ANCHE I PUBBLICITARI, NEL LORO PICCOLO, FANNO GRANDI CAZZATE

Tutti ricorderanno il famosissimo libro di Gino e Michele “Anche le formiche, nel loro piccolo s’incazzano”. Da questo titolo, come parafrasi, nasce “Anche i pubblicitari, nel loro piccolo, fanno grandi cazzate”.

Negli anni ’60 domandarono a Jean Luc Godard cosa pensava della televisione. Era il periodo in cui la televisione, in Europa, si stava diffondendo rapidamente, un po’ come internet negli anni zero. Godard rispose che la televisione è un rubinetto, quindi tutto dipende dal liquido che ci metti dentro. Sono sicura che oggi Godard risponderebbe “La televisione è pubblicità”. Dal vecchio rubinetto, ormai, esce sempre lo stesso liquido. Stessa cosa per internet: nata come tecnologia dal potenziale stellare è stata trasformata nel Regno Universale e Banalissimo del Mercato, che, a sua volta, ha partorito il mostruoso, gigantesco Leviatano della Pubblicità contro cui non facciamo che sbattere quando cerchiamo di navigare.

Essendo la pubblicità un po’ la spina dorsale del nostro paralitico sistema, ci si potrebbe aspettare che coloro che vengono scelti e abbondantemente pagati per promuovere le merci siano persone brillanti. Non dico sempre puntuali ma nemmeno in ritardo mentale.

Spesso questi signori, chiamati “creativi”, riescono a “creare” dei veri autogoal. Senza nemmeno rendersene conto. Per premiare queste opere geniali ne abbiamo scelte tre: il top degli ultimi anni, un po’ come un podio olimpico.

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero tre, Medaglia di Bronzo

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: esempio di pubblicità minacciosa
FIAT 500X, Pubblicità uscita nel settembre 2018

Nel 2018 lo slogan di una delle tante Fiat 500 mi è apparso davanti agli occhi come una brutta allucinazione: “NUOVA FIAT 500X. IL DOMANI TI ASPETTA. OGGI.” Ho pensato: più che uno slogan questa è una minaccia. Viviamo in un mondo dove il futuro, senza esagerare, terrorizza la maggioranza della popolazione umana. Questo è il presente: riscaldamento globale e clima impazzito, per iniziare. Situazione politica e sociale disastrosa ovunque. Sovrappopolazione. Mancanza generale di lavoro in occidente e morte per fame, per acqua contaminata e medicine inesistenti in buona parte di Africa, Sud America ed Asia. Continuiamo con corruzione e nepotismo a 360 gradi ovunque volgiamo lo sguardo. Guerre di vario genere e nuova e orgogliosa proliferazione di armi nucleari. Diritti civili che si assottigliano. Il ritorno di tortura e schiavitù, come vecchi amici mai morti ma che, finalmente, possiamo di nuovo ospitare nel salotto buono.

Questo è, solo in parte, il presente. Eleviamolo al cubo e avremo il futuro prossimo. Eleviamolo alla quarta e avremo un futuro un po’ anteriore. I ragazzini di tutto il mondo fanno manifestazioni sul clima contro politici e grossi imprenditori, perché loro, quindicenni, sanno bene che un futuro orribile – costruito dai loro padri, nonni, bisnonni – li raggiungerà, e sono spaventati e incazzati. Ma i creativi della Fiat, come “Alice” di De Gregori, tutto questo non lo sanno e il terrificante, apocalittico domani hanno deciso di impacchettarlo in una graziosa e costosa macchinetta e portarlo oggi stesso qui da noi! Potevano almeno optare per: “Nuova Fiat 500X. APOCALYPSE NOW. Se non altro facevano una citazione…

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero due, Medaglia d’Argento

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: esempio di pubblicità disastrosa
La cinese di Dolce & Gabbana, novembre 2018

Parafrasando Garcia Marquez, potremmo definirla “Cronaca di un disastro annunciato”. Nel novembre 2018 i creativi del duo Gabbana e Dolce sono stati strapagati per creare un video che promuovesse la grande sfilata con gala che, di lì a poco, avrebbe avuto luogo in Cina. Esito dell’operazione: i pubblicitari sono riusciti ad offendere mortalmente un miliardo e mezzo di cinesi, senza contare i neonati. Nemmeno se la pubblicità fosse stata progettata da Donald Trump in persona avrebbe raggiunto un tale risultato!

Perché “disastro annunciato”? Perché tutti, perfino gli abitanti di Tristan da Cunha, l’arcipelago più lontano da ogni altra terra emersa, sanno che i cinesi, dietro ai loro modi ossequiosi, sono tutt’altro che miti e remissivi. Lasciamo stare la momentanea umiltà profusa dalla classe dirigente cinese a causa del coronavirus di Wuhan: un profilo basso che durerà solo il tempo di bloccare l’epidemia o di infettare il resto della popolazione mondiale. I cinesi, al contrario di noi italiani hanno un senso molto forte della loro identità nazionale e, come popolo, s’incazzano facilmente, sono storicamente vendicativi e possono permettersi di esserlo. Nonostante questa consapevolezza, che cosa hanno inventato i creativi di Dolce e Gabbana? Una modella cinese, nemmeno troppo carina, appena uscita da una Cina non solo antica ma soprattutto assurda, inesistente, così come se l’immaginano solo loro, che ridendo come si fosse appena fumata una canna, prova e riprova, senza riuscirci, a mangiare con le bacchette una pizza, un piatto di spaghetti (alimento, fra l’altro, inventato dai cinesi) e il più grande cannolo siciliano mai visto. Guardando quel video, abbiamo tutti pensato: “Ci sono solo due possibilità: la cinese è strafatta o completamente scema. Terza ipotesi, entrambe le cose”.

Attenti a quei due!

DOLCE & GABBANA CHIEDONO SCUSA ALLA CINA

Ma la storia non finisce qui. Diventa una vera epopea. Di fronte alla prevedibile ira funesta dei cinesi, gli illustri stilisti hanno reagito da umiliati e offesi. Gabbana ha twittato, in un inglese terrificante, cattiverie inenarrabili, con tanto di emoticon a forma di cacca per definire la Cina e chiamando i cinesi razzisti perché mangiano i cani mentre noi, invece, li amiamo e rispettiamo (sì certo, raccontalo ai canili lager e a tutti i cani abbandonati).

Vabbè. Di fronte ai tweet al cianuro di Gabbana, i p.r. di “attenti a quei due”, geniali come i creativi creatori della cinese demente, hanno raccontato la classica madre di tutte le cazzate, ovvero il solito hacker che si insinua oggi qui domani là, finito nell’account dello stilista e sbizzarritosi nell’insultare la Cina. Dopo questo pietoso racconto hanno costretto i due sarti a fare un video dove, seduti di fronte a un muro dalla tappezzeria che fa pensare a un vecchio bordello turco, cupi come mucche in coda dietro alla mucca Giuda, cercano di scusarsi con la Cina. Ma senza crederci, come risulta evidente. Ma almeno – ed ecco la buona notizia – parlando in italiano e non in inglese. 

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero uno, Medaglia d’Oro

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: la giovane Molly e le capsule molli
Pubblicità delle Moments molli, 2011

Ricorderete tutti la pubblicità del 2011 delle – allora – nuovissime compresse d’ibuprofene Moments molli. In realtà uguali alle Moments vecchie, ma liquide invece che solide e quindi più rapide nel togliere il dolore. Potevano chiamarle liquide, rapide, morbide, duttili, tenere, soffici o vattelapesca ma hanno scelto “molli”. Scelta probabilmente casuale, chi può dirlo? Ciò che è sicuro è che questa parola ha suggerito ai brillanti creativi il promo perfetto.

Chi non ricorda la ragazza americana di nome Molly che va a trovare il suo ragazzo italiano? I due giovani devono uscire ma Molly ha un gran mal di testa; il ragazzo, però, le fa ingerire una delle Moments molli e Molly si sente subito bene tanto che i due partono allegramente in scooter. Passando davanti a una farmacia Molly vede in vetrina la promozione delle Moments molli, e urla col suo accento americano: “Guarda, molli!!!” E tutti e due ridono come scemi.

Dall’inizio alla fine della pubblicità la parola “molli” viene pronunciata continuamente. Una specie di mantra, creato apposta dai pubblicitari ingaggiati dalla Casa Angelini per far rimanere ben impresso il nuovo concetto nella mente della gente. Riusciti, ci sono riusciti. Qual è il problema, allora?

