Mondo reale e mondo distopico a confronto

“Non amo molto la vita. A meno che lottare continuamente contro i mulini a vento non significhi amare la vita.”

Yukio Mishima

Da dove parte “Mondo reale e mondo distopico a confronto”? Rileggendo Brave New World dopo anni e anni, ho scoperto che, in realtà, il mondo terrificante ipotizzato da Huxley è un’isola felice se lo compariamo al nostro mondo di oggi, Anno Domini 2021. Rileggere da adulti libri che avevi letto da ragazza/o è appassionante: a volte scopri che quello che ti sembrava un capolavoro si è trasformato in un libretto, a volte scopri il contrario, oppure, come in questo caso, ti rendi conto che i tasselli del mosaico sono aumentati e la tua visione è più chiara, quindi diversa. Non è mai, comunque, il tempo che passa ad aver cambiato la tua visione perché il tempo non passa. Siamo noi a passare. O forse, come scrisse Phlip K.Dick in uno dei suoi discorsi geniali nel 1978 “Il tempo fugge. Verso dove? Forse duemila anni fa ci è stato rivelato. O forse non era così tanto tempo fa: forse è solo un’illusione che sia passato tanto. Forse è stato una settimana fa, o addirittura oggi stesso, poco fa. Forse il tempo non sta solo fuggendo: sta finendo.”

Mondo reale e mondo distopico a confronto: Philip K.Dick
Philip K.Dick

Brave new world versus mondo reale

In che modo, dunque, il nostro mondo attuale si rivela peggiore del mondo creato da Aldous Huxley? Per chi non avesse letto Brave new world, cercherò di riassumere: nel nuovo mondo di Huxley non esiste famiglia né innamoramento e c’è un sistema di caste molto rigido, sistema di caste che è sostanzialmente uguale a quello del mondo reale in cui viviamo. Le caste di Huxley, però, non tramandano, come nella realtà, soldi, privilegi o povertà di padre in figlio, ma i bambini vengono scelti, casualmente, fin da quando sono embrioni e subito condizionati a diventare un tutt’uno con la casta a cui dovranno appartenere.

Aldous Huxley

“Noi, inoltre, li predestiniamo e li condizioniamo. Travasiamo i nostri bambini sotto forma d’esseri viventi socializzati, come tipi Alfa o Epsilon, come futuri vuotatori di fogne o futuri…” Stava per dire: futuri Governatori Mondiali, ma correggendosi disse invece: “futuri Direttori di Incubatori”… Il tutto, però, con una notevole attenzione alla serenità, se non alla felicità, delle creature umane che andavano a costruire: la frescura era indissolubilmente unita al disagio, sotto forma di Raggi X non attenuati. Quando giungeva il momento del travasamento, gli embrioni avevano un vero orrore per il freddo. Erano predestinati ad emigrare ai tropici, ad essere minatori e filatori di seta all’acetato e operai metallurgici. Più tardi si farebbe in modo che la loro mente confermasse il giudizio del loro corpo. “Noi li mettiamo nella condizione di star bene al caldo” concluse Foster “i nostri colleghi di sopra insegneranno loro ad amarlo.” “E questo” aggiunse il Direttore sentenziosamente “questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale.

Ma il condizionamento senza parole è rude e grossolano; non può mettere in rilievo le distinzioni più sottili; ma può inculcare i modi di comportamento più complessi. Per questo sono necessarie le parole, ma parole senza ragionamento. Vale a dire, l’ipnopedia: la massima forza moralizzatrice e socializzatrice che sia mai esistita.”

L’ipnopedia non è altro che una sorta di condizionamento che avviene durante il sonno dei bambini: le stesse frasi vengono ripetute costantemente, come un mantra, e notte dopo notte entrano nei circuiti del corpo umano e prendono spazio nelle menti dei bambini. Questo condizionamento fa sì che non ci siano caste che invidiano i privilegi altrui o che cerchino di ribaltare il sistema. I bisogni materiali di tutti sono soddisfatti e tutti sono indispensabili alla società. I libri e la cultura sono stati aboliti, così come la storia o la filosofia. La religione, invece, ha sempre una sua funzione: a Dio hanno dato un altro nome, Ford, ma per il resto viene citato in modo non troppo dissimile ma dandogli decisamente meno importanza. Al contrario del mondo di Orwell, dove il sesso è proibito, nel nuovo mondo di Huxley invece il sesso è fortemente praticato, anche se mai in forma romantica: non ci sono coppie, né innamorati e il sesso è una specie di sport molto divertente, dove tutti si sentono liberi e libere di farlo con chiunque trovino attraente.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: vecchiaia e malattie

Mondo reale e mondo distopico a confronto

In cosa invece il mondo di Huxley è uguale al nostro? Nel consumismo sfrenato che lo caratterizza. Una delle tipiche frasi che vengono ripetute ai bambini nell’ipnopedia è “Meglio buttare che aggiustare. Più sono i rammendi e minore è il benessere; più sono i rammendi e minore è il benessere” che significa che tutti, uomini e donne, saranno costretti a consumare almeno un tot per anno, nell’interesse dell’industria.

L’altra grande differenza fra il mondo di Huxley e quello reale è l’eliminazione di malattie e vecchiaia: tutti restano giovani come se avessero vent’anni, ma, allo stesso tempo, tutti devono morire allo scadere del sessantesimo anno, o poco di più nei casi di personaggi importanti. Lo stato fornisce una morte indolore e meravigliosa, permettendo alla gente di scivolare nel sonno eterno senza dolore né ansia.

«Lavoro, gioco: a sessant’anni le nostre forze e i nostri gusti sono com’erano a diciassette. I vecchi, nei brutti tempi antichi, usavano rinunciare, ritirarsi, darsi alla religione, passare il loro tempo a leggere, a meditare… meditare!»

«Ora – questo è il progresso – i vecchi lavorano, i vecchi hanno rapporti sessuali, i vecchi non hanno un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare…”

Due dei protagonisti provano sgomento quando incontrano per la prima volta una persona vecchia:

«Che cos’ha?» chiese Lenina. I suoi occhi erano spalancati per l’orrore e lo stupore. «È vecchio, quest’è quanto» rispose Bernardo con tutta l’indifferenza di cui era capace. Anche lui era turbato; ma fece uno sforzo per non apparire colpito. «Vecchio?» ripeté lei. «Ma anche il Direttore è vecchio, tante altre persone son vecchie; ma non sono così.» «Perché non permettiamo loro di diventare così. Li preserviamo dalle malattie. Manteniamo bilanciate artificialmente le loro secrezioni interne, nell’equilibrio della giovinezza. Non permettiamo che la loro dose di magnesio e di calcio discenda al di sotto di ciò che era a trent’anni. Li sottoponiamo a trasfusioni di sangue giovane. Manteniamo il loro metabolismo frequentemente stimolato. Così, naturalmente, non hanno quest’aspetto. In parte» aggiunse «perché la maggioranza d’essi muoiono molto tempo prima d’aver raggiunta l’età di questo vecchio. La gioventù quasi intatta fino a sessant’anni, e poi, crack, la fine.”

In questo il Brave new world è l’esatto contrario del mondo reale, dove l’età media è sempre più alta ma, allo stesso tempo, aumentano le malattie e i tormenti della vecchiaia e la morte, spesso, avviene in seguito a qualche malattia terribile, dopo mesi o anni di sofferenza.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: la droga perfetta

Mondo reale e mondo distopico a confronto
Mondo reale e mondo distopico a confronto

Ma quello che rende insuperabile il mondo di Huxley è la creazione della “droga perfetta” detta soma, termine mutuato dalla bevanda degli dei nel RgVeda, usata anche per praticare sacrifici: “Noi abbiamo bevuto il Soma e siamo divenuti immortali. Noi abbiamo raggiunto la luce, abbiamo incontrato gli Dei. Che cosa può fare a noi la malvagità dell’uomo mortale o la sua malevolenza, o Immortale?” (RgVeda, VIII-48,3)

Perché il soma, nel Brave new world è considerata “la droga perfetta”? Ecco come la descrivono, nel libro:

«Euforica, narcotica, gradevolmente allucinante.» «Tutti i vantaggi del Cristianesimo e dell’alcool; nessuno dei difetti.» «Potete offrirvi un’evasione fuori della realtà quando volete e ritornate senza neanche un mal di capo o una mitologia.»

O, più nello specifico: “nessuno ha un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare; o se per qualche disgraziata evenienza un crepaccio s’apre nella solida sostanza delle loro distrazioni, c’è sempre il “soma”, il delizioso “soma”, mezzo grammo per un riposo di mezza giornata, un grammo per una giornata di vacanza, due grammi per un’escursione nel fantasmagorico Oriente, tre per una oscura eternità nella luna.”

Alla fine, anche il mondo di Huxley sicuramente molto  organizzato e più piacevole rispetto al nostro, solido, stabile, milioni di volte meno ansiogeno, senza guerre né rivoluzioni, dove ognuno è stato condizionato per amare quello che fa e quello che è, dove non esistono malattie né pandemie, dove la specie umana non aumenta esponenzialmente e non esiste l’inquinamento, alla fine, anche questo mondo, per restare in piedi ha bisogno di qualcosa in grado di calmare le menti e di permetterci di fuggire in una dimensione immaginaria: una droga, insomma. E la cosa più interessante è che tutti, nel mondo di Huxley, hanno bisogno di soma, dagli Epsilon definiti “quasi aborti” agli evoluti Alpha plus. Un po’ come riconoscere che noi umani siamo tutti molto diversi l’uno dall’altro, tranne che per un piccolo particolare: l’incapacità di controllare la nostra parte emotiva e l’estrema difficoltà nel maneggiare la nostra mente, che sia una mente stupida o una mente brillante.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché scegliere il mondo distopico

Fin qui se dovessi scegliere fra il nostro mondo attuale e il Brave new world di Huxley sceglierei di corsa il secondo. Prima di tutto Huxley ci libera dalla famiglia e dalla “coppia”, entrambe alla base della maggior parte delle nostre infelicità, delle nostre frustrazioni, dei disastri della società. Poi elimina la monogamia, grande ipocrisia della nostra società: il sesso diventa finalmente un piacere, da fare con chi vogliamo e per quanto tempo vogliamo, senza false promesse di fedeltà e di amore eterno. Poi ci regala una vita in cui restiamo giovani fino all’ultimo, senza malattie e senza vecchiaia, ma con un unico piccolo prezzo da pagare: a sessanta anni moriremo, senza soffrire, come un appuntamento che conosciamo da tempo ma che non temiamo. Le suddivisioni in ricchi, poveri, lavoratori di fatica e gente che praticamente non fa un cazzo esisterà ancora – impossibile eliminarla in un regime capitalista – ma non dipenderà dall’appartenenza a famiglie potenti o, al contrario, a famiglie di poveracci, bensì solo al caso, e il condizionamento farà sì che tutti siano fieri di appartenere alla casta cui appartengono senza sentirsi né sfruttati né privilegiati.

Il Soma

Mondo reale e mondo distopico a confronto: il soma, la droga perfetta di Huxley

Infine, come una gigantesca ciliegina sulla torta, Huxley ci regala il soma. Una droga legale, addirittura distribuita dallo Stato, ma che soprattutto non crea effetti collaterali: niente vomito, mal di testa, overdose, viaggi all’inferno. Ogni serata, o pomeriggio, o nottata trascorso col soma sarà come un sonno di bellezza: torneremo a “casa” riposati, rinfrancati, sereni e col fisico in gran forma. Certo, come possiamo vedere dal personaggio di Lenina, la giovane e bellissima ragazza Alpha, a forza di usare il soma ne vogliamo di più e poi di più e ad ogni minimo intoppo o piccolo incidente che la vita ci presenta ricorriamo subito al soma; ma del resto, per quanto possa essere una droga perfetta, il soma è pur sempre una droga, e quindi si comporta come una droga. Non si può chiedere l’impossibile.

Ma, per quanto mi riguarda, il soma da solo già basterebbe per scegliere il Brave new world rispetto al nostro mondo attuale. In fondo il Brave new world di Huxley è una via di mezzo fra Matrix ed una Spa da Vip, dove, insieme a massaggi e bagni in piscina ci sono, a disposizione, tutti i nuovi ritrovati della chimica per sentirsi alla grande. Il nostro mondo reale, invece, è sempre più disperato, senza vie d’uscita che non siano solo momentanee, costose, illegali e molto tossiche per l’organismo umano.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché non scegliere il mondo distopico

E quindi, cosa c’è nel mondo di Huxley che non va bene? O meglio, che cosa manca al mondo di Huxley? Al mondo di Huxley, molto banalmente, manca la cultura. Manca la cultura e manca l’arte, per scelta dei leader del nuovo mondo. È esplicativo il dialogo fra il leader massimo, il Governatore Mustafà Mond e il ragazzo detto “il Selvaggio” perché vissuto, fin da piccolissimo, nell’ultima riserva abitata da indios che non si sono voluti uniformare al nuovo modo di vivere. In questa riserva la gente vive in coppia, i bambini vengono cresciuti dai genitori e, di tanto in tanto, è ancora possibile trovare libri antichi che sono sfuggiti alla distruzione. Il Selvaggio, ad esempio, è riuscito a trovare un volume con tutte le opere di Shakespeare, e la vita, ormai, ha per lui un senso solo in un’ottica shakespeariana.

