Contempliamo abissi bianchi

“…Moby Dick mi suscitava un altro pensiero, o piuttosto un orrore vago e senza nome, così intenso a volte da soverchiare tutto il resto; e tuttavia così misterioso e quasi ineffabile che a momenti dispero di poterlo esprimere in una forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che soprattutto mi atterriva.”

Melville, Moby Dick

Contempliamo abissi bianchi: Fontana sulle rive del lago di Como
Fontana accanto al Lago di Como

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI è un breve viaggio che faccio partire da alcune osservazioni personali:

In televisione vedo la pubblicità di una penna sbiancante per denti, con questa modella dall’aria inquietante: capelli biondo platino; pelle del genere “whiter shade of pale”; un sorriso pieno di denti scintillanti resi ancora più bianchi dal contrasto con numerosi strati di rossetto vermiglio.

Ancora pubblicità. L’ennesimo spot su qualche detersivo da lavatrice, con l’ennesima donna quasi in orgasmo mentre stende lenzuola iperdotate, a quanto pare, del fondamentale pregio di apparire così bianche da mandare in estasi femmine di tutte le età. Praticamente un porno.

A quel punto mi sono domandata: da dove viene questa umana mania, questo delirio archetipico, questa attrazione fatale per il bianco? Mi è venuto in mente quel capitolo di Moby Dick, intitolato “La bianchezza della balena”:

“…In certo modo, vari popoli hanno riconosciuto in questo colore una qualche preminenza regale…e altri uomini hanno preferito e scelto quel colore per farne l’emblema di molte cose nobili e commoventi, come l’innocenza delle spose e la benignità della vecchiaia… nei miti Greci il grande Giove in persona s’incarna nel toro candido…tutti i sacerdoti cristiani ricavano direttamente dalla parola latina che significa bianco il nome di una parte del loro abito sacro…E’ vero che nella Visione di San Giovanni i redenti portano vesti bianche, e i 24 anziani stanno vestiti di bianco davanti al gran trono candido, e il Santo che vi siede è bianco come la lana. Eppure, nonostante questa montagna di associazioni con tutto ciò che è soave e venerabile e sublime, sempre nell’idea più profonda di questo colore si acquatta un che di ambiguo, che incute più panico all’anima di quel rosso che ci atterrisce nel sangue.

È questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza, quando è separata da associazioni più benigne e accoppiata con un oggetto qualunque che sia terribile in se stesso, capace di accrescere quel terrore fino all’estremo…”

Melville continua con esempi di creature in cui il bianco provoca all’uomo sensazioni di panico. L’orso polare e lo squalo bianco, ad esempio: “…cos’altro se non la loro bianchezza candida e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono? È quella bianchezza spettrale che impartisce una bonarietà così orrenda…Tanto che nemmeno la tigre con le sue zanne feroci, avvolta nel suo mantello araldico, può scalzare a un uomo il suo coraggio meglio dell’orso e del pescecane dal bianco sudario”.

Ma anche esempi di visione magica, se non mistica, come l’albatros: “…là, gettato sul boccaporto di maestra, vidi un che di regale, di piumato, di bianchezza immacolata, e con un sublime, arcuato, rostro romano. A tratti inarcava le grandi ali d’arcangelo come per abbracciare qualche sacro tabernacolo… Attraverso i suoi occhi strani, inesprimibili, mi pareva d’intravedere segreti che avvolgevano lo stesso Dio. Mi chinai come Abramo davanti agli angeli; quella cosa bianca era tanto bianca, le sue ali tanto vaste, e in quelle acque solitarie in eterno io avevo perduto le memorie meschine e deformanti delle città e delle tradizioni…”

Contempliamo abissi bianchi: un bianco albatros, figura cristica nel poema di Coleridge "Rime of an ancient mariner"

Il bianco albatros, in letteratura, viene raccontato varie volte, a iniziare da Rime of an Ancient Mariner, poema di Coleridge. Qui troviamo un albatros che segue la nave su cui è imbarcato il marinaio che dà il titolo al poema; l’albatros è considerato presagio di buona fortuna per via del suo colore bianco ed è salutato e quasi venerato da tutto l’equipaggio, finché il marinaio non impugna la balestra e lo uccide con una freccia. Il marinaio non sa il perché del suo gesto e nessuno lo saprà mai: Coleridge non ce lo spiega. Credo che il peccato del marinaio, in quanto indotto inconsapevolmente dal Fato, sia il classico peccato di hýbris, dal greco antico.