ANCHE I PUBBLICITARI: Molly di varie forme e colori: tutte anfetamine, comunque
MOLLY

Molly

Il problema è che la parola molly, negli Stati Uniti prima e subito dopo in Europa, in Australia e probabilmente anche nel bel mezzo del Sahara è diventata, già da ben più di dieci anni, sinonimo di anfetamina. Dalla MDMA o ecstasy, passando per tutte le varietà possibili e immaginabili di pasticche nate per “andare veloci”, molly significa anfetamina, e quindi droga. Non sto parlando di un nomignolo conosciuto solo in ambienti tossici e ristretti: negli Stati Uniti – per capirci – anche i bambini delle scuole medie sanno cosa è molly. Perfino qui da noi, basta guardare una serie televisiva qualsiasi con dialoghi italiani (Two broke girls, Elementary, Animal Kingdom, Law & Order, Euphoria, Shameless, Prodigal Son, solo per citarne alcune) per sentir nominare più volte molly in quel senso. Inoltre non si tratta di una droga leggera come la cannabis, ma, al contrario, di una droga molto pericolosa, ed essendo considerata anche droga da discoteca viene usata da molti con superficialità. Qualcosa che – in effetti – sarebbe meglio non pubblicizzare ogni due minuti in televisione. Se poi consideriamo che, sia nel caso dell’anfetamina sia nel caso dell’ibuprofene entrambi i principi attivi vengono consumati principalmente tramite pasticche, l’incredibile gaffe suona ancora più evidente.

Ad ogni modo, dopo più di due anni di continui spot in tema, i signori dell’Angelini devono aver scoperto che stavano spendendo un sacco di soldi per pubblicizzare il narcotraffico, e la giovane Molly, così com’era arrivata, è improvvisamente sparita.  Proprio dall’oggi al domani. In ogni caso nessuno può togliere ai suoi creatori la nostra medaglia d’oro, decisamente più che meritata…   

IL GATTO DI SCHRODINGER E IL GATTO DI GOOGLE

Il gatto di Schrodinger, per spiegarlo rapidamente e con parole decisamente poco scientifiche, è un esperimento mentale ideato da Erwin Schrodinger nel 1935. Lo scopo dell’esperimento era quello di dimostrare come l’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica, pur funzionando a livello subatomico, risulti decisamente problematica quando mettiamo in relazione il mondo subatomico col mondo macroscopico.

Da lì l’idea di un marchingegno infernale fatto di una piccola porzione di sostanza radioattiva, di una capsula al cianuro con martelletto pronto a romperla, il tutto chiuso per un’ora in una scatola assieme a un povero – e certamente incazzatissimo – gatto. Se uno degli atomi radioattivi si disintegra, il martelletto rompe la fiala e il cianuro uccide il gatto; se, invece, nessun atomo si disintegra, il gatto resta vivo. Se all’apertura della scatola sarà ancora vivo, probabilmente il micio vi azzannerà alla gola: è bene che siate preparati!

La proverbiale “gatta morta”

Secondo la teoria ortodossa, conosciuta come entanglement quantistico, e già contestata da Einstein prima che da Schrodinger, due sistemi fisici, se interagiscono, si vanno a sovrapporre e devono essere trattati come un sistema unico, descritto da un solo stato quantico, e precisamente l’entanglement di cui prima. Ed ecco il paradosso del gatto, perché, all’apertura della scatola, il gatto non può essere sia vivo che morto: nessun “intreccio” può esistere fra i due stati. A meno che non si tratti della proverbiale “gatta morta”, che, come tutti sappiamo, è morta solo a parole…

Il gatto di Schrodinger e il gatto di Google

Dal gatto di Schrodinger passo rapidamente al gatto di Google. Cosa diavolo è il gatto di Google? Una sorta di stalker che, ultimamente, mi segue ovunque su internet. Vado su un sito che parli di qualsiasi cosa possiate immaginare e chi ci trovo, in alto a destra, o al centro? Quell’accidenti di gatto. Vado su youtube? Il gatto è lì che mi aspetta.  Quel gatto arriva sempre per primo e mi fa pensare a quella frase di Terry Pratchett sulla luce, che crede di viaggiare più veloce di tutto, ma si sbaglia. Per quanto sia veloce, la luce scopre sempre che l’oscurità è arrivata prima di lei e l’aspetta.  

Il mio meraviglioso gatto Axl

Oscurità e luce a parte, la faccenda che riguarda lo stalking del gatto è davvero inquietante, e vi spiego il perché. Come la maggioranza dei frequentatori del web anch’io amo i gatti, e ne ho due. Google ovviamente può accedere ai nostri pensieri più reconditi, e a maggior ragione alle foto che scattiamo col telefonino. Nel mio caso, in mezzo a tante foto che vanno dalle radici degli alberi a fiori, api e farfalle, foto di amici e tutto quello che vi può venire in mente, le foto dei miei gatti sono davvero poche. Sono poche per un motivo semplice: a quelle due bestie ingrate non piace essere fotografate; appena scoprono che li stai inquadrando – e lo scoprono subito – se ne vanno disgustati.

Ed ecco la rivelazione inquietante: il mio gatto Axl (sì, Axl come Axl Rose) è praticamente la fotocopia del gatto di Google.

Il gatto di Schrodinger e il gatto di Google: due domande

 La prima domanda, quindi: come fa l’algoritmo di Google a sapere che ho un gatto che amo più di ogni altro animale al mondo e mettermi una foto di un gatto a lui identico che mi segue? Se fossimo americani direi: roba da NSA.

La seconda domanda, ma prima per importanza: a cosa serve il gatto di Google? È un premio, come per dire “ti vogliamo bene e vogliamo che tu ti senta a casa, qui da noi”, o al contrario “sappiamo tutto di te e se solo fai una mossa sbagliata ti strangoliamo il gatto? Il tuo, si capisce, non il nostro”.

Quali che siano le risposte, è evidente che siamo tornati a “1984” di Orwell. Con i televisori del Grande Fratello che osservano ogni tuo movimento, perfino il più piccolo, il più apparentemente inutile, pronti ad usarlo contro di te:

“Smith! – gridò la voce petulante dallo schermo – 6079 Smith! W.! Sì, proprio tu! Chinati di più per cortesia. Puoi fare di meglio. Non ti sforzi. Più giù, più giù. Così va meglio, compagno. E ora riposo, tutta la squadra, e guardate me”.

Ora Winston traspirava da ogni poro della pelle un sudore bollente. Il suo volto rimase però impassibile: mai mostrare sgomento, mai mostrare risentimento! Un guizzo negli occhi ed eravate perduti.

Razze pericolose

A qualsiasi algoritmo risponda, il gatto di Google probabilmente nella realtà non esiste. O magari è esistito e adesso è morto. Ma in ogni caso il gatto di Google supera il paradosso del gatto di Schrodinger, perché, al contrario del gatto nella scatola, è un perfetto entanglement: può essere vivo e morto allo stesso tempo, reale e irreale, vero e finto, amico e nemico, proprio come tutto ciò che è virtuale, proprio come tutto ciò a cui diamo la nostra fiducia in questa infelice epoca.

I nostri padroni, però, che ci guardino dallo schermo di uno smartphone o da un televisore in bianco e nero, che appartengano a un tipo nuovo o vecchio di economia, fanno sempre parte della medesima razza. Una razza pericolosa. Non dimentichiamolo mai. 

NUNC MEDEA SUM

Donne lasciate sole in un mondo dominato da uomini

NUNC MEDEA SUM: una splendida e disperata Medea dipinta da George Romney
Lady Hamilton as MEDEA di George Romney

NUNC MEDEA SUM, ovvero “Adesso sono Medea” è il verso 910 della Medea di Seneca, dove Medea, in un turbine di ira e passione, supera ogni dubbio e si accinge a compiere la sua vendetta contro Iason, suo marito e padrone, che l’ha condotta nell’abisso del dolore. Il senso di quelle parole è “Finalmente sono diventata la vera Medea”, come se avesse vissuto e patito ogni attimo della sua vita in preparazione del suo nuovo e implacabile ego.

Per far comprendere a tutti chi fosse Medea e in che modo il suo destino sia stato segnato, bisogna fare un passo indietro e parlare degli Argonauti. Devo ricordare che la storia degli Argonauti, mito preomerico, è lunga come un’Odissea all’ennesima potenza, e qui ne tracceremo giusto le linee principali.

NUNC MEDEA SUM: Gli Argonauti

Gli Argonauti, in breve, furono quel gruppo di 50 guerrieri greci che, a bordo della nave Argo e sotto il comando di Iason, si mossero dalla Grecia verso la Colchide (terra del Caucaso, che oggi potremmo situare fra la Georgia occidentale e la Turchia) per prendere possesso di un oggetto speciale, il “vello d’oro” che i greci sostenevano essere di loro proprietà. L’idea di fare quella spedizione venne da una sorta di patto fra Pelia, re di Iolco in Tessaglia e Iason, legittimo pretendente al Regno: Pelia gli assicurò che, se fosse tornato col vello, il Regno sarebbe stato suo.

