Il letame di cavallo e l’illusione del tacchino

Il letame di cavallo e l’illusione del tacchino: carrozza a cavalli a New York, 1900

Alcuni di voi forse conoscono quella che è conosciuta come parabola del letame di cavallo. In breve, la storia è questa: fra il 1850 e il 1900 il cavallo divenne, nelle città europee e in quelle americane il mezzo di trasporto privilegiato sia per trasportare merci che esseri umani. Londra, nel 1900 aveva 11.000 carrozze trainate da cavalli, per non parlare delle migliaia di omnibus, sorta di autobus, ciascuno dei quali aveva bisogno di 12 cavalli al giorno, per un totale di ben più di 50.000 cavalli; New York, nello stesso periodo, di cavalli in giro per la città ne aveva ben 100.000.

Il letame di cavallo

Come è facile capire, tutte queste città erano ricoperte dal letame dei cavalli, letame che, fino a decenni prima veniva raccolto e rivenduto in campo agricolo, ma ormai la quantità era così ingente da non sapere più come smaltirla. Si dice che nel 1894, sul Times di Londra, un giornalista scrisse “Facendo delle semplici stime, fra 50 anni ogni strada di Londra sarà sepolta sotto 2 metri e mezzo di letame…” Nel 1898 si tenne a New York il primo convegno sul tema, convegno abbandonato dopo tre giorni dai conferenzieri per l’incapacità di trovare una soluzione al problema.

La soluzione al letame di cavallo

Come sappiamo, la soluzione arrivò dopo poco, e si chiamava automobile. La parabola del letame dei cavalli viene spesso citata da tutti quelli che si rifiutano di credere ai cambiamenti climatici e alla necessità assoluta di trovare alternative alla plastica, al petrolio, all’energia non rinnovabile e all’inquinamento in generale. Che cosa si dimenticano di dire, questi signori? Che il letame del cavallo, per quanto poco piacevole possa risultare, soprattutto all’olfatto, non ha mai rischiato di creare catastrofi naturali e non è mai stato tossico. L’automobile, invece, ha delle emissioni fortemente inquinanti, e, oggi lo possiamo dire: passare dallo smaltimento del letame a un inquinamento che uccide è stato un po’ come curarsi col cancro.

Il letame di cavallo e l’illusione del tacchino: il cancro come cura

Cancer for the cure, EELS live

Due cose si possono desumere: la prima: il futuro non è mai prevedibile, perché sono troppe le variabili di cui non riusciamo a tenere conto; la seconda: ognuna di queste variabili ci porta inevitabilmente verso un futuro peggiore, come ci insegna un’altra parabola, quella “dell’illusione del tacchino”.

L’illusione del tacchino

Il letame di cavallo e l'illusione del tacchino

Nassim Nicholas Taleb ha scritto nel suo “The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable” un paragrafo chiamato “turkey fallacy”:

Immaginate un tacchino che viene sfamato ogni giorno. Ogni singolo pasto rafforzerà, nel tacchino, la convinzione che è nell’ordine generale delle cose che lui venga amichevolmente sfamato ogni giorno da membri della razza umana “che cercano di fare solo i suoi interessi” come direbbe un politico. Ma il pomeriggio del mercoledì subito prima del Thanksgiving, qualcosa di inaspettato accadrà al tacchino. Finirà col rivedere le sue convinzioni.

Il letame di cavallo e l’illusione del tacchino

E quindi noi siamo tutti finiti con l’usare il cancro come cura e, allo stesso tempo, abbiamo drasticamente dovuto rivedere le nostre convinzioni. Se prima eravamo devastati dal traffico, dalle polveri sottili, dallo smog, ora le nostre città sembrano uscite da una delle tante pubblicità di auto (dove le strade sono vuote tipo day after e l’unica auto che circola, nuova e scintillante, è la tua.)

Se prima ci affannavamo alla ricerca di un lavoro, o nel tentativo di mantenere il lavoro stesso adesso il problema non si pone più; bisogna stare a casa mentre i pochi soldi diventano sempre meno e che importa, quando li avremo finiti risponderemo al poliziotto che ci interroga su dove stiamo andando:

“Al supermercato. A rapinarlo, però” e lui, da dietro alla mascherina che noi non possediamo perché non si trova, e se riusciamo a trovarne una costa così cara che non possiamo comprarla, ci sorriderà facendoci segno che possiamo andare.

Il nostro Thanksgiving

Il tacchino siamo noi e il Covid-19 è il nostro Thanksgiving. Mister Boris Johnson, che mi è venuto in mente pensando alle fattezze del tacchino, ha detto:

“Preparatevi a perdere i vostri cari”.

Proprio come sarebbe giusto dire a tutti i tacchini nel momento stesso in cui nascono. Ma noi siamo preparati a tutto. Siamo nati pronti per la sfiga. E invece a te, Boris, cosa porterà il Thanksgiving?

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure parla delle più diffuse e condivise, in ambito scientifico, teorie su come possa realmente essere nato il Covid-19, a partire dal Coronavirus della Sars, primo a compiere il salto della specie creando un’epidemia a inizio anni zero. Le ipotesi che vi presento hanno portato molti a parlare di complotto, anti-complotto e ogni possibile derivazione, ma comunque la vogliate pensare credo che conoscerle non possa fare del male a nessuno, al contrario dei virus di cui trattano. Quando non è un fake, la conoscenza è sempre utile e necessaria.

Prima di tutto parliamo della definizione “la scienza delle forze oscure”, coniata da Don De Lillo nel suo “Underworld”, romanzo meraviglioso e capolavoro della letteratura americana contemporanea.

Coronavirus e la scienza delle forze oscure: citazioni da Underworld di De Lillo

Da Underworld:

“C’è una parola in italiano. Dietrologia*. Sarebbe la scienza di quello che sta dietro a qualcosa. A un fatto sospetto. La scienza di ciò che sta dietro a un fatto.”

“Loro hanno bisogno di questa scienza. Io non so che farmene.”

“Non so che farmene neanch’io. Te lo sto solo raccontando.”

“Io sono americano. Vado alle partite di baseball” disse.

La scienza delle forze oscure. Evidentemente loro pensano che questa scienza sia abbastanza legittima da richiedere un nome.”

“Bah. La sai una cosa? A gente che ha bisogno di una scienza del genere, potrei degnarmi di dire che noi abbiamo scienze vere, scienze difficili, e non abbiamo bisogno di scienze immaginarie.”

“Ti stavo solo dicendo la parola. Sono perfettamente d’accordo con te, Sims. Ma la parola esiste.”

“C’è sempre una parola. Probabilmente c’è anche un museo. Il Museo delle Forze Oscure. Ci tengono un milione di fotografie indistinte. Oppure la mafia l’ha fatto saltare in aria?”

*dietrologia (in italiano nel testo originale)

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure: il virus Sars

Severe acute respiratory syndrome (SARS Virus), computer artwork.

Nel 2003 il biologo russo Sergei Kolesnikov espose le prime teorie su un complotto alla base del coronavirus  Sars. Lo scienziato russo negava la possibilità che il virus Sars si fosse sviluppato autonomamente perché era un mix del tutto nuovo in natura e il materiale genetico di cui si componeva era totalmente sconosciuto: tutte osservazioni che portavano a pensare al Sars come a una costruzione artificiale fatta in laboratorio. A rendere più concrete le ipotesi è stato il fatto di non essere riusciti ad individuare il focolaio del virus, e quindi una possibile prova che il virus Sars sia stato infiltrato in varie zone della Cina ed Asia. L’ipotesi di Kolesnikov fu condivisa da molti altri scienziati. Tong Zeng, cinese, sempre nel 2003, scrisse un libro dove correlava il virus Sars con una cooperazione medico-genetica fra Cina e USA avvenuta nel 1998. In quell’ambito furono raccolti dagli americani 5000 campioni di DNA di gemelli dizigoti e monozigoti di etnia cinese, presi da 22 diverse province cinesi; scopo della raccolta americana, secondo il libro, era quella di trovare le debolezze nel DNA di quelle etnie, in modo da creare un’arma biologica per colpirle.

Il Covid-19 di Wuhan

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure: giochi mondiali forze armate a Wuhan
Giochi Mondiali delle Forze Armate a Wuhan, Cina, ottobre 2019

Poco prima che esplodesse la nuova epidemia in Cina, nell’ottobre 2019, si sono svolti, proprio nella provincia di Wuhan, i Giochi delle Forze Armate, con atleti provenienti da tutto il mondo. A posteriori, sono stati in molti i cinesi, fra scienziati e autori dei maggiori siti internet nazionali, ad accusare gli Stati Uniti di aver mandato non una squadra di atleti ma gli agenti di una guerra biologica; infatti le prestazioni della squadra americana nei vari sport sembra siano state, diversamente da sempre, molto deludenti e al di sotto delle aspettative generali. Inoltre la loro residenza era vicina al mercato del pesce di Huanan, dove poi si è verificato il primo focolaio ufficiale di infezione da Covid-19.

Per quanto riguarda il contro-complotto, la versione diffusa negli Stati Uniti e a Taiwan sostiene invece che sia stata la Cina a sviluppare il virus, sia per testarlo che per incolpare gli USA.

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure: Gain-of Function

Un’altra teoria sull’origine artificiale di questi virus non incolpa una super potenza piuttosto che un’altra ma un preciso settore della ricerca scientifica, chiamato Gain-of Function (GoF). Questo settore si occupa principalmente di creare agenti patogeni, immagino a fini bellici, con tutti i rischi che questo può comportare. Dice Il Fatto Quotidiano:

«È un campo controverso, quello della ricerca GoF, sia per la pericolosità che la creazione in laboratorio di nuovi patogeni pone, sia per la mancanza di trasparenza e di controllo da parte della società civile, specie in paesi poco trasparenti per definizione, come la Cina o la Russia. Ma anche gli Usa. Spesso si tratta di ricerche in ambito militare o secretate per questioni di sicurezza nazionale, oppure finanziate con fondi pubblici a seguito della pubblicazione di bandi, ma in assenza di una reale ed affidabile valutazione del rischio.»

