Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque di Kurt Vonnegut

Dal film Mattatoio numero cinque di George Roy Hill

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque è il romanzo capolavoro del grande Kurt Vonnegut. Parlando ancora di autori che sono in grado di raccontarci la guerra, di farcela sentire e capire, Slaughterhouse five, che parla della seconda guerra mondiale è molto diverso e molto più famoso del pur meraviglioso racconto sul Viet-Nam di Tim O’Brien, racconto di cui ho scritto nel mio ultimo articolo. La prima categoria di persone che, forse, dovrebbe leggere questo incredibile libro o anche rileggere, è formata dai tanti che ormai credono fermamente, in questo manicomio di mondo occidentale, che “la guerra è pace”, e quindi, più armi vengono inviate, ad esempio, agli ucraini, e meglio sarà per la pace attuale, loro e nostra. O ancora, più soldi regaleremo alla Nato e alle lobbies delle armi da guerra, più in pace e in salute saremo. In uno dei peggiori momenti, sia economici che sociali vissuti dal nostro paese, dopo più di due anni di pandemia che ha fatto arricchire pochi e distrutto tanti, invece di migliorare scuola, salute pubblica, welfare, aiutare tutti quelli che non appartengono alle classi privilegiate, il nostro Parlamento regala 14 miliardi alla Nato. Come ha detto Marco Travaglio: “Ai poveri che hanno fame gli darete un mitra, così se lo mangiano.”

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque. Foto di Kurt Vonnegut in un suo libro
Kurt Vonnegut

La maestria di Kurt Vonnegut

Dovrebbero leggerlo o rileggerlo anche tutti quelli che qui in Italia si considerano scrittori, giornalisti, che spesso non conoscono nemmeno la grammatica, categoria, quelli di scrittori, giornalisti e tanti altri che lavorano nell’editoria (editor, traduttori ecc.) che ormai appartiene ad una nicchia di potere, ormai in pianta stabile, per la serie “Hic manebimus optime”. Non c’è spazio per gli altri, per chi non appartiene alla nicchia. Se questo piccolo mondo antico e privilegiato almeno desiderasse provare a capire cosa significa scrivere, allora dovrebbero proprio leggere Kurt Vonnegut. Nello stile, nella narrazione, nelle finalità, nell’originalità e nella creazione di personaggi Vonnegut scrive come una divinità. La sua prosa è fluida e piena d’energia come un torrente di alta montagna, la sua grande capacità è quella di unire l’ironia al tragico senza mai sembrare sgradevole o volgare, il suo sound è come un electric jazz, tutti i suoi personaggi spiccano e prendono il volo, ed i protagonisti escono dalle pagine e te li ritrovi lì davanti, come fossero veri e vivi. Prendete Billy Pilgrim, da Mattatoio numero cinque: ha molto sia del principe Miškin di Dostoevskij che del clown di Boll eppure è unico, è solo ed esclusivamente Billy Pilgrim, un tipo di soldato gracile, mite, non particolarmente sveglio, buono, fuori di testa, il genere di soldato che in guerra dovrebbe morire dopo due giorni, ma invece sopravvive, grazie all’immaginazione, alla fantasia e a quei viaggi nel tempo oltre ai viaggi interstellari nel lontanissimo pianeta di Tralfamadore, che potrebbero essere veri oppure frutto della sua testa matta: Vonnegut non dice nulla su questo, lascia decidere il lettore.

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque: Trafalmadore
Da Mattatoio numero cinque: il pianeta di Tralfamadore

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque: So it goes

Fra i tanti brani che vorrei e mi piacerebbe scegliere, da Mattatoio numero cinque, inizierò con una scena post guerra, dove Billy è rinchiuso in un ospedale psichiatrico:

“L’uomo nel letto vicino a quello di Billy era un ex capitano di fanteria che si chiamava Eliot Rosewater. Rosewater era ammalato e stanco di esser sempre sbronzo. Fu Rosewater a far conoscere a Billy la fantascienza, e in particolare i libri di Kilgore Trout. Rosewater aveva sotto il letto una fantastica raccolta di paperback di fantascienza. Se li era portati in ospedale in un baule. Quei libri tanto amati e cincischiati mandavano un odore che permeava la corsia – un odore come di pigiami di flanella che non fossero stati cambiati da un mese, o di stufato irlandese. Kilgore Trout divenne l’autore vivente preferito di Billy, e la fantascienza diventò l’unico genere di storie che potesse leggere.

Rosewater era il doppio sveglio di Billy, ma lui e Billy avevano crisi simili. Entrambi avevano trovato la vita insensata, in parte a causa di quel che avevano visto durante la guerra. Rosewater, per esempio, aveva ucciso un pompiere di quattordici anni, che aveva preso per un soldato tedesco. So it goes. E Billy aveva assistito al più grande massacro della storia europea, il bombardamento di Dresda. So it goes. Ora stavano cercando di ritrovare il proprio io e il proprio universo. La fantascienza in questo senso era un grosso aiuto. Rosewater un giorno disse a Billy una cosa interessante a proposito di un libro che non era di fantascienza. Disse che tutto quello che c’era da sapere della vita lo si poteva trovare nei Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij. «Ma quello ormai non basta più» disse Rosewater. Un’altra volta Billy sentì Rosewater dire allo psichiatra: «Credo che voialtri dovrete scovare un sacco di nuove meravigliose bugie, per far sì che alla gente non passi la voglia di vivere».”

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque: Dresda dopo il bombardamento del '45
Dresda dopo il bombardamento americano

L’infamia del bombardamento di Dresda

Del resto anche Vonnegut era quel genere di persona mite, piena di talento e priva di rabbia, dall’humor sottile ma costante, una caustica e satirica “macchina da guerra”, un ritmo pieno di idee brillanti, stravaganti, che eppure ci calzano, stranamente, come un guanto. Il suo libro è diventato un cult fra i libri anti-guerra prima di tutto, io credo, perché non è un’invettiva. Così come Ismahel ci racconta la guerra che Achab scatena contro Moby Dick, guerra in cui solo Ismahel potrà sopravvivere per raccontarla, senza aggiungere giudizi, anche Vonnegut – che nel ’45 era prigioniero di guerra dei tedeschi – è uno dei pochissimi sopravvissuti al terribile e infame bombardamento di Dresda fatto dagli americani, che rase completamente al suolo una città bella da togliere il fiato, dove morirono ben 135.000 persone quasi tutte civili (più o meno il doppio dei morti di Hiroshima, senza contare, certo, tutti i giapponesi morti orribilmente nei mesi successivi per le varie conseguenze delle radiazioni.) L’infamia americana qui sta anche nel fatto che Dresda era “città aperta” e, in conseguenza di questo status, non avrebbe mai dovuto essere sfiorata nemmeno da una mitragliata. Non c’era nulla di militarmente interessante da distruggere a Dresda, ma gli americani dimostrarono, ancora una volta, che a dispetto di ogni propaganda la guerra non sarà mai pace.

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque: Frauenkirche distrutta nel bombardamento di Dresda
Dresda dopo il bombardamento: la Frauenkirche distrutta

La crociata dei bambini

Nel prossimo brano di Mattatoio numero cinque Billy è di nuovo in un ospedale, ma stavolta è un lurido campo di prigionia tedesco, dove viene aiutato dalle cure di un colonnello inglese:

“Il comandante degli inglesi venne all’ospedale a visitare Billy. Era un colonnello di fanteria fatto prigioniero a Dunkerque. Era stato lui che aveva dato la morfina a Billy. Nel campo non c’era un vero dottore, e così le faccende di medicina toccavano a lui. «Come sta il malato?» domandò a Derby. «Morto per il mondo.»

«Ma non morto davvero.» «No.» «Che bello non sentir nulla, ed essere considerato ancora vivo.» Derby a questo punto si mise tetramente sull’attenti. «No, no… per favore… resti lì. Con due uomini appena per ogni ufficiale, e tutti quanti malati, mi sembra che possiamo fare a meno delle solite formalità tra ufficiali e soldati.» Derby restò in piedi. «Lei sembra più vecchio degli altri» disse il colonnello. Derby gli disse che aveva quarantacinque anni: due anni più del colonnello. Il colonnello disse che gli altri americani si erano tutti rasati, che Billy e lui erano gli unici due ancora con la barba. «Sa,» disse «noi, qui, la guerra abbiamo dovuto immaginarcela, e io immaginavo che a farla fossero uomini abbastanza anziani come noi. Avevamo dimenticato che a fare le guerre sono i ragazzini. Quando ho visto quelle facce appena rase, è stato uno shock. “Dio mio, Dio mio,” mi sono detto «questa è la crociata dei bambini.”» Il colonnello domandò a Derby com’era stato fatto prigioniero, e Derby gli raccontò che era finito in mezzo a un gruppo d’alberi insieme a un centinaio di altri soldati spaventati. La battaglia durava da cinque giorni. I cento uomini erano stati spinti verso gli alberi dai carri armati. Derby descrisse l’incredibile atmosfera artificiale che i terrestri creano a volte intorno ad altri terrestri quando non vogliono che quei terrestri abitino più la Terra. Le bombe scoppiavano in cima agli alberi con un frastuono terribile, disse, facendo cader giù coltelli, aghi e lame di rasoio. Dei mucchietti di piombo rivestiti di rame si incrociavano tra gli alberi sotto gli scoppi delle bombe, sibilando via molto più veloci del suono. Un sacco di gente era stata ferita o uccisa. So it goes. Poi il bombardamento cessò, e un tedesco nascosto, con un altoparlante, disse agli americani di metter giù le armi e di venir fuori dagli alberi con le mani sopra la testa, se no avrebbero ricominciato a bombardarli e non avrebbero smesso finché non fossero stati tutti morti. Così gli americani misero giù le armi, e uscirono dagli alberi con le mani sopra la testa, perché volevano seguitare a vivere, se possibile.”

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque: la passione dell’America per la guerra

 La guerra non ha morale, si sa, ma fin dagli inizi, quando l’America era ancora una colonia inglese, bisogna proprio dire che gli americani e la guerra andarono sempre in perfetto accordo, come fratelli gemelli, come pezzi di un puzzle che si incastrino perfettamente fra loro: videro quelle terre meravigliose e per prendersele tutte fecero un genocidio, quello dei nativi americani, genocidio che, per qualche strano motivo non li consegnò alla storia come mostri e nemmeno come “persone non esattamente perbene”. Perfino nella seconda guerra mondiale, dove il diavolo era evidentemente il nazismo, gli americani, entrati tardi in una guerra che non li interessava troppo, la utilizzarono per fortificare a livelli mai visti il proprio esercito e, una volta risultati vincitori, si presero più della metà del mondo. Non si preoccuparono mai di far spargere troppo sangue ai propri soldati, sangue che continuarono a spargere insensatamente anche in seguito, in tutte le assurde guerre intraprese, fra cui quella contro il Viet-Nam del nord, durata ben più della guerra di Troia. Però usarono “la vita dei propri soldati da salvare” come scusa ufficiale quando testarono l’atomica sui civili giapponesi.

Guerra e letteratura. Bambina sfigurata dall'atomica su Hiroshima
Bambina sfigurata ad Hiroshima

La dichiarazione del Presidente americano Truman dopo aver lanciato l’atomica su Hiroshima

Basta leggersi la dichiarazione da brividi che fece Truman al suo popolo dopo aver sganciato la prima atomica, quella su Hiroshima (bomba a cui avevano dato un nome, e per di più un nome da cartoon “Little boy”, Ragazzino, un po’ come Mickey Mouse o Donald Duck) per capire quanto andassero fieri di quello che avevano fatto:

“Sedici ore fa un aereo americano ha sganciato una bomba su Hiroshima, un’importante base militare giapponese. Quella bomba era più potente di ventimila tonnellate di trinitrotoluene. Aveva una potenza duemila volte superiore a quella del «Grand Slam» inglese, la più grande bomba mai usata nella storia militare. I giapponesi hanno cominciato la guerra con un bombardamento dal cielo, a Pearl Harbor; ora sono stati abbondantemente ripagati. E non è ancora tutto. Con questa bomba abbiamo creato un’arma nuova e rivoluzionaria, da aggiungere alla potenza crescente delle nostre forze armate. Ora queste bombe, nella loro versione attuale, sono in corso di produzione, e se ne stanno creando versioni ancor più potenti. È una bomba atomica. È un congegno in cui sono imbrigliate le forze fondamentali dell’universo. Le energie da cui il sole deriva il proprio potere sono state scagliate contro coloro che hanno scatenato la guerra…”

L'atomica su Hiroshima, 6 agoisto 1945
6 agosto 1945, la prima atomica sganciata dall’America su Hiroshima

Sono diventato il Tempo, colui che distrugge i mondi

A me la dichiarazione di Truman fa venire in mente una canzone di fine anni ’90, di un gruppo di nome Fluke, che dice: “Baby’s got an atom bomb, a motherfuckin’ atom bomb, twentytwo megatons, you’ve never seen so much fun” Tradotto: La ragazza ha una bomba atomica, una cazzo di bomba atomica, ventidue mega tonnellate, non ti sarai mai divertito così tanto. Invece a Oppenheimer, che l’aveva creata, l’atomica in azione fece venire in mente una citazione dalla Bhagavad-Gita: “Sono diventato il tempo, colui che distrugge i mondi” (anche se Oppenheimer utilizzò una traduzione sbagliata, e del tutto in contrasto con le nozioni basilari dell’induismo, dicendo -sono diventato Morte- invece che -sono diventato il Tempo. Ma, insomma, bisogna comunque apprezzare la buona volontà: dopo tutto Oppenheimer era un fisico, non uno studioso di sanscrito e indologia)

Billy e gli altri prigionieri escono dal rifugio

Ma tornando a Vonnegut, nella realtà lui e pochi altri soldati americani prigionieri a Dresda sopravvissero perché si trovavano all’interno della parte più sotterranea del mattatoio, il reparto 5, uno dei pochi angoli della città non toccati dal terribile incendio:

“«Dresda venne distrutta la notte del 13 febbraio 1945» cominciò Billy Pilgrim. «Noi uscimmo dal nostro rifugio il giorno dopo.» Raccontò a Montana delle quattro guardie che, nel loro stupore e nel loro dolore, somigliavano a un quartetto di dilettanti. Le parlò del macello con tutti i pali di cinta spariti, con i tetti e le finestre andati; le disse di quelle cose che parevano piccoli ceppi, e che erano persone rimaste prigioniere dell’incendio. So it goes. Billy le disse che cos’era accaduto agli edifici che prima formavano come delle scogliere intorno al macello. Erano crollati. Il legno si era consumato, le pietre erano cadute e si erano ammucchiate una contro l’altra fino a formare delle basse dune graziose.

«Era come sulla luna» disse Billy Pilgrim. Le guardie dissero agli americani di mettersi in file di quattro, ed essi ubbidirono. Li fecero marciare di nuovo verso il recinto per i maiali in cui avevano vissuto finora. I muri erano ancora in piedi, ma le finestre e il tetto erano andati giù e dentro non c’era altro che cenere, pezzetti informi di cibo e frammenti di vetro. A quel punto ci si rese conto che non c’era più né cibo né acqua, e che i sopravvissuti, se volevano continuare a sopravvivere, dovevano mettersi a camminare sulla superficie lunare, scavalcando una duna dopo l’altra. Il che fecero. Le dune erano lisce solo a distanza. Quelli che vi si arrampicarono sopra impararono che erano delle cose frastagliate e infide, calde al tocco, spesso instabili, pronte, quando venivano smosse certe rocce grosse, a rotolare ancor più giù e a formare dune più basse e più solide. Mentre la spedizione attraversava la luna nessuno parlò molto. Non c’era nulla da dire. Una cosa era chiara: nella città dovevano esser proprio morti tutti, e se c’era ancora qualche anima viva, rappresentava un’incrinatura in questa immagine. Non c’erano altri lunari. Dei caccia americani calarono sotto il fumo per vedere se qualcosa ancora si muoveva. Videro Billy e gli altri; li spruzzarono di proiettili di mitragliatrice, ma li mancarono. Poi videro dell’altra gente che si muoveva lungo la riva del fiume e spararono anche a loro. Ne colpirono alcuni. So it goes.”

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque: la guerra contro i nazisti finisce

Una delle parti più commoventi di un libro che non è nato né per propagandare qualcosa, né per far commuovere o per far incazzare è la scena in cui Billy, appena finita la guerra ma ancora a Dresda, mentre si gode finalmente un momento di serenità, disteso al sole, si accorge della sofferenza dei cavalli che trainano il carro su cui stanno lui e gli altri americani e scoppia a piangere a dirotto, come Nietzsche a Torino che piange abbracciando il cavallo frustato dal vetturino:

“Ma i russi non erano ancora arrivati, neppure ora, due giorni dopo che la guerra era finita …

Quando giunsero al mattatoio Billy restò sul carro, a prendere il sole. Gli altri andarono in cerca di souvenir. In seguito, i tralfamadoriani avrebbero consigliato a Billy di concentrarsi sui momenti felici della vita, e di ignorare quelli tristi, di fissare lo sguardo solo sulle cose belle mentre l’eternità si fermava. Se gli fosse stato possibile realizzare questo tipo di selettività, Billy avrebbe scelto forse quel momento in cui se ne stava a sonnecchiare al sole nel retro del carro …

Il suo sonnecchiare si fece più leggero quando udì un uomo e una donna che parlavano in tedesco, in un tono di commiserazione. Stavano dolendosi liricamente con qualcuno. A Billy, prima che aprisse gli occhi, parve che quello avrebbe potuto essere il tono usato dagli amici di Gesù mentre ne tiravano giù il corpo devastato dalla croce. So it goes. Billy aprì gli occhi. Un uomo di mezza età e sua moglie stavano parlando sommessamente ai cavalli. Avevano notato quel che era sfuggito agli americani: che le bocche dei cavalli, ferite dai morsi, sanguinavano, che gli zoccoli erano rotti, cosicché ogni passo doveva essere un tormento, e che i cavalli erano mezzi morti di sete. Gli americani avevano trattato il loro mezzo di locomozione come se non fosse più sensibile di una Chevrolet a sei cilindri.