 «Perché il nostro mondo non è il mondo di “Otello”. Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il “soma”… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio.

“Libertà”!» si mise a ridere. «V’aspettate che i Delta sappiano che cos’è la libertà! Ed ora vi aspettate che capiscano “Otello”! Povero ragazzone!»

Il Selvaggio restò un momento in silenzio. «Nonostante tutto» insistette ostinato «”Otello” è una bella cosa, “Otello” vale più dei film odorosi».

«Certo,» ammise il Governatore «ma questo è il prezzo con cui dobbiamo pagare la stabilità. Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte.

Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.»

«Ma non significano nulla.»

«Hanno un senso loro proprio. Rappresentano una quantità di sensazioni gradevoli per il pubblico.»

«Ma sono… sono raccontati da un idiota.»

Il Governatore rise.

«Ha ragione lui» disse Helmholtz, triste. «Infatti è idiota. Scrivere quando non si ha nulla da dire…»

«Precisamente. Ma ciò richiede la massima abilità. Si fabbricano le macchine col minimo assoluto di acciaio, e le opere d’arte praticamente con nient’altro che la sensazione pura.»

Quanto sono pericolose arte e cultura?

Yukio Mishima, Tokyo, 1970

Questo, a mio parere, è il punto focale del libro e della questione. La vera arte, la grande arte, la cultura sono quanto di più pericoloso possa esistere nei confronti dello status quo. L’unico vero nemico, il più minaccioso. E questo lo vediamo bene anche nel nostro mondo reale, dove la cultura, piano piano, è stata sostituita, in ogni campo, da una sottocultura insopportabilmente becera. Perché l’arte, come dice il Governatore, uccide la stabilità, ma è anche nemica della felicità. O almeno, considerando la felicità come un punto impossibile da raggiungere in mezzo a qualche Galassia lontana, in un mondo privo di cultura possiamo autoconvincerci di avere quel punto in tasca, sebbene sia così distante; in un mondo infestato dalla cultura, invece, non possiamo che arrivare alla consapevolezza che quel punto felice resterà sempre laggiù, dove non saremo mai in grado di raggiungerlo.

La cultura dunque serve a creare conoscenza, ma la conoscenza ci rende infelici. Mishima dice, in un articolo del 1970: “In questi venticinque anni la conoscenza non mi ha procurato che infelicità. Tutte le mie gioie sono scaturite da un’altra sorgente – ed aggiunge – in questi venticinque anni ho perso ad una ad una tutte le mie speranze, ed ora che mi sembra di scorgere la fine del mio viaggio, sono stupito dall’immenso sperpero di energie che ho dedicato a speranze del tutto vuote e volgari.”

Io concordo con ogni parola di Mishima, non solo perché lo amo come scrittore e come uomo, ma forse perché sono nichilista quasi quanto lo è stato lui. Nonostante ciò, o forse, proprio per questo, continuo a scegliere il nostro vero mondo orribile, dove regna la diseguaglianza, la guerra, la miseria, il massacro, la malattia, la vecchiaia, al mondo distopico di Huxley, dove tutti questi orrori sono inesistenti. Perché un mondo senza cultura, senza arte, senza conoscenza, non mi interessa viverlo. Per quanta infelicità tutto questo mi possa portare.

Una sola poesia di Sylvia Plath, una sola opera di Eliot, un solo romanzo di Mishima, un solo quadro di Caravaggio, un singolo assolo di di John Frusciante porteranno nella mia vita bellezza, verità, fuoco, energia, significato. Se assieme a tutto questo arriverà anche l’infelicità, e so bene che sarà così, sono pronta a farmene carico.

Social Media e the Magic of Maybe

“Il Forse dà dipendenza più di ogni altra cosa.” Dr Robert Sapolsky, Stanford University, CA

Questo articolo su Social Media e the Magic of Maybe parte da una teoria e conferenza di uno scienziato, il Dr Robert Sapolsky, biologo, primatologo e professore all’Università di Stanford, CA. Sapolsky, di base espone già da una sola potente frase la sua teoria lucida e geniale:

“La dopamina non riguarda il piacere. Riguarda l’anticipazione del piacere. Riguarda la ricerca della felicità più che la felicità stessa.”

Social Media e the Magic of Maybe: il biologo Robert Sapolsky, Stanford University
Robert Sapolsky, biologo e primatologo, Stanford University

Dopamina e “soddisfazione istantanea”

Per iniziare: cosa è la dopamina e cosa la “soddisfazione istantanea”?

La dopamina è un neurotrasmettitore endogeno che troviamo in varie parti del nostro cervello ed è fondamentale per ogni funzione cerebrale, incluso il pensiero, il movimento, il sonno, l’umore, l’attenzione, la motivazione, la ricerca e la gratificazione. Aumenta il tuo livello generale di eccitazione e il comportamento finalizzato al raggiungimento di obiettivi a lungo termine.

Social Media e Magic of Maybe: Dopamina e Serotonina

Ma, dal momento che la dopamina può indurre il desiderio di ricerca e ricompensa, ecco come e dove si inserisce il concetto di “soddisfazione istantanea”.

La “soddisfazione istantanea” è l’immediato raggiungimento di gratificazione e felicità. È un modo di sperimentare il piacere e l’appagamento senza ritardi, senza bisogno di pazientare, fornendoci un picco di dopamina senza sforzo né autodisciplina. Esattamente come una qualsiasi droga, con la differenza che questa droga non è solo legale, ma addirittura spinta da tutti i governi del pianeta. È vero che si nasce dipendenti, da cibo e acqua, per iniziare, e si continua con la dipendenza da tutto ciò che ci richiedono in modo continuo e molesto corpo e mente (intesa come neurochimica del cervello), ma ci sono dipendenze più dannose di altre, e questa credo lo sia molto.

Con Internet e i Social, la soddisfazione istantanea del tuo desiderio di ricerca è disponibile già con un click. Puoi parlare con qualcuno solo mandandogli un messaggio e forse ti risponderà in pochi secondi. Tutte le informazioni che puoi volere sono disponibili subito cercandole su Google.

Social Media e Magic of Maybe: tutto questo come influenza la società?

Gli utenti provano un falso senso di appagamento. La gente ama la vibrazione dei loro cellulari che annuncia una nuova notifica, proprio perché non è prevedibile; nessuno sa esattamente quando e da chi arriverà una notifica.

Ecco perché Sapolsky parla di “Magic of Maybe”, la magia del forse: quando guardi il tuo cellulare forse c’è un messaggio o forse no. Quando vai su Facebook forse c’è una notifica, un commento, anche solo uno stupido like, oppure no. Quando notifica, feedback o like appaiono tu avrai un notevole picco di dopamina.

Ma quella sensazione di piacere scompare con la stessa rapidità con cui è arrivata. Purtroppo è facile ritrovarsi in un loop indotto di dopamina. La dopamina inizia con la tua ricerca, il tuo commento, il tuo interagire, che poi verranno premiati da risposte e like e, di conseguenza, sarai indotto a cercare e interagire ancora. Diventerà sempre più difficile smettere di mandare messaggi o di guardare il cellulare per vedere se hai nuove notifiche.

Tutto questo ha rappresentato l’apice per il successo di Facebook e degli altri Social. È anche grazie a questo che i Social Media hanno miliardi di utenti. Nel 2015 c’era un numero stimato di 2 miliardi di utenti nel mondo. In sei anni il numero è cresciuto vertiginosamente, ma soprattutto sono cresciute le ore che la gente passa sui Social Media, per non parlare della pandemia che, con le nuove regole del distanziamento e coprifuoco ha reso i Social l’unica forma di “socialità” al di fuori della famiglia per la stragrande maggioranza della gente. Se non sembrasse fantascienza (ma io amo la fantascienza) ci sarebbe da pensare che i proprietari di Internet, che oggi sono anche proprietari del mondo insieme a Big Pharma e alle lobbies delle armi e del cemento, siano stati proprio coloro che hanno spinto l’avvento del Brave New World pandemico.

Social Media e Magic of Maybe: I topi di Kent Berridge

Social Media e the Magic of Maybe: topi in laboratorio
Social Media e the Magic of Maybe: topi in laboratorio

Ci sono quindi molte persone totalmente dipendenti da questo loop indotto di dopamina ma non lo sanno.

L’effetto è semplice: uccide i desideri nelle persone, la motivazione e i comportamenti indirizzati al raggiungimento di obiettivi. I ricercatori citano, a questo proposito, un esperimento fatto sui topi da uno scienziato, Kent Berridge. Cosa è successo quando nei topi sono stati distrutti i neuroni della dopamina? I topi potevano ancora camminare, mordere, ingoiare. Ma avevano perso la loro aspettativa di desiderare cibo, e quindi sono tutti morti di fame. Non mangiavano niente anche se il cibo era lì, sotto ai loro nasi.

Per quanto riguarda noi umani, perché mai dovremmo essere motivati per raggiungere un obiettivo a lungo termine quando possiamo ottenere lo stesso senso di appagamento da un qualsiasi device, in pochi attimi, senza alzarci dalla sedia?

Il Magic of Maybe non è così magico, o forse sì?

Ovviamente, come in tutte le dipendenze, la possibilità di cambiare sta in noi. Possiamo cambiare il rapporto col nostro ICT (acronimo per Information and Communication Technologies), ovvero tutte le tecnologie che riguardano sistemi integrati di telecomunicazione, computer, smartphone, audio-video, software relativi, e tutto ciò che permette agli utenti di creare, scaricare e condividere informazioni. Possiamo pensarci due volte prima di correre su Facebook o Whatsapp. La scelta sta a noi: potremmo ritagliarci nuove abitudini, cambiare la nostra vita o continuare ad essere topi domestici nella gabbia dell’élite.

Non tutto è a distanza di un click o un tap. Immagino che la soddisfazione finale ottenuta grazie a duro lavoro, pazienza e stabilità sia qualcosa di molto più potente e duraturo di qualsiasi piccola stupida gioia ci possa regalare uno schermo. Ma lo immagino soltanto e, al momento – in modo del tutto alieno inteso come poco umano – sono immune al fascino del rewarding, che sia a lungo termine o immediato.

Ma certo, se vivere ha a che fare col concetto di viaggio, che divertimento ci darebbe mai un viaggio vissuto tramite lo schermo di un device? Eppure qualcosa mi dice che il “Magic of Maybe” è qualcosa a cui solo pochi siano pronti a rinunciare, e se lo facessero si trasformerebbero probabilmente in topi zombie.

Bene, se le cose, come credo, stanno così, alla prossima disinfestazione ricordatevi almeno dei topi, nostri compagni e fratelli in gabbia (e non per loro scelta). Un giorno i nostri padroni potrebbero disinfestare anche tutti noi, o forse lo stanno già facendo.

Sapolsky su Dopamina, Piacere e Social: dura forse 7 minuti, dovreste ascoltarlo

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536 è la parafrasi del titolo di un articolo-discorso di Philip K.Dick risalente al 1977: “Se vi pare che questo mondo sia brutto dovreste vederne qualche altro.”

Nel corso di quella che chiamiamo storia gli anni che si ricordano per aver lasciato particolari devastazioni sono tanti: il 1348, anno dell’esplosione della Peste Nera in Europa; il 1918, anno in cui l’influenza spagnola, grazie anche alla guerra, ha ucciso fra i 50 e i 100 milioni di persone; il periodo della Shoah, fra il 1941 e il 1945. Ma, a quanto pare, l’anno più disastroso da quando esiste la storia sembra sia stato il 536 dopo Cristo, anno che ha segnato l’inizio di una cascata trofica che è durata quasi un secolo e ha quasi sterminato la specie umana. In principio sembra ci sia stata l’eruzione di un vulcano indonesiano; secondo uno storico giavanese del diciannovesimo secolo, Ranggawarsita “il mondo intero fu scosso fin dalle fondamenta, e si scatenarono violenti boati di tuono accompagnati da forti piogge e tremende tempeste… e infine il Kapi esplose con un ruggito terribile, andò in pezzi e sprofondò nelle viscere della terra.”

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto: Ragganwarsita. storico giavanese
Ragganwarsita, storico giavanese

Effetti dell’esplosione raccontati dalle fonti

L’esplosione fu così violenta da azzerare completamente la vita dei giavanesi, interrompendo addirittura la storiografia locale per almeno 20 anni, storiografia che aveva una tradizione più che ricca. Gli effetti dell’esplosione si sentirono principalmente nei due grandi imperi dell’epoca: l’Impero Cinese e l’Impero Romano. Per raccontare un evento storico, la cosa migliore è affidarsi alle fonti del periodo stesso, o alle fonti appartenenti a pochi secoli dopo, con tutti i documenti dell’epoca ancora integri fra le mani.

Giovanni Lido (‘Ιωάννης ὁ Λυδός), filosofo e studioso presso la corte bizantina, nato intorno al 490 d. C. racconta che nel 536 d.C. il sole divenne scuro per quasi tutto l’anno, tanto da impedire ogni tipo di raccolto.

Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator

Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator

Cassiodoro (Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator) nato intorno al 485 e morto il 580 circa, politico, letterato e storico romano, vissuto sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e successivamente sotto l’Impero Romano d’Oriente, ci descrive il crollo del mondo dopo l’esplosione: “Il sole sembra aver perduto la sua luminosità, ed appare di un colore bluastro. Ci meravigliamo nel non vedere l’ombra dei nostri corpi, di sentire la forza del calore del sole trasformata in debolezza, e i fenomeni che accompagnano normalmente un’eclisse prolungati per quasi un intero anno. Abbiamo avuto un’estate senza caldo… i raccolti gelati dai venti del nord … la pioggia sembra si rifiuti di cadere.”

E ancora, Michele il Siriano (ܡܺܝܟ݂ܳܐܝܶܠ ܣܽܘܪܝܳܝܳܐ) vescovo orientale cristiano ma anche scrittore, vissuto fra il 1126 e il 1199 in Siria, scrive: “Il sole si oscurò e l’oscurità durò 18 mesi. Ogni giorno splendeva per circa 4 ore, e ancora questa luce era solo una vaga ombra. Tutti dicevano che il sole non avrebbe più recuperato la sua piena luce. I frutti non maturarono e il vino aveva il sapore dell’uva acerba.”

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536: Cosa accadde scientificamente

Da un punto di vista strettamente scientifico ecco, brevemente, cosa è accaduto: l’esplosione ha lanciato nell’atmosfera fra 10 e 80 chilometri cubi di materiale, creando una nube spessa fra i 20 e i 150 metri a sovrastare tutto il mondo. Il volume enorme di vapore acqueo nell’atmosfera ha parzialmente distrutto lo strato di ozono. Come conseguenza deve esserci stato un iniziale raffreddamento globale di almeno 10 gradi per 20 anni, seguito da un riscaldamento globale causato dal vapore acqueo residuo e dal calo dell’ozono. Le conseguenze climatiche dell’eruzione del 536 d.C. in ambito mondiale sono state confermate anche dalle ultime ricerche paleoclimatologiche, grazie alle analisi dei tronchi d’albero e delle carote di ghiaccio di tutto il mondo.

Ma se pensate che dopo quei venti anni di patimenti tutto sia tornato com’era prima vi sbagliate di grosso. La cascata trofica è un crollo ecologico, qualunque sia la causa scatenante, che si attacca alla catena alimentare e la porta giù con sé, fino in fondo al baratro.

536 d.C.: raffreddamento globale e Pandemia

Procopio di Cesarea (Προκόπιος ὁ Καισαρεύς), storico bizantino, vissuto tra il 460 e il 560 d.C. scrive, in “Storia delle guerre, III, 29”: nel 540 d.C. nel delta del Nilo, per la prima volta a memoria d’uomo, le semine vengono impedite a causa del lento ritrarsi delle acque del fiume, giunto ad un livello di piena di ben 18 cubiti. L’Egitto era la principale fonte di approvvigionamento di grano per Costantinopoli e quindi non poter seminare i terreni del Nilo era drammatico.

Ma questo è solo l’inizio. Sembra provato che fu proprio il raffreddamento climatico a provocare la peste detta “giustinianea” che decimò la popolazione europea fra il 540 e il 542. Il bacillo della peste muore sopra ai 30°C, e un notevole abbassamento delle temperature nella zona dei Grandi Laghi Africani, dove il bacillo era endemico ne ha probabilmente scatenato una diffusione di tipo epidemico prima e pandemico poi. A conferma di questa ipotesi sappiamo, sempre da Procopio, tramite la Storia delle guerre, II 22-23 , che la peste iniziò a diffondersi partendo dall’Egitto.

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto: Peste giustinianea nel Trionfo della Morte, Palermo
La peste giustinianea nel Trionfo della Morte, Palermo Palazzo Abellis, di Autore Ignoto

Paolo Diacono (Paulus Diaconus) monaco vissuto fra il 720 e il 799 d.C., in Historia Longobardorum, dice che nell’anno 590, il 23 ottobre, sui territori della Venezia, della Liguria e di altre regioni d’Italia si scatenò un diluvio di cui non si ritiene esserci stato l’eguale dai tempi di Noè. Il Tevere arrivò a scorrere sopra le mura di Roma, allagandone moltissimi rioni. Nell’anno successivo, invece, si registrò una terribile siccità: non piovve da gennaio a settembre, il Trentino fu invaso dalle locuste.

Se vi pare che il 2020 sia stato brutto dovreste conoscere il 536: riscaldamento globale

Ancora secondo Procopio da Cesarea in Storia delle guerre, IV,15 – senza indicare un anno preciso, in Asia Minore – l’autore sostiene che il prolungato spirare di venti da Sud causò un autunno così caldo che tutti gli alberi rifiorirono improvvisamente per poi coprirsi di frutti. L’uva, anche, ricomparve sulle viti. Evidentemente si era passati dall’era del ghiaccio al riscaldamento globale.

Procopio di Cesarea
Procopio da Cesarea

Riscaldamento globale che toccò il suo apice fra il 575 ed il 596 quando la temperatura europea crebbe fino a livelli simili a quelli attuali, se non addirittura ben al di sopra, come nel 595, probabilmente l’anno più caldo di tutta l’era volgare. La cascata trofica durò circa un secolo. Risalgono infatti al 645 d.C. circa le tracce da inquinamento da piombo, trovate nel ghiaccio, che mostrano come si fosse iniziato ad estrarre e separare l’argento dal piombo, per coniare monete, cosa che, come è ovvio, significava che l’economia fosse in ripresa.

Il 536 d.C. dei giorni nostri

Bringing it all back home” come direbbe Bob Dylan, ricollegando tutte queste informazioni al presente, sappiamo per certo che il lockdown ha frenato solo momentaneamente le emissioni inquinanti mentre il mondo sta per vivere i 5 anni più caldi mai registrati e non si avvicinerà nemmeno agli obiettivi concordati a Parigi per mantenere l’aumento della temperatura globale sotto ai 2 ° C rispetto ai livelli preindustriali. Secondo le stime dell’Organizzazione meteorologica mondiale, le concentrazioni atmosferiche di CO2 hanno continuato ad aumentare fino a nuovi record. Le riduzioni delle emissioni di CO2 nel 2020 avranno solo un lieve impatto sul tasso di aumento delle concentrazioni atmosferiche, che, come è ovvio, sono conseguenza delle emissioni passate.

La temperatura media globale per il 2016-2020 è stata la più calda mai registrata, circa 1,1 ° C sopra quella del periodo 1850-1900 e 0,24 ° C più calda della temperatura media globale per il 2011- 2015.

Ma nel quinquennio 2020-2024, la possibilità che almeno un anno superi 1,5 ° C sopra i livelli preindustriali è del 24%. È molto probabile che uno o più mesi durante i prossimi cinque anni saranno almeno 1,5 ° C più caldi rispetto ai livelli preindustriali.

In breve, come dice Green-me: “In ogni anno tra il 2016 e il 2020, l’estensione del ghiaccio marino artico è stata inferiore alla media. Il periodo 2016-2019 ha registrato una perdita di massa dei ghiacci maggiore rispetto a tutti gli altri periodi di 5 anni dal 1950. Il tasso di innalzamento medio globale del livello del mare è aumentato tra il 2011-2015 e il 2016-2020.

I principali impatti sono stati causati da eventi meteorologici e climatici estremi, in molti dei quali è stata identificata la chiara impronta del cambiamento climatico indotto dall’uomo. Quest’ultimo sta influenzando i sistemi di sostentamento vitale, dalla cima delle montagne alle profondità degli oceani, portando ad un’accelerazione dell’innalzamento del livello del mare, con effetti a cascata per gli ecosistemi e la sicurezza umana.”

Quindi, se davvero vi pare che il 2020 sia stato un brutto anno, pensate al 536 d.C. e cercate di immaginare come saranno i prossimi anni. Non ci vuole troppa immaginazione, in realtà, ma sembra evidente che il nostro Titanic in rotta verso l’iceberg non abbia nessuna intenzione di cambiare direzione o di rallentare la marcia. L’iper-capitalismo e l’incredibile stupidità umana non lo permettono. Perciò, nel tempo che ci rimane, forse dovremmo ballare e cantare come fecero i passeggeri del Titanic, perché sappiamo tutti che la fine è nota.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura?

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Perché gli editori mentono quando dicono che la sinossi del vostro romanzo è necessaria “per poter fare una prima scrematura fra i manoscritti che ci inviano”? Credo sia evidente a tutti che molti capolavori della letteratura mondiale, come Ulisse di Joyce, tutta la produzione di Faulkner o L’isola di Arturo della Morante – per citare i primi che mi vengono in mente inserendo anche un degno autore italiano – non avrebbero mai superato la “scrematura della sinossi” proprio perché sono romanzi dove la narrazione è tutto, e nella narrazione è incluso – e non viceversa – il significato, il senso, l’anima della storia.

“Esercizi di stile” di Raymond Queneau

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau

Potrei parlare per ore, ma credo ci sia un sistema più diretto ed evidente, oltre che più divertente, per dimostrare la mia teoria. Partirò, con umiltà e con il mio proprio modo di vedere e raccontare, da un capolavoro assoluto “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un libro che è tanto geniale quanto illuminante e che sicuramente non avrebbe passato il vaglio della sinossi. Se non avete ancora letto questo libro, FATELO! Se non sapete come è strutturato, ho messo il link e andate a vedere: in questo modo capirete facilmente che cosa mi accingo a fare.

Queneau parte da un episodio banale, di routine quotidiana, per creare da esso ben 98 altre narrazioni, che raccontano tutte lo stesso episodio ma in modi completamente diversi.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Pretty Polly

Imitando Queneau ho preso come modello le lyrics di un’antica canzone folk americana, Pretty Polly, di autore ignoto, per poi creare 7 altre narrazioni – tutte diverse – della stessa storia.

“Oh Willie, Little Willie, I’m afraid to of your ways, Willie, Little Willie, I’m afraid of your ways

The way you’ve been rambling you’ll lead me astray

Oh Polly, Pretty Polly, your guess is about right Polly, Pretty Polly, your guess is about right

I dug on your grave the biggest part of last night

Oh she knelt down before him a pleading for her life She knelt down before him a pleading for her life

Let me be a single girl if I can’t be your wife

Oh Polly, Pretty Polly that never can be Polly, Pretty Polly that never can be

Your past recitation’s been trouble to me

Oh went down to the jailhouse and what did he say He went down to the jailhouse and what did he say

I’ve killed Pretty Polly and trying to get away”

Testuale

La graziosa Polly si rivolge a Willie, il fidanzato, cercando di fargli capire che ne ha una paura matta. Willie, ben lungi dal cercare di rassicurarla, le risponde che sì, in effetti ha appena passato la notte a scavarle la fossa. A quel punto Polly lo prega di non ucciderla, gli chiede di lasciarla libera, ma Willie non è affatto d’accordo: tutte le lagne di Polly gli hanno causato guai e vuole proprio eliminarla fisicamente. Come è ovvio, Willie finisce in carcere dove spiega che ha dovuto ammazzare la graziosa Polly che cercava di scappare via.

Verbale d’Interrogatorio

In data xy il detenuto William Omissis, detto Willie, ristretto nel carcere di Omissis, nella contea di Omissis, è stato interrogato dal Detective Omissis, per sospetto omicidio di primo grado. Il detenuto ha una lunga lista di precedenti penali che vanno dalla violenza domestica all’ubriachezza molesta per finire con rissa da bar e rapina a mano armata. Inizialmente si è rifiutato di rispondere. Quando il Detective l’ha incalzato mostrandogli la lunga lista di accuse mosse nei suoi confronti nel corso di mesi dalla vittima Pretty Polly Omissis, il detenuto Omissis ha detto: “Era una scassacazzi” Il Detective: “Di chi sta parlando, signor Omissis?” Il sospettato: “Pretty Polly era la mia ragazza e l’ho amata come gli uomini di solito amano solo le loro auto e le loro armi, ma Dio mi è testimone: stava sempre a lamentarsi. Insomma, una grande scassacazzi, agente”. Il Detective Omissis ha fatto notare che lui non è agente ma Detective e ha incalzato il detenuto: “Non è forse vero che quella notte ha passato ore a scavare, nella sua proprietà, una fossa lunga come la vittima e profonda 6 piedi?” Il detenuto ha annuito con la testa e poi ha detto “Sì. Dovevo sopprimere il cane. Mi aveva morso e non potevo più fidarmi, quindi ho deciso di sparargli”. Il Detective: “E allora come mai dentro alla fossa abbiamo trovato la vittima, Pretty Polly Omissis con un colpo di fucile che l’ha centrata in piena nuca?” Il detenuto William Omissis ha aperto le braccia: “A un certo punto Pretty Polly se n’è andata, ma non me n’ero accorto. Lì fuori era buio, Detective, non c’era luna, non c’erano stelle, ho visto qualcosa correre e ho pensato a un coyote o al cane che cercava di fuggire, e per sicurezza ho sparato. Qui da noi si fa così: prima si spara e poi, in caso, ci si scusa… Mai avrei pensato che potesse essere la mia amata Polly!” Il detenuto si è messo a piangere e il Detective ha interrotto l’interrogatorio.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa

Crime & Drug Story

È quasi mezzanotte e Pretty Polly si è appena messa un vestito corto nero, scarpe con tacchi a spillo e si è pettinata i lunghi capelli biondi con ciocche azzurre. I suoi tatuaggi sono tutti bellissimi e in vista e lei si prepara per andare al pub a spacciare. A quel punto sente un rumore subito fuori della porta di casa. Rimane un attimo in silenzio, poi prende la sua vecchia ma fidata Glock e ci infila il caricatore. Mentre sta per uscire, arma in mano, qualcuno le sfascia il suo vaso di vetro sulla testa e Pretty Polly sviene. La suoneria del cellulare che suona la risveglia, e scopre di avere le mani legate, il sangue che le cola dalla ferita, un gran mal di testa e quello schizzato di Willie sta proprio lì, davanti a lei.