Covid-19 e OMS

Pipistrello Rhinolophus, considerato dall'OMS un possibile trasmissore di Covid-19 all'uomo
I Coronavirus e la scienza delle forze oscure: Pipistrello Rhinolophus

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, invece, ha reso noto che il Covid-19 ha legami sicuri con altri coronavirus già noti, presenti nei pipistrelli Rhinolophus. Eppure, sottolinea l’Oms, la via di trasmissione agli umani resta poco chiara. Infatti se è vero che gli asiatici mangiano pipistrelli è anche vero che raramente i pipistrelli si trovano nei mercati, perché di solito vengono cacciati e subito venduti ai ristoranti. Il salto della specie, in breve, è qualcosa che in natura avviene di rado, e sempre dopo rapporti “coordinati e continuativi” fra individui vivi appartenenti alle due specie.

Al momento l’OMS sta cercando un secondo animale, responsabile, in teoria, di essere il tramite fra pipistrello e uomo, ma nessuno riesce ancora neanche ad immaginare quale possa essere l’animale transfert e quindi, chi fosse in attesa di un identikit animalesco, temo dovrà attendere.

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure: mille anni di armi biologiche

Solo pochi esempi: nel Medioevo i cadaveri già in decomposizione venivano gettati con le catapulte nelle aree nemiche, o abbandonati nelle riserve d’acqua per avvelenarle. Famoso l’episodio del 1347, in Crimea, dove guerrieri tartari morti, di Ganī Bek, detto anche Khan dell’Orda d’Oro, furono lanciati oltre le mura della colonia genovese di Caffa (Ucraina); dal momento che i tartari erano morti di peste, sembra che questo episodio sia stato determinante perché la peste nera raggiungesse l’Europa.

In tempi più recenti, i Tedeschi, nel 1943 attuarono un attacco biologico contro gli Alleati e l’Italia in primis, infestando la provincia di Latina con il plasmodio della malaria. La cosa che dovrebbe far riflettere, in questo frangente, è che uno dei pochi motivi positivi per cui Mussolini viene ricordato è la decantata bonifica delle paludi pontine, ma nessuno racconta mai che, subito dopo, il suo amicone Hitler le ha contaminate di nuovo.

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure: cinematografia

Resident Evil, 2002, con Milla Jovovich

Sono tanti, forse troppi, i film e le serie tv dove un patogeno creato da industrie para-governative sfugge al controllo e mette in atto una pandemia che uccide, sotto forma di zombie, vampiri, virus, gente impazzita la maggioranza della popolazione. Impossibile citarli tutti. Fra le serie, ovviamente The Walking Dead. Fra i film abbiamo la saga Resident Evil, presa dall’omonimo videogame, con Milla Jovovich protagonista, Contagion di Soderbergh del 2011, 28 giorni dopo di Danny Boyle, 2002, La città verrà distrutta all’alba, di George Romero, 1973, il bello e claustrofobico It comes at night, di Terry Edward Shults, Train to Busan, coreano, 2016, Rec, spagnolo del 2007 e per finire i più recenti, Light of my life, del 2019, con Casey Affleck e l’horror surreale di Jim Jarmusch I morti non muoiono sempre del 2019.

Che dire? Dove c’è tanto fumo forse c’è anche un po’ di arrosto?

Covid-19 e Sun-Tzu

Il periodo attuale, dove le nuove guerre sono principalmente economiche, mi fa pensare che, i capi delle super potenze che minacciano di usare il nucleare e ne parlano spesso, lo facciano un po’ come un illusionista che mostri una mano per nascondere l’altra con cui sta effettuando il vero trucco. Tutti sappiamo che le nuove e ben più utili armi sono altre: quelle biologiche. Perché non lasciano traccia di chi le ha create e tantomeno diffuse e perché mettono in ginocchio un paese colpendolo nella sua umanità e senza lasciare fastidiose radiazioni.

Sun-Tzu, generale e filosofo cinese vissuto quasi tremila anni fa, ha scritto un meraviglioso libro taoista, dove parla di strategia di guerra e non solo. Alcune frasi tratte dal libro dovrebbero farci riflettere.

I Coronavirus e la scienza delle forze oscure: Sun-Tzu

L’Arte della guerra di Sun Tzu

Questo appartiene a chi sferra un attacco:

“Impercettibile, quasi senza forma; misterioso, quasi senza rumore: così sei padrone del destino del nemico.”

“Induci il nemico ad assumere uno schieramento mentre tu rimani senza-forma; così sarai concentrato, lui si dividerà.”

“Finché la tua forma è nascosta il nemico rimane nel dubbio ed è costretto a dividere le truppe per controllare punti diversi.”

Questo, invece, è per chi, come noi è sotto attacco:

“Nel pieno del pericolo, i guerrieri non hanno paura e ricorrono a tutto il proprio valore. Se non c’è dove fuggire, staranno fermi; se sono impegnati fino all’ultimo, si batteranno fino all’ultimo; se non hanno alternative lotteranno”

Ridotti alla disperazione, si batteranno fino alla morte.

Coronavirus e carceri italiane

Parlando di Coronavirus e carceri italiane è impossibile non citare la famosa frase di Voltaire:

“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”

Coronavirus e carceri italiane: Voltaire diceva che  la civiltà di un paese si misura dalla condizione delle sue carceri
Voltaire di Maurice Quentin de La Tour, 1740

Metto le mani avanti: Voltaire è uno dei miei idoli e condivido quasi ciascuno dei tanti suoi scritti e delle sue lettere da cui vengono tratte citazioni eccezionali, a iniziare da quel meraviglioso:

Écrasez l’Infâmeovvero schiacciate l’infame, dove l’Infâme è il fanatismo religioso così come s’incarna nelle religioni cristiane, in particolare nel cattolicesimo e non solo.

Immagino che già da tempo Voltaire si stia ribaltando nella sua pur lussuosa tomba con statua bruttina nel Pantheon di Parigi, e non solo per essere stato messo accanto al suo antagonista Rousseau (che, a sua volta, continua a ribaltarsi agitato, anche se per altri motivi facilmente comprensibili.) Tutto quello che Voltaire ha scritto, dichiarato, per cui ha lottato strenuamente, oggi è ormai lettera morta.

Coronavirus e carceri italiane

Torniamo alle carceri italiane. Leggo da “Left” e riporto un brano di un articolo del 2018 sulle patrie galere:

Il rapporto dell’Associazione Antigone lascia pochi dubbi: nel 2017 quasi la metà dei decessi avvenuti in carcere sono suicidi (52 su 123). C’è un luogo, nella civilissima Italia, in cui il suicidio è la causa principale di morte. E quei 52 sono solo una piccola parte dei 1123 tentativi di suicidi avvenuti durante l’anno.

Ma c’è altro: diminuiscono i reati e aumentano i detenuti. Scrive bene l’Associazione Antigone: “E’ evidente come l’aumento del numero delle persone presenti nelle carceri italiane, registrato negli ultimi due anni, nulla abbia a che vedere con la questione criminalità, ma sia figlio di un sistema politico che per accrescere i propri consensi ha fatto leva sulla paura dei cittadini e agitando lo spettro della sicurezza. Elementi, questi, tipici del populismo penale e dell’utilizzo dello stesso diritto penale in senso repressivo e antigarantista, senza – come detto – nessuna efficacia nel prevenire i crimini.”

Sempre che – e questo lo aggiungo io – i crimini non siano omicidi da prima pagina, dove gli assassini diventano VIP, regalano audience a Bruno Vespa e scontano pene brevissime (vedi Franzoni, Erika di Novi Ligure, gli assassini di Marta Russo).

Carcerati privati di diritti basilari

Coronavirus e carceri italiane: rivolta a S.Vittore Photo Claudio Furlan/Lapresse 09 March 2020 Milan (Italy)

Tornando ad oggi, sotto attacco del Coronavirus, i carcerati sono stati considerati come esseri privi di qualsivoglia diritto, a iniziare dal diritto prioritario di vivere in uno stato di sicurezza almeno medica.

Infatti continuano a tenerli stipati nelle celle (altro che droplet) con poche e sporche docce e bagni, il continuo contatto con l’esterno – tramite le guardie carcerarie e i nuovi arrestati che possono, tutti, portare il virus all’interno – ma il decreto Conte gli toglie il loro unico diritto, che è quello di incontrare i parenti.

Provate a mettervi al loro posto: non vi incazzereste come hanno fatto loro? Non fareste anche voi una rivolta, visto che in questo mondo solo con la forza e la morte i deboli possono farsi ascoltare? Non sembra più che ragionevole la loro richiesta di scarcerazione, almeno per chi ha commesso reati minori, vista l’emergenza?

Coronavirus e carceri italiane: rivolte negli istituti di pena

Rivolta nel carcere di Foggia

Mentre scrivo sono 27 le carceri italiane in cui sono scoppiate rivolte. Una quindicina di detenuti sono saliti per protesta sul tetto di San Vittore a Milano, dove hanno appeso uno striscione con scritto “Indulto” e acceso un piccolo rogo. I detenuti hanno posto ai magistrati una serie di richieste riguardo al sovraffollamento del carcere, le norme sulla recidiva, i domiciliari, i permessi, le misure alternative al carcere e il trattamento dei tossicodipendenti.

Sale a sei il numero di detenuti morti dopo la rivolta di domenica 8 marzo all’interno della casa circondariale di Modena. Un altro detenuto sembra sia in fin di vita. Carabinieri in assetto anti-sommossa sono stati inviati per sedare la rivolta, cosa che ha provocato una vera e propria guerriglia.

