenta la morte del mondo intero. La morte di questa farfalla è simbolo di una società dove gli animali vengono massacrati, sfruttati, schiavizzati, brutalizzati, uccisi nell’indifferenza totale. Un mondo dove l’ambiente viene inquinato, il pianeta ucciso pezzo dopo pezzo, ancora nell’indifferenza generale, a eccezione di quei pochi che, purtroppo, non fanno testo proprio perché pochi.

L'urlo della farfalla morta. La sua ultima foto da viva
L’urlo della farfalla morta: la sua ultima foto da viva

La gente si domanda da dove viene il Covid-19. Io posso rispondere: guardatevi allo specchio. Voi siete i genitori, il padre e la madre del virus, perché, nel vostro menefreghismo e nella sola adorazione del Dio Denaro avete creato le condizioni ideali perché il Covid potesse nascere e diffondersi. E il prossimo virus o batterio o patogeno di altro genere sarà più cattivo, molto più cattivo di quello attuale e perfino allora – ne sono convinta – continuerete a fregarvene del mondo inseguendo un sogno fatto di banconote.

L’Urlo della Farfalla Morta

Jim Morrison disse: “Prima di morire voglio sentire, voglio sentire l’urlo della farfalla.

Io oggi quest’urlo l’ho sentito. La farfalla ha urlato forte nella mia mente ed è stato un grido che non posso dimenticare. Quando l’ho trovata non era ancora morta, muoveva lentamente una zampina; allora le ho fatto una specie di lettino in una scatola, con erba fresca e un fiore di buddleia proprio davanti, per confortarla con quel profumo negli ultimi suoi momenti di vita.

Sono così triste e furiosa e so – adesso lo so con certezza – che da ora in poi dedicherò quello che resta della mia vita, oltre che alle persone che amo, a perseguire quelli che maltrattano e massacrano gli animali. Come diceva Sylvia Plath in Lady Lazarus:

“Herr God. Herr Lucifer. Beware. Beware.”

Dialoghi di periferia romana ai tempi del Covid

FILA ALLA ASL

Dialoghi di periferia ai tempi del Covid - ASL

(Esterno giorno, mattina caldissima d’agosto in fila fuori della Asl)

Davanti a noi ci sono due ragazzi, fra i trenta e i quaranta, che parlano di un omicidio avvenuto 10 anni fa.

“Ma indov’è che l’hanno trovato?” fa il primo.

“Drénto ar bare, no?” risponde il secondo.

“Ma checcazzo, e s’era capito com’è morto?”

“Boh, nun se sà si l’hanno accortellato, si l’hanno impiccato… comunque l’hanno buttato drénto ar bare e hanno chiuso a saracinesca”

“Ma la moje, te ricordi, la negra, nun s’è preoccupata quanno nun l’ha visto tornà?”

“Embè, che poteva fà?”

“Lo poteva cercà, no?”

“Eddove?”

“Eddove? Drénto ar bare, cazzo!”

Mentre i due chiacchierano scende le scale una ragazza, zoppicando vistosamente. Qualcuno le chiede che s’è fatta e lei risponde:

“Mannaggia! Me sò presa ‘n’incarcata…”

Nel frattempo arriva uno dietro di noi, sui cinquanta, magrissimo e scavato, coi capelli da mohicano, le infradito ai piedi e dei pantaloncini che Ettore è sicuro siano quelli del pigiama: “Boxer no, ma nemmeno un costume, quello era un pigiama” ha sostenuto poi, sicuro come la morte. Il mohicano, serissimo, si mette a cantare, ad alta voce:

“Dottore ti voglio parlare! Mentre dipingi un altareeeee!” (parafrasi di una vecchissima canzone di Fausto Leali. nda)

La guardia giurata, un ragazzo che ha la pazienza, la tolleranza e la gentilezza di Gandhi al cubo, gli dice:

“Allora? Nun ce vai in vacanza?”

“Macché – dice il mohicano – nun me posso move perché c’ho sti cani. Prima erano solo due, mo’ me so’ preso pure er mastino e stò ‘nchiodato.”

“Ma non trovi nessuno che je porta da mangiare?”

“Sì ma poi chi li porta a spasso? No, loro, si nun me vedono, morono. Senza di me mica campano… Ma comunque me so’ preso ‘na piscina, tre metri pe’ due, 700 euri, l’ho montata io e quanno er callo t’ammazza me ce butto”

Intanto i due tizi davanti a noi si sono mossi. Il primo è già uscito, mentre il secondo parla già da un po’ al cellulare col vivavoce maltrattando una poveraccia che dalla voce sembra la madre, ma dal numero di volte che lo richiama immagino che invece sia la donna. Finalmente si avvia verso l’ambulatorio ma si ferma lungo le scale perché il telefono squilla di nuovo e lui si mette a parlare, tranquillo, mentre tutti noi aspettiamo sotto al sole. Sale due gradini e poi ne scende quattro urlando e gesticolando: lo vediamo tutti e tre in contemporanea.

“Ma guarda sto rincoglionito” fa Ettore.

“Poi uno dice che je dai ‘na pizza” commenta il mohicano, sempre serissimo.

Il tizio, appiccicato al telefono, sale e scende le scale come se fosse la cosa più normale, finché non gli spediamo la guardia giurata a minacciarlo.

“Ma guarda sto stronzo – scuote la testa il mohicano – sale e scende… sta a seguì la Borsa, sto pezzo demmerda…”

Noi scoppiamo a ridere. Lui sempre serissimo: un Buster Keaton mohicano.

FILA ALLA CASSA

Dialoghi di periferia ai tempi del Covid: a pochi metri da Eurospin

(Interno giorno, Eurospin, agosto ora di pranzo, caldo come l’inferno fuori ma dentro c’è l’aria condizionata)

Messe le cose nel carrello, Ettore si avvicina a una cassa. Nella fila accanto c’è una cassiera che chiamiamo “la Schizzata” perché, oggettivamente, lo è. Bisogna aggiungere che, potendo scegliere, la maggioranza dei clienti rifuggono dalla Schizzata come se fosse portatrice di patogeni devastanti. Mentre i clienti coi carrelli carichi si avvicinano timidamente, la Schizzata urla loro di restare fermi lì dove sono, a due-tre metri di distanza: “Vi chiamo io appena ho finito!”  I primi della fila si immobilizzano. Sono moglie e marito: lei, enorme, molto alta, grassa ma anche muscolosa e forzuta, una che se ti dà un cazzotto in faccia ti fa saltare i denti. Il marito, invece, piccolo, timido e dall’aria un po’ pavida.

Mentre moglie e marito si sono fermati, rispettando il dictat della Schizzata, arriva un coatto sui quaranta, canotta, iper-tatuato, che supera la fila e si piazza a un centimetro dalla cassa. La Schizzata ha troppo da fare (forse sta elaborando una variante della teoria delle stringhe) per accorgersene. La moglie grossa guarda il marito che guarda verso il nulla. Poi arriva un’altra donna, coatta pure lei ma piccola di misure, che supera moglie e marito e si piazza dietro al tatuato. A quel punto la Schizzata dà il via alla giostra e il coatto tatuato si accinge a mettere le sue cose sulla cassa, ma la moglie enorme lo raggiunge con due balzi e prende di petto sia lui che l’altra donna, che subito si allontana, domandando:

“E allora ‘ndo me dovrei mette?”

“Me frega un cazzo, basta che stai dietro de me!” le ordina la moglie grossa.

Il coatto tatuato si ritira anche lui, borbottando:

“Vabbè, oggi nun c’ho proprio voja de litigà…”

Mentre prendono le cose dal carrello e le mettono sulla cassa, la moglie enorme sembra agitata per aver dovuto litigare con due teste di cazzo e intanto il marito si guarda ancora intorno vergognandosi. Ettore, dalla cassa accanto, si sente in dovere di fare una sviolinata alla donna. Quindi, di fronte a una platea composta dalla Schizzata, dal tatuato che non aveva voglia di litigare e dal resto della combriccola, le dice qualcosa del tipo:

“Brava, signora. Complimenti.”

E lei, ancora un po’ scossa, fa:

“E checcazzo! Ogni tanto ce vole ‘n po’ de grinta!!!”

