La vasta moltitudine dei morti

Per ogni epoca, per ogni periodo e a maggior ragione per ogni tragedia o guerra, nelle nostre menti rimane un’immagine a rappresentare e testimoniare quello che è successo. Ad esempio, la fotografia della bambina ustionata dal napalm che corre nuda, urlando e piangendo, sarà per sempre il devastante simbolo della guerra americana in Viet-Nam. Per quanto riguarda l’attuale pandemia, invece, almeno per noi italiani l’immagine che rimarrà impressa a fuoco nella memoria comune è quella della lunga fila di camion militari con le bare dei morti di Covid a Bergamo, fuori dal cimitero in attesa del proprio turno per la cremazione. Quest’ultima foto ci colpisce particolarmente perché va a toccare uno dei nostri nervi scoperti: l’umana ossessione per la vasta moltitudine dei morti, che tendiamo a considerare come una specie aliena, quasi un esercito nemico da tenere a distanza e non una schiera a cui già apparteniamo, dal momento che, presto o tardi, entreremo a farne parte.

Carri militari a Bergamo, che portano le bare dei morti di Covid, in fila fuori del cimitero
Carri militari che trasportano bare in fila a Bergamo, fuori del cimitero

La vasta moltitudine dei morti: nel fantasy e nell’horror

Walter de la Mare, scrittore inglese vissuto a cavallo fra 1800 e 1900 disse:

“Dopotutto, che cos’è un uomo, se non un’orda di fantasmi? Querce che erano ghiande che erano querce.”

Eppure, anche in letteratura, de la Mare è un caso abbastanza limite: si tende sempre a creare una linea di confine precisa, un muro infinitamente lungo per separare i morti dai vivi perché la morte, si sa, può facilmente contagiarti o ipnotizzarti.

La vasta moltitudine dei morti: Aragorn e l'esercito dei morti
Aragorn e l’esercito dei morti, nel film tratto dal “Signore degli anelli” di Tolkien

Dove la linea di demarcazione è più facilmente visibile è nel fantasy: a volte la moltitudine dei morti sta dalla parte dei buoni, come nel “Signore degli anelli” di Tolkien, dove l’esercito dei morti aiuta Aragorn  a sconfiggere le truppe di Sauron; altre volte, come nel Game of Thrones di George Martin l’esercito dei morti sembra essere il male assoluto, ma che, pur essendo assoluto, non è poi un male così difficile da eliminare: alla fine vediamo che basta una ragazzotta ben allenata  all’omicidio, un drago vivente contro un drago morto, un acciaio speciale (i morti che ritornano hanno sempre un tallone d’Achille: la luce del sole per i vampiri, ad esempio) e il terribile esercito viene facilmente spazzato via. In altri casi, come nella fortunata serie originale horror “The Walking Dead”, risulta ben presto evidente che la vasta moltitudine dei morti – in questo caso zombie – pur dando il nome alla serie è del tutto ininfluente, mentre quelli che fanno il bello e il cattivo tempo massacrandosi fra di loro sono sempre, come è ovvio, i vivi.  

Game of Thrones: Il Re della schiera dei morti
Game of Thrones, il Re della Notte, nella serie tratta dalla saga di G.Martin

La vasta moltitudine dei morti: Dylan Thomas

Io credo si tratti di una visione fortemente narcisistica da parte di noi esseri ancora viventi: parliamo dell’aldilà, proponiamo ipotesi, confidiamo in questa o quella religione, subiamo il fascino della non esistenza ma pretendiamo di considerarci un soggetto a sé stante e, in quanto vivo, vincente. Ci vuole una forte visionarietà unita ad un talento poetico raro per unire e contemporaneamente dividere vivi e morti, ma Dylan Thomas ci riesce perfettamente:

A process in the weather of the world
Turns ghost to ghost; each mothered child
Sits in their double shade.
A process blows the moon into the sun,
Pulls down the shabby curtains of the skin;
And the heart gives up its dead

Un mutamento nella stagione del mondo
Sostituisce spettro a spettro; ogni figlio partorito
Siede nella sua duplice ombra.
Un mutamento spinge la luna dentro al sole,
Strappa i logori veli della pelle;
E il cuore abbandona i suoi morti

Da “A process in the weather of the heartdi Dylan Thomas (18 poems*)

Comprendere Dylan Thomas non è mai semplice, soprattutto nelle poesie giovanili, ma credo che il punto da sottolineare sia la “double shade”, quell’ombra che, per ogni umano appena nato è unica ma già doppia, perché rappresenta la vita attuale e la morte che segue, ombra duplice che si estende nel tempo che è poi il solo vero mutamento nella stagione del mondo.

