David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Quest’articolo è un tributo a un grande scrittore americano diventato famoso come una rockstar e alla fine morto suicida proprio come una rockstar.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace moriva 12 anni fa, il 12 settembre 2008. Quello che tutti conoscono di lui è il grande successo ottenuto come scrittore e il suicidio finale, a soli 46 anni. Ci sono due cose, nella nostra vita, che nascondono segreti di cui nessuno sarà mai in grado di conoscere la formula. Il primo è il segreto del successo, il secondo è il segreto del suicidio. Non si sa perché una persona, rispetto ad un’altra che ha capacità simili, talento simile, aspetto simile, riesca ad avere, in vita, un grande successo e non si sa perché qualcuno, al contrario di altri ugualmente o più disperati, arrivi a portare a termine un suicidio.

David Foster Wallace e il segreto del successo

Riguardo a Wallace, sono piuttosto sicura che il suo successo non sia dipeso dalle sue opere. Mi spiego meglio: io amo moltissimo David come scrittore e come la persona meravigliosa e sofferente che è stata. Ho iniziato a leggerlo quando, in Italia, Einaudi pubblicò il suo primo strepitoso libro di racconti “La ragazza con i capelli strani” e credo anche di essere stata una delle poche persone – a parte critici letterari e accademici soprattutto americani – ad aver letto per intero il suo “Infinite Jest”, libro di 1200 pagine pubblicate a caratteri piccolissimi, estremamente complesso, non nella trama ma nello stile della narrazione, intricata a dir poco, romanzo distopico, a tratti comico, a tratti drammatico, pieno di digressioni e note a pié di pagina, ma soprattutto dotato di momenti di incredibile fulgore. Come se, nel flusso lungo, a volte un po’ presuntuoso della narrazione di “Infinite Jest” Wallace avesse, di tanto in tanto, delle illuminazioni che all’improvviso accendono una luce sfolgorante in una strada scura.

Dove la sua scrittura è sempre meravigliosa, è invece nei racconti. Sono convinta che Wallace fosse uno scrittore di racconti, un po’ come Carver, che dichiarava con orgoglio che mai e poi mai avrebbe voluto e saputo scrivere un romanzo. I racconti di Wallace, così come alcuni dei suoi articoli-saggio, non sono mai presuntuosi e sono il mezzo perfetto per la sua narrazione dove il tempo viene dilatato e tagliato a pezzettini come in una sorta di puzzle che alla fine viene ricostruito. Ma nemmeno i suoi bellissimi racconti sono in grado di rivelare il segreto del suo successo.

David Foster Wallace e il suo essere americano

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace è stato uno scrittore americano in un periodo particolare, a cavallo di due millenni. Aveva dalla sua una cultura dominante e una lingua dominante. Aveva dalla sua il tipico narcisismo degli americani che, anche quando sono persone splendide come lui, raramente si accorgono che intorno all’America c’è un intero mondo. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Laura Miller, dopo l’uscita di “Infinite Jest” David dice:

“La tristezza di cui si occupa il libro, e che stavo vivendo io, era un genere di tristezza veramente americano. Ero un giovane bianco, di classe medio-alta, vergognosamente ben istruito, sul piano professionale avevo avuto molto più successo di quanto avrei potuto legittimamente sperare, eppure ero come alla deriva. E lo stesso succedeva a molti miei amici. Alcuni si drogavano pesantemente, altri lavoravano con un’ossessione incredibile. Altri andavano ogni sera in qualche locale per single. Si manifestava in venti modi diversi, ma di base il problema era lo stesso.”

Qui David descrive alla perfezione lo status quo dei giovani, a fine anni ottanta, appartenenti alla media e ricca borghesia di almeno quattro continenti, dall’Europa all’Australia, dal Sudamerica al Giappone, bianchi, asiatici o latini, ma è convinto che sia un modo di essere, di sentirsi, esclusivamente o tipicamente americano.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il mondo cambia continuamente

Oltre ad essere americano e quindi appartenere alla cultura dominante, David aveva dalla sua una forte intuitività, una capacità analitica forse dovuta al suo grande amore per la matematica che gli facevano dire, già negli anni ’90: “Io mi sono sempre considerato un realista. Mi ricordo che al master litigavo con i miei professori. Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa.”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’internet odierna e dei Social media. Ho la presunzione di credere che avrebbe odiato l’iper-capitalismo ma che si sarebbe trovato bene con i Social. Avrebbe avuto un profilo Twitter con almeno un milione di follower e il suo ego ne avrebbe tratto giovamento. Ma, alla fine di tutto, quello che ha reso famoso Wallace credo sia stato Wallace stesso. Oggi non potrebbe accadere. Oggi l’editoria è morta (in America magari è solo moribonda) nonostante qualcuno, di tanto in tanto, ne sventoli da lontano il cadavere cercando di persuaderci che sia ancora viva. Oggi i libri non si pubblicano e soprattutto non si leggono. Oggi, fra i pochi libri che potrebbero essere pubblicati non ci sono libri di racconti né libri che superino le 200 pagine. Ulysses di Joyce non verrebbe mai pubblicato, Cent’anni di solitudine di Marquez nemmeno, figuriamoci Infinite Jest. I dischi non si vendono e i musicisti, per vivere, devono stare costantemente in tour, ma adesso il Covid ha reso impossibile anche questo. Il mondo cambia continuamente. Di solito in peggio, ma continuamente.

David Foster Wallace e Kurt Cobain

Gli anni ’90, soprattutto i primi anni ’90, erano quindi un pianeta proprio diverso da quello attuale. Le due grandi rockstar apparse quasi in contemporanea: Foster Wallace nella letteratura e Kurt Cobain nella musica rock, entrambi arrivati al successo planetario immediatamente, vendevano letteratura e musica di gran qualità, erano delle novità assolute – nei rispettivi campi – avevano un look attraente: Wallace, lo scrittore coi capelli lunghi e la bandana in testa e Cobain il rocker biondo, bellissimo, dal sorriso triste.

Ma, principalmente, quello che la gente comprava acquistando i loro libri o dischi era la loro essenza più intima, quella che traspariva attraverso foto, interviste, parole scritte, parlate o cantate, quell’essenza che conteneva il gene così raro e assolutamente non ereditabile del “Grande Comunicatore”. Quel gene che spesso – ma non sempre – nasce insieme al gene della disperazione, della depressione, del suicidio a orologeria, e che attira le persone come il famoso canto delle Sirene. Un meraviglioso, non riconoscibile, canto di morte.

David Foster Wallace e il suicidio

Come tutti sanno, sia Cobain che Wallace sono morti suicidandosi, ma attorno alla morte di Kurt si è parlato, parlato, parlato, mostrato foto, prodotto ipotesi farneticanti eppure, piano piano, tutto questo ci ha resi partecipi del come buona parte della breve vita di Kurt sia stata la “cronaca di un suicidio annunciato.”

Attorno alla morte di David, invece, è da subito calata una cortina di silenzio, che lui certamente non avrebbe gradito anche perché quel silenzio spacciato per pudore andava fortemente a cozzare contro quella “cultura pop” che Wallace aveva sempre considerato parte integrante della sua vita e della sua scrittura. Fra le cose dette a metà sulla sua morte, la più intollerabile – dal mio punto di vista – è quella che riguarda il suo ipotetico biglietto suicida. La moglie sostiene, ma non c’è nessuna certezza in proposito, che David le abbia lasciato un biglietto, prima di uccidersi, ma il “suicide note” di uno scrittore, così come quello di un autore di canzoni, magari si rivolge a moglie, figli, parenti, ma è sempre indirizzato a tutto il mondo, e di sicuro a tutti i suoi fans. C’è un’intera letteratura di “suicide notes”, da quello di Majakovskij a quello di Pavese (che riprende le parole del biglietto di Majakovskij) fino a quello di Kurt Cobain, e nessuno si è mai permesso di censurarli o di non farli conoscere.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il suicide note di Kurt Cobain
Suicide note di Kurt Cobain

La rete di silenzio creata attorno alla morte di David

Dal momento che la moglie di Wallace appartiene di sicuro alla categoria di quelle mogli/madri di artisti morti, che, appena seppellito l’amato, iniziano a raschiare il barile fino in fondo, tirando fuori ogni scritto, bozza, lettera, aborto di racconto o di articolo (o l’equivalente in campo musicale) per darlo alle stampe, suona davvero strano che proprio lei abbia invece provato il “forte pudore” di tenere per se stessa il biglietto d’addio di David al mondo. Quello di cui sono sicura, invece, è che David, compulsivamente perfezionista e dotato di una forte etica professionale, non avrebbe mai dato il permesso di pubblicare un romanzo come il “Re Pallido”, incompiuto, senza averne potuto scrivere – solo lui – ogni parola e senza averne potuto controllare, lui e solo lui, almeno cento volte ogni singolo paragrafo.

Ma in ogni caso, per quanto sia stata tessuta una rete di ipocrisia attorno alla morte di David, ogni suicidio parla da solo, ed è impossibile farlo tacere. Sylvia Plath, che era una che di suicidio, oltre che di grande poesia, se ne intendeva, disse: quando si parla di suicidio quello che conta non è mai il perché, ma il come. Il perché infatti non ha mai senso. Wallace soffriva fortemente di depressione, ma è una maledizione che perseguita tanti di noi, e se finissimo tutti col suicidarci ci sarebbero stragi ogni giorno. Il come, invece, non mente mai. L’impiccagione, fra i tanti suicidi possibili, è quello più “violento” nei confronti di se stessi e di chi ci troverà. Negli Stati Uniti, poi, dove per procurarsi una pistola basta scendere al supermercato, la scelta dell’impiccagione ha proprio un forte sapore di punizione, verso se stessi e verso chi ci troverà. Wallace, qualunque sia stato il meccanismo che, alla fine, ha chiuso il cerchio trasformando il suo canto segreto di morte in suicidio, sapeva bene che sarebbe stata la moglie a trovarlo.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Fra le tante cose scritte – racconti, romanzi, articoli, saggi – da David Foster Wallace, pubblicate in vita o postume, sono state trovate frasi molto vere e illuminanti sul dolore provocato dalla depressione, ma niente che potesse raccontare, nel suo personalissimo ed esclusivo modo, il suicidio. Non parlo di un suicidio commesso da uno dei suoi personaggi e vissuto dall’autore in modo emozionalmente distante, ma del proprio insostenibile desiderio di suicidarsi, anche se travestito da altro.

Allora mi sono messa a cercare, a rileggere e alla fine l’ho trovato, in uno dei suoi racconti più belli, nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”. Il racconto si chiama “Per sempre lassù” e parla di un tredicenne, in una vecchia piscina pubblica, che sale sul trampolino per tuffarsi: il tempo si cristallizza e allo stesso tempo corre velocissimo in quel modo che solo Wallace sapeva raccontare. Rileggendolo, ho capito che David, parlandoci di quel tuffo, ci stava invece raccontando un suicidio, struggente, vero, inesplicabile, ineluttabile.

Da “Per sempre lassù”

“…Ehi ragazzino tutto bene.

C’è stato tempo in tutto questo tempo. Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili.

Ehi ragazzino fa lui. Ehi ragazzino tutto bene.

Sulla lingua ti sbocciano fiori di metallo. Non c’è più tempo per pensare. Ora che c’è tempo non hai tempo.