FILA PER LA PIZZA

Disloghi di periferia ai tempi del Covid: fila per la pizza

(Interno giorno, pizzeria, agosto ora di pranzo, 60 gradi all’ombra, ci avviciniamo al punto di ebollizione)

La pizzeria è piccola, non particolarmente pulita, ma la pizza è buona e costa poco. Il proprietario e pizzettaro, Mirko, è un omone grande e grosso. Io aspetto in macchina, in doppia fila (non per paura dei vigili, che da queste parti non ci mettono piede ma perché sto bloccando un garage.) Ettore ordina la pizza, e mentre aspetta che esca un’infornata di margherita si guarda intorno e vede che ci sono due amici di Mirko che stanno lì a passare il tempo, siccome c’è un bel fresco…

Uno dei due gli chiede qualcosa e Mirko diventa ancora più rosso:

“Ma che cazzo, stamattina ariva sto regazzino e me dice – Scusi non dovrebbe portà la mascherina? – e io prima me lo guardo pe’ capì se scherza, e quanno vedo che è serio je faccio: Ma li mortacci tua, de tu madre che t’ha partorito e de tu padre che quer giorno se poteva fa ‘na sega! A regazzi’, prova a tenettela tu a mascherina cor forno accanto a 300 gradi, che lo apri e lo chiudi, lo apri e lo chiudi, e ner frattempo sto calore aumenta, aumenta e sì c’hai la mascherina addosso te se squaja in faccia. “

Un attimo di pausa mentre apre il forno ustionante con l’infornata di margherita da cui stacca e ci taglia in rettangoli i nostri 2 euro e 80 centesimi di pizza. Subito dopo continua:

“E poi j’ho detto: ma vatten…”

E gli amici, birra in mano, gridano in coro con lui: “ AFFANCULOO!!!”

Facebook: comunicazione autistica

La “comunicazione autistica” è un ossimoro: tutti sanno che l’autismo è una patologia dove si perde completamente il contatto con la realtà e ci si costruisce un proprio mondo interiore che impedisce ogni tipo di contatto con gli altri, come si trovassero tutti al di là di una barriera impossibile da valicare.

Secondo il dizionario Treccani l’autismo “è un disturbo neurocomportamentale di tipo pervasivo che interessa più aree dello sviluppo (comunicativa, sociale, cognitiva), tanto che, nell’accezione psicodinamica, si parla di un disturbo dello sviluppo del pensiero e dell’affettività. Il termine autismo deriva dal greco autós («se stesso») e indica l’autoreferenzialità, la negazione dell’altro e di ciò che è differente da sé, e quindi la mancanza del senso della realtà.”

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

L’autismo è da sempre una malattia che si manifesta nei bambini, ma da quando esistono i Social Media e, nello specifico, Facebook, credo che una qualche deriva di questa malattia si sia diffusa a macchia d’olio fra gli adulti. Se proprio vogliamo mettere il dito nella piaga, i più esposti all’autismo da Social Media sono tutti i soggetti che vanno dai quaranta in su. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, i giovani fra i venti e i trentacinque anni circa usano – in buona parte – Facebook in modo più comunicativo: utilizzano gruppi specifici per avere o dare informazioni e aggiornamenti riguardo al proprio ambito professionale o di studio; condividono post di argomenti a cui si interessano, di associazioni a cui sono affiliati; utilizzano parole per commentare qualcosa e non solo like, cuori, faccette varie; per finire non postano mai, in modo compulsivo, uno dopo l’altro post “autoreferenziali” nel totale disinteresse di chiunque non sia se stesso, come invece fanno gli adulti.

Facebook: la categoria degli amici

Proprio come Alice quando attraversa lo specchio, anche noi, imbattendoci nel sistema Facebook, non siamo subito in grado di capire che ci ritroviamo in un mondo alla rovescia. Quello lo capiremo dopo un po’, quando avremo imparato a riconoscere tutte le varie categorie di utenti: la prima è quella degli amici. Parlo degli amici in carne e ossa, quelli che incontriamo nella realtà e con cui già parliamo al telefono, su whatsapp o telegram. Del tutto inutile, quindi, parlarci anche su Facebook, ma servono a noi e al sistema per fungere da “trama” su cui tessere l’ordito in cui verranno inseriti tutti gli altri nuovi contatti. Devo aggiungere, perché non ci siano fraintendimenti, che la maggior parte dei miei amici in carne e ossa va su Facebook solo per promuovere associazioni animaliste, ong serie o per cercare di far ripartire il proprio lavoro, e tutto sono tranne che addicted o autistici.

Il mondo rovesciato di Alice
Facebook: comunicazione autistica, il mondo rovesciato di Alice

Facebook: la categoria dei vecchi amici

La seconda categoria è quella dei vecchi amici che non vedi né senti da quando eri giovane o giovanissima. Dai tempi del liceo, insomma. Ti chiedono l’amicizia o accettano la tua richiesta ma, di solito,non ti scrivono una singola parola. Il vecchio “hey ciao, come stai?” è del tutto off e ti viene perfino da rimpiangere il morettiano “Vedo gente, faccio cose”. Al massimo ti mettono un like, di tanto in tanto. Se intervieni con qualche commento nei loro post, magari anche con commenti educatamente provocatori, si stupiscono e hanno ragione: sei tu a comportarti in modo “diverso”, non loro. Questo è il momento in cui inizi a capire che ti ritrovi in un mondo alla rovescia: persone che collezionano diverse centinaia o alcune migliaia di “amici” ma non hanno nessuna voglia di comunicarci.

Il numero di Dunbar

Uno studio pubblicato dalla rivista Royal Society Open Science ha affermato come risulti quasi fisiologicamente impossibile avere più di 150 amici su Facebook. Questo numero, infatti – conosciuto come numero di Dunbar – è il numero massimo che il cervello riesce a gestire senza problemi. Il numero degli amici veri, poi, si restringe sempre di più, come tutti sappiamo, e anche secondo lo stesso studio possiamo contare sulle dita di una mano il numero degli amici reali. Eppure in molti cercano diligentemente di accrescere il numero degli “amici” di Facebook come se fosse un valore aggiunto. Del tipo: “accidenti, ha il massimo degli amici permessi da Facebook, wow!”

Fra i tanti che detengono con orgoglio quel numero massimo di “amici” alcuni dicono che “gli serve per lavoro”, ma è una frase totalmente priva di senso. I contatti di lavoro non li tieni su Facebook e comunque non sarebbero mai così tanti. Se poi devi vendere qualcosa, come commerciante o pubblicitario,se per per lavoro sei uno che decide quale pubblicità mandare e a chi mandarla, devi per forza di cose utilizzare contatti categorizzati, e quindi scelti – trasversalmente da tantissimi account diversi – tramite un algoritmo.

La categoria degli sconosciuti

Dopo aver incontrato la categoria dei vecchi amici, arrivano gli sconosciuti. Sei abituato a fidarti degli “amici degli amici”, come se fosse un invito a cena e non ti rendi conto che invece stai camminando su un dirupo. Basta un passo falso e ti arriveranno centinaia di richieste di amicizia da parte di uomini allupati se hai messo una foto bellina sul profilo; centinaia di richieste da parte di uomini africani basta che tu sia donna e occidentale; centinaia di richieste da parte di prostitute di tutto il mondo se sei uomo e hai più di quaranta anni. Riceverai richieste di amicizia scritte in arabo, in turco, in hindi, in altre lingue di cui nemmeno riuscirai a capire la provenienza, ma tutto questo per fortuna durerà poco. Quando avrai eliminato tutte quelle richieste, una ad una, poi non arriveranno più tsunami, ma solo qualche piccola onda qua e là.