Lo hýbris è un accecamento mentale che impedisce all’uomo di riconoscere i propri limiti e le proprie forze: chi osa oltrepassare il confine posto dagli dei pecca di hýbris e incorre in quella che viene chiamata “invidia degli dei”. Per quanto incolpevole giuridicamente, il marinaio non lo è religiosamente, perché il peccato di hýbris, dal punto di vista della divinità, è il peggior tipo di peccato e va punito severamente. In seguito all’assassinio dell’albatros la nave verrà perseguitata dalla sfortuna e tutti i compagni del marinaio moriranno, tutti tranne lui che dovrà convivere col senso di colpa e la maledizione del sopravvissuto.

 La storia dell’albatros e del marinaio ricorda quella di Parsifal e del cigno. Parsifal, il “puro folle”, uccide un cigno selvatico con una freccia del suo arco nel lago dei cavalieri del Graal. Nemmeno Parsifal, proprio come il marinaio di Coleridge, sa realmente spiegare il perché di quell’assassinio, e i cavalieri del Graal considerano il suo gesto sacrilego, motivo per cui lo cacciano via dalla loro terra, così come in Coleridge l’equipaggio della nave tratta con rabbia sempre maggiore il marinaio per aver ucciso l’albatros, dopo avergli appeso al collo il cadavere del povero uccello, come fosse un crocifisso, perché sia chiaro a tutti l’orrore innaturale della sua colpa. Eppure è proprio in seguito alle morti dei due uccelli bianchi che il marinaio e Parsifal riusciranno a raggiungere obiettivi spiritualmente alti.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: Parsifal, di Rogelio De Egusquiza y Barrena, Museo del Prado

In entrambi i casi il bianco è simbolo di trasmutazione, di creatura che sacrifica se stessa per un bene superiore, quindi simbolo cristico.  Ma ciò nonostante, anche in questi due poemi la purezza del bianco ha la sua piccola parte ambigua: dopo la morte dell’albatros e dell’equipaggio della nave, il bianco dell’uccello si trasferisce nell’occhio del marinaio, che Coleridge definisce “glittering eye”, ovvero occhio abbagliante, dotato di poteri magici. “Glittering”, un po’ come lo “Shining” di Stephen King.

Ovviamente anche Parsifal eredita dal cigno la magia del bianco, visto che riceve una sorta di rivelazione e, di conseguenza, riesce facilmente a ridurre in cenere i suoi nemici nel giardino delle fanciulle fiore.  

Tornando a Melville, per lui l’ambiguità del bianco è proprio una medaglia con due facce opposte e complementari:

“Ma ci sono altri casi in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l’informa nel cavallo bianco e nell’albatro. In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte egli è aborrito da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo?”

Moby Dick è un romanzo del 1851, ma ancora oggi, a quasi 170 anni di distanza, in buona parte dell’Africa australe e soprattutto in Tanzania – dove gli albini sono particolarmente numerosi, a causa di un’anomalia genetica – tutti li considerano esseri maligni. Ma, allo stesso tempo, i loro arti, i loro organi sono considerati degli incredibili portafortuna; infatti, così come ci sono i cacciatori di frodo di elefanti, che uccidono per estirpargli le zanne di bianco avorio, esistono anche i cacciatori di albini, che vengono massacrati affinché  parti del loro bianco corpo siano fatte a pezzi e mescolate in un calderone dagli stregoni, per poi essere trasformate in amuleti da rivendere alla popolazione locale a carissimo prezzo.

