Divoratori di tempo

 “Nel corridoio del tempo ci sono demoni, o forse animali. Vivono nello spazio, al di fuori del tempo, ma cercano sempre una via d’accesso. Sembrano gatti, grossi gatti blu, solo che invece di giocare coi topi giocano col tempo. E lo divorano”

da LEGION season 3

Time Eaters – Legion 3

Jean Paul Galibert, filosofo e scrittore francese ha scritto un saggio intitolato “I cronofagi. I 7 principi del capitalismo” (Stampa Alternativa, 2015). Nel suo saggio ci spiega come l’ipercapitalismo appaia, sempre di più, come un progetto di dominazione dell’insieme del mondo, facendo in modo che la redditività sia il principio, la causa unica e il solo criterio dell’essere e del non essere. Maestro nell’arte sottile di vendere il niente e il nulla al prezzo del reale, l’ipercapitalismo tenta la conquista dell’esistenza nella sua totalità. Galibert è stato il primo a definire la “cronofagìa” come uno dei princìpi dell’ipercapitalismo contemporaneo, in cui la risorsa scarsa, dopo il capitale, diventa il nostro tempo.

Divoratori di tempo: Cronofagìa di Davide Mazzocco

Partendo da questo breve ma illuminante saggio, il giornalista Davide Mazzocco ha scritto “Cronofagìa” (D Editore, 2019), dove spiega il suo intento fin dalle prime righe:                                              

La storia dell’umanità è contraddistinta da un insopprimibile istinto predatorio. Si tratta di una caratteristica che ci accomuna a un’infinità di specie animali che necessitano di cacciare per il proprio sostentamento. … Queste pagine, però non vogliono descrivere la predazione nella sua forma istintiva, perché questa è materia per psicologi ed etologi. Questo libro vuole, molto più semplicemente, mostrare le dinamiche, le strategie e le sovrastrutture con le quali i poteri politico ed economico depredano le masse del loro tempo.

Divoratori di tempo: Cronofagìa di Davide Mazzocco (d Editore)
Divoratori di tempo: Cronofagìa di Davide Mazzocco

Mazzocco, con una capacità rara di spiegare con parole semplici ciò che semplice non è, torna sul saggio di Galibert: l’ipercapitalismo è riuscito a fare in modo che lo sfruttamento del tempo libero possa apparire come la giusta ricompensa dello sfruttamento del lavoro. Infatti, tutti coloro che sono sfruttati al lavoro vorranno essere sfruttati come consumatori.

In pratica, quello compiuto dai cronofagi è una sorta di miracolo di riprogrammazione delle menti.

Divoratori di tempo: Naomi Klein e Marshall Mc Luhan

Già la giornalista e attivista canadese Naomi Klein, nel suo famosissimo libro “No Logo, pubblicato nel 2000, aveva previsto: i prodotti che si svilupperanno in futuro saranno quelli presentati non come “merci” ma come concetti. Di conseguenza, le aziende che venderanno meglio saranno quelle capaci di infondere significato agli oggetti apponendovi semplicemente il proprio nome; la Apple, ad esempio, che è riuscita addirittura a rendere il suo creatore, Steve Jobs, alla stregua d’un guru. E andando ancora più indietro nel tempo, non possiamo evitare di far riferimento a Marshall Mc Luhan, anche lui canadese, sociologo, filosofo e professore, autore, negli anni ’60, della celebre teoria “Medium is the message”, mai rivelatasi tanto attuale quanto in questo periodo. Mc Luhan, da “Gli strumenti del comunicare”:

“Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre.”

Chi controlla il presente controlla il passato: George Orwell “1984”

Come ricorda Mazzocco, per la propaganda il tempo è il presente eterno e indistinto dell’urgenza e dello schieramento. E per l’ipercapitalismo cronofago l’unico tempo utile è il tempo presente. La percezione della realtà è diventata praticamente la stessa di quella che il Grande Fratello di George Orwell in “1984” imponeva ai cittadini:

“Il partito diceva che l’Oceania non era mai stata alleata dell’Eurasia. Lui, Winston Smith, sapeva che appena quattro anni prima l’Oceania era stata alleata dell’Eurasia. Ma questa conoscenza, dove si trovava? Solo all’interno della sua coscienza, che in ogni caso sarebbe stata presto annientata. E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera. “Chi controlla il passato” diceva lo slogan del partito “controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.”

Divoratori di tempo: George Orwell "1984"
George Orwell “1984”

Il regime immaginato da Orwell utilizzava il Ministero della Verità per negare il passato, per poi negare ciò che aveva negato e negare il tutto ancora e ancora e ancora, in una sorta di negazione in progress, senza fine. Attività fondamentale, per il potere economico e politico di quasi tutti i tempi, ma più che mai nel tempo attuale, in modo da non doversi mai assumere nessuna responsabilità. E grazie a questa damnatio memoriae: la causalità viene sostituita dalla casualità: ciò che è prevedibile (un ponte che crolla, un territorio che si allaga, un villaggio distrutto da un terremoto, migliaia di abitazioni contaminate dall’amianto) viene trasformato dalla retorica della politica e del mercato in un evento imprevedibile, frutto del caso, autonomi rispetto all’ordine cronologico degli eventi (da Mazzocco, “Cronofagìa”).

Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione

Per comprendere in che modo una esigua minoranza di popolazione riesca a tenere sotto scacco tutti gli altri, dobbiamo ancora ricorrere al capolavoro di Orwell:

“Il vero potere, il potere per il quale dobbiamo lottare notte e giorno, non è il potere sulle cose ma quello sugli uomini”. Si interruppe e per un attimo riprese quell’aria da maestro che interroga uno scolaro promettente: “Winston, come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?”