“Ma che suoneria di merda, Polly! Musica elettronica, la odio – dice Willie – vuoi sapere che suoneria ho io?”

Polly non apre bocca ma, per esperienza, sa che parlare con Willie è inutile. L’uomo spinge un paio di tasti sul cellulare e la musica di “Proud Mary” dei CCR suona con vigore.

“Questa è musica, Gesù!” esclama soddisfatto.

“Willie, che cazzo vuoi?” domanda lei, mentre il sangue continua a scenderle dalla testa proprio nell’occhio destro.

“Che voglio, Polly? Tutto: i soldi, il Vicodin, la meth.”

“Niente meth, l’ho venduta da giorni e ancora non ho ricaricato – dice lei – i soldi stanno in borsa. Di Vicodin ce ne sono forse un paio di pillole in bagno, prendi quello che c’è e vattene affanculo.”

“No, no, no, Pretty Polly. Non mi devi mentire, così non si arriva a niente. Vieni con me fuori”

Impugnando la Glock di Polly, Willie la costringe a uscire in giardino, dove ha appena scavato una specie di fossa.

“E questa che cazzo è?” dice lei.

“Mentre aspettavo che ti svegliassi ho dato una rapida occhiata in casa e non ho trovato niente di appetibile. Allora, per passare il tempo, ho scavato questa, così puoi decidere se finirci dentro o se darmi quello che voglio. Nel secondo caso potrai usarla per farci un orto…”

Pretty Polly sa bene che anche se desse a Willie soldi e droga, sempre morta nella fossa finirebbe. Perciò deve pensare, deve pensare in fretta.

“Cazzo, Willie, mi gira la testa” sussurra accasciandosi e finge di svenire. Come lui si avvicina e cerca di ritirarla su, lei gli infila con tutta la forza che ha il tacco a spillo nel piede e lui urla forte. La pistola cade nella fossa e Polly, ancora legata, si toglie le scarpe e inizia a scappare, correndo a piedi nudi. Willie salta dentro la fossa, recupera la Glock e da lontano vede le ciocche azzurre e fluorescenti che Polly si è appena fatta. Mira e spara.

Le scarpe di Pretty Polly

De André style

Questa di Pretty Polly è la storia vera, che s’innamorò di Willie a primavera

E lui, quando la vide così bella, la fece diventare “la sua stella”

C’era la luna e Willie era infuriato le fratturò sei ossa di filato

C’era la luna e Polly era assai scossa lui le scavò in giardino una gran fossa

Ma, come tutte le più belle storie, lei morta e lui in galera, senza glorie.

Olfattivo

Pretty Polly aveva quell’odore di genziana mista a biancospino, mentre Willie, beh, Willie, sapeva di muschio, muschio bianco ma con una punta d’aceto balsamico, come se lo avesse bevuto al posto del caffè. Poi, all’improvviso, quell’odore di sangue, quell’odore di sangue che è così dolce solo quando il sangue che esce è tanto e caldo ed è un odore forte ma di breve durata e che qualsiasi squalo bianco, dall’odore di pesce marcio misto a un profumo salmastro ti saprebbe descrivere bene. E poi un odore fortissimo di terra, di terra bagnata, assieme a quel sentore di muffa che c’è sempre, nelle giornate umide, e di ciuffi d’erba che vengono estirpati insieme alla terra, e anche un leggerissimo profumo di margherite piccole e selvatiche. D’un tratto, odore di polvere da sparo, come un manto che copre ogni cosa e non fa passare altri odori e poi, sottoterra, odore di decomposizione umana, un odore nemico dell’olfatto della nostra specie, ma una festa per insetti e vermi che lo seguono come bambini al suono del pifferaio magico, che profuma di krapfen e zucchero.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: l'odore del sangue caldo
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Il dolce odore del sangue caldo

Cioè, quindi

Pretty Polly, cioè la fidanzata di Willie, quindi sua moglie, cioè la sua donna, si lamentava perché Willie, cioè, le dava un sacco di botte quindi il corpo, cioè, le faceva quindi male e cioè ogni centimetro di pelle, quindi ossa, lividi, e cioè chi più ne ha più ne metta. Willie quindi, che cioè, non era proprio, cioè, una gran brava persona, quindi era stufo, cioè, di Pretty Polly e cioè aveva deciso, quindi, di liberarsene. Pretty Polly cercò, cioè, di salvarsi la vita, cioè lo pregò di non ucciderla, cioè e quindi questo lo fece, cioè, ancora più incavolare, quindi uscire, cioè, di senno. Allora Willie, cioè, scavò cioè una fossa per buttarci, quindi, Pretty Polly e mentre Polly, cioè, cercava quindi di scappare, Willie, cioè, sparò alla ragazza che finì, quindi, cioè, dentro la fossa, quindi e cioè, morta. Willie, cioè, andò quindi in galera e continuò a pensare quindi, cioè, alla sua Pretty Polly.

Te dico fermete!

No perché a ‘na certa, aho, anch’io te dico “Fermete!” quanno sto stronzo nun la smette de pjamme a pizze ‘n faccia manco fossi quer cazzo de pungibo daa palestra sua, allora j’ho detto “A Uilli, mo’ m’hai proprio rotto er cazzo, sì continui a sto modo te manno affanculo e poi pe’ me sei morto. Come ‘na cazzo de tomba, m’hai capito amo’?” E lui, pe’ tutta risposta, me dà ‘na sveja che me stenne, guarda, te ggiuro, so’ ita lunga e piagnevo dar dolore ma ‘sto pezzo demmerda daje, nun era contento. M’ha tirata pei capelli fino ar giardinetto dietro ar cortile e m’ha detto “E mo’ scava, Polli”. M’ha tirato ‘na vanga e ho dovuto scava’, guarda, scavavo e frignavo, sarà passato ‘n cazzo de secolo, daje a scavà, sta buca de li mortacci sua nun j’annava mai bene e quella cazzo de tera era puro dura! Alla fine Uilli guarda sta fossa come si finarmente je va bene, poi pja la vanga e me tira na vangata in testa e so’ svenuta. Poi me deve ave’ ricoperta de tera, ma tanta, perché ho provato a levalla co e mano ma gnente, nun ce riesco. Ma poi m’accorgo che sto gran cojone m’ha lasciato er cellulare ‘n tasca e ‘n ce se crede, oh, c’è campo puro qui sottoteraaa! Però sbrighete, che mica se respira bene, quassotto…”

Il significato dei miei indegni “esercizi di stile” è stato di far capire come, ad un’unica sinossi, possano corrispondere centinaia di narrazioni diverse, del tutto differenti l’una dall’altra. Una storia cambia completamente a seconda di come viene raccontata e la letteratura è questo: la personalissima narrazione, anche della stessa storia, che ogni autore mette in campo a seconda del suo gusto, talento, immaginazione, competenza e conoscenza. Nessuna ridicola sinossi potrà mai farti capire qualcosa del romanzo o racconto di cui parla, di conseguenza la “scusa delle sinossi” è un classico stratagemma che molti editori utilizzano perché non sono abbastanza potenti da poter dire “Non inviateci manoscritti, non li leggeremo mai” come invece già fanno con l’arroganza del Potere, ma almeno in sincerità, in molti, a iniziare da Feltrinelli. L’editoria mondiale che tratta libri è moribonda, anche perché i nuovi libri che vengono pubblicati sono noiosi e insensati, ma quella italiana si divide in due: 1- gli editori minori che ormai pubblicano qualsiasi cosa a pagamento; 2- gli appartenenti ai grossi gruppi che pubblicano principalmente autori stranieri e, riguardo agli autori italiani, hanno una politica molto semplice: pubblicano autori che sono famosi già da decenni, oppure giornalisti, comici o amici di qualche potente. Questa è proprio una vergogna nazionale, una delle tante vergogne nazionali ma particolarmente disgustosa.

Signori Editori italiani: vergognatevi!

Le nuove pubblicità create per disgustare

Le nuove pubblicità create per disgustare non sono molte. All’epoca della seconda ondata di Covid, la pubblicità nel nostro paese per lo più rimane fedele a se stessa. Continuiamo a vedere advertisement tutti uguali, che ci mostrano auto che corrono veloci e libere come la luce in un mondo totalmente privo di altre automobili e di altri esseri umani: un mondo che spazia da città a foreste, da fiordi norvegesi a praterie dove improbabili cavalli bradi galoppano al fianco dell’ auto, un mondo così inverosimile da risultare inquietante, un po’ come uno scenario da “the day after”, non fosse per l’insensata felicità provata da chi guida quell’unica e forse ultima auto sulla faccia del pianeta.

Nelle pubblicità continuiamo a vedere famiglie felici, bambini sovreccitati, papà sorridenti che fanno colazione con biscotti (forse impastati col peyote) o pranzano con schifezze precotte; e poi donne che lavano, stirano, eliminano fino all’ultimo granello di polvere dalla casa, il tutto gioiosamente e con un senso di assoluta soddisfazione e sazietà che di solito le donne non provano neanche dopo aver fatto sesso. Continuiamo a vedere capelli al vento, belle ragazze seminude e testimonial fastidiosamente deficienti.

Le nuove pubblicità

Eppure, ci sono pubblicità nuove che fanno capolino in mezzo a tutta questa normalità ostentata e si rivolgono a quella parte dell’essere umano che cerchiamo di tenere nascosta, quella parte dell’animo di cui nessuno va fiero, che fa sì che si venga attratti da ciò che è disgustoso, scioccante o molto volgare. Siamo sempre nel campo della finzione, ovviamente, e di sicuro i nuovi commercial disgustosi non rappresentano un upgrade e nemmeno una trasformazione, a meno che una necrosi sopraggiunta dopo una ferita non si possa considerare una sorta di bel cambiamento. Proprio come dice Zero Calcare “Qua nessuno cambia. Tutt’al più marcisce.”

Zero Calcare “Scheletri”

Tena: la gioia dell’incontinenza

Fra queste pubblicità la prima che vado a citare è il nuovo advertising dell’azienda Tena, leader nella vendita di assorbenti e speciali mutande per incontinenti urinari. Per “raccontare” il loro prodotto da un punto di vista diverso, i pubblicitari hanno creato una campagna nobilitante dal nome #Senzaetà e hanno addirittura ingaggiato Yorgos Lanthimos, iper-estetico regista venerato da cinefili di tutto il mondo, famoso per film come “The Lobster” o “Il sacrificio del cervo sacro” oltre che per la capacità – appena un tantino presuntuosa – di dilatare il tempo fino a spalancare le porte dell’inferno (l’inferno della noia: guardate il suo “La Favorita” e poi ditemi che non avreste preferito una seduta dal dentista…)

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020
Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020

In questo advertising Lanthimos ci mostra, all’interno di una scenografia da bordello di lusso e con una fotografia fra il patinato e il perverso, un piccolo gruppo di donne anziane mezze nude ma con addosso, però, mutande e/o assorbenti Tena. Le signore ballano, si spogliano e sdraiate a letto si carezzano, mentre la camera, con la precisione di una colonscopia, fruga nei loro corpi individuando flaccidità muscolare e rugosità della pelle nelle donne bianche e tutto il grasso possibile nella donna nera. Allo stesso tempo le donne Tena ci “raccontano” che nei loro corpi si sentono benissimo, che fanno molto più sesso adesso di quando erano giovani e che sì, certo, sono incontinenti ma la cosa non crea loro nessun problema. Una dice, ridacchiando allegramente “Io le chiamo le mie gocce della risata.” E un’altra “Io le mie gocce dello starnuto!”

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020 girata da Lanthimos

Ovviamente quello che Tena racconta è insopportabilmente falso. Nessuno è #senzaetà, purtroppo; nessuno si piscia sotto pensando con gioia “Che bello! Le mie gocce del solletico” e vedere il proprio corpo che diventa flaccido e rugoso non credo possa essere mai piacevole. Infine, questo voler mettere insieme l’incontinenza con il sesso è davvero la parte più ripugnante di tutta la grande menzogna e, in questo caso, è la parte che fa scattare il senso del disgusto in chi guarda, e grazie al disgusto ne ottiene l’attenzione.