Cos’è, quindi, che trasforma il colore bianco in una calamita col suo campo magnetico, che attrae l’uomo, in un modo o nell’altro, come se fosse fatto di ferro? E soprattutto, mi domando come riesca ad essere sia simbolo di purezza e misticismo quanto di un genere di magia che non sempre vorremmo conoscere, e che se a volte è benigna e ha il volto di una fatina delicata, molto più spesso evoca quello spettro mostruoso che ci portiamo sempre dietro, narcotizzato, ma pronto a svegliarsi e mostrarsi a noi.

Ecco come Melville affronta la questione: “Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della Via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato?”

Lovecraft, col suo "the colour from out of space" è una tappa importante del biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi"

E se si parla di assenza di colore, di colore inesistente, non si può non citare il meraviglioso “The colour out of space”, racconto capolavoro di Lovecraft fra l’horror e la fantascienza, dove il colore rappresenta il nemico, il mostro, l’entità senza corpo né forma che ci assale nella nostra parte più vulnerabile, che è poi la natura, a cui siamo attaccati tramite cordone ombelicale, poiché, come feti, per vivere dipendiamo da lei. È il racconto di un crollo, di una cascata trofica che non ha nulla di scientifico e quindi inizialmente imprevedibile, ma che ben presto metterà in evidenza, passo dopo passo, la nostra essenza inerme, fragile e facilmente penetrabile e che porterà, irreversibilmente, ad una fine nota:

“…Sugli alberi di tutti i frutteti apparvero boccioli dai colori strani…I colori, era quella la vera follia. Tranne nell’erba e nel fogliame, i colori di una natura sana erano deviati da variazioni prismatiche, impossibili, su tutte un unico, malato tono dominante completamente estraneo a qualsiasi altra tinta conosciuta sulla terra… A luglio, la donna aveva cessato di esprimersi a parole, muovendosi a carponi. Prima della fine del mese, Nahum divenne ossessionato da una nozione delirante: che, nella tenebra, sua moglie emettesse una sorta di vaga luminescenza. La medesima luminescenza che ora poteva notare nella vegetazione tutta attorno.”      

È chiaro che nel racconto di Lovecraft il colore che viene dallo spazio è solo il messaggio, o se vogliamo il biglietto da visita di qualcosa di molto più profondo e agghiacciante che non riusciamo a conoscere anche se sappiamo che è proprio intorno e dentro di noi. Infatti non solo il bianco, ma ogni tinta della natura, dalla pittura di un quadro meraviglioso alle sfumature di un tramonto, dai colori più vivaci di fiori e farfalle fino ai colori tenui e pastello di nuvole, laghi e fiumi, ogni singolo colore non appartiene alla sostanza su cui ci sembra di vederlo.

Grazie a Newton sappiamo che il colore non è inerente agli oggetti, mentre è la superficie degli oggetti a riflettere alcuni colori e ad assorbire tutti gli altri. Noi percepiamo esclusivamente i colori riflessi. Se guardiamo una fragola, il rosso non è “nella” fragola, ma la superficie della fragola riflette le lunghezze d’onda che vediamo come rosso e assorbe tutto il resto. Un oggetto appare bianco, invece, quando riflette tutte le lunghezze d’onda. E questo Melville lo sa bene:

Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copra di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore…Quando riflettiamo su tutto questo, l’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso…”

Moby Dick e la bianchezza della balena sono il filo conduttore di questo biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi" in Ostinata e Contraria

Ed ecco, forse, perché il fascino del bianco ci nutre e allo stesso tempo ci consuma. Ecco cosa si acquatta di ambiguo nell’idea più profonda di questo colore. Ecco perché simboleggia gioia, innocenza e nobiltà così come terrore e disgusto. Il bianco è la sola fotocopia del nulla, quel nulla da cui veniamo e a cui un giorno torneremo. Perché, che piaccia oppure no, il grande vuoto, il grande nulla, è l’unico vero genitore che, dopo averci messi al mondo, sarà sempre lì ad aspettare il nostro ritorno.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: PHOTO BY JASON POHLMAN

DI CAPITANI BALENE E MAMBA

A volte mi pongo domande bizzarre. Ad esempio: che cos’ha questa parola, Capitano, che in epoca di invasivi vocaboli inglesi come brand, start up, spoiler, cashback dovrebbe apparire così antica, stantia e noiosa, ma, inaspettatamente riesce ad attrarre la gente come il miele attira gli orsi?