Quello che forse, più di ogni altra cosa, ha reso memorabile l’avventura degli Argonauti è stato quello che oggi chiameremmo un supercast. Fra quei 50 guerrieri c’erano personaggi davvero molto noti, fra cui Teseo, Castore e Polluce, fino ai celeberrimi Orfeo ed Ercole. Inoltre, per sottolineare l’assoluto genere maschile come imprinting del gruppo, va ricordato che Atalanta, cacciatrice imbattibile, pur volendo partecipare all’impresa non fu accettata sulla Argo da Iason perché femmina (secondo alcune versioni del mito). Anche Cenis, donna bellissima che desiderava combattere fu, di conseguenza, trasformata in uomo…

Iason incontra Medea

Nonostante il grande sfoggio di virilità e di guerrieri semi-divini nel gruppo degli Argonauti, Iason non sarebbe riuscito né ad avvicinarsi al vello d’oro e tantomeno a fuggire da lì, se non grazie all’aiuto fornitogli da una ragazza, Medea. Eete, che regnava sulla Colchide e quindi era il legittimo proprietario del vello d’oro, era figlio del dio Helios (il dio Sole) e padre, fra gli altri, di Medea, giovane e formidabile maga. La principessa Medea, a causa dell’intervento del dio Eros, s’innamorò disperatamente di Iason e da quel momento divenne uno strumento nelle mani di lui. Riuscì, grazie ad incantesimi eccezionali, a fargli ottenere il vello e, una volta in fuga con lui e gli altri Argonauti sulla nave, non esitò ad uccidere il giovane fratello Apsirto. Forse Medea lo aveva preso in ostaggio o forse li stava inseguendo, ma, una volta ucciso, dovette tagliargli il corpo a pezzi; quello, infatti, sarebbe stato l’unico espediente in grado di fermare Eete, costretto a rimettere insieme i brandelli del figlio per dargli una sepoltura degna.

Ritorno in Tessaglia

Nel corso del viaggio di ritorno furono ancora tante le situazioni in cui fu Medea, con le sue arti magiche, a salvare gli Argonauti. Ma pur essendosi servito di lei fin dal primo momento, Iason non la amò mai e la sposò solo come stratagemma per far sì che i Colchi e i loro alleati non gli sottraessero il vello d’oro. Una volta poi arrivato a “casa” Iason scoprì che Pelia non aveva nessuna intenzione di tener fede al patto, e, ancora una volta, fu Medea a salvargli la vita uccidendo il re. Iason lasciò comunque il trono al figlio di Pelia, Acasto, che pur essendo stato uno dei 50 Argonauti, condannò all’esilio Iason e Medea.

NUNC MEDEA SUM: Medea e Iason a Corinto

Ed eccoci al punto. Medea e Iason li ritroviamo esuli a Corinto, con due figli bambini e una vita piuttosto stabile, anche se Medea, considerata straniera e barbara non riuscirà mai a sentirsi benvoluta e a casa. I suoi modi sono diversi, e lei rifiuta di comportarsi da greca; non vuole legarsi i capelli e oppone le sue conoscenze magiche e antichissime alla ragion di Stato. Medea è indomabile, e delle donne dei Corinzi pensa che “siano come animali addomesticati, resi mansueti dagli uomini”. I popoli del Caucaso, da dove lei proviene, avevano un costume di totale uguaglianza fra uomo e donna. Ad esempio, le donne erano guerriere tanto quanto gli uomini (le Amazzoni, infatti, provengono da quelle terre).

Invece Iason, che desidera da sempre il potere, diventa amico del re Creonte che gli offre di sposare la giovane figlia Creusa. Iason accetta, pur avendo già moglie e figli. Come se nulla fosse si organizza così: i figli andranno a vivere con lui e la nuova moglie, mentre Medea verrà mandata via, sola, in esilio. Iason è certamente un personaggio orribile, sia nella Medea di Euripide che in quella di Seneca: un uomo – decisamente e tristemente attuale e moderno – innamorato solo del potere e di se stesso, abituato ad usare la seduzione come mezzo per raggiungere il potere. Non a caso Dante, nella Commedia, lo mette all’Inferno proprio per questo motivo.

NUNC MEDEA SUM: MEDEA di Medea

Adesso sono Medea

Mentre prepara la sua mossa contro l’uomo che l’ha sfruttata portandole via tutto per poi abbandonarla sola, misera e in esilio, Medea viene così descritta da Seneca, per voce del Coro:

S’aggira come tigre che cerca furibonda i figli per la foresta del Gange. Medea è incapace di dominare sia l’ira sia l’amore; ira e amore adesso si sono alleati: che ne seguirà?”

Ed è questo un punto davvero interessante: tutti sanno che le tigri sono le più amorevoli delle madri, e una tigre che si aggira furiosa in cerca dei propri cuccioli di sicuro non lo fa per ucciderli, ma semmai per uccidere chi cerca di far loro del male. Io credo che Medea, apprestandosi ad uccidere i figli che ama, non sia mossa solo dal desiderio di vendetta, ma principalmente dal sentore insostenibile provato da tutti quelli che sanno di non avere più altre scelte possibili. Io penso che, in quel momento, lei ami i propri figli appassionatamente, e sceglie di ucciderli perché uccidere se stessa e Iason sarebbe troppo facile. Nella sua visione di “exit life” i due genitori, Medea e Iason, devono restare vivi, sopravvivere alla morte dei loro figli, per morire di nuovo, nello spirito, il giorno dopo e quello dopo ancora e così via fino all’ultimo giorno di vita. “The privilege to die” diceva Emily Dickinson.

Nel lungo monologo che costituisce il nucleo dell’opera, in cui Medea parla alla nutrice, dirà:

Delitto è avere Iason per padre e delitto anche maggiore Medea per madre. Che vengano uccisi, non sono miei; che periscano, sono miei.

NUNC MEDEA SUM: Medea fugge nel suo carro divino distaccandosi dai figli morti e dal mondo degli uomini
NUNC MEDEA SUM: “Medea con i figli morti fugge da Corinto con un carro trainato da draghi” di German Hernandez Amores, Museo del Prado

Il Personaggio Medea

Medea è forse uno dei personaggi più complessi che il mito ci racconta, estremamente difficile da comprendere. Forse le donne, a maggior ragione se madri, inaspettatamente possono riuscire a comprenderla, per via di quella sorta di scollamento che avviene con la maternità, quando, letteralmente, una parte viva di te si stacca dal tuo corpo e lo abbandona per sempre. Non riesco a concordare, invece, con la versione creata da Christa Wolf, famosa scrittrice tedesca. Secondo Wolf i figli di Medea vengono sacrificati dai cittadini di Corinto per purificare la città da un’epidemia, e Medea, considerata straniera, quindi facile capro espiatorio, viene ingiustamente accusata di averli uccisi.

La versione di Christa Wolf, francamente, mi sembra fuorviante proprio perché, nel tentativo di rendere giustizia a Medea, la trasforma in vittima e in donna debole. La bellezza del personaggio Medea, invece, risiede proprio nella sua forza e nel suo rifiuto di diventare vittima. Oltre che in quel fascino che deriva dalla sua ambiguità morale vagamente bipolare, e da quel suo attaccamento alle forze cosmiche ancestrali, quasi fosse, lei stessa, la personificazione della Natura. Una Natura spesso crudele, costretta a sacrificare i propri figli affinché altri possano vivere, morire, rivivere.

NUNC MEDEA SUM: Medea e Veronica

Passando rapidamente dal mito alla realtà, nel corso degli anni non ho mai trovato fra le pur numerose donne, italiane o straniere, condannate per omicidio di un figlio, una che potesse essere definita Medea. Finché non ho visto la siciliana Veronica Panarello, condannata per l’omicidio del figlio Lorys Stival, bambino di otto anni, morto per strangolamento tramite fascette da elettricista.

Perché Veronica merita l’appellativo di Medea? Per vari motivi. Veronica si è sempre dichiarata innocente e l’ipotesi dell’autostrangolamento con le fascette compiuto da Lorys in una sorta di gioco terribile sembra verosimile e non contraddetta da prove, ma non è questo a renderla Medea.

Sindrome di Medea

Che sia davvero stata l’autrice dell’assassinio del figlio oppure no, di sicuro è stata abbandonata a se stessa dagli uomini della sua famiglia molto prima della morte di Lorys. In seguito alla tragedia, consegnata dai familiari, con un’acredine quasi sadica, a una stampa e a una società che amano scagliarsi contro i deboli, soprattutto quando i deboli sono donne.

Secondo motivo che la rende Medea: il suo aspetto. Veronica, all’epoca dei fatti aveva solo ventisei anni, e fisicamente ne dimostrava diciotto. Le foto e le immagini girate dai vari documentari ce la mostrano giovanissima, magrissima, a mio parere bellissima, bianca come se il sangue avesse da tempo smesso di scorrerle nelle vene, vestita di nero con lunghi capelli castani e occhi grandi e persi. Le physique du rôle da Medea, quindi, era perfetto.