I due si mossero lungo il lato del carro, verso Billy, che guardarono con un’aria di condiscendente rimprovero; verso Billy Pilgrim, che era così lungo e fiacco, così ridicolo nella sua toga azzurra e colle sue scarpe argentate. Non avevano paura di lui. Non avevano paura di nulla. Erano medici: ostetrici tutti e due …

Tentarono di parlare a Billy Pilgrim in polacco, dato che era vestito in modo così tanto clownesco e che i poveri polacchi erano gli involontari buffoni della seconda guerra mondiale. Billy chiese loro in inglese cosa volessero, e loro lo rimproverarono subito, in inglese, a proposito dei cavalli. Fecero uscire Billy dal carro e gli fecero dare un’occhiata agli animali. Quando Billy vide in che stato erano i loro mezzi di locomozione, scoppiò in lacrime. Non aveva mai pianto per nient’altro, durante la guerra. In seguito, quand’era ormai un ottico di mezza età, a volte avrebbe pianto, quietamente e per conto suo, ma mai più così rumorosamente. Ecco perché l’epigrafe di questo libro è una quartina tratta da una famosa canzoncina natalizia. Billy piangeva molto poco, anche se gli capitò spesso di vedere cose per cui valeva la pena di piangere, e sotto questo aspetto, per lo meno, somigliava al Cristo della canzoncina:

The cattle are lowing, The Baby awakes. But the little Lord Jesus No crying He makes.”

Guerra e letteratura. Mattatoio numero cinque: ritratto di Kurt Vonnegut
Ritratto di Kurt Vonnegut

So it goes. Così va la vita

Non ho molte speranze riguardo alla specie umana, e dubito che possa cambiare idea chi pensa una cosa così evidentemente priva di senso come l’idea che spendere miliardi in armamenti possa essere funzionale alla pace. So it goes. Così va la vita. Ma se almeno una, o due persone, grazie a questo articolo leggeranno questo libro e lo ameranno, sarà qualcosa. Così va la vita.

Saggia tshirt su Kurt Vonnegut
Traduzione: Leggi Kurt Vonnegut Ascolta David Byrne Sii un buon essere umano

Come raccontare una vera storia di guerra

Tim O'Brien soldato nella guerra in VietNam

“Come raccontare una vera storia di guerra” è un racconto di Tim O’Brien, grande scrittore americano, di quelli non particolarmente conosciuti ma che hanno ispirato una generazione di scrittori e sceneggiatori. Questo racconto lo potete trovare nella raccolta “The things they carried” intitolata in italiano “Quanto pesano i fantasmi”. In questo articolo ne riporto solo pochi brani.

Ho sempre pensato che la guerra fosse una di quelle esperienze che, per raccontarle, le devi aver vissute. E quando dico vissute intendo vissute realmente, come soldato o come vittima, di certo non come inviato di qualche media che, di solito, se ne sta tranquillo nel suo hotel in attesa delle veline distribuite dalle forze militari che hanno il comando dell’area (i giornalisti come Ilaria Alpi sono più rari di un quadrifoglio nel deserto: Ilaria è morta perché, al contrario di tutti i suoi colleghi, pensava che il suo lavoro da inviata di guerra significasse entrare dentro alla guerra per poterla raccontare. Oggi Ilaria sarebbe disgustata da cosa sono diventati i media).

Come raccontare una vera storia di guerra: Ilaria Alpi
Ilaria Alpi, giornalista di guerra uccisa 28 anni fa in Somalia

Questo discorso vale non solo per la guerra ma un po’ per tutte le esperienze estreme, dure, profonde, drammatiche o anche superlative. Così come la guerra, non puoi capire l’eroina se non sei stato eroinomane, non puoi capire l’LSD, il peyote o altre droghe fortemente psicotrope se non le hai utilizzate, non puoi capire la musica, il suono, se sei nato non udente, non puoi capire cosa vuol dire vivere con una malattia mortale se non hai dovuto combatterci contro nel tuo corpo. Come vedete, la guerra, di qualsiasi tipo di guerra si tratti (politica, militare, medica, strettamente personale) è alla base di quasi tutto, nel nostro sfortunato pianeta.

Gli specchi del Pensiero Unico

In questo periodo, vediamo che la guerra in Ucraina ha molti specchi che la riflettono: lo specchio militare, lo specchio della propaganda occidentale, propaganda messa in atto dagli Stati Uniti d’America, e portata decisamente a buon fine dalla maggioranza dei media attuali, che dimenticando completamente ogni altra guerra più che spietata (vedi lo Yemen) e perfino argomenti come il Covid, che fino a dieci giorni fa monopolizzava TG e talk show, pretendono di raccontarci la guerra attraverso banalità, falsità, demagogia e tramite frasi e concetti ripetuti ancora e ancora finché la maggior parte della gente non inizia a ripeterli a pappagallo. La guerra è sempre orribile, ed è evidente che le vittime ucraine, a cui va tutta la mia solidarietà, stiano vivendo un incubo, ma improvvisamente sembra che la guerra ucraina sia l’unica nel mondo. Improvvisamente niente più Siria, Libia, niente più Palestina, niente più Balcani, Somalia, niente più Yemen, Afghanistan, Iraq. Niente più migranti che muoiono nel Mediterraneo in fuga da altre guerre che la propaganda ha deciso di cancellare dalle nostre memorie o migranti in fuga dalla miseria, miseria che in genere è provocata e sicuramente sfruttata da paesi occidentali e dai vari imperi sparsi nel mondo. Quindi, l’ultimo specchio è uno specchio cieco.

Come raccontare una vera storia di guerra: guerra in Ucraina
Guerra in Ucraina

Eppure, se cerchiamo di guardare bene vedremo che tutti questi specchi ci rimandano la stessa identica immagine, il famoso Pensiero Unicoche una volta veniva giustamente attribuito a paesi satelliti dell’Unione Sovietica mentre oggi appartiene in toto alle democrazie occidentali. I pochi che cercano di raccontare una versione leggermente diversa da quella ufficiale vengono attaccati e banditi dai media o – in alcuni casi – addirittura licenziati dal posto di lavoro, un po’ come fanno, in tutto il mondo, le tante sette/comunità ai loro appartenenti che non dimostrino fedeltà assoluta al capo e al suo credo. E dubito ci sia qualcuno disposto a sostenere che le varie Scientology siano luoghi democratici.

O’Brien e Washington

Dal momento che i campi in cui ho competenza sono, principalmente, letteratura e musica, ho scelto un racconto meraviglioso “Come raccontare una vera storia di guerra” scritto da un autore, Tim O’Brien, che ha combattuto come soldato semplice in VietNam, nella fanteria (il reparto che, in guerra, di solito se la vede peggio) e ha raccontato il VietNam in diversi libri. Una delle sue frasi sull’America e su Washington, città dove ha vissuto, mi ha colpita particolarmente: “Una città che si congratula ogni giorno con se stessa della propria ignoranza del mondo: una città che ci ha portato in Vietnam. Le persone in quella città che mi hanno mandato in guerra, sapete, non erano in grado di compitare il nome “Hanoi” nemmeno se gli suggerivi tre vocali.” In poche, geniali e sarcastiche parole O’Brien descrive l’arroganza del potere, l’ignoranza che il potere espone al mondo quasi fosse un vanto, la facilità con cui il potere fa scoppiare guerre per motivi che non sono mai, mai quelli dichiarati.

Come raccontare una vera storia di guerra: Tim O'Brien
Come raccontare una vera storia di guerra: Tim O’Brien

Ho ripreso, quindi, qualche brano da questo racconto sperando che O’Brien, con la sua conoscenza diretta dell’argomento guerra e con il suo pensiero molto lontano da qualsiasi “Pensiero Unico” possa aiutare a riflettere.

Come raccontare una vera storia di guerra, di Tim O’Brien

“Questa è vera. In Vietnam avevo un commilitone. Il suo vero nome era Bob Kiley, ma tutti quanti lo chiamavano Rat. Un suo amico muore ammazzato, e all’incirca una settimana dopo Rat si mette seduto e scrive una lettera alla sorella di questo tale. Le dice che aveva un fratello proprio in gamba, un amico e camerata di prima classe. Un soldato che più soldato non si può, afferma Rat. Poi le racconta alcuni episodi che confermano quanto ha appena detto, che suo fratello si offriva sempre volontario per roba per la quale nessuno si sarebbe mai offerto volontario in un milione di anni, roba pericolosa, come andare in ricognizione o partecipare a un pattugliamento notturno di quelli da incubo. Coglioni d’acciaio inossidabile, le assicura Rat. Sì, certo, un po’ matto, ma matto in senso buono, un vero rompicollo, perché gli piacevano le sfide, gli piaceva mettersi alla prova, uomo contro sgorbio.

Come raccontare una vera storia di guerra: il VietNam
Guerra in VietNam

In ogni modo si tratta di una splendida lettera, molto personale e toccante. Scrivendola, Rat quasi scoppia in lacrime. Gli vengono i lucciconi a raccontare di quanto siano stati bene insieme, di come suo fratello sia riuscito a far sembrare la guerra quasi divertente, facendo sempre il diavolo a quattro, dando alle fiamme interi villaggi e alzando nubi di fumo da tutte le parti. Un gran senso dell’umorismo, per giunta. Come la volta su quel fiume quando andò a pescare con un’intera dannata cassa di bombe a mano. Probabilmente la cosa più divertente mai accaduta nella storia mondiale, dice Rat, tutto quel sangue, circa venti miliardi di pescisgorbio che galleggiavano sull’acqua. Suo fratello sì che aveva l’atteggiamento giusto. Lui sì che sapeva come divertirsi.

…E poi la lettera si fa molto triste e seria. Rat qui ci riversa proprio il cuore. Dice che lui quel ragazzo lo amava. Dice che quel ragazzo era il miglior amico che lui avesse al mondo. Erano due anime in un nocciolo…

E poi che cosa succede? Rat spedisce la lettera. Aspetta due mesi. E quella stupida fica neanche gli risponde.”

Una vera storia di guerra non è mai morale

“Una vera storia di guerra non è mai morale. Non educa, non incoraggia la virtù, non suggerisce modelli di corretto comportamento e non impedisce agli uomini di fare ciò che essi hanno sempre fatto. Se una storia di guerra sembra morale, non credeteci. Se alla fine di una storia di guerra vi sentite edificati, o se avete l’impressione che dalla generale devastazione sia stato recuperato qualche minuscolo frammento di rettitudine, allora siete caduti vittime di un’antichissima e spaventosa menzogna. La rettitudine non esiste, come non esiste la virtù. Come prima regola empirica, perciò, la vera storia di guerra si può riconoscere dalla sua assoluta e intransigente fedeltà al male e all’oscenità.

Come raccontare una vera storia di guerra: la Siria
Come raccontare una vera storia di guerra: la Siria

Ascoltate Rat Kiley. Fica, dice. Non dice puttana. Certamente non dice donna, o ragazza. Dice fica. Poi sputa e ti fissa. Ha diciannove anni — tutto questo è troppo, per lui — perciò ti guarda con quei grandi, tristi, dolci occhi da assassino e dice fica, perché il suo amico è morto, e perché è così incredibilmente triste e vero: quella là neanche gli ha risposto. La vera storia di guerra si riconosce dal fatto che ti mette in imbarazzo. Se l’oscenità non ti piace, non ti piace neanche la verità; se la verità non ti piace, sta’ attento a come voti.”

Come raccontare una vera storia di guerra: Erano solo due ragazzi; non lo sapevano e basta.

“Il morto si chiamava Curt Lemon. Quel che successe fu che attraversammo un fiume fangoso e marciammo verso ovest tra le montagne, e il terzo giorno facemmo sosta nella giungla accanto a un punto in cui il sentiero si biforcava. Subito Lemon e Rat Kiley cominciarono a fare gli scemi. Non capivano quanto quel posto fosse inquietante. Erano solo due ragazzi; non lo sapevano e basta.

…così se ne andarono all’ombra di alcuni alberi giganteschi dalla chioma a quadruplo baldacchino, neanche un raggio di sole poteva attraversarlo, e lì cominciarono a ridacchiare… e a giocare a uno stupido gioco inventato da loro. Il gioco contemplava l’uso di bombe fumogene, che se uno non faceva stupidaggini erano del tutto innocue, e consisteva nello strappare la sicura dalla bomba e stando in piedi a qualche passo di distanza lanciarsela a vicenda all’ombra di quegli immensi alberi. Chi per paura si tirava indietro era una mammoletta. E se nessuno dei due si tirava indietro, la bomba faceva un piccolo schiocco e loro si trovavano immersi nel fumo e ridevano e ballavano e poi ricominciavano.

Come raccontare una vera storia di guerra: 2020, guerra in Libia
Guerra in Libia, 2020

È difficile spiegare cosa accadde subito dopo. Stavano semplicemente facendo gli scemi. Poi udii un rumore, immagino che doveva essere il detonatore, e allora mi gettai un’occhiata alle spalle e guardai Lemon uscire dall’ombra sotto il sole abbagliante. Il suo viso divenne a un tratto bruno e lucente. Un bel ragazzo, davvero. Intensi occhi grigi, magro, la vita sottile, e quando morì fu quasi bello, il modo in cui la luce del sole lo avvolse e lo sollevò e lo risucchiò in alto tra i rami di un albero coperto di muschio e liane e bianche corolle.”

La normalità serve a farvi credere le cose più pazzescamente incredibili

“In qualsiasi storia di guerra, ma soprattutto in quelle vere, è difficile separare ciò che è accaduto da ciò che è sembrato accadere. Ciò che sembra accadere diviene a sua volta accaduto, e così deve essere raccontato. Gli angoli visuali vengono distorti. Quando l’ordigno nascosto esplode, uno chiude gli occhi e abbassa la testa e fluttua all’esterno di se stesso. Quando qualcuno muore, come Curt Lemon, uno distoglie lo sguardo e poi torna a guardare per un istante e poi torna a distogliere lo sguardo. Le immagini si confondono; uno tende a lasciarsi sfuggire una quantità di cose. …In molti casi la vera storia di guerra è del tutto incredibile. Se ci credete, siate scettici. È questione di verosimiglianza. Spesso le cose più pazzesche sono vere e quelle normali no, perché la normalità serve proprio a farvi credere le cose più pazzescamente incredibili.

In altri casi la vera storia di guerra non si può neanche raccontare. Per qualche motivo, è semplicemente al di là del raccontabile. Questa, per esempio, l’ho sentita da Mitchell Sanders. Era quasi il crepuscolo…

Ricordo la quiete di quella mezza luce. Sul fiume che scorreva senza alcun rumore era sceso un cupo color rosso rosato… Era l’occasione giusta per una buona storia.”

Come raccontare una vera storia di guerra: gli inutili 20 anni di guerra in Afghanistan
Guerra in Afghanistan durata 20 inutili anni

Come raccontare una vera storia di guerra: Senti cose che nessuno dovrebbe mai udire

«Una squadra di sei uomini se ne va in missione sulle montagne per stabilirvi un posto di ascolto. L’idea è quella di trascorrere lassù una settimana. Devono soltanto rimpiattarsi e ascoltare eventuali movimenti del nemico. Con sé hanno una radio, perciò se sentono qualcosa di sospetto — qualsiasi cosa — non devono far altro che chiamare l’artiglieria o gli elicotteri da combattimento, quello che ci vuole. Per il resto devono attenersi nella maniera più assoluta alle norme valide in zona di operazioni. Silenzio assoluto. Ascoltare e basta.

Sanders mi gettò un’occhiata per accertarsi che avessi inquadrato la situazione. Intanto giocava col suo yo-yo, facendolo danzare con brevi, rapidi movimenti del polso.

Il suo viso era pallido nel crepuscolo.

Sicché, dicevo, questi tizi si addentrano nella boscaglia, mimetizzati da capo a piedi, e si rimpiattano e aspettano e questo è tutto, non fanno altro, se ne stanno distesi lassù per sette giorni di fila e semplicemente ascoltano. E come posto è spettrale, amico, te lo assicuro. Sono le montagne. Non puoi sapere che cosa vuol dire spettrale finché non ci sei stato. Giungla, all’incirca, solo che sei lassù tra le nuvole e c’è sempre questa nebbia, come pioggia, soltanto che non piove, tutto quanto è bagnato e vorticante e intricato e tu non ci vedi un accidente, non riesci neanche a trovarti l’uccello per pisciare. Come se tu non avessi neanche un corpo. Assolutamente spettrale. Ed entri in sintonia con i vapori, è come se in qualche modo la nebbia ti assorbisse… E i rumori, amico. I rumori arrivano lontanissimi. Senti cose che nessuno dovrebbe mai udire.

Sanders tacque per un istante, limitandosi a far andare su e giù lo yo-yo, poi mi sorrise.

Tutto parla. Gli alberi parlano di politica, le scimmie di religione. L’intero paese. Il Vietnam. Quel posto parla.