Facebook: comunicazione autistica, gli spam travestiti

Quello che invece sarà difficile decrittare e quindi evitare sono gli appartenenti a un’altra categoria: i lupi travestiti da pecorelle (senza offesa per i lupi veri, che amo profondamente e che non si travestono mai). Mi spiego meglio: parlo di “amici” di qualche “amico” che sembrano persone come te, uomini e donne normali e solo dopo che gli hai dato l’amicizia scopri che ti hanno scelta perché – ad esempio – sei amante della letteratura e loro hanno un libercolo in uscita, di cui faranno pubblica lettura in qualche località, e di questa lettura troverai vari post con dovizia di particolari, e poi i commenti degli “amici”: “Bellissimo!”  “Veramente profondo!” “Magico!” e per finire like e cuori come se piovesse. Avrebbero potuto creare una Pagina dedicata, ma poi l’intento sarebbe diventato palese: le Pagine sono una forma di trasparenza e ottenere il like alla Pagina, che è l’equivalente dell’amicizia su un normale profilo, è molto più difficile. Per quanto riguarda questo genere di utenti furbetti, puoi scommettere un braccio contro dieci euro che dopo quella lettura ce ne sarà un’altra e poi un’altra e la loro “amicizia” si rivelerà tristemente per quello che davvero è: spam.

I più addicted: gli auto-referenziali e gli iper-compulsivi

Quelli che hanno una vera, brutta dipendenza da Social sono: gli auto-referenziali, in genere colti e sicuramente interessanti come persone, che però postano continuamente cose su se stessi, di solito autoincensanti, ma quello che è più peculiare è che, come ragni nella ragnatela, questi utenti se ne stanno lì ad aspettare che qualcuno entri nei loro post ma non li vedrai mai – mai – scrivere qualcosa in un post altrui.

Non pochi i soggetti che non hanno né una cultura da mostrare né un libercolo da vendere, ma una compulsione autistica davvero impressionante. Alcuni sono fuori controllo: pubblicano post uno dopo l’altro fino a postarne dieci o più nel giro di un’ora, con vecchia musica che tutti conoscono (e se proprio volessero ascoltarla la cercherebbero da soli su youtube) e tutto quello che gli passa per la mente, senza preclusioni né esclusioni e soprattutto senza mai porsi la domanda: ma almeno a una o due persone interesserà anche solo un pochino quello che con dedizione indefessa continuo a postare? Ragazzi, con simpatia, il primo passo è rendersi conto di avere un problema: ve lo dice una persona che conosce bene le dipendenze.

La categoria degli idioti, a cui appartengo

Poi ci sono quelli come me, gli idioti, che creano una pagina col nome del proprio Blog solo ed esclusivamente nella ridicola speranza che questa Pagina serva a far conoscere il Blog. Pur avendo un livello informatico avanzato (utilizzare un Social Media è come giocare a rubamazzo, creare da soli un sito, impostare un Seo decente e poi collegare il sito a Facebook è come giocare a bridge) la creazione di una Pagina Fb e suo collegamento diretto al blog è un vero pain in the ass. Facebook for developers non è affatto un giochetto per bambini. Tutto questo per far capire che, dopo tanta fatica, ti accorgi che la tua stupida Pagina non sostiene proprio niente che non sia Facebook stesso. La gente in genere e gli italiani in particolare non hanno voglia di leggere articoli, di conoscere altri punti di vista, vogliono solo scrivere post, brevi e rivolti a se stessi. Le persone come me, che si rivolgono agli altri, non hanno chance. Perché sono un’idiota? Perché proprio io, che venero McLuhan, ho voluto dimenticare, in questa avventura del Blog con collegamento Facebook che “medium is the message” e nient’altro. Che su Facebook, come dice Davide Mazzocco Lavoriamo per Mark Zuckerberg con la stessa passione che riserviamo ai nostri hobby, ma con una continuità assolutamente inedita nella storia dell’umanità. Siamo i nodi di un reticolo di due miliardi e 270 milioni di persone, mittenti e destinatari di messaggi pubblici e privati che alimentano un gigantesco Leviatano che si nutre di dati. Questo è il solo messaggio, tutto il resto è Matrix.

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

Tornando quindi all’autismo, noi sappiamo che i bambini autistici non riescono ad identificare le emozioni degli altri individui né ad attribuirgli uno stato mentale. Non possiedono, quindi, ciò che viene definito “teoria della mente” che consiste nella capacità di immaginare cosa gli altri possano sentire e desiderare, facendo ipotesi e prevedendo il loro comportamento. Esiste un circuito speciale nel cervello umano che sta lì proprio per elaborare le informazioni che arrivano dal mondo sociale e questo circuito perciò si chiama “cervello sociale.” I bambini autistici non sono in grado di sviluppare una teoria della mente e non possiedono un cervello sociale. A mio parere, anche a buona parte dei più che adulti utenti di Facebook mancano queste skills.

Facebook comunicazione autistica. Prima l'uovo o la gallina?
Prima l’uovo o la gallina?

Un po’ come per la vecchia faccenda dell’uovo e della gallina c’è una domanda a cui è impossibile rispondere: la condizione umana è diventata così infernale e miserrima a causa dei vari Facebook o Facebook può esistere proprio perché la specie umana è così orribile?     

Stelline e like

In campo psico-pedagogico esiste un “metodo educativo” che si chiama Token Economy, applicabile, secondo molti educatori, a bambini dai 3 anni di età fino all’adolescenza. Funziona così:

Si crea una tabella/calendario e si decidono delle regole, specifiche o generali. Se i figli sono più di uno è anche meglio: le tabelle di ogni figlio saranno appese in casa, una accanto all’altra e i bambini andranno in competizione con i propri fratelli o sorelle e questo li renderà più malleabili e desiderosi di successo. Poi ci si munisce di stelline (adesive, disegnate, fai-da-te) e a fine giornata si metterà una stellina premio sulla tabella del bambino che ha seguito le regole, e niente a chi si è “comportato male”. Per rendere il tutto ancora più appetibile, si può aggiungere un bonus: quando un bambino raggiunge un tot numero di stelline gli si fa un regalo, ma gli educatori raccomandano che il regalo non sia mai e poi mai un giocattolo, ma qualcosa tipo un gelato, o un pomeriggio col padre (se fossi una bambina direi: Ma che schifo di bonus!)

C’è anche un’ultima variabile, su cui gli educatori sono in parziale disaccordo: se il bambino si comporta male, può perdere una o più stelline faticosamente accumulate.

Stelline e like: token economy
Stelline e like: la tabella della Token economy

Stelline e like: bambini e animali marini

Un po’ come il pesce che danno ai poveri mammiferi marini in quelle mostruosità che chiamano sea parks quando la foca, il delfino o l’orca fanno quello che gli addestratori vogliono da loro. Per fortuna, ogni tanto, ci sono animali che disubbidiscono (vedi l’orca Tilikum) ma questa è tutta un’altra storia.

Detto ciò passiamo alle stelline degli adulti, che si chiamano “like”, ma non prima di ricordare forse l’unica frase veramente intelligente che il Berlusconi imprenditore, tanto tempo fa, suggeriva ai suoi venditori alle conventions di Publitalia: “Considerate sempre che il pubblico è come un bambino di 11 anni nemmeno troppo sveglio.”

La nascita dei like

Con Facebook e gli altri Social Media, che sono merce mentre noi fruitori siamo pubblico, possiamo senz’altro dire che il pubblico non è più un bambino scemo di 11 anni, ma una massa di bambinoni in forte ritardo mentale di non oltre 3 o 4 anni. Il like con il thumb up è apparso per la prima volta su Facebook nel 2009, per risolvere la problematica dei troppi commenti uguali e inutili che la gente esprimeva. Quindi Zuckerberg e amici hanno pensato ad un bottone che sintetizzasse il tutto con un’immagine; un po’ come un viaggio all’indietro nel tempo: visto che il linguaggio, parlato e soprattutto scritto è la capacità migliore che l’uomo sia riuscito ad esprimere nella sua – chiamiamola – evoluzione, facciamo tornare l’uomo all’epoca delle incisioni rupestri o paleoglifi che dir si voglia. Insomma, alla preistoria.

Stelline e like: incisioni rupestri in Valcamonica
Incisioni rupestri di epoca preistorica in Valcamonica

Chi dobbiamo ringraziare per l’invenzione dei like?