NUNC MEDEA SUM: Veronica Panarello come Medea abbandonata a se stessa in un mondo comandato da uomini
Veronica Panarello

Veronica Panarello Stival

Chi era quindi Veronica Panarello prima di finire in carcere per trent’anni, confermati in Appello e in Cassazione? Una ragazzina passata direttamente dall’adolescenza alla maternità. A soli 26 anni aveva già due figli, di cui uno molto piccolo e l’altro, Lorys, di 8 anni, ipercinetico. Due figli molto difficili da gestire anche per donne ben più adulte e mature, che Veronica, però, doveva tirar su da sola.

Il marito, infatti, col suo lavoro da camionista passava settimane e settimane lontano da casa, senza preoccuparsi minimamente della gabbia fisica e psichica in cui aveva rinchiuso la sua giovanissima moglie. Forse Stival, il marito, lavorava più del dovuto. Forse rimaneva ancora più assente da casa proprio per far sì che Veronica non dovesse lavorare per potersi dedicare esclusivamente, 24/7 ai figli bambini, facendola sentire sola e alienata. Il tutto in un paesino in provincia di Ragusa, dove ogni cosa che fai passa al vaglio della gente: i vicini, i conoscenti, la scuola, la chiesa.

Un moderno Iason

Quando Lorys è morto e Veronica, dopo poco, è stata accusata dell’omicidio pur dichiarandosi innocente, il marito neanche per un momento le ha dato fiducia. Al contrario: le si è scagliato contro come se stesse solo aspettando il momento per farlo. Quando Veronica ha accusato il suocero di avere un ruolo nella vicenda (cosa che, fra l’altro, sembra ragionevole sotto vari punti di vista, a iniziare dall’isolamento sociale in cui viveva la ragazza) il marito ha creduto ciecamente al padre e neanche per un istante alla moglie. Ecco quindi, un moderno Iason che non esita a disfarsi della moglie alleandosi col suo mondo di uomini: il di lui padre, i giudici, gli investigatori, il pubblico.

 

NUNC MEDEA SUM: Differenze basilari tra Panarello e Franzoni

Parliamo per un attimo del famosissimo assassinio di Cogne, dove Anna Maria Franzoni, donna decisamente adulta, ha ucciso il proprio bambino, Samuel, di tre anni, percuotendogli la testa fino a fargli schizzare il cervello sul soffitto. Al contrario dell’omicidio di Lorys, nell’omicidio di Cogne le prove contro la madre del bambino, fin dall’inizio, si sono dimostrate estremamente solide. Inoltre il comportamento della Franzoni fin dal primo momento è stato freddo, distaccato e sospetto.

Franzoni spalleggiata dalla famiglia

Il marito e la sua grande famiglia, però, hanno fatto il contrario degli Stival: le hanno creduto nonostante tutto proteggendola da stampa e investigatori. La Franzoni non è stata abbandonata a se stessa, di conseguenza nessuno si è mai permesso di trattarla nel modo vergognoso con cui giudici e stampa hanno trattato la Panarello. Ma, soprattutto, il mondo degli uomini in Corte d’Appello ha ridotto alla Franzoni la pena a 16 anni. Diventati poi 11 fra indulti e sconti per trascorrerne infine (senza contare i frequenti permessi ottenuti) neanche 6 e ottenere gli arresti domiciliari con la possibilità di lavoro fuori casa e, poco dopo, tornare definitivamente totalmente libera per pena espiata.

Ho conosciuto persone che per possesso di pochi grammi di droga sono state in carcere più a lungo. Ma si sa, l’Italia è uno strano paese dove alcuni assassini, ovviamente da prima pagina, creano audience e, di conseguenza, ottengono grande benevolenza.

Maria Callas nella Medea di Pasolini, mette in scena le sue lacrime per mostrare tutto il dolore di Medea
NUNC MEDEA SUM: Medea piange, dalla MEDEA di Pasolini con Maria Callas

Migliaia e migliaia di anni sono passati da quando i Corinzi addomesticavano donne come fossero state animali, ma gli uomini tengono ancora salde nelle mani le chiavi del potere. La Medea del mito ha cercato di ribellarsi a questo, non accettando il ruolo della donna come proprietà del marito. Medea-Veronica, colpevole o meno di aver ucciso il figlio, di sicuro non ha avuto un trattamento equo, né dalla giustizia né dalla società, e resterà a lungo in carcere.

GIOCHIAMO CON QUELLI CHE

QUELLI CHE di JANNACCI

Quelli che accendono un cero alla Madonna perché hanno il nipote che sta morendo, oh yeah!
Quelli che di mestiere ti spengono il cero, oh yeah!
Quelli che Mussolini è dentro di noi, oh yeah!
Quelli che votano a destra perché hanno paura dei ladri, oh yeah!
Quelli che credono che Gesù Bambino sia Babbo Natale da giovane, oh yeah!
Quelli che la notte di Natale scappano con l’amante dopo aver rubato il panettone ai bambini, oh yeah! … Intesi come figli, oh yeah!
Quelli che con una bella dormita passa tutto, anche il cancro, oh yeah!
Quelli che sono soltanto le due di notte, oh yeah!
Quelli che quando perde l’Inter o il Milan dicono che in fondo è una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yeah!
Quelli che dicono che i soldi non sono tutto nella vita, oh yeah!
Quelli che per principio non per i soldi, oh yeah oh yeah!
Quelli che sono onesti fino a un certo punto, oh yeah!
Quelli che non si divertono mai, neanche quando ridono, oh yeah!
Quelli che a teatro vanno nelle ultime file per non disturbare, oh yeah!
Quelli… quelli di Roma.
Quelli… che non c’erano.
Quelli lì…

ENZO JANNACCI

QUELLI CHE “REMAKE 2020”

Quelli che fanno il simbolo del cuore con le mani, oh yeah!

Quelli che baciano i crocifissi e danno fuoco agli zingari, oh yeah!

Quelli che “sono onesto, mica cretino” oh yeah!

Quelli che “io ho fatto felice te” “no, tu hai fatto felice me” e siamo tutti felici, oh yeah!

Quelli che dicono “BRO”, “HASHTAG”, “STARTUP”, “SPOILER”, “CASHBACK”, “FASHION” oh yeah! Ma non parlano inglese, oh yeah!

Quelli che odiano le donne, oh yeah!

Quelli che amano Trump, oh yeah! Oh yeah!

Quelli che “Mussolini era un grande statista” oh yeah! Così grande che grazie a lui apparteniamo agli Stati Uniti d’America, oh yeah! O yeah!

Quelli che votano Salvini per paura dei migranti, oh yeah!

Quelli che gli piace l’uomo forte, perché l’uomo forte ha le palle quelle vere, come Putin, Orban, Erdogan, Giorgia Meloni, oh yeah! Oh yeah!

Quelli che fanno cori razzisti allo stadio ma se incontrano da soli Balotelli corrono veloci come la luce, oh yeah!

Quelli che votavano Berlusconi ma si vergognavano a dirlo, oh yeah!

Quelli che cambiano forma politica mutando come un retrovirus, oh yeah! Inteso come HIV, oh yeah! Oh yeah!

Quelli che sono filonazisti, filoleghisti, filorenziani, come un filovirus, oh yeah! Inteso come Ebola, oh yeah! Oh yeah!

Quelli che vanno a caccia di fringuelli e leprotti, oh yeah! E quando nel bosco appare un cinghiale mandano avanti l’amato cane mentre loro, armati di fucile, scappano, oh yeah! Oh yeah!

Quelli… quelli di Milano, oh yeah!

Quelli… che non c’erano.

Quelli lì.

Giochiamo con “Quelli che”: scrivetemi i vostri quelli che e li pubblico. Non fate come quelli che non c’erano! O come quelli lì. Oh yeah!

TILIKUM

Da “La mia Africa” di Karen Blixen:

Le giraffe vanno ad Amburgo.  …Sul ponte scorsi una grande cassa di legno da cui spuntavano le teste di due giraffe. Venivano dall’Africa Orientale Portoghese, mi disse Farah, che era salito a bordo, e sarebbero state condotte in un serraglio ambulante di Amburgo.

Volgevano di qua e di là la testa delicata: parevano sorprese; e avevano buone ragioni per esserlo. Non avevano mai visto il mare. Dovevano avere appena lo spazio per stare in piedi, in quella cassa stretta. Il mondo intorno a loro, all’improvviso, s’era mutato, rattrappito, chiuso.

Non conoscevano né potevano immaginare la degradazione che le aspettava. Creature orgogliose e innocenti, miti animali delle grandi pianure, dal passo elegante, erano ignare della cattività, del freddo, del tanfo, del fumo, della scabbia e dell’atroce noia di un mondo in cui non accade mai nulla.