All’Ucciardone di Palermo alcuni detenuti per protesta hanno tentato di rompere la recinzione del carcere, nel tentativo di fuggire. A Foggia una ventina di persone sarebbe evasa mentre una trentina è stata bloccata nelle immediate vicinanze dalle forze di polizia. “Vogliamo l’indulto e l’amnistia, non possiamo stare così con il rischio del Coronavirus. Noi viviamo peggio di voi, viviamo all’inferno”, sono state alcune delle rivendicazioni dei detenuti foggiani, secondo quanto riferito da uno di loro durante le rivolte.

Gravi disordini anche a Rebibbia a Roma, dove – oltre a bruciare materassi – alcuni reclusi avrebbero assaltato le infermerie. Sono sicura che alla fine, queste rivolte rientreranno, perché i carcerati, al contrario di chi carcerato non è, sono abituati a vivere nell’emergenza e imparano ad essere responsabili.

I veri irresponsabili

Chi non impara e non vuole imparare ad essere responsabile, invece, sono molti fra i giornalisti televisivi e le persone da loro intervistate. Ho appena visto su Sky Tg24, la dottoressa Flavia Petrini, professore straordinario per Rianimazione e Terapia Intensiva dell’Università degli Studi Gabriele D’Annunzio di Chieti, nonché Presidente Società rianimazione, anestesia e terapia intensiva, dichiarare, sull’emergenza Coronavirus:

Chiediamo agli influencer di aiutarci. Crediamo possano essere molto utili. E d’altra parte se i nostri giovani hanno seguìto così tanto Greta Thumberg e le Sardine, perché non fargli ascoltare gli influencer?

D.sa Flavia Petrini: “Aiuto, influencer! Salvateci dal virus”

Ora, a parte la semplice constatazione che un influencer, filologicamente, è uno che l’influenza la porta e non la leva, cosa dire a questa Petrini, così in alto nella gerarchia accademica chietina ma così in basso nelle capacità di sintesi, riflessione e comprensione del mondo? Che Thumberg e Sardine non sono fashion influencer? Che se per salvarci dal virus abbiamo bisogno della Ferragni e delle sue brutte copie, allora è meglio suicidarci tutti subito? E per finire: Padre, perdonala, perché non sa quello che dice.

Cosa chiedere invece all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti? Mandate a casa la dottoressa Petrini, signori miei, fatelo per il bene della nazione.

Lo stesso che dovremmo dire a politici e ministri di Interno e Giustizia: Rimandate a casa tutti quei carcerati colpevoli di piccoli reati. Perché visto che la legge non è uguale per tutti, facciamo che lo sia almeno l’epidemia.

I replicanti si ammalano con virus sintetici?

“I replicanti si ammalano con virus sintetici?” è una parafrasi di “Do androids dream of electric sheep?” romanzo capolavoro di Philip K.Dick.

I replicanti si ammalano con virus sintetici? Rachael replicante di Blade Runner
Blade Runner, Rachael Rosen

Se i replicanti fossero simili a computer potremmo rispondere “sì, assolutamente”. Tutti sappiamo quali e quanti siano i virus che minacciano quotidianamente i nostri vari dispositivi, siano essi pc o smartphone, tablet e, spero, anche i poco simpatici smart-watch…

Ma i replicanti sono molto più simili ad esseri umani che non a dispositivi elettronici, e quindi il dubbio viene. Prima di tutto bisogna imparare a riconoscerli. Nel libro di Dick, da cui, nel 1982, Ridley Scott ha tratto lo strepitoso film “Blade Runner”, il cacciatore di replicanti Rick Deckard aveva un solo mezzo per rintracciare, e quindi “ritirare”, gli androidi scappati dalle colonie spaziali e tornati su Terra: la macchina Voigt-Kampff.

Philip K.Dick

Il test sull’empatia

Gli androidi di Dick erano identici agli esseri umani, sia esternamente che internamente: per capirci, non avevano rotelle o congegni meccanici sotto alla pelle, ma organi e sangue proprio come ognuno di noi. Distinguerli, dunque, era praticamente impossibile, soprattutto nel caso dell’ultimo modello di replicanti, quei Nexus-6 così meravigliosamente perfetti da essere stati messi fuori legge. La sola possibilità per riconoscerli era il test che Deckard faceva con la macchina Voigt-Kampff, test basato esclusivamente sull’empatia. I replicanti, infatti, ne erano privi, al contrario degli umani. Suona strano, a vedere gli umani di adesso, ma quando Dick scrisse il libro erano i primi anni ’60. Bisogna tenerne conto.

I replicanti si ammalano con virus sintetici? Do androids dream…

I replicanti si ammalano con virus sintetici? La macchina Voigt-Kampff

“Ora Rick aveva il fascio di luce puntato sull’occhio destro della ragazza e le aveva di nuovo puntato la piastra a ventosa alla guancia. Rachael fissava irrigidita la luce, e l’espressione di estremo disgusto era tuttora ben visibile.

“La mia valigetta – disse Rick nel rovistare al suo interno per estrarne i moduli del Voigt-Kampff – bella, no? È del dipartimento”

“Sì, sì” disse Rachael con tono distante.

“Pelle di bambino – disse Rick. Carezzò il rivestimento nero della valigetta – cento per cento pelle umana di bambino”. Vide i due indicatori dei quadranti agitarsi freneticamente. Ma si erano mossi dopo una pausa.

La reazione aveva avuto luogo, ma troppo tardi. Sapeva quale doveva essere il tempo di reazione, senza sbagliarsi di una frazione di secondo, l’esatto tempo di reazione: non ci doveva essere nessun tempo di reazione. “Grazie, signorina Rosen – disse e raccolse di nuovo tutta l’apparecchiatura: aveva concluso il supplemento d’esame – è tutto”

“Se ne va?” chiese Rachael.

…Rivolto a Eldon Rosen, che si era appoggiato curvo e cupo allo stipite della porta, chiese: “La ragazza lo sa?” A volte non se ne rendevano conto; diverse volte erano state impiantate delle false memorie, generalmente con l’errata speranza che grazie a esse le reazioni ai test sarebbero state modificate.

Eldon Rosen rispose: “No. L’abbiamo programmata da cima a fondo. Ma penso che alla fine abbia sospettato qualcosa”. Rivolto alla ragazza disse: “Ci sei arrivata quando ti ha chiesto di farti altre domande, vero?”

Pallida, Rachael annuì con espressione assente.”

Spendono, spandono e sono quel che hanno

Passando rapidamente dai primi anni ’80 di Blade Runner ad oggi, possiamo dire con certezza che, per catturare replicanti, la Voigt-Kampff non andrebbe più bene. L’empatia è morta anche fra gli umani, o forse attorno a noi ci sono quasi solo replicanti, come dice “Quelli che benpensano” iconica canzone di Frankie H-Nrg:

Frankie Hi.Nrg con Caparezza “Quelli che benpensano”

Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili

Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili

Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti

Sono replicanti, sono tutti identici, guardali

Stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere

I replicanti si ammalano con virus sintetici? A che specie appartieni?

Blade Runner, Rick e Rachael

Se siete certi di appartenere alla specie umana (non che ci sia da rallegrarsene) guardatevi intorno. La D’Urso che fa il tutorial su come lavarsi le mani: replicante. Tutti i “so called” giornalisti alla Giletti, che si fiondano sulla paura da Coronavirus come una iena sulla carcassa di una zebra: replicanti. Le fashion influencer super ignoranti e fiere di esserlo che dicono frasi tipo “Ditemi voi se è normale che nel 2020 devo avere l’ansia di tornare a casa mia perché una massa di stronzi ha creato il virus mortale in laboratorio lasciando uscire il paziente zero a farsi due ravioli al vapore. Mascherina o meno, non è giusto”: replicanti. I politici, donne e uomini, che si presentano in televisione a ripetere lo stesso mantra di parole senza senso, sfondando porte aperte, parlando e blaterando senza dire niente, ma sempre ben vestiti, con capelli appena usciti dal parrucchiere, stupide collane o insulse cravatte: replicanti, replicanti tutte e tutti.

Magari questa epidemia di Coronavirus è il loro modo per eliminare gli ultimi esseri umani e quindi la risposta alla domanda che pongo nel titolo è “No. I replicanti non si ammalano di virus, né di virus organici né di virus sintetici.”

O forse sono tutti replicanti, ma, come Rachael Rosen non lo sanno. Gli hanno impiantato falsi ricordi, ed ecco perché reagiscono così. Sbavano, urlano, aggrediscono, partecipano a talk-show televisivi, “influenzano” sui social network altri replicanti e quando sorridono, se sorridono, noi, ultimi esseri umani rimasti, faremmo meglio a metterci a correre.

Coronavirus e Alien

Cos’hanno in comune il Coronavirus e Alien, rockstar della Sci-Fi cinematografica, Creatura dello Spazio meravigliosamente creata da Giger, artista geniale e maledetto?

Coronavirus e Alien, che cosa hanno in comune

A prima vista nulla: il COVID-19, come lo chiamano ufficialmente, è un virus che è riuscito a fare il salto della specie passando (sembra) da pipistrelli ad umani: è molto contagioso ma non particolarmente cattivo. Alien, invece, è una creatura enorme, con acido al posto del sangue, due o tre bocche piene di denti ed è decisamente, assolutamente letale.

Entrambi, però, per replicare la propria specie hanno bisogno dell’essere umano come incubatrice. A quanto pare, replicare in eterno la propria specie è il compito affidato dagli dei a tutto ciò che vive, nel pianeta Terra e oltre. Compito che noi uomini e donne abbiamo preso molto seriamente: alla fine del 2019 la popolazione umana mondiale era stimata intorno a quasi 8 miliardi di persone.