Ehi.

Due macchie nere, violenza, e scomparire in un pozzo di tempo. Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.

Ciao.”

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: citazione da Infinite Jest

Facebook: comunicazione autistica

La “comunicazione autistica” è un ossimoro: tutti sanno che l’autismo è una patologia dove si perde completamente il contatto con la realtà e ci si costruisce un proprio mondo interiore che impedisce ogni tipo di contatto con gli altri, come si trovassero tutti al di là di una barriera impossibile da valicare.

Secondo il dizionario Treccani l’autismo “è un disturbo neurocomportamentale di tipo pervasivo che interessa più aree dello sviluppo (comunicativa, sociale, cognitiva), tanto che, nell’accezione psicodinamica, si parla di un disturbo dello sviluppo del pensiero e dell’affettività. Il termine autismo deriva dal greco autós («se stesso») e indica l’autoreferenzialità, la negazione dell’altro e di ciò che è differente da sé, e quindi la mancanza del senso della realtà.”

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

L’autismo è da sempre una malattia che si manifesta nei bambini, ma da quando esistono i Social Media e, nello specifico, Facebook, credo che una qualche deriva di questa malattia si sia diffusa a macchia d’olio fra gli adulti. Se proprio vogliamo mettere il dito nella piaga, i più esposti all’autismo da Social Media sono tutti i soggetti che vanno dai quaranta in su. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, i giovani fra i venti e i trentacinque anni circa usano – in buona parte – Facebook in modo più comunicativo: utilizzano gruppi specifici per avere o dare informazioni e aggiornamenti riguardo al proprio ambito professionale o di studio; condividono post di argomenti a cui si interessano, di associazioni a cui sono affiliati; utilizzano parole per commentare qualcosa e non solo like, cuori, faccette varie; per finire non postano mai, in modo compulsivo, uno dopo l’altro post “autoreferenziali” nel totale disinteresse di chiunque non sia se stesso, come invece fanno gli adulti.

Facebook: la categoria degli amici

Proprio come Alice quando attraversa lo specchio, anche noi, imbattendoci nel sistema Facebook, non siamo subito in grado di capire che ci ritroviamo in un mondo alla rovescia. Quello lo capiremo dopo un po’, quando avremo imparato a riconoscere tutte le varie categorie di utenti: la prima è quella degli amici. Parlo degli amici in carne e ossa, quelli che incontriamo nella realtà e con cui già parliamo al telefono, su whatsapp o telegram. Del tutto inutile, quindi, parlarci anche su Facebook, ma servono a noi e al sistema per fungere da “trama” su cui tessere l’ordito in cui verranno inseriti tutti gli altri nuovi contatti. Devo aggiungere, perché non ci siano fraintendimenti, che la maggior parte dei miei amici in carne e ossa va su Facebook solo per promuovere associazioni animaliste, ong serie o per cercare di far ripartire il proprio lavoro, e tutto sono tranne che addicted o autistici.

Il mondo rovesciato di Alice
Facebook: comunicazione autistica, il mondo rovesciato di Alice

Facebook: la categoria dei vecchi amici

La seconda categoria è quella dei vecchi amici che non vedi né senti da quando eri giovane o giovanissima. Dai tempi del liceo, insomma. Ti chiedono l’amicizia o accettano la tua richiesta ma, di solito,non ti scrivono una singola parola. Il vecchio “hey ciao, come stai?” è del tutto off e ti viene perfino da rimpiangere il morettiano “Vedo gente, faccio cose”. Al massimo ti mettono un like, di tanto in tanto. Se intervieni con qualche commento nei loro post, magari anche con commenti educatamente provocatori, si stupiscono e hanno ragione: sei tu a comportarti in modo “diverso”, non loro. Questo è il momento in cui inizi a capire che ti ritrovi in un mondo alla rovescia: persone che collezionano diverse centinaia o alcune migliaia di “amici” ma non hanno nessuna voglia di comunicarci.

Il numero di Dunbar

Uno studio pubblicato dalla rivista Royal Society Open Science ha affermato come risulti quasi fisiologicamente impossibile avere più di 150 amici su Facebook. Questo numero, infatti – conosciuto come numero di Dunbar – è il numero massimo che il cervello riesce a gestire senza problemi. Il numero degli amici veri, poi, si restringe sempre di più, come tutti sappiamo, e anche secondo lo stesso studio possiamo contare sulle dita di una mano il numero degli amici reali. Eppure in molti cercano diligentemente di accrescere il numero degli “amici” di Facebook come se fosse un valore aggiunto. Del tipo: “accidenti, ha il massimo degli amici permessi da Facebook, wow!”

Fra i tanti che detengono con orgoglio quel numero massimo di “amici” alcuni dicono che “gli serve per lavoro”, ma è una frase totalmente priva di senso. I contatti di lavoro non li tieni su Facebook e comunque non sarebbero mai così tanti. Se poi devi vendere qualcosa, come commerciante o pubblicitario,se per per lavoro sei uno che decide quale pubblicità mandare e a chi mandarla, devi per forza di cose utilizzare contatti categorizzati, e quindi scelti – trasversalmente da tantissimi account diversi – tramite un algoritmo.

La categoria degli sconosciuti

Dopo aver incontrato la categoria dei vecchi amici, arrivano gli sconosciuti. Sei abituato a fidarti degli “amici degli amici”, come se fosse un invito a cena e non ti rendi conto che invece stai camminando su un dirupo. Basta un passo falso e ti arriveranno centinaia di richieste di amicizia da parte di uomini allupati se hai messo una foto bellina sul profilo; centinaia di richieste da parte di uomini africani basta che tu sia donna e occidentale; centinaia di richieste da parte di prostitute di tutto il mondo se sei uomo e hai più di quaranta anni. Riceverai richieste di amicizia scritte in arabo, in turco, in hindi, in altre lingue di cui nemmeno riuscirai a capire la provenienza, ma tutto questo per fortuna durerà poco. Quando avrai eliminato tutte quelle richieste, una ad una, poi non arriveranno più tsunami, ma solo qualche piccola onda qua e là.

Facebook: comunicazione autistica, gli spam travestiti

Quello che invece sarà difficile decrittare e quindi evitare sono gli appartenenti a un’altra categoria: i lupi travestiti da pecorelle (senza offesa per i lupi veri, che amo profondamente e che non si travestono mai). Mi spiego meglio: parlo di “amici” di qualche “amico” che sembrano persone come te, uomini e donne normali e solo dopo che gli hai dato l’amicizia scopri che ti hanno scelta perché – ad esempio – sei amante della letteratura e loro hanno un libercolo in uscita, di cui faranno pubblica lettura in qualche località, e di questa lettura troverai vari post con dovizia di particolari, e poi i commenti degli “amici”: “Bellissimo!”  “Veramente profondo!” “Magico!” e per finire like e cuori come se piovesse. Avrebbero potuto creare una Pagina dedicata, ma poi l’intento sarebbe diventato palese: le Pagine sono una forma di trasparenza e ottenere il like alla Pagina, che è l’equivalente dell’amicizia su un normale profilo, è molto più difficile. Per quanto riguarda questo genere di utenti furbetti, puoi scommettere un braccio contro dieci euro che dopo quella lettura ce ne sarà un’altra e poi un’altra e la loro “amicizia” si rivelerà tristemente per quello che davvero è: spam.

I più addicted: gli auto-referenziali e gli iper-compulsivi

Quelli che hanno una vera, brutta dipendenza da Social sono: gli auto-referenziali, in genere colti e sicuramente interessanti come persone, che però postano continuamente cose su se stessi, di solito autoincensanti, ma quello che è più peculiare è che, come ragni nella ragnatela, questi utenti se ne stanno lì ad aspettare che qualcuno entri nei loro post ma non li vedrai mai – mai – scrivere qualcosa in un post altrui.

Non pochi i soggetti che non hanno né una cultura da mostrare né un libercolo da vendere, ma una compulsione autistica davvero impressionante. Alcuni sono fuori controllo: pubblicano post uno dopo l’altro fino a postarne dieci o più nel giro di un’ora, con vecchia musica che tutti conoscono (e se proprio volessero ascoltarla la cercherebbero da soli su youtube) e tutto quello che gli passa per la mente, senza preclusioni né esclusioni e soprattutto senza mai porsi la domanda: ma almeno a una o due persone interesserà anche solo un pochino quello che con dedizione indefessa continuo a postare? Ragazzi, con simpatia, il primo passo è rendersi conto di avere un problema: ve lo dice una persona che conosce bene le dipendenze.

La categoria degli idioti, a cui appartengo

Poi ci sono quelli come me, gli idioti, che creano una pagina col nome del proprio Blog solo ed esclusivamente nella ridicola speranza che questa Pagina serva a far conoscere il Blog. Pur avendo un livello informatico avanzato (utilizzare un Social Media è come giocare a rubamazzo, creare da soli un sito, impostare un Seo decente e poi collegare il sito a Facebook è come giocare a bridge) la creazione di una Pagina Fb e suo collegamento diretto al blog è un vero pain in the ass. Facebook for developers non è affatto un giochetto per bambini. Tutto questo per far capire che, dopo tanta fatica, ti accorgi che la tua stupida Pagina non sostiene proprio niente che non sia Facebook stesso. La gente in genere e gli italiani in particolare non hanno voglia di leggere articoli, di conoscere altri punti di vista, vogliono solo scrivere post, brevi e rivolti a se stessi. Le persone come me, che si rivolgono agli altri, non hanno chance. Perché sono un’idiota? Perché proprio io, che venero McLuhan, ho voluto dimenticare, in questa avventura del Blog con collegamento Facebook che “medium is the message” e nient’altro. Che su Facebook, come dice Davide Mazzocco Lavoriamo per Mark Zuckerberg con la stessa passione che riserviamo ai nostri hobby, ma con una continuità assolutamente inedita nella storia dell’umanità. Siamo i nodi di un reticolo di due miliardi e 270 milioni di persone, mittenti e destinatari di messaggi pubblici e privati che alimentano un gigantesco Leviatano che si nutre di dati. Questo è il solo messaggio, tutto il resto è Matrix.

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

Tornando quindi all’autismo, noi sappiamo che i bambini autistici non riescono ad identificare le emozioni degli altri individui né ad attribuirgli uno stato mentale. Non possiedono, quindi, ciò che viene definito “teoria della mente” che consiste nella capacità di immaginare cosa gli altri possano sentire e desiderare, facendo ipotesi e prevedendo il loro comportamento. Esiste un circuito speciale nel cervello umano che sta lì proprio per elaborare le informazioni che arrivano dal mondo sociale e questo circuito perciò si chiama “cervello sociale.” I bambini autistici non sono in grado di sviluppare una teoria della mente e non possiedono un cervello sociale. A mio parere, anche a buona parte dei più che adulti utenti di Facebook mancano queste skills.

Facebook comunicazione autistica. Prima l'uovo o la gallina?
Prima l’uovo o la gallina?

Un po’ come per la vecchia faccenda dell’uovo e della gallina c’è una domanda a cui è impossibile rispondere: la condizione umana è diventata così infernale e miserrima a causa dei vari Facebook o Facebook può esistere proprio perché la specie umana è così orribile?     