… Rammenteranno mai, le giraffe, nei lunghi anni che le attendono, il paese perduto? Dove, dove sono scomparsi i prati, gli spineti, i fiumi, gli stagni, le montagne azzurrine? Si chiederanno. La dolce aria alta sulle pianure si è sollevata e ritratta. Dove sono le altre giraffe che correvano nelle lunghe galoppate sulla terra ondulata? Le hanno abbandonate, dileguandosi tutte quante; chissà se torneranno mai più. Dov’è la luna piena, la notte?

Le giraffe si agitano e si destano, nella carovana del serraglio, nella gabbia stretta odorante di paglia fradicia e di birra.

Addio, addio. Vorrei poteste morire durante il viaggio, tutte e due, perché la vostra piccola testa piena di nobiltà, che ora si tende, sorpresa, dall’orlo della cassa, contro il cielo azzurro di Mombasa, non debba voltarsi vanamente da tutti i lati, ad Amburgo, dove l’Africa è ignota. Quanto a noi, dovremo trovare qualcuno che ci faccia veramente del male, prima di poter in coscienza chiedere perdono alle giraffe per il male che facciamo loro.

TILIKUM: giraffe in uno zoo intorno al 1930 a testimoniare l'umana perversione di ingabbiare animali

La cattura dell’orca Tilikum

Nei primi anni ’80 mia madre e mio padre andarono a fare un viaggio in Canada, British Columbia, e dal traghetto che li portava all’isola di Victoria videro passare un pod di orche. Erano tante, nelle acque gelide nuotavano a balzi, libere, le pinne dorsali dei maschi sollevate con orgoglio, potenti, meravigliose, sincronizzate, perfettamente connesse l’una all’altra. Per tutto il resto della sua vita mia madre, fra tanti ricordi, ha sempre privilegiato quell’immagine, raccontandola come una visione folgorante, come un incantesimo a cui aveva avuto il privilegio di assistere, come qualcosa che potrebbe riuscire ad illuminarci, se solo la nostra mente sapesse vedere.

Nel medesimo periodo, dall’altra parte del mondo, in Islanda, terra prediletta dai bracconieri affiliati ai grandi “parchi acquatici”, Tilikum fu catturato: era il 1983 e il piccolo maschio d’orca aveva solo due anni. Se consideriamo che le orche in natura hanno una vita lunga come e più di quella umana, un’orca di due anni è poco più che neonata.

“Blackfish” di Gabriela Cowperthwaite

Tutti gli ambientalisti, gli animalisti e anche persone che non sono né l’una né l’altra cosa sanno perfettamente chi era Tilikum: per alcuni l’orca più incredibilmente grande fra tutti i SeaWorld del mondo; per altri l’orca colpevole di aver ucciso una sua addestratrice, e forse un vagabondo entrato di notte nella sua prigione d’acqua. Per altri ancora, il protagonista del famoso “Blackfish”, documentario del 2013 di Gabriela Cowperthwaite, che racconta proprio la vita di Tilikum denunciando i maltrattamenti delle orche nei parchi acquatici e mostrando le scene ignobili e dolorose delle piccole orche catturate in natura, davanti alle proprie madri che urlano impotenti.

TILIKUM, orca diventata simbolo delle lotte contro i sea parks, qui fotografata con pinna dorsale floscia, sintomo di malattia e sofferenza
TILIKUM, AL SEAWORLD, CON LA PINNA DORSALE FLOSCIA, SINTOMO DI MALATTIA E INFELICITA’

Voglio solo ricordare i molti studi che mostrano come le orche siano capaci di una profondità emotiva del tutto assente nell’uomo. Non voglio, invece, raccontare di nuovo la storia di Tilikum: di come da giovanissimo sia stato più volte traumatizzato, non solo al momento della cattura ma anche dopo, rinchiuso in piccoli e lerci carceri acquatici di SeaWorld, tenuti, evidentemente, ben nascosti al pubblico. Del modo in cui è stato addestrato con metodi feroci basati, fra l’altro, sulla privazione del cibo. Della sua trasformazione in “testimonial” del SeaWorld ma soprattutto in un business milionario grazie al suo seme particolarmente fertile che ha portato alla nascita di quattordici cuccioli come minimo.

I signori dei Sea Parks

La colpa del Sea World di Orlando, dove Tilikum è approdato nel ’91, colpa nei confronti delle vittime umane della grande orca è dimostrata da come Tilikum sia sempre stato tenuto al di fuori di quelli che i signori dei sea parks chiamano waterworks. I waterworks significano interazione dentro l’acqua fra orca e addestratore, interazione impossibile, nel caso di Tilikum, perché “non impostato nel modo giusto”. Che poi significa recalcitrante a diventare una marionetta. Non nato per essere schiavo e quindi usato solo per lo stupido splash segment, dove con la sua mole, potenza ed energia affascinava e caricava il pubblico d’adrenalina. Appena finito il suo breve show, veniva rimandato nella sua piccola e solitaria piscina. Giorno dopo giorno la sua salute fisica e mentale peggiorava irreversibilmente, così come accade a tutte le orche in cattività.

Non ho nemmeno voglia di raccontare la tragedia annunciata, quando per Dawn, l’addestratrice, rimanere fuori dall’acqua, seduta sul bordo della piscina rocciosa, non è stato sufficiente per salvarsi la vita. Tilikum è riuscito ad afferrarla per i capelli legati in coda di cavallo trascinandola sott’acqua fino a farla annegare. Da quel momento il SeaWorld non ha più fatto esibire Tilikum relegandolo nell’ennesima vasca prigione, sempre più angusta. Nonostante la pressione pubblica e l’impegno di organizzazioni animaliste per reintrodurre Tilikum in un santuario marino, i vertici di SeaWorld hanno sempre rifiutato.

Morte di Tilikum

Quando il 6 gennaio del 2017 ho saputo che Tilikum era morto ho ringraziato l’universo. La morte, infatti, non è niente, mentre sofferenza, schiavitù, malattia e noia non sono tollerabili. Io spero sia almeno riuscito a dimenticare la madre, il suo gruppo familiare e le acque gelide dell’Islanda. Spero non abbia aggiunto all’orrore di una vita di torture anche la tristezza del ricordo di quei due unici anni di vita in natura. 

La sua vita rubata in modo criminale e la sua sofferenza fisica, era tutto finalmente finito. Quello che non è finito e non finirà mai, invece, è l’arroganza, la prepotenza e la ferocia umana: che cosa c’è di profondamente sbagliato nella nostra specie per sentirci padroni di terre, mari, aria e di ogni creatura vivente?

Cosa ci lascia Tilikum

Per me Tilikum non è stato solo un meraviglioso e infelice animale, un portento della natura, ma anche il simbolo di chi decide di non piegarsi, di chi rifiuta di essere schiavo. Il simbolo di chiunque, animale o umano, scelga di ribellarsi alla tirannia, in qualsiasi forma questa si presenti.

POD DI ORCHE LIBERE

Quanto a noi, dovremo trovare qualcuno che ci faccia veramente molto, molto male, prima di poter in coscienza chiedere perdono a Tilikum e a tutti gli altri animali che schiavizziamo, ingabbiamo, torturiamo in allevamenti intensivi, vivisezioniamo, mangiamo, scuoiamo per indossarne pelli o pellicce, diamo loro la caccia, togliamo loro il territorio condannandoli all’estinzione. Chiedere loro perdono per tutto il male che gli abbiamo fatto e che, imperterriti, continuiamo a fargli.

Contempliamo abissi bianchi

“…Moby Dick mi suscitava un altro pensiero, o piuttosto un orrore vago e senza nome, così intenso a volte da soverchiare tutto il resto; e tuttavia così misterioso e quasi ineffabile che a momenti dispero di poterlo esprimere in una forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che soprattutto mi atterriva.”

Melville, Moby Dick

Contempliamo abissi bianchi: Fontana sulle rive del lago di Como
Fontana accanto al Lago di Como

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI è un breve viaggio che faccio partire da alcune osservazioni personali:

In televisione vedo la pubblicità di una penna sbiancante per denti, con questa modella dall’aria inquietante: capelli biondo platino; pelle del genere “whiter shade of pale”; un sorriso pieno di denti scintillanti resi ancora più bianchi dal contrasto con numerosi strati di rossetto vermiglio.

Ancora pubblicità. L’ennesimo spot su qualche detersivo da lavatrice, con l’ennesima donna quasi in orgasmo mentre stende lenzuola iperdotate, a quanto pare, del fondamentale pregio di apparire così bianche da mandare in estasi femmine di tutte le età. Praticamente un porno.