Winston rifletté: “Facendolo soffrire” rispose.

“Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedisca. Se non soffre, come facciamo a essere certi che non obbedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna. … Un mondo fatto di paura e tradimento, di tormento, un mondo nel quale si calpesta e si viene calpestati, un mondo che, nel perfezionarsi, diventerà sempre più spietato…”

… “Non so come e neanche m’importa, ma non riuscirete nel vostro intento. Qualcosa vi distruggerà. La vita vi sconfiggerà.”

“Noi, Winston, controlliamo la vita a tutti i suoi livelli. Tu immagini che esista qualcosa come la natura umana che si sentirebbe oltraggiata da quello che noi facciamo e che si ribellerà contro di noi. Ma siamo noi, a crearla, questa natura umana. Gli uomini possono essere manipolati in tutti i modi … Se è vero che sei un uomo, Winston, tu sei l’ultimo uomo. La tua specie si è estinta e noi ne siamo gli eredi. Non capisci che sei solo? Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti.”

Queste le parole del torturatore e potente nemico dello sfortunato eroe Winston Smith: la rappresentazione e personificazione del Potere, del Regime, l’uomo che fa torturare Winston non perché pensi che il ragazzo abbia qualcosa da rivelare (sa già tutto di Winston, forse anche più dello stesso Winston) ma solo perché Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione.

I’ll stay home forever, where 2 and 2 always makes 5

La domanda che il torturatore continua a porre a Winston è “Quanto fa 2+2?” pretendendo che lui risponda “5”. Quando il povero Winston, stremato dalla tortura, risponde finalmente “5”, il torturatore non è ancora soddisfatto. Perché non basta che risponda che 2+2 fa 5: deve credere che 2+2 faccia 5.

I’ll stay home forever, where two and two always makes fivecantavano, non a caso, i Radiohead nell’album “Hail to the thief”, del 2003, più di diciassette anni fa, e da allora, l’ipercapitalismo ha davvero fatto passi da gigante: ormai non ha più bisogno di torturare, perché ha infine trovato il modo di far credere alla stragrande maggioranza della gente che due più due sia davvero equivalente a cinque.

2+2=5 Radiohead live 2009

Divoratori di tempo: Primo Step

E quindi come sono riusciti, negli ultimi venti anni, i nostri Masters and Commanders a farci fare quello che vogliono senza usare la forza in modo troppo evidente? Immagino siano partiti da un primo step: con buona pace delle battaglie per la riduzione dell’orario, iniziate nel lontano 1800, tutto è radicalmente cambiato con la grande crisi economica del 2008. L’improvvisa carenza di lavoro, i licenziamenti, le famiglie in mezzo a una strada, tutto questo ha fatto sì che, chi ancora detenesse un lavoro o chi fosse riuscito a trovarne uno, pur di tenerselo stretto, avrebbe finito con l’autocensurarsi: se il rischio è quello di accrescere la schiera di chi non è più in grado di pagare le bollette, meglio evitare di fare gli schizzinosi e quindi sì, lavorare il doppio per la stessa paga che prima avresti ricevuto per la metà del tempo.

Correre per restare fermi: Alice di Lewis Carroll nel giardino della Regina Rossa

 Nessun libro può farci capire questo concetto meglio di “Alice through the looking glass”, di Lewis Carroll, capolavoro assoluto e insuperabile:

Alice non riuscì mai a capire, ripensandoci in seguito, come avevano cominciato: ricordava solo che correvano tenendosi per mano, e la Regina andava così veloce che al massimo lei riusciva a tenerne il passo: e la Regina continuava a gridare: “Più svelta! Più svelta!”, ma Alice sentiva di non poter correre più di così, e le mancava perfino il fiato per dirlo.

… La Regina l’appoggiò contro un albero e disse in tono gentile: “Ora puoi riposarti un poco”.

Alice si guardò intorno molto sorpresa. “Ehi, ma secondo me siamo state tutto il tempo sotto quest’albero! È tutto esattamente come era prima!”

“Certo” disse la Regina “Perché, come dovrebbe essere?”

“Be’, al paese nostro” disse Alice, sempre con un po’ di fiatone “in genere si arriva in un altro posto… se si corre per tanto tempo come abbiamo fatto noi”.

“Che paese lento!” disse la Regina “Qui, invece, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte devi correre almeno il doppio”.

Quindi, primo step: farci correre più che possiamo solo per restare fermi.

Divoratori di tempo: Alice corre per restare ferma con la Regina Rossa
Alice corre per restare ferma insieme alla Regina Rossa

Divoratori di tempo: Secondo Step

Secondo step: ricavare denaro anche – e soprattutto – dal nostro riposo, e rendere sempre meno libero il nostro tempo libero. Ma inconsapevolmente, si capisce: 2+2 deve sempre essere uguale a 5. I modi in cui l’ipercapitalismo divora il nostro tempo sono vari: la burocrazia, che, al contrario di ciò che ci viene raccontato, aumenta esponenzialmente con la crescita della tecnologia; gli ipermercati, costruiti scientemente come veri e propri labirinti dove nemmeno Arianna potrebbe aiutarti a trovare la strada, in modo che, girando e girando alla ricerca dello scaffale dei tostapane, le persone vedano altre cose non necessarie ma appetibili e finiscano per acquistarle. Una delle cose più tristi degli ultimi dieci anni: quelle famiglie, sempre più numerose, che la domenica, invece di andare in campagna o al mare vanno a passare la giornata da Ikea.