Il sostantivo Capitano, in contesto militare, significa colui che guida una forza armata sul campo, mentre in ambito marittimo – che poi resta l’ambito privilegiato del termine – rappresenta il comandante di barche, vascelli, navi, sia militari che mercantili. Da lì, per estensione, Capitano è anche l’appellativo che si dà a chi guida un’azienda, una squadra sportiva, una formazione politica, ma in tutti questi casi è un titolo che viene assegnato dal popolo: solo i più amati vengono definiti “Capitano”, e una volta diventati Capitano lo rimangono per sempre. Pensiamo a Totti, che non gioca più nella Roma ma i tifosi romanisti continuano, tutti, a chiamarlo e considerarlo, ufficialmente, “Il Capitano”. Oppure, allontanandoci di molto, pensiamo a quella montagna californiana, una sorta di enorme e meraviglioso monolite granitico, “El Capitan”, su cui alcuni amano rischiare la vita in free-climbing.

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: EL CAPITAN, YOSEMITE

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA

Parlando di politica, invece, è sufficiente pensare al comizio di Salvini a Pontida del 15 settembre 2019, fra i leghisti della vecchia guardia, arrivati in massa dalle everglades del lombardo-veneto e dalle ricche e noiose cittadine del profondo nord. Fra urla xenofobe, cazzotti a un reporter di Repubblica e ostentazione di croci e rosari come nemmeno Madonna ai tempi di “Like a virgin”, un giornalista si fa largo fino a domandare a un’anziana  come riescano, lei e gli altri leghisti della prima ora, a mandare giù la nuova Lega che ha rinunciato alla secessione prima, al federalismo poi, per andare a cercare voti al sud, in mezzo a quei terroni che loro odiano da sempre.

“È stata dura, non posso negarlo – ha risposto lei – ma per il nostro Capitano si fa questo e altro…”

Il Nostro Capitano. Questo è amore. Senza se e senza ma. Lo stesso Berlusconi, che ha governato per circa un’era geologica, è stato chiamato in tanti modi: con quel ridicolo “Cavaliere”, con quell’ambiguo “Presidente” fino allo sprezzante Bunga Bunga usato dai giornalisti stranieri; nessuno, però, l’ha mai chiamato Capitano. No, Capitano si usa solo con chi si ama, e questo dovrebbe far riflettere tutti quelli che, invece, Salvini non lo amano affatto e vorrebbero evitare di ritrovarlo, nei prossimi mesi, premier in un governo di iperdestra. A prescindere dalla sua sconfitta personale alle elezioni regionali in Emilia Romagna, perché non è necessario aver letto Sun-Tzu per sapere che perdere una battaglia non significa perdere la guerra.

Che Capitano è Salvini?

Per iniziare, ecco qualcosa su cui riflettere: che genere di Capitano è Matteo Salvini?Sicuramente gli piacerebbe considerarsi un “Capitano coraggioso”, ma non può, perché il “Captain Corageous” da cui Kipling ha preso il titolo del suo famoso libro era una donna, Mary Ambree, le cui gesta furono cantate in un’antica ballata inglese, che Thomas Pierce raccolse e fece pubblicare a metà settecento:

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: Mary Ambree, donna e capitano, a cui si è ispirato Kipling per il titolo del romanzo Capitani Coraggiosi.
DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: MARY AMBREE IN BATTAGLIA

Then Captain Courageous, whom death could not daunt,         

Had roundly besiegéd the city of Gaunt,

And manly they marched by two and by three,And foremost in battle was Mary Ambree

Il Capitano Coraggioso, che la morte non poteva spaventare, aveva assediato strettamente la città di Gaunt, marciarono soprattutto in gruppi di due o di tre, e la prima in battaglia fu Mary Ambree.