Stelline e like

In campo psico-pedagogico esiste un “metodo educativo” che si chiama Token Economy, applicabile, secondo molti educatori, a bambini dai 3 anni di età fino all’adolescenza. Funziona così:

Si crea una tabella/calendario e si decidono delle regole, specifiche o generali. Se i figli sono più di uno è anche meglio: le tabelle di ogni figlio saranno appese in casa, una accanto all’altra e i bambini andranno in competizione con i propri fratelli o sorelle e questo li renderà più malleabili e desiderosi di successo. Poi ci si munisce di stelline (adesive, disegnate, fai-da-te) e a fine giornata si metterà una stellina premio sulla tabella del bambino che ha seguito le regole, e niente a chi si è “comportato male”. Per rendere il tutto ancora più appetibile, si può aggiungere un bonus: quando un bambino raggiunge un tot numero di stelline gli si fa un regalo, ma gli educatori raccomandano che il regalo non sia mai e poi mai un giocattolo, ma qualcosa tipo un gelato, o un pomeriggio col padre (se fossi una bambina direi: Ma che schifo di bonus!)

C’è anche un’ultima variabile, su cui gli educatori sono in parziale disaccordo: se il bambino si comporta male, può perdere una o più stelline faticosamente accumulate.

Stelline e like: token economy
Stelline e like: la tabella della Token economy

Stelline e like: bambini e animali marini

Un po’ come il pesce che danno ai poveri mammiferi marini in quelle mostruosità che chiamano sea parks quando la foca, il delfino o l’orca fanno quello che gli addestratori vogliono da loro. Per fortuna, ogni tanto, ci sono animali che disubbidiscono (vedi l’orca Tilikum) ma questa è tutta un’altra storia.

Detto ciò passiamo alle stelline degli adulti, che si chiamano “like”, ma non prima di ricordare forse l’unica frase veramente intelligente che il Berlusconi imprenditore, tanto tempo fa, suggeriva ai suoi venditori alle conventions di Publitalia: “Considerate sempre che il pubblico è come un bambino di 11 anni nemmeno troppo sveglio.”

La nascita dei like

Con Facebook e gli altri Social Media, che sono merce mentre noi fruitori siamo pubblico, possiamo senz’altro dire che il pubblico non è più un bambino scemo di 11 anni, ma una massa di bambinoni in forte ritardo mentale di non oltre 3 o 4 anni. Il like con il thumb up è apparso per la prima volta su Facebook nel 2009, per risolvere la problematica dei troppi commenti uguali e inutili che la gente esprimeva. Quindi Zuckerberg e amici hanno pensato ad un bottone che sintetizzasse il tutto con un’immagine; un po’ come un viaggio all’indietro nel tempo: visto che il linguaggio, parlato e soprattutto scritto è la capacità migliore che l’uomo sia riuscito ad esprimere nella sua – chiamiamola – evoluzione, facciamo tornare l’uomo all’epoca delle incisioni rupestri o paleoglifi che dir si voglia. Insomma, alla preistoria.

Stelline e like: incisioni rupestri in Valcamonica
Incisioni rupestri di epoca preistorica in Valcamonica

Chi dobbiamo ringraziare per l’invenzione dei like?

C’è tutta una “letteratura” su chi sia stato ad inventare il like. Alcuni dicono siano stati due fra gli allora soci di Zuckerberg: Rosenstein o Leah Pearlman, che hanno poi entrambi lasciato Facebook, miliardari, per creare social media dedicati allo yoga, o addirittura strisce di fumetti dedicate all’amore universale. I soldi, comunque, se li sono tenuti stretti, forse in onore dell’amore universale per il denaro. In realtà il tasto like esisteva già in un social media sconosciuto, Friendfeed, acquistato da Zuckerberg per 50 milioni di dollari (spiccioli, per lui), ma da quando è uscito su Facebook si è diffuso a macchia d’olio in tutti i social media esistenti, perfino in quelli cinesi e russi.

Le strisce comic sull’amore universale by Leah Pearlman

Siamo quindi un intero mondo di bambini in cerca dell’approvazione di mamma e papà e ci fa piacere ricevere una stellina/like quando scriviamo una stronzata su Youtube o pubblichiamo qualcosa che non frega a nessuno su Facebook. Io stessa, che ho sempre usato molto Youtube, perché amo la musica e mi piace chiacchierare in inglese, principalmente con gli americani, ho ancora un micro-nanosecondo di gratificazione quando ricevo la scritta “A qualcuno è piaciuto eccetera” che ti manda Youtube. Subito dopo, però, mi dico: “Ma sei completamente scema?” La cosa più divertente, nell’osservare l’utilizzo dei like da parte della gente, è notarne da una parte la “tirchieria”, e dall’altra l’improvvisa generosità quando vedono che i like su un commento o un post sono già tanti. Quindi in parte siamo bambini capricciosi, del tipo “No, no, no. A questo/a il like non glielo voglio dare” e in parte siamo Walking dead, alla ricerca del branco con cui marciare uno dietro l’altro.

Stelline e like: il nuovo Linguaggio Scritto

I like sono diventati il vero motore dei Social Media: i contenuti sono ormai inesistenti, sempre che non si parli di cose da vendere (merci varie o adesioni ad associazioni di qualsiasi genere) e la gente non riesce a leggere niente che sia più lungo di 100 caratteri e qualche faccina. A meno che non ci sia da insultare, bullizzare e litigare: solo in questi casi la gente ritrova l’uso, di solito molto sgrammaticato, della parola scritta. Il like è andato oltre ai migliori propositi dei suoi creatori, è diventato il Linguaggio Scritto con cui la gente finge di comunicare. I like sono diventati un’entità così potente da spaventare anche coloro che li hanno creati.

Stelline e like: Jack Dorsey
Jack Dorsey, Ceo di Twitter

Ultimamente i più famosi Social Media hanno cercato di fare esperimenti in cui i like venivano eliminati (magari un po’ alla volta, a scalare, come si fa con le dipendenze da qualche droga) o almeno dove eliminavano il loro conteggio. Jack Dorsey, CEO di Twitter, già da tempo si è dichiarato consapevole dell’eccessiva e negativa importanza che hanno assunto i like. Perfino Zuckerberg, più su Instagram che su Facebook, ha cercato di eliminare il conteggio dei like, anche per evitare i sempre più diffusi commerci di like, che, come tutte le cose rilevanti, vengono venduti e comprati per rendere più forti influencer e pagine potenti.

Stelline e like: mai togliere le stelline a un bambino

Contro chi si sono scontrati i CEO dei Social Media in questo tentativo di riassestamento dei like? Con il pubblico, che ha reagito furioso e preoccupatissimo. Mica ci vorrete togliere le stelline faticosamente accumulate, giusto? Perfino molti educatori pur favorevoli alla patetica e fuorviante Token Economy dicono che togliere a un bambino le stelline accumulate è una cattiveria, in certi casi un piccolo trauma.

Noi, però, non siamo bambini. Senza le stelline, forse, potremmo anche riuscire a sopravvivere…

Carabinieri a Piacenza e serie TV

Non sono in grado di dire cosa abbia stupito particolarmente la gente nella disgustosa faccenda della caserma Levante dei Carabinieri a Piacenza. Per quanto riguarda me, la sola cosa che mi ha stupito è che tutta la faccenda sia uscita fuori. Che un appuntato dallo stipendio di 1300 euro al mese, con moglie e figlio, potesse vivere in una villona e cambiare in pochi anni sedici fra moto e macchine, sempre più belle, fino a comprarsi una Mercedes Classe A e una Ducati Hypermotard senza che questo facesse sorgere dubbi o domande fra i suoi più alti superiori o anche solo all’Agenzia delle Entrate non mi stupisce.

Prima di Piacenza abbiamo avuto decine e decine di anni in cui le malefatte dei Carabinieri (e della Polizia), pur evidenti, sono sempre rimaste impunite. E se sono rimaste impunite è perché questa è sempre stata la volontà politica, di ogni governo, e certamente l’interesse dei capi delle Forze dell’ordine. 

Carabinieri che commettono crimini: Stefano Cucchi

La più famosa fra le malefatte, per quanto concerne i media, è l’omicidio di Stefano Cucchi, ragazzo fragile e del tutto inerme massacrato di botte fino ad ucciderlo.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Stefano Cucchi pestato a morte
Stefano Cucchi pestato a morte dai Carabinieri

Anche l’ultimo dei medici legali non asserviti avrebbe riconosciuto una morte dovuta a pestaggio ma il sistema omertoso deve riguardare tutti oppure non funziona: ci sono voluti dieci anni di lotta da parte dell’eccezionale sorella di Stefano e un Carabiniere dotato di coscienza che alla fine ha parlato, sapendo bene che questo gli avrebbe distrutto vita e carriera, perché la verità uscisse fuori.

L’omicidio di Serena Mollicone

Carabinieri a Piacenza e serie TV: omicidio commesso da carabinieri di Serena Mollicone
Serena Mollicone

Poi c’è l’omicidio di Serena Mollicone ad Arce. Se non conoscete la storia andate a leggervela su questo link, è davvero così assurda da sembrare un film. Certo, in quel caso i Carabinieri che avevano ucciso Serena e quelli che avevano coperto il suo assassino, essendo anche coloro che avrebbero dovuto indagare sulla sua morte, hanno avuto gioco facile nel depistaggio, cercando di accollare il delitto a un poveraccio che è diventato una delle tante vittime provocate da questa storia. Adesso, dopo “soli” 19 anni, il Tribunale di Cassino ha rinviato a giudizio per concorso in omicidio i carabinieri Vincenzo Quatrale, Francesco Suprano e l’ex comandante della stazione di Arce Franco Mottola, insieme alla moglie Anna Maria e al figlio Marco. Quatrale è accusato anche di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi (un “suicidio” balisticamente impossibile.) Nel frattempo il padre di Serena, che in questi venti anni si è battuto per avere giustizia, è morto, e d’altra parte venti interminabili anni sotto pressione e col cuore spezzato ucciderebbero chiunque.

Il blitz alla Diaz

Non penso ci sia bisogno di raccontare la storia del blitz alla tristemente nota scuola Diaz, dove, ancora una volta, gli eroici medici si sono resi complici di torture e sevizie varie compiute con entusiasmo dalla Polizia.

E poi, per conoscenza diretta, potrei raccontare decine di “piccole storie” dove le Forze dell’ordine hanno torturato tossici (non spacciatori, solo semplici, inermi, disperati tossicodipendenti), dagli anni ’80 in poi: ricordo ancora quando costrinsero un mio amico a bere due litri di acqua salata fino a fargli vomitare l’anima, convinti che avesse appena acquistato una bustina d’eroina e che l’avesse ingoiata prima di essere perquisito. La bustina non c’era e dopo la tortura l’hanno sbattuto fuori senza nemmeno chiedergli scusa. Ricordo anche quando ti facevano spogliare nudo/a e metterti in ginocchio, sul pavimento, davanti all’ufficiale in comando, come se lui fosse il Papa e tu una nullità da calpestare

No, cari amici, Abu Ghraib alle nostre Forze dell’ordine non ha insegnato niente: loro conoscevano ogni nefandezza possibile già da molto, molto tempo prima..