Ma quello che ha spostato il confine da capitalismo a ipercapitalismo cronofago è stata la creazione della nuova internet, quella dei social media e degli smartphone, ma anche la televisione dei realities e delle serie TV. Il Ceo di Netflix, nel 2017, ha detto:

“Quando guardi uno spettacolo di Netflix e ne diventi dipendente rimani sveglio fino a tarda notte. Alla fine siamo in competizione con il sonno ed è una grande quantità di tempo.”

Lavoriamo tutti per Mark Zuckerberg

Come dice Davide Mazzocco: “Lavoriamo per Mark Zuckerberg con la stessa passione che riserviamo ai nostri hobby, ma con una continuità assolutamente inedita nella storia dell’umanità. Siamo i nodi di un reticolo di due miliardi e 270 milioni di persone, mittenti e destinatari di messaggi pubblici e privati che alimentano un gigantesco Leviatano che si nutre di dati. In soli cinque anni i minuti spesi sugli account social è aumentato del 50%.”

Il capitalismo digitale si è rivelato infinitamente più aggressivo e infestante di quello analogico, e se può permettersi di esserlo non dipende tanto dal fatto che i CEO delle varie piattaforme vestano in felpa e sneakers comportandosi come rockstar, ma principalmente perché i servizi che offrono risultano gratuiti. Anche se in realtà non lo sono. Si nutrono del nostro tempo, e il vecchio detto capitalista “il tempo è denaro” non è mai stato tanto vero quanto adesso.

Divoratori di tempo: Harlan Ellison e “L’Uomo del Tic-Tac”

Divoratori di tempo: Harlan Ellison e l'Uomo del Tic-Tac
Divoratori di tempo: Harlan Ellison e l’Uomo del Tic-Tac

Come spesso capita, la fantascienza migliore raramente ci aiuta a comprendere il cosmo, ma spesso ci aiuta a capire il nostro mondo. Harlan Ellison, grande scrittore sci-fi, ha scritto nel 1965 un racconto gioiello che parla di un futuro in cui il tempo diviene il fattore principale attorno a cui ruota ogni vita, tanto che il Sistema mette a propria salvaguardia l’Uomo del Tic-Tac, per controllare che i cittadini rispettino i tempi previsti dal regime, fino al centesimo di secondo, per ogni attività, senza ritardare o sforare nemmeno di pochi attimi. Un po’ come il torturatore di 1984, l’Uomo del Tic-Tac ha il potere di terminare, ovvero di mandare a morte, chi si sia macchiato del reato di tempo ritardato o tempo sprecato o tempo mal dosato.

Da “Pentiti, Arlecchino, disse l’Uomo del Tic-Tac”:

Persino negli ambienti della Gerarchia, dove la paura veniva generata, di rado subita, veniva chiamato l’Uomo del Tic-Tac. Ma nessuno lo chiamava così al cospetto della sua maschera.

Non si chiama un uomo con un nome odiato, quando quell’uomo, dietro la sua maschera, è capace di revocare i minuti, le ore, i giorni e le notti, gli anni della vostra vita. Era chiamato Maestro Cronometrista, in sua presenza. Era meno pericoloso.

“Questo è ciò che è — disse l’Uomo del Tic-Tac con autentica dolcezza. — Ma non chi è. La scheda oraria che tengo nella mano sinistra reca impresso un nome, ma è il nome di ciò che è, non chi è. Questa cardiolastra che tengo nella mano destra reca pure impresso un nome, ma di ciò che è nominato, non di chi. Prima di poter operare una regolare revoca, debbo sapere chi è.”

Ai suoi collaboratori, tutti i furetti, tutti i confidenti, tutti gli spioni, tutti gli informatori, persino i commessi, disse: — Chi è questo Arlecchino?

Non faceva le fusa. Dal punto di vista del tempo, strideva.

Per fortuna nel futuro immaginato da Harlan c’è un ribelle assoluto, un personaggio anarchico e romantico, l’incarnazione della vera disobbedienza al regime; non a caso il racconto inizia con una lunga citazione da “Disobbedienza civile” di Thoreau. L’eretico, che si fa chiamare Arlecchino, è solo il primo tassello instabile che potrebbe mandare il sistema in cascata trofica:

“Il Sistema era stato turbato per sette minuti. Era una cosa da poco, appena degna di nota, ma in una società in cui l’unica forza motrice erano l’ordine e l’unità e la prontezza e la precisione cronometrica e la devozione all’orologio, la venerazione per gli dei del tempo che passava, era un disastro di tremenda importanza.”

Divoratori di tempo: In Time di Andrew Niccol

Da questo bellissimo racconto ha preso ispirazione il film del regista e sceneggiatore Andrew Niccol, “In Time” del 2011. Harlan Ellison, che nel 2011 era ancora vivo, deve aver pensato che Niccol sia andato ben oltre alla semplice ispirazione, tanto da portarlo in causa per plagio. Ma, comunque sia, il film racconta un futuro in cui gli esseri umani sono programmati per vivere solo fino a 25 anni. Un vero e proprio timer installato nel braccio fa partire, a quel punto, un conto alla rovescia che porterà automaticamente alla morte di lì a un anno. A meno che non ci si riesca a procurare, in qualche modo, tempo ulteriore: i timer diventano come conti bancari elettronici, in cui si versa o da cui si preleva valuta, solo che la valuta di “In Time” è il tempo. Per cui ci sono i ricchi che hanno anche milioni di anni da vivere (lo sviluppo fisico si arresta a 25 anni e non si invecchia) e i poveri – neanche a dirlo, la stragrande maggioranza – sono costretti a lavorare come schiavi per non doversi vendere anche quei pochi mesi che li separano dalla morte.