Non temere la morte, per gli elettori di Salvini, potrebbe essere una retorica perfetta (l’inno di battaglia dei franchisti, nella guerra civile spagnola, era “Viva la Muerte!”), ma identificare il loro Capitano con una “Mary”, proprio no. Fosse anche una Mary in stile Marvel…

Forse, allora, il Matteo nazionale potrebbe vedersi come il O Captain! My Captain!di cui ci parla Walt Whitman in una delle sue poesie più famose, inclusa nella sua raccolta Leaves of Grass del 1867:

O Captain! My Captain! rise up and hear the bells;
Rise up—for you the flag is flung—for you the bugle trills;
For you bouquets and ribbon’d wreaths—for you the shores a-crowding;
For you they call, the swaying mass, their eager faces turning;
      Here captain! dear father!
            This arm beneath your head;

                  It is some dream that on the deck,
                        You’ve fallen cold and dead

O Capitano! mio Capitano! Alzati e ascolta le campane;
risorgi — per te è issata la bandiera — per te squillano le trombe,
per te fiori e ghirlande ornate di nastri — per te le coste affollate,
per te le grida, la massa ondeggiante, a te volgono i volti ansiosi;
ecco Capitano! amato padre!
questo braccio sotto il tuo capo;
dev’essere una specie di incubo se sul ponte
sei caduto freddo e morto.

Certo, trattandosi di un Capitano morto, Salvini toccherebbe ferro, o altro. Ma trombe, bandiere, fiori, la massa di gente che grida il tuo nome, sono tutte cose che ogni politico vorrebbe per sé. Ma anche qui c’è un problema: questa poesia è stata scritta da Whitman dopo l’assassinio di Abraham Lincoln, è un’elegia in suo onore, e quindi il Capitano, Mio Capitano è l’uomo “colpevole” di aver abolito la schiavitù negli Stati Uniti d’America, di aver dichiarato che bianchi e neri hanno gli stessi diritti e condannato l’economia degli stati confederati – all’epoca interamente basata sul lavoro degli schiavi – ad un faticoso e costoso mutamento, obtorto collo.

Quindi no, non credo che il leader della Lega, nonché grande amico di Casa Pound e affini, potrebbe mai identificarsi col Presidente Lincoln.

DI CAPITANI, BALENE E MAMBA: Abraham Lincoln, per la cui morte Whitman scrisse la famosa "O Captain, My Captain"
ABRAHAM LINCOLN

Achab-Salvini

Invece, un Capitano a cui, di sicuro, Salvini non vorrebbe paragonarsi, è il Capitano più famoso della storia della letteratura mondiale, Achab. Ma, secondo me, al contrario degli altri capitani citati fino ad ora, Achab è l’unico a cui Salvini potrebbe assomigliare, almeno in parte. Non certo esternamente, perché Achab, fin dalla sua prima entrata in scena, mostra al lettore, già nel suo aspetto, tutta la sua distanza dalla normalità: ha una grande cicatrice in faccia e gli manca una gamba. Salvini, invece, da questo punto di vista, cerca di mostrarsi il più normale possibile: né magro né grasso, volto anonimo, né bello né brutto, con gli stessi capelli e la stessa barba che, al momento, portano la maggioranza degli uomini fra i 25 e i 45 anni.

Tornando a Melville, solo quando la nave raggiunge il mare aperto il Capitano Achab rivela ai marinai che l’unico vero fine del viaggio è uccidere Moby Dick. Ed è qui che la pericolosità di Achab affiora dirompente, perché in pochi attimi riesce a convincere l’intera ciurma, a eccezione del secondo ufficiale Starbuck, che cercare, inseguire e distruggere un’unica balena sia la cosa giusta da fare, contro ogni buon senso e contro ogni ragionamento di carattere economico. Tutti vittime della sua stessa ossessione.

Ed ecco dove l’identità dei due “capitani” si avvicina fino a toccarsi: nella propensione ad ottenere consenso, nella capacità di mostrare lucciole per lanterne e nell’eccezionale talento di comunicare il proprio odio trasformato in paura agli altri, come fosse il contagio di una malattia devastante. Che odio e paura siano rivolti a balene bianche o a migranti neri poco importa.