Nuvenia: cantare inni gioiosi alla vagina

Dopo gli assorbenti per incontinenti ecco arrivare anche gli assorbenti per mestruazioni di marca Nuvenia, con un nuovo spot tutto centrato sull’organo sessuale femminile e, anche qui, affiancato da una campagna nobilitante intitolata “Viva la Vulva” che si propone di “cantare inni gioiosi” alla vagina. Prima considerazione: il termine “vulva” è terribile, ridicolo, foneticamente fastidioso – con tutte quelle v – e se proprio volevano osare allora era meglio il classico “viva la fica” da scritta sui muri. Seconda cosa: le mestruazioni, almeno dalla maggioranza delle donne sono vissute come un incubo, e quando provi dolori lancinanti o mal di testa feroci tutto vorresti fare tranne cantare inni alla vagina. Ma il commercial, in parallelo alla gioiosa campagna, rappresenta la vagina come fosse la simpatica protagonista di un cartoon; ce la mostrano travestita da pesca, da conchiglia, da pupazzo di lana e mentre fa capolino da un assorbente con ali attaccato ad una mutanda. In questo spot l’organo sessuale femminile, pur essendo giovane, viene del tutto separato anche solo dall’idea di sesso, e la novità dello spot non è quindi giocata sulla morbosità, ma sul rendere pubblico e visibile ciò che – solitamente – è privato e nascosto e quindi si basa sullo “shock”. La visione della vagina, sia pure in versione quasi comic è risultata però troppo scioccante alle tante persone che si sono infuriate sui Social e su internet in genere – il nostro è un popolo bacchettone, i “creativi” non lo sapevano? – dove lo spot è stato così tanto osteggiato che credo abbia avuto vita breve.

Le nuove pubblicità: Nuvenia e la vagina-conchiglia

Le nuove pubblicità create per disgustare: l’Arte del sedere

Dopo il “disgusto” e l’effetto “shock” passiamo al cattivo gusto, con il nuovo advertising Poltronesofà, dove continua l’interminabile pantomima degli artigiani, che dopo averci tormentato per anni con quel marchio tanto “italiano e di qualità” si convertono, tout court, alla volgarità. “L’Arte del Sedere” è il titolo ammiccante del nuovo commercial, che inizia con lo sguardo rapace di uomini al bar che osservano sederi femminili. Il doppio senso – tanto più cafone perché di bassa lega – fra sedere come verbo e sedere come sostantivo dovrebbe catturare l’attenzione delle persone, sedute sul divano davanti alla Tv fra un lockdown e l’altro e invogliarle ad acquistare un altro divano. Le donne si sono offese sui Social e Poltronesofà ha dovuto chiedere scusa. Forse adesso ripartiranno dalla Ferilli, sempre che non venga anche lei cooptata da Tena…

Cinismo e sarcasmo

Per finire, ecco la pubblicità di Exequia, marchio che appartiene a un’azienda big delle pompe funebri: proprio mentre ai normali morti si aggiungono quelli da Covid, Exequia decide di sfondare il muro dell’ipocrisia puntando su una pubblicità cinica, diretta e sarcastica, che viene distribuita principalmente tramite cartelloni pubblicitari e internet. Lo slogan principale è: “C’è chi bara e chi non bara” accompagnato dalla foto di una bara, a volte infiocchettata di rosso tipo confezione regalo, e poi: “Nel momento del lutto, attenti agli avvoltoi” con la fornitura completa di Mercedes, 4 valletti e “bara in omaggio” per soli 1250 euro. Ci sono anche delle varianti negli slogan, come “Regaliamo monolocale. Seminterrato” o “Garantiamo sonni profondi” e ancora “Fuoritutto! Ma tu resti dentro.” A me, non lo posso negare, questa pubblicità non dispiace. Gli slogan sono divertenti e tutto l’insieme è tanto sarcastico quanto economicamente competitivo, in un ambito volutamente cinico. Non a caso, fra le varie pubblicità citate, questa, pur parlando di morte, è l’unica che non si affida alla finzione. È l’unica che non si è fatta affiancare da campagne nobilitanti quanto ipocrite né ha dovuto chiedere scusa al pubblico infuriato.

Qualche volta, perfino nella pubblicità, intelligenza e non-ipocrisia si rivelano vincenti. Perché non applicare questo concetto anche a giornalismo, cultura e politica?

Colori aposematici e tenebra nei cuori

Quello che balza subito al mio occhio, tanto nelle elezioni presidenziali dei Disunited States of America quanto nel DPCM appena firmato (con o senza dedica?) da Conte, è l’uso un po’ insensato dei colori. Intanto mi domando perché mai il colore rosso sia ancora il colore dei repubblicani in America, quando il rosso è principalmente simbolo dell’esatto contrario, come, ad esempio, la classica bandiera rossa comunista, il colore della Cina e, fino al 1989, dell’Unione Sovietica. Non erano gli americani ad avercela a morte, già dal secondo dopoguerra, con i Reds, che era il modo in cui chiamavano e chiamano i comunisti (o chiunque non sia un fondamentalista ultra-conservatore?)

Senza parlare del fatto che, in una visualizzazione a due o anche tre dimensioni, il rosso è un colore dominante, mentre il blu, pur essendo simbolo di spiritualità o forse proprio per quello, è recessivo. In poche parole: il rosso spicca, ti entra nell’occhio, mentre il blu sparisce. Passiamo alla cartina italiana appena uscita dal nuovo DPCM, che suddivide le regioni per colori (che – attenzione – possono mutare di giorno in giorno); ancora il rosso, qui inteso aposematicamente come forte pericolo, insieme ad arancione e giallo. Prima c’era anche il verde, ma hanno deciso di accantonarlo: in ogni caso quello attuale è un bellissimo trio di colori da pappagallo, da uccello tropicale o da rana delle frecce ricoperta di curaro.

Colori aposematici e tenebra nei cuori: i colori italici dopo DPCM 4 njovembre 2020
Una delle varie cartine delle regioni italiane per colore, dopo il DPCM del 4/11/2020

Il colore nero

A me viene da reagire come i Rolling Stones: “Paint it black”, visto che il nero, inteso come colore delle tenebre, è quello che rappresenta meglio l’attuale mondo in cui qualche spirito demoniaco ha fatto sì che noi si debba vivere. Vedo tenebra nella mente di chi ci governa specificando, però, che gli oppositori fascio-populisti una mente nemmeno la possiedono.

Antico e bellissimo live degli Stones, con Brian Jones indimenticabile

Tenebra nelle nostre vite, costretti a un incomprensibile coprifuoco alle 22 (tutti su Facebook dopo Carosello), impossibilitati perfino ad entrare in banca dove abbiamo gli ultimi spicci perché si deve prendere appuntamento ma, ehi, tu provi a telefonare e nessuno ti risponde!!! Tipico loop italiano, paese molto poco working e per niente smart. E poi le stravaganze: perfino nelle regioni pericolosamente rosse i parrucchieri vanno bene ma i ristoranti no. Perché? Non si sa: just for the fuck of it.

Colori aposematici e tenebra nei cuori: impossibilitati a…

Siamo impossibilitati a utilizzare il nostro “meraviglioso sistema di salute pubblica” perché tutto ciò che non è Covid te lo rimandano alle calende greche: mammografia per sospetto tumore? Aspetta un anno oppure vai da un privato. Ma se i soldi per il privato mi mancano e nel frattempo il tumore crea metastasi? Allora muori, ma fallo in silenzio per favore, se no disturbi gli eroici medici che, fra un’intervista TV e l’altra curano il Covid.

I ragazzi sono impossibilitati a condurre una vita che abbia almeno un barlume di normalità, nonostante abbiano il diritto inalienabile di incontrare altri ragazzi (se non vogliamo crescere una generazione di sociopatici), di studiare in presenza, perché con la Dad diventeranno tutti ignoranti come sono ignoranti i giovani americani ma senza il vantaggio di essere americani. Ormai i ragazzi italiani sono i figli di un dio minore in un paese di vecchi egoisti e potenti, che per continuare la loro bella vita sono disposti a cancellare due generazioni di giovani, un po’ come fanno quei leoni maschi che uccidono i leoncini appena nati per eliminare possibili rivali.

Luoghi come Asl, circoscrizioni, commissariati, per non parlare delle varie aziende che gestiscono elettricità, gas, acqua e fibra: sono tutti diventati off limits, ormai veri blindspot. Era impossibile comunicarci già prima della pandemia, ma da quando c’è lo “smart working” riuscire a proferire verbo con i loro impiegati/operatori – quando sono in grado di parlare l’italiano – ha a che fare col mistero dei miracoli. Magari Bergoglio può illuminarci su come fare.

Per non parlare dell’impossibilità di incontrare amici se non su internet, oppure di notte, nei sogni (a quando un coprifuoco anche su quelli? Divieto di sognare dopo le ore xy e portare sempre la mascherina, anche in sogno, oppure multa) e molti di loro, quando riesci a incontrarli, nella realtà, si tengono un po’ a distanza – a due palmi dal culo, come diciamo a Roma – perché hanno paura, e non li biasimo di sicuro.

Uscire dalla foresta

Colori aposematici e tenebra nei cuori: Cuore di Tenebra

La mia esperienza di vita, se mi ha insegnato qualcosa (e non è detto) è che non tutti gli ostacoli li puoi scansare, non tutti i pericoli li puoi tenere a distanza rinchiudendoti in qualche buco, piccolo o grande che sia. Se proprio vuoi ritrovare la via che ti porti fuori dalla foresta, la foresta la devi attraversare. Ci devi passare in mezzo, con tutti i rischi che comporta, e se sarai coraggioso e fortunato, allora, forse, tornerai a casa. Perché di una cosa sono assolutamente sicura: la paura ti porta dritto nella tenebra più nera o aposematica che sia. Io non ho mai avuto paura del Covid ma il mio non è un merito, è solo un fatto. Vedo però la paura, la paura del virus, della gente, del domani quale che sia il domani, crescere, intorno a me e nel mondo, come una nebbia densa e tossica che ci avvolge, ci avvolge e piano piano penetra dentro, viene inoculata nel sangue e raggiunge il cuore. E quando raggiunge il cuore ti possiede, e alla fine resta solo l’orrore.

Da “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad:

“Sarebbero state ancora più impressionanti, quelle teste sui pali, se le facce non fossero state rivolte verso casa. Solo una, la prima che avevo visto, era voltata dalla mia parte. Non rimasi così sconvolto come potete pensare … Tornai deciso alla prima che avevo visto ed eccola lì, nera, rinsecchita, infossata, con le palpebre chiuse; una testa che sembrava dormisse in cima a quel palo, e con le labbra rattrappite e aride che mostravano una sottile e bianca fila di denti, sorrideva anche, sorrideva in continuazione a qualche interminabile e lieto sogno di quel sogno eterno.”

“Fear inoculum” canzone meravigliosa e anticipatrice dell’incubo, nonché ultimo lavoro dei Tool, del 2019, qui in un live

Covid19 e la trappola di Tucidide

Isaac Newton, Terza legge della Dinamica: Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria

In che modo hanno a che fare Covid19 e la trappola di Tucidide? Per parlarne bisogna prima fare un grande passo indietro e tornare in Grecia, dove Tucidide nacque, nel 460 a.C. ad Atene. In seguito Tucidide diventò famoso come storico, grazie principalmente alla sua lunga e complessa opera “La guerra nel Peloponneso”, ma fu anche uno stratega militare ateniese, di famiglia nobile e forte sostenitore di Pericle, e la guerra di cui scrisse la conosceva bene per averci partecipato attivamente.

Alla base della guerra in genere, secondo Tucidide, c’è la natura umana sempre alla ricerca di conquistare e accrescere (αὔξησις “áuxesis”) il proprio potere, in modo non dissimile dalla “volontà di potenza” di cui parlava Nietzsche. Questo trend che appartiene alla nostra specie porta la società umana politicamente organizzata a voler aumentare la propria potenza; quando due entità, in un territorio geografico definito (che, in ambito di globalizzazione è diventato il pianeta intero) tendono ad accrescere troppo il proprio potere si creeranno due poteri forti che finiranno, per forza, con l’entrare in conflitto. I trattati di pace potranno essere solo temporanei, le alleanze anche, perché il desiderio di annientare definitivamente il proprio nemico sarà sempre prevalente sul buonsenso.

La guerra nel Peloponneso scoppiò fra Sparta e Atene quando il potere di Atene stava crescendo troppo e troppo rapidamente, minacciando il predominio di Sparta. Ma, come ci spiega ancora Tucidide, per fare la guerra ci vogliono forti risorse economiche che verranno investite in armi, soldati, flotte e quant’altro: milizie che, a loro volta, verranno utilizzate per combattere e conquistare nuove risorse economiche e così via, in un ciclo di guerra eterna e sempre autorigenerante.

Covid19 e la trappola di Tucidide

La trappola di Tucidide

La “trappola di Tucidide, invece, è un’espressione creata da un politologo di Harvard, Graham Tillett Allison Jr. nel 2014 e poi sviscerata nel suo libro “Destined for war”. Allison dice: “Quando una potenza in rapida ascesa diventa un rivale per la potenza dominante, sorgono dei problemi. In undici dei quindici casi in cui questo accadde negli ultimi 500 anni il risultato fu la guerra” e continua spiegandoci che, già nel 2014, le Sparta e Atene del Peloponneso erano diventate gli Stati Uniti e la Cina.