La vasta moltitudine dei morti: Milan Kundera

Milan Kundera
Milan Kundera

Sulla moltitudine dei morti mi viene in mente un bellissimo racconto di Milan Kundera “Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti.” In questo racconto giovanile c’è principalmente una forte satira nei confronti di quella Cecoslovacchia, patria di Kundera, che era da poco diventata proprietà sovietica, ma non solo. Sia i morti recenti che quelli di lunga data, nel racconto, non hanno più alcun tipo di scintilla: sono solo mucchi di ossa che vengono spostate di tomba in tomba:

“Ci aveva messo un po’ di tempo per capire: lì dove prima c’era la lapide di arenaria grigia col nome del marito a lettere d’oro, proprio in quello stesso posto (aveva riconosciuto con certezza le due tombe accanto) c’era adesso una lapide di marmo nero con sopra, a lettere d’oro, un nome del tutto diverso.

Turbata, era andata negli uffici della direzione. Lì le avevano detto che, alla scadenza della concessione, le tombe venivano liquidate automaticamente. Lei li aveva rimproverati per non averla informata per tempo che doveva rinnovare la concessione, e loro per tutta risposta le avevano detto che in quel cimitero c’era poco spazio e che i vecchi morti devono cedere il posto ai giovani morti…”

Nel racconto di Kundera il mondo, nella sua inutile seriosità va in pezzi, e nel nostro mondo reale la consapevolezza che non possano esistere veri cambiamenti, se non l’unico vero mutamento dovuto al passare del tempo, manderebbe in pezzi la maggioranza di noi.

James Joyce: The dead

La vasta moltitudine dei morti: James Joyce

In controtendenza con la forte volontà umana di tenere il mondo dei vivi ben separato da quello dei morti arriva James Joyce, con un capolavoro assoluto, “The Dead”, ultimo e principale racconto di “Dubliners”, pubblicato nel 1914. Ci sono romanzi, o racconti, dove l’intera narrazione non è altro che un lungo preliminare per l’incanto del finale; dove ogni cosa, anche la più banale, anche ciò che ci appariva insignificante, all’improvviso acquista un senso, e perfino lo stile cambia: se prima l’autore indugiava in dettagli, dilatando il tempo fino a distenderne ogni piega, adesso, negli ultimi paragrafi, il tempo si restringe e ogni parola scritta è necessaria e illuminante.

The Dead è lungo una cinquantina di pagine, interamente ambientato in un cenone con ballo, a casa di anziane signorine benestanti, mentre fuori nevica e nella grande casa dove il fuoco scoppietta in ogni camera si mangiano prelibatezze, si suona il piano e si danza il walzer. Nelle ultime due pagine tutto cambia. Siamo in una camera d’albergo senza nemmeno una candela, e passando dalle luci sfavillanti al buio assoluto, dal calore all’aria gelida, tutto improvvisamente diventa chiaro.

The dead, dove morti e vivi diventano uno

“Sì, presto forse si sarebbe trovato seduto in quello stesso salotto, vestito di nero, la tuba sulle ginocchia: le imposte sarebbero state accostate e zia Kate seduta accanto a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato com’era morta. Si sarebbe torturato il cervello allora per trovare qualche parola che potesse consolarla e ne avrebbe trovate solo di goffe e inutili. Sì sì, non sarebbe passato molto tempo.

L’aria fredda della stanza gli gelava le ossa. S’allungò adagio sotto alle coperte accanto alla moglie. Uno ad uno tutti si sarebbero tramutati in ombre. Meglio, del resto andarsene senza paura nell’altra vita, nel pieno di qualche passione, che svanire e appassire a poco a poco con l’età. Pensò a lei che gli stava sdraiata accanto, a come fosse riuscita a tener sigillata nel cuore per tutti quegli anni l’immagine degli occhi del suo innamorato mentre le diceva che non voleva vivere.

Lacrime generose gli gonfiarono gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna e sentiva che quello doveva essere veramente amore. Più fitte le lacrime gli velarono gli occhi e nella semioscurità immaginò la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli erano accanto. La sua anima si stava avvicinando alle regioni abitate dalla vasta moltitudine dei morti. E pur essendo cosciente di quella loro illusoria e vacillante esistenza non riusciva ad afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio e impalpabile e la terra in cui pure quei morti avevano dimorato e procreato, perdeva sostanza.”