A quel punto mi sono domandata: da dove viene questa umana mania, questo delirio archetipico, questa attrazione fatale per il bianco? Mi è venuto in mente quel capitolo di Moby Dick, intitolato “La bianchezza della balena”:

“…In certo modo, vari popoli hanno riconosciuto in questo colore una qualche preminenza regale…e altri uomini hanno preferito e scelto quel colore per farne l’emblema di molte cose nobili e commoventi, come l’innocenza delle spose e la benignità della vecchiaia… nei miti Greci il grande Giove in persona s’incarna nel toro candido…tutti i sacerdoti cristiani ricavano direttamente dalla parola latina che significa bianco il nome di una parte del loro abito sacro…E’ vero che nella Visione di San Giovanni i redenti portano vesti bianche, e i 24 anziani stanno vestiti di bianco davanti al gran trono candido, e il Santo che vi siede è bianco come la lana. Eppure, nonostante questa montagna di associazioni con tutto ciò che è soave e venerabile e sublime, sempre nell’idea più profonda di questo colore si acquatta un che di ambiguo, che incute più panico all’anima di quel rosso che ci atterrisce nel sangue.

È questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza, quando è separata da associazioni più benigne e accoppiata con un oggetto qualunque che sia terribile in se stesso, capace di accrescere quel terrore fino all’estremo…”

Melville continua con esempi di creature in cui il bianco provoca all’uomo sensazioni di panico. L’orso polare e lo squalo bianco, ad esempio: “…cos’altro se non la loro bianchezza candida e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono? È quella bianchezza spettrale che impartisce una bonarietà così orrenda…Tanto che nemmeno la tigre con le sue zanne feroci, avvolta nel suo mantello araldico, può scalzare a un uomo il suo coraggio meglio dell’orso e del pescecane dal bianco sudario”.

Ma anche esempi di visione magica, se non mistica, come l’albatros: “…là, gettato sul boccaporto di maestra, vidi un che di regale, di piumato, di bianchezza immacolata, e con un sublime, arcuato, rostro romano. A tratti inarcava le grandi ali d’arcangelo come per abbracciare qualche sacro tabernacolo… Attraverso i suoi occhi strani, inesprimibili, mi pareva d’intravedere segreti che avvolgevano lo stesso Dio. Mi chinai come Abramo davanti agli angeli; quella cosa bianca era tanto bianca, le sue ali tanto vaste, e in quelle acque solitarie in eterno io avevo perduto le memorie meschine e deformanti delle città e delle tradizioni…”

Contempliamo abissi bianchi: un bianco albatros, figura cristica nel poema di Coleridge "Rime of an ancient mariner"

Il bianco albatros, in letteratura, viene raccontato varie volte, a iniziare da Rime of an Ancient Mariner, poema di Coleridge. Qui troviamo un albatros che segue la nave su cui è imbarcato il marinaio che dà il titolo al poema; l’albatros è considerato presagio di buona fortuna per via del suo colore bianco ed è salutato e quasi venerato da tutto l’equipaggio, finché il marinaio non impugna la balestra e lo uccide con una freccia. Il marinaio non sa il perché del suo gesto e nessuno lo saprà mai: Coleridge non ce lo spiega. Credo che il peccato del marinaio, in quanto indotto inconsapevolmente dal Fato, sia il classico peccato di hýbris, dal greco antico.

Lo hýbris è un accecamento mentale che impedisce all’uomo di riconoscere i propri limiti e le proprie forze: chi osa oltrepassare il confine posto dagli dei pecca di hýbris e incorre in quella che viene chiamata “invidia degli dei”. Per quanto incolpevole giuridicamente, il marinaio non lo è religiosamente, perché il peccato di hýbris, dal punto di vista della divinità, è il peggior tipo di peccato e va punito severamente. In seguito all’assassinio dell’albatros la nave verrà perseguitata dalla sfortuna e tutti i compagni del marinaio moriranno, tutti tranne lui che dovrà convivere col senso di colpa e la maledizione del sopravvissuto.

 La storia dell’albatros e del marinaio ricorda quella di Parsifal e del cigno. Parsifal, il “puro folle”, uccide un cigno selvatico con una freccia del suo arco nel lago dei cavalieri del Graal. Nemmeno Parsifal, proprio come il marinaio di Coleridge, sa realmente spiegare il perché di quell’assassinio, e i cavalieri del Graal considerano il suo gesto sacrilego, motivo per cui lo cacciano via dalla loro terra, così come in Coleridge l’equipaggio della nave tratta con rabbia sempre maggiore il marinaio per aver ucciso l’albatros, dopo avergli appeso al collo il cadavere del povero uccello, come fosse un crocifisso, perché sia chiaro a tutti l’orrore innaturale della sua colpa. Eppure è proprio in seguito alle morti dei due uccelli bianchi che il marinaio e Parsifal riusciranno a raggiungere obiettivi spiritualmente alti.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: Parsifal, di Rogelio De Egusquiza y Barrena, Museo del Prado

In entrambi i casi il bianco è simbolo di trasmutazione, di creatura che sacrifica se stessa per un bene superiore, quindi simbolo cristico.  Ma ciò nonostante, anche in questi due poemi la purezza del bianco ha la sua piccola parte ambigua: dopo la morte dell’albatros e dell’equipaggio della nave, il bianco dell’uccello si trasferisce nell’occhio del marinaio, che Coleridge definisce “glittering eye”, ovvero occhio abbagliante, dotato di poteri magici. “Glittering”, un po’ come lo “Shining” di Stephen King.

Ovviamente anche Parsifal eredita dal cigno la magia del bianco, visto che riceve una sorta di rivelazione e, di conseguenza, riesce facilmente a ridurre in cenere i suoi nemici nel giardino delle fanciulle fiore.  

Tornando a Melville, per lui l’ambiguità del bianco è proprio una medaglia con due facce opposte e complementari:

“Ma ci sono altri casi in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l’informa nel cavallo bianco e nell’albatro. In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte egli è aborrito da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo?”

Moby Dick è un romanzo del 1851, ma ancora oggi, a quasi 170 anni di distanza, in buona parte dell’Africa australe e soprattutto in Tanzania – dove gli albini sono particolarmente numerosi, a causa di un’anomalia genetica – tutti li considerano esseri maligni. Ma, allo stesso tempo, i loro arti, i loro organi sono considerati degli incredibili portafortuna; infatti, così come ci sono i cacciatori di frodo di elefanti, che uccidono per estirpargli le zanne di bianco avorio, esistono anche i cacciatori di albini, che vengono massacrati affinché  parti del loro bianco corpo siano fatte a pezzi e mescolate in un calderone dagli stregoni, per poi essere trasformate in amuleti da rivendere alla popolazione locale a carissimo prezzo.

Cos’è, quindi, che trasforma il colore bianco in una calamita col suo campo magnetico, che attrae l’uomo, in un modo o nell’altro, come se fosse fatto di ferro? E soprattutto, mi domando come riesca ad essere sia simbolo di purezza e misticismo quanto di un genere di magia che non sempre vorremmo conoscere, e che se a volte è benigna e ha il volto di una fatina delicata, molto più spesso evoca quello spettro mostruoso che ci portiamo sempre dietro, narcotizzato, ma pronto a svegliarsi e mostrarsi a noi.

Ecco come Melville affronta la questione: “Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della Via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato?”

Lovecraft, col suo "the colour from out of space" è una tappa importante del biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi"

E se si parla di assenza di colore, di colore inesistente, non si può non citare il meraviglioso “The colour out of space”, racconto capolavoro di Lovecraft fra l’horror e la fantascienza, dove il colore rappresenta il nemico, il mostro, l’entità senza corpo né forma che ci assale nella nostra parte più vulnerabile, che è poi la natura, a cui siamo attaccati tramite cordone ombelicale, poiché, come feti, per vivere dipendiamo da lei. È il racconto di un crollo, di una cascata trofica che non ha nulla di scientifico e quindi inizialmente imprevedibile, ma che ben presto metterà in evidenza, passo dopo passo, la nostra essenza inerme, fragile e facilmente penetrabile e che porterà, irreversibilmente, ad una fine nota:

“…Sugli alberi di tutti i frutteti apparvero boccioli dai colori strani…I colori, era quella la vera follia. Tranne nell’erba e nel fogliame, i colori di una natura sana erano deviati da variazioni prismatiche, impossibili, su tutte un unico, malato tono dominante completamente estraneo a qualsiasi altra tinta conosciuta sulla terra… A luglio, la donna aveva cessato di esprimersi a parole, muovendosi a carponi. Prima della fine del mese, Nahum divenne ossessionato da una nozione delirante: che, nella tenebra, sua moglie emettesse una sorta di vaga luminescenza. La medesima luminescenza che ora poteva notare nella vegetazione tutta attorno.”      

È chiaro che nel racconto di Lovecraft il colore che viene dallo spazio è solo il messaggio, o se vogliamo il biglietto da visita di qualcosa di molto più profondo e agghiacciante che non riusciamo a conoscere anche se sappiamo che è proprio intorno e dentro di noi. Infatti non solo il bianco, ma ogni tinta della natura, dalla pittura di un quadro meraviglioso alle sfumature di un tramonto, dai colori più vivaci di fiori e farfalle fino ai colori tenui e pastello di nuvole, laghi e fiumi, ogni singolo colore non appartiene alla sostanza su cui ci sembra di vederlo.