Come raccontare una vera storia di guerra: Yemen, marzo 2022
Guerra in Yemen, marzo 2022

«Così dopo un paio di giorni questi tizi cominciano a sentire una musica bassissima e stramba. Echi soprannaturali e via dicendo. Come una radio o qualcosa del genere, ma non è una radio, è questa strana musica sgorbia che viene direttamente dalle rocce… Loro cercano di ignorarla. Ma quello è un posto di ascolto, no? Perciò ascoltano. E ogni notte continuano a sentire quello strampalato concerto da sgorbi. Campanelli e xilofoni di ogni genere. Siamo in mezzo alla giungla, voglio dire, non può essere vero, non esiste, eppure c’è, come se le montagne fossero sintonizzate con quel cazzo di Radio Hanoi. Loro si innervosiscono, si capisce. Un tale si caccia nelle orecchie delle caramelle di gomma. A un altro quasi dà di volta il cervello. Il fatto è, però, che non possono fare rapporto e dire che sentono della musica. Non possono alzare la cornetta, chiamare la base e dire: “Ehi, ascoltate, abbiamo bisogno di un po’ di artiglieria, bisogna spazzar via questo gruppo rock di sgorbi svitati”.

… Perciò se ne stanno lì distesi nella nebbia e tengono la bocca chiusa. E quel che rende la cosa veramente brutta, capisci, è che quei poveri cristi non possono scavallare come al solito. Non possono alleviare la tensione con una battuta. Tra loro possono parlare solo sottovoce… Non fanno altro che ascoltare.

… e una notte cominciano a udire delle voci. Come a un ricevimento. Sì, quei rumori danno proprio l’impressione di un sontuoso, gigantesco ricevimento di sgorbi da qualche parte là, in mezzo alla nebbia. Musica, chiacchiericcio e robe varie. È pazzesco, lo so, ma sentono anche i tappi dello champagne. Sentono il tintinnio dei bicchieri da martini. Frivolo al massimo, tutto molto civilizzato, solo che quella lì non è affatto civiltà. È il VietNam.

Comunque sia, i tizi cercano di conservare il sangue freddo. Se ne stanno lì distesi e fanno finta di niente. E adesso non ci crederai, ma dopo un po’ cominciano a sentire della musica da camera. Sentono violini e violoncelli. Sentono questa meravigliosa voce da soprano vietnamita. Poi dopo un po’ cominciano a sentire musica operistica sgorbia e una società corale e il coro dei Ragazzi di Haiphong e un quartetto folk e strane litanie di tutti i generi e roba tipo Buddha-Buddha. E nel frattempo, nel sottofondo, c’è sempre il ricevimento che va avanti. Tante voci, e tutte diverse. Non voci umane, però. Perché sono le montagne. Mi segui? La roccia… parla. E anche la nebbia, e l’erba, e gli stramaledetti lemuri. Tutto parla. Gli alberi parlano di politica, le scimmie di religione. L’intero paese. Il Vietnam. Quel posto parla. Parla. Capito? Il Vietnam… parla davvero.»

L’intera guerra è lì in quello sguardo fisso

«I tizi non ce la fanno più. Cedono di schianto. Si mettono alla radio e chiedono di aprire il fuoco. Ottengono artiglieria ed elicotteri da combattimento. Chiedono l’intervento dell’aviazione. E te lo assicuro io, di quel cazzuto ricevimento ne fanno polpette. Per tutta la notte avvolgono quelle montagne in una cortina di fumo. Fanno frullato di giungla. Fanno saltare in aria alberi, società corali e qualunque altra cosa ci sia da far saltare in aria. E poi viene il momento di bruciare. Innaffiano le pendici di napalm. Fanno intervenire Cobra e F4, scaricano alto esplosivo, bombe incendiarie e cariche di demolizione. Fuoco dappertutto. Riducono quelle montagne in cenere.

Verso l’alba finalmente torna a scendere il silenzio. Come se uno non avesse mai udito veramente il silenzio prima d’allora. Una giornata di quelle opprimenti sul serio, di vera nebbia — solo nuvole e nebbia… Tutto è risucchiato nella nebbia. Non si sente il minimo rumore, solo che loro continuano a udirlo.

Come raccontare una vera storia di guerra: Stati Uniti invadono l'Iraq
Gli Stati Uniti quando invasero l’Iraq

Così fanno i bagagli e se la sgambano… Non una parola, quasi fossero sordomuti. Più tardi salta fuori questo ciccione di colonnello che gli chiede che diavolo è successo lassù… Voglio dire, hanno speso sei trilioni di dollari in munizioni, e quel culone di colonnello vuole delle risposte…

…Ma i tizi non aprono bocca. Si limitano a guardarlo per un po’, come divertiti, o quasi, come stupefatti, e l’intera guerra è lì in quello sguardo fisso. Il loro sguardo dice tutto ciò che non si potrà mai dire. Dice, amico, devi avere i tappi nelle orecchie. Dice, povero stronzo, non capirai mai — frequenza sbagliata — e comunque non hai nessun bisogno di saperlo. Poi salutano il rottinculo e se ne vanno, perché certe storie non si possono proprio raccontare.

La vera storia di guerra si può distinguere per il modo in cui non sembra mai concludersi. Né allora, né mai. Nemmeno quando Mitchell Sanders si tirò in piedi e si allontanò nel buio. Tutto questo è successo. Tuttora, in questo preciso istante, ricordo quello yo-yo.»

Come raccontare una vera storia di guerra: il piccolo bufalo d’acqua

«… Curt Lemon mise il piede su un proiettile da 105 trasformato in mina antiuomo. Stava giocando a palla rilanciata con Rat Kiley, ridendo, e poi morì. Gli alberi erano fitti; impiegammo quasi un’ora ad aprire una zona d’atterraggio per l’evacuazione della salma. Più tardi, in alto sulle montagne, ci imbattemmo in un piccolo bufalo d’acqua vietcong. Che ci facesse lassù, non lo so — non c’erano fattorie né risaie — ma lo rincorremmo, lo acchiappammo, lo legammo con una corda e ce lo tirammo dietro fino a un villaggio abbandonato dove ci sistemammo per la notte. Dopo cena Rat Kiley gli andò vicino e gli carezzò il naso. Aprì una scatola di razione C, maiale e fagioli, ma il piccolo bufalo non era interessato. Rat strinse le spalle. Fece un passo indietro e gli sparò al ginocchio della zampa anteriore destra. L’animale non emise un suono. Piombò a terra, poi si rialzò, e Rat prese accuratamente la mira e con un altro colpo gli portò via un orecchio. Gli sparò nel deretano e nella piccola gobba sulla groppa. Gli sparò due volte nei fianchi. Non voleva ucciderlo; voleva fargli male. Gli accostò la canna del fucile alla bocca e con uno sparo gliela portò via. Nessuno disse granché. Tutti gli uomini del plotone stavano lì a vedere, provando una gran varietà di sentimenti, ma non è che in loro ci fosse grande pietà per il piccolo bufalo d’acqua.

Migranti in fuga da guerre e miseria naufraghi nel Mediterraneo
Migranti in fuga dalle guerre fanno naufragio nel Mediterraneo

Fece saltar via la coda. Fece saltar via pezzi di carne sotto le costole. Tutt’intorno a noi c’era puzzo di fumo e sporcizia e fitta vegetazione verde cupo, e la serata era umida e caldissima. Rat mise l’arma in automatico. Ora sparava a casaccio, quasi con indifferenza, brevi, rapide raffiche nella pancia e nelle natiche. Poi ricaricò, si accovacciò e gli sparò al ginocchio anteriore sinistro. Di nuovo l’animale piombò a terra e cercò di rialzarsi, ma stavolta non ci riuscì. Ondeggiò e crollò su un fianco. Rat gli sparò al naso. Si chinò in avanti e gli sussurrò qualcosa come rivolgendosi a un animale da compagnia, poi gli sparò alla gola. Per tutto questo tempo il piccolo bufalo rimase in silenzio, o quasi in silenzio, solo un lieve rumore gorgogliante da dove prima aveva avuto il naso. Giacque immobile. Niente si muoveva tranne gli occhi, che erano enormi, le pupille lucide, nere e mute.

… Qualcuno diede un calcio al piccolo bufalo. Era ancora vivo, sebbene per poco, giusto negli occhi. «Sconvolgente» disse Dave Jensen. «In vita mia, non ho mai visto niente del genere.» «Mai?» «Manco per niente. Neanche una volta.» Kiowa e Mitchell Sanders presero per le zampe il piccolo bufalo. Lo trasportarono attraverso il piazzale, lo tirarono su di peso e lo buttarono nel pozzo del villaggio. Poi, ci sedemmo in attesa che Rat Kiley tornasse in sé. «Sconvolgente» seguitava a dire Dave Jensen. «Una piega assolutamente nuova. Mai visto niente del genere.»

Mitchell Sanders tirò fuori lo yo-yo. «Beh, questo è il Nam» disse. «Il giardino del Male. Quaggiù, amici, ogni peccato è nuovo e originale al cento per cento.»

Violenze sessuali su milioni di bambini in zone di guerra: Yemen, Somalia, Afghanistan
Guerre in Yemen, Somalia e Afghanistan che hanno portato a un numero esorbitante di violenze sessuali su bambini

La purezza estetica dell’assoluta indifferenza morale

«…Come si fa a generalizzare?

La guerra è un inferno, ma questa non è nemmeno una mezza verità, perché la guerra è anche mistero e terrore e avventura e coraggio e scoperta e santità e pietà e disperazione e desiderio e amore. La guerra è indecente; la guerra è divertente. La guerra è emozionante; la guerra è una sfacchinata. La guerra ti rende uomo; la guerra ti rende morto. Le verità sono contraddittorie. Si può sostenere, per esempio, che la guerra è grottesca. Ma in verità, la guerra è anche bellezza. Nonostante tutto il suo orrore, non si può fare a meno di restare a bocca aperta di fronte alla tremenda maestà del combattimento. Fissi i proiettili traccianti che si snodano nell’oscurità come nastri rosso brillante. Ti acquatti per l’imboscata mentre una luna fredda e impassibile si leva nel cielo notturno sopra le risaie. Ammiri la fluida simmetria delle truppe in movimento, le armonie di suono, forma e proporzione, i torrenti di fuoco e metallo che grondano da un elicottero da combattimento, i proiettili illuminanti, il fosforo bianco, il bagliore porpora e arancio del napalm, la luce accecante dei razzi. Non si può propriamente chiamare bello. È stupefacente. Riempie lo sguardo. Si impossessa di te. Tu lo trovi orribile. I tuoi occhi no. Come un devastante incendio boschivo, come il cancro al microscopio, qualsiasi battaglia o bombardamento o sbarramento di artiglieria possiede la purezza estetica dell’assoluta indifferenza morale — una poderosa, implacabile bellezza — e la vera storia di guerra a questo proposito ti dice la verità, in tutta la sua bruttezza.

Generalizzare sulla guerra è come generalizzare sulla pace. Quasi tutto è vero. Quasi nulla è vero.

… Dopo lo scontro a fuoco, c’è sempre l’immenso piacere di essere vivi. Gli alberi sono vivi. L’erba, il suolo, tutto… In mezzo al male, cerchi di essere un brav’uomo. Cerchi il decoro… In tutto questo c’è una specie di generosità, una specie di devozione. Per quanto strano sia, non sei mai tanto vivo come quando sei quasi morto.

La vera storia di guerra non parla mai di guerra

Come raccontare una vera storia di guerra: Somalia, caos e miseria
Somalia, caos, miseria e desolazione: uno Stato senza Stato

«… Vent’anni dopo, posso ancora scorgere il sole sul viso di Lemon. Lo vedo voltarsi a guardare Rat Kiley; poi rise e fece quel curioso mezzo passo dall’ombra alla luce del sole, il viso improvvisamente bruno e lucente, e quando il suo piede toccò terra, in quell’istante, deve aver pensato che fosse la luce del sole a ucciderlo. Non era la luce del sole. Era un proiettile da 105 trasformato in mina antiuomo. Ma se mai riuscissi a raccontare questa storia nel modo giusto, come il sole parve raccogliersi intorno a lui e sollevarlo e innalzarlo fin lassù tra i rami dell’albero, se riuscissi in qualche modo a ricreare il fatale biancore di quella luce, la rapida vampata, l’evidente rapporto di causa ed effetto, allora anche voi credereste all’ultima cosa a cui credette Curt Lemon, che per lui deve essere stata la verità definitiva.

… E alla fine, naturalmente, la vera storia di guerra non parla mai di guerra. Parla della luce del sole. Parla di quella maniera tutta particolare in cui l’alba si propaga sul fiume quando sai che devi attraversarlo, quel fiume, e marciare verso le montagne e fare cose che hai paura di fare. Parla di amore e di ricordi. Parla del dolore. Parla di sorelle che non rispondono alle lettere e di gente che non riesce ad ascoltare.»

Poche parole per finire

Il mio consiglio è quello di comprarvi il libro di Tim O’Brien e leggervi tutto il racconto per intero e gli altri bellissimi racconti della raccolta. Che siate o meno followers del Pensiero Unico, almeno avrete letto un gran bel libro. In questi tempi falsi, tristi, dove ingiustizia, banalità e avidità regnano sovrane, anche se travestite da “democrazia” leggere un gran bel libro è già qualcosa…

Con tutta la nostra solidarietà per il popolo ucraino, solidarietà che non verrà mai meno, vi ricordo solo alcune delle guerre dimenticate, cancellate dalla nostra memoria, in modo così facile, come toccare col dito un semplice “delete” sul telefonino:

15 agosto 2021 Il presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, nel marzo dell’anno scorso, aveva dato mandato di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità in Afghanistan. Ma il Dipartimento di Stato USA l’aveva definita “un’azione scioccante” opponendosi a ogni indagine (by Peacelink.it)

21 Gennaio 2022 Yemen, raid aerei dell’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi: più di 200 vittime, tra loro anche civili e 3 bambini (by Il Fatto Quotidiano.it)

3 Marzo 2022 Stanno aumentando negli ultimi mesi le vittime civili del conflitto nello Yemen, che da 7 anni oppone le milizie Houthi filoiraniane alla Coalizione governativa guidata dall’Arabia Saudita. I contendenti di entrambe le parti non risparmiano bambini, scuole, ospedali, mercati, prigioni. Un Paese al collasso, dove è in corso la più grave crisi umanitaria al mondo, con 20 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti e 4 milioni di sfollati. A marzo si rischia che 8 milioni di persone rimangano senza cibo perché non è stato deciso il rifinanziamento degli aiuti internazionali (by AgenSir.it)

28-12-2021 La strage nel Mediterraneo non si ferma. Ancora decine di cadaveri che il mare restituisce impietoso, sulle spiagge della Libia come su quella della Grecia qualche giorno fa, davanti agli occhi di un mondo distratto: una strage evitabile, quella di chi fugge dall’inferno libico, pervicacemente consentita dai governi.

Il nostro malinteso interesse nazionale ha prevalso sui diritti umani delle persone coinvolte: più naufraghi abbiamo bloccato o riportato indietro, maggiore è stata la soddisfazione dei ministri e dei governi che si sono succeduti in questi anni, anche quelli di centro sinistra purtroppo; meno ne arrivano sulle nostre coste più ne rimangono nelle carceri libiche a subire torture, stupri, ad essere venduti come schiavi, a morire. Non c’è nulla di cui essere soddisfatti. Respingimenti illegali delegati a milizie senza scrupoli che fingono di intervenire per salvare quelli che dovrebbero essere naufraghi e che sono invece prede, materia di scambio e di ricatto. (by Il Manifesto)

VILLA ADRIANA E LE MEMORIE DI ADRIANO

Villa Adriano statua guerriero

Villa Adriana e Le memorie di Adriano è un articolo dove unisco brani tratti dal capolavoro di Marguerite Yourcenar “Le memorie di Adriano” con immagini scattate nel corso di una visita recente a Villa Adriana, dove i resti meravigliosi della Villa dell’Imperatore Adriano, oggi Patrimonio dell’Unesco, a Tivoli, nei pressi di Roma, hanno attraversato quasi due millenni mantenendo integro quel senso del sublime che è così forte perché non deriva solo da un’architettura classica immersa perfettamente nella natura, ma perché vi si percepisce ancora qualcosa di potente e benefico, nella sua rarità, che si irradia tanto dalle rovine quanto dal terreno: forse lo stesso spirito dell’Imperatore, che ha scelto, anche nel suo after life, di continuare a dimorare in quel luogo che ha così tanto amato quando era in vita.

ANIMULA VAGULA BLANDULA

Vorrei iniziare con un bellissimo frammento di poesia scritta dall’Imperatore poco prima di morire e inserita nella “Historia Augusta”. La stessa poesia la troviamo in esergo a “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar:

Et moriens quidem hos versus fecisse dicitur: «Animula vagula blandula/ Hospes comesque corporis/ Quae nunc abibis in loca/  Pallidula rigida nudula/ Nec ut soles dabis iocos…

E si dice che morendo compose questi versi: “Piccola Anima smarrita e impalpabile, ospite e compagna del corpo, adesso ti avvierai in luoghi senza colore, impervi, desolati dove non potrai più godere dei tuoi piaceri consueti…”

(la traduzione è mia, chiedo perdono…)

Villa Adriana e le memorie di Adriano, Teatro marittimo
Villa Adriana e le Memorie di Adriano, Teatro Marittimo

Non parleremo, quindi, della biografia dell’Imperatore Adriano (nato nel 76 dC e morto nel 136 d.C., fatto Imperatore dopo Traiano, nel 117 d.C.) Non si parlerà nemmeno dell’architettura della vastissima Villa Adriana, di quali sono ed erano le forme del Pecile, del Canopo, Sala dei Filosofi ecc. Queste informazioni le potrete facilmente trovare su vari siti, alcuni migliori di altri, sia per quanto concerne Adriano che per la Villa Adriana.