“Oggi, una Cina in ascesa si attende e prevedibilmente pretende di avere più voce in capitolo nella soluzione delle differenze tra le nazioni. Per gli Stati Uniti, che si considerano il paese più potente, le richieste di revisione dello status quo suscitano preoccupazione.”

Lo stesso Presidente Cinese Xi Jinping, ad un gruppo di visitatori occidentali, aveva detto nel 2013 “Dobbiamo tutti lavorare insieme per evitare gli scenari evocati da Tucidide”

Un elefante pazzo nella cristalleria

Covid19 e la trappola di Tucidide

Ma nel novembre 2016 le cose si complicano: diventa Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, a nome dell’America “uber alles” si muove come un elefante pazzo nella cristalleria della politica estera ed economica. Immaginate una vecchia sedia, antica ma molto scassata e mai restaurata; se ci salgo io, che sono alta 1,60 e peso 52 chili, già rischio di sfasciarla. Se ci sale qualcuno che pesa un quintale, la sedia si sfonda. Trump è stato quel quintale che ha abilmente sfasciato l’equilibrio già precario fra America e Cina, finendo nella trappola di Tucidide.

Conoscere la storia per non ripeterla

L’importanza della storia come fattore di conoscenza che, unico, può impedirci di ripetere gli stessi errori, non era stato utilizzato solo dall’antico storico ateniese. Antonio Gramsci diceva:

“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla.”

Winston Churchill: “Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere.”

Eppure, anche a distanza di 2500 anni dall’avvertimento di Tucidide, pur conoscendo molto bene la storia, continuiamo a ripeterla. Se ci soffermiamo a leggere articoli di politica internazionale o finanziaria pubblicati fin dal 2018 ma soprattutto a metà 2019, vediamo come la scellerata politica di Trump (che certamente di Tucidide non ha mai sentito parlare) sia stata distruttiva nei confronti della Cina ma, parimenti distruttiva nei confronti di buona parte dell’imprenditoria americana.

Covid19 e la trappola di Tucidide: Agosto 2019

Voglio citare principalmente un articolo pubblicato su Class China Economic Information Service del 19 agosto 2019:

L’attuale tentativo degli Stati Uniti che hanno avviato una guerra commerciale senza precedenti, si sta trasformando in una guerra valutaria e nessuno può prevedere fino a che punto le parti in gioco si potranno spingere oltre.

Intanto l’industria americana ha iniziato a soffrire le conseguenze di questa guerra delle tariffe, che colpisce soprattutto le maggiori industrie: quella automobilistica, in particolare, dato che la Cina ha aumentato le tariffe sulle automobili prodotte dagli Stati Uniti che entrano nel paese dal 15% al 40% come ritorsione alle tariffe statunitensi.

Quindi aziende come Tesla, ma anche GM che paradossalmente produce in patria i motori installati sulle proprie automobili assemblate in Cina, proprio per preservare i posti di lavoro in patria. Ma anche i prezzi delle auto prodotte negli Usa aumenteranno per gli statunitensi a causa della percentuale di contenuti importati dalla Cina utilizzati nella produzione locale.

Anche l’hi-tech subisce l’impatto dell’aumento dei dazi e dei divieti imposti da Trump. I produttori di chip e i produttori di elettronica dipendono dalla Cina per le vendite, come NVIDIA Corp. (NVDA), Micron Technology (MU) e Intel Corp. (INTC), produttori di semiconduttori che si troveranno presto fuori dal grande mercato. Altro settore che si trova gravemente danneggiato è l’agricoltura perché la Cina rappresenta il quarto mercato per le esportazioni americane. Le politiche aggressive di Trump stanno quindi danneggiando principalmente gli stessi Stati Uniti: nonostante giugno sia stato il primo mese completo con più alti dazi su 200 miliardi di dollari di beni cinesi, il trade surplus della Cina con gli Stati Uniti è aumentato dell’11% rispetto al mese precedente, secondo dati Reuters..”

Quello che è poi accaduto – molto in breve – è che Trump, invece di tornare sui suoi passi, il 3 agosto 2019 ha imposto dazi del 10% su altre importazioni cinesi del valore di 300 miliardi di dollari, cosa che ha costretto la Banca Centrale Cinese, il 5 agosto, a svalutare lo yuan per sostenere le sue esportazioni, e da lì è partita una cascata trofica che ha colpito molto duramente i mercati e le economie di tutto il mondo compresa la stessa borsa americana: un terremoto con tanto di tsunami.

L’arte della guerra

Covid19 e la trappola di Tucidide: Sun-Tzu e l'Arte della Guerra
Covid19 e la trappola di Tucidide: Sun-Tzu e “L’Arte della Guerra”

Quell’inizio di agosto del 2019 è stato come uno spartiacque, l’annuncio di qualcosa di terribile che sarebbe accaduto di lì a poco, in un modo o nell’altro e senza alcun dubbio, ma nessun telegiornale, nessuna Lilli Gruber con i suoi ospiti famosi e strapagati, nessun politico di destra o di “sinistra” è riuscito nemmeno a sussurrare:

“Ehi! Qui stiamo per crollare in un baratro! Se non facciamo qualcosa di utile – right here right now – ci sarà una guerra! Ehi! Avete mai sentito parlare di Tucidide o lo conoscono solo ad Harvard?”

Ma no, tutti i nostri media, come sempre, erano troppo presi dall’appassionante osservazione del proprio ombelico: Salvini, la Lega, Di Maio, le Sardine, la Raggi, Renzi, l’immondizia e tutte le altre italiche stronzate. Il famoso saggio che indica la luna mentre tutti questi imbecilli non riescono nemmeno a guardare il dito.

E dopo tre mesi, puntualmente, la guerra è scoppiata. Cosa vi aspettavate? Un fallout nucleare? No, lascia tracce sporche ed evidenti. Militari in assetto da guerra, portaerei, elicotteri, la fanteria trasportata da aerei cargo? Non siamo mica in Viet-Nam. Bombardamenti con uranio impoverito? Non siamo in Serbia. Prigionieri deportati a Guantanamo? I cinesi non sono mica l’Isis, amici miei.

Basterebbe aver letto, se non Tucidide, almeno Sun-Tzu, per capire come ragionano, da millenni, i cinesi:

“Sono impreparati: attacca. Non se lo aspettano: fai la tua mossa.”

E ancora: “Lo schieramento e la strategia: non divulgarli. Chi ha dalla sua molti fattori strategici vantaggiosi, vince; chi ne ha pochi perde: quanto più sarà sconfitto chi non ha a suo favore nessun fattore strategico.” (da L’Arte della Guerra)

Covid19 e la trappola di Tucidide: ipotesi “fantascientifiche”

Covid19 e la trappola di Tucidide: la nuova arma
Covid19 e la trappola di Tucidide: la nuova arma

Una guerra biologica, che nessuno si immaginava potesse accadere (sempre per incapacità di guardare più a nord del proprio ombelico) era decisamente la strategia vincente. Un virus che non ha niente di naturale e sembra nato proprio per massacrare l’economia del nemico: ecco il nostro Peloponneso.

Naturalmente le mie sono solo ipotesi “fantascientifiche”. Però, avendo facoltà di continuare ad ipotizzare, direi che:

1 Se dovessi scommettere dei soldi su chi ha estratto il virus dal vaso di Pandora, punterei su: la Cina, insieme a una serie di poteri forti americani e asiatici, che non potevano permettersi il lusso di altri quattro anni di Trump, e che, con la pandemia, si sono abbondantemente ripresi i miliardi che Trump gli aveva fatto perdere. Il vecchio “cui prodest”.

2 Se dovessi ringraziare qualcuno per il meraviglioso periodo che stiamo vivendo, ringrazierei il signor Trump e tutti gli idioti che l’hanno portato al potere.

3 Se da tutto questo dovesse uscire almeno una cosa buona, si spera sia la non-rielezione di Trump.

4 La speranza, sicuramente vana, è che i cinesi siano in possesso del vaccino anti Covid19 fin dall’inizio, e una volta eliminato Trump dalla Presidenza, tirino fuori il vaccino dal nascondiglio e lo vendano al resto del mondo. Fino alla prossima trappola di Tucidide, dove Sparta sarà la Cina e Atene è ancora incognita, chiamiamola x.

Come creare un giovane Santo digitale e vivere in eterno

Come creare un giovane Santo digitale e vivere in eterno? Seguendo la ricetta della Chiesa cattolica che, se con una mano ama scommettere sulla morte di aziende in crisi e divertirsi con “investimenti in credit default swap, in compagnie petrolifere di dubbia fama, passaggi in banche maltesi e svizzere indagate per corruzione, finanza speculativa con base in paradisi fiscali” (cfr. Repubblica), con l’altra mano deve pur inventarsi qualcosa di spirituale, in modo da conquistare nuovi fedeli e con loro nuovi soldi che non andranno ai poveri bensì al cardinal Becciu di turno, per nuove speculazioni schifose: in pratica “il cerchio della bella vita” secondo il Vaticano.

Come creare un giovane Santo digitale: il cardinale Becciu
Il cardinale Giovanni Angelo Becciu

Il segretario di Becciu, che non sapeva di essere intercettato, ha giustamente detto: “Fingiamo beneficenza altrimenti ci impallinano”. Riguardo alla creazione di un giovane Santo digitale, le menti migliori della Chiesa cattolica potrebbero aver pensato: “Fingiamo santità altrimenti ci abbandonano”.

Chi è il giovane Santo digitale

Chi è, dunque, il prescelto per questo ruolo così importante? Un ragazzino milanese di famiglia benestante, Carlo Acutis, morto nel 2006 a soli 15 anni per una leucemia fulminante; il piccolo Carlo Acutis amava internet ed era molto devoto a Dio. Bisogna però aggiungere che internet, nei primi anni zero, era di facile utilizzo e lontana miliardi di anni luce dall’internet di adesso; Twitter è nato proprio nel 2006, la stessa Facebook è diventata accessibile al mondo nel 2006, Youtube è nato nel 2005. Quando la ipercattolica mamma del povero Carlo dice, ai giornalisti, che ha dato al figlio il (non proprio originalissimo) soprannome di Influencer di Dio” sbaglia due volte: quando il figlio era vivo e navigava in internet il ruolo da influencer non esisteva, e poi “influencer di Dio” non sarà un tantino superbo come nome? Magari “Follower di Dio” potrebbe essere più adatto: qualcuno dovrebbe pur spiegarlo all’orgogliosa e inspiegabilmente felice mamma del Santo, fra un’intervista e una dichiarazione spontanea.

Come creare un giovane Santo digitale
Come creare un giovane Santo digitale: Carlo Acutis, morto a 15 anni

Come creare un giovane Santo digitale

Ricapitolando, lo sfortunato Carlo amava l’informatica, come tutti i ragazzi del mondo e amava Dio, cosa normale per un bambino con una mamma così devota. E poi? Dicono di lui:

Giocava a pallone, faceva trekking in montagna, suonava il sassofono e andava in pizzeria con gli amici. Carlo conduceva una vita simile a quella di tanti suoi coetanei, ma, durante la sua breve esistenza, si è distinto per la capacità di trasmettere la sua grande fede a tutti coloro che hanno avuto modo di conoscerlo.”

Bene. Ma ancora non riesco a vedere la santità. Cos’altro? Dice la mamma:

“Sin da piccolo ha mostrato il suo amore per Gesù e la sua generosità. Era una persona altruista e obbediente tanto che non lo ho mai dovuto sgridare.”

Se la santità deriva dall’essere generoso e altruista, allora fate santo anche mio figlio. Riguardo all’essere stato un bravo bambino, sapete invece chi non era affatto obbediente da piccolo? Proprio Gesù, così come ce lo fanno conoscere diversi vangeli apocrifi, gli unici a parlare in modo esteso della sua infanzia.

Miracoli e capricci di Gesù da bambino

Originale di vangeli apocrifi

Maria e Giuseppe dovevano cambiare continuamente città perché ovunque si recavano, Gesù, fin da quando aveva meno di tre anni, riusciva a mettersi nei guai e tutta la famiglia era costretta a scappare.

“… Gesù disse: – Chi conosce qualche gioco?

I bambini dissero: – Noi non sappiamo fare nulla.

-State attenti qui tutti, allora. Guardate! – disse Gesù. E presa in mano dell’argilla ne fece un passero, soffiò, e quello volò via. Allora egli disse: – Alzatevi; venite ad acchiappare questo passero!

Ma essi stettero a guardare stupefatti e si meravigliarono del miracolo compiuto da Gesù. Poi ancora, raccolta polvere da terra, la gettò in aria verso il cielo e quella si mutò in mosche e zanzare e tutta la città ne fu ripiena. Uomini e animali ne erano grandemente infastiditi. Quindi prese dell’argilla, ne fece api e vespe, e aizzandole contro i bambini li mise in agitazione.” (cfr. Vangelo dell’Infanzia Armeno, XVIII, 2, 3)

Perché questo è il punto: i Santi non sempre sono bambini obbedienti, ma di solito fanno miracoli. Oppure muoiono da martiri, sacrificando la propria vita in nome della religione e del Dio in cui credono, come i martiri cristiani perseguitati e uccisi dai Romani prima che Costantino trasformasse il Cristianesimo in religione ufficiale. Nel caso del giovanissimo Carlo Acutis non c’è stato martirio, come è ovvio, e non ci sono stati miracoli.