La vasta moltitudine dei morti

La poesia di questo racconto – e d’altra parte si parla di Joyce – è l’insieme dei sentimenti che fanno avvicinare Gabriel, il protagonista, alla vasta moltitudine dei morti, fino alla completa sovrapposizione dei due mondi: prima di tutto accettazione dell’ ineluttabilità della morte; come conseguenza dell’accettazione ne deriva la consapevolezza che tutti noi, vecchi o giovani, un giorno, più o meno vicino, apparterremo a quella schiera impalpabile; infine empatia per i morti e per i vivi, che dimorano gli uni dentro gli altri, appartenendo tutti alla medesima, vacillante e illusoria sostanza.

Proprio come le ghiande dimorano nelle querce, e le querce dimorano nelle ghiande.

Nothin’ di Townes Van Zandt, 1971, dedicata a Marina, Alessandro, Fabio: amici, mi mancate sempre

*Dylan Thomas è tradotto da Emiliano Sciuba, che è anche l’unico traduttore in italiano delle opere giovanili da noi inedite di Dylan Thomas

Contempliamo abissi bianchi

“…Moby Dick mi suscitava un altro pensiero, o piuttosto un orrore vago e senza nome, così intenso a volte da soverchiare tutto il resto; e tuttavia così misterioso e quasi ineffabile che a momenti dispero di poterlo esprimere in una forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che soprattutto mi atterriva.”

Melville, Moby Dick

Se volete leggere questo articolo in inglese, lo trovate su Medium: https://medium.com/@sandra.4zz4r0ni/beholding-the-white-depths-91d29f577f27?source=friends_link&sk=330ce85a08047fc2925fdece60e8f849

Contempliamo abissi bianchi: Fontana sulle rive del lago di Como
Fontana accanto al Lago di Como

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI è un breve viaggio che faccio partire da alcune osservazioni personali:

In televisione vedo la pubblicità di una penna sbiancante per denti, con questa modella dall’aria inquietante: capelli biondo platino; pelle del genere “whiter shade of pale”; un sorriso pieno di denti scintillanti resi ancora più bianchi dal contrasto con numerosi strati di rossetto vermiglio.

Ancora pubblicità. L’ennesimo spot su qualche detersivo da lavatrice, con l’ennesima donna quasi in orgasmo mentre stende lenzuola iperdotate, a quanto pare, del fondamentale pregio di apparire così bianche da mandare in estasi femmine di tutte le età. Praticamente un porno.

A quel punto mi sono domandata: da dove viene questa umana mania, questo delirio archetipico, questa attrazione fatale per il bianco? Mi è venuto in mente quel capitolo di Moby Dick, intitolato “La bianchezza della balena”:

“…In certo modo, vari popoli hanno riconosciuto in questo colore una qualche preminenza regale…e altri uomini hanno preferito e scelto quel colore per farne l’emblema di molte cose nobili e commoventi, come l’innocenza delle spose e la benignità della vecchiaia… nei miti Greci il grande Giove in persona s’incarna nel toro candido…tutti i sacerdoti cristiani ricavano direttamente dalla parola latina che significa bianco il nome di una parte del loro abito sacro…E’ vero che nella Visione di San Giovanni i redenti portano vesti bianche, e i 24 anziani stanno vestiti di bianco davanti al gran trono candido, e il Santo che vi siede è bianco come la lana. Eppure, nonostante questa montagna di associazioni con tutto ciò che è soave e venerabile e sublime, sempre nell’idea più profonda di questo colore si acquatta un che di ambiguo, che incute più panico all’anima di quel rosso che ci atterrisce nel sangue.

È questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza, quando è separata da associazioni più benigne e accoppiata con un oggetto qualunque che sia terribile in se stesso, capace di accrescere quel terrore fino all’estremo…”

Melville continua con esempi di creature in cui il bianco provoca all’uomo sensazioni di panico. L’orso polare e lo squalo bianco, ad esempio: “…cos’altro se non la loro bianchezza candida e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono? È quella bianchezza spettrale che impartisce una bonarietà così orrenda…Tanto che nemmeno la tigre con le sue zanne feroci, avvolta nel suo mantello araldico, può scalzare a un uomo il suo coraggio meglio dell’orso e del pescecane dal bianco sudario”.