C’è tutta una “letteratura” su chi sia stato ad inventare il like. Alcuni dicono siano stati due fra gli allora soci di Zuckerberg: Rosenstein o Leah Pearlman, che hanno poi entrambi lasciato Facebook, miliardari, per creare social media dedicati allo yoga, o addirittura strisce di fumetti dedicate all’amore universale. I soldi, comunque, se li sono tenuti stretti, forse in onore dell’amore universale per il denaro. In realtà il tasto like esisteva già in un social media sconosciuto, Friendfeed, acquistato da Zuckerberg per 50 milioni di dollari (spiccioli, per lui), ma da quando è uscito su Facebook si è diffuso a macchia d’olio in tutti i social media esistenti, perfino in quelli cinesi e russi.

Le strisce comic sull’amore universale by Leah Pearlman

Siamo quindi un intero mondo di bambini in cerca dell’approvazione di mamma e papà e ci fa piacere ricevere una stellina/like quando scriviamo una stronzata su Youtube o pubblichiamo qualcosa che non frega a nessuno su Facebook. Io stessa, che ho sempre usato molto Youtube, perché amo la musica e mi piace chiacchierare in inglese, principalmente con gli americani, ho ancora un micro-nanosecondo di gratificazione quando ricevo la scritta “A qualcuno è piaciuto eccetera” che ti manda Youtube. Subito dopo, però, mi dico: “Ma sei completamente scema?” La cosa più divertente, nell’osservare l’utilizzo dei like da parte della gente, è notarne da una parte la “tirchieria”, e dall’altra l’improvvisa generosità quando vedono che i like su un commento o un post sono già tanti. Quindi in parte siamo bambini capricciosi, del tipo “No, no, no. A questo/a il like non glielo voglio dare” e in parte siamo Walking dead, alla ricerca del branco con cui marciare uno dietro l’altro.

Stelline e like: il nuovo Linguaggio Scritto

I like sono diventati il vero motore dei Social Media: i contenuti sono ormai inesistenti, sempre che non si parli di cose da vendere (merci varie o adesioni ad associazioni di qualsiasi genere) e la gente non riesce a leggere niente che sia più lungo di 100 caratteri e qualche faccina. A meno che non ci sia da insultare, bullizzare e litigare: solo in questi casi la gente ritrova l’uso, di solito molto sgrammaticato, della parola scritta. Il like è andato oltre ai migliori propositi dei suoi creatori, è diventato il Linguaggio Scritto con cui la gente finge di comunicare. I like sono diventati un’entità così potente da spaventare anche coloro che li hanno creati.

Stelline e like: Jack Dorsey
Jack Dorsey, Ceo di Twitter

Ultimamente i più famosi Social Media hanno cercato di fare esperimenti in cui i like venivano eliminati (magari un po’ alla volta, a scalare, come si fa con le dipendenze da qualche droga) o almeno dove eliminavano il loro conteggio. Jack Dorsey, CEO di Twitter, già da tempo si è dichiarato consapevole dell’eccessiva e negativa importanza che hanno assunto i like. Perfino Zuckerberg, più su Instagram che su Facebook, ha cercato di eliminare il conteggio dei like, anche per evitare i sempre più diffusi commerci di like, che, come tutte le cose rilevanti, vengono venduti e comprati per rendere più forti influencer e pagine potenti.

Stelline e like: mai togliere le stelline a un bambino

Contro chi si sono scontrati i CEO dei Social Media in questo tentativo di riassestamento dei like? Con il pubblico, che ha reagito furioso e preoccupatissimo. Mica ci vorrete togliere le stelline faticosamente accumulate, giusto? Perfino molti educatori pur favorevoli alla patetica e fuorviante Token Economy dicono che togliere a un bambino le stelline accumulate è una cattiveria, in certi casi un piccolo trauma.

Noi, però, non siamo bambini. Senza le stelline, forse, potremmo anche riuscire a sopravvivere…

Divoratori di tempo

 “Nel corridoio del tempo ci sono demoni, o forse animali. Vivono nello spazio, al di fuori del tempo, ma cercano sempre una via d’accesso. Sembrano gatti, grossi gatti blu, solo che invece di giocare coi topi giocano col tempo. E lo divorano”

da LEGION season 3

Time Eaters – Legion 3

Jean Paul Galibert, filosofo e scrittore francese ha scritto un saggio intitolato “I cronofagi. I 7 principi del capitalismo” (Stampa Alternativa, 2015). Nel suo saggio ci spiega come l’ipercapitalismo appaia, sempre di più, come un progetto di dominazione dell’insieme del mondo, facendo in modo che la redditività sia il principio, la causa unica e il solo criterio dell’essere e del non essere. Maestro nell’arte sottile di vendere il niente e il nulla al prezzo del reale, l’ipercapitalismo tenta la conquista dell’esistenza nella sua totalità. Galibert è stato il primo a definire la “cronofagìa” come uno dei princìpi dell’ipercapitalismo contemporaneo, in cui la risorsa scarsa, dopo il capitale, diventa il nostro tempo.

Divoratori di tempo: Cronofagìa di Davide Mazzocco

Partendo da questo breve ma illuminante saggio, il giornalista Davide Mazzocco ha scritto “Cronofagìa” (D Editore, 2019), dove spiega il suo intento fin dalle prime righe:                                              

La storia dell’umanità è contraddistinta da un insopprimibile istinto predatorio. Si tratta di una caratteristica che ci accomuna a un’infinità di specie animali che necessitano di cacciare per il proprio sostentamento. … Queste pagine, però non vogliono descrivere la predazione nella sua forma istintiva, perché questa è materia per psicologi ed etologi. Questo libro vuole, molto più semplicemente, mostrare le dinamiche, le strategie e le sovrastrutture con le quali i poteri politico ed economico depredano le masse del loro tempo.

Divoratori di tempo: Cronofagìa di Davide Mazzocco (d Editore)
Divoratori di tempo: Cronofagìa di Davide Mazzocco

Mazzocco, con una capacità rara di spiegare con parole semplici ciò che semplice non è, torna sul saggio di Galibert: l’ipercapitalismo è riuscito a fare in modo che lo sfruttamento del tempo libero possa apparire come la giusta ricompensa dello sfruttamento del lavoro. Infatti, tutti coloro che sono sfruttati al lavoro vorranno essere sfruttati come consumatori.

In pratica, quello compiuto dai cronofagi è una sorta di miracolo di riprogrammazione delle menti.

Divoratori di tempo: Naomi Klein e Marshall Mc Luhan

Già la giornalista e attivista canadese Naomi Klein, nel suo famosissimo libro “No Logo, pubblicato nel 2000, aveva previsto: i prodotti che si svilupperanno in futuro saranno quelli presentati non come “merci” ma come concetti. Di conseguenza, le aziende che venderanno meglio saranno quelle capaci di infondere significato agli oggetti apponendovi semplicemente il proprio nome; la Apple, ad esempio, che è riuscita addirittura a rendere il suo creatore, Steve Jobs, alla stregua d’un guru. E andando ancora più indietro nel tempo, non possiamo evitare di far riferimento a Marshall Mc Luhan, anche lui canadese, sociologo, filosofo e professore, autore, negli anni ’60, della celebre teoria “Medium is the message”, mai rivelatasi tanto attuale quanto in questo periodo. Mc Luhan, da “Gli strumenti del comunicare”:

“Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre.”

Chi controlla il presente controlla il passato: George Orwell “1984”

Come ricorda Mazzocco, per la propaganda il tempo è il presente eterno e indistinto dell’urgenza e dello schieramento. E per l’ipercapitalismo cronofago l’unico tempo utile è il tempo presente. La percezione della realtà è diventata praticamente la stessa di quella che il Grande Fratello di George Orwell in “1984” imponeva ai cittadini:

“Il partito diceva che l’Oceania non era mai stata alleata dell’Eurasia. Lui, Winston Smith, sapeva che appena quattro anni prima l’Oceania era stata alleata dell’Eurasia. Ma questa conoscenza, dove si trovava? Solo all’interno della sua coscienza, che in ogni caso sarebbe stata presto annientata. E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera. “Chi controlla il passato” diceva lo slogan del partito “controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”

Divoratori di tempo: George Orwell "1984"
George Orwell “1984”

Il regime immaginato da Orwell utilizzava il Ministero della Verità per negare il passato, per poi negare ciò che aveva negato e negare il tutto ancora e ancora e ancora, in una sorta di negazione in progress, senza fine. Attività fondamentale, per il potere economico e politico di quasi tutti i tempi, ma più che mai nel tempo attuale, in modo da non doversi mai assumere nessuna responsabilità. E grazie a questa damnatio memoriae: la causalità viene sostituita dalla casualità: ciò che è prevedibile (un ponte che crolla, un territorio che si allaga, un villaggio distrutto da un terremoto, migliaia di abitazioni contaminate dall’amianto) viene trasformato dalla retorica della politica e del mercato in un evento imprevedibile, frutto del caso, autonomi rispetto all’ordine cronologico degli eventi (da Mazzocco, “Cronofagìa”).

Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione

Per comprendere in che modo una esigua minoranza di popolazione riesca a tenere sotto scacco tutti gli altri, dobbiamo ancora ricorrere al capolavoro di Orwell:

“Il vero potere, il potere per il quale dobbiamo lottare notte e giorno, non è il potere sulle cose ma quello sugli uomini”. Si interruppe e per un attimo riprese quell’aria da maestro che interroga uno scolaro promettente: “Winston, come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?”

Winston rifletté: “Facendolo soffrire” rispose.

“Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedisca. Se non soffre, come facciamo a essere certi che non obbedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna. … Un mondo fatto di paura e tradimento, di tormento, un mondo nel quale si calpesta e si viene calpestati, un mondo che, nel perfezionarsi, diventerà sempre più spietato…”

… “Non so come e neanche m’importa, ma non riuscirete nel vostro intento. Qualcosa vi distruggerà. La vita vi sconfiggerà.”

“Noi, Winston, controlliamo la vita a tutti i suoi livelli. Tu immagini che esista qualcosa come la natura umana che si sentirebbe oltraggiata da quello che noi facciamo e che si ribellerà contro di noi. Ma siamo noi, a crearla, questa natura umana. Gli uomini possono essere manipolati in tutti i modi … Se è vero che sei un uomo, Winston, tu sei l’ultimo uomo. La tua specie si è estinta e noi ne siamo gli eredi. Non capisci che sei solo? Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti.”

Queste le parole del torturatore e potente nemico dello sfortunato eroe Winston Smith: la rappresentazione e personificazione del Potere, del Regime, l’uomo che fa torturare Winston non perché pensi che il ragazzo abbia qualcosa da rivelare (sa già tutto di Winston, forse anche più dello stesso Winston) ma solo perché Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione.

I’ll stay home forever, where 2 and 2 always makes 5

La domanda che il torturatore continua a porre a Winston è “Quanto fa 2+2?” pretendendo che lui risponda “5”. Quando il povero Winston, stremato dalla tortura, risponde finalmente “5”, il torturatore non è ancora soddisfatto. Perché non basta che risponda che 2+2 fa 5: deve credere che 2+2 faccia 5.

I’ll stay home forever, where two and two always makes fivecantavano, non a caso, i Radiohead nell’album “Hail to the thief”, del 2003, più di diciassette anni fa, e da allora, l’ipercapitalismo ha davvero fatto passi da gigante: ormai non ha più bisogno di torturare, perché ha infine trovato il modo di far credere alla stragrande maggioranza della gente che due più due sia davvero equivalente a cinque.

2+2=5 Radiohead live 2009

Divoratori di tempo: Primo Step

E quindi come sono riusciti, negli ultimi venti anni, i nostri Masters and Commanders a farci fare quello che vogliono senza usare la forza in modo troppo evidente? Immagino siano partiti da un primo step: con buona pace delle battaglie per la riduzione dell’orario, iniziate nel lontano 1800, tutto è radicalmente cambiato con la grande crisi economica del 2008. L’improvvisa carenza di lavoro, i licenziamenti, le famiglie in mezzo a una strada, tutto questo ha fatto sì che, chi ancora detenesse un lavoro o chi fosse riuscito a trovarne uno, pur di tenerselo stretto, avrebbe finito con l’autocensurarsi: se il rischio è quello di accrescere la schiera di chi non è più in grado di pagare le bollette, meglio evitare di fare gli schizzinosi e quindi sì, lavorare il doppio per la stessa paga che prima avresti ricevuto per la metà del tempo.

Correre per restare fermi: Alice di Lewis Carroll nel giardino della Regina Rossa

 Nessun libro può farci capire questo concetto meglio di “Alice through the looking glass”, di Lewis Carroll, capolavoro assoluto e insuperabile:

Alice non riuscì mai a capire, ripensandoci in seguito, come avevano cominciato: ricordava solo che correvano tenendosi per mano, e la Regina andava così veloce che al massimo lei riusciva a tenerne il passo: e la Regina continuava a gridare: “Più svelta! Più svelta!”, ma Alice sentiva di non poter correre più di così, e le mancava perfino il fiato per dirlo.

… La Regina l’appoggiò contro un albero e disse in tono gentile: “Ora puoi riposarti un poco”.

Alice si guardò intorno molto sorpresa. “Ehi, ma secondo me siamo state tutto il tempo sotto quest’albero! È tutto esattamente come era prima!”

“Certo” disse la Regina “Perché, come dovrebbe essere?”

“Be’, al paese nostro” disse Alice, sempre con un po’ di fiatone “in genere si arriva in un altro posto… se si corre per tanto tempo come abbiamo fatto noi”.

“Che paese lento!” disse la Regina “Qui, invece, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio”.

Quindi, primo step: farci correre più che possiamo solo per restare fermi.

Divoratori di tempo: Alice corre per restare ferma con la Regina Rossa
Alice corre per restare ferma insieme alla Regina Rossa

Divoratori di tempo: Secondo Step

Secondo step: ricavare denaro anche – e soprattutto – dal nostro riposo, e rendere sempre meno libero il nostro tempo libero. Ma inconsapevolmente, si capisce: 2+2 deve sempre essere uguale a 5. I modi in cui l’ipercapitalismo divora il nostro tempo sono vari: la burocrazia, che, al contrario di ciò che ci viene raccontato, aumenta esponenzialmente con la crescita della tecnologia; gli ipermercati, costruiti scientemente come veri e propri labirinti dove nemmeno Arianna potrebbe aiutarti a trovare la strada, in modo che, girando e girando alla ricerca dello scaffale dei tostapane, le persone vedano altre cose non necessarie ma appetibili e finiscano per acquistarle. Una delle cose più tristi degli ultimi dieci anni: quelle famiglie, sempre più numerose, che la domenica, invece di andare in campagna o al mare vanno a passare la giornata da Ikea.

Ma quello che ha spostato il confine da capitalismo a ipercapitalismo cronofago è stata la creazione della nuova internet, quella dei social media e degli smartphone, ma anche la televisione dei realities e delle serie TV. Il Ceo di Netflix, nel 2017, ha detto:

“Quando guardi uno spettacolo di Netflix e ne diventi dipendente rimani sveglio fino a tarda notte. Alla fine siamo in competizione con il sonno ed è una grande quantità di tempo.”

Lavoriamo tutti per Mark Zuckerberg

Come dice Davide Mazzocco: “Lavoriamo per Mark Zuckerberg con la stessa passione che riserviamo ai nostri hobby, ma con una continuità assolutamente inedita nella storia dell’umanità. Siamo i nodi di un reticolo di due miliardi e 270 milioni di persone, mittenti e destinatari di messaggi pubblici e privati che alimentano un gigantesco Leviatano che si nutre di dati. In soli cinque anni i minuti spesi sugli account social è aumentato del 50%.”

Il capitalismo digitale si è rivelato infinitamente più aggressivo e infestante di quello analogico, e se può permettersi di esserlo non dipende tanto dal fatto che i CEO delle varie piattaforme vestano in felpa e sneakers comportandosi come rockstar, ma principalmente perché i servizi che offrono risultano gratuiti. Anche se in realtà non lo sono. Si nutrono del nostro tempo, e il vecchio detto capitalista “il tempo è denaro” non è mai stato tanto vero quanto adesso.