Come creare un giovane Santo digitale: il miracolo del miracolo

Ma allora perché lo hanno beatificato? Perché la Chiesa cattolica è sempre in grado di fare miracoli anche creandoli, i miracoli. La Congregazione delle cause dei Santi (la stessa Congregazione di cui è prefetto emerito proprio lui, il cardinal Becciu, guarda che coincidenza!) è quindi andata a pescare un evento del 2010, in Brasile, dove un bambino nato con una malformazione congenita al pancreas era guarito inaspettatamente; l’organo si era rigenerato, cosa rara ma non impensabile. La Chiesa ha deciso che quella guarigione era dovuta ad una preghiera speciale celebrata da un sacerdote che aveva fatto toccare al bambino brasiliano un brandello del pigiama di Carlo. Su questo “miracolo” le fonti danno notizie contrastanti: l’evento è del 2013, no, del 2010; chi ha fatto toccare il pigiama al bimbo brasiliano era un sacerdote, anzi no. In ogni caso una prima domanda sorge spontanea: perché i brandelli del pigiama di Carlo Acutis che era ancora ben lontano dall’essere considerato Santo, venivano già utilizzati come sacre reliquie in una sperduta città del Brasile? Seconda domanda: cos’è una preghiera speciale? Perché “preghiera speciale” suona tanto come una specie di magia, e insomma, sappiamo tutti molto bene cosa faceva la Chiesa a chi era accusato di praticare stregonerie.

Santo digitale e Patrono di internet

Ma anche ammettendo che “la preghiera speciale con brandelli di pigiama” corrisponda a verità, dove è la prova che sia stato il pigiama di Carlo a far guarire il bimbo brasiliano? Ecco perché non basta mai un solo “miracolo”, soprattutto se il miracolo è una guarigione; le guarigioni devono essere reiterate, i miracoli molteplici, i segni della santità devono essere evidenti perché si possa trasformare qualcuno in Santo. Fino ad oggi, almeno. Oggi la Chiesa Cattolica perde potere, di conseguenza ha sempre più bisogno di soldi e quindi di fedeli e così come i vampiri preferiscono sangue fresco, anche il Vaticano ha bisogno di fedeli giovani. Niente di meglio, allora, che un Santo ragazzino appassionato di internet per attirare nuovi giovani fedeli che si possano riconoscere in lui.

E non è ancora abbastanza. Il prossimo passo è far diventare il giovane Santo digitale Patrono di internet. Come se internet avesse bisogno di protezione, e – peggio ancora – dimenticando che internet il suo Patrono ce l’ha già, per quanto diabolico possa sembrare e per quanto vivo possa essere (ma che sia un organismo vivente va dimostrato): il suo nome è Mark Zuckerberg.

Come creare un giovane Santo digitale: Natività di Caravaggio
La Natività di Caravaggio

Questa storia mi fa venire in mente una canzone dalle lyrics belle come una poesia e perfette per l’occasione, perché non esiste nulla che sia più sacro della Poesia:

Le luci della centrale elettrica – Padre Nostro Dei Satelliti

Ingegnere aerospaziale che sei nei cieli, dacci oggi le nostre linee internet, vite brevi e password indimenticabili

Padre Nostro dei satelliti e di tutti i dibattiti, non c’è niente che mi interessi di meno dell’opinione degli altri

Santa Maria dei telegiornali in streaming, dei fiumi sacri di informazione, hai visto, gli infelici possono essere pericolosi

Nostra Signora dei naufragi e dei momenti irripetibili e degli schermi accesi, che colorano di azzurro gli interni degli appartamenti

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come di sera nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità su Youtube

E Dio onnipotente, dammi un lavoro qualunque e una linea della vita bella e illeggibile

E Dio onnipotente, non mi proteggere da niente. Non mi proteggere da niente

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come di notte nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità in una foto digitale sfocata

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come nelle risse nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità su Youtube

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Quest’articolo è un tributo a un grande scrittore americano diventato famoso come una rockstar e alla fine morto suicida proprio come una rockstar.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace moriva 12 anni fa, il 12 settembre 2008. Quello che tutti conoscono di lui è il grande successo ottenuto come scrittore e il suicidio finale, a soli 46 anni. Ci sono due cose, nella nostra vita, che nascondono segreti di cui nessuno sarà mai in grado di conoscere la formula. Il primo è il segreto del successo, il secondo è il segreto del suicidio. Non si sa perché una persona, rispetto ad un’altra che ha capacità simili, talento simile, aspetto simile, riesca ad avere, in vita, un grande successo e non si sa perché qualcuno, al contrario di altri ugualmente o più disperati, arrivi a portare a termine un suicidio.

David Foster Wallace e il segreto del successo

Riguardo a Wallace, sono piuttosto sicura che il suo successo non sia dipeso dalle sue opere. Mi spiego meglio: io amo moltissimo David come scrittore e come la persona meravigliosa e sofferente che è stata. Ho iniziato a leggerlo quando, in Italia, Einaudi pubblicò il suo primo strepitoso libro di racconti “La ragazza con i capelli strani” e credo anche di essere stata una delle poche persone – a parte critici letterari e accademici soprattutto americani – ad aver letto per intero il suo “Infinite Jest”, libro di 1200 pagine pubblicate a caratteri piccolissimi, estremamente complesso, non nella trama ma nello stile della narrazione, intricata a dir poco, romanzo distopico, a tratti comico, a tratti drammatico, pieno di digressioni e note a pié di pagina, ma soprattutto dotato di momenti di incredibile fulgore. Come se, nel flusso lungo, a volte un po’ presuntuoso della narrazione di “Infinite Jest” Wallace avesse, di tanto in tanto, delle illuminazioni che all’improvviso accendono una luce sfolgorante in una strada scura.

Dove la sua scrittura è sempre meravigliosa, è invece nei racconti. Sono convinta che Wallace fosse uno scrittore di racconti, un po’ come Carver, che dichiarava con orgoglio che mai e poi mai avrebbe voluto e saputo scrivere un romanzo. I racconti di Wallace, così come alcuni dei suoi articoli-saggio, non sono mai presuntuosi e sono il mezzo perfetto per la sua narrazione dove il tempo viene dilatato e tagliato a pezzettini come in una sorta di puzzle che alla fine viene ricostruito. Ma nemmeno i suoi bellissimi racconti sono in grado di rivelare il segreto del suo successo.

David Foster Wallace e il suo essere americano

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace è stato uno scrittore americano in un periodo particolare, a cavallo di due millenni. Aveva dalla sua una cultura dominante e una lingua dominante. Aveva dalla sua il tipico narcisismo degli americani che, anche quando sono persone splendide come lui, raramente si accorgono che intorno all’America c’è un intero mondo. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Laura Miller, dopo l’uscita di “Infinite Jest” David dice:

“La tristezza di cui si occupa il libro, e che stavo vivendo io, era un genere di tristezza veramente americano. Ero un giovane bianco, di classe medio-alta, vergognosamente ben istruito, sul piano professionale avevo avuto molto più successo di quanto avrei potuto legittimamente sperare, eppure ero come alla deriva. E lo stesso succedeva a molti miei amici. Alcuni si drogavano pesantemente, altri lavoravano con un’ossessione incredibile. Altri andavano ogni sera in qualche locale per single. Si manifestava in venti modi diversi, ma di base il problema era lo stesso.”

Qui David descrive alla perfezione lo status quo dei giovani, a fine anni ottanta, appartenenti alla media e ricca borghesia di almeno quattro continenti, dall’Europa all’Australia, dal Sudamerica al Giappone, bianchi, asiatici o latini, ma è convinto che sia un modo di essere, di sentirsi, esclusivamente o tipicamente americano.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il mondo cambia continuamente

Oltre ad essere americano e quindi appartenere alla cultura dominante, David aveva dalla sua una forte intuitività, una capacità analitica forse dovuta al suo grande amore per la matematica che gli facevano dire, già negli anni ’90: “Io mi sono sempre considerato un realista. Mi ricordo che al master litigavo con i miei professori. Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa.”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’internet odierna e dei Social media. Ho la presunzione di credere che avrebbe odiato l’iper-capitalismo ma che si sarebbe trovato bene con i Social. Avrebbe avuto un profilo Twitter con almeno un milione di follower e il suo ego ne avrebbe tratto giovamento. Ma, alla fine di tutto, quello che ha reso famoso Wallace credo sia stato Wallace stesso. Oggi non potrebbe accadere. Oggi l’editoria è morta (in America magari è solo moribonda) nonostante qualcuno, di tanto in tanto, ne sventoli da lontano il cadavere cercando di persuaderci che sia ancora viva. Oggi i libri non si pubblicano e soprattutto non si leggono. Oggi, fra i pochi libri che potrebbero essere pubblicati non ci sono libri di racconti né libri che superino le 200 pagine. Ulysses di Joyce non verrebbe mai pubblicato, Cent’anni di solitudine di Marquez nemmeno, figuriamoci Infinite Jest. I dischi non si vendono e i musicisti, per vivere, devono stare costantemente in tour, ma adesso il Covid ha reso impossibile anche questo. Il mondo cambia continuamente. Di solito in peggio, ma continuamente.

David Foster Wallace e Kurt Cobain

Gli anni ’90, soprattutto i primi anni ’90, erano quindi un pianeta proprio diverso da quello attuale. Le due grandi rockstar apparse quasi in contemporanea: Foster Wallace nella letteratura e Kurt Cobain nella musica rock, entrambi arrivati al successo planetario immediatamente, vendevano letteratura e musica di gran qualità, erano delle novità assolute – nei rispettivi campi – avevano un look attraente: Wallace, lo scrittore coi capelli lunghi e la bandana in testa e Cobain il rocker biondo, bellissimo, dal sorriso triste.

Ma, principalmente, quello che la gente comprava acquistando i loro libri o dischi era la loro essenza più intima, quella che traspariva attraverso foto, interviste, parole scritte, parlate o cantate, quell’essenza che conteneva il gene così raro e assolutamente non ereditabile del “Grande Comunicatore”. Quel gene che spesso – ma non sempre – nasce insieme al gene della disperazione, della depressione, del suicidio a orologeria, e che attira le persone come il famoso canto delle Sirene. Un meraviglioso, non riconoscibile, canto di morte.

David Foster Wallace e il suicidio

Come tutti sanno, sia Cobain che Wallace sono morti suicidandosi, ma attorno alla morte di Kurt si è parlato, parlato, parlato, mostrato foto, prodotto ipotesi farneticanti eppure, piano piano, tutto questo ci ha resi partecipi del come buona parte della breve vita di Kurt sia stata la “cronaca di un suicidio annunciato.”

Attorno alla morte di David, invece, è da subito calata una cortina di silenzio, che lui certamente non avrebbe gradito anche perché quel silenzio spacciato per pudore andava fortemente a cozzare contro quella “cultura pop” che Wallace aveva sempre considerato parte integrante della sua vita e della sua scrittura. Fra le cose dette a metà sulla sua morte, la più intollerabile – dal mio punto di vista – è quella che riguarda il suo ipotetico biglietto suicida. La moglie sostiene, ma non c’è nessuna certezza in proposito, che David le abbia lasciato un biglietto, prima di uccidersi, ma il “suicide note” di uno scrittore, così come quello di un autore di canzoni, magari si rivolge a moglie, figli, parenti, ma è sempre indirizzato a tutto il mondo, e di sicuro a tutti i suoi fans. C’è un’intera letteratura di “suicide notes”, da quello di Majakovskij a quello di Pavese (che riprende le parole del biglietto di Majakovskij) fino a quello di Kurt Cobain, e nessuno si è mai permesso di censurarli o di non farli conoscere.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il suicide note di Kurt Cobain
Suicide note di Kurt Cobain

La rete di silenzio creata attorno alla morte di David

Dal momento che la moglie di Wallace appartiene di sicuro alla categoria di quelle mogli/madri di artisti morti, che, appena seppellito l’amato, iniziano a raschiare il barile fino in fondo, tirando fuori ogni scritto, bozza, lettera, aborto di racconto o di articolo (o l’equivalente in campo musicale) per darlo alle stampe, suona davvero strano che proprio lei abbia invece provato il “forte pudore” di tenere per se stessa il biglietto d’addio di David al mondo. Quello di cui sono sicura, invece, è che David, compulsivamente perfezionista e dotato di una forte etica professionale, non avrebbe mai dato il permesso di pubblicare un romanzo come il “Re Pallido”, incompiuto, senza averne potuto scrivere – solo lui – ogni parola e senza averne potuto controllare, lui e solo lui, almeno cento volte ogni singolo paragrafo.