La missione di Ripley

Coronavirus e Alien: Ripley

Che cosa ha impedito, quindi, ad Alien di raggiungere il nostro pianeta e trovare terreno super fertile per procreare ed allargare a macchia d’olio la sua specie aliena? La risposta è semplice: a impedirglielo è stata la sua nemesi, l’americana Ripley (interpretata dalla fantastica Sigourney Weaver) che anche quando muore rinasce sotto forma di clonazione. La missione di Ripley è quella di impedire alla perfida Compagnia di riuscire a portare un esemplare vivo di Alien sulla Terra, dove lo vorrebbero trasformare in imbattibile arma bellica. Famosa la frase che il caporale Hicks pronuncia alla fine di Aliens, Scontro finale (secondo e bellissimo episodio della saga, diretto da Cameron):

“Io dico che decolliamo e nuclearizziamo, questa è la sola sicurezza!”

Immagino che l’American Airlines, che ha sospeso tutti i voli da New York e da Miami per Milano fino al 24 aprile (e poi si vede) vorrebbe tanto poter dire, insieme a molti altri: “Nuclearizziamo Italia e Cina e voliamo via!”

Coronavirus e Alien: American Airlines vs Milano, Italia

Ieri, quando la sospensione di questi voli non era ancora stata annunciata, l’American Airlines ha bloccato un volo in programma alle 18.05 (ora locale) dall’aeroporto JFK di New York per Milano Malpensa mentre i passeggeri erano all’interno del gate e alcuni già nel pontile d’imbarco. Dopo una lunga attesa, l’American Airlines ha dichiarato che il volo non poteva partire perché l’equipaggio si rifiutava di salire a bordo per paura del Coronavirus.

Certo, l’immagine di se stessi che gli americani vendono nel mondo, immagine di uomini e donne senza paura, che non devono chiedere mai, ne risente un tantino… Mi immagino l’equipaggio dello sfortunato volo American Airlines mentre, inorridito, ascolta Ripley che, sempre in Aliens, parla della prima apparizione del mostro:

“Atterrammo sull’LV-426. Un membro dell’equipaggio era rientrato con qualcosa attaccato alla faccia, una sorta di Parassita. Tentammo di staccarglielo, ma inutilmente, più tardi sembrò si staccasse da sé e morisse. Kraine sembrava rimesso… noi eravamo tutti a cena… e l’ipotesi era che gli avesse lasciato qualcosa nella gola, una specie di embrione… e cominciò, ecco…”

Qualcosa nella gola, una specie di embrione: un po’ come fanno i virus dell’influenza, non si può negare! Come dare torto a tutti quelli che chiudono porti, musei e cancellano voli nella speranza di non far entrare questo invisibile virus incoronato nella loro patria, nella loro città, nel loro quartiere? In fondo lo sanno tutti che è una lotta già persa, ma qualcosa devono pur fare, giusto?

Coronavirus e Alien: la lotta contro la paura
COVID-19

Coronavirus e Alien: la lotta contro la paura

Quando parlo di lotta già persa, mi riferisco alla lotta contro la paura. Almeno gli americani dovrebbero ricordare le parole di Roosevelt:

“La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa.”

Ma del resto Franklin Delano Roosevelt aveva anche detto:

Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese.”

Credo quindi che le sue parole non vadano più bene, né per i suoi pronipoti americani né per il resto del mondo. Io dico:

“Decolliamo e nuclearizziamo, questa è l’unica sicurezza…”

Coronavirus e media

Su Coronavirus e media: riflessioni a ruota libera.

Giornalista di Sky TG24, parlando di un possibile contagiato dice: “Si è consegnato spontaneamente”. A quanto pare, dopo il killer dello Zodiaco e quello di Green River, adesso abbiamo anche il killer del Coronavirus, che, per fortuna, si è costituito…

Giornalista TG3 dice testualmente “contabilità dei decessi”. Allora, forse, dovrebbero chiamare in aiuto un ragioniere.

Negli schermi giganti di tutti i telegiornali troneggiano le maxi-fotografie dei Coronavirus. Perché le mettono? Perché i Coronavirus sono bellini nel loro elegante dress code bianco e rosso e assomigliano a fiori di viburno?

Coronavirus e media: i coronavirus mostrati negli schermi giganti di tutti i telegiornaliI
Coronavirus
Coronavirus e media: i fiori di viburno assomigliano vagamente ai coronavirus
Fiori di viburno

Coronavirus e media: ancora a ruota libera

Billie Eilish, ovvero l’altra faccia della pop music americana, aveva capito tutto già da tempo: “You should see me in a crown” (dovresti vedermi con la corona) l’ha resa ultrafamosa.

Gli italiani lombardo-veneti che hanno cercato di raggiungere il resort prenotato alle Mauritius (che loro chiamano Maurizio) sono stati fermamente rimandati indietro, in quanto possibili untori e hanno protestato: “Ci hanno trattato come profughi!” Diceva Dante, che però non era né veneto né lombardo: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale

I veneziani comunicano cupi che l’ultima volta in cui non si è festeggiato il carnevale di Venezia è stato durante la peste, quindi quattro secoli fa circa. Dicono che piazza S.Marco è mesta, ma guardandola in TV l’ho vista piena di coreani come sempre, anche se invece di portare mascherine sugli occhi le indossano sulla bocca.

La Diocesi di Venezia ha anche disposto la sospensione delle messe, delle celebrazioni per la Quaresima, di battesimi, prime comunioni e cresime fino al primo marzo. I fedeli sono invitati “alla preghiera e alla meditazione” in privato. Coronavirus più forte di Dio?

Mercoledì delle ceneri, Papa Bergoglio dice, durante l’omelia: ” È il tempo per spegnere la televisione e aprire la Bibbia. È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo.” Peccato che la messa vada in diretta video sul Canale Youtube di Vatican News. Allora, Francé, dobbiamo accenderlo o spegnerlo sto cellulare?

Mercoledì delle Ceneri, Volvera e Pinerolo fanno la Santa Messa senza pubblico ma in diretta Facebook. Zuckerberg, ormai, probabilmente uccide il Coronavirus solo fissandolo col suo sguardo alieno ma, di sicuro, è al di sopra di Dio. A quando il nuovo segno della croce: Nel nome di Zuck, dei Social e dello Spirito Morto?

La nave Diamond Princess parcheggiata di fronte a Yokohama e abbandonata lì: è diventata una bomba biologica, ormai i passeggeri sono contagiati quasi tutti, sembra un racconto di Lovecraft. Finirà come una di quelle serie americane dove i terroristi prendono possesso di una nave dotata di testate nucleari e il Presidente pronuncia la solita frase ai tizi dell’intelligence: “Avete dieci minuti per liberare la nave, o dovremo farla fuori”? Il governo giapponese non sembra interessato, ma gli americani potrebbero intervenire: loro, in fondo, sanno come si bombarda il Giappone.

A Roma non si trovano più le mascherine nelle farmacie e nei negozi, ma in giro non le indossa nessuno. Che accidenti ci fanno? Se le mettono per andare a dormire? Oggi il mio compagno è entrato da Eurospin con la sciarpa in faccia e il tipo della Sicurezza ha avuto un attimo di panico, quasi lo immobilizzava. Invece, uno dei presenti, ha commentato “Anvedi, sta a nevicà…”. Questo accade perché qui, in periferia, i problemi sono altri: del Coronavirus non frega un cazzo a nessuno.

In un supermercato del nord Italia un tizio, vicino alle casse, ha iniziato a starnutire e tossire con foga. Mentre tutti, cassieri e clienti, si allontanavano di corsa, lui è scappato col carrello pieno. Un genio, che altro dire?

Coronavirus e media: filosofia e cazzate a ruota libera

Da The Walking Dead, season 2: “- Scott: La razza umana combatte le pestilenze fin dall’inizio. Ci prendono a calci nel didietro per un po’, ma poi contrattacchiamo. È la natura che corregge se stessa, ripristina il suo equilibrio.
– Rick: Vorrei poterlo credere.
” Io dico credici Rick, credici ancora, credici meglio…

Da The Walking Dead, season 2: “La morte è la morte. C’è sempre stata. Che sia per un attacco di cuore, cancro o uno zombie. Che differenza c’è?” Io dico, beh, un colpo di pistola in fronte è meglio di uno zombie che ti divora vivo!

Parafrasando “Charles Manson”, canzone di Salmo sul Natale, viene fuori: “Buone feste del cazzo, Carnevale di merda, 25 febbraio: siamo in stato d’allerta

Siamo in stato d’allerta ma Conte ha detto che dobbiamo solo “Collaborare, collaborare, collaborare”, così come Francesco Saverio Borrelli, in pieno boom berlusconiano, diceva: “Resistere, resistere, resistere”. Fra i due scelgo senz’altro il secondo, che ho sempre considerato un eroe. Ma in ogni caso, così come nei primi anni zero resistere non è servito, non credo nemmeno in questa fantomatica collaborazione che ci propongono oggi. Fra l’altro, non penso che ripetere le cose tre volte aiuti. Ho provato a dire “Bloody Mary Bloody Mary Bloody Mary” davanti allo specchio ma non è mai apparsa. Per fortuna, credo…

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino

Cosa significa Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino? Partiamo da“The Piper at the gates of dawn”, Il Pifferaio ai cancelli dell’alba, primo album in studio dei Pink Floyd, 1967; album capolavoro del rock psichedelico mondiale, ideato, scritto, interpretato e diretto – dalla musica alle lyrics fino alla copertina – da Syd Barrett, artista eclettico, in grado di spaziare fra musica, testi, arte grafica e pittura.

SYD BARRETT

Il rock psichedelico, nato contemporaneamente negli Stati Uniti e in Inghilterra negli anni ’60, trovò, in America, nella scena texana, i suoi adepti più sperimentali. L’esempio più calzante è quello dei 13th Floor Elevators, che furono anche i primi a usare, musicalmente parlando, il termine “psichedelico”, nell’album “The Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators” del 1966.