Grazie a Newton sappiamo che il colore non è inerente agli oggetti, mentre è la superficie degli oggetti a riflettere alcuni colori e ad assorbire tutti gli altri. Noi percepiamo esclusivamente i colori riflessi. Se guardiamo una fragola, il rosso non è “nella” fragola, ma la superficie della fragola riflette le lunghezze d’onda che vediamo come rosso e assorbe tutto il resto. Un oggetto appare bianco, invece, quando riflette tutte le lunghezze d’onda. E questo Melville lo sa bene:

Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copra di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore…Quando riflettiamo su tutto questo, l’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso…”

Moby Dick e la bianchezza della balena sono il filo conduttore di questo biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi" in Ostinata e Contraria

Ed ecco, forse, perché il fascino del bianco ci nutre e allo stesso tempo ci consuma. Ecco cosa si acquatta di ambiguo nell’idea più profonda di questo colore. Ecco perché simboleggia gioia, innocenza e nobiltà così come terrore e disgusto. Il bianco è la sola fotocopia del nulla, quel nulla da cui veniamo e a cui un giorno torneremo. Perché, che piaccia oppure no, il grande vuoto, il grande nulla, è l’unico vero genitore che, dopo averci messi al mondo, sarà sempre lì ad aspettare il nostro ritorno.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: PHOTO BY JASON POHLMAN

DI CAPITANI BALENE E MAMBA

A volte mi pongo domande bizzarre. Ad esempio: che cos’ha questa parola, Capitano, che in epoca di invasivi vocaboli inglesi come brand, start up, spoiler, cashback dovrebbe apparire così antica, stantia e noiosa, ma, inaspettatamente riesce ad attrarre la gente come il miele attira gli orsi?

Il sostantivo Capitano, in contesto militare, significa colui che guida una forza armata sul campo, mentre in ambito marittimo – che poi resta l’ambito privilegiato del termine – rappresenta il comandante di barche, vascelli, navi, sia militari che mercantili. Da lì, per estensione, Capitano è anche l’appellativo che si dà a chi guida un’azienda, una squadra sportiva, una formazione politica, ma in tutti questi casi è un titolo che viene assegnato dal popolo: solo i più amati vengono definiti “Capitano”, e una volta diventati Capitano lo rimangono per sempre. Pensiamo a Totti, che non gioca più nella Roma ma i tifosi romanisti continuano, tutti, a chiamarlo e considerarlo, ufficialmente, “Il Capitano”. Oppure, allontanandoci di molto, pensiamo a quella montagna californiana, una sorta di enorme e meraviglioso monolite granitico, “El Capitan”, su cui alcuni amano rischiare la vita in free-climbing.

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: EL CAPITAN, YOSEMITE

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA

Parlando di politica, invece, è sufficiente pensare al comizio di Salvini a Pontida del 15 settembre 2019, fra i leghisti della vecchia guardia, arrivati in massa dalle everglades del lombardo-veneto e dalle ricche e noiose cittadine del profondo nord. Fra urla xenofobe, cazzotti a un reporter di Repubblica e ostentazione di croci e rosari come nemmeno Madonna ai tempi di “Like a virgin”, un giornalista si fa largo fino a domandare a un’anziana  come riescano, lei e gli altri leghisti della prima ora, a mandare giù la nuova Lega che ha rinunciato alla secessione prima, al federalismo poi, per andare a cercare voti al sud, in mezzo a quei terroni che loro odiano da sempre.

“È stata dura, non posso negarlo – ha risposto lei – ma per il nostro Capitano si fa questo e altro…”

Il Nostro Capitano. Questo è amore. Senza se e senza ma. Lo stesso Berlusconi, che ha governato per circa un’era geologica, è stato chiamato in tanti modi: con quel ridicolo “Cavaliere”, con quell’ambiguo “Presidente” fino allo sprezzante Bunga Bunga usato dai giornalisti stranieri; nessuno, però, l’ha mai chiamato Capitano. No, Capitano si usa solo con chi si ama, e questo dovrebbe far riflettere tutti quelli che, invece, Salvini non lo amano affatto e vorrebbero evitare di ritrovarlo, nei prossimi mesi, premier in un governo di iperdestra. A prescindere dalla sua sconfitta personale alle elezioni regionali in Emilia Romagna, perché non è necessario aver letto Sun-Tzu per sapere che perdere una battaglia non significa perdere la guerra.

Che Capitano è Salvini?

Per iniziare, ecco qualcosa su cui riflettere: che genere di Capitano è Matteo Salvini?Sicuramente gli piacerebbe considerarsi un “Capitano coraggioso”, ma non può, perché il “Captain Corageous” da cui Kipling ha preso il titolo del suo famoso libro era una donna, Mary Ambree, le cui gesta furono cantate in un’antica ballata inglese, che Thomas Pierce raccolse e fece pubblicare a metà settecento:

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: Mary Ambree, donna e capitano, a cui si è ispirato Kipling per il titolo del romanzo Capitani Coraggiosi.
DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: MARY AMBREE IN BATTAGLIA

Then Captain Courageous, whom death could not daunt,         

Had roundly besiegéd the city of Gaunt,

And manly they marched by two and by three,And foremost in battle was Mary Ambree

Il Capitano Coraggioso, che la morte non poteva spaventare, aveva assediato strettamente la città di Gaunt, marciarono soprattutto in gruppi di due o di tre, e la prima in battaglia fu Mary Ambree.

Non temere la morte, per gli elettori di Salvini, potrebbe essere una retorica perfetta (l’inno di battaglia dei franchisti, nella guerra civile spagnola, era “Viva la Muerte!”), ma identificare il loro Capitano con una “Mary”, proprio no. Fosse anche una Mary in stile Marvel…

Forse, allora, il Matteo nazionale potrebbe vedersi come il O Captain! My Captain!di cui ci parla Walt Whitman in una delle sue poesie più famose, inclusa nella sua raccolta Leaves of Grass del 1867:

O Captain! My Captain! rise up and hear the bells;
Rise up—for you the flag is flung—for you the bugle trills;
For you bouquets and ribbon’d wreaths—for you the shores a-crowding;
For you they call, the swaying mass, their eager faces turning;
      Here captain! dear father!
            This arm beneath your head;

                  It is some dream that on the deck,
                        You’ve fallen cold and dead

O Capitano! mio Capitano! Alzati e ascolta le campane;
risorgi — per te è issata la bandiera — per te squillano le trombe,
per te fiori e ghirlande ornate di nastri — per te le coste affollate,
per te le grida, la massa ondeggiante, a te volgono i volti ansiosi;
ecco Capitano! amato padre!
questo braccio sotto il tuo capo;
dev’essere una specie di incubo se sul ponte
sei caduto freddo e morto.

Certo, trattandosi di un Capitano morto, Salvini toccherebbe ferro, o altro. Ma trombe, bandiere, fiori, la massa di gente che grida il tuo nome, sono tutte cose che ogni politico vorrebbe per sé. Ma anche qui c’è un problema: questa poesia è stata scritta da Whitman dopo l’assassinio di Abraham Lincoln, è un’elegia in suo onore, e quindi il Capitano, Mio Capitano è l’uomo “colpevole” di aver abolito la schiavitù negli Stati Uniti d’America, di aver dichiarato che bianchi e neri hanno gli stessi diritti e condannato l’economia degli stati confederati – all’epoca interamente basata sul lavoro degli schiavi – ad un faticoso e costoso mutamento, obtorto collo.

Quindi no, non credo che il leader della Lega, nonché grande amico di Casa Pound e affini, potrebbe mai identificarsi col Presidente Lincoln.

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: Abraham Lincoln, per la cui morte Whitman scrisse la famosa "O Captain, My Captain"
ABRAHAM LINCOLN

Achab-Salvini

Invece, un Capitano a cui, di sicuro, Salvini non vorrebbe paragonarsi, è il Capitano più famoso della storia della letteratura mondiale, Achab. Ma, secondo me, al contrario degli altri capitani citati fino ad ora, Achab è l’unico a cui Salvini potrebbe assomigliare, almeno in parte. Non certo esternamente, perché Achab, fin dalla sua prima entrata in scena, mostra al lettore, già nel suo aspetto, tutta la sua distanza dalla normalità: ha una grande cicatrice in faccia e gli manca una gamba. Salvini, invece, da questo punto di vista, cerca di mostrarsi il più normale possibile: né magro né grasso, volto anonimo, né bello né brutto, con gli stessi capelli e la stessa barba che, al momento, portano la maggioranza degli uomini fra i 25 e i 45 anni.