Ma anche esempi di visione magica, se non mistica, come l’albatros: “…là, gettato sul boccaporto di maestra, vidi un che di regale, di piumato, di bianchezza immacolata, e con un sublime, arcuato, rostro romano. A tratti inarcava le grandi ali d’arcangelo come per abbracciare qualche sacro tabernacolo… Attraverso i suoi occhi strani, inesprimibili, mi pareva d’intravedere segreti che avvolgevano lo stesso Dio. Mi chinai come Abramo davanti agli angeli; quella cosa bianca era tanto bianca, le sue ali tanto vaste, e in quelle acque solitarie in eterno io avevo perduto le memorie meschine e deformanti delle città e delle tradizioni…”

Contempliamo abissi bianchi: un bianco albatros, figura cristica nel poema di Coleridge "Rime of an ancient mariner"

Il bianco albatros, in letteratura, viene raccontato varie volte, a iniziare da Rime of an Ancient Mariner, poema di Coleridge. Qui troviamo un albatros che segue la nave su cui è imbarcato il marinaio che dà il titolo al poema; l’albatros è considerato presagio di buona fortuna per via del suo colore bianco ed è salutato e quasi venerato da tutto l’equipaggio, finché il marinaio non impugna la balestra e lo uccide con una freccia. Il marinaio non sa il perché del suo gesto e nessuno lo saprà mai: Coleridge non ce lo spiega. Credo che il peccato del marinaio, in quanto indotto inconsapevolmente dal Fato, sia il classico peccato di hýbris, dal greco antico.

Lo hýbris è un accecamento mentale che impedisce all’uomo di riconoscere i propri limiti e le proprie forze: chi osa oltrepassare il confine posto dagli dei pecca di hýbris e incorre in quella che viene chiamata “invidia degli dei”. Per quanto incolpevole giuridicamente, il marinaio non lo è religiosamente, perché il peccato di hýbris, dal punto di vista della divinità, è il peggior tipo di peccato e va punito severamente. In seguito all’assassinio dell’albatros la nave verrà perseguitata dalla sfortuna e tutti i compagni del marinaio moriranno, tutti tranne lui che dovrà convivere col senso di colpa e la maledizione del sopravvissuto.

 La storia dell’albatros e del marinaio ricorda quella di Parsifal e del cigno. Parsifal, il “puro folle”, uccide un cigno selvatico con una freccia del suo arco nel lago dei cavalieri del Graal. Nemmeno Parsifal, proprio come il marinaio di Coleridge, sa realmente spiegare il perché di quell’assassinio, e i cavalieri del Graal considerano il suo gesto sacrilego, motivo per cui lo cacciano via dalla loro terra, così come in Coleridge l’equipaggio della nave tratta con rabbia sempre maggiore il marinaio per aver ucciso l’albatros, dopo avergli appeso al collo il cadavere del povero uccello, come fosse un crocifisso, perché sia chiaro a tutti l’orrore innaturale della sua colpa. Eppure è proprio in seguito alle morti dei due uccelli bianchi che il marinaio e Parsifal riusciranno a raggiungere obiettivi spiritualmente alti.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: Parsifal, di Rogelio De Egusquiza y Barrena, Museo del Prado

In entrambi i casi il bianco è simbolo di trasmutazione, di creatura che sacrifica se stessa per un bene superiore, quindi simbolo cristico.  Ma ciò nonostante, anche in questi due poemi la purezza del bianco ha la sua piccola parte ambigua: dopo la morte dell’albatros e dell’equipaggio della nave, il bianco dell’uccello si trasferisce nell’occhio del marinaio, che Coleridge definisce “glittering eye”, ovvero occhio abbagliante, dotato di poteri magici. “Glittering”, un po’ come lo “Shining” di Stephen King.

Ovviamente anche Parsifal eredita dal cigno la magia del bianco, visto che riceve una sorta di rivelazione e, di conseguenza, riesce facilmente a ridurre in cenere i suoi nemici nel giardino delle fanciulle fiore.  

Tornando a Melville, per lui l’ambiguità del bianco è proprio una medaglia con due facce opposte e complementari:

“Ma ci sono altri casi in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l’informa nel cavallo bianco e nell’albatro. In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte egli è aborrito da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo?”