Divoratori di tempo: Harlan Ellison e “L’Uomo del Tic-Tac”

Divoratori di tempo: Harlan Ellison e l'Uomo del Tic-Tac
Divoratori di tempo: Harlan Ellison e l’Uomo del Tic-Tac

Come spesso capita, la fantascienza migliore raramente ci aiuta a comprendere il cosmo, ma spesso ci aiuta a capire il nostro mondo. Harlan Ellison, grande scrittore sci-fi, ha scritto nel 1965 un racconto gioiello che parla di un futuro in cui il tempo diviene il fattore principale attorno a cui ruota ogni vita, tanto che il Sistema mette a propria salvaguardia l’Uomo del Tic-Tac, per controllare che i cittadini rispettino i tempi previsti dal regime, fino al centesimo di secondo, per ogni attività, senza ritardare o sforare nemmeno di pochi attimi. Un po’ come il torturatore di 1984, l’Uomo del Tic-Tac ha il potere di terminare, ovvero di mandare a morte, chi si sia macchiato del reato di tempo ritardato o tempo sprecato o tempo mal dosato.

Da “Pentiti, Arlecchino, disse l’Uomo del Tic-Tac”:

Persino negli ambienti della Gerarchia, dove la paura veniva generata, di rado subita, veniva chiamato l’Uomo del Tic-Tac. Ma nessuno lo chiamava così al cospetto della sua maschera.

Non si chiama un uomo con un nome odiato, quando quell’uomo, dietro la sua maschera, è capace di revocare i minuti, le ore, i giorni e le notti, gli anni della vostra vita. Era chiamato Maestro Cronometrista, in sua presenza. Era meno pericoloso.

“Questo è ciò che è — disse l’Uomo del Tic-Tac con autentica dolcezza. — Ma non chi è. La scheda oraria che tengo nella mano sinistra reca impresso un nome, ma è il nome di ciò che è, non chi è. Questa cardiolastra che tengo nella mano destra reca pure impresso un nome, ma di ciò che è nominato, non di chi. Prima di poter operare una regolare revoca, debbo sapere chi è.”

Ai suoi collaboratori, tutti i furetti, tutti i confidenti, tutti gli spioni, tutti gli informatori, persino i commessi, disse: — Chi è questo Arlecchino?

Non faceva le fusa. Dal punto di vista del tempo, strideva.

Per fortuna nel futuro immaginato da Harlan c’è un ribelle assoluto, un personaggio anarchico e romantico, l’incarnazione della vera disobbedienza al regime; non a caso il racconto inizia con una lunga citazione da “Disobbedienza civile” di Thoreau. L’eretico, che si fa chiamare Arlecchino, è solo il primo tassello instabile che potrebbe mandare il sistema in cascata trofica:

“Il Sistema era stato turbato per sette minuti. Era una cosa da poco, appena degna di nota, ma in una società in cui l’unica forza motrice erano l’ordine e l’unità e la prontezza e la precisione cronometrica e la devozione all’orologio, la venerazione per gli dei del tempo che passava, era un disastro di tremenda importanza.”

Divoratori di tempo: In Time di Andrew Niccol

Da questo bellissimo racconto ha preso ispirazione il film del regista e sceneggiatore Andrew Niccol, “In Time” del 2011. Harlan Ellison, che nel 2011 era ancora vivo, deve aver pensato che Niccol sia andato ben oltre alla semplice ispirazione, tanto da portarlo in causa per plagio. Ma, comunque sia, il film racconta un futuro in cui gli esseri umani sono programmati per vivere solo fino a 25 anni. Un vero e proprio timer installato nel braccio fa partire, a quel punto, un conto alla rovescia che porterà automaticamente alla morte di lì a un anno. A meno che non ci si riesca a procurare, in qualche modo, tempo ulteriore: i timer diventano come conti bancari elettronici, in cui si versa o da cui si preleva valuta, solo che la valuta di “In Time” è il tempo. Per cui ci sono i ricchi che hanno anche milioni di anni da vivere (lo sviluppo fisico si arresta a 25 anni e non si invecchia) e i poveri – neanche a dirlo, la stragrande maggioranza – sono costretti a lavorare come schiavi per non doversi vendere anche quei pochi mesi che li separano dalla morte.

Divoratori di tempo: “In Time” di Andrew Niccol

Dal dialogo fra un uomo ricco ma stanco di vivere e il protagonista, povero e inconsapevole prende avvio la storia:

Henry Hamilton: Arriva un giorno in cui ne hai abbastanza. La mente può essere esaurita anche se il corpo non lo è, e vogliamo morire, dobbiamo farlo.

Will Salas: È questo il tuo problema? Hai vissuto troppo a lungo? Hai mai conosciuto qualcuno che è morto?

Henry Hamilton: Per pochi immortali la maggioranza deve morire.

Will Salas: Questo che significa?

Henry Hamilton: Tu proprio non lo sai, vero? Non possono vivere tutti in eterno, dove li metteremmo? Perché esistono le zone orarie? Perché credi che le tasse e i prezzi aumentino nello stesso giorno nel ghetto? Il costo della vita aumenta per far sì che la gente continui a morire o non esisterebbero uomini con milioni di anni e altri che vivono alla giornata. Ma la verità è che ce ne sarebbe per tutti, nessuno deve morire prima del tempo. Se tu avessi tanto tempo quanto ne ho io su quell’orologio, che cosa faresti?

L’ultima frontiera, quella del sonno

Già, che cosa faremmo di noi stessi e del nostro tempo se fossimo immortali come Zuckerberg, come Bezos, come Bill Gates e come gli altri ultramiliardari di tutto il mondo, gente per cui potere e denaro sono diventati peggio, molto peggio di una forte dipendenza da oppiacei? Impossibile rispondere, mentre al contrario, quello che fanno loro è molto evidente: far correre gli altri il doppio, il triplo, il quadruplo, solo perché lo status quo possa rimanere fermo. E l’ultima frontiera che gli resta da azzerare è solo quella del sonno.

Davide Mazzocco ci parla del passero dalla corona bianca: uccello migratore che in autunno vola dall’Alaska sino al Messico, per poi compiere il tragitto inverso in primavera, e durante la migrazione può rimanere in stato di veglia per una settimana. Il Dipartimento statunitense della Difesa ha studiato a lungo i meccanismi che permettono a questi uccelli di rimanere svegli e attivi così a lungo.

Divoratori di tempo: passero dalla corona bianca
Passero dalla corona bianca

Ovviamente il loro obiettivo è la creazione di soldati liberi dall’esigenza del sonno. E una volta creati i soldati, poi sarebbe facile forgiare, su quel modello, un nuovo genere di lavoratori e consumatori senza sonno.

Perché, per il capitalismo cronofago il tempo del sonno è una nicchia di resistenza non ancora mercificata, e quindi va ridotta al massimo se non eliminata del tutto.

Divoratori di tempo: ipercapitalismo e pandemie

A forza di attentare al sonno, il ritmo circadiano collassa, fra noi poveri umani cresce l’ansia e l’insonnia e la capacità di dormire diventa una merce. Acquistabile come tutte le altre. Vuoi dormire? Comprati benzodiazepine, sonniferi di vario genere, oppiacei, alcool e credimi: dormirai…

Ma, a noi miseri mortali, con pochi mesi nell’orologio-timer e pochi soldi nell’orologio-banca, che già da tempo lavoriamo gratis per Zuckerberg e per Google, sempre più maltrattati, sfruttati, umiliati e confusi, quale opzione rimane nel disperato tentativo di salvare i nostri figli, se non noi stessi, da questo mondo fatto di paura e tradimento, di tormento, un mondo nel quale si calpesta e si viene calpestati, un mondo che, nel perfezionarsi, diventerà sempre più spietato?

Potremmo attendere pazientemente l’avverarsi della profezia di Marx, secondo cui il capitalismo dovrebbe finire per collassare su se stesso. Ma l’attuale ipercapitalismo sembra capace di mutare come un retrovirus, e, come un coronavirus, portare al mondo una pandemia che sembra creata ad arte per rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri e disperati sempre più poveri e disperati.

Rallentare, rallentare, rallentare

Io temo che la sola possibilità che ci rimanga contro un Sistema che vuole farci correre, consumare ogni attimo del nostro tempo e infine buttarci in qualche discarica come fossimo batterie o pile non più ricaricabili, sia, al momento, quella di rallentare, rallentare e ancora rallentare i nostri ritmi in una sorta di resistenza passiva.

Milan Kundera

Da Milan Kundera, “La Lentezza”:

“Aspetta un momento.”