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino. 13th Floor Elevators, primi a utilizzare il termine "psichedelico" in musica
“THE PSYCHEDELIC SOUNDS OF THE 13th FLOOR ELEVATORS” Album Cover

Psichedelico

Il vocabolo viene dal greco ψυχή, “anima” e δηλῶ, “rivelo”, e in qualche modo collegava strettamente quella musica neonata all’uso di sostanze psicotrope, sia naturali che chimiche (da peyote e mescalina all’acido lisergico) utilizzate per viaggiare con la mente e difatti chiamate anche trip. Ovviamente, per concepire, scrivere, suonare e cantare un album come The Piper at the gate of dawn non bastava di certo essersi fatti un acido, altrimenti avremmo avuto milioni di musicisti geniali. Come dice Caparezza in “Mica Van Gogh:

Allucinazioni che alterano la vista Tu ti fai di funghi ad Amsterdam Ma ciò non fa di te un artista”

Syd Barrett il Pifferaio

Syd Barrett aveva una mente eccezionalmente aperta, curiosa e dotata di grande talento. Syd aveva gli occhi spalancati, contemporaneamente rivolti al mondo microscopico (dentro alla sua testa) e a quello macroscopico (il cosmo e oltre); credo sia stato questo, alla fine, ad averlo portato alla “pazzia”. Chiunque abbia sperimentato sostanze psicotrope, sa che il viaggio, in sé, non appartiene né al bene né al male. È solo un’esplorazione fine a se stessa, e come tale, può andare male o bene, può risultare spaventosa o spassosa, pericolosa o liscia come l’olio, illuminante o del tutto dimenticabile. Nelle due canzoni principali, “Astronomy domine” e la strumentale “Interstellar overdrive”, Syd, supportato dai compagni, viaggia nel multiverso, raccontandoci, a suo modo, stelle, pianeti, mondi impossibili da immaginare, alieni, spiriti, divinità, fate, folletti. Viene quasi da pensare a Roy Batty, il replicante di Blade Runner e al suo famoso monologo:

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare, navi da combattimento in fiamme al largo di Orione, i raggi Beta balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Syd Barrett il Visionario

Rock neo-psichedelico: il Piffeario diventa Cecchino. Da Syd Barrett ai giorni odierni
SYD BARRETT

E come lacrime nella pioggia un giorno, fin troppo vicino al 1967, si perderanno le visioni di Barrett, ma per il momento è ancora in grado di trasformarle in creazioni meravigliose. In Astronomy domine, mentre il resto della band lo sostiene musicalmente, Barrett è libero di mettersi in viaggio, da solo con la sua chitarra. La sua voce ripete come un mantra la medesima strofa:

Lime and limpid green, a second scene a fight between the blue you once knew. Floating down, the sound resounds around the icy waters underground. Jupiter and Saturn, Oberon, Miranda and Titania, Neptune, Titan, Stars can frighten.

Verde limpido e color lime, una seconda scena una lotta con l’azzurro a cui eri abituato. Fluttuando giù, il suono risuona attorno all’acqua ghiacciata sottoterra. Giove e Saturno, Oberon, Miranda e Titania, Nettuno, Titano, le Stelle possono far paura”.

Il Pifferaio ai cancelli dell’Alba

Le Stelle possono far paura, ma non a lui. E non solo perché Syd Barrett è troppo curioso e troppo giovane per aver paura. La verità è che ogni testo, ogni poesia, ogni canzone, romanzo, racconto riflette il periodo in cui viene scritto, e gli anni ’60 furono gli anni della rivolta hippy, della rivoluzione sessuale, del movimento studentesco sessantottino, di Woodstock, delle comuni, delle grandi manifestazioni per la pace. Ovviamente in quella decade ci furono anche ombre e lutti, ma quello che conta – in questo caso – è che furono anni di movimento e di ideali, anni di rivolta, e ciò che più conta, non furono anni di crisi economica. Ecco perché il titolo che Barrett diede all’album, “Il Pifferaio ai cancelli dell’alba”, lo prese in prestito dal capitolo numero 7 di un famoso libro per bambini: Il vento nei salici scritto da Kenneth Grahame nel 1908.

Nel vento nei salici alcuni animali vivono le loro piccole e grandi avventure. Nel capitolo del Pifferaio appare il dio Pan, che suonando una meravigliosa musica col suo flauto magico, aiuta Ratto e Talpa a ritrovare un cucciolo smarrito, per poi svanire nel nulla senza lasciare alcun ricordo nelle loro memorie. E del resto il Flauto magico – in musica – appartiene a fiabe gioiose fin dai tempi di Mozart.

Oh, Talpa! Come è bello! Il cicalare giocondo, il tenue, netto, felice richiamo del flauto lontano! Io non ho sognato mai simile musica, e il richiamo in essa è anche più forte di quanto sia dolce la musica! Rema, Talpa, Rema! Che la musica e il richiamo devono essere per noi

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino

La musica psichedelica, dopo i primissimi anni ’70, divenne meno popolare. Gli stessi Pink Floyd, ormai orfani di Barrett già da tempo, crearono veri capolavori, come “Wish you were here” o “The wall”, che però non avevano più nulla a che fare con la psichedelia. Ma negli anni ’90 – i famosi corsi e ricorsi della storia – la musica psichedelica riprese vita, e venne chiamata “neo-psichedelia”. In questo termine, però, furono collocati decine e decine di generi: alcune band garage rock, alcuni tipi di punk-house, pop melodico immerso in atmosfere sognanti e qualsiasi musicista che abbia mai dichiarato di essersi ispirato ai Velvet Underground. Ma qualcuno meritevole di portare nuovamente e seriamente quella bandiera esiste, e, ancora una volta, appartiene alla scena texana.

VELVET UNDERGROUND

Rock neo-psichedelico: The Black Angels

Fra le band realmente neo-psichedeliche voglio citare solo gli strepitosi The Black Angels, in attività da metà anni zero e organizzatori del Festival psichedelico di Austin, TX, loro città d’origine. Il loro primo album, “Passover”, del 2006, è una bomba nucleare. Non c’è altro modo per definirlo. Loro sono molto lontani dall’essere un semplice ritorno a musiche di altri tempi. I Black Angels suonano un vero rock psichedelico molto heavy, dal ritmo incessante e primitivo, incredibilmente bello, trainante e potente. Ricorda, a tratti, il suono di qualche band anni ’60, ma non più di quanto il volto di un nipote possa ricordare quello del nonno. Inoltre, se la psichedelia anni ’60 raccontava viaggi personali, voli interstellari, flauti magici, al contrario, i Black Angels ci raccontano l’apocalisse. Nell’album c’è una citazione di Edvard Munch:

“La malattia, la pazzia e la morte sono gli angeli neri che hanno vegliato sulla mia culla e mi accompagneranno per tutta la vita”

THE BLACK ANGELS, PHOTO BY ALEXANDRA VALENTI

Rock neo-psichedelico: l’Oscurità

Il mondo, ormai è in pieno Kali Yuga, l’oscurità è ovunque, non c’è più salvezza per nessuno e i testi dei Black Angels ce lo ricordano. Se I Pink Floyd avevano creato “The Piper at the gates of dawn”, i Black Angels intitolano una canzone “The Sniper at the gates of Heaven”. Il Pifferaio ai cancelli dell’alba si è trasformato in un cecchino appostato addirittura all’entrata del Paradiso.              

“Where do you go when heaven calls you? What do you do? Who do you turn to? How old will you be when they finally catch you? Don’t stop moving, they’re right behind ya. When there’s no one left on this earth you know who can save you kid, so just wake up wake up wake up

What is it like when hell surrounds you? How hot does it get? I think I’ve already felt it. Is there any way out? You better find one”

Dove andrai quando il Cielo ti chiamerà? Cosa farai? A chi ti rivolgerai? Quanti anni avrai quando alla fine ti prenderanno? Non ti fermare, loro ti stanno alle costole. Quando non ci sarà più nessuno che conosci, su questa terra, chi potrà salvarti ragazzo, perciò svegliati svegliati svegliati

Come ci si sente quando l’Inferno ti circonda? Quanto diventa rovente? Io credo di averlo provato. C’è qualche via d’uscita? Faresti meglio a trovarne una.

Sniper at the Gates of Heaven

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino

I Black Angels ci dicono, in breve, che – nel terzo millennio dalla nascita di Cristo – non ci sono dolci animaletti né possibilità di fluttuare in mondi paralleli ma solo questa terra devastata a cui apparteniamo e la gravità che ci schiaccia al suolo. Inferno e Paradiso sono la stessa cosa: il primo ti circonda, il secondo manda un cecchino a finirti.

Dal 2006 ad adesso i Black Angels hanno pubblicato diversi album, tutti di rock neo-psichedelico, ansiogeni e catartici allo stesso tempo, ma soprattutto molto, molto belli (l’ultimo, “Death song”, è del 2017). Inoltre, le loro profezie apocalittiche si sono dimostrate corrette. Il mondo di adesso, 2020, è veramente intriso di Malattia, Pazzia e Morte, e pur rimanendo ben svegli, trovare vie d’uscita sembra sempre più difficile.


ANCHE I PUBBLICITARI, NEL LORO PICCOLO, FANNO GRANDI CAZZATE

Tutti ricorderanno il famosissimo libro di Gino e Michele “Anche le formiche, nel loro piccolo s’incazzano”. Da questo titolo, come parafrasi, nasce “Anche i pubblicitari, nel loro piccolo, fanno grandi cazzate”.

Negli anni ’60 domandarono a Jean Luc Godard cosa pensava della televisione. Era il periodo in cui la televisione, in Europa, si stava diffondendo rapidamente, un po’ come internet negli anni zero. Godard rispose che la televisione è un rubinetto, quindi tutto dipende dal liquido che ci metti dentro. Sono sicura che oggi Godard risponderebbe “La televisione è pubblicità”. Dal vecchio rubinetto, ormai, esce sempre lo stesso liquido. Stessa cosa per internet: nata come tecnologia dal potenziale stellare è stata trasformata nel Regno Universale e Banalissimo del Mercato, che, a sua volta, ha partorito il mostruoso, gigantesco Leviatano della Pubblicità contro cui non facciamo che sbattere quando cerchiamo di navigare.