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’encomio solenne

Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga
Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga

Detto ciò, nella storia di Piacenza c’è comunque qualcosa che mi infastidisce molto. Il piagnisteo di Montella una volta arrestato? No, più sono feroci e più sono piagnoni. Lo sappiamo tutti. Il fatto che i Carabinieri venissero spronati a compiere arresti dai più alti vertici dell’Arma, tanto che la caserma Levante di Piacenza aveva ricevuto, nel 2018, un encomio solenne, conferito dal Comandante della Legione Emilia-Romagna e destinato «alle stazioni che si erano particolarmente distinte nell’espletamento del servizio istituzionale rappresentando un punto di riferimento costante e certo per la sicurezza delle rispettive cittadinanze, con particolare riguardo alla tutela delle fasce deboli»? Beh, certo, suona fortemente sarcastico, un po’ come se i torturatori/assassini inviati da Videla e Pinochet fossero stati premiati per ringraziarli degli splendidi giri in aeroplano che facevano fare alle «fasce deboli della popolazione». Ma non è nemmeno questo a darmi fastidio.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Gomorra

Quello che proprio mi è sembrato intollerabile, a livello personale, è stato constatare come la mente stupida, ancorché feroce e predatoria, dei Carabinieri di Piacenza, sia stata letteralmente assorbita dal demone dell’immaginario TV. Partiamo da quella frase di uno dei carabinieri intercettata dalla Procura:

“No, non hai capito? Hai presente Gomorra? Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo con queste cose. Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”.

Ecco, partiamo da Gomorra e da tutte le altre produzioni tipo “ZeroZeroZero” partorite da Saviano che poi, in fondo, racconta sempre la stessa storia. Certe serie Tv entrano ormai nell’immaginario delle menti prive di anticorpi come virus letali che trovano la porta aperta. Io credo che Gomorra abbia fatto un oceano di danni, in primis fra i giovanissimi ragazzi e ragazzini italiani, senza un presente né un futuro, il cui unico desiderio è diventato quello di entrare in una banda, avere una pistola e fare il criminale. Dopo i ragazzini, il virus si è insinuato anche negli adulti che, invece, un presente e un futuro ce l’avevano, come Montella e company, ma, soldi a parte, quella sensazione che devono aver provato nel malmenare gente inerme fino a diventare tutt’uno col loro sangue, sentendosi quindi uguali agli “eroi” di Gomorra che tanto li avevano colpiti, beh, quella dev’essere stata una sensazione impagabile. “Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo in queste cose.”

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’immagine del successo

Io credo che Roberto Saviano, padreterno di sinistra, dovrebbe continuare ad intascare i tanti milioni di dollari che gli entrano in tasca ma smettere di propinarci i suoi “pistolotti etico-morali”. Non solo perché essere plurimilionario e di sinistra a me (forse perché sono molto di sinistra e molto senza soldi) pare ancora un ossimoro, ma anche perché, se qualche volta dovesse affacciarsi dal suo attico di Manhattan e riflettere sul mondo, forse Saviano potrebbe anche arrivare a capire che il suo Gomorra, alla fine, ben lungi dal creare problemi a camorre e malavite organizzate, ha invece contribuito a rinforzarle.

Giuseppe Montella e la sua immagine del successo
L’appuntato Giuseppe Montella: la sua immagine del successo

Poi passiamo ad un’immagine: la foto dell’appuntato Montella con uno stupido cocktail in mano pieno di frutta e la piscina sullo sfondo. Montella sorride come farebbe un idiota in una pubblicità, perché nella sua mente è quella l’immagine del successo: piscina alle spalle, cocktail in mano e ragazza accanto, il cui volto, per questione di privacy, è stato cancellato. E perché per Montella e amici è quella l’immagine del successo? Perché l’hanno vista, centinaia e centinaia di volte, nell’ambito di serie TV di solito americane.

Da Miami Vice ad Animal Kingdom sono passati quasi cinquanta anni e migliaia di serie TV che raccontano storie malavitose, e tutte hanno cercato di insegnarci che senza cocktail, piscina e ragazze sexy non c’è successo. Magari quel cocktail del Carabiniere faceva schifo, magari Montella non sa nemmeno nuotare, ma ehi, non importa: appaio quindi sono se sono come appaio.

Carabinieri a Piacenza: il sonno della ragione da parte dello Stato

Carabinieri a Piacenza e mazzette di soldi

Poi c’è anche la foto dove i quattro Carabinieri sventolano le mazzette di soldi. A beneficio di chi? Non credo siano stati così incredibilmente stupidi da pubblicarla su Facebook. Quindi per chi era? Per i familiari, gli amici intimi, l’amante, o forse solo per riguardarsela nel telefonino, la sera, prima di andare a letto, come un nuovo tipo di favola della buonanotte? Come bambini coi soldi del Monopoli? Ma di sicuro non come vittime, ed ecco perché quelle fascette nere sugli occhi, per noi che guardiamo, sono come un cazzotto allo stomaco. Perché è da quando esiste la stampa che il mostro viene sbattuto in prima pagina, senza riguardo né per lui o lei né per la sua famiglia e spesso senza che ci siano nemmeno prove. Ma visto che si tratta di Carabinieri allora le cose cambiano: per i Carabinieri ci vuole riguardo!

Che questo riguardo, del tutto irrazionale, finisca subito. Se questo Stato ne è capace, faccia in modo che la ragione si risvegli, perché il suo sonno, come Goya ha cercato di insegnarci, genera mostri. Mostri come Giuseppe Montella e la sua orrenda combriccola.

Marvin Paranoid Android

Ognuno di noi appartenenti all’antica tribe – ormai in via d’estinzione – di quelli che amano la letteratura, ha trovato, prima o poi, un alter ego perfetto fra i protagonisti di qualche libro; Marvin Paranoid Android, il robot di Guida Galattica per Autostoppisti, saga capolavoro di Douglas Adams, è decisamente il mio alter ego.

Marvin Paranoid Android: Douglas Adams
Marvin Paranoid Android: Douglas Adams

Letteratura bella e letteratura dimenticabile

Parto da un presupposto: Guida Galattica non è un libro per geek o per soli amanti di sci-fi: è un capolavoro della letteratura. Per me non esistono generi più o meno degni. Esiste letteratura bella e letteratura dimenticabile. Ad esempio: Lovecraft, horror, è un mito e scrive come fosse dio. Philip K.Dick, sci-fi, è un genio visionario e scrive come fosse dio. Le Guin, che è riuscita a coniugare fantasy e psicanalisi, scrive come una dea. La maggior parte del mainstream che viene pubblicato da anni, invece, potrebbe trovare un impiego migliore nell’alimentare il fuoco del camino. Poi ci sono i libri dei comici, quelli dei vari Moccia e gli altri librettini per “young adult” (io a 14 anni leggevo Stendhal e Dostoevskij ma forse non ero né young né adult ma solo aliena un po’ come adesso), i cloni dei cloni dei cloni, i romanzoni lunghissimi e noiosissimi di vecchissimi e ricchissimi giornalisti, i libercoli “sui boss della politica” dei vari Bruno Vespa che solo un ominide, non so, un Australopiteco potrebbe acquistare: bene, tutti questi libri sono merda. Sì, proprio merda: infatti non vanno bene nemmeno per alimentare il fuoco nel camino.

Marvin Paranoid Android: Guida Galattica per Autostoppisti

Tornando a Guida Galattica, trilogia in cinque volumi (Adams diceva: mai stato forte in matematica): troviamo svariati personaggi che si muovono nel suo intergalattico percorso, ma, de facto, Marvin è il protagonista assoluto. Una delle descrizioni di Marvin che troviamo nel libro dice:

“… sebbene fosse magnificamente costruito e lucidato, sembrava in qualche modo come se le varie parti del suo corpo più o meno umanoide non si adattassero perfettamente. In effetti, si adattavano perfettamente, ma qualcosa nel suo portamento ha suggerito che avrebbero potuto adattarsi meglio.”

La prima e unica volta in cui Marvin viene definito paranoid android è quando Ford si rivolge al compagno di viaggio Zaphod per chiedergli: “Dobbiamo portarci dietro quel robot?” e Zaphod risponde: “Quel paranoid android? Ma sì, portiamolo!” e Ford ribatte: “Ma cosa ce ne facciamo di un robot maniaco-depressivo?” Ma poi la canzone che i Radiohead gli hanno dedicato “Paranoid Android” l’ha reso famoso con quell’appellativo

Radiohead: Paranoid Android

L’unico robot depresso della storia dellla Sci-Fi

Marvin è l’unico robot o androide depresso di tutta la storia della fantascienza. Depresso e disgustato da tutto quello che lo circonda. E d’altra parte è un prototipo del software GPP (Genuine People Personality) grazie a cui ha una notevole sensibilità, prova emozioni proprio come gli esseri umani ed ha tutte le capacità di costruirsi una personalità che è, nel suo caso, decisamente ostinata e fortemente contraria! La sua intelligenza non ha limiti, può risolvere calcoli impossibili e quesiti di matematica altissima in pochi istanti ed è praticamente in grado di fare qualsiasi cosa: utilizzare dispositivi altamente tecnologici, armi complesse e sofisticate, gestire situazioni estremamente difficili sia logisticamente che psicologicamente parlando, anche se viene utilizzato, per lo più, per compiti banali come aprire porte, accompagnare umani da una camera a un’altra, raccogliere pezzi di carta. Eppure, sia i soliti compiti estremamente facili che quelli fin troppo difficili lo lasciano annoiato e frustrato.

Bisogna però aggiungere che, se è innegabile che Marvin sia lamentoso e insofferente, è giusto dire che è un personaggio decisamente molto amato da tutti quelli che hanno letto il libro, Thom Yorke dei Radiohead compreso.

Marvin Paranoid Android: parole e dialoghi

Marvin Paranoid Android: don't talk to me about life
Marvin: Life! Don’t talk to me about life

Le tipiche frasi di Marvin sono:

“La vita puoi disprezzarla o ignorarla, ma non potrai mai fartela piacere.”

La rugiada cadendo stamattina ha fatto un rumore che non esito a definire disgustoso”

O anche: “Scusatemi se respiro, cosa che comunque non faccio mai e non so perché io mi prenda la seccatura di dirlo, oddio, quanto sono depresso!”

Per non parlare dei suoi dialoghi:

Arthur: (Parlando della Terra) era un posto bellissimo.

Marvin: C’erano gli oceani?

Arthur: Oh sì, grandi, vasti oceani azzurri.

Marvin: Non sopporto gli oceani.

E naturalmente il suo tormentone: “E poi ho questo dolore terribile in tutti i diodi del mio lato sinistro.”

Il rapporto di Marvin col resto dell’Universo

Credo che l’aggettivo migliore per definire Marvin in realtà non sia depresso, ma sconfortato in modo incurabile. Lui non riesce ad armonizzarsi con l’Universo che lo circonda, gli è proprio impossibile. Le altre macchine e computer con cui ha a che fare sono tutti creati per servire e, allo stesso tempo, rallegrare chi li ha costruiti, e Marvin li odia. Detesta Eddie, il mellifluo computer di bordo che a pochi secondi dall’esplosione dell’astronave Heart of Gold continua pacifico a cantilenare con la sua voce nasale: “Walk on, walk on with hope in your heart… and you’ll never walk alone!”; ma ancora di più odia le allegrissime porte scorrevoli della medesima astronave:

Quando la porta si richiuse, lo fece effettivamente con un sospiro di soddisfazione: “Hummmmmmmyummmmmmm ah!”

Marvin la guardò con freddo disgusto, e i suoi circuiti logici inorridirono e vibrarono, scossi dall’idea allettante di usarle violenza fisica.