Voglio contemplare ancora il mio cavaliere che si dirige lentamente verso la carrozza. Voglio assaporare il ritmo dei suoi passi: più egli avanza, più questi rallentano. In questa lentezza mi sembra di riconoscere un segno di felicità.

… Senza domani.

Senza pubblico.

Ti prego, amico mio, sii felice. Ho la vaga impressione che dalla tua capacità di essere felice dipenda la nostra unica speranza.

ASPETTA UN MOMENTO.

Carabinieri a Piacenza e serie TV

Non sono in grado di dire cosa abbia stupito particolarmente la gente nella disgustosa faccenda della caserma Levante dei Carabinieri a Piacenza. Per quanto riguarda me, la sola cosa che mi ha stupito è che tutta la faccenda sia uscita fuori. Che un appuntato dallo stipendio di 1300 euro al mese, con moglie e figlio, potesse vivere in una villona e cambiare in pochi anni sedici fra moto e macchine, sempre più belle, fino a comprarsi una Mercedes Classe A e una Ducati Hypermotard senza che questo facesse sorgere dubbi o domande fra i suoi più alti superiori o anche solo all’Agenzia delle Entrate non mi stupisce.

Prima di Piacenza abbiamo avuto decine e decine di anni in cui le malefatte dei Carabinieri (e della Polizia), pur evidenti, sono sempre rimaste impunite. E se sono rimaste impunite è perché questa è sempre stata la volontà politica, di ogni governo, e certamente l’interesse dei capi delle Forze dell’ordine. 

Carabinieri che commettono crimini: Stefano Cucchi

La più famosa fra le malefatte, per quanto concerne i media, è l’omicidio di Stefano Cucchi, ragazzo fragile e del tutto inerme massacrato di botte fino ad ucciderlo.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Stefano Cucchi pestato a morte
Stefano Cucchi pestato a morte dai Carabinieri

Anche l’ultimo dei medici legali non asserviti avrebbe riconosciuto una morte dovuta a pestaggio ma il sistema omertoso deve riguardare tutti oppure non funziona: ci sono voluti dieci anni di lotta da parte dell’eccezionale sorella di Stefano e un Carabiniere dotato di coscienza che alla fine ha parlato, sapendo bene che questo gli avrebbe distrutto vita e carriera, perché la verità uscisse fuori.

L’omicidio di Serena Mollicone

Carabinieri a Piacenza e serie TV: omicidio commesso da carabinieri di Serena Mollicone
Serena Mollicone

Poi c’è l’omicidio di Serena Mollicone ad Arce. Se non conoscete la storia andate a leggervela su questo link, è davvero così assurda da sembrare un film. Certo, in quel caso i Carabinieri che avevano ucciso Serena e quelli che avevano coperto il suo assassino, essendo anche coloro che avrebbero dovuto indagare sulla sua morte, hanno avuto gioco facile nel depistaggio, cercando di accollare il delitto a un poveraccio che è diventato una delle tante vittime provocate da questa storia. Adesso, dopo “soli” 19 anni, il Tribunale di Cassino ha rinviato a giudizio per concorso in omicidio i carabinieri Vincenzo Quatrale, Francesco Suprano e l’ex comandante della stazione di Arce Franco Mottola, insieme alla moglie Anna Maria e al figlio Marco. Quatrale è accusato anche di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi (un “suicidio” balisticamente impossibile.) Nel frattempo il padre di Serena, che in questi venti anni si è battuto per avere giustizia, è morto, e d’altra parte venti interminabili anni sotto pressione e col cuore spezzato ucciderebbero chiunque.

Il blitz alla Diaz

Non penso ci sia bisogno di raccontare la storia del blitz alla tristemente nota scuola Diaz, dove, ancora una volta, gli eroici medici si sono resi complici di torture e sevizie varie compiute con entusiasmo dalla Polizia.

E poi, per conoscenza diretta, potrei raccontare decine di “piccole storie” dove le Forze dell’ordine hanno torturato tossici (non spacciatori, solo semplici, inermi, disperati tossicodipendenti), dagli anni ’80 in poi: ricordo ancora quando costrinsero un mio amico a bere due litri di acqua salata fino a fargli vomitare l’anima, convinti che avesse appena acquistato una bustina d’eroina e che l’avesse ingoiata prima di essere perquisito. La bustina non c’era e dopo la tortura l’hanno sbattuto fuori senza nemmeno chiedergli scusa. Ricordo anche quando ti facevano spogliare nudo/a e metterti in ginocchio, sul pavimento, davanti all’ufficiale in comando, come se lui fosse il Papa e tu una nullità da calpestare

No, cari amici, Abu Ghraib alle nostre Forze dell’ordine non ha insegnato niente: loro conoscevano ogni nefandezza possibile già da molto, molto tempo prima..

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’encomio solenne

Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga
Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga

Detto ciò, nella storia di Piacenza c’è comunque qualcosa che mi infastidisce molto. Il piagnisteo di Montella una volta arrestato? No, più sono feroci e più sono piagnoni. Lo sappiamo tutti. Il fatto che i Carabinieri venissero spronati a compiere arresti dai più alti vertici dell’Arma, tanto che la caserma Levante di Piacenza aveva ricevuto, nel 2018, un encomio solenne, conferito dal Comandante della Legione Emilia-Romagna e destinato «alle stazioni che si erano particolarmente distinte nell’espletamento del servizio istituzionale rappresentando un punto di riferimento costante e certo per la sicurezza delle rispettive cittadinanze, con particolare riguardo alla tutela delle fasce deboli»? Beh, certo, suona fortemente sarcastico, un po’ come se i torturatori/assassini inviati da Videla e Pinochet fossero stati premiati per ringraziarli degli splendidi giri in aeroplano che facevano fare alle «fasce deboli della popolazione». Ma non è nemmeno questo a darmi fastidio.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Gomorra

Quello che proprio mi è sembrato intollerabile, a livello personale, è stato constatare come la mente stupida, ancorché feroce e predatoria, dei Carabinieri di Piacenza, sia stata letteralmente assorbita dal demone dell’immaginario TV. Partiamo da quella frase di uno dei carabinieri intercettata dalla Procura:

“No, non hai capito? Hai presente Gomorra? Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo con queste cose. Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”.

Ecco, partiamo da Gomorra e da tutte le altre produzioni tipo “ZeroZeroZero” partorite da Saviano che poi, in fondo, racconta sempre la stessa storia. Certe serie Tv entrano ormai nell’immaginario delle menti prive di anticorpi come virus letali che trovano la porta aperta. Io credo che Gomorra abbia fatto un oceano di danni, in primis fra i giovanissimi ragazzi e ragazzini italiani, senza un presente né un futuro, il cui unico desiderio è diventato quello di entrare in una banda, avere una pistola e fare il criminale. Dopo i ragazzini, il virus si è insinuato anche negli adulti che, invece, un presente e un futuro ce l’avevano, come Montella e company, ma, soldi a parte, quella sensazione che devono aver provato nel malmenare gente inerme fino a diventare tutt’uno col loro sangue, sentendosi quindi uguali agli “eroi” di Gomorra che tanto li avevano colpiti, beh, quella dev’essere stata una sensazione impagabile. “Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo in queste cose.”

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’immagine del successo

Io credo che Roberto Saviano, padreterno di sinistra, dovrebbe continuare ad intascare i tanti milioni di dollari che gli entrano in tasca ma smettere di propinarci i suoi “pistolotti etico-morali”. Non solo perché essere plurimilionario e di sinistra a me (forse perché sono molto di sinistra e molto senza soldi) pare ancora un ossimoro, ma anche perché, se qualche volta dovesse affacciarsi dal suo attico di Manhattan e riflettere sul mondo, forse Saviano potrebbe anche arrivare a capire che il suo Gomorra, alla fine, ben lungi dal creare problemi a camorre e malavite organizzate, ha invece contribuito a rinforzarle.

Giuseppe Montella e la sua immagine del successo
L’appuntato Giuseppe Montella: la sua immagine del successo

Poi passiamo ad un’immagine: la foto dell’appuntato Montella con uno stupido cocktail in mano pieno di frutta e la piscina sullo sfondo. Montella sorride come farebbe un idiota in una pubblicità, perché nella sua mente è quella l’immagine del successo: piscina alle spalle, cocktail in mano e ragazza accanto, il cui volto, per questione di privacy, è stato cancellato. E perché per Montella e amici è quella l’immagine del successo? Perché l’hanno vista, centinaia e centinaia di volte, nell’ambito di serie TV di solito americane.