Divoratori di tempo: “In Time” di Andrew Niccol

Dal dialogo fra un uomo ricco ma stanco di vivere e il protagonista, povero e inconsapevole prende avvio la storia:

Henry Hamilton: Arriva un giorno in cui ne hai abbastanza. La mente può essere esaurita anche se il corpo non lo è, e vogliamo morire, dobbiamo farlo.

Will Salas: È questo il tuo problema? Hai vissuto troppo a lungo? Hai mai conosciuto qualcuno che è morto?

Henry Hamilton: Per pochi immortali la maggioranza deve morire.

Will Salas: Questo che significa?

Henry Hamilton: Tu proprio non lo sai, vero? Non possono vivere tutti in eterno, dove li metteremmo? Perché esistono le zone orarie? Perché credi che le tasse e i prezzi aumentino nello stesso giorno nel ghetto? Il costo della vita aumenta per far sì che la gente continui a morire o non esisterebbero uomini con milioni di anni e altri che vivono alla giornata. Ma la verità è che ce ne sarebbe per tutti, nessuno deve morire prima del tempo. Se tu avessi tanto tempo quanto ne ho io su quell’orologio, che cosa faresti?

L’ultima frontiera, quella del sonno

Già, che cosa faremmo di noi stessi e del nostro tempo se fossimo immortali come Zuckerberg, come Bezos, come Bill Gates e come gli altri ultramiliardari di tutto il mondo, gente per cui potere e denaro sono diventati peggio, molto peggio di una forte dipendenza da oppiacei? Impossibile rispondere, mentre al contrario, quello che fanno loro è molto evidente: far correre gli altri il doppio, il triplo, il quadruplo, solo perché lo status quo possa rimanere fermo. E l’ultima frontiera che gli resta da azzerare è solo quella del sonno.

Davide Mazzocco ci parla del passero dalla corona bianca: uccello migratore che in autunno vola dall’Alaska sino al Messico, per poi compiere il tragitto inverso in primavera, e durante la migrazione può rimanere in stato di veglia per una settimana. Il Dipartimento statunitense della Difesa ha studiato a lungo i meccanismi che permettono a questi uccelli di rimanere svegli e attivi così a lungo.

Divoratori di tempo: passero dalla corona bianca
Passero dalla corona bianca

Ovviamente il loro obiettivo è la creazione di soldati liberi dall’esigenza del sonno. E una volta creati i soldati, poi sarebbe facile forgiare, su quel modello, un nuovo genere di lavoratori e consumatori senza sonno.

Perché, per il capitalismo cronofago il tempo del sonno è una nicchia di resistenza non ancora mercificata, e quindi va ridotta al massimo se non eliminata del tutto.

Divoratori di tempo: ipercapitalismo e pandemie

A forza di attentare al sonno, il ritmo circadiano collassa, fra noi poveri umani cresce l’ansia e l’insonnia e la capacità di dormire diventa una merce. Acquistabile come tutte le altre. Vuoi dormire? Comprati benzodiazepine, sonniferi di vario genere, oppiacei, alcool e credimi: dormirai…

Ma, a noi miseri mortali, con pochi mesi nell’orologio-timer e pochi soldi nell’orologio-banca, che già da tempo lavoriamo gratis per Zuckerberg e per Google, sempre più maltrattati, sfruttati, umiliati e confusi, quale opzione rimane nel disperato tentativo di salvare i nostri figli, se non noi stessi, da questo mondo fatto di paura e tradimento, di tormento, un mondo nel quale si calpesta e si viene calpestati, un mondo che, nel perfezionarsi, diventerà sempre più spietato?

Potremmo attendere pazientemente l’avverarsi della profezia di Marx, secondo cui il capitalismo dovrebbe finire per collassare su se stesso. Ma l’attuale ipercapitalismo sembra capace di mutare come un retrovirus, e, come un coronavirus, portare al mondo una pandemia che sembra creata ad arte per rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri e disperati sempre più poveri e disperati.

Rallentare, rallentare, rallentare

Io temo che la sola possibilità che ci rimanga contro un Sistema che vuole farci correre, consumare ogni attimo del nostro tempo e infine buttarci in qualche discarica come fossimo batterie o pile non più ricaricabili, sia, al momento, quella di rallentare, rallentare e ancora rallentare i nostri ritmi in una sorta di resistenza passiva.

Milan Kundera

Da Milan Kundera, “La Lentezza”:

“Aspetta un momento.”

Voglio contemplare ancora il mio cavaliere che si dirige lentamente verso la carrozza. Voglio assaporare il ritmo dei suoi passi: più egli avanza, più questi rallentano. In questa lentezza mi sembra di riconoscere un segno di felicità.

… Senza domani.

Senza pubblico.

Ti prego, amico mio, sii felice. Ho la vaga impressione che dalla tua capacità di essere felice dipenda la nostra unica speranza.

ASPETTA UN MOMENTO.