Ma niente riesce a infastidirlo quanto la vita organica. Nessuno è simile a lui, nessuno è in grado di capirlo, di apprezzarlo e lui ne è perfettamente consapevole. Le creature organiche mentono, anche quando non vogliono, ma lui no, non mente mai. In compenso è continuamente sarcastico:

“Ehilà, Marvin – disse Zaphod dirigendosi verso il robot – ehilà, amico mio. Come siamo contenti di vederti!”

Marvin si girò, e per quanto lo consentiva la sua faccia di metallo guardò tutti con aria di rimprovero.

“No, non siete affatto contenti di vedermi – disse – nessuno è mai contento di vedermi”

“Ti sbagli, sai – disse Trillian – siamo veramente contenti di vederti. Pensare che sei stato qua ad aspettarci per tutto questo tempo!” Fece al robot una carezza che lo disgustò profondamente.

“Già, ho aspettato cinquecentosettantaseimila milioni e tremilacinquecentosettantanove anni – disse Marvin – una bazzecola.”

Marvin Paranoid Android: di robot, computer e androidi

Marvin Paranoid Android
Marvin, brain size of a planet

Quando parlo di vita organica, mi riferisco a tutte le più varie e bizzarre forme viventi che si incontrano nell’ambito della Guida Galattica, come, ad esempio, i materassi sobbobanti di Sconchiglioso Zeta:

Ricominciò a girare intorno alla sua gamba artificiale d’acciaio che, piantata in mezzo al fango, ruotava leggermente.

“Ma perché giri in tondo in continuazione?” chiese il materasso.

“Perché gli altri afferrino il concetto” disse Marvin, senza fermarsi.

“L’ho afferrato, amico carissimo – ciancigliò il materasso – l’ho afferrato.”

“Giusto un altro milione di anni – disse Marvin – un altro milione di anni, poi comincerò il cammino a ritroso. Tanto per variare un poco, capisci.”

Naturalmente non posso spoilerare cosa accade a Marvin alla fine, nella speranza che, fra quei pochi che dovessero leggere questo articolo fino in fondo (come vedete sono già in modalità Marvin) ce ne sia qualcuno che, non avendolo ancora fatto, decida di leggersi Guida Galattica, libro incantevole e iconico.

“Dì un po’ – chiese Arthur – vai d’accordo con gli altri robot?”

“Li odio” rispose Marvin.

Computer e androidi io invece li ho sempre amati, perfino i robot parecchio stupidi di Asimov. Perfino i perfidi replicanti di Blade Runner, bellissimi e privi d’empatia ma desiderosi di continuare la loro vita, o almeno di conoscere la loro data di scadenza. Ho amato anche Hal di Odissea nello Spazio, lui sì un po’ paranoide, ma con qualche ragione dalla sua, vi pare? Eppure nessuno di loro l’ho mai sentito così vicino come Marvin, schiacciato dall’ineluttabilità dell’esistenza, dal sentirsi diverso fra gli organici e diverso fra i robot, annichilito da quel quid che non gli permette di adattarsi al meglio ma allo stesso tempo investito dalla volontà un po’ patetica di continuare a girare in tondo solo perché qualcuno afferri il concetto. Infine amo Marvin perché condivido la consapevolezza, in lui mai affievolita nemmeno in milioni di anni, che, nella vita, per citare Vasco Rossi, “Siamo soli.”

Vasco Rossi, Siamo soli live Modena Park

Gli organismi simili a robot, come quelli fatti di carne e sangue, non sarebbero stati altro che un trampolino verso qualcosa cui, già da molto tempo, gli uomini avevano dato il nome di “spirito”. E se esisteva qualcosa di là da questo, il suo nome poteva essere soltanto Dio.

Arthur C.Clarke

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV

Lilli Gruber e i suoi amici giornalisti

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV è trasversale. Vanno dal pensiero moderato a quello di estrema destra ma sono un po’ tutti amici, e soprattutto, sono sempre gli stessi. Pochi e pagati come rockstar, ma senza saper suonare né cantare, e, spesso, senza avere assolutamente niente da dire.

Prendiamo ad esempio un tipico programma televisivo “giornalistico” serale, da italiano moderato e perbene, come il programma “8 e mezzo” di Lilli Gruber. Diventare ospite fisso “la sera a casa di Lilli” è un onore raro, che, come tutti gli onori rari, viene concesso solo agli amici più intimi. I giornalisti che passano le serate con Lilli, infatti, non solo vengono strapagati, ma fanno anche una rapidissima carriera nel loro ambito. Massimo Giannini, ad esempio, è appena diventato direttore della Stampa. Andrea Scanzi, oltre a scrivere sul Fatto Quotidiano ha avuto in sorte un programma suo su Nove e sta praticamente sempre in TV come “tuttologo” una sera qui, una sera lì. (Io, sinceramente, non credo che di Scanzi ne possa esistere uno solo. Immagino ne abbiano costruiti almeno sei o sette.)

Ma la sera a casa di Lilli

La sera a casa di Lilli: A casa di Luca

Sempre dalla Gruber, quando poi non c’è Scanzi, allora c’è Travaglio, un altro che la sera sta fisso in tv SEMPRE, va in giro a fare spettacoli teatrali dove non ho la minima idea di cosa faccia e, nei ritagli di tempo dirige un giornale, dove la sola cosa leggibile è il suo editoriale. E del resto nel suo giornale Travaglio è supportato da punte di diamante come Selvaggia Lucarelli, che da attrice televisiva si è poi riciclata in “tuttologa” e infine giornalista. Per non parlare della lunga collaborazione fra il Fatto quotidiano e il politico aka “qualsiasi altro mestiere” Di Battista. Del resto, bisogna pur dirlo: fare il giornalista non è come fare il neurochirurgo; se scrivi o parli come un cane non rischi di ammazzare nessuno, e quindi avanti tutta!

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV

Altri due che non mancano mai da Lilli sono Sallusti, direttore de Il giornale e tristemente noto per aver detto – di recente, sempre in tv – che “Sapete, c’erano anche nazisti buoni”. Non lo sapevamo, no, ma deduco che Sallusti immagini se stesso come uno di loro. E poi le new entry femminili: Marianna Aprile, redattrice nientemeno che della rivista Oggi ed ex giornalista di (wow) Novella 2000 e tale Cuzzocrea, che ha lo sguardo da aliena spaventata e quando apre la bocca non se ne accorge nessuno ma è presente dalla Gruber quasi quanto Travaglio.

Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: Marco Travaglio
Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in tV: Marco Travaglio

Negli ultimi mesi la Gruber ha sempre avuto ospite fisso anche il virologo dall’occhio assonnato, utile alla conversazione e all’informazione medica come un buco nel gomito. Nei due mesi di paura da Covid-19 e di lockdown, Lilli Gruber è riuscita a parlare sempre dello stesso identico argomento con le stesse identiche persone. Forse ha vinto una scommessa o ha battuto qualche record. Se non ricordo male Einstein diceva che “la follia sta nel compiere sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi.” Se Einstein aveva ragione, devo dedurre che la follia della Gruber sia ormai conclamata. Assieme al rincoglionimento del pubblico televisivo che, come diceva saggiamente Berlusconi già negli anni ’90, è come un bambino di undici anni nemmeno troppo sveglio.

Altri giornalisti della lobby “sempre in TV”

Altri giornalisti che, fra la Gruber e le altre trasmissioni pseudo-giornalistiche stanno sempre in mezzo sono: Antonio Padellaro, Beppe Severgnini, Luca Telese, Massimo Franco, lo scrittore ex magistrato Carofiglio, Marco Damilano, Maurizio Belpietro, Walter Veltroni che, dopo aver fatto il politico di professione per quasi tutta la sua non breve vita ed averne tratto, oltre a una maxi-pensione, contatti, amicizie che contano molto, favori da riscuotere, oggi si presenta a volte come “scrittore”, altre come “regista di cinema”, a seconda di cosa deve promuovere: quanto invidio le facce di bronzo! Scusatemi se ho mancato di citare qualcuno, ma bisogna anche dire che sì, è vero, sono pochi, ma anche fortemente dimenticabili.

Nessuno legge più i giornali  

Ma, soprattutto, dobbiamo dire quello che tutti sanno perfettamente: i giornali ormai non li legge più nessuno, né su carta stampata nel sul formato online. Questo perché la gente – di destra, di centro, di sinistra, in modo trasversale come la lobby di Lilli – non legge più nulla che superi i 200 caratteri con 2 faccine. Di conseguenza, se già prima i giornali erano insulsi, poco stimolanti, indirizzati politicamente in modo così smaccato e fastidioso, oggi sono – direttamente – carta straccia. Ma continuano ad esistere per via di partiti politici o gruppi di potere che si tirano dietro – economicamente – questi ormai inutili carrozzoni perché evidentemente ritengono di avere ancora bisogno di qualcuno che getti fumo negli occhi della gente al posto loro o assieme a loro. Ed ecco perché i giornalisti della lobby “amici di Lilli” poi fanno carriera, perché, sera dopo sera, diventano come i testimonial famosi di una marca di pasta o di una passata di pomodoro.

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: Action-Figures

Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: action-figure da Fortnite
Action Figure del video-game Fortnite

Che il giornalismo televisivo sia sempre stato una pagliacciata, questo lo sappiamo tutti fin da quando eravamo bambini. Ma che, col crollo dei giornali stampati l’informazione sia ormai solo in mano a tv e social, è la nuova realtà mondiale. Questa è ormai l’informazione, facciamocene una ragione, perché dove non esiste informazione libera non esiste libertà. I Montanelli, i Bocca, l’unico e favoloso Beniamino Placido così come i Woodward e i Bernstein, ma anche l’Oriana Fallaci reporter in Viet-nam sono stati sostituiti non da umani incapaci e nemmeno da replicanti, ma da action-figures, categoria di piccole bambole che riproducono, in versione snodabile, personaggi famosi di film, serie televisive, campioni sportivi, manga. Adesso, a quanto pare, anche giornalisti.   

Oriana Fallaci reporter in Vietnam

  

Il nuovo spot Lavazza Chaplin e i media di McLuhan

Il nuovo spot Lavazza Chaplin

Il nuovo spot Lavazza Chaplin, che da alcuni giorni viene mandato a raffica su tutte le televisioni italiane: vediamo il classico montaggio di immagini che ci raccontano un mondo tanto bello quanto inesistente, con il famoso monologo di Chaplin preso dal film Il grande dittatore:

“Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca. È sufficiente per tutti noi. Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Voi avete il potere di rendere questa vita libera e magnifica, di trasformarla in un’avventura meravigliosa. Combattiamo per un mondo nuovo, un mondo giusto, che dia a tutti un lavoro. Ai giovani un futuro e agli anziani la sicurezza. Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso, diano a tutti gli uomini il benessere. Uniamoci tutti!”

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: Il grande dittatore
Il nuovo spot Lavazza Chaplin: Il Grande Dittatore

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: la New Humanity

Alla fine di tutto ciò, insieme al marchio Lavazza, appare la scritta #NewHumanity, questa ipotetica nuova umanità che a me – sarò fuorviata – ha fatto subito venire in mente il Nuovo Mondo o Brave New World di Aldous Huxley, che, come tutti sanno, è un mondo che non ha nulla di nuovo né di coraggioso. Al contrario, è un mondo di schiavi e padroni, proprio come quello attuale.