Da Miami Vice ad Animal Kingdom sono passati quasi cinquanta anni e migliaia di serie TV che raccontano storie malavitose, e tutte hanno cercato di insegnarci che senza cocktail, piscina e ragazze sexy non c’è successo. Magari quel cocktail del Carabiniere faceva schifo, magari Montella non sa nemmeno nuotare, ma ehi, non importa: appaio quindi sono se sono come appaio.

Carabinieri a Piacenza: il sonno della ragione da parte dello Stato

Carabinieri a Piacenza e mazzette di soldi

Poi c’è anche la foto dove i quattro Carabinieri sventolano le mazzette di soldi. A beneficio di chi? Non credo siano stati così incredibilmente stupidi da pubblicarla su Facebook. Quindi per chi era? Per i familiari, gli amici intimi, l’amante, o forse solo per riguardarsela nel telefonino, la sera, prima di andare a letto, come un nuovo tipo di favola della buonanotte? Come bambini coi soldi del Monopoli? Ma di sicuro non come vittime, ed ecco perché quelle fascette nere sugli occhi, per noi che guardiamo, sono come un cazzotto allo stomaco. Perché è da quando esiste la stampa che il mostro viene sbattuto in prima pagina, senza riguardo né per lui o lei né per la sua famiglia e spesso senza che ci siano nemmeno prove. Ma visto che si tratta di Carabinieri allora le cose cambiano: per i Carabinieri ci vuole riguardo!

Che questo riguardo, del tutto irrazionale, finisca subito. Se questo Stato ne è capace, faccia in modo che la ragione si risvegli, perché il suo sonno, come Goya ha cercato di insegnarci, genera mostri. Mostri come Giuseppe Montella e la sua orrenda combriccola.

La Tana dei Ghiri: into the Wild

La Tana dei Ghiri, Alaska

Quando ho imboccato la stradina sterrata che porta alla Tana dei Ghiri e visto dall’alto quel casale antico, grande e piccolo allo stesso tempo, incastonato in mezzo alle alte e disabitate colline lucane, come una piccola visione rosa in mezzo a tanto verde, ho pensato all’Alaska. Mi ricordava, non so perché, una di quelle bellissime case costruite ai primi dell’800 in Alaska, in mezzo alla natura incontaminata, dai mercanti russi di pellicce. Certo, il clima è diverso, perché la Tana dei Ghiri sta in Lucania, a pochi chilometri da Maratea, nell’unica striscia di accesso al mare della Basilicata, e quindi d’estate fa caldo, ma trovandosi a più di 500 metri d’altezza il caldo non è mai eccessivo.

La Tana dei Ghiri: erbe aromatiche
La Tana dei Ghiri, erbe aromatiche
La Tana dei Ghiri
La Tana dei Ghiri

La Tana dei Ghiri: energia della terra

Ci sono dei posti dove senti subito la magia, l’energia venirti incontro dal terreno, dalle piante, dai sassi, quella percezione particolare e rara di appartenenza alla Terra che forse provavano gli antenati degli antenati dei nostri antenati, quando l’uomo non aveva ancora predato e massacrato la natura. La Tana dei Ghiri è uno di quei posti, e già solo questa sensazione fa sì che valga la pena andarci.

La Tana dei Ghiri, papiro e altre piante

Come definire la Tana dei Ghiri

Definire la Tana dei Ghiri non è facile: è una via di mezzo fra un bed & breakfast e una sorta di comunità, dove tutti fanno colazione e soprattutto cenano insieme, partecipando, chi più chi meno, alla preparazione della cena. Il proprietario della Tana, Francesco Salvia, che tutti chiamano Ciccio, fa parte integrante del pacchetto. Prima di tutto ha il grande merito di aver preservato questo splendido angolo del pianeta evitando di trasformarlo in resort, o centro benessere-SPA, o albergo con piscina e poi appartiene a quella categoria di persone che, nel bene e nel male, hanno mantenuto viva la loro parte infantile e adolescenziale. Una “ragged company” a cui sono orgogliosa di appartenere anch’io. Ciccio Salvia è davvero un personaggio unico, e nel suo casale ci si diverte e si socializza molto, anche perché, non essendoci wifi, la gente è costretta ad abbandonare cellulare, social media e tutti gli schermi visibili o invisibili che, di questi tempi, siamo abituati a porre fra noi e gli altri.

La Tana dei Ghiri: Francesco Salvia
La Tana dei Ghiri: Francesco Salvia e il suo super basilico

Ovviamente, se siete di quelle persone che amano la natura, sì, ma ben ristretta in aiuole, se avete paura di lucertole e grilli, se amate il comfort prima di tutto e non vivete senza cose come l’aria condizionata, allora quello non è il posto per voi. Per quanto mi riguarda, invece, il mio unico rimpianto è di aver passato troppo tempo al mare (peraltro bellissimo, che in macchina dista solo cinque minuti da lì) e troppo poco tempo in giro per boschi, fra rovi, alberi e dirupi.

La Tana dei Ghiri: la casa sull’albero

I miei tre momenti preferiti nel corso di una settimana sono stati:

1 Arrampicarmi sull’albero da cui si accede ad una sorta di casetta-palafitta, e rimanere lassù, da sola, con le colline di fronte e gli alberi tutti intorno, con una sensazione di pace ed energia che non provavo da tanto, tanto tempo. Ho anche pensato che fosse uno di quei posti speciali di cui parlava Castaneda, tramite Don Juan, posti che sono come una chiave per l’equilibrio energetico dell’uomo: sedersi nel posto giusto ti ricarica, ti rende più forte, mentre sedersi nel posto sbagliato, nemico, ti indebolisce. La casa sull’albero è sicuramente un posto amico, e credo di essermici anche addormentata per un po’.

La Tana dei Ghiri: casa sull'albero
La Tana dei Ghiri; la casa sull’albero

Le lucciole

2 Le lucciole, intorno al tavolo e nell’orto, di sera, lucciole che non vedevo da quando ero bambina e pensavo fossero ormai estinte, almeno in Italia. Come un presagio di speranza e luce in un mondo sempre più immerso nella tenebra.

L’incanto della lucciola

La foresta e la gatta guardiana

3 Scendere lungo un sentiero quasi invisibile, verso il basso, inoltrandomi nella foresta fra rovi, alberi sempre più fitti, piante, farfalle, ragni, per poi accorgermi, dopo una bella scarpinata, che la gatta un po’ selvatica di Ciccio, micia che chiamavo Suriā, mi aveva seguita per tutto il tempo, silenziosissima, come una specie di guardiana. Avevo conquistato il suo amore dandole da mangiare per giorni, e la gatta deve aver pensato “Controlliamo che questa squilibrata non finisca in qualche burrone!”

Nella foresta con Suriā

La Tana dei Ghiri e la poesia: Beppe Salvia

Per finire, la Tana dei Ghiri, per chi ama la letteratura e la poesia come me, non può non far pensare a un grande poeta contemporaneo morto nel 1985 a soli trent’anni, Beppe Salvia, cugino di Ciccio e ad una sua splendida poesia:

Abbiamo nel cuore un solitario/ amore, nostra vita infinita/ e negli occhi il cielo per nostro vario/ cammino. Le spiagge i cieli, la riva/ su cui sassi e rovi e il solitario/ equiseto, e colli erbosi grassi/ rioni, città dispiegate come/ belle bandiere, e nude prigioni/ Questa è la nostra vita. Questi nostri/ volti vagabondi come musi/ di cani ci somigliano. Il vento/ il sole le corolle rosse e blu/ i sogni mai sognati i nostri sogni/ Questa è la nostra vita e nulla più.

Piccola farfalla nel bosco
La Tana dei Ghiri, colline lucane
La Tana dei ghiri, colline lucane

Per chi fosse interessato a una vacanza alla Tana dei Ghiri, può contattare Ciccio sul suo profilo Facebook Francesco Salvia (La tana dei ghiri)