La vasta moltitudine dei morti

Per ogni epoca, per ogni periodo e a maggior ragione per ogni tragedia o guerra, nelle nostre menti rimane un’immagine a rappresentare e testimoniare quello che è successo. Ad esempio, la fotografia della bambina ustionata dal napalm che corre nuda, urlando e piangendo, sarà per sempre il devastante simbolo della guerra americana in Viet-Nam. Per quanto riguarda l’attuale pandemia, invece, almeno per noi italiani l’immagine che rimarrà impressa a fuoco nella memoria comune è quella della lunga fila di camion militari con le bare dei morti di Covid a Bergamo, fuori dal cimitero in attesa del proprio turno per la cremazione. Quest’ultima foto ci colpisce particolarmente perché va a toccare uno dei nostri nervi scoperti: l’umana ossessione per la vasta moltitudine dei morti, che tendiamo a considerare come una specie aliena, quasi un esercito nemico da tenere a distanza e non una schiera a cui già apparteniamo, dal momento che, presto o tardi, entreremo a farne parte.

Carri militari a Bergamo, che portano le bare dei morti di Covid, in fila fuori del cimitero
Carri militari che trasportano bare in fila a Bergamo, fuori del cimitero

La vasta moltitudine dei morti: nel fantasy e nell’horror

Walter de la Mare, scrittore inglese vissuto a cavallo fra 1800 e 1900 disse:

“Dopotutto, che cos’è un uomo, se non un’orda di fantasmi? Querce che erano ghiande che erano querce.”

Eppure, anche in letteratura, de la Mare è un caso abbastanza limite: si tende sempre a creare una linea di confine precisa, un muro infinitamente lungo per separare i morti dai vivi perché la morte, si sa, può facilmente contagiarti o ipnotizzarti.

La vasta moltitudine dei morti: Aragorn e l'esercito dei morti
Aragorn e l’esercito dei morti, nel film tratto dal “Signore degli anelli” di Tolkien

Dove la linea di demarcazione è più facilmente visibile è nel fantasy: a volte la moltitudine dei morti sta dalla parte dei buoni, come nel “Signore degli anelli” di Tolkien, dove l’esercito dei morti aiuta Aragorn  a sconfiggere le truppe di Sauron; altre volte, come nel Game of Thrones di George Martin l’esercito dei morti sembra essere il male assoluto, ma che, pur essendo assoluto, non è poi un male così difficile da eliminare: alla fine vediamo che basta una ragazzotta ben allenata  all’omicidio, un drago vivente contro un drago morto, un acciaio speciale (i morti che ritornano hanno sempre un tallone d’Achille: la luce del sole per i vampiri, ad esempio) e il terribile esercito viene facilmente spazzato via. In altri casi, come nella fortunata serie originale horror “The Walking Dead”, risulta ben presto evidente che la vasta moltitudine dei morti – in questo caso zombie – pur dando il nome alla serie è del tutto ininfluente, mentre quelli che fanno il bello e il cattivo tempo massacrandosi fra di loro sono sempre, come è ovvio, i vivi.  

Game of Thrones: Il Re della schiera dei morti
Game of Thrones, il Re della Notte, nella serie tratta dalla saga di G.Martin

La vasta moltitudine dei morti: Dylan Thomas

Io credo si tratti di una visione fortemente narcisistica da parte di noi esseri ancora viventi: parliamo dell’aldilà, proponiamo ipotesi, confidiamo in questa o quella religione, subiamo il fascino della non esistenza ma pretendiamo di considerarci un soggetto a sé stante e, in quanto vivo, vincente. Ci vuole una forte visionarietà unita ad un talento poetico raro per unire e contemporaneamente dividere vivi e morti, ma Dylan Thomas ci riesce perfettamente:

A process in the weather of the world
Turns ghost to ghost; each mothered child
Sits in their double shade.
A process blows the moon into the sun,
Pulls down the shabby curtains of the skin;
And the heart gives up its dead

Un mutamento nella stagione del mondo
Sostituisce spettro a spettro; ogni figlio partorito
Siede nella sua duplice ombra.
Un mutamento spinge la luna dentro al sole,
Strappa i logori veli della pelle;
E il cuore abbandona i suoi morti

Da “A process in the weather of the heartdi Dylan Thomas (18 poems*)

Comprendere Dylan Thomas non è mai semplice, soprattutto nelle poesie giovanili, ma credo che il punto da sottolineare sia la “double shade”, quell’ombra che, per ogni umano appena nato è unica ma già doppia, perché rappresenta la vita attuale e la morte che segue, ombra duplice che si estende nel tempo che è poi il solo vero mutamento nella stagione del mondo.

La vasta moltitudine dei morti: Milan Kundera

Milan Kundera
Milan Kundera

Sulla moltitudine dei morti mi viene in mente un bellissimo racconto di Milan Kundera “Che i vecchi morti cedano il posto ai giovani morti.” In questo racconto giovanile c’è principalmente una forte satira nei confronti di quella Cecoslovacchia, patria di Kundera, che era da poco diventata proprietà sovietica, ma non solo. Sia i morti recenti che quelli di lunga data, nel racconto, non hanno più alcun tipo di scintilla: sono solo mucchi di ossa che vengono spostate di tomba in tomba:

“Ci aveva messo un po’ di tempo per capire: lì dove prima c’era la lapide di arenaria grigia col nome del marito a lettere d’oro, proprio in quello stesso posto (aveva riconosciuto con certezza le due tombe accanto) c’era adesso una lapide di marmo nero con sopra, a lettere d’oro, un nome del tutto diverso.