Andando poi a riascoltare il monologo del Grande Dittatore, prima di tutto notiamo quanto sia datato, ed è normale che lo sia, visto che da quel film sono passati ben 80 anni. In questo mondo c’è posto per tutti: sfortunatamente non è vero. All’epoca di Chaplin di sicuro non avevamo ancora raggiunto il numero di 2 miliardi, mentre alla fine del 2019 raggiungevamo quasi gli 8 miliardi di esseri umani. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. Non è mai stato vero e di sicuro non lo è adesso, sempre per lo stesso motivo di prima: siamo troppi e la natura siamo abituati a predarla e razziarla. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Nel 1940, anno in cui fu girato il film, gli americani non erano ancora entrati in guerra, ma di lì a meno di due anni avrebbero dato ufficialmente il via al Progetto Manhattan che nel 1945 li avrebbe portati a lanciare la loro scienza su Hiroshima e Nagasaki, per non parlare di tutti i morti negli esperimenti sull’atomica fatti precedentemente in Nevada, e quindi pensare che scienza, progresso e benessere potessero diventare un unicum era già piuttosto ipocrita allora, ma adesso è una sorta di insulto.

Gli Stati Uniti d’America lanciano la loro scienza su Hiroshima. Il video è volutamente privo di audio

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: possibile far incazzare tutti? Possibile!

La cosa peculiare di questo spot è di essere riuscito a far infuriare la gente di sinistra, quella di estrema destra e tutti quelli che si sentono presi in giro da pubblicitari che, per venderti una merce – caffè, in questo caso – si sentono in diritto di affliggerti con un discorsetto morale e etico.

Esempio di protesta di sinistra:

“Chi #Lavazza, quelli che comprano il caffè pagato quattro soldi dagli indigeni e lo rivendono 20 volte tanto?” utente Twitter.

Esempio di protesta di (spero estrema) destra:

“Meno male che non bevo caffè, non corro il rischio di dare soldi alla #Lavazza per ingurgitare un esotico intruglio, oltretutto pubblicizzato con uno spot che gronda insopportabile propaganda antifascista e antirazzista.” utente Twitter.

Esempio di protesta di chi si sente preso in giro:

“Lo spot della #Lavazza puzza di retorica nauseabonda, come la maggior parte degli spot attuali. Non era meglio continuare con quella pantomima di San Pietro in paradiso? Mai prendersi troppo sul serio, soprattutto se si deve semplicemente vendere del caffè.” utente Twitter

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: entra in scena il Social media Manager

Poi, quando si dice che piove sempre sul bagnato, ci si mette anche “il Social media Manager” del Fatto quotidiano a dire la sua, sul blog del giornale medesimo:

“Io non mi ritrovo nel dibattito buonista/ non buonista, sono categorie che non uso. Trovo semplicemente che Lavazza sia arrivata molto in ritardo su un modo di fare pubblicità vecchio di almeno vent’anni in cui l’obiettivo di impresa (il profitto) sembra eclissarsi dietro a un messaggio positivo per l’umanità, con lo scopo ultimo di far associare ai consumatori valori positivi con il proprio marchio… Secondo me è stata un’operazione stonata, nel senso che non darà niente di più a Lavazza, è troppo fuori Sync. Ormai questo tipo di meccanismi sono stati svelati e il pubblico ne è pienamente consapevole…”

Che il “Social media Manager” del Fatto quotidiano non usi quelle che chiama “categorie nel dibattito buonista/non buonista” ne eravamo tutti certi. Che l’obiettivo di un’impresa sia il profitto è una rivelazione di cui gli saremo eternamente grati. Che essere fuori sync non significa stonare, però, Scanzi (che immagino ami la musica, visti i poster di Celentano ed Eric Clapton davanti a cui si fa sempre inquadrare) glielo poteva anche spiegare. Ma soprattutto, che questo tipo di meccanismi siano stati svelati e la gente li riconosca, invece, è proprio una stupidaggine grossa come il mondo, nuovo o vecchio che sia. Ma del resto, immagino che nell’università da social media manager (a proposito, chissà se è la Ferragni con quel marito sempre più fuori sync a consegnare la laurea) non credo si studi McLuhan.

Il nuovo spot Lavazza Chaplin e i media di McLuhan

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: foto di Marshall McLuhan
Il nuovo spot Lavazza Chaplin: Marshall McLuhan

Marshall McLuhan, geniale sociologo, filosofo e professore canadese, morto nel 1980, è diventato famoso – in poche e semplici parole – per la sua teoria sui media, che, secondo lui vanno considerati non tanto in base ai contenuti, ma in base ai criteri strutturali con cui la comunicazione viene organizzata. Da qui la famosa frase “Medium is the message” ovvero “il mezzo è il messaggio”. In “Undestanding media” Mc Luhan dice:

“Si può dunque asserire che qualsiasi tecnologia costituisce un medium nel senso che è un’estensione e un potenziamento delle facoltà umane, e in quanto tale genera un messaggio che retroagisce con i messaggi dei media già esistenti in un dato momento storico, rendendo complesso l’ambiente sociale, per cui è necessario valutare l’impatto dei media in termini di “implicazioni sociologiche e psicologiche”.

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: dare l’atmosfera terrestre in monopolio a una società

Se McLuhan si preoccupava già ai suoi tempi per il modo in cui la televisione ci avrebbe indirizzati tutti nel recinto da Walking dead in cui ci aggiriamo, è una fortuna che non abbia potuto vedere il baratro in cui i media cosiddetti “social” ci hanno ormai scaraventato. Ma, per chi fosse ancora disposto a leggere, studiare e capire, i suoi insegnamenti e i suoi libri restano.

Il libro geniale di McLuhan: Understanding Media

Ancora da Understanding media:

«Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre»

Riguardo allo spot Lavazza la mia modesta opinione è che – alla fine – non ci sia alcuna differenza fra i passati spot con San Pietro, lo spot attuale con Chaplin o un ipotetico spot futuro dove san Pietro e Chaplin imbracciano fucili d’assalto e vanno insieme a sparare in una high school texana. Il punto è semplice:

Mi affido a un media quindi sono e guardo. Se sono e guardo, poi compro. Tutte le altre considerazioni, scusate il francesismo, sono puttanate.

I Social Media e Brave New World

I Social Media e Brave New World è un breve ma intenso viaggio che ho percorso all’interno di pagine e gruppi Facebook. Ho scelto di andarmi a rileggere Aldous Huxley perché nessuno, come lui, è in grado di spiegarci così bene il mondo di adesso.

Partiamo dalla famosa frase pronunciata da Huxley nel corso di una conferenza nel 1961:

“The perfect dictatorship would have the appearance of a democracy, but would basically be a prison without walls in which the prisoners would not even dream of escaping. It would essentially be a system of slavery where, through consumption and entertainment, the slaves would love their servitudes. “

La dittatura perfetta sembrerà una democrazia, ma sarà principalmente una prigione senza mura da cui i prigionieri non vorranno mai fuggire. Essenzialmente sarà un sistema di schiavitù dove, fra consumi e divertimento, gli schiavi ameranno essere schiavi.”

I Social Media e Brave New World: foto di Aldous Huxley
Aldous Huxley

Aldous Huxley e “Brave New World”

Se torniamo al suo romanzo più famoso “Brave new world” scritto nel 1932, vediamo che Huxley immagina questo nuovo mondo coraggioso come un luogo dove i bambini fin da piccolissimi vengono condizionati tramite tecnologia e droghe, e una volta adulti, assolvono al compito deciso fin dalla loro nascita: i figli dei poveracci continueranno ad essere poveracci, i figli dei potenti saranno sempre potenti e così via. Adesso mettete bene a fuoco il periodo in cui Huxley ha scritto questo libro, che è il periodo delle dittature classiche: nazismo e stalinismo, dittature dove si comandava con la forza, la ferocia, la tortura e incutendo il terrore nei cittadini. Eppure, nonostante il mondo in cui viveva, lui è riuscito a guardare lontano, ancora più lontano di Orwell che peraltro era più giovane, fino a vedere esattamente il nostro molto poco coraggioso mondo odierno.

Trailer della nuova serie tratta da Brave New World di Huxley

In che modo, oggi, i padroni della Terra e i governanti, loro cani da guardia, riescono a controllare le masse, togliendoci tutto senza che nessuno decida di ribellarsi e spargere sangue milionario? Attraverso una tecnologia che Huxley non poteva prevedere, che ha un nome che fa sorridere molti mentre dovrebbe farci venire i brividi: questo nome è Social Media.

I Social Media e Brave New World: viaggio attraverso pagine Facebook

Icone Social
I Social Media e Brave New World: icone Social

Del mio intenso viaggio navigando su Facebook, sia come pagina che come singolo utente, racconterò solo un paio di esempi, secondo me molto esplicativi. Partiamo dalle Sardine. Prima del coronavirus ero stata ad una loro manifestazione, a Roma e, nonostante gli interventi dal palco spesso retorici e noiosi, l’organizzazione che non era nemmeno stata in grado di far cantare alla gente, in coro, “Bella ciao” che poi era quello che tutti volevano fare, mi ero comunque riconosciuta in un movimento anti-fascista ed eterogeneo, che univa giovani e vecchi. Ho deciso quindi di iscrivermi al gruppo Facebook delle Sardine, e lì ho avuto la prima sorpresa: di gruppo Facebook Sardine non ne esiste uno solo ma ce ne sono una miriade. Ma come? Non le avevano chiamate Sardine proprio perché bisognava stare tutti uniti e vicini (ora come ora solo in modo virtuale, ovvio)? Lo sapete, sì, che il metodo con cui le megattere fanno scorpacciate di sardine è proprio dividendole? Vabbè. Mi sono fatta consigliare un gruppo di Sardine Facebook e mi ci sono iscritta. Pochi giorni fa, entrata nella loro home, la prima cosa che ho visto era un post in evidenza (di quelli che solo l’admin può mettere, per capirci) gigantesco, dove appariva la faccia di Conte con una sua citazione “lotterò in Europa fino all’ultima goccia di sudore” e il commento dell’autore del post: Grazie, Presidente!

Sardine su Facebook

I Social Media e Brave New World: manifestazione Sardine a Roma dicembre 2019
Manifestazione Sardine a Roma, dicembre 2019

A parte il fatto che – casomai – si lotta fino all’ultima goccia di sangue e non di sudore (non è mica la finale di Wimbledon), ho pensato: sono finita su un gruppo dei 5 stelle? Sulla pagina Fb del governo? Sulla pagina Fb dell’Opus Dei? Ho notato che era un gruppo di quasi solo over 55, dove i pochi giovani avevano il terrore di esprimere un parere. Scendendo nella bacheca ho trovato un post che aveva, in meno di un’ora, già raccolto almeno quattrocento commenti. Wow! Mi sono detta: finalmente il gruppo delle Sardine parla di qualcosa di sinistra, ma mi sbagliavo. L’argomento scottante? Quanto sia maleducato dare del tu e non del lei alle persone anziane, e, per proprietà transitiva, alle persone in genere. Quando ho provato a dire che io, personalmente, preferisco il tu, ma in ogni caso non mi offendo se mi danno del lei e che, comunque, quest’argomento della malvagità insita nel tu mi sembra quanto meno ridicolo, soprattutto adesso, sono stata aggredita. Diverse sardine femmina e un paio di maschi mi sono saltati alla giugulare come vecchi vampiri con frasi come queste: “un ventenne egocentrico e saccente che non sa coniugare il lei mi fa proprio arrabbiare” oppure “un anno fa sono stato ricoverato e quando l’infermiera mi si è rivolta con il tu l’ho così mortificata che ancora se lo ricorda”. Non c’era verso di spiegare che “signora, il lei non si coniuga, non è un verbo” oppure “i ventenni di adesso non sono affatto saccenti” o anche “non è bello mortificare le persone, in nessun caso” perché improvvisamente saccente, egocentrica e irrispettosa diventavi tu. Senza nemmeno essere ventenne. Signore e signori, se questa è la sinistra italiana, arrendiamoci subito che è meglio!