Villa Adriana e le memorie di Adriano, natura e architettura
Villa Adriana, perfetto connubio fra natura e architettura

Villa Adriana e Le memorie di Adriano

Prima di proseguire voglio solo trascrivere una breve descrizione dell’uomo Adriano tratta dalla Historia Augusta:

“Fu alto di statura, di bell’aspetto, la chioma acconciata con arte, la barba lunga per nascondere certi segni che per natura aveva sul viso, corporatura robusta. Montò spesso a cavallo e camminò; si esercitò sempre al maneggio delle armi e al giavellotto. Andava a caccia molto spesso e uccise un leone con le sue stesse mani. Andando a caccia si ruppe una clavicola e una costola. Andò sempre a caccia con gli amici. Durante il banchetto fece sempre, a seconda delle circostanze, rappresentazioni di commedie, tragedie, Atellane, suonatrici di sambuca, dicitori, poeti. Ornò splendidamente la sua Villa (in seguito chiamata Villa Adriana, n.d.a.) tanto che in essa iscrisse i nomi più celebri di province e di luoghi da lui amati, quali Liceo, Accademia, Pritaneo, Canopo, Pecile, Tempe e, per non tralasciare nulla, creò anche un finto aldilà. Amò l’oratoria antica e la declamazione di casi giuridici. Preferì Catone a Cicerone, Ennio a Virgilio, Celio a Sallustio e criticò con la stessa energia sia Omero che Platone.”

Busto Imperatore Adriano, Musei capitolini
Busto dell’Imperatore Adriano, Musei capitolini

Villa Adriana e Le Memorie Di Adriano: i Limiti della Natura

“Avrò in sorte d’essere il più curato dei malati. Ma nessuno può oltrepassare i limiti della natura… Non mi fraintendere: non sono ancora così a mal partito da cedere alle immaginazioni della paura, assurde quasi quanto quelle della speranza, e certamente assai più penose… Ciò nonpertanto sono giunto a quell’età in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata. Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è stato sempre così; è così per noi tutti.”

Il Sangue

“Ma il compagno delle mie ultime cacce è morto giovane, e il desiderio di questi piaceri violenti è molto scemato in me dopo la sua dipartita. Pure, persino qui a Tivoli, basta l’improvviso sbuffare d’un cervo sotto le fronde perché trasalisca in me un istinto più antico di tutti gli altri, grazie al quale mi sento gattopardo quanto imperatore. Chissà, forse sono stato così parco di sangue umano perché ho versato tanto quello delle fiere: benché, talvolta, segretamente, le preferissi agli uomini.”

Villa Adriana, Pecile
Villa Adriana, Pecile
Villa Adriana e le memorie di Adriano
Villa Adriana e le Memorie di Adriano

L’Universo Insolito del Piacere Sessuale

“Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell’amore, strana ossessione che fa sì che questa stessa carne, della quale ci curiamo tanto poco quando costituisce il nostro corpo, preoccupandoci unicamente di lavarla, di nutrirla, e fin dov’è possibile – d’impedirle che soffra, possa ispirarci una così travolgente sete di carezze sol perché è animata da una individualità diversa dalla nostra, e perché è dotata più o meno di certi attributi di bellezza. Di fronte all’amore, la logica umana è impotente, come in presenza delle rivelazioni dei Misteri: non s’è ingannata la tradizione popolare, che ha sempre ravvisato nell’amore una forma di iniziazione, uno dei punti ove il segreto e il sacro s’incontrano.

Villa Adriana Statua di Venere
Villa Adriana, statua di Venere

E per un altro aspetto ancora, l’espressione sensuale si può paragonare ai Misteri, in quanto il primo contatto appare al non iniziato un rito più o meno pauroso, violentemente diverso dalle funzioni consuete del sonno, del bere e del mangiare, oggetto di scherno, di vergogna o di terrore. L’amore, non altrimenti della danza delle Menadi e del delirante furore dei Coribanti, ci trascina in un Universo insolito, ove in altri momenti è vietato avventurarci, e dove cessiamo di orientarci non appena l’ardore si spegne e il piacere si placa.”

Villa Adriana Tempio di Venere
Villa Adriana e le Memorie di Adriano, Tempio di Venere

Il Piacere del Sonno

“Di tutti i piaceri che lentamente mi abbandonano, uno dei più preziosi, e più comuni al tempo stesso, è il sonno. Chi dorme poco o male, sostenuto da molti guanciali, ha tutto l’agio per meditare su questa voluttà particolare. Ammetto che il sonno perfetto è quasi necessariamente un’appendice dell’amore: come un riposo riverberato, riflesso in due corpi. Ma qui m’interessa quel particolare mistero del sonno, goduto per se stesso, quel tuffo inevitabile nel quale l’uomo, ignudo, solo, inerme, s’avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta – i colori, la densità delle cose, persino il ritmo del respiro, un oceano nel quale ci vengono incontro i morti

Villa Adriana e le memorie di Adriano: Serapeo
Villa Adriana, Serapeo

Cerco di riafferrare la sensazione precisa di certi sonni fulminei dell’adolescenza, quando si piombava addormentati sui libri, ancora vestiti… Evoco i sonni repentini sulla nuda terra, nella foresta, dopo estenuanti battute di caccia: mi destava l’abbaiare dei cani, o le loro zampe ritte sul mio petto. Era un’eclissi così totale che, ogni volta, avrei potuto ridestarmi diverso, e mi sorprendevo – mi dolevo, a volte – della disposizione rigorosa che mi riconduceva da così lontano nell’angusta particella di umanità che è la mia. In che cosa consistono le caratteristiche alle quali teniamo di più, se contano così poco per chi dorme, e se per un istante, prima di rientrare di malavoglia nel mio guscio di Adriano, giungevo ad assaporare quasi coscientemente quell’uomo vuoto di sé, quell’esistenza senza passato?”

La Folle Normalità dell’Insonnia

“Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni? … Fratello della morte…S’ingannava, Isocrate, e la sua frase non è altro che l’iperbole d’un retore. Comincio a conoscerla, la morte: essa cela altri segreti, ben più estranei alla nostra attuale condizione di uomini. E tuttavia, questi misteri di assenza, di oblio parziale sono così intricati e profondi che avvertiamo distintamente la sorgente chiara e quella oscura confluire chissà dove… Quante volte, levandomi alle prime ore del mattino per studiare o per leggere, ho riordinato con le mie mani quei guanciali spiegazzati, quelle coperte in disordine, testimonianze quasi turpi dei nostri incontri con il nulla, prove che ogni notte non siamo già più…”

Villa Adriana e le memorie di Adriano, Serapeo
Villa Adriana, Serapeo
Villa Adriana, dettaglio
Villa Adriana, Tivoli

Villa Adriana e le Memorie di Adriano: Conoscere Se Stessi

“Nel profondo, la mia conoscenza di me stesso è oscura; interiore, inespressa, segreta come una complicità. Dal punto di vista più impersonale, è gelida, tanto quanto le teorie che posso elaborare sui numeri: mi valgo di quel po’ d’intelligenza che ho per esaminare più dall’alto, da lontano, la mia vita, che, in tal modo, diventa la vita di un altro… Quando prendo in esame la mia vita, mi spaventa di trovarla informe. L’esistenza degli eroi, quella che ci raccontano, è semplice: va diritta al suo scopo come una freccia. E gli uomini, per lo più, si compiacciono di riassumere la propria esistenza in una formula – talvolta un’ostentazione, talvolta una lamentela, quasi sempre una recriminazione; la memoria compiacente compone loro una esistenza chiara, spiegabile. La mia vita ha contorni meno netti: come spesso accade, la definisce con maggiore esattezza proprio quello che non sono stato: buon soldato, NON grande uomo di guerra; amatore d’arte, NON artista come credette d’essere Nerone alla sua morte; capace di delitti, ma NON carico di delitti.

Villa Adriana e le memorie di Adriano, Palazzo
Villa Adriana, Palazzo

Si direbbe che il quadro dei miei giorni come le regioni di montagna, si componga di materiali diversi agglomerati alla rinfusa… Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per ravvisarvi un piano, per individuare una vena di piombo o d’oro, il fluire d’un corso d’acqua sotterraneo, ma questo schema fittizio non è che un miraggio della memoria… Mi son fatto una cronologia tutta mia… Quindici anni sotto le armi son durati per me meno di una mattinata ad Atene; vi sono persone che ho frequentato tutta la vita e che non riconoscerò agli Inferi. I piani spaziali si sovrappongono anch’essi; l’Egitto e la valle di Tempe son vicinissimi, e non sempre sto a Tivoli quando ci sono. Talora la mia vita mi appare banale al punto da non meritare non dico di scriverla, ma neppure di ripensarvi a lungo”

La Poesia

“La lettura dei poeti produsse in me effetti ancor più conturbanti: non sono del tutto certo che conoscere l’amore sia più inebriante che scoprire la poesia. Quest’ultima mi trasformò: l’iniziazione alla morte non mi inoltrerà più avanti in un mondo diverso di quanto abbia fatto un crepuscolo virgiliano. In seguito, ho preferito la rusticità di Ennio, così vicino alle origini sacre della razza, o l’amarezza da saggio di Lucrezio, o anche l’umile frugalità di Esiodo alla opulenza di Omero. Ho amato soprattutto i poeti più ermetici e oscuri, che costringono il pensiero alla ginnastica più ardua, sia i recentissimi sia gli antichi, quelli che mi aprono sentieri completamente nuovi, o mi aiutano a rintracciare piste smarrite. Ma, in quell’epoca, amavo soprattutto nella poesia quel che tocca con immediatezza i sensi, la lucentezza metallica di Orazio, Ovidio e la sua mollezza carnale.”

Villa Adriana e le memorie di Adriano, statua di coccodrillo
Villa Adriana e le Memorie di Adriano, statua di coccodrillo

Giovane Guerriero

“Se fosse durata troppo a lungo, la vita di Roma m’avrebbe inasprito, corrotto o logorato. Tornare alle armi mi salvò. La vita militare comporta anch’essa qualche compromesso, ma meno impegnativo. Partire per l’esercito significava viaggiare: partii folle di gioia…

Il patriottismo romano, la fede incrollabile nei benefici della nostra autorità su tutte le genti, nella missione di Roma di governarle, in quegli uomini del mestiere assumevano forme brutali, alle quali non ero ancora assuefatto. Alle frontiere, proprio là dove sarebbe stato saggio usare diplomazia, almeno sul momento, per conciliarci alcuni capi nomadi, i militari eclissavano completamente i politici; le prestazioni obbligatorie e le requisizioni in natura davano luogo ad abusi di cui nessuno si sorprendeva più… Gli incidenti di frontiera ci provocavano scarse perdite, preoccupanti solo perché reiterate; riconosco però che quello stato di allarme permanente serviva almeno a tener desto lo spirito di corpo. Tuttavia, ero persuaso che si sarebbe riusciti, con un dispendio minore, ma esercitando maggiore perspicacia, a soggiogare alcuni capi, ad attirarci le simpatie degli altri; e stabilii di consacrarmi in particolar modo a quest’ultimo compito, che tutti trascuravano.

Villa Adriana e le memorie di Adriano, statua guerriero
Villa Adriana e le Memorie di Adriano, statua di guerriero

Mi ci spingeva la mia inclinazione verso tutto ciò che è esotico: frequentare i Barbari mi piaceva. Il vasto paese che si estende tra le bocche del Danubio e quelle del Boristene, un triangolo del quale ho percorso almeno due lati, vanta alcune tra le regioni più sorprendenti del mondo, almeno per noi, nati sulle rive del Mare Interno.”

Vittoria e Sconfitta

“Laggiù, m’è accaduto di adorare la dea Terra, come qui adoriamo la dea Roma; e non parlo tanto di Cerere, quanto d’una divinità più antica, anteriore persino alla scoperta delle messi. Il nostro suolo greco o latino, sostenuto ovunque dall’ossatura delle rocce, ha l’eleganza schietta d’un corpo virile: la terra sciita aveva l’opulenza un po’ greve d’un corpo riverso di donna. La pianura si confondeva con il cielo…

Villa Adriana e le memorie di Adriano Pecile e statua coccodrillo
Villa Adriana, statue fra Canopo e Serapeo

La prima spedizione contro i Daci fu lanciata l’anno seguente. Io mi sono sempre opposto, sia per inclinazione che per politica… Sulle prime, occupai posti subalterni; non avevo ancora guadagnato interamente la benevolenza di Traiano. Ma conoscevo bene il paese, sapevo d’essere utile… E avevo qualche vantaggio al mio attivo: la simpatia per quel paese inclemente… Ero forse il solo fra gli ufficiali giovani a non avere nostalgia di Roma.

Vissi laggiù tutta un’epoca di esaltazione straordinaria, dovuta in parte all’influenza d’un gruppo di luogotenenti che avevo intorno; essi, dalle più remote guarnigioni d’Asia, erano venuti a conoscenza di strane divinità. Il culto di Mitra, che allora era meno diffuso di quel che non sia divenuto dopo le nostre spedizioni contro i Parti, mi attirò qualche tempo con le esigenze di quell’arduo ascetismo, che tendeva duramente l’arco della volontà, con l’ossessione della morte, del ferro e del sangue, che elevava al livello di spiegazione del mondo i banali disagi della nostra esistenza di soldati… Ciascuno di noi era convinto di sfuggire ai limiti angusti della propria condizione umana, si sentiva se stesso e l’avversario simultaneamente, assimilato al dio di cui non si sa più se muore nelle spoglie di bestia o se uccide sotto forma umana. Quei sogni bizzarri, che a volte oggi mi sgomentano, non differivano poi profondamente dalle teorie di Eraclito sull’identità dell’arco e del bersaglio. Allora, mi aiutavano a tollerare la vita. La vittoria e la sconfitta si mescolavano, si confondevano, erano raggi diversi d’una stessa luce solare.”

Villa Adriana e le memorie di Adriano, dettaglio
Villa Adriana, Tivoli

Villa Adriana e le Memorie di Adriano: Imperatore

“Sognavo un esercito addestrato a conservare l’ordine sulle frontiere; ero pronto a rettificarle purché fossero sicure. Qualsiasi ingrandimento nel già vasto organismo dell’impero, mi faceva l’effetto d’una escrescenza malsana, un cancro, un’idropisia che avrebbe finito per ucciderci…

Le donazioni militari, di cui avevo ricevuto la mia parte anch’io, il lusso insensato dei giochi, le spese iniziali dei grandiosi progetti militari in Asia. Queste ricchezze malefiche diffondevano una illusoria euforia sullo stato reale delle finanze. Quella fortuna che proveniva dalla guerra tornava a essere inghiottita dalla guerra.

… rientrai ad Antiochia, accompagnato lungo il cammino dalle acclamazioni delle mie legioni. Una calma straordinaria era scesa su di me: l’ambizione e la paura sembravano un incubo dileguato. Qualunque cosa avvenisse, ero stato sempre deciso a difendere fino all’ultimo le mie probabilità di diventare imperatore… Avevo rifiutato tutti i titoli…  Volevo che il mio prestigio fosse personale, che aderisse a me e si misurasse immediatamente in termini di agilità mentale, di forza, di imprese compiute.”

Villa Adriana e le memorie di Adriano, dettaglio
Villa Adriana, dettaglio
Villa Adriana e le memorie di Adriano, viale alberato che porta al tempio di Venere
Villa Adriana, viale verso il tempio di Venere

Villa Adriana e le Memorie di Adriano: l’Amore

“Antinoo era greco: sono risalito, nelle memorie di quella famiglia antica e oscura, sino all’epoca dei primi coloni arcadi sulle sponde della Propontide. Ma l’Asia aveva prodotto su quel sangue un po’ acre l’effetto della goccia di miele che rende torbido e aromatico un vino puro. Ritrovavo in lui le superstizioni d’un discepolo d’Apollonio, il culto monarchico d’un suddito orientale del Gran Re. La sua presenza era straordinariamente silenziosa: m’ha seguito come un animale, o come un genio familiare… Ammiravo quell’indifferenza quasi altera verso tutto ciò che non costituiva il suo piacere o il suo culto: essa suppliva in lui al disinteresse, allo scrupolo, a tutte le virtù volute, austere.

Mi stupiva quella sua aspra dolcezza; quella devozione torva, che impegnava l’essere intero. E, tuttavia, quella sottomissione non era cieca: quelle palpebre tante volte abbassate nell’acquiescenza o nel sogno, si levavano; gli occhi più attenti del mondo mi scrutavano in viso; mi sentivo giudicato. Ma lo ero, come lo è un dio da un suo fedele: le mie asprezze, i miei attacchi di diffidenza (ne ebbi, più tardi) erano pazientemente, gravemente accettati. Sono stato padrone assoluto una volta sola, e di un solo essere.

Statua Antinoo, museo di Napoli
Statua di Antinoo, Museo di Napoli
Statua di Antinoo, museo archeologico di Venezia
Statua di Antinoo, Museo Archeologico di Venezia

Se non ho detto ancora nulla d’una bellezza così evidente, non bisogna credere che l’abbia fatto per una sorta di reticenza, il silenzio d’un uomo avvinto in modo troppo totale. Ma i volti che noi cerchiamo disperatamente ci sfuggono: è sempre solo un istante… Ritrovo una testa reclina sotto una capigliatura disfatta dal sonno, degli occhi che le palpebre allungate facevano parere obliqui, un giovane viso, come disteso… Il broncio delle labbra s’impregnava d’un’amarezza ardente, d’una sazietà triste. In verità, quel volto mutava, come se ogni notte e ogni giorno io lo avessi scolpito.