Essendo la pubblicità un po’ la spina dorsale del nostro paralitico sistema, ci si potrebbe aspettare che coloro che vengono scelti e abbondantemente pagati per promuovere le merci siano persone brillanti. Non dico sempre puntuali ma nemmeno in ritardo mentale.

Spesso questi signori, chiamati “creativi”, riescono a “creare” dei veri autogoal. Senza nemmeno rendersene conto. Per premiare queste opere geniali ne abbiamo scelte tre: il top degli ultimi anni, un po’ come un podio olimpico.

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero tre, Medaglia di Bronzo

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: esempio di pubblicità minacciosa
FIAT 500X, Pubblicità uscita nel settembre 2018

Nel 2018 lo slogan di una delle tante Fiat 500 mi è apparso davanti agli occhi come una brutta allucinazione: “NUOVA FIAT 500X. IL DOMANI TI ASPETTA. OGGI.” Ho pensato: più che uno slogan questa è una minaccia. Viviamo in un mondo dove il futuro, senza esagerare, terrorizza la maggioranza della popolazione umana. Questo è il presente: riscaldamento globale e clima impazzito, per iniziare. Situazione politica e sociale disastrosa ovunque. Sovrappopolazione. Mancanza generale di lavoro in occidente e morte per fame, per acqua contaminata e medicine inesistenti in buona parte di Africa, Sud America ed Asia. Continuiamo con corruzione e nepotismo a 360 gradi ovunque volgiamo lo sguardo. Guerre di vario genere e nuova e orgogliosa proliferazione di armi nucleari. Diritti civili che si assottigliano. Il ritorno di tortura e schiavitù, come vecchi amici mai morti ma che, finalmente, possiamo di nuovo ospitare nel salotto buono.

Questo è, solo in parte, il presente. Eleviamolo al cubo e avremo il futuro prossimo. Eleviamolo alla quarta e avremo un futuro un po’ anteriore. I ragazzini di tutto il mondo fanno manifestazioni sul clima contro politici e grossi imprenditori, perché loro, quindicenni, sanno bene che un futuro orribile – costruito dai loro padri, nonni, bisnonni – li raggiungerà, e sono spaventati e incazzati. Ma i creativi della Fiat, come “Alice” di De Gregori, tutto questo non lo sanno e il terrificante, apocalittico domani hanno deciso di impacchettarlo in una graziosa e costosa macchinetta e portarlo oggi stesso qui da noi! Potevano almeno optare per: “Nuova Fiat 500X. APOCALYPSE NOW. Se non altro facevano una citazione…

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero due, Medaglia d’Argento

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: esempio di pubblicità disastrosa
La cinese di Dolce & Gabbana, novembre 2018

Parafrasando Garcia Marquez, potremmo definirla “Cronaca di un disastro annunciato”. Nel novembre 2018 i creativi del duo Gabbana e Dolce sono stati strapagati per creare un video che promuovesse la grande sfilata con gala che, di lì a poco, avrebbe avuto luogo in Cina. Esito dell’operazione: i pubblicitari sono riusciti ad offendere mortalmente un miliardo e mezzo di cinesi, senza contare i neonati. Nemmeno se la pubblicità fosse stata progettata da Donald Trump in persona avrebbe raggiunto un tale risultato!

Perché “disastro annunciato”? Perché tutti, perfino gli abitanti di Tristan da Cunha, l’arcipelago più lontano da ogni altra terra emersa, sanno che i cinesi, dietro ai loro modi ossequiosi, sono tutt’altro che miti e remissivi. Lasciamo stare la momentanea umiltà profusa dalla classe dirigente cinese a causa del coronavirus di Wuhan: un profilo basso che durerà solo il tempo di bloccare l’epidemia o di infettare il resto della popolazione mondiale. I cinesi, al contrario di noi italiani hanno un senso molto forte della loro identità nazionale e, come popolo, s’incazzano facilmente, sono storicamente vendicativi e possono permettersi di esserlo. Nonostante questa consapevolezza, che cosa hanno inventato i creativi di Dolce e Gabbana? Una modella cinese, nemmeno troppo carina, appena uscita da una Cina non solo antica ma soprattutto assurda, inesistente, così come se l’immaginano solo loro, che ridendo come si fosse appena fumata una canna, prova e riprova, senza riuscirci, a mangiare con le bacchette una pizza, un piatto di spaghetti (alimento, fra l’altro, inventato dai cinesi) e il più grande cannolo siciliano mai visto. Guardando quel video, abbiamo tutti pensato: “Ci sono solo due possibilità: la cinese è strafatta o completamente scema. Terza ipotesi, entrambe le cose”.

Attenti a quei due!

DOLCE & GABBANA CHIEDONO SCUSA ALLA CINA

Ma la storia non finisce qui. Diventa una vera epopea. Di fronte alla prevedibile ira funesta dei cinesi, gli illustri stilisti hanno reagito da umiliati e offesi. Gabbana ha twittato, in un inglese terrificante, cattiverie inenarrabili, con tanto di emoticon a forma di cacca per definire la Cina e chiamando i cinesi razzisti perché mangiano i cani mentre noi, invece, li amiamo e rispettiamo (sì certo, raccontalo ai canili lager e a tutti i cani abbandonati).

Vabbè. Di fronte ai tweet al cianuro di Gabbana, i p.r. di “attenti a quei due”, geniali come i creativi creatori della cinese demente, hanno raccontato la classica madre di tutte le cazzate, ovvero il solito hacker che si insinua oggi qui domani là, finito nell’account dello stilista e sbizzarritosi nell’insultare la Cina. Dopo questo pietoso racconto hanno costretto i due sarti a fare un video dove, seduti di fronte a un muro dalla tappezzeria che fa pensare a un vecchio bordello turco, cupi come mucche in coda dietro alla mucca Giuda, cercano di scusarsi con la Cina. Ma senza crederci, come risulta evidente. Ma almeno – ed ecco la buona notizia – parlando in italiano e non in inglese. 

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero uno, Medaglia d’Oro

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: la giovane Molly e le capsule molli
Pubblicità delle Moments molli, 2011

Ricorderete tutti la pubblicità del 2011 delle – allora – nuovissime compresse d’ibuprofene Moments molli. In realtà uguali alle Moments vecchie, ma liquide invece che solide e quindi più rapide nel togliere il dolore. Potevano chiamarle liquide, rapide, morbide, duttili, tenere, soffici o vattelapesca ma hanno scelto “molli”. Scelta probabilmente casuale, chi può dirlo? Ciò che è sicuro è che questa parola ha suggerito ai brillanti creativi il promo perfetto.

Chi non ricorda la ragazza americana di nome Molly che va a trovare il suo ragazzo italiano? I due giovani devono uscire ma Molly ha un gran mal di testa; il ragazzo, però, le fa ingerire una delle Moments molli e Molly si sente subito bene tanto che i due partono allegramente in scooter. Passando davanti a una farmacia Molly vede in vetrina la promozione delle Moments molli, e urla col suo accento americano: “Guarda, molli!!!” E tutti e due ridono come scemi.

Dall’inizio alla fine della pubblicità la parola “molli” viene pronunciata continuamente. Una specie di mantra, creato apposta dai pubblicitari ingaggiati dalla Casa Angelini per far rimanere ben impresso il nuovo concetto nella mente della gente. Riusciti, ci sono riusciti. Qual è il problema, allora?

ANCHE I PUBBLICITARI: Molly di varie forme e colori: tutte anfetamine, comunque
MOLLY

Molly

Il problema è che la parola molly, negli Stati Uniti prima e subito dopo in Europa, in Australia e probabilmente anche nel bel mezzo del Sahara è diventata, già da ben più di dieci anni, sinonimo di anfetamina. Dalla MDMA o ecstasy, passando per tutte le varietà possibili e immaginabili di pasticche nate per “andare veloci”, molly significa anfetamina, e quindi droga. Non sto parlando di un nomignolo conosciuto solo in ambienti tossici e ristretti: negli Stati Uniti – per capirci – anche i bambini delle scuole medie sanno cosa è molly. Perfino qui da noi, basta guardare una serie televisiva qualsiasi con dialoghi italiani (Two broke girls, Elementary, Animal Kingdom, Law & Order, Euphoria, Shameless, Prodigal Son, solo per citarne alcune) per sentir nominare più volte molly in quel senso. Inoltre non si tratta di una droga leggera come la cannabis, ma, al contrario, di una droga molto pericolosa, ed essendo considerata anche droga da discoteca viene usata da molti con superficialità. Qualcosa che – in effetti – sarebbe meglio non pubblicizzare ogni due minuti in televisione. Se poi consideriamo che, sia nel caso dell’anfetamina sia nel caso dell’ibuprofene entrambi i principi attivi vengono consumati principalmente tramite pasticche, l’incredibile gaffe suona ancora più evidente.

Ad ogni modo, dopo più di due anni di continui spot in tema, i signori dell’Angelini devono aver scoperto che stavano spendendo un sacco di soldi per pubblicizzare il narcotraffico, e la giovane Molly, così com’era arrivata, è improvvisamente sparita.  Proprio dall’oggi al domani. In ogni caso nessuno può togliere ai suoi creatori la nostra medaglia d’oro, decisamente più che meritata…   

IL GATTO DI SCHRODINGER E IL GATTO DI GOOGLE

Il gatto di Schrodinger, per spiegarlo rapidamente e con parole decisamente poco scientifiche, è un esperimento mentale ideato da Erwin Schrodinger nel 1935. Lo scopo dell’esperimento era quello di dimostrare come l’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica, pur funzionando a livello subatomico, risulti decisamente problematica quando mettiamo in relazione il mondo subatomico col mondo macroscopico.