I Social Media e Brave New World: gruppi Facebook sull’ironia

Allora ho proseguito il mio viaggio cambiando luogo. Mi sono detta: cerchiamo i cultori dell’ironia, che magari hanno qualche neurone in più. Mi sono iscritta a un gruppo sull’ironia, dove, per farmi entrare, mi hanno anche fatto l’esamino: “Che cos’è l’ironia per te?”. Una volta lì dentro, ho visto che il gruppo, composto principalmente da gente fra i 35 e i 50, comunicava esclusivamente tramite meme. Non voglio essere fraintesa: i meme mi piacciono, quando sono belli o divertenti li uso anch’io, ma quelli belli e divertenti sono sempre meno, e i meme dell’ironia è una facoltà a numero chiuso, spesso anche sgrammaticati, non facevano ridere nemmeno se guardandoli ti facevi il solletico da sola. Sotto ad ogni meme, i commenti: “bellissimo” “ahahahah” “ma anche no!” “anch’io” tutti farciti dalle solite emoticon – tante – e poi i like, le faccette wow e le faccette ahah come se piovesse.

Esempio di meme divertente e intelligente

In uno di questi meme della “facoltà a numero chiuso” c’era la foto di un uomo con tre puntini sul naso e la scritta: guarda il puntino rosso per trenta secondi poi scuoti la testa e guarda il muro. Gli appartenenti al gruppo erano entusiasti: “Se lo sapevo non perdevo tempo con le droghe sintetiche” “bellissimo” “ahahahah” “ma anche no!” “anch’io” “a me non succede nulla (con faccina stralunata)”. Allora ci ho provato e per un paio di secondi, sul muro, ho visto – più o meno – la foto del meme. Ho scritto “Sì vabbè. Si vede il tipo sul muro. Ma cosa c’è di divertente?” Non l’avessi mai detto! I cultori dell’ironia si sono improvvisamente trasformati in iene non ridens. “L’ironia non è solo sbellicarsi dalle risate – ha scritto una tizia, postando la foto presa dalla Treccani online con tutti i vari significati del termine ironia” “Grazie per la lezioncina – le ho risposto – e io che credevo che l’ironia significasse Boldi e De Sica” e subito un altro genio “quei due comici demenziali che sono sicuramente grandi attori non rappresentano la sola ironia eccetera eccetera” e io “Su Boldi e De Sica ero sarcastica. Pensavo fosse evidente. E non sono grandi attori, sono patetici.” Mio Dio, che fatica!!!

Più aumenta la demenza senile, più si utilizza Facebook

Poi, come esperimento, ho provato a postare, a distanza di una o due ore, due link di articoli molto divertenti, presi da blog diversi, invogliando i cultori dell’ironia alla lettura e spiegando loro che dopo aver fatto l’estrema fatica di cliccare sul link non si sarebbero trovati di fronte a “Guerra e Pace” ma a semplici articoli, spiritosi, comici, per niente lunghi, scritti in un italiano scorrevole. Niente che un bambino di terza elementare non sia in grado di affrontare. Risultato: nessuno si è cagato i link, come fossero stati invisibili.

Fino al 2015 i Social Media erano un fenomeno legato principalmente agli adolescenti, ma oggi i numeri sono del tutto cambiati. A fine 2018, in Italia, i numeri di Facebook, che rimane la piattaforma Social più utilizzata nel mondo, erano i seguenti: il 58% degli utenti aveva più di 35 anni. La fascia con più utenti era quella 35-46. Emergeva chiaramente la drastica diminuzione dei giovani, e considerando in particolare la fascia 13-29, il suo calo, rispetto all’anno precedente, era di 2 milioni di persone. In particolare i 13-18enni sono diminuiti del 40%, i 19-24enni del 17%, i 25-29 del 12%. Calati anche i 30-35enni e i 36-45enni. A crescere solo le fasce più avanzate: quella dei 46-55enni e quella degli ultra 55enni che ha fatto un salto del 17%. (Dati di Vincos.it) Come dire – in modo molto poco educato, ne sono conscia – che, più aumenta la demenza senile, più si utilizzano i social.

I Social Media e Brave New World: la prigione da cui nessuno vuole scappare

Ma comunque Facebook & co. vengono usati ormai da tutte le società del mondo, da oriente a occidente, da nord a sud, sono amati da gente di sinistra e da gente di destra, dai ricchissimi e dai poveracci, a partire da chi è ancora troppo piccolo per saper scrivere ma può già essere in grado di usare le emoticon fino a chi sta in casa di riposo e usa le stesse emoticon del pronipote. Ci sono suore di clausura che hanno pagine Facebook. Il Papa è famoso per avere 49 milioni di followers, e se ne esce con frasi come “Maria è la influencer de Dios…”

Eccola la prigione senza mura da cui i prigionieri non vogliono scappare. Un tossico scapperebbe da un carcere dove eroina e oxycodone sono sempre a disposizione, gratis, ogni giorno e tutti i giorni? È la stessa cosa: i Social Media rendono la gente dipendente, ma nessuno se ne accorge perché quella dipendenza appartiene a tutti. I social media sono il vero white horse di oggi, quel white horse che nessuno dovrebbe mai cavalcare.

Il ritorno al Paleolitico

Antichissima pittura rupestre, Chauvet Francia
Pittura rupestre di 32000 anni fa trovata in Francia

Ma soprattutto i Social Media rendono la gente stupida, stupida, stupida. Si inizia a comunicare solo coi like e con i meme, o con una riga sgrammaticata su whatsapp, ma in compenso farcita da una ventina di faccine (influencer de Dios, suggerisci al tuo amatissimo follower Zuckerberg di aggiungerne di nuove, perché sono sempre le stesse e non le sopporto più!) Dopo un po’ alcuni smettono di rispondere se gli amici pongono una specifica domanda o, peggio, un argomento su cui discutere. I più gentili ti rispondono con un like o una faccina. Poi, col tempo, la maggioranza della gente si rende conto che leggere qualsiasi cosa più lunga di 160 caratteri gli provoca una sorta di fastidio. Magari decidono di farlo ugualmente, i meno tossici, ma lo fanno solo per un senso di dovere, e quando le cose non necessarie le fai solo per dovere, poi smetti di farle. Leggere, discutere con parole e non con emoticon, argomentare, conversare sono tutte cose ormai faticose e quasi sovversive. Da lì inizia la decadenza, nostra, del nostro mondo e delle nostre vite, il ritorno al Paleolitico, dove uomini senza scrittura dipingevano pitture rupestri, con la differenza che quelle pitture erano molto belle e raccontavano la realtà di allora senza sovrastrutture.

“Comunità, Identità, Stabilità”

Nel primo capitolo di “Brave new world” di Huxley troviamo questa descrizione: “’Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale’ e in uno stemma il motto dello Stato Mondiale: ‘Comunità, Identità, Stabilità’.” Mentre tutti noi siamo in incubazione, o già trasformati in schiavi, cavie, esseri che non hanno possibilità di scelta né di ritorno, al grido di parole così attuali e fintamente democratiche, come “Comunità”, “Stabilità”, “Identità”, io mi immagino il signor Zuckerberg e gli altri padroni del pianeta mentre osservano il mondo distrattamente, come si conviene alle divinità, dall’alto del loro attico o del loro aereo privato e casualmente ci vedono, tanti ma piccolissimi, e ci guardano con lo stesso interesse con cui, molti di voi, potrebbero dare un’occhiata a una fila di formiche.

I Social Media e Brave New World: Zuckerberg
I Social Media e Brave New World: Mister Zuckerberg

Covid-19: Predatori o Salvatori?

Durante e dopo il Covid-19: Predatori o Salvatori? Se la storia ci ha insegnato qualcosa – e sottolineo se – è che, nel corso del tempo ogni tanto ci si imbatte in un bivio, e chi ha in sorte la sfortuna di essere al mondo in quel preciso periodo deve scegliere. Non sempre è possibile rimanere a guardare, starsene alla finestra da spettatore. Ci sono volte in cui, per forza si deve scegliere. Come nel famoso bivio di Robert Frost nella poesia “The road not taken”:

“Two roads diverged in a wood, and I – I took the one less traveled by – And that has made all the difference.” Due strade divergevano in un bosco ed io – io presi la meno battuta, e questo ha fatto tutta la differenza.

foto che illustra The road not taken, poesia di Robert Frost

Quando la storia ti costringe a schierarti

Nel 1917, nella Russia non ancora sovietica, Lenin e Trotsky iniziarono la loro offensiva armata a febbraio, e ai primi di novembre riuscirono a prendere Pietrogrado e formare un governo rivoluzionario. A quel punto iniziò una lunga e sanguinosa guerra civile, che terminò dopo qualche anno con la vittoria di Lenin e della rivoluzione. Nel corso di quegli anni non era concesso stare a guardare: ti dovevi schierare, con una parte o con l’altra e combattere, in un modo o nell’altro, per sostenere la tua scelta. Spesso anche morire per essa.

Covid-19: Predatori o Salvatori?

Tutte le rivolte e le guerre di qualsiasi genere non avvengono mai per motivi morali o etici né, tantomeno, religiosi, ma sempre e solo in un’ottica economica. Nel famoso Boston Tea Party del 1773, ad esempio, per lottare contro le tasse sempre più pesanti e le decisioni sempre più impopolari che gli inglesi avevano imposto alle loro tredici colonie, gli attivisti americani di Sons of Liberty, sponsorizzati dai commercianti americani di tè di fatto tagliati fuori dal loro business, si travestirono da nativi Mohawk e si imbarcarono sulle navi inglesi ancorate a Boston. Una volta a bordo, buttarono le tante e preziose casse piene di tè in mare. In un Party come quello ti dovevi schierare: o con gli inglesi o con gli americani. Non potevi fare altrimenti, dovevi per forza scegliere e spesso pagarne il prezzo con la vita.

Covid-19: Predatori o Salvatori?Litografia a colori su Boston Tea Party dicembre 1773
The Boston Tea Party, 16th December 1773 (colour litho); Private Collection;

Predatori o Salvatori? Nel bosco di Robert Frost

Adesso il Covid-19 ci ha portati di nuovo nel bosco di Robert Frost con due strade fra cui scegliere, anche se molti ancora non se ne sono accorti. I politici, gli imprenditori, i giornalisti, le persone in genere parlano di ripartire, riaprire, uscire, ritornare, riprendere da dove eravamo rimasti, come si fa con un libro o con una serie tv. Prima i neonati e le librerie. Prima tu poi, se non muori, io. Prima la moda poi i parrucchieri. Al mare ma con il plexigas fra gli ombrelloni. Al ristorante ma con il plexigas fra i tavoli: ladies and gentlemen, ecco il grande ritorno della plastica su questo devastato schermo! Pensate veramente che sarà la plastica a salvarci? Pensate veramente che saranno le app di tracciamento e quindi Mr Google a salvarci? Un antico proverbio: scappare dal lupo per imbattersi nell’orso. Bene, noi avremo entrambi. Ci possiamo rallegrare.