Quando mi volgo indietro a quegli anni, mi sembra di ritrovare l’Età dell’Oro. Tutto era facile: le fatiche d’altri tempi erano compensate da una facilità quasi sovrumana… La mia vita, in cui tutto è arrivato tardi – il potere, la felicità -, assumeva lo splendore del meriggio, la radiosità solare delle ore di siesta, quando tutto è soffuso di un’atmosfera dorata, gli oggetti della nostra camera e il corpo disteso al nostro fianco. La passione appagata ha la sua innocenza, fragile quasi quanto ogni altra: il resto della bellezza umana declinava al rango di spettacolo, cessava d’esser quella selvaggina di cui ero stato il cacciatore. Quell’avventura iniziata in modo banale arricchiva la mia vita, ma la rendeva, d’altro canto, più semplice: l’avvenire contava poco…

Condussi Antinoo nell’Arcadia dei suoi avi; le foreste vi restavano impenetrabili come ai tempi in cui vi avevano abitato quegli antichi cacciatori di lupi. A volte, con un colpo di frusta, un cavallerizzo fugava una vipera; sulle cime sassose, il sole era rovente come nel pieno dell’estate; il giovinetto, addossato alla roccia, sonnecchiava, la testa reclinata sul petto, i capelli sfiorati dalla brezza, simile a un Endimione del giorno. Una lepre, che il mio cacciatore giovinetto aveva addomesticata con infinita pazienza, fu sbranata dai cani: fu l’unico dispiacere di quei giorni senza nubi.

Villa Adriana e le memorie di Adriano, statua di Antinoo
Villa Adriana, statua di Antinoo

La popolazione di Mantinea scoprì antichi vincoli di parentela con quella famiglia di coloni bitini, sconosciuti fino a quel giorno: la città, nella quale in seguito il fanciullo ebbe i suoi templi, fu arricchita e abbellita da me. L’antichissimo santuario di Nettuno ormai, caduto in rovina, era così venerato che se ne vietava l’accesso a chiunque: dietro quelle porte perennemente sprangate si perpetuavano misteri più antichi forse della stessa razza umana. Edificai lì un nuovo tempio, assai più vasto, e l’edificio antico è racchiuso ormai all’interno di esso come il nocciolo nel cuore d’un frutto…

La caccia ci condusse nella valle d’Elicona, dorata dalle porpore estreme dell’autunno; sostammo in riva alla sorgente di Narciso, presso il santuario dell’Amore: la spoglia d’una giovane orsa, un trofeo sospeso con chiodi d’oro alla parete del tempio, fu offerta a quel dio, il più saggio di tutti.”

Morte Di Antinoo

“A poco a poco, la luce cambiò. Dopo due anni e più, si notavano le orme del tempo, dei progressi d’una giovinezza che si forma, s’indora, sale quasi allo zenit; la voce fonda del fanciullo s’abituava a dare ordini a nocchieri e capicaccia… Il mio pastorello diventava un giovane principe… A Roma, s’erano orditi intrighi intorno alla sua giovane testa, s’erano esercitati sforzi abietti per destituire la sua influenza e sostituirvene qualche altra. La capacità di chiudersi in un pensiero unico dotava quel diciottenne d’una sorta d’indifferenza che manca ai più saggi: aveva saputo sdegnare tutte quelle trame, o ignorarle. Ma la sua bella bocca aveva assunto una piega amara che non sfuggì agli scultori…

Villa Adriana e le memorie di Adriano, Serapeo da dentro
Villa Adriana, dentro al Serapeo

I miei censori si apprestano già a scoprire, all’origine della mia sventura, le conseguenze d’un traviamento, il risultato d’un eccesso. Mi è difficile contraddirli in quanto non riesco a scorgere in che cosa mi sia traviato, in che cosa io abbia ecceduto. Mi sforzo di ridurre il mio delitto, se tale dobbiamo chiamarlo, a proporzioni esatte; mi dico che il suicidio non è poi così raro, che è un fatto abbastanza comune morire a vent’anni. La morte di Antinoo è un problema, oltreché una sciagura, per me solo.

Ma non ignoro che bisogna fare i conti con le iniziative personali di quell’estraneo affascinante che resta, malgrado tutto, ogni essere amato… Non ho il diritto di avvilire quel raro capolavoro che fu la sua fine; devo lasciare a quel fanciullo il merito della propria morte.”

Un Uomo Dai Capelli Grigi Che Singhiozza

Ricordo una serata a Sardi: il poeta Stratone ci condusse da un luogo di perdizione a un altro, in compagnia di losche conquiste. Poi, vi fu quella notte di Smirne, in cui costrinsi il mio giovane amico a subire la presenza d’una cortigiana. Il fanciullo s’era fatto dell’amore un’idea che restava austera, perché era esclusiva; il suo disgusto giunse fino alla nausea. Poi, ci si abituò. Quelle vane prove si spiegano con la mia inclinazione alle sregolatezze… Ero rimasto più sensibile di quel ch’io credessi ai pregiudizi di Roma; ricordavo che essi concedono al piacere la sua parte, ma stimano l’amore una mania disdicevole; ero ripreso dalla furia di non dipendere da nessun essere in maniera esclusiva…

Villa Adriana e le memorie di Adriano, pilastri dorici
Villa Adriana, Pilastri dorici

In quel cuore malinconico s’insinuarono i primi timori, quasi ingiustificati; lo vidi preoccuparsi d’aver presto diciannove anni. Qualche capriccio pericoloso, collere che, squassando su quella fronte caparbia gli anelli di Medusa dei capelli, si alternavano a una malinconia che somigliava al torpore, a una dolcezza sempre più stanca. Mi accadde di percuoterlo; ricorderò sempre quei suoi occhi atterriti. Ma l’idolo offeso era pur sempre l’idolo, e cominciavano i sacrifizi espiatori…

Villa Adriana e le memorie di Adriano, statua
Villa Adriana, statua nel Canopo

Pochi giorni prima di partire da Antiochia, mi recai, come in altri tempi, a sacrificare in vetta al monte Cassio… l’esigua compagnia, fradicia fino alle ossa, si affrettò attorno all’altare disposto per il sacrificio. Questo stava per compiersi, allorché un fulmine, balenando su di noi uccise d’un colpo solo il vittimario e la vittima… Antinoo aggrappato al mio braccio tremava, non già di terrore, come credetti allora, ma percosso da un’idea che compresi più tardi. Un essere che aveva orrore della decadenza fisica, della vecchiaia, da tempo aveva dovuto ripromettersi di suicidarsi al primo indizio di quella decadenza, o anche molto prima. Oggi, giungo a credere che questo impegno, che molti di noi si giurano, senza poi mantenerlo, in lui fosse radicato da moltissimo tempo, dall’epoca di Nicomedia, di quell’incontro in riva alla sorgente. Quest’impegno spiegava la sua indolenza, il suo ardore nel piacere, la sua malinconia, la sua indifferenza totale per il futuro. Ma bisognava ancora che quella sua fine non avesse l’aria d’una rivolta, non contenesse la minima recriminazione. La folgore del monte Cassio gl’indicava una soluzione: la morte poteva diventare una forma estrema di devozione, l’ultimo dono, il solo che sarebbe rimasto…

Il mio arrivo ad Alessandria avvenne con grande discrezione. L’ingresso trionfale era stato rimandato alla venuta dell’imperatrice… Il primo giorno del mese di Athir… è l’anniversario della morte di Osiris, il dio delle agonie: lungo il fiume, da tre giorni in tutti i villaggi echeggiavano lamenti… Rientrammo insieme, nel mio canotto a sei remi, accompagnati dalla buonanotte tagliente di Lucio. L’allegria continuò. Ma, al mattino, per caso mi avvenne di toccare un viso gelato di lacrime. Chiesi ad Antinoo con impazienza la ragione di quel pianto; rispose umilmente, scusandosi d’essere stanco. Accettai quella menzogna. Mi riaddormentai. La sua vera agonia si svolse quella notte, in quel nostro letto, e al mio fianco…

Villa Adriana e le Memorie di Adriano, Sala dei Filosofi
Villa Adriana, Sala dei Filosofi

Verso l’ora dodicesima, entrò da me Cabria, agitatissimo. Contro ogni regola, Antinoo aveva lasciato la nostra imbarcazione senza precisare la meta e la durata della sua assenza: e, dal momento della sua uscita, erano trascorse almeno due ore. Cabria ricordò strane frasi pronunciate la sera innanzi, una raccomandazione della stessa mattina, che mi riguardava, e mi comunicò i suoi timori… Non ci restava che esplorare le rive. Una serie di caverne, che in altri tempi avevano dovuto servire a cerimonie sacre, comunicavano con un’ansa del fiume: sulla ponda dell’ultima di esse, nel crepuscolo che scendeva rapido, Cabria scorse un abito ripiegato e un paio di sandali. Scesi quei gradini sdrucciolevoli: era disteso sul fondo, già affondato nella melma del fiume. Con l’aiuto di Cabria, riuscii a sollevare quel corpo che improvvisamente era diventato pesante come la pietra…  Quel corpo tanto docile si rifiutava di lasciarsi riscaldare, di rivivere. Lo trasportammo a bordo. Tutto crollò attorno a me, tutto sembrò spegnersi. Zeus Olimpico, il Padrone di tutte le cose, il Salvatore del Mondo precipitò: non vi fu più che un uomo dai capelli grigi che singhiozzava, sul ponte d’una barca.”

Villa Adriana e le Memorie di Adriano: la Villa

“Quella sera, rientrando nella mia casa di Tivoli, ero stanco nell’animo ma calmo, quando presi dalle mani di Diotimo il vino e l’incenso del sacrificio giornaliero al mio Genio… Da semplice privato, avevo cominciato a comprare e mettere insieme pezzo per pezzo i terreni che si estendono ai piedi dei monti Sabini, al limitare delle sorgenti, con l’ostinazione paziente d’un contadino che amplia le sue vigne; tra un giro di ispezione imperiale e l’altro, avevo posto le tende sotto quei boschetti invasi da muratori e architetti, dove un giovinetto imbevuto di tutte le superstizioni asiatiche chiedeva piamente che gli alberi fossero risparmiati.

Villa Adriana, Pretorio
Villa Adriana, Pretorio

Di ritorno dal mio grande viaggio d’Oriente, m’ero messo con una specie di sacra frenesia a completare lo scenario immenso di quell’opera già quasi terminata. Questa volta vi feci ritorno per terminare i miei giorni il più dignitosamente possibile. Tutto era predisposto per regolare il lavoro così come il piacere: la cancelleria, le sale per le udienze, il tribunale dove avrei giudicato in ultimo appello le cause difficili, m’avrebbero risparmiato faticosi andirivieni fra Tivoli e Roma. Avevo dotato ciascuno di quegli edifici di nomi evocanti la Grecia: il Pecile, l’Accademia, il Pritaneo. Sapevo bene che quella valle angusta, disseminata d’olivi, non era il Tempe, ma ero giunto in quell’età in cui non v’è una bella località che non ce ne ricordi un’altra, più bella, e ogni piacere s’arricchisce del ricordo di piaceri trascorsi. Consentivo ad abbandonarmi a quella nostalgia ch’è la malinconia del desiderio…

Villa Adriana e le memorie di Adriano, statua di Sfinge
Villa Adriana, statua di Sfinge

La Villa era ormai abbastanza a buon punto da potervi trasportare le mie collezioni, i miei strumenti di musica, le poche migliaia di libri acquistati un po’ dovunque nel corso dei miei viaggi. Offrii una serie di feste in cui ogni cosa era prevista con cura, la lista delle vivande e il numero ristrettissimo dei miei ospiti… Non erano terminati ancora né il piccolo teatro greco della Villa, né quello latino, un po’ più vasto, ma vi feci ugualmente rappresentare qualche commedia. Per mio ordine, furono recitate tragedie e pantomime, drammi in musica e atellane. Mi piaceva soprattutto la ginnastica sottile delle danze, e scoprii d’avere un debole per le danzatrici con le nacchere, che mi ricordavano il paese di Gades, i primi spettacoli ai quali avevo assistito quando non ero che un bimbo. Amavo quel suono crepitante, le braccia levate, quei veli spiegati o ravvolti, quella danzatrice che cessa d’esser donna per diventare nuvola o uccello, onda o trireme…

Villa Adriana, Pecile
Villa Adriana, Pecile

Nelle ore d’insonnia, percorrevo i corridoi della Villa, erravo di sala in sala, a volte importunavo un artigiano intento a mettere a posto un mosaico; passando, esaminavo un Satiro di Prassitele; mi fermavo davanti ai simulacri del morto. Ogni stanza aveva il suo, ogni portico perfino… Ogni minima delusione della vita politica mi esasperava precisamente come, alla Villa, il più leggero dislivello d’un pavimento, la più piccola sbavatura di cera sul marmo d’una tavola, il minimo difetto d’un oggetto che si vorrebbe immune da imperfezioni, esente da impurità.”

A chi lasciare Roma

“Fu sotterrato con semplicità nei giardini della sua famiglia. Alla vigilia di quella cerimonia, il Senato m’inviò una delegazione incaricata di porgermi le condoglianze e di offrire a Lucio gli onori divini, ai quali aveva diritto, in quanto figlio adottivo dell’Imperatore. Rifiutai: tutta quella faccenda era già costata troppo allo Stato. Mi limitai a fargli costruire qualche cappella funeraria, a fargli erigere qua e là qualche statua, nei diversi luoghi dov’era vissuto: quel povero Lucio non era un dio. Questa volta, ogni minuto diventava urgente. Ma avevo avuto tutto il tempo di riflettere, al capezzale del malato; avevo fatto i miei piani. Avevo notato in Senato un certo Antonino, un uomo sulla cinquantina, di famiglia provinciale, imparentata alla lontana con quella di Plotina… La mia scelta si fissò su di lui. Più frequento Antonino, più la stima che ho per lui tende a mutarsi in rispetto. Quest’uomo semplice possiede una virtù alla quale avevo pensato ben poco fino a oggi, persino quando m’è accaduto di praticarla: la bontà… continuerà l’opera mia, più che ampliarla; ma la continuerà bene; lo Stato avrà in lui un servitore onesto e un buon padrone.”

Villa Adriana, Canopo, statue e piscina
Villa Adriana e le Memorie di Adriano, Canopo, statue, piscina

Marc’Aurelio

“Ma lo spazio d’una generazione mi sembrava poca cosa, quando si tratta d’assicurare la sicurezza al mondo… Ti ho conosciuto in culla, piccolo Annio Vero, che oggi, per mio volere, ti chiami Marc’Aurelio. In uno degli anni più belli della mia vita, nell’epoca che segna l’erezione del Pantheon, per affetto verso i tuoi t’avevo fatto eleggere membro del santo collegio dei Fratelli Arvali, al quale presiede l’imperatore medesimo, e che perpetua piamente i più antichi costumi religiosi di Roma; durante il sacrificio, che quell’anno ebbe luogo in riva al Tevere, ti ho tenuto per mano; ho guardato con divertita tenerezza il tuo contegno di bimbetto di cinque anni, spaventato dalle strida del porcellino immolato, ma pure pronto a far del suo meglio per imitare il contegno grave dei grandi. Mi interessai dell’educazione di quel fanciullino troppo serio; aiutai tuo padre a sceglierti i maestri migliori.

Villa Adriana e le memorie di Adriano

Vero, il Verissimo: scherzavo con il tuo nome: tu sei forse il solo essere che non mi abbia mentito mai. T’ho visto leggere con passione gli scritti dei filosofi, vestirti di lana ruvida, dormire sulla nuda terra, costringere il tuo corpo gracile a tutte le mortificazioni degli stoici: atteggiamenti che non mancano di eccesso; ma, a diciassette anni, l’eccesso è una virtù.

A volte, mi chiedo contro quale scoglio farà naufragio tutto ciò, poiché si fa sempre naufragio: sarà una sposa, un figlio troppo amato, uno di quei tranelli legittimi nei quali restano impigliati i cuori più timorati e puri; o sarà più semplicemente l’età, la malattia, la stanchezza, il disinganno che ci avverte che, se tutto è vano, lo è anche la virtù? Immagino, al posto del tuo volto candido di adolescente, il tuo viso stanco di vecchio. Ho fatto il necessario affinché tu fossi adottato da Antonino; con questo nome nuovo, che porterai un giorno nella lista degli imperatori, ormai tu sei mio nipote.

Villa Adriana e le memorie di Adriano, Serapeo da dentro
Villa Adriana, Serapeo da dentro

Credo d’offrire agli uomini l’unica occasione che avranno mai di realizzare il sogno di Platone, di veder regnare su di loro un filosofo dal cuore puro. Hai accettato gli onori con ripugnanza; il tuo rango ti costringe a vivere a palazzo; Tivoli, questo luogo dove io raduno sino all’ultimo tutte le dolcezze che la vita offre, ti preoccupa per la tua giovane virtù; ti vedo aggirarti serio in volto sotto queste pergole fiorite di rose, ti guardo, con un sorriso, attratto dalle belle creature di carne poste sul tuo passaggio, esitare teneramente tra Veronica e Teodoro, e rinunciare subito a entrambi, in favore dell’austerità, mero fantasma.

Villa Adriana, Triclinio estivo
Villa Adriana, Triclinio estivo

Non m’hai nascosto il tuo disdegno malinconico per questi effimeri splendori, per questa corte che si disperderà alla mia morte. Tu non mi ami molto; il tuo affetto filiale va piuttosto ad Antonino. Tu fiuti in me una saggezza opposta a quella che t’insegnano i tuoi maestri, e, nel mio abbandono ai sensi, un metodo di vita in antitesi alla severità del tuo, e che pur tuttavia gli è parallelo. Non importa, non è necessario che tu mi comprenda. Vi è più d’una saggezza, e sono tutte necessarie al mondo: non è male che esse si alternino… Annunciai la mia nuova decisione; nominai Antonino; pronunciai il tuo nome. Avevo fatto assegnamento sull’adesione unanime: l’ottenni. Espressi un’ultima volontà, che fu accettata come le altre: chiesi che Antonino adottasse pure il figlio di Lucio, che così avrà Marc’Aurelio per fratello; governerete insieme; conto su di te affinché tu abbia premure da fratello maggiore per lui. Ci tengo che lo Stato conservi qualche cosa di Lucio.”