Da lì l’idea di un marchingegno infernale fatto di una piccola porzione di sostanza radioattiva, di una capsula al cianuro con martelletto pronto a romperla, il tutto chiuso per un’ora in una scatola assieme a un povero – e certamente incazzatissimo – gatto. Se uno degli atomi radioattivi si disintegra, il martelletto rompe la fiala e il cianuro uccide il gatto; se, invece, nessun atomo si disintegra, il gatto resta vivo. Se all’apertura della scatola sarà ancora vivo, probabilmente il micio vi azzannerà alla gola: è bene che siate preparati!

La proverbiale “gatta morta”

Secondo la teoria ortodossa, conosciuta come entanglement quantistico, e già contestata da Einstein prima che da Schrodinger, due sistemi fisici, se interagiscono, si vanno a sovrapporre e devono essere trattati come un sistema unico, descritto da un solo stato quantico, e precisamente l’entanglement di cui prima. Ed ecco il paradosso del gatto, perché, all’apertura della scatola, il gatto non può essere sia vivo che morto: nessun “intreccio” può esistere fra i due stati. A meno che non si tratti della proverbiale “gatta morta”, che, come tutti sappiamo, è morta solo a parole…

Il gatto di Schrodinger e il gatto di Google

Dal gatto di Schrodinger passo rapidamente al gatto di Google. Cosa diavolo è il gatto di Google? Una sorta di stalker che, ultimamente, mi segue ovunque su internet. Vado su un sito che parli di qualsiasi cosa possiate immaginare e chi ci trovo, in alto a destra, o al centro? Quell’accidenti di gatto. Vado su youtube? Il gatto è lì che mi aspetta.  Quel gatto arriva sempre per primo e mi fa pensare a quella frase di Terry Pratchett sulla luce, che crede di viaggiare più veloce di tutto, ma si sbaglia. Per quanto sia veloce, la luce scopre sempre che l’oscurità è arrivata prima di lei e l’aspetta.  

Il mio meraviglioso gatto Axl

Oscurità e luce a parte, la faccenda che riguarda lo stalking del gatto è davvero inquietante, e vi spiego il perché. Come la maggioranza dei frequentatori del web anch’io amo i gatti, e ne ho due. Google ovviamente può accedere ai nostri pensieri più reconditi, e a maggior ragione alle foto che scattiamo col telefonino. Nel mio caso, in mezzo a tante foto che vanno dalle radici degli alberi a fiori, api e farfalle, foto di amici e tutto quello che vi può venire in mente, le foto dei miei gatti sono davvero poche. Sono poche per un motivo semplice: a quelle due bestie ingrate non piace essere fotografate; appena scoprono che li stai inquadrando – e lo scoprono subito – se ne vanno disgustati.

Ed ecco la rivelazione inquietante: il mio gatto Axl (sì, Axl come Axl Rose) è praticamente la fotocopia del gatto di Google.

Il gatto di Schrodinger e il gatto di Google: due domande

 La prima domanda, quindi: come fa l’algoritmo di Google a sapere che ho un gatto che amo più di ogni altro animale al mondo e mettermi una foto di un gatto a lui identico che mi segue? Se fossimo americani direi: roba da NSA.

La seconda domanda, ma prima per importanza: a cosa serve il gatto di Google? È un premio, come per dire “ti vogliamo bene e vogliamo che tu ti senta a casa, qui da noi”, o al contrario “sappiamo tutto di te e se solo fai una mossa sbagliata ti strangoliamo il gatto? Il tuo, si capisce, non il nostro”.

Quali che siano le risposte, è evidente che siamo tornati a “1984” di Orwell. Con i televisori del Grande Fratello che osservano ogni tuo movimento, perfino il più piccolo, il più apparentemente inutile, pronti ad usarlo contro di te:

“Smith! – gridò la voce petulante dallo schermo – 6079 Smith! W.! Sì, proprio tu! Chinati di più per cortesia. Puoi fare di meglio. Non ti sforzi. Più giù, più giù. Così va meglio, compagno. E ora riposo, tutta la squadra, e guardate me”.

Ora Winston traspirava da ogni poro della pelle un sudore bollente. Il suo volto rimase però impassibile: mai mostrare sgomento, mai mostrare risentimento! Un guizzo negli occhi ed eravate perduti.

Razze pericolose

A qualsiasi algoritmo risponda, il gatto di Google probabilmente nella realtà non esiste. O magari è esistito e adesso è morto. Ma in ogni caso il gatto di Google supera il paradosso del gatto di Schrodinger, perché, al contrario del gatto nella scatola, è un perfetto entanglement: può essere vivo e morto allo stesso tempo, reale e irreale, vero e finto, amico e nemico, proprio come tutto ciò che è virtuale, proprio come tutto ciò a cui diamo la nostra fiducia in questa infelice epoca.

I nostri padroni, però, che ci guardino dallo schermo di uno smartphone o da un televisore in bianco e nero, che appartengano a un tipo nuovo o vecchio di economia, fanno sempre parte della medesima razza. Una razza pericolosa. Non dimentichiamolo mai. 

NUNC MEDEA SUM

Donne lasciate sole in un mondo dominato da uomini

NUNC MEDEA SUM: una splendida e disperata Medea dipinta da George Romney
Lady Hamilton as MEDEA di George Romney

NUNC MEDEA SUM, ovvero “Adesso sono Medea” è il verso 910 della Medea di Seneca, dove Medea, in un turbine di ira e passione, supera ogni dubbio e si accinge a compiere la sua vendetta contro Iason, suo marito e padrone, che l’ha condotta nell’abisso del dolore. Il senso di quelle parole è “Finalmente sono diventata la vera Medea”, come se avesse vissuto e patito ogni attimo della sua vita in preparazione del suo nuovo e implacabile ego.

Per far comprendere a tutti chi fosse Medea e in che modo il suo destino sia stato segnato, bisogna fare un passo indietro e parlare degli Argonauti. Devo ricordare che la storia degli Argonauti, mito preomerico, è lunga come un’Odissea all’ennesima potenza, e qui ne tracceremo giusto le linee principali.

NUNC MEDEA SUM: Gli Argonauti

Gli Argonauti, in breve, furono quel gruppo di 50 guerrieri greci che, a bordo della nave Argo e sotto il comando di Iason, si mossero dalla Grecia verso la Colchide (terra del Caucaso, che oggi potremmo situare fra la Georgia occidentale e la Turchia) per prendere possesso di un oggetto speciale, il “vello d’oro” che i greci sostenevano essere di loro proprietà. L’idea di fare quella spedizione venne da una sorta di patto fra Pelia, re di Iolco in Tessaglia e Iason, legittimo pretendente al Regno: Pelia gli assicurò che, se fosse tornato col vello, il Regno sarebbe stato suo.

Quello che forse, più di ogni altra cosa, ha reso memorabile l’avventura degli Argonauti è stato quello che oggi chiameremmo un supercast. Fra quei 50 guerrieri c’erano personaggi davvero molto noti, fra cui Teseo, Castore e Polluce, fino ai celeberrimi Orfeo ed Ercole. Inoltre, per sottolineare l’assoluto genere maschile come imprinting del gruppo, va ricordato che Atalanta, cacciatrice imbattibile, pur volendo partecipare all’impresa non fu accettata sulla Argo da Iason perché femmina (secondo alcune versioni del mito). Anche Cenis, donna bellissima che desiderava combattere fu, di conseguenza, trasformata in uomo…

Iason incontra Medea

Nonostante il grande sfoggio di virilità e di guerrieri semi-divini nel gruppo degli Argonauti, Iason non sarebbe riuscito né ad avvicinarsi al vello d’oro e tantomeno a fuggire da lì, se non grazie all’aiuto fornitogli da una ragazza, Medea. Eete, che regnava sulla Colchide e quindi era il legittimo proprietario del vello d’oro, era figlio del dio Helios (il dio Sole) e padre, fra gli altri, di Medea, giovane e formidabile maga. La principessa Medea, a causa dell’intervento del dio Eros, s’innamorò disperatamente di Iason e da quel momento divenne uno strumento nelle mani di lui. Riuscì, grazie ad incantesimi eccezionali, a fargli ottenere il vello e, una volta in fuga con lui e gli altri Argonauti sulla nave, non esitò ad uccidere il giovane fratello Apsirto. Forse Medea lo aveva preso in ostaggio o forse li stava inseguendo, ma, una volta ucciso, dovette tagliargli il corpo a pezzi; quello, infatti, sarebbe stato l’unico espediente in grado di fermare Eete, costretto a rimettere insieme i brandelli del figlio per dargli una sepoltura degna.

Ritorno in Tessaglia

Nel corso del viaggio di ritorno furono ancora tante le situazioni in cui fu Medea, con le sue arti magiche, a salvare gli Argonauti. Ma pur essendosi servito di lei fin dal primo momento, Iason non la amò mai e la sposò solo come stratagemma per far sì che i Colchi e i loro alleati non gli sottraessero il vello d’oro. Una volta poi arrivato a “casa” Iason scoprì che Pelia non aveva nessuna intenzione di tener fede al patto, e, ancora una volta, fu Medea a salvargli la vita uccidendo il re. Iason lasciò comunque il trono al figlio di Pelia, Acasto, che pur essendo stato uno dei 50 Argonauti, condannò all’esilio Iason e Medea.

NUNC MEDEA SUM: Medea e Iason a Corinto

Ed eccoci al punto. Medea e Iason li ritroviamo esuli a Corinto, con due figli bambini e una vita piuttosto stabile, anche se Medea, considerata straniera e barbara non riuscirà mai a sentirsi benvoluta e a casa. I suoi modi sono diversi, e lei rifiuta di comportarsi da greca; non vuole legarsi i capelli e oppone le sue conoscenze magiche e antichissime alla ragion di Stato. Medea è indomabile, e delle donne dei Corinzi pensa che “siano come animali addomesticati, resi mansueti dagli uomini”. I popoli del Caucaso, da dove lei proviene, avevano un costume di totale uguaglianza fra uomo e donna. Ad esempio, le donne erano guerriere tanto quanto gli uomini (le Amazzoni, infatti, provengono da quelle terre).