Ipercapitalismo e formiche Siafu

Formica Siafu africana

Una cosa è sicura: da dovunque provenga il virus, che sia fuoriuscito da un pangolino o da un laboratorio, in ogni caso è il frutto di un mondo malato. E se il mondo è malato la sua economia è addirittura terminale, da ben prima di questo virus in action. Noi umani siamo come formiche Siafu, considerate il predatore più mortale di tutta l’Africa, capaci di uccidere oltre un milione di prede al giorno. Si muovono in colonie di venti milioni di individui, proprio come noi. Solo che loro sono più piccole.

Gli ultimi quaranta anni, che hanno spinto il piede sull’acceleratore del capitalismo fino a trasformarlo in ipercapitalismo, hanno creato: pochi uomini ultramiliardari e miliardi di gente a cui manca tutto, a iniziare da cibo e farmaci; diversi lavoratori privilegiati, che si godono il loro lavoro interessante, poco faticoso e molto ben pagato, ottenuto, di solito, grazie a nepotismo o politica, a fronte di moltissimi lavoratori che si ammazzano dalla fatica in attività alienanti, con turni infiniti per uno stipendio ridicolo; un numero impressionante di disoccupati, o di gente che deve arrangiarsi lavorando in nero; la specie umana cresciuta di numero in modo mostruoso e infestante, perché se è vero che “compro, quindi sono”, è ugualmente vero che “se sono, compro”, dunque più persone nascono, vivono e muoiono, e più i “mercati” guadagnano. Come conseguenza di tutto questo abbiamo inquinamento, cambiamenti climatici, miseria, disperazione e per finire, malattia e contagio.

Covid-19: Predatori o Salvatori? Scegliere la vecchia strada

Il bivio in cui ci troviamo adesso è il seguente: continuare sulla strada di prima, tenendoci stretti i nostri piccoli o grandi orticelli, continuando a invadere, prevaricare, togliere terreno e vita alle altre creature organiche, stuprare il pianeta con tutto ciò che contiene, noi compresi, come veri Predatori. Cercate di capire: fare qualche donazione qua e là non vi renderà meno Predatori. Dire “io sono di sinistra” mentre continuate a vivere da ricchi e intanto, intorno a voi, la gente deve aspettare i 600 euro di Conte per poter mangiare: questo non vi renderà meno Predatori. Se sceglieremo la strada di prima, quella più battuta, allora prepariamoci: ci saranno altre pandemie, ci sarà una recessione al cui confronto la grande depressione del 1929 e dintorni sembrerà un’oasi di pace, ci saranno guerre combattute in tanti modi diversi, lotte, rivolte, massacri, stermini e il mondo e l’apocalisse saranno una sola cosa. In compenso, quelli che possono, balleranno e brinderanno nella loro villa di Cortina d’Ampezzo così come facevano i passeggeri del Titanic mentre la nave aveva già colpito l’iceberg

Covid-19: scegliere la strada meno battuta

Oppure, potremmo prendere la strada meno battuta. Fare marcia indietro, su tutto. Rinunciare ai privilegi, ai super stipendi, alle maxi pensioni, ai vitalizi, ai conti in banca milionari, a possedere più case e a tutte quelle stronzate che vi comprate coi soldi senza che questo iper consumismo vi regali nemmeno un po’ di gioia. Fare in modo che per i nostri figli si parli sempre e solo di meritocrazia e mai di nepotismo, cambiare la nostra routine, il nostro sistema economico dalle fondamenta, dimenticare il nostro insensato “way of life”, cancellare l’avidità, dividere quello che abbiamo con chi ha poco o niente, fare un implacabile controllo delle nascite, trasformarci in Salvatori. Non dico che sia facile: in noi c’è molto Siafu e ben poco Cristo. Predare è più facile, ci viene automatico, fa parte del nostro DNA. Ma, ugualmente, siete pronti a salvare e salvarvi? Perché è la strada meno battuta la sola che può fare la differenza.

Covid-19: Predatori o Salvatori? La strada di Cormack Mc Carthy

Pensate a “La strada” di Cormack Mc Carthy e al suo mondo apocalittico, che improvvisamente sembra così vicino, dove le persone, per non morire di fame, diventano cannibali. Se siete adulti, genitori, zii, nonni, ricordate che ai vostri amati figli e nipoti, oltre a case, barche e posti di lavoro fichissimi lascerete una vita da scarafaggi, ma senza la capacità di sopravvivenza che hanno gli scarafaggi. Non ne faccio una questione morale. La storia ci ha posto di fronte a un bivio. Dobbiamo solo scegliere la direzione.

Bellissimo film tratto dal libro di Cormack Mc Carthy

“…Si sedettero al bordo della strada e mangiarono le ultime mele.

Cosa c’è? Disse l’uomo.

Niente.

Vedrai che troveremo qualche cosa da mangiare. La troviamo sempre.

Il bambino non rispose. L’uomo lo guardò.

C’è dell’altro, vero?

Non importa.

Dimmelo.

Noi non mangeremmo mai nessuno, vero?

No. Certo che no.

Neanche se stessimo morendo di fame?

Stiamo già morendo di fame.

Hai detto che non era così.

Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.

Ma comunque non mangeremmo le persone.

No. Non le mangeremmo.

Per niente al mondo.

No. Per niente al mondo.

Perché noi siamo i buoni.

Sì.

E portiamo il fuoco.

E portiamo il fuoco, sì.

Ok. “  da “La Strada” di Cormack Mc Carthy

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Pandemia e hikikomori

Trickster anime su hililomori

Pandemia e hikikomori: il Covid-19 trasformerà tutti in hikikomori? Per quelli che non conoscono questa parola giapponese, hikikomori significa “isolarsi, ritirarsi” e si riferisce alle persone che si rinchiudono nelle loro abitazioni e si rifiutano di lasciarle, per periodi lunghi o lunghissimi, a volte per sempre.

Welcome to the NHK. romanzo, manga e anime che raccontano la vita di un hililomori
Pandemia e hikikomori: Welcome to the NHK anime

Il fenomeno hikikomori

I motivi per cui le persone abbandonano completamente la vita sociale e si isolano in casa sono diversi, ma dagli anni ’80 in poi il numero è cresciuto così tanto da trasformarlo in un vero fenomeno sociale, all’inizio solo in Giappone, ma in seguito anche negli Stati Uniti, in Europa e in tutta l’Asia. In principio gli hikikomori erano solo adolescenti, ma col tempo si sono aggiunti anche molti adulti.

RELIFE, manga e anime su hikikomori

In pratica, cosa significa essere hikikomori? Soffrire di depressione, incapacità di sperimentare una vita sociale, essere compulsivi e avere paure specifiche, come la misofobia (paura dei germi). Da quando esiste internet gli hikikomori sono aumentati, perché i social, i videogame online possono dare la falsa sensazione di avere amici, di far parte di un gruppo, di una community, e alcuni hikikomori, grazie allo smart working, possono lavorare da casa senza dover mai uscire né dipendere economicamente dalla famiglia. Ma la maggioranza di loro passa comunque la vita in camera da letto, senza studiare né lavorare, in preda alla depressione più nera.

Pandemia e hikikomori: i 4 tipi di Maïa Fansten

Il fenomeno è composito e ci sono vari tipi di hikikomori, secondo Maïa Fansten, sociologa francese esperta di isolamento sociale:

  1.  gli “alternativi”, che non accettano di adeguarsi alle regole imposte dalla società e dall’esistenza in genere e, autoisolandosi, compiono una sorta di ribellione;
  2. i “reazionali”, che reagiscono con l’isolamento a traumi subiti o a infanzie molto infelici;
  3. i “dimissionari” che fuggono da forti pressioni sociali e decidono di nascondersi perché annichiliti da ciò che scuola, università, carriera, famiglia pretendono da loro;
  4. coloro che si ritirano “a crisalide”, di solito hikikomori meno giovani, in una sorta di fuga dalle responsabilità della vita adulta, che cristallizzano il presente cercando di dimenticare del tutto il futuro: il loro ritiro è come “una sospensione del tempo”, una sospensione senza deroghe, che può durare per tutta la vita.

La nostra vita attuale

Welcome to the NHK manga su hikikomori Satō
Welcome to NHK manga sull’hikikomori Satō

E con questo arrivo al punto: qualunque sia il motivo che porta la gente a rinchiudersi in casa è un fatto provato che l’isolamento prolungato, la mancanza di rapporti sociali rendono le persone, col tempo, del tutto incapaci di interagire col mondo esterno. Ed ecco perché rischiamo di diventare tutti hikikomori (se proprio devo essere sincera, io lo sono già, almeno part time, da prima dell’avvento del Virus). Mancanza di vita sociale, paura di entrare in contatto con patogeni invisibili e molto pericolosi come l’attuale Coronavirus, isolamento forzato, sospensione del tempo e di ogni progetto: non è l’esatta descrizione della nostra vita attuale? A questo dobbiamo aggiungere anche la paura di avvicinarci ad altri umani, in quanto possibili portatori del Covid-19, paura che continueremo a provare per molto, molto tempo anche dopo che non saremo più in lockdown.

Pandemia e hikikomori: il cerchio delle Fate

cerchio delle Fate, parlando di hikikomori
Tipico cerchio delle Fate: statene alla larga!

Se a tutto ciò uniamo la depressione che molti di noi soffrono già da prima della pandemia, credo che il cerchio si chiuda, e quando parlo di cerchio chiuso penso al cerchio delle Fate, che per quanto possa suonare disneyano, appartiene invece a una leggenda molto gotica. Si dice che gli sfortunati umani che si trovino a passare, di notte, nei pressi di un cerchio delle Fate, ne saranno inesorabilmente attratti all’interno, e una volta lì dentro entreranno in una realtà parallela dove saranno schiavi delle Fate per periodi lunghissimi, a volte per una vita intera.

Pandemia e hikikomori: manga e anime

Ma è anche giusto dire che, almeno in Giappone, gli hikikomori vengono ormai considerati non più come persone affette da una patologia ma come una sorta di eremiti del terzo millennio. Infatti l’hikikomori viene spesso utilizzato come figura tormentata ma eroica nell’ambito di manga e anime, come in Welcome to the NHK, manga e anime tratti dal romanzo di Tatsuhiko Takimoto, che diceva di essere hikikomori lui stesso; la sigla NHK significa Nihon Hikikomori Kyōkai, ovvero “associazione giapponese hikikomori”. Il protagonista, Satō, soffre di fobia sociale e cerca di lottare contro la sua condizione, aiutato da un’amica che lo supporta economicamente e ha con lui un rapporto madre-figlio.

Trickster, anime sulla ragazza hikikomori Noro

 Molto diverso è Trickster, manga e anime, dove la protagonista hikikomori è Noro, una giovane hacker che si rifiuta di abbandonare la casa non per paura di relazionarsi con gli