Turbata, era andata negli uffici della direzione. Lì le avevano detto che, alla scadenza della concessione, le tombe venivano liquidate automaticamente. Lei li aveva rimproverati per non averla informata per tempo che doveva rinnovare la concessione, e loro per tutta risposta le avevano detto che in quel cimitero c’era poco spazio e che i vecchi morti devono cedere il posto ai giovani morti…”

Nel racconto di Kundera il mondo, nella sua inutile seriosità va in pezzi, e nel nostro mondo reale la consapevolezza che non possano esistere veri cambiamenti, se non l’unico vero mutamento dovuto al passare del tempo, manderebbe in pezzi la maggioranza di noi.

James Joyce: The dead

La vasta moltitudine dei morti: James Joyce

In controtendenza con la forte volontà umana di tenere il mondo dei vivi ben separato da quello dei morti arriva James Joyce, con un capolavoro assoluto, “The Dead”, ultimo e principale racconto di “Dubliners”, pubblicato nel 1914. Ci sono romanzi, o racconti, dove l’intera narrazione non è altro che un lungo preliminare per l’incanto del finale; dove ogni cosa, anche la più banale, anche ciò che ci appariva insignificante, all’improvviso acquista un senso, e perfino lo stile cambia: se prima l’autore indugiava in dettagli, dilatando il tempo fino a distenderne ogni piega, adesso, negli ultimi paragrafi, il tempo si restringe e ogni parola scritta è necessaria e illuminante.

The Dead è lungo una cinquantina di pagine, interamente ambientato in un cenone con ballo, a casa di anziane signorine benestanti, mentre fuori nevica e nella grande casa dove il fuoco scoppietta in ogni camera si mangiano prelibatezze, si suona il piano e si danza il walzer. Nelle ultime due pagine tutto cambia. Siamo in una camera d’albergo senza nemmeno una candela, e passando dalle luci sfavillanti al buio assoluto, dal calore all’aria gelida, tutto improvvisamente diventa chiaro.

The dead, dove morti e vivi diventano uno

“Sì, presto forse si sarebbe trovato seduto in quello stesso salotto, vestito di nero, la tuba sulle ginocchia: le imposte sarebbero state accostate e zia Kate seduta accanto a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato com’era morta. Si sarebbe torturato il cervello allora per trovare qualche parola che potesse consolarla e ne avrebbe trovate solo di goffe e inutili. Sì sì, non sarebbe passato molto tempo.

L’aria fredda della stanza gli gelava le ossa. S’allungò adagio sotto alle coperte accanto alla moglie. Uno ad uno tutti si sarebbero tramutati in ombre. Meglio, del resto andarsene senza paura nell’altra vita, nel pieno di qualche passione, che svanire e appassire a poco a poco con l’età. Pensò a lei che gli stava sdraiata accanto, a come fosse riuscita a tener sigillata nel cuore per tutti quegli anni l’immagine degli occhi del suo innamorato mentre le diceva che non voleva vivere.

Lacrime generose gli gonfiarono gli occhi. Non aveva mai provato nulla di simile per nessuna donna e sentiva che quello doveva essere veramente amore. Più fitte le lacrime gli velarono gli occhi e nella semioscurità immaginò la figura di un giovane in piedi sotto un albero gocciolante di pioggia. Altre figure gli erano accanto. La sua anima si stava avvicinando alle regioni abitate dalla vasta moltitudine dei morti. E pur essendo cosciente di quella loro illusoria e vacillante esistenza non riusciva ad afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio e impalpabile e la terra in cui pure quei morti avevano dimorato e procreato, perdeva sostanza.”

La vasta moltitudine dei morti

La poesia di questo racconto – e d’altra parte si parla di Joyce – è l’insieme dei sentimenti che fanno avvicinare Gabriel, il protagonista, alla vasta moltitudine dei morti, fino alla completa sovrapposizione dei due mondi: prima di tutto accettazione dell’ ineluttabilità della morte; come conseguenza dell’accettazione ne deriva la consapevolezza che tutti noi, vecchi o giovani, un giorno, più o meno vicino, apparterremo a quella schiera impalpabile; infine empatia per i morti e per i vivi, che dimorano gli uni dentro gli altri, appartenendo tutti alla medesima, vacillante e illusoria sostanza.

Proprio come le ghiande dimorano nelle querce, e le querce dimorano nelle ghiande.

Nothin’ di Townes Van Zandt, 1971, dedicata a Marina, Alessandro, Fabio: amici, mi mancate sempre

*Dylan Thomas è tradotto da Emiliano Sciuba, che è anche l’unico traduttore in italiano delle opere giovanili da noi inedite di Dylan Thomas

Contempliamo abissi bianchi

“…Moby Dick mi suscitava un altro pensiero, o piuttosto un orrore vago e senza nome, così intenso a volte da soverchiare tutto il resto; e tuttavia così misterioso e quasi ineffabile che a momenti dispero di poterlo esprimere in una forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che soprattutto mi atterriva.”

Melville, Moby Dick

Contempliamo abissi bianchi: Fontana sulle rive del lago di Como
Fontana accanto al Lago di Como

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI è un breve viaggio che faccio partire da alcune osservazioni personali:

In televisione vedo la pubblicità di una penna sbiancante per denti, con questa modella dall’aria inquietante: capelli biondo platino; pelle del genere “whiter shade of pale”; un sorriso pieno di denti scintillanti resi ancora più bianchi dal contrasto con numerosi strati di rossetto vermiglio.

Ancora pubblicità. L’ennesimo spot su qualche detersivo da lavatrice, con l’ennesima donna quasi in orgasmo mentre stende lenzuola iperdotate, a quanto pare, del fondamentale pregio di apparire così bianche da mandare in estasi femmine di tutte le età. Praticamente un porno.