Villa Adriana e le memorie di Adriano, alberi
Villa Adriana, alberi

Villa Adriana e Le Memorie di Adriano: Anima e Morte

“La mia anima, se pure ne posseggo una, è fatta della stessa sostanza degli spettri; questo corpo dalle mani gonfie, dalle unghie livide, questa triste carne già per metà in dissoluzione, quest’otre di mali, di ambizioni e di sogni, non è molto più solido né più consistente d’un’ombra… La meditazione della morte non insegna a morire; non rende l’esodo più facile, ma non è questo quel ch’io cerco. Piccola figura imbronciata e volontaria, il tuo sacrificio non ha arricchito la mia vita, ma la mia morte. Il suo approssimarsi ristabilisce tra noi due una sorta d’intima complicità… Penso con disgusto ai tetri simboli delle tombe egizie: l’arido scarabeo, la rigida mummia… Può darsi che in fin dei conti essi abbiano ragione, che la morte sia fatta della stessa materia fluttuante e informe della vita.

Ma tutte le teorie sull’immortalità m’ispirano diffidenza: il sistema delle retribuzioni e delle pene lascia freddo un giudice consapevole della difficoltà d’un giudizio. D’altra parte, mi accade altresì di trovar troppo banale la soluzione opposta, il puro nulla, il vuoto ove risuona la risata d’Epicuro…Quella forza ch’io fui sembra capace ancora di animare parecchie altre vite, di sollevare dei mondi. Se, per miracolo, qualche secolo venisse aggiunto ai pochi giorni che mi restano, rifarei le stesse cose, persino gli stessi errori, frequenterei gli stessi Olimpi e i medesimi Inferi… E, tuttavia, l’esile spalla si agita convulsamente sotto le pieghe della tunica; sento sotto le dita queste lacrime deliziose. Fino all’ultimo istante, Adriano sarà stato amato d’amore umano.”

Villa Adriana e le memorie di Adriano
Villa Adriana e le memorie di Adriano

Piccola anima smarrita e impalpabile, compagna e ospite del corpo, adesso ti avvierai in luoghi senza colore, impervi, desolati, dove non potrai più godere dei tuoi piaceri consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più. Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…

Villa Adriana, iscrizione dal libro della Yourcenar
Villa Adriana, iscrizione tratta da Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar

(nda: tutte le foto sono mie tranne quelle della statua di Adriano e le due statue di Antinoo di gusto neoclassico e quindi relativamente recenti, che, ovviamente, non stanno nella Villa ma ciascuna in un diverso Museo)

The Big Kahuna e il suo Monologo Finale

Argomento: Sul film The Big Kahuna e il suo monologo finale diretto ai giovani

Qualche giorno fa un amico, su Fb, mi ha raccontato che in televisione la sola cosa che riesce a guardare sono vecchi film, di quelli belli, si capisce. Allora mi è venuto in mente – subito, per un percorso mentale che appartiene alle mie sinapsi più che a me – un film del 1999, “The big Kahuna”, girato con circa 7 milioni di dollari (che, anche per il 1999 era un budget davvero basso), diretto da John Swanbeck con uno strepitoso Kevin Spacey, e poi Danny DeVito che finalmente ha avuto l’occasione di mostrare la sua bravura anche in chiave drammatica e il giovane Peter Facinelli. I film migliori, tranne rare eccezioni, sono tratti da commedie o libri, e anche The Big Kahuna è tratto da una commedia teatrale “Hospitality Suite” di Roger Rueff, che infatti è anche autore della magistrale sceneggiatura del film.

The big Kahuna e il suo monologo finale: De Vito e Spacey
Danny De Vito e Kevin Spacey

Significato di Kahuna

Prima di tutto credo sia giusto spiegare cosa significhi Big Kahuna. Nel dizionario Hawaiano/Inglese, di Mary Kawena Pukui & Samuel H. Elbert (1986), Kahuna viene definito come “Sacerdote, mago, conoscitore, sciamano, esperto in ogni professione”.

Traducendo letteralmente il termine hawaiano “kahuna” troviamo:

“Ka” ovvero “luce”, e poi “Huna” che vuol dire “segreto”, quindi “La Luce del segreto” da cui “Conoscitore della saggezza segreta”. Un “Kahuna” infatti è principalmente un curandero o sciamano hawaiano, ma, a seconda dell’ambito, può essere un kahuna pule, ovvero ministro di culto, o un kahuna kalai la’au, un falegname, o anche un kahuna kala, un argentiere. In ogni caso sarà un vero esperto di qualcosa, un profondo conoscitore del suo mestiere o quello che, noi occidentali definiremmo un “pezzo grosso” nel suo campo.

The Big Kahuna e il suo Monologo Finale: Sciamanesimo Hawaiano
Sciamanesimo Hawaiano

The Big Kahuna e il suo monologo finale

La storia si svolge a Wichita, Kansas, in pieno Midwest americano, dove in un albergo tre venditori di lubrificanti industriali devono incontrare nuovi clienti, tra cui l’amministratore delegato di un’importante azienda, quel Big Kahuna che, come fosse un pesce enorme, i tre sono decisi a prendere all’amo per risollevare da un declino irreversibile la società dove lavorano. I tre personaggi Larry, Phil e Bob sono del tutto diversi l’uno dall’altro e fuori da quei clichet che ormai fanno parte del cinema e delle serie televisive: Larry-Kevin Spacey è cinico, politicamente scorretto, semi-alcolizzato, acuto e intelligente; Phil-Danny De Vito è deluso dalla vita, distrutto dal divorzio ma con un lato umano che, per quanto faccia, non riesce a sopprimere; Bob-Peter Facinelli è giovane, privo di esperienza in qualsiasi campo, religiosissimo, ma con quella voglia di “american dream” che lo rende pronto a fare compromessi con la sua coscienza pur di sentirsi vincente.

The Big Kahuna e una strepitosa sceneggiatura: Le donne in tailleur…

Il diamante nascosto dentro al film

Perché questo film mi è rimasto in mente, in modo così forte, a distanza di 22 anni? Certo, è un film dove bellezza e verità coincidono, così come dovrebbe sempre essere (i due concetti devono coincidere altrimenti non sono, lo teorizzava già Emily Dickinson, tramite una delle sue poesie, nel diciannovesimo secolo), film cinico e toccante a un tempo, perfetto in ogni sua sezione, dalla regia agli attori alla sceneggiatura. Inoltre il 1999 è stato un anno che oggi può rappresentare quella “linea d’ombra” fra il vecchio mondo capitalista ante internet/smartphone e il nuovo mondo definitivamente iper-capitalista dove la nuova internet – così diversa dalla “scatola empatica” immaginata da Philip K. Dick il Genio Visionario nel lontano 1962 in “Do androids dream of electric sheep?” diventato poi Blade runner – ha aiutato il nuovo mondo orribile a uscire fuori dalla tana diventando un tutt’uno con esso.

Ma il motivo per cui lo ricordo ancora così bene è per quell’incredibile monologo finale, nel film recitato da una voce narrante fuori campo ed ispirato a un articolo della giornalista Mary Schmich, pubblicato sul Chicago Tribune nel giugno del 1997, dal titolo “Advice, like youth, probably just wasted on the young.”

Sentirsi sempre fuori sincrono

Ricordo che all’epoca ero ancora giovane, anche se non giovanissima, e quel monologo mi fece un effetto notevole. In fondo mi ero sempre sentita fuori sincrono e quindi “vecchia” già dai diciassette anni in poi. A rileggerlo adesso, credo che possa avere un effetto dirompente su chi non è più giovane, quel genere di cosa che ti fa dire “Sì!!! È proprio vero!!!” sperando che possa insegnare qualcosa di importante ai giovani.

The Big Kahuna e il suo monologo finale

“Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.

Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa’ una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!

Non essere crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti.

Non perdere tempo con l’invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro. La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso. Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa…

Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti-conto.

Rilassati!

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse, come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo, usalo in tutti i modi che puoi, senza paura e senza temere quel che pensa la gente. E’ il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla! Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza: ti faranno solo sentire orrendo.

Cerca di conoscere i tuoi genitori, non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli, sono il miglior legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro. Renditi conto che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.

Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane. Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant’anni, sembreranno di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio… per questa volta.”

Per chi non avesse ancora visto il film, guardatelo, non ve ne pentirete! Accettate il consiglio, per questa volta…

Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday

Stamattina mi sono svegliata con questa poesia di Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday in mente. Di Hemingway – il miglior maestro, secondo me, per chi vuole imparare a scrivere – si conosce la sua attività da giornalista e ovviamente i suoi tanti e indimenticabili romanzi, oltre alla vita intensa e spericolata che ha condotto (cosa molto rara per uno scrittore). Così come il finale – il finale della sua vita – che invece è molto diffuso fra scrittori, poeti e artisti in genere.

Hemingway Lines for a girl 5 days after her 21st birthday. Harry's Bar, Venezia
Hemingway all’Harry’s Bar, Venezia

Hemingway Poeta

L’Hemingway poeta è invece quasi sconosciuto, almeno in Italia. Questa poesia, però, riguarda particolarmente noi italiani, perché racconta la fine di una storia d’amore che si è svolta a Venezia. Una storia d’amore dove lui aveva 30 anni più di lei, lui pluridivorziato e lei di famiglia aristocratica e cattolica e quindi era facilmente destinata a fallire. Hemingway, nella poesia, parla molto anche di Venezia, della Venezia di allora, che era anni luce distante dalla grande e un po’ triste vetrina in cui l’hanno trasformata adesso. La fine di questo amore e alcuni angoli di Venezia, dove Venezia sembra fatta soprattutto di grigio e di oscurità (a parte il colore giallo del taxi al Lido), nei suoi versi diventano una cosa sola. Hemingway riesce a raccontare il dolore di questa fine mischiando sarcasmo e sconforto, e creando un cocktail irresistibile come lo Special Daiquiri senza zucchero che era il suo drink preferito. Per qualche motivo che non conosco, ho sempre amato alla follia questa poesia, che potrebbe anche, in parte, essere il testo di una canzone.

Tradurre Poesie

Hemingway Lines for a girl 5 days after her 21st birthday. Hemingway e Adriana Ivanovich
Hemingway insieme alla fidanzata veneziana Adriana Ivancich

Condivido perciò con voi queste “lines” così particolari e le traduco anche (che Dio ci aiuti) dal momento che non tutti parlano bene l’inglese e le traduzioni internet (tutte, che siano translation google, facebook, wordpress) vanno benissimo per tante cose, ma non per una poesia o per il brano di un romanzo. Quando in una poesia ci sono rime, io credo che, se possibile, vadano preservate; mantenere la stessa metrica, dall’inglese all’italiano è praticamente impossibile, ma una metrica deve comunque esserci, in modo che il ritmo della traduzione, il suono, sia come l’originale. Questo fa sì che ogni tanto qualche aggettivo, qualche verbo risulti diverso dall’originale ma senza mai cambiare il significato di ogni singolo verso.

Hemingway Lines to a girl 5 days after her 21st birthday

Back to the Palace                                                

And Home to a stone                                          

She travels the fastest                                             

Who travels alone                                                     

Back to the pasture                                                                                      

And home to a bone                                                 

She travels the fastest                                              

Who travels alone                                                   

Back to all nothing                                                    

And back to alone                                                      

She travels the fastest                                              

Who travels alone  

But never worry, gentlemen                                   

Because there’s Harry’s Bar                                      

Afderas on the Lido                                                   

In a low slung yellow car                                           

Europeo’s publishing                                                  

Mondadori doesn’t pay                                            

Hate your friends                                                       

Love all false things                                                   

Some colts are fed on hay                                        

Wake up in the mornings                                                                                

Venice still is there                                                     

Pigeons meet and beg and breed                           

Where no sun lights the square                              

The things that we have loved are in the gray lagoon   

All the stones we walked on                                               

Walk on them alone      

Live alone and like it                                                             

Like it for a day                                                                       

But I will not be alone, angrily she said                             

Only in your heart, he said. Only in your head.                  

But I love to be alone, angrily she said.                              

Yes, I know, he answered                                                      

Yes, I know, he said.                                                               

But I will be the best one. I will lead the pack.                                 

Sure, of course, I know you will. You have a right to be  

Come back some time and tell me. Come back so I can see

You and all your troubles. How hard you work all day.   

Yes I know he answered.                                                       

Please do it your own way.                                                     

Do it in the mornings when your mind is cold.                   

Do it in the evenings when everything is sold.                   

Do it in the springtime when springtime isn’t there           

Do it in the winter                                                                     

We know winter well                                                               

Do it on very hot days                                                              

Try doing it in hell.                                                                     

Trade bed for pencil                                                                  

Trade sorrow for a page                                                          

No work it out your own way                                                                          

Have good luck at your age.

(Hemingway, Finca Vigia, Cuba, Dicembre 1950)

Hemingway nella Laguna di Venezia

Versi per una ragazza 5 giorni dopo il suo ventunesimo compleanno

Rieccomi al Palace/ Cimitero e lenzuola/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/ Una casa di ossa/ Verso I pascoli ancora/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/ Tornato al grande Nulla/ E a una vita da solo/ Lei viaggia più in fretta/ Se viaggia da sola/

Ma è tutto a posto, gente/ Abbiamo l’Harry’s Bar/ Afderas che ci attende/ Al Lido in taxy car/ Scrivo per l’Europeo/ Mondadori non paga/ Odia I tuoi amici/ Amare il falso sembra renda felici/ Qualche puledro anche con poco si appaga/ Mi sveglio che è mattina/ Venezia è attorno a me/ Si accoppiano i piccioni/ Dove il sole non c’è/ In fondo alla laguna c’è quel che abbiamo amato/ E in tutti quei sentieri che abbiamo attraversato/ Camminaci da te/

Vivi da sola e fallo con tutta la tua gioia/ Che dopo un giorno forse proverai una gran noia/ Ma io non sarò mai sola, dice lei impaziente/ Lui: solo nel tuo cuore. Solo nella tua mente. / Ma amo stare sola, continua lei furente/ Lo so, risponde lui/ Lo so, dice lui stanco/ Ma sarò la migliore. Quella che guida il branco/ Di certo lo sarai. Sicuro ne hai il potere/ Torna ogni tanto in zona. Solo a farmi vedere/ Tu e tutti I tuoi problemi. Tu sempre a lavorare./ Sì, le risponde lui/ Fai un po’ come ti pare/

Fallo al mattino presto quando ti sei svegliata/ Fallo di sera tardi, quando ogni cosa è andata/ Fallo a primavera, quando non è arrivata/ Fallo anche d’inverno/ Che conosciamo bene/ Fallo nei giorni caldi/ Fallo pure all’inferno/ Scambia il letto con matite/ E il dolore con un foglio/ C’è solo la tua strada, quella che verrà/ Buona fortuna, ragazza, alla tua età.

(traduzione Sandra Azzaroni)

                                                      

                                                  

Edward Bunker un vero scrittore

Edward Bunker un vero scrittore, che significa? Per spiegarlo devo partire da una mia convinzione assoluta, e cioè: “scrittori si nasce.” Il bisogno insopprimibile di scrivere è un istinto che, per essere autentico, si deve manifestare fin da bambini, o al più tardi da adolescenti. Poi bisogna affinare le capacità, lo stile, scrivendo e soprattutto leggendo, ma l’urgenza di mettere per iscritto le proprie emozioni tramite storie o poesie dev’essere qualcosa di “patologico”, perché la necessità di scrivere è una sorta di malattia (e infatti sono molte le malattie mentali, ad esempio la schizofrenia, che si manifestano sempre prima dei vent’anni.) Non ci si sveglia un bel giorno, magari molto in là con gli anni, con una vita comoda e niente da fare dicendo “Ehi, quasi quasi passo il mio tempo scrivendo un libro”.

In Italia però, la situazione dell’editoria va dal tragico al tragicomico. Solo per parlare dell’editoria che pubblica libri, o almeno, replicanti di libri (replicanti nel senso di Blade Runner), i grossi editori sono ormai riuniti in gruppi di potere e pubblicano solo o noiosissimi libri scritti da giornalisti in ambito “saggi”, o libercoli scritti da cuochi, pseudo-comici e quant’altro in ambito “stronzate” e per finire, quando si arriva alla narrativa, pubblicano libri americani, scandinavi, perfino indiani o africani ma già diventati famosi. Riguardo agli autori italiani, o ci ritroviamo i soliti nomi, ormai sempre gli stessi da trenta anni, oppure, gli unici ad essere pubblicati – che il loro lavoro sia valido o no, e di solito non lo è – lo devono ad amicizie e conoscenze “importanti”, che gli permettono di passare attraverso pubblicazione e vendite col comfort e la rapidità di un bel viaggio in prima classe. Niente contro di loro, per carità, il mondo e l’Italia funzionano così. Ma, semplicemente non sono scrittori.

Edward Bunker un vero scrittore

Mentre gente come Guido Morselli, che pur essendo vissuto in un periodo in cui farsi pubblicare non era ancora così difficile, non è mai riuscito ad ottenere la pubblicazione se non dopo morto (niente meno che da Adelphi, adesso che è morto!) fra l’altro suicida (un classico che chiamerei “effetto Van Gogh”), lui sì era un vero scrittore. Guido Morselli era un signor scrittore, come pochi altri nel nostro infelice paese e non aver ottenuto successo in vita non lo rende certo meno scrittore. Chi pensa che sia il successo a determinare le capacità, in campo artistico e letterario, è molto, molto lontano dalla verità.