Ma in ogni caso, per quanto sia stata tessuta una rete di ipocrisia attorno alla morte di David, ogni suicidio parla da solo, ed è impossibile farlo tacere. Sylvia Plath, che era una che di suicidio, oltre che di grande poesia, se ne intendeva, disse: quando si parla di suicidio quello che conta non è mai il perché, ma il come. Il perché infatti non ha mai senso. Wallace soffriva fortemente di depressione, ma è una maledizione che perseguita tanti di noi, e se finissimo tutti col suicidarci ci sarebbero stragi ogni giorno. Il come, invece, non mente mai. L’impiccagione, fra i tanti suicidi possibili, è quello più “violento” nei confronti di se stessi e di chi ci troverà. Negli Stati Uniti, poi, dove per procurarsi una pistola basta scendere al supermercato, la scelta dell’impiccagione ha proprio un forte sapore di punizione, verso se stessi e verso chi ci troverà. Wallace, qualunque sia stato il meccanismo che, alla fine, ha chiuso il cerchio trasformando il suo canto segreto di morte in suicidio, sapeva bene che sarebbe stata la moglie a trovarlo.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Fra le tante cose scritte – racconti, romanzi, articoli, saggi – da David Foster Wallace, pubblicate in vita o postume, sono state trovate frasi molto vere e illuminanti sul dolore provocato dalla depressione, ma niente che potesse raccontare, nel suo personalissimo ed esclusivo modo, il suicidio. Non parlo di un suicidio commesso da uno dei suoi personaggi e vissuto dall’autore in modo emozionalmente distante, ma del proprio insostenibile desiderio di suicidarsi, anche se travestito da altro.

Allora mi sono messa a cercare, a rileggere e alla fine l’ho trovato, in uno dei suoi racconti più belli, nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”. Il racconto si chiama “Per sempre lassù” e parla di un tredicenne, in una vecchia piscina pubblica, che sale sul trampolino per tuffarsi: il tempo si cristallizza e allo stesso tempo corre velocissimo in quel modo che solo Wallace sapeva raccontare. Rileggendolo, ho capito che David, parlandoci di quel tuffo, ci stava invece raccontando un suicidio, struggente, vero, inesplicabile, ineluttabile.

Da “Per sempre lassù”

“…Ehi ragazzino tutto bene.

C’è stato tempo in tutto questo tempo. Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili.

Ehi ragazzino fa lui. Ehi ragazzino tutto bene.

Sulla lingua ti sbocciano fiori di metallo. Non c’è più tempo per pensare. Ora che c’è tempo non hai tempo.

Ehi.

Due macchie nere, violenza, e scomparire in un pozzo di tempo. Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.

Ciao.”

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: citazione da Infinite Jest

Facebook: comunicazione autistica

La “comunicazione autistica” è un ossimoro: tutti sanno che l’autismo è una patologia dove si perde completamente il contatto con la realtà e ci si costruisce un proprio mondo interiore che impedisce ogni tipo di contatto con gli altri, come si trovassero tutti al di là di una barriera impossibile da valicare.

Secondo il dizionario Treccani l’autismo “è un disturbo neurocomportamentale di tipo pervasivo che interessa più aree dello sviluppo (comunicativa, sociale, cognitiva), tanto che, nell’accezione psicodinamica, si parla di un disturbo dello sviluppo del pensiero e dell’affettività. Il termine autismo deriva dal greco autós («se stesso») e indica l’autoreferenzialità, la negazione dell’altro e di ciò che è differente da sé, e quindi la mancanza del senso della realtà.”

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

L’autismo è da sempre una malattia che si manifesta nei bambini, ma da quando esistono i Social Media e, nello specifico, Facebook, credo che una qualche deriva di questa malattia si sia diffusa a macchia d’olio fra gli adulti. Se proprio vogliamo mettere il dito nella piaga, i più esposti all’autismo da Social Media sono tutti i soggetti che vanno dai quaranta in su. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, i giovani fra i venti e i trentacinque anni circa usano – in buona parte – Facebook in modo più comunicativo: utilizzano gruppi specifici per avere o dare informazioni e aggiornamenti riguardo al proprio ambito professionale o di studio; condividono post di argomenti a cui si interessano, di associazioni a cui sono affiliati; utilizzano parole per commentare qualcosa e non solo like, cuori, faccette varie; per finire non postano mai, in modo compulsivo, uno dopo l’altro post “autoreferenziali” nel totale disinteresse di chiunque non sia se stesso, come invece fanno gli adulti.

Facebook: la categoria degli amici

Proprio come Alice quando attraversa lo specchio, anche noi, imbattendoci nel sistema Facebook, non siamo subito in grado di capire che ci ritroviamo in un mondo alla rovescia. Quello lo capiremo dopo un po’, quando avremo imparato a riconoscere tutte le varie categorie di utenti: la prima è quella degli amici. Parlo degli amici in carne e ossa, quelli che incontriamo nella realtà e con cui già parliamo al telefono, su whatsapp o telegram. Del tutto inutile, quindi, parlarci anche su Facebook, ma servono a noi e al sistema per fungere da “trama” su cui tessere l’ordito in cui verranno inseriti tutti gli altri nuovi contatti. Devo aggiungere, perché non ci siano fraintendimenti, che la maggior parte dei miei amici in carne e ossa va su Facebook solo per promuovere associazioni animaliste, ong serie o per cercare di far ripartire il proprio lavoro, e tutto sono tranne che addicted o autistici.

Il mondo rovesciato di Alice
Facebook: comunicazione autistica, il mondo rovesciato di Alice

Facebook: la categoria dei vecchi amici

La seconda categoria è quella dei vecchi amici che non vedi né senti da quando eri giovane o giovanissima. Dai tempi del liceo, insomma. Ti chiedono l’amicizia o accettano la tua richiesta ma, di solito,non ti scrivono una singola parola. Il vecchio “hey ciao, come stai?” è del tutto off e ti viene perfino da rimpiangere il morettiano “Vedo gente, faccio cose”. Al massimo ti mettono un like, di tanto in tanto. Se intervieni con qualche commento nei loro post, magari anche con commenti educatamente provocatori, si stupiscono e hanno ragione: sei tu a comportarti in modo “diverso”, non loro. Questo è il momento in cui inizi a capire che ti ritrovi in un mondo alla rovescia: persone che collezionano diverse centinaia o alcune migliaia di “amici” ma non hanno nessuna voglia di comunicarci.

Il numero di Dunbar

Uno studio pubblicato dalla rivista Royal Society Open Science ha affermato come risulti quasi fisiologicamente impossibile avere più di 150 amici su Facebook. Questo numero, infatti – conosciuto come numero di Dunbar – è il numero massimo che il cervello riesce a gestire senza problemi. Il numero degli amici veri, poi, si restringe sempre di più, come tutti sappiamo, e anche secondo lo stesso studio possiamo contare sulle dita di una mano il numero degli amici reali. Eppure in molti cercano diligentemente di accrescere il numero degli “amici” di Facebook come se fosse un valore aggiunto. Del tipo: “accidenti, ha il massimo degli amici permessi da Facebook, wow!”

Fra i tanti che detengono con orgoglio quel numero massimo di “amici” alcuni dicono che “gli serve per lavoro”, ma è una frase totalmente priva di senso. I contatti di lavoro non li tieni su Facebook e comunque non sarebbero mai così tanti. Se poi devi vendere qualcosa, come commerciante o pubblicitario,se per per lavoro sei uno che decide quale pubblicità mandare e a chi mandarla, devi per forza di cose utilizzare contatti categorizzati, e quindi scelti – trasversalmente da tantissimi account diversi – tramite un algoritmo.

La categoria degli sconosciuti

Dopo aver incontrato la categoria dei vecchi amici, arrivano gli sconosciuti. Sei abituato a fidarti degli “amici degli amici”, come se fosse un invito a cena e non ti rendi conto che invece stai camminando su un dirupo. Basta un passo falso e ti arriveranno centinaia di richieste di amicizia da parte di uomini allupati se hai messo una foto bellina sul profilo; centinaia di richieste da parte di uomini africani basta che tu sia donna e occidentale; centinaia di richieste da parte di prostitute di tutto il mondo se sei uomo e hai più di quaranta anni. Riceverai richieste di amicizia scritte in arabo, in turco, in hindi, in altre lingue di cui nemmeno riuscirai a capire la provenienza, ma tutto questo per fortuna durerà poco. Quando avrai eliminato tutte quelle richieste, una ad una, poi non arriveranno più tsunami, ma solo qualche piccola onda qua e là.

Facebook: comunicazione autistica, gli spam travestiti

Quello che invece sarà difficile decrittare e quindi evitare sono gli appartenenti a un’altra categoria: i lupi travestiti da pecorelle (senza offesa per i lupi veri, che amo profondamente e che non si travestono mai). Mi spiego meglio: parlo di “amici” di qualche “amico” che sembrano persone come te, uomini e donne normali e solo dopo che gli hai dato l’amicizia scopri che ti hanno scelta perché – ad esempio – sei amante della letteratura e loro hanno un libercolo in uscita, di cui faranno pubblica lettura in qualche località, e di questa lettura troverai vari post con dovizia di particolari, e poi i commenti degli “amici”: “Bellissimo!”  “Veramente profondo!” “Magico!” e per finire like e cuori come se piovesse. Avrebbero potuto creare una Pagina dedicata, ma poi l’intento sarebbe diventato palese: le Pagine sono una forma di trasparenza e ottenere il like alla Pagina, che è l’equivalente dell’amicizia su un normale profilo, è molto più difficile. Per quanto riguarda questo genere di utenti furbetti, puoi scommettere un braccio contro dieci euro che dopo quella lettura ce ne sarà un’altra e poi un’altra e la loro “amicizia” si rivelerà tristemente per quello che davvero è: spam.

I più addicted: gli auto-referenziali e gli iper-compulsivi

Quelli che hanno una vera, brutta dipendenza da Social sono: gli auto-referenziali, in genere colti e sicuramente interessanti come persone, che però postano continuamente cose su se stessi, di solito autoincensanti, ma quello che è più peculiare è che, come ragni nella ragnatela, questi utenti se ne stanno lì ad aspettare che qualcuno entri nei loro post ma non li vedrai mai – mai – scrivere qualcosa in un post altrui.

Non pochi i soggetti che non hanno né una cultura da mostrare né un libercolo da vendere, ma una compulsione autistica davvero impressionante. Alcuni sono fuori controllo: pubblicano post uno dopo l’altro fino a postarne dieci o più nel giro di un’ora, con vecchia musica che tutti conoscono (e se proprio volessero ascoltarla la cercherebbero da soli su youtube) e tutto quello che gli passa per la mente, senza preclusioni né esclusioni e soprattutto senza mai porsi la domanda: ma almeno a una o due persone interesserà anche solo un pochino quello che con dedizione indefessa continuo a postare? Ragazzi, con simpatia, il primo passo è rendersi conto di avere un problema: ve lo dice una persona che conosce bene le dipendenze.

La categoria degli idioti, a cui appartengo

Poi ci sono quelli come me, gli idioti, che creano una pagina col nome del proprio Blog solo ed esclusivamente nella ridicola speranza che questa Pagina serva a far conoscere il Blog. Pur avendo un livello informatico avanzato (utilizzare un Social Media è come giocare a rubamazzo, creare da soli un sito, impostare un Seo decente e poi collegare il sito a Facebook è come giocare a bridge) la creazione di una Pagina Fb e suo collegamento diretto al blog è un vero pain in the ass. Facebook for developers non è affatto un giochetto per bambini. Tutto questo per far capire che, dopo tanta fatica, ti accorgi che la tua stupida Pagina non sostiene proprio niente che non sia Facebook stesso. La gente in genere e gli italiani in particolare non hanno voglia di leggere articoli, di conoscere altri punti di vista, vogliono solo scrivere post, brevi e rivolti a se stessi. Le persone come me, che si rivolgono agli altri, non hanno chance. Perché sono un’idiota? Perché proprio io, che venero McLuhan, ho voluto dimenticare, in questa avventura del Blog con collegamento Facebook che “medium is the message” e nient’altro. Che su Facebook, come dice Davide Mazzocco Lavoriamo per Mark Zuckerberg con la stessa passione che riserviamo ai nostri hobby, ma con una continuità assolutamente inedita nella storia dell’umanità. Siamo i nodi di un reticolo di due miliardi e 270 milioni di persone, mittenti e destinatari di messaggi pubblici e privati che alimentano un gigantesco Leviatano che si nutre di dati. Questo è il solo messaggio, tutto il resto è Matrix.

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

Tornando quindi all’autismo, noi sappiamo che i bambini autistici non riescono ad identificare le emozioni degli altri individui né ad attribuirgli uno stato mentale. Non possiedono, quindi, ciò che viene definito “teoria della mente” che consiste nella capacità di immaginare cosa gli altri possano sentire e desiderare, facendo ipotesi e prevedendo il loro comportamento. Esiste un circuito speciale nel cervello umano che sta lì proprio per elaborare le informazioni che arrivano dal mondo sociale e questo circuito perciò si chiama “cervello sociale.” I bambini autistici non sono in grado di sviluppare una teoria della mente e non possiedono un cervello sociale. A mio parere, anche a buona parte dei più che adulti utenti di Facebook mancano queste skills.

Facebook comunicazione autistica. Prima l'uovo o la gallina?
Prima l’uovo o la gallina?

Un po’ come per la vecchia faccenda dell’uovo e della gallina c’è una domanda a cui è impossibile rispondere: la condizione umana è diventata così infernale e miserrima a causa dei vari Facebook o Facebook può esistere proprio perché la specie umana è così orribile?