A quel punto mi sono domandata: da dove viene questa umana mania, questo delirio archetipico, questa attrazione fatale per il bianco? Mi è venuto in mente quel capitolo di Moby Dick, intitolato “La bianchezza della balena”:

“…In certo modo, vari popoli hanno riconosciuto in questo colore una qualche preminenza regale…e altri uomini hanno preferito e scelto quel colore per farne l’emblema di molte cose nobili e commoventi, come l’innocenza delle spose e la benignità della vecchiaia… nei miti Greci il grande Giove in persona s’incarna nel toro candido…tutti i sacerdoti cristiani ricavano direttamente dalla parola latina che significa bianco il nome di una parte del loro abito sacro…E’ vero che nella Visione di San Giovanni i redenti portano vesti bianche, e i 24 anziani stanno vestiti di bianco davanti al gran trono candido, e il Santo che vi siede è bianco come la lana. Eppure, nonostante questa montagna di associazioni con tutto ciò che è soave e venerabile e sublime, sempre nell’idea più profonda di questo colore si acquatta un che di ambiguo, che incute più panico all’anima di quel rosso che ci atterrisce nel sangue.

È questa qualità inafferrabile che rende l’idea della bianchezza, quando è separata da associazioni più benigne e accoppiata con un oggetto qualunque che sia terribile in se stesso, capace di accrescere quel terrore fino all’estremo…”

Melville continua con esempi di creature in cui il bianco provoca all’uomo sensazioni di panico. L’orso polare e lo squalo bianco, ad esempio: “…cos’altro se non la loro bianchezza candida e fioccosa li rende quegli orrori ultraterreni che sono? È quella bianchezza spettrale che impartisce una bonarietà così orrenda…Tanto che nemmeno la tigre con le sue zanne feroci, avvolta nel suo mantello araldico, può scalzare a un uomo il suo coraggio meglio dell’orso e del pescecane dal bianco sudario”.

Ma anche esempi di visione magica, se non mistica, come l’albatros: “…là, gettato sul boccaporto di maestra, vidi un che di regale, di piumato, di bianchezza immacolata, e con un sublime, arcuato, rostro romano. A tratti inarcava le grandi ali d’arcangelo come per abbracciare qualche sacro tabernacolo… Attraverso i suoi occhi strani, inesprimibili, mi pareva d’intravedere segreti che avvolgevano lo stesso Dio. Mi chinai come Abramo davanti agli angeli; quella cosa bianca era tanto bianca, le sue ali tanto vaste, e in quelle acque solitarie in eterno io avevo perduto le memorie meschine e deformanti delle città e delle tradizioni…”

Contempliamo abissi bianchi: un bianco albatros, figura cristica nel poema di Coleridge "Rime of an ancient mariner"

Il bianco albatros, in letteratura, viene raccontato varie volte, a iniziare da Rime of an Ancient Mariner, poema di Coleridge. Qui troviamo un albatros che segue la nave su cui è imbarcato il marinaio che dà il titolo al poema; l’albatros è considerato presagio di buona fortuna per via del suo colore bianco ed è salutato e quasi venerato da tutto l’equipaggio, finché il marinaio non impugna la balestra e lo uccide con una freccia. Il marinaio non sa il perché del suo gesto e nessuno lo saprà mai: Coleridge non ce lo spiega. Credo che il peccato del marinaio, in quanto indotto inconsapevolmente dal Fato, sia il classico peccato di hýbris, dal greco antico.

Lo hýbris è un accecamento mentale che impedisce all’uomo di riconoscere i propri limiti e le proprie forze: chi osa oltrepassare il confine posto dagli dei pecca di hýbris e incorre in quella che viene chiamata “invidia degli dei”. Per quanto incolpevole giuridicamente, il marinaio non lo è religiosamente, perché il peccato di hýbris, dal punto di vista della divinità, è il peggior tipo di peccato e va punito severamente. In seguito all’assassinio dell’albatros la nave verrà perseguitata dalla sfortuna e tutti i compagni del marinaio moriranno, tutti tranne lui che dovrà convivere col senso di colpa e la maledizione del sopravvissuto.

 La storia dell’albatros e del marinaio ricorda quella di Parsifal e del cigno. Parsifal, il “puro folle”, uccide un cigno selvatico con una freccia del suo arco nel lago dei cavalieri del Graal. Nemmeno Parsifal, proprio come il marinaio di Coleridge, sa realmente spiegare il perché di quell’assassinio, e i cavalieri del Graal considerano il suo gesto sacrilego, motivo per cui lo cacciano via dalla loro terra, così come in Coleridge l’equipaggio della nave tratta con rabbia sempre maggiore il marinaio per aver ucciso l’albatros, dopo avergli appeso al collo il cadavere del povero uccello, come fosse un crocifisso, perché sia chiaro a tutti l’orrore innaturale della sua colpa. Eppure è proprio in seguito alle morti dei due uccelli bianchi che il marinaio e Parsifal riusciranno a raggiungere obiettivi spiritualmente alti.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: Parsifal, di Rogelio De Egusquiza y Barrena, Museo del Prado

In entrambi i casi il bianco è simbolo di trasmutazione, di creatura che sacrifica se stessa per un bene superiore, quindi simbolo cristico.  Ma ciò nonostante, anche in questi due poemi la purezza del bianco ha la sua piccola parte ambigua: dopo la morte dell’albatros e dell’equipaggio della nave, il bianco dell’uccello si trasferisce nell’occhio del marinaio, che Coleridge definisce “glittering eye”, ovvero occhio abbagliante, dotato di poteri magici. “Glittering”, un po’ come lo “Shining” di Stephen King.