San Quintino e la scrittura

Nel caso di Edward Bunker, vissuto fra i 6 e i 15 anni fra famiglie affidatarie, la strada e le prigioni minorili, l’urgenza di scrivere si è subito manifestata nel carcere di San Quintino dove era entrato a soli 17 anni ed era il più giovane detenuto che avesse mai varcato quella soglia. Lì ha iniziato a scrivere “Come una bestia feroce” e contemporaneamente a leggere tutto quello che poteva. Da quel momento ha continuato a entrare e uscire di galera ma senza mai smettere di scrivere. Solo molti anni dopo, quando i suoi libri sono stati pubblicati e molti trasformati in film, Edward è diventato famoso e non ha avuto più il bisogno di procurarsi soldi in modo illegale.

Edward Bunker un vero scrittore

Grande scrittore: Come una bestia feroce, Animal Factory, Educazione di una canaglia, Little boy blue, Cane mangia cane e tanti altri libri tutti particolari, anticonvenzionali, veri, L’ESATTO CONTRARIO dei polpettoni noiosi “come una malattia”, antiquati, senza un briciolo di stile, a volte da “circolo della canasta” scritti dalla maggioranza degli autori italiani pubblicati negli ultimi anni da editori “big”. Oltre a scrittore è stato un ottimo sceneggiatore e attore in tanti film: famosa la sua partecipazione a Le Iene di Tarantino, dove Bunker fa una piccola parte, Mr. Blue, personaggio inserito da Tarantino apposta per lui. E poi:

falsario, truffatore, rapinatore a mano armata, trafficante di droga, imputato per estorsione. Metà della sua vita trascorsa in prigione. Sarebbe mai stato pubblicato Bunker in Italia? Decisamente mai. E non perché delinquente, ma perché ovviamente privo delle giuste conoscenze senza le quali, in Italia, oggi non trovi nemmeno un posto per lavare i cessi alla Stazione, sempre che non sia un posto di lavoro sotto-sotto-sottopagato, con pseudo contratti capestro molto amati dall’ipercapitalismo, per sfruttare alla grande senza correre rischi.

Edward Bunker nella parte di Mr. Blue nelle Iene

Alcune frasi di Edward Bunker

Una sua frase che trovo fantastica e che ci fa capire la grande differenza fra l’Italia e il resto del mondo è:

“Avessi avuto soldi, non sarei diventato un criminale. Ma probabilmente non sarei neppure diventato uno scrittore.”

Qui da noi, invece, vale il contrario: se sei molto ricco di solito sei (o lo è stato qualche tuo avo) un criminale e se non sei ricco, e quindi privo di amicizie, di sicuro non sarai uno scrittore perché nessun editore importante ti pubblicherà mai. Ma fra le frasi prese dai libri di Bunker quella che preferisco è:

“Sono convinto che chi non legge resta uno stupido. Anche se nella vita sa destreggiarsi, il fatto di non ingerire regolarmente parole scritte lo condanna ineluttabilmente all’ignoranza, indipendentemente dai suoi averi e dalle sue attività.”   Edward Bunker, (da “Educazione di una canaglia”)

Edward Bunker un vero scrittore, Stark

Edward Bunker è un grande, rarissimo tipo di scrittore e di uomo per cui provo amore e rispetto. Fatevi un favore: comprate i suoi libri e leggetelo. Poi andate anche a vederli al cinema, ma i libri sono sempre superiori.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Perché quest’articolo è intitolato “Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping”? Per via del recentissimo scoop del New York Times che racconta al mondo come e quanto Apple sia coinvolta nella sorveglianza su larga scala oltre che nella censura imposte dal governo cinese a tutti i cittadini cinesi che hanno acquistato e utilizzano un Iphone o altro device Apple. Ho citato Steve Jobs perché, pur non essendo io mai stata una particolare fan dell’uomo considerato da tanti una sorta di guru, credo – o meglio – voglio credere che Jobs oggi sarebbe disgustato dalle scelte fatte dalla compagnia da lui creata. Scelte che fanno orrore ma che non sorprendono: la maggior parte dei giganti dell’high tech, se devono scegliere fra aumentare il profitto o garantire la libertà dei propri clienti, scelgono sicuramente il profitto.

Students

New York Times versus Apple

Il New York Times ha parlato con numerosi dipendenti Apple, con esperti di sicurezza e ha visionato documenti speciali prima di fare l’articolo, partendo da un concetto basilare: oggi tutti i prodotti della Apple vengono assemblati in Cina e sempre dalla Cina entrano nelle casse della Apple un quinto di tutti gli introiti mondiali.

Il professore universitario Doug Guthrie, assunto da Apple nel 2014 per trattare la questione cinese, ha spiegato al New York Times: «i lavoratori cinesi assemblano quasi ogni singolo iPhone, iPad e Mac. Apple si porta a casa 55 miliardi di dollari all’anno dalla regione, un profitto superiore a quello di qualunque altra azienda americana in Cina». Ed ovviamente, come in ogni business, vale il vecchio “do ut des”; dice ancora Guthrie: “se sei sposato alla Cina, devi darle qualcosa in cambio” ovvero dati personali, foto, chat, informazioni su conti, posizione degli utenti, video e via discorrendo.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia ha detto al New York Times: “Apple è diventato un ingranaggio nella macchina della censura che presenta una versione di internet controllata dal governo; se si guarda al comportamento del governo cinese, Apple non oppone alcuna resistenza.”

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping, la censura della Cina
La Cina censura il Web

Oltre a passare al governo cinese dati sensibili dei propri clienti, Apple aiuta la Cina nella censura. In che modo? Apple non fa entrare nel proprio App Store cinese migliaia di applicazioni, come ad esempio aggregatori di notizie di giornali stranieri, incontri gay, organizzazione di proteste democratiche e niente che abbia a che fare col Dalai Lama. Dal 2017 ad oggi sembra siano state cancellate ben 55mila applicazioni, mentre dal giugno 2018 a giugno 2020, Apple ha approvato il 91 per cento delle richieste della Cina, rimuovendo 1.217 app: nello stesso periodo, in tutto il resto del mondo, la rimozione è stata di solo 253 applicazioni.

Le strategie per pagare molte tasse in meno

Un’altra contestazione fatta dal New York Times ad Apple riguarda le strategie grazie a cui l’azienda riesce a pagare meno tasse del dovuto. Strategie che consistono nella creazione di centri Apple molto importanti soprattutto in Stati dove le tasse sono minime rispetto a quelle che andrebbero a pagare negli Stati Uniti. Naturalmente Apple non è l’unico fra i giganti high tech a utilizzare questi sistemi, al contrario. Forse ci vorrebbero delle leggi che, banalmente, rendano certi metodi illegali, sia negli Stati Uniti che in buona parte dell’Europa.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping. Strategia per pagare molte meno tsse

Apple secondo Pavel Durov

Quello che ha scritto il sempre ben informato Pavel Durov, creatore e proprietario di Telegram, in seguito all’articolo del New York Times: “Apple è molto efficiente nel portare avanti il proprio modello di business, che è basato sul vendere hardware obsoleto e molto costoso a dei clienti bloccati nel loro ecosistema. Ogni volta che devo usare un Iphone per testare le nostre app per Ios mi sento come se mi avessero spedito nel Medio Evo. I display da 60 Hz degli Iphones non possono competere con quelli da 120 Hz dei più recenti smartphone Android. Ma la cosa peggiore di Apple non è nemmeno l’hardware datato e i peggiori device, ma il fatto che, se possiedi un Iphone, diventi uno schiavo digitale della Apple: hai il permesso di usare solo quelle app che la Apple ti lascia installare tramite il loro app store e per il backup dei dati puoi solo usare l’ICloud della Apple. Non c’è da meravigliarsi che l’approccio totalitario della Apple piaccia così tanto al partito comunista cinese, che grazie ad Apple ha adesso il completo controllo dei dati e delle app che appartengono ai cittadini cinesi che si affidano agli Iphones.”

New York Times abbandona Apple news

Come mossa successiva il New York Times ha deciso di rimuovere i propri contenuti da Apple News, che è il servizio in abbonamento di Apple che offre l’accesso a centinaia di quotidiani, riviste e magazine digitali come The Wall Street Journal, The Los Angeles Times e prodotti editoriali dell’editore Condé Nast.

“Apple News non si allinea con la nostra strategia di finanziare il giornalismo di qualità costruendo una relazione diretta con i lettori che pagano” ha detto il New York Times, sottolineando come, secondo loro, i contenuti di qualità “dovrebbero essere giustamente ricompensati. Abbiamo fiducia nel fatto che continueremo ad avere una partnership forte con Apple attraverso altri prodotti”.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping, il New York Times abbandona Apple news

Il NYT non è l’unico ad aver rinunciato al servizio; nel 2017 già il Guardian, inglese, aveva abbandonato Apple per poi tornare disponibile lo scorso marzo. Il Washington Post, invece, aveva sempre rifiutato di farne parte. Del resto il Times non poteva fare altrimenti, dopo aver definito Apple “Il braccio armato della censura in Cina”.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping? Come risponde Apple

Il colosso di Cupertino, città californiana nel centro della Silicon Valley, ha risposto in modo molto fiacco alle accuse del New York Times, senza dire una sola parola sulle questioni che riguardano censura e libertà in Cina, né sulla questione tasse ma facendo un generico discorsetto dove si autoincensa in quanto creatore di posti di lavoro nel mondo:

“Negli anni scorsi, siamo riusciti a creare un’incredibile quantità di posti di lavoro. Il centro fondamentale risiede ancora negli USA con oltre 47’000 impiegati a tempo pieno, sparsi in circa 50 stati. Focalizzando l’attenzione solamente sull’innovazione, siamo riusciti a creare, partendo da zero, nuovi prodotti ed industrie portando lavoro ad oltre 500’000 persone in tutti gli Stati Uniti; in tale cifra non sono presenti solamente i nostri dipendenti, ma coloro che creano le componenti per i prodotti sino a quelli che le consegnano direttamente ai clienti. Noi produciamo parti negli USA che poi vengono esportate in tutto il mondo, gli sviluppatori Statunitensi creano delle applicazioni vendute anch’esse in oltre 100 paesi. Per i suddetti motivi, l’azienda è da considerarsi come uno dei principali creatori di posti di lavoro degli ultimi anni.

Parallelamente abbiamo continuamente contribuito a determinate attività di beneficenza e non abbiamo mai ricercato pubblicità. Abbiamo sempre cercato di focalizzarci sulla scelta giusta e non sui meriti che avremmo ottenuto in seguito. Apple dirige il suo business con i più alti standard etici, in rispetto delle leggi e delle regole imposte. Siamo veramente fieri del nostro contributo.”

Apple è veramente fiera del suo contributo. Così come i vari Musk, Zuckerberg, Gates, Bezos, tutti fieri sicuramente dei propri miliardi. Fossi in loro, parole come etica, scelta giusta, rispetto eviterei di usarle. Se non altro per decenza.

Mondo reale e mondo distopico a confronto

“Non amo molto la vita. A meno che lottare continuamente contro i mulini a vento non significhi amare la vita.”

Yukio Mishima

Da dove parte “Mondo reale e mondo distopico a confronto”? Rileggendo Brave New World dopo anni e anni, ho scoperto che, in realtà, il mondo terrificante ipotizzato da Huxley è un’isola felice se lo compariamo al nostro mondo di oggi, Anno Domini 2021. Rileggere da adulti libri che avevi letto da ragazza/o è appassionante: a volte scopri che quello che ti sembrava un capolavoro si è trasformato in un libretto, a volte scopri il contrario, oppure, come in questo caso, ti rendi conto che i tasselli del mosaico sono aumentati e la tua visione è più chiara, quindi diversa. Non è mai, comunque, il tempo che passa ad aver cambiato la tua visione perché il tempo non passa. Siamo noi a passare. O forse, come scrisse Phlip K.Dick in uno dei suoi discorsi geniali nel 1978 “Il tempo fugge. Verso dove? Forse duemila anni fa ci è stato rivelato. O forse non era così tanto tempo fa: forse è solo un’illusione che sia passato tanto. Forse è stato una settimana fa, o addirittura oggi stesso, poco fa. Forse il tempo non sta solo fuggendo: sta finendo.”

Mondo reale e mondo distopico a confronto: Philip K.Dick
Philip K.Dick

Brave new world versus mondo reale

In che modo, dunque, il nostro mondo attuale si rivela peggiore del mondo creato da Aldous Huxley? Per chi non avesse letto Brave new world, cercherò di riassumere: nel nuovo mondo di Huxley non esiste famiglia né innamoramento e c’è un sistema di caste molto rigido, sistema di caste che è sostanzialmente uguale a quello del mondo reale in cui viviamo. Le caste di Huxley, però, non tramandano, come nella realtà, soldi, privilegi o povertà di padre in figlio, ma i bambini vengono scelti, casualmente, fin da quando sono embrioni e subito condizionati a diventare un tutt’uno con la casta a cui dovranno appartenere.

Aldous Huxley

“Noi, inoltre, li predestiniamo e li condizioniamo. Travasiamo i nostri bambini sotto forma d’esseri viventi socializzati, come tipi Alfa o Epsilon, come futuri vuotatori di fogne o futuri…” Stava per dire: futuri Governatori Mondiali, ma correggendosi disse invece: “futuri Direttori di Incubatori”… Il tutto, però, con una notevole attenzione alla serenità, se non alla felicità, delle creature umane che andavano a costruire: la frescura era indissolubilmente unita al disagio, sotto forma di Raggi X non attenuati. Quando giungeva il momento del travasamento, gli embrioni avevano un vero orrore per il freddo. Erano predestinati ad emigrare ai tropici, ad essere minatori e filatori di seta all’acetato e operai metallurgici. Più tardi si farebbe in modo che la loro mente confermasse il giudizio del loro corpo. “Noi li mettiamo nella condizione di star bene al caldo” concluse Foster “i nostri colleghi di sopra insegneranno loro ad amarlo.” “E questo” aggiunse il Direttore sentenziosamente “questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale.

Ma il condizionamento senza parole è rude e grossolano; non può mettere in rilievo le distinzioni più sottili; ma può inculcare i modi di comportamento più complessi. Per questo sono necessarie le parole, ma parole senza ragionamento. Vale a dire, l’ipnopedia: la massima forza moralizzatrice e socializzatrice che sia mai esistita.”

L’ipnopedia non è altro che una sorta di condizionamento che avviene durante il sonno dei bambini: le stesse frasi vengono ripetute costantemente, come un mantra, e notte dopo notte entrano nei circuiti del corpo umano e prendono spazio nelle menti dei bambini. Questo condizionamento fa sì che non ci siano caste che invidiano i privilegi altrui o che cerchino di ribaltare il sistema. I bisogni materiali di tutti sono soddisfatti e tutti sono indispensabili alla società. I libri e la cultura sono stati aboliti, così come la storia o la filosofia. La religione, invece, ha sempre una sua funzione: a Dio hanno dato un altro nome, Ford, ma per il resto viene citato in modo non troppo dissimile ma dandogli decisamente meno importanza. Al contrario del mondo di Orwell, dove il sesso è proibito, nel nuovo mondo di Huxley invece il sesso è fortemente praticato, anche se mai in forma romantica: non ci sono coppie, né innamorati e il sesso è una specie di sport molto divertente, dove tutti si sentono liberi e libere di farlo con chiunque trovino attraente.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: vecchiaia e malattie

Mondo reale e mondo distopico a confronto

In cosa invece il mondo di Huxley è uguale al nostro? Nel consumismo sfrenato che lo caratterizza. Una delle tipiche frasi che vengono ripetute ai bambini nell’ipnopedia è “Meglio buttare che aggiustare. Più sono i rammendi e minore è il benessere; più sono i rammendi e minore è il benessere” che significa che tutti, uomini e donne, saranno costretti a consumare almeno un tot per anno, nell’interesse dell’industria.

L’altra grande differenza fra il mondo di Huxley e quello reale è l’eliminazione di malattie e vecchiaia: tutti restano giovani come se avessero vent’anni, ma, allo stesso tempo, tutti devono morire allo scadere del sessantesimo anno, o poco di più nei casi di personaggi importanti. Lo stato fornisce una morte indolore e meravigliosa, permettendo alla gente di scivolare nel sonno eterno senza dolore né ansia.

«Lavoro, gioco: a sessant’anni le nostre forze e i nostri gusti sono com’erano a diciassette. I vecchi, nei brutti tempi antichi, usavano rinunciare, ritirarsi, darsi alla religione, passare il loro tempo a leggere, a meditare… meditare!»

«Ora – questo è il progresso – i vecchi lavorano, i vecchi hanno rapporti sessuali, i vecchi non hanno un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare…”

Due dei protagonisti provano sgomento quando incontrano per la prima volta una persona vecchia:

«Che cos’ha?» chiese Lenina. I suoi occhi erano spalancati per l’orrore e lo stupore. «È vecchio, quest’è quanto» rispose Bernardo con tutta l’indifferenza di cui era capace. Anche lui era turbato; ma fece uno sforzo per non apparire colpito. «Vecchio?» ripeté lei. «Ma anche il Direttore è vecchio, tante altre persone son vecchie; ma non sono così.» «Perché non permettiamo loro di diventare così. Li preserviamo dalle malattie. Manteniamo bilanciate artificialmente le loro secrezioni interne, nell’equilibrio della giovinezza. Non permettiamo che la loro dose di magnesio e di calcio discenda al di sotto di ciò che era a trent’anni. Li sottoponiamo a trasfusioni di sangue giovane. Manteniamo il loro metabolismo frequentemente stimolato. Così, naturalmente, non hanno quest’aspetto. In parte» aggiunse «perché la maggioranza d’essi muoiono molto tempo prima d’aver raggiunta l’età di questo vecchio. La gioventù quasi intatta fino a sessant’anni, e poi, crack, la fine.”