D’altra parte immagino non siano pochi quelli che, ricordando il Salvini da Papeete che balla e canta con le cubiste, siano tentati dal pensare a lui come al capitano de “La Bamba”, popolarissima canzone messicana:

Para bailar La Bamba se necessita una poca de gracia

Yo no soy marinero, soy capitan soy capitan, soy capitan

Che lui non sia un semplice marinaio, questo ormai è chiaro a tutti, ma se lo considerassimo un capitano da operetta faremmo un grosso torto a noi stessi e un grosso favore a lui. Perché è così che l’amato capo dei leghisti vuole che si pensi alla sua persona, come a un simpatico capitano da spiaggia; allo stesso modo in cui i mamba verdi, serpenti arboricoli, cercano di sembrare innocui ramoscelli.

IL CARDIGAN DI KURT COBAIN

IL CARDIGAN DI KURT COBAIN, indossato da Kurt nell'MTV Unplugged 1993, a pochi mesi dalla morte
Il cardigan di Kurt Cobain all’Unplugged di MTV 1993

Inizierò l’articolo parlando di pubblicità, e qualcuno potrebbe domandarsi cosa abbia a che vedere questo con il cardigan di Kurt Cobain. Un attimo di pazienza: forse vi ricorderete di quella serie di spot che pubblicizzavano una carta di credito, la Mastercard, dove ci proponevano due o tre storie a schema fisso. Ci mostravano una donna o un uomo nel tentativo di raggiungere il Grande Progetto o il Sogno della loro Vita.

Per tutto il resto…

Facciamo un esempio (disclaimer: l’esempio è inventato da me, i pubblicitari mai l’avrebbero messo in scena e nessuna carta di credito l’avrebbe sponsorizzato); immaginiamo che Silvia desideri uccidere il suo ex marito bastardo e traditore. Vediamo Silvia che spende tot euro per un coltello molto affilato; altri tot euro per una tuta da crime scene che non faccia passare il sangue; ancora tot euro per i servigi di un hacker che faccia saltare le telecamere a circuito chiuso nel palazzo del marito. Alla fine, il narratore dirà: “Vedere Silvia che ride felice davanti al sangue che una volta apparteneva al marito non ha prezzo. Per tutto il resto c’è mastercard”. Da un punto di vista strettamente connesso al marketing, non era un brutto spot: rimaneva in mente. Per tutto il resto, però, raccontava menzogne, proprio come ogni venditore e come ogni pubblicità che si rispetti.

Ogni cosa ha un prezzo

In questo caso, la menzogna – di facile individuazione – è l’asserzione che possa esistere qualcosa “che non ha prezzo”. Infatti in questo mondo ogni cosa ha un prezzo, anche se le modalità per pagarlo possono essere tante, oltre al classico pagamento in denaro: a volte si paga il dovuto con atti sessuali, o competenze specifiche; altre volte con azioni illegali, o lo si paga emotivamente, intimamente, con la propria o altrui umiliazione, con la distruzione della vita di qualcuno o con la propria disperazione. Il prezzo lo possiamo pagare perfino con la morte, che sia la propria o quella di un altro. Ma pagare, si paga sempre: questa è la sola certezza.

I peli pubici di Charles Manson

Quello che è peculiare, nel mondo ipercapitalista, è la stima del prodotto da pagare. Ci sono mercati, leciti o illeciti, che danno un prezzo che potremmo considerare folle a cose come i peli pubici di Charles Manson, e ad alcuni di noi potrebbe con facilità sembrare assurdo, spropositato, insensato, il divario fra quello che avresti potuto fare – di utile o anche di inutile, per te o per gli altri – con gli stessi soldi spesi per quegli stupidi peli pubici. Ma, nel momento in cui decidiamo che il capitalismo è il migliore, se non l’unico, dei mondi possibili, chi siamo noi per decidere cosa sia giusto o ingiusto acquistare? Milioni e milioni di persone che non hanno acqua potabile, per non parlare del cibo, a fronte di un numero certamente minoritario di miliardari che, letteralmente, non sanno dove buttare tutto ciò di futile che possiedono. O ancora, i primi 8 uomini più ricchi del mondo che, messi insieme, possiedono tanto quanto la metà povera di tutta la specie umana: una volta accettato questo, non si torna più indietro, e fare la morale sui peli pubici di Manson sembra davvero molto ipocrita e un tantino patetico.