Moby Dick è un romanzo del 1851, ma ancora oggi, a quasi 170 anni di distanza, in buona parte dell’Africa australe e soprattutto in Tanzania – dove gli albini sono particolarmente numerosi, a causa di un’anomalia genetica – tutti li considerano esseri maligni. Ma, allo stesso tempo, i loro arti, i loro organi sono considerati degli incredibili portafortuna; infatti, così come ci sono i cacciatori di frodo di elefanti, che uccidono per estirpargli le zanne di bianco avorio, esistono anche i cacciatori di albini, che vengono massacrati affinché  parti del loro bianco corpo siano fatte a pezzi e mescolate in un calderone dagli stregoni, per poi essere trasformate in amuleti da rivendere alla popolazione locale a carissimo prezzo.

Cos’è, quindi, che trasforma il colore bianco in una calamita col suo campo magnetico, che attrae l’uomo, in un modo o nell’altro, come se fosse fatto di ferro? E soprattutto, mi domando come riesca ad essere sia simbolo di purezza e misticismo quanto di un genere di magia che non sempre vorremmo conoscere, e che se a volte è benigna e ha il volto di una fatina delicata, molto più spesso evoca quello spettro mostruoso che ci portiamo sempre dietro, narcotizzato, ma pronto a svegliarsi e mostrarsi a noi.

Ecco come Melville affronta la questione: “Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della Via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato?”

Lovecraft, col suo "the colour from out of space" è una tappa importante del biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi"

E se si parla di assenza di colore, di colore inesistente, non si può non citare il meraviglioso “The colour out of space”, racconto capolavoro di Lovecraft fra l’horror e la fantascienza, dove il colore rappresenta il nemico, il mostro, l’entità senza corpo né forma che ci assale nella nostra parte più vulnerabile, che è poi la natura, a cui siamo attaccati tramite cordone ombelicale, poiché, come feti, per vivere dipendiamo da lei. È il racconto di un crollo, di una cascata trofica che non ha nulla di scientifico e quindi inizialmente imprevedibile, ma che ben presto metterà in evidenza, passo dopo passo, la nostra essenza inerme, fragile e facilmente penetrabile e che porterà, irreversibilmente, ad una fine nota:

“…Sugli alberi di tutti i frutteti apparvero boccioli dai colori strani…I colori, era quella la vera follia. Tranne nell’erba e nel fogliame, i colori di una natura sana erano deviati da variazioni prismatiche, impossibili, su tutte un unico, malato tono dominante completamente estraneo a qualsiasi altra tinta conosciuta sulla terra… A luglio, la donna aveva cessato di esprimersi a parole, muovendosi a carponi. Prima della fine del mese, Nahum divenne ossessionato da una nozione delirante: che, nella tenebra, sua moglie emettesse una sorta di vaga luminescenza. La medesima luminescenza che ora poteva notare nella vegetazione tutta attorno.”      

È chiaro che nel racconto di Lovecraft il colore che viene dallo spazio è solo il messaggio, o se vogliamo il biglietto da visita di qualcosa di molto più profondo e agghiacciante che non riusciamo a conoscere anche se sappiamo che è proprio intorno e dentro di noi. Infatti non solo il bianco, ma ogni tinta della natura, dalla pittura di un quadro meraviglioso alle sfumature di un tramonto, dai colori più vivaci di fiori e farfalle fino ai colori tenui e pastello di nuvole, laghi e fiumi, ogni singolo colore non appartiene alla sostanza su cui ci sembra di vederlo.

Grazie a Newton sappiamo che il colore non è inerente agli oggetti, mentre è la superficie degli oggetti a riflettere alcuni colori e ad assorbire tutti gli altri. Noi percepiamo esclusivamente i colori riflessi. Se guardiamo una fragola, il rosso non è “nella” fragola, ma la superficie della fragola riflette le lunghezze d’onda che vediamo come rosso e assorbe tutto il resto. Un oggetto appare bianco, invece, quando riflette tutte le lunghezze d’onda. E questo Melville lo sa bene:

Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copra di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore…Quando riflettiamo su tutto questo, l’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso…”

Moby Dick e la bianchezza della balena sono il filo conduttore di questo biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi" in Ostinata e Contraria

Ed ecco, forse, perché il fascino del bianco ci nutre e allo stesso tempo ci consuma. Ecco cosa si acquatta di ambiguo nell’idea più profonda di questo colore. Ecco perché simboleggia gioia, innocenza e nobiltà così come terrore e disgusto. Il bianco è la sola fotocopia del nulla, quel nulla da cui veniamo e a cui un giorno torneremo. Perché, che piaccia oppure no, il grande vuoto, il grande nulla, è l’unico vero genitore che, dopo averci messi al mondo, sarà sempre lì ad aspettare il nostro ritorno.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: PHOTO BY JASON POHLMAN