In questo il Brave new world è l’esatto contrario del mondo reale, dove l’età media è sempre più alta ma, allo stesso tempo, aumentano le malattie e i tormenti della vecchiaia e la morte, spesso, avviene in seguito a qualche malattia terribile, dopo mesi o anni di sofferenza.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: la droga perfetta

Mondo reale e mondo distopico a confronto
Mondo reale e mondo distopico a confronto

Ma quello che rende insuperabile il mondo di Huxley è la creazione della “droga perfetta” detta soma, termine mutuato dalla bevanda degli dei nel RgVeda, usata anche per praticare sacrifici: “Noi abbiamo bevuto il Soma e siamo divenuti immortali. Noi abbiamo raggiunto la luce, abbiamo incontrato gli Dei. Che cosa può fare a noi la malvagità dell’uomo mortale o la sua malevolenza, o Immortale?” (RgVeda, VIII-48,3)

Perché il soma, nel Brave new world è considerata “la droga perfetta”? Ecco come la descrivono, nel libro:

«Euforica, narcotica, gradevolmente allucinante.» «Tutti i vantaggi del Cristianesimo e dell’alcool; nessuno dei difetti.» «Potete offrirvi un’evasione fuori della realtà quando volete e ritornate senza neanche un mal di capo o una mitologia.»

O, più nello specifico: “nessuno ha un momento, un attimo da sottrarre al piacere, non un momento per sedere e pensare; o se per qualche disgraziata evenienza un crepaccio s’apre nella solida sostanza delle loro distrazioni, c’è sempre il “soma”, il delizioso “soma”, mezzo grammo per un riposo di mezza giornata, un grammo per una giornata di vacanza, due grammi per un’escursione nel fantasmagorico Oriente, tre per una oscura eternità nella luna.”

Alla fine, anche il mondo di Huxley sicuramente molto  organizzato e più piacevole rispetto al nostro, solido, stabile, milioni di volte meno ansiogeno, senza guerre né rivoluzioni, dove ognuno è stato condizionato per amare quello che fa e quello che è, dove non esistono malattie né pandemie, dove la specie umana non aumenta esponenzialmente e non esiste l’inquinamento, alla fine, anche questo mondo, per restare in piedi ha bisogno di qualcosa in grado di calmare le menti e di permetterci di fuggire in una dimensione immaginaria: una droga, insomma. E la cosa più interessante è che tutti, nel mondo di Huxley, hanno bisogno di soma, dagli Epsilon definiti “quasi aborti” agli evoluti Alpha plus. Un po’ come riconoscere che noi umani siamo tutti molto diversi l’uno dall’altro, tranne che per un piccolo particolare: l’incapacità di controllare la nostra parte emotiva e l’estrema difficoltà nel maneggiare la nostra mente, che sia una mente stupida o una mente brillante.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché scegliere il mondo distopico

Fin qui se dovessi scegliere fra il nostro mondo attuale e il Brave new world di Huxley sceglierei di corsa il secondo. Prima di tutto Huxley ci libera dalla famiglia e dalla “coppia”, entrambe alla base della maggior parte delle nostre infelicità, delle nostre frustrazioni, dei disastri della società. Poi elimina la monogamia, grande ipocrisia della nostra società: il sesso diventa finalmente un piacere, da fare con chi vogliamo e per quanto tempo vogliamo, senza false promesse di fedeltà e di amore eterno. Poi ci regala una vita in cui restiamo giovani fino all’ultimo, senza malattie e senza vecchiaia, ma con un unico piccolo prezzo da pagare: a sessanta anni moriremo, senza soffrire, come un appuntamento che conosciamo da tempo ma che non temiamo. Le suddivisioni in ricchi, poveri, lavoratori di fatica e gente che praticamente non fa un cazzo esisterà ancora – impossibile eliminarla in un regime capitalista – ma non dipenderà dall’appartenenza a famiglie potenti o, al contrario, a famiglie di poveracci, bensì solo al caso, e il condizionamento farà sì che tutti siano fieri di appartenere alla casta cui appartengono senza sentirsi né sfruttati né privilegiati.

Il Soma

Mondo reale e mondo distopico a confronto: il soma, la droga perfetta di Huxley

Infine, come una gigantesca ciliegina sulla torta, Huxley ci regala il soma. Una droga legale, addirittura distribuita dallo Stato, ma che soprattutto non crea effetti collaterali: niente vomito, mal di testa, overdose, viaggi all’inferno. Ogni serata, o pomeriggio, o nottata trascorso col soma sarà come un sonno di bellezza: torneremo a “casa” riposati, rinfrancati, sereni e col fisico in gran forma. Certo, come possiamo vedere dal personaggio di Lenina, la giovane e bellissima ragazza Alpha, a forza di usare il soma ne vogliamo di più e poi di più e ad ogni minimo intoppo o piccolo incidente che la vita ci presenta ricorriamo subito al soma; ma del resto, per quanto possa essere una droga perfetta, il soma è pur sempre una droga, e quindi si comporta come una droga. Non si può chiedere l’impossibile.

Ma, per quanto mi riguarda, il soma da solo già basterebbe per scegliere il Brave new world rispetto al nostro mondo attuale. In fondo il Brave new world di Huxley è una via di mezzo fra Matrix ed una Spa da Vip, dove, insieme a massaggi e bagni in piscina ci sono, a disposizione, tutti i nuovi ritrovati della chimica per sentirsi alla grande. Il nostro mondo reale, invece, è sempre più disperato, senza vie d’uscita che non siano solo momentanee, costose, illegali e molto tossiche per l’organismo umano.

Mondo reale e mondo distopico a confronto: perché non scegliere il mondo distopico

E quindi, cosa c’è nel mondo di Huxley che non va bene? O meglio, che cosa manca al mondo di Huxley? Al mondo di Huxley, molto banalmente, manca la cultura. Manca la cultura e manca l’arte, per scelta dei leader del nuovo mondo. È esplicativo il dialogo fra il leader massimo, il Governatore Mustafà Mond e il ragazzo detto “il Selvaggio” perché vissuto, fin da piccolissimo, nell’ultima riserva abitata da indios che non si sono voluti uniformare al nuovo modo di vivere. In questa riserva la gente vive in coppia, i bambini vengono cresciuti dai genitori e, di tanto in tanto, è ancora possibile trovare libri antichi che sono sfuggiti alla distruzione. Il Selvaggio, ad esempio, è riuscito a trovare un volume con tutte le opere di Shakespeare, e la vita, ormai, ha per lui un senso solo in un’ottica shakespeariana.

 «Perché il nostro mondo non è il mondo di “Otello”. Non si possono fare delle macchine senza acciaio, e non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale. Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il “soma”… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio.

“Libertà”!» si mise a ridere. «V’aspettate che i Delta sappiano che cos’è la libertà! Ed ora vi aspettate che capiscano “Otello”! Povero ragazzone!»

Il Selvaggio restò un momento in silenzio. «Nonostante tutto» insistette ostinato «”Otello” è una bella cosa, “Otello” vale più dei film odorosi».

«Certo,» ammise il Governatore «ma questo è il prezzo con cui dobbiamo pagare la stabilità. Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte.

Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.»

«Ma non significano nulla.»

«Hanno un senso loro proprio. Rappresentano una quantità di sensazioni gradevoli per il pubblico.»

«Ma sono… sono raccontati da un idiota.»

Il Governatore rise.

«Ha ragione lui» disse Helmholtz, triste. «Infatti è idiota. Scrivere quando non si ha nulla da dire…»

«Precisamente. Ma ciò richiede la massima abilità. Si fabbricano le macchine col minimo assoluto di acciaio, e le opere d’arte praticamente con nient’altro che la sensazione pura.»

Quanto sono pericolose arte e cultura?

Yukio Mishima, Tokyo, 1970

Questo, a mio parere, è il punto focale del libro e della questione. La vera arte, la grande arte, la cultura sono quanto di più pericoloso possa esistere nei confronti dello status quo. L’unico vero nemico, il più minaccioso. E questo lo vediamo bene anche nel nostro mondo reale, dove la cultura, piano piano, è stata sostituita, in ogni campo, da una sottocultura insopportabilmente becera. Perché l’arte, come dice il Governatore, uccide la stabilità, ma è anche nemica della felicità. O almeno, considerando la felicità come un punto impossibile da raggiungere in mezzo a qualche Galassia lontana, in un mondo privo di cultura possiamo autoconvincerci di avere quel punto in tasca, sebbene sia così distante; in un mondo infestato dalla cultura, invece, non possiamo che arrivare alla consapevolezza che quel punto felice resterà sempre laggiù, dove non saremo mai in grado di raggiungerlo.

La cultura dunque serve a creare conoscenza, ma la conoscenza ci rende infelici. Mishima dice, in un articolo del 1970: “In questi venticinque anni la conoscenza non mi ha procurato che infelicità. Tutte le mie gioie sono scaturite da un’altra sorgente – ed aggiunge – in questi venticinque anni ho perso ad una ad una tutte le mie speranze, ed ora che mi sembra di scorgere la fine del mio viaggio, sono stupito dall’immenso sperpero di energie che ho dedicato a speranze del tutto vuote e volgari.”

Io concordo con ogni parola di Mishima, non solo perché lo amo come scrittore e come uomo, ma forse perché sono nichilista quasi quanto lo è stato lui. Nonostante ciò, o forse, proprio per questo, continuo a scegliere il nostro vero mondo orribile, dove regna la diseguaglianza, la guerra, la miseria, il massacro, la malattia, la vecchiaia, al mondo distopico di Huxley, dove tutti questi orrori sono inesistenti. Perché un mondo senza cultura, senza arte, senza conoscenza, non mi interessa viverlo. Per quanta infelicità tutto questo mi possa portare.

Una sola poesia di Sylvia Plath, una sola opera di Eliot, un solo romanzo di Mishima, un solo quadro di Caravaggio, un singolo assolo di di John Frusciante porteranno nella mia vita bellezza, verità, fuoco, energia, significato. Se assieme a tutto questo arriverà anche l’infelicità, e so bene che sarà così, sono pronta a farmene carico.

Social Media e the Magic of Maybe

“Il Forse dà dipendenza più di ogni altra cosa.” Dr Robert Sapolsky, Stanford University, CA

Questo articolo su Social Media e the Magic of Maybe parte da una teoria e conferenza di uno scienziato, il Dr Robert Sapolsky, biologo, primatologo e professore all’Università di Stanford, CA. Sapolsky, di base espone già da una sola potente frase la sua teoria lucida e geniale:

“La dopamina non riguarda il piacere. Riguarda l’anticipazione del piacere. Riguarda la ricerca della felicità più che la felicità stessa.”

Social Media e the Magic of Maybe: il biologo Robert Sapolsky, Stanford University
Robert Sapolsky, biologo e primatologo, Stanford University

Dopamina e “soddisfazione istantanea”

Per iniziare: cosa è la dopamina e cosa la “soddisfazione istantanea”?

La dopamina è un neurotrasmettitore endogeno che troviamo in varie parti del nostro cervello ed è fondamentale per ogni funzione cerebrale, incluso il pensiero, il movimento, il sonno, l’umore, l’attenzione, la motivazione, la ricerca e la gratificazione. Aumenta il tuo livello generale di eccitazione e il comportamento finalizzato al raggiungimento di obiettivi a lungo termine.

Social Media e Magic of Maybe: Dopamina e Serotonina

Ma, dal momento che la dopamina può indurre il desiderio di ricerca e ricompensa, ecco come e dove si inserisce il concetto di “soddisfazione istantanea”.

La “soddisfazione istantanea” è l’immediato raggiungimento di gratificazione e felicità. È un modo di sperimentare il piacere e l’appagamento senza ritardi, senza bisogno di pazientare, fornendoci un picco di dopamina senza sforzo né autodisciplina. Esattamente come una qualsiasi droga, con la differenza che questa droga non è solo legale, ma addirittura spinta da tutti i governi del pianeta. È vero che si nasce dipendenti, da cibo e acqua, per iniziare, e si continua con la dipendenza da tutto ciò che ci richiedono in modo continuo e molesto corpo e mente (intesa come neurochimica del cervello), ma ci sono dipendenze più dannose di altre, e questa credo lo sia molto.

Con Internet e i Social, la soddisfazione istantanea del tuo desiderio di ricerca è disponibile già con un click. Puoi parlare con qualcuno solo mandandogli un messaggio e forse ti risponderà in pochi secondi. Tutte le informazioni che puoi volere sono disponibili subito cercandole su Google.

Social Media e Magic of Maybe: tutto questo come influenza la società?

Gli utenti provano un falso senso di appagamento. La gente ama la vibrazione dei loro cellulari che annuncia una nuova notifica, proprio perché non è prevedibile; nessuno sa esattamente quando e da chi arriverà una notifica.

Ecco perché Sapolsky parla di “Magic of Maybe”, la magia del forse: quando guardi il tuo cellulare forse c’è un messaggio o forse no. Quando vai su Facebook forse c’è una notifica, un commento, anche solo uno stupido like, oppure no. Quando notifica, feedback o like appaiono tu avrai un notevole picco di dopamina.

Ma quella sensazione di piacere scompare con la stessa rapidità con cui è arrivata. Purtroppo è facile ritrovarsi in un loop indotto di dopamina. La dopamina inizia con la tua ricerca, il tuo commento, il tuo interagire, che poi verranno premiati da risposte e like e, di conseguenza, sarai indotto a cercare e interagire ancora. Diventerà sempre più difficile smettere di mandare messaggi o di guardare il cellulare per vedere se hai nuove notifiche.

Tutto questo ha rappresentato l’apice per il successo di Facebook e degli altri Social. È anche grazie a questo che i Social Media hanno miliardi di utenti. Nel 2015 c’era un numero stimato di 2 miliardi di utenti nel mondo. In sei anni il numero è cresciuto vertiginosamente, ma soprattutto sono cresciute le ore che la gente passa sui Social Media, per non parlare della pandemia che, con le nuove regole del distanziamento e coprifuoco ha reso i Social l’unica forma di “socialità” al di fuori della famiglia per la stragrande maggioranza della gente. Se non sembrasse fantascienza (ma io amo la fantascienza) ci sarebbe da pensare che i proprietari di Internet, che oggi sono anche proprietari del mondo insieme a Big Pharma e alle lobbies delle armi e del cemento, siano stati proprio coloro che hanno spinto l’avvento del Brave New World pandemico.

Social Media e Magic of Maybe: I topi di Kent Berridge

Social Media e the Magic of Maybe: topi in laboratorio
Social Media e the Magic of Maybe: topi in laboratorio

Ci sono quindi molte persone totalmente dipendenti da questo loop indotto di dopamina ma non lo sanno.

L’effetto è semplice: uccide i desideri nelle persone, la motivazione e i comportamenti indirizzati al raggiungimento di obiettivi. I ricercatori citano, a questo proposito, un esperimento fatto sui topi da uno scienziato, Kent Berridge. Cosa è successo quando nei topi sono stati distrutti i neuroni della dopamina? I topi potevano ancora camminare, mordere, ingoiare. Ma avevano perso la loro aspettativa di desiderare cibo, e quindi sono tutti morti di fame. Non mangiavano niente anche se il cibo era lì, sotto ai loro nasi.

Per quanto riguarda noi umani, perché mai dovremmo essere motivati per raggiungere un obiettivo a lungo termine quando possiamo ottenere lo stesso senso di appagamento da un qualsiasi device, in pochi attimi, senza alzarci dalla sedia?

Il Magic of Maybe non è così magico, o forse sì?

Ovviamente, come in tutte le dipendenze, la possibilità di cambiare sta in noi. Possiamo cambiare il rapporto col nostro ICT (acronimo per Information and Communication Technologies), ovvero tutte le tecnologie che riguardano sistemi integrati di telecomunicazione, computer, smartphone, audio-video, software relativi, e tutto ciò che permette agli utenti di creare, scaricare e condividere informazioni. Possiamo pensarci due volte prima di correre su Facebook o Whatsapp. La scelta sta a noi: potremmo ritagliarci nuove abitudini, cambiare la nostra vita o continuare ad essere topi domestici nella gabbia dell’élite.

Non tutto è a distanza di un click o un tap. Immagino che la soddisfazione finale ottenuta grazie a duro lavoro, pazienza e stabilità sia qualcosa di molto più potente e duraturo di qualsiasi piccola stupida gioia ci possa regalare uno schermo. Ma lo immagino soltanto e, al momento – in modo del tutto alieno inteso come poco umano – sono immune al fascino del rewarding, che sia a lungo termine o immediato.

Ma certo, se vivere ha a che fare col concetto di viaggio, che divertimento ci darebbe mai un viaggio vissuto tramite lo schermo di un device? Eppure qualcosa mi dice che il “Magic of Maybe” è qualcosa a cui solo pochi siano pronti a rinunciare, e se lo facessero si trasformerebbero probabilmente in topi zombie.

Bene, se le cose, come credo, stanno così, alla prossima disinfestazione ricordatevi almeno dei topi, nostri compagni e fratelli in gabbia (e non per loro scelta). Un giorno i nostri padroni potrebbero disinfestare anche tutti noi, o forse lo stanno già facendo.

Sapolsky su Dopamina, Piacere e Social: dura forse 7 minuti, dovreste ascoltarlo