Il cardigan battuto all’asta

Lo scorso 26 ottobre 2019, è stato battuto all’asta l’iconico cardigan fra il beige e il verde che Kurt Cobain indossava durante il live Unplugged per Mtv, nel novembre 1993: a pochi mesi, quindi, dalla sua morte. Il cardigan di Kurt Cobain non è mai stato lavato, ha una bruciatura di sigaretta e alcune macchie ed è stato venduto per 334.000 dollari, dal tizio che, quattro anni fa, l’aveva acquistato per 137.500 dollari. Si tratta del costo più alto mai pagato per un capo d’abbigliamento appartenuto a una rockstar, ed è per questo che se ne è parlato parecchio. Nel nostro piccolo, anche a casa mia ne è uscita fuori una discussione.

“Ma ti rendi conto che con 334.000 dollari ti ci compri una casa? Una casa bella, non una topaia!” ha detto il mio compagno.

“Certo, se hai solo 334.000 dollari ti compri una casa – gli ho risposto – ma se di soldi ne hai tanti…”

“Davvero se tu avessi un sacco di soldi ti compreresti quel golf? Per farne cosa, per metterlo sotto a una teca?”

Ecco, è su questo che si è sbagliato. Se avessi così tanti soldi da potermi comprare il cardigan di Kurt Cobain, non lo metterei mai sotto a una teca. Io lo annuserei, lo aspirerei, qualche volta lo indosserei, volerei insieme al golf con le ali del sogno, ogni notte ci dormirei abbracciata e il giorno della mia morte mi ci farei cremare insieme. Perché se è vero che ogni oggetto ha il suo prezzo, è anche vero che in alcuni oggetti riusciamo a percepire un sentore che ci incanta col suo profumo di potere e spirito.

Gli insegnamenti di Don Juan

Da “Gli insegnamenti di Don Juan”, primo strabiliante libro di Carlos Castaneda:

“Alcuni oggetti sono permeati di potere – disse – ne vengono utilizzati decine, dagli uomini potenti… Questi oggetti sono strumenti, non ordinari, ma di morte. Tuttavia si tratta solo di oggetti. Non hanno il potere di insegnare…”

“Di che oggetti si tratta, Don Juan?”

“Non sono proprio degli oggetti; si tratta piuttosto di tipi di potere.”

“Come si fa a ottenerli, Don Juan?”

“Dipende da quale vuoi.”

“Quanti tipi ce ne sono?”

“Come ho già detto, ce ne sono decine. Ogni cosa può essere un oggetto di potere.”

“Quali sono i più potenti?”

“Il potere di un oggetto dipende da chi lo possiede, dal genere di uomo che è…”

La vita segreta degli oggetti

La letteratura e il cinema horror o fantasy sono pieni di oggetti, grandi e piccoli, posseduti da qualche spirito non proprio dolce e mite: l’hotel di Shining, l’antica scatola in legno abitata dal Dibbuk, cristalli sognanti, tombe egizie maledette, diaboliche scarpette rosse, libri delle ombre. Io sono fermamente convinta che – non tutti, certo – ma alcuni fra gli oggetti che ci circondano vivano una loro vita distinta e separata, una sorta di limbo a cui difficilmente possiamo accedere. Se incontriamo un coniglio bianco possiamo rincorrerlo fino alla sua tana, ma poi, grandi e grossi come gli adulti che siamo, riusciremmo a rotolarci dentro per inseguirlo nel suo mondo magico?

Se è vero che il potere di un oggetto dipende da chi ne è stato il proprietario, allora il cardigan di Kurt Cobain me lo immagino colmo di talento, poesia, bellezza, gentilezza. Tutto quello che manca al nostro mondo. Tutto quello che manca a ognuno di noi.