Invece Iason, che desidera da sempre il potere, diventa amico del re Creonte che gli offre di sposare la giovane figlia Creusa. Iason accetta, pur avendo già moglie e figli. Come se nulla fosse si organizza così: i figli andranno a vivere con lui e la nuova moglie, mentre Medea verrà mandata via, sola, in esilio. Iason è certamente un personaggio orribile, sia nella Medea di Euripide che in quella di Seneca: un uomo – decisamente e tristemente attuale e moderno – innamorato solo del potere e di se stesso, abituato ad usare la seduzione come mezzo per raggiungere il potere. Non a caso Dante, nella Commedia, lo mette all’Inferno proprio per questo motivo.

NUNC MEDEA SUM: MEDEA di Medea

Adesso sono Medea

Mentre prepara la sua mossa contro l’uomo che l’ha sfruttata portandole via tutto per poi abbandonarla sola, misera e in esilio, Medea viene così descritta da Seneca, per voce del Coro:

S’aggira come tigre che cerca furibonda i figli per la foresta del Gange. Medea è incapace di dominare sia l’ira sia l’amore; ira e amore adesso si sono alleati: che ne seguirà?”

Ed è questo un punto davvero interessante: tutti sanno che le tigri sono le più amorevoli delle madri, e una tigre che si aggira furiosa in cerca dei propri cuccioli di sicuro non lo fa per ucciderli, ma semmai per uccidere chi cerca di far loro del male. Io credo che Medea, apprestandosi ad uccidere i figli che ama, non sia mossa solo dal desiderio di vendetta, ma principalmente dal sentore insostenibile provato da tutti quelli che sanno di non avere più altre scelte possibili. Io penso che, in quel momento, lei ami i propri figli appassionatamente, e sceglie di ucciderli perché uccidere se stessa e Iason sarebbe troppo facile. Nella sua visione di “exit life” i due genitori, Medea e Iason, devono restare vivi, sopravvivere alla morte dei loro figli, per morire di nuovo, nello spirito, il giorno dopo e quello dopo ancora e così via fino all’ultimo giorno di vita. “The privilege to die” diceva Emily Dickinson.

Nel lungo monologo che costituisce il nucleo dell’opera, in cui Medea parla alla nutrice, dirà:

Delitto è avere Iason per padre e delitto anche maggiore Medea per madre. Che vengano uccisi, non sono miei; che periscano, sono miei.

NUNC MEDEA SUM: Medea fugge nel suo carro divino distaccandosi dai figli morti e dal mondo degli uomini
NUNC MEDEA SUM: “Medea con i figli morti fugge da Corinto con un carro trainato da draghi” di German Hernandez Amores, Museo del Prado

Il Personaggio Medea

Medea è forse uno dei personaggi più complessi che il mito ci racconta, estremamente difficile da comprendere. Forse le donne, a maggior ragione se madri, inaspettatamente possono riuscire a comprenderla, per via di quella sorta di scollamento che avviene con la maternità, quando, letteralmente, una parte viva di te si stacca dal tuo corpo e lo abbandona per sempre. Non riesco a concordare, invece, con la versione creata da Christa Wolf, famosa scrittrice tedesca. Secondo Wolf i figli di Medea vengono sacrificati dai cittadini di Corinto per purificare la città da un’epidemia, e Medea, considerata straniera, quindi facile capro espiatorio, viene ingiustamente accusata di averli uccisi.

La versione di Christa Wolf, francamente, mi sembra fuorviante proprio perché, nel tentativo di rendere giustizia a Medea, la trasforma in vittima e in donna debole. La bellezza del personaggio Medea, invece, risiede proprio nella sua forza e nel suo rifiuto di diventare vittima. Oltre che in quel fascino che deriva dalla sua ambiguità morale vagamente bipolare, e da quel suo attaccamento alle forze cosmiche ancestrali, quasi fosse, lei stessa, la personificazione della Natura. Una Natura spesso crudele, costretta a sacrificare i propri figli affinché altri possano vivere, morire, rivivere.

NUNC MEDEA SUM: Medea e Veronica

Passando rapidamente dal mito alla realtà, nel corso degli anni non ho mai trovato fra le pur numerose donne, italiane o straniere, condannate per omicidio di un figlio, una che potesse essere definita Medea. Finché non ho visto la siciliana Veronica Panarello, condannata per l’omicidio del figlio Lorys Stival, bambino di otto anni, morto per strangolamento tramite fascette da elettricista.

Perché Veronica merita l’appellativo di Medea? Per vari motivi. Veronica si è sempre dichiarata innocente e l’ipotesi dell’autostrangolamento con le fascette compiuto da Lorys in una sorta di gioco terribile sembra verosimile e non contraddetta da prove, ma non è questo a renderla Medea.

Sindrome di Medea

Che sia davvero stata l’autrice dell’assassinio del figlio oppure no, di sicuro è stata abbandonata a se stessa dagli uomini della sua famiglia molto prima della morte di Lorys. In seguito alla tragedia, consegnata dai familiari, con un’acredine quasi sadica, a una stampa e a una società che amano scagliarsi contro i deboli, soprattutto quando i deboli sono donne.

Secondo motivo che la rende Medea: il suo aspetto. Veronica, all’epoca dei fatti aveva solo ventisei anni, e fisicamente ne dimostrava diciotto. Le foto e le immagini girate dai vari documentari ce la mostrano giovanissima, magrissima, a mio parere bellissima, bianca come se il sangue avesse da tempo smesso di scorrerle nelle vene, vestita di nero con lunghi capelli castani e occhi grandi e persi. Le physique du rôle da Medea, quindi, era perfetto.

NUNC MEDEA SUM: Veronica Panarello come Medea abbandonata a se stessa in un mondo comandato da uomini
Veronica Panarello

Veronica Panarello Stival

Chi era quindi Veronica Panarello prima di finire in carcere per trent’anni, confermati in Appello e in Cassazione? Una ragazzina passata direttamente dall’adolescenza alla maternità. A soli 26 anni aveva già due figli, di cui uno molto piccolo e l’altro, Lorys, di 8 anni, ipercinetico. Due figli molto difficili da gestire anche per donne ben più adulte e mature, che Veronica, però, doveva tirar su da sola.

Il marito, infatti, col suo lavoro da camionista passava settimane e settimane lontano da casa, senza preoccuparsi minimamente della gabbia fisica e psichica in cui aveva rinchiuso la sua giovanissima moglie. Forse Stival, il marito, lavorava più del dovuto. Forse rimaneva ancora più assente da casa proprio per far sì che Veronica non dovesse lavorare per potersi dedicare esclusivamente, 24/7 ai figli bambini, facendola sentire sola e alienata. Il tutto in un paesino in provincia di Ragusa, dove ogni cosa che fai passa al vaglio della gente: i vicini, i conoscenti, la scuola, la chiesa.

Un moderno Iason

Quando Lorys è morto e Veronica, dopo poco, è stata accusata dell’omicidio pur dichiarandosi innocente, il marito neanche per un momento le ha dato fiducia. Al contrario: le si è scagliato contro come se stesse solo aspettando il momento per farlo. Quando Veronica ha accusato il suocero di avere un ruolo nella vicenda (cosa che, fra l’altro, sembra ragionevole sotto vari punti di vista, a iniziare dall’isolamento sociale in cui viveva la ragazza) il marito ha creduto ciecamente al padre e neanche per un istante alla moglie. Ecco quindi, un moderno Iason che non esita a disfarsi della moglie alleandosi col suo mondo di uomini: il di lui padre, i giudici, gli investigatori, il pubblico.

 

NUNC MEDEA SUM: Differenze basilari tra Panarello e Franzoni

Parliamo per un attimo del famosissimo assassinio di Cogne, dove Anna Maria Franzoni, donna decisamente adulta, ha ucciso il proprio bambino, Samuel, di tre anni, percuotendogli la testa fino a fargli schizzare il cervello sul soffitto. Al contrario dell’omicidio di Lorys, nell’omicidio di Cogne le prove contro la madre del bambino, fin dall’inizio, si sono dimostrate estremamente solide. Inoltre il comportamento della Franzoni fin dal primo momento è stato freddo, distaccato e sospetto.

Franzoni spalleggiata dalla famiglia

Il marito e la sua grande famiglia, però, hanno fatto il contrario degli Stival: le hanno creduto nonostante tutto proteggendola da stampa e investigatori. La Franzoni non è stata abbandonata a se stessa, di conseguenza nessuno si è mai permesso di trattarla nel modo vergognoso con cui giudici e stampa hanno trattato la Panarello. Ma, soprattutto, il mondo degli uomini in Corte d’Appello ha ridotto alla Franzoni la pena a 16 anni. Diventati poi 11 fra indulti e sconti per trascorrerne infine (senza contare i frequenti permessi ottenuti) neanche 6 e ottenere gli arresti domiciliari con la possibilità di lavoro fuori casa e, poco dopo, tornare definitivamente totalmente libera per pena espiata.

Ho conosciuto persone che per possesso di pochi grammi di droga sono state in carcere più a lungo. Ma si sa, l’Italia è uno strano paese dove alcuni assassini, ovviamente da prima pagina, creano audience e, di conseguenza, ottengono grande benevolenza.

Maria Callas nella Medea di Pasolini, mette in scena le sue lacrime per mostrare tutto il dolore di Medea
NUNC MEDEA SUM: Medea piange, dalla MEDEA di Pasolini con Maria Callas

Migliaia e migliaia di anni sono passati da quando i Corinzi addomesticavano donne come fossero state animali, ma gli uomini tengono ancora salde nelle mani le chiavi del potere. La Medea del mito ha cercato di ribellarsi a questo, non accettando il ruolo della donna come proprietà del marito. Medea-Veronica, colpevole o meno di aver ucciso il figlio, di sicuro non ha avuto un trattamento equo, né dalla giustizia né dalla società, e resterà a lungo in carcere.