Ovviamente anche Parsifal eredita dal cigno la magia del bianco, visto che riceve una sorta di rivelazione e, di conseguenza, riesce facilmente a ridurre in cenere i suoi nemici nel giardino delle fanciulle fiore.  

Tornando a Melville, per lui l’ambiguità del bianco è proprio una medaglia con due facce opposte e complementari:

“Ma ci sono altri casi in cui la bianchezza perde completamente quella strana aggiunta di sublimità che l’informa nel cavallo bianco e nell’albatro. In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte egli è aborrito da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto degli altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo?”

Moby Dick è un romanzo del 1851, ma ancora oggi, a quasi 170 anni di distanza, in buona parte dell’Africa australe e soprattutto in Tanzania – dove gli albini sono particolarmente numerosi, a causa di un’anomalia genetica – tutti li considerano esseri maligni. Ma, allo stesso tempo, i loro arti, i loro organi sono considerati degli incredibili portafortuna; infatti, così come ci sono i cacciatori di frodo di elefanti, che uccidono per estirpargli le zanne di bianco avorio, esistono anche i cacciatori di albini, che vengono massacrati affinché  parti del loro bianco corpo siano fatte a pezzi e mescolate in un calderone dagli stregoni, per poi essere trasformate in amuleti da rivendere alla popolazione locale a carissimo prezzo.

Cos’è, quindi, che trasforma il colore bianco in una calamita col suo campo magnetico, che attrae l’uomo, in un modo o nell’altro, come se fosse fatto di ferro? E soprattutto, mi domando come riesca ad essere sia simbolo di purezza e misticismo quanto di un genere di magia che non sempre vorremmo conoscere, e che se a volte è benigna e ha il volto di una fatina delicata, molto più spesso evoca quello spettro mostruoso che ci portiamo sempre dietro, narcotizzato, ma pronto a svegliarsi e mostrarsi a noi.

Ecco come Melville affronta la questione: “Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della Via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato?”

Lovecraft, col suo "the colour from out of space" è una tappa importante del biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi"

E se si parla di assenza di colore, di colore inesistente, non si può non citare il meraviglioso “The colour out of space”, racconto capolavoro di Lovecraft fra l’horror e la fantascienza, dove il colore rappresenta il nemico, il mostro, l’entità senza corpo né forma che ci assale nella nostra parte più vulnerabile, che è poi la natura, a cui siamo attaccati tramite cordone ombelicale, poiché, come feti, per vivere dipendiamo da lei. È il racconto di un crollo, di una cascata trofica che non ha nulla di scientifico e quindi inizialmente imprevedibile, ma che ben presto metterà in evidenza, passo dopo passo, la nostra essenza inerme, fragile e facilmente penetrabile e che porterà, irreversibilmente, ad una fine nota:

“…Sugli alberi di tutti i frutteti apparvero boccioli dai colori strani…I colori, era quella la vera follia. Tranne nell’erba e nel fogliame, i colori di una natura sana erano deviati da variazioni prismatiche, impossibili, su tutte un unico, malato tono dominante completamente estraneo a qualsiasi altra tinta conosciuta sulla terra… A luglio, la donna aveva cessato di esprimersi a parole, muovendosi a carponi. Prima della fine del mese, Nahum divenne ossessionato da una nozione delirante: che, nella tenebra, sua moglie emettesse una sorta di vaga luminescenza. La medesima luminescenza che ora poteva notare nella vegetazione tutta attorno.”      

È chiaro che nel racconto di Lovecraft il colore che viene dallo spazio è solo il messaggio, o se vogliamo il biglietto da visita di qualcosa di molto più profondo e agghiacciante che non riusciamo a conoscere anche se sappiamo che è proprio intorno e dentro di noi. Infatti non solo il bianco, ma ogni tinta della natura, dalla pittura di un quadro meraviglioso alle sfumature di un tramonto, dai colori più vivaci di fiori e farfalle fino ai colori tenui e pastello di nuvole, laghi e fiumi, ogni singolo colore non appartiene alla sostanza su cui ci sembra di vederlo.

Grazie a Newton sappiamo che il colore non è inerente agli oggetti, mentre è la superficie degli oggetti a riflettere alcuni colori e ad assorbire tutti gli altri. Noi percepiamo esclusivamente i colori riflessi. Se guardiamo una fragola, il rosso non è “nella” fragola, ma la superficie della fragola riflette le lunghezze d’onda che vediamo come rosso e assorbe tutto il resto. Un oggetto appare bianco, invece, quando riflette tutte le lunghezze d’onda. E questo Melville lo sa bene:

Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copra di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore…Quando riflettiamo su tutto questo, l’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso…”

Moby Dick e la bianchezza della balena sono il filo conduttore di questo biblio-trip "Contempliamo abissi bianchi" in Ostinata e Contraria

Ed ecco, forse, perché il fascino del bianco ci nutre e allo stesso tempo ci consuma. Ecco cosa si acquatta di ambiguo nell’idea più profonda di questo colore. Ecco perché simboleggia gioia, innocenza e nobiltà così come terrore e disgusto. Il bianco è la sola fotocopia del nulla, quel nulla da cui veniamo e a cui un giorno torneremo. Perché, che piaccia oppure no, il grande vuoto, il grande nulla, è l’unico vero genitore che, dopo averci messi al mondo, sarà sempre lì ad aspettare il nostro ritorno.

CONTEMPLIAMO ABISSI BIANCHI: PHOTO BY JASON POHLMAN