Tornando a Melville, solo quando la nave raggiunge il mare aperto il Capitano Achab rivela ai marinai che l’unico vero fine del viaggio è uccidere Moby Dick. Ed è qui che la pericolosità di Achab affiora dirompente, perché in pochi attimi riesce a convincere l’intera ciurma, a eccezione del secondo ufficiale Starbuck, che cercare, inseguire e distruggere un’unica balena sia la cosa giusta da fare, contro ogni buon senso e contro ogni ragionamento di carattere economico. Tutti vittime della sua stessa ossessione.

Ed ecco dove l’identità dei due “capitani” si avvicina fino a toccarsi: nella propensione ad ottenere consenso, nella capacità di mostrare lucciole per lanterne e nell’eccezionale talento di comunicare il proprio odio trasformato in paura agli altri, come fosse il contagio di una malattia devastante. Che odio e paura siano rivolti a balene bianche o a migranti neri poco importa.

D’altra parte immagino non siano pochi quelli che, ricordando il Salvini da Papeete che balla e canta con le cubiste, siano tentati dal pensare a lui come al capitano de “La Bamba”, popolarissima canzone messicana:

Para bailar La Bamba se necessita una poca de gracia

Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan

Che lui non sia un semplice marinaio, questo ormai è chiaro a tutti, ma se lo considerassimo un capitano da operetta faremmo un grosso torto a noi stessi e un grosso favore a lui. Perché è così che l’amato capo dei leghisti vuole che si pensi alla sua persona, come a un simpatico capitano da spiaggia; allo stesso modo in cui i mamba verdi, serpenti arboricoli, cercano di sembrare innocui ramoscelli.

IL CARDIGAN DI KURT COBAIN

IL CARDIGAN DI KURT COBAIN, indossato da Kurt nell'MTV Unplugged 1993, a pochi mesi dalla morte
Il cardigan di Kurt Cobain all’Unplugged di MTV 1993

Inizierò l’articolo parlando di pubblicità, e qualcuno potrebbe domandarsi cosa abbia a che vedere questo con il cardigan di Kurt Cobain. Un attimo di pazienza: forse vi ricorderete di quella serie di spot che pubblicizzavano una carta di credito, la Mastercard, dove ci proponevano due o tre storie a schema fisso. Ci mostravano una donna o un uomo nel tentativo di raggiungere il Grande Progetto o il Sogno della loro Vita.

Per tutto il resto…

Facciamo un esempio (disclaimer: l’esempio è inventato da me, i pubblicitari mai l’avrebbero messo in scena e nessuna carta di credito l’avrebbe sponsorizzato); immaginiamo che Silvia desideri uccidere il suo ex marito bastardo e traditore. Vediamo Silvia che spende tot euro per un coltello molto affilato; altri tot euro per una tuta da crime scene che non faccia passare il sangue; ancora tot euro per i servigi di un hacker che faccia saltare le telecamere a circuito chiuso nel palazzo del marito. Alla fine, il narratore dirà: “Vedere Silvia che ride felice davanti al sangue che una volta apparteneva al marito non ha prezzo. Per tutto il resto c’è mastercard”. Da un punto di vista strettamente connesso al marketing, non era un brutto spot: rimaneva in mente. Per tutto il resto, però, raccontava menzogne, proprio come ogni venditore e come ogni pubblicità che si rispetti.

Ogni cosa ha un prezzo

In questo caso, la menzogna – di facile individuazione – è l’asserzione che possa esistere qualcosa “che non ha prezzo”. Infatti in questo mondo ogni cosa ha un prezzo, anche se le modalità per pagarlo possono essere tante, oltre al classico pagamento in denaro: a volte si paga il dovuto con atti sessuali, o competenze specifiche; altre volte con azioni illegali, o lo si paga emotivamente, intimamente, con la propria o altrui umiliazione, con la distruzione della vita di qualcuno o con la propria disperazione. Il prezzo lo possiamo pagare perfino con la morte, che sia la propria o quella di un altro. Ma pagare, si paga sempre: questa è la sola certezza.

I peli pubici di Charles Manson

Quello che è peculiare, nel mondo ipercapitalista, è la stima del prodotto da pagare. Ci sono mercati, leciti o illeciti, che danno un prezzo che potremmo considerare folle a cose come i peli pubici di Charles Manson, e ad alcuni di noi potrebbe con facilità sembrare assurdo, spropositato, insensato, il divario fra quello che avresti potuto fare – di utile o anche di inutile, per te o per gli altri – con gli stessi soldi spesi per quegli stupidi peli pubici. Ma, nel momento in cui decidiamo che il capitalismo è il migliore, se non l’unico, dei mondi possibili, chi siamo noi per decidere cosa sia giusto o ingiusto acquistare? Milioni e milioni di persone che non hanno acqua potabile, per non parlare del cibo, a fronte di un numero certamente minoritario di miliardari che, letteralmente, non sanno dove buttare tutto ciò di futile che possiedono. O ancora, i primi 8 uomini più ricchi del mondo che, messi insieme, possiedono tanto quanto la metà povera di tutta la specie umana: una volta accettato questo, non si torna più indietro, e fare la morale sui peli pubici di Manson sembra davvero molto ipocrita e un tantino patetico.

Il cardigan battuto all’asta

Lo scorso 26 ottobre 2019, è stato battuto all’asta l’iconico cardigan fra il beige e il verde che Kurt Cobain indossava durante il live Unplugged per Mtv, nel novembre 1993: a pochi mesi, quindi, dalla sua morte. Il cardigan di Kurt Cobain non è mai stato lavato, ha una bruciatura di sigaretta e alcune macchie ed è stato venduto per 334.000 dollari, dal tizio che, quattro anni fa, l’aveva acquistato per 137.500 dollari. Si tratta del costo più alto mai pagato per un capo d’abbigliamento appartenuto a una rockstar, ed è per questo che se ne è parlato parecchio. Nel nostro piccolo, anche a casa mia ne è uscita fuori una discussione.

“Ma ti rendi conto che con 334.000 dollari ti ci compri una casa? Una casa bella, non una topaia!” ha detto il mio compagno.

“Certo, se hai solo 334.000 dollari ti compri una casa – gli ho risposto – ma se di soldi ne hai tanti…”

“Davvero se tu avessi un sacco di soldi ti compreresti quel golf? Per farne cosa, per metterlo sotto a una teca?”

Ecco, è su questo che si è sbagliato. Se avessi così tanti soldi da potermi comprare il cardigan di Kurt Cobain, non lo metterei mai sotto a una teca. Io lo annuserei, lo aspirerei, qualche volta lo indosserei, volerei insieme al golf con le ali del sogno, ogni notte ci dormirei abbracciata e il giorno della mia morte mi ci farei cremare insieme. Perché se è vero che ogni oggetto ha il suo prezzo, è anche vero che in alcuni oggetti riusciamo a percepire un sentore che ci incanta col suo profumo di potere e spirito.

Gli insegnamenti di Don Juan

Da “Gli insegnamenti di Don Juan”, primo strabiliante libro di Carlos Castaneda:

“Alcuni oggetti sono permeati di potere – disse – ne vengono utilizzati decine, dagli uomini potenti… Questi oggetti sono strumenti, non ordinari, ma di morte. Tuttavia si tratta solo di oggetti. Non hanno il potere di insegnare…”

“Di che oggetti si tratta, Don Juan?”

“Non sono proprio degli oggetti; si tratta piuttosto di tipi di potere.”

“Come si fa a ottenerli, Don Juan?”

“Dipende da quale vuoi.”

“Quanti tipi ce ne sono?”

“Come ho già detto, ce ne sono decine. Ogni cosa può essere un oggetto di potere.”

“Quali sono i più potenti?”

“Il potere di un oggetto dipende da chi lo possiede, dal genere di uomo che è…”

La vita segreta degli oggetti

La letteratura e il cinema horror o fantasy sono pieni di oggetti, grandi e piccoli, posseduti da qualche spirito non proprio dolce e mite: l’hotel di Shining, l’antica scatola in legno abitata dal Dibbuk, cristalli sognanti, tombe egizie maledette, diaboliche scarpette rosse, libri delle ombre. Io sono fermamente convinta che – non tutti, certo – ma alcuni fra gli oggetti che ci circondano vivano una loro vita distinta e separata, una sorta di limbo a cui difficilmente possiamo accedere. Se incontriamo un coniglio bianco possiamo rincorrerlo fino alla sua tana, ma poi, grandi e grossi come gli adulti che siamo, riusciremmo a rotolarci dentro per inseguirlo nel suo mondo magico?

Se è vero che il potere di un oggetto dipende da chi ne è stato il proprietario, allora il cardigan di Kurt Cobain me lo immagino colmo di talento, poesia, bellezza, gentilezza. Tutto quello che manca al nostro mondo. Tutto quello che manca a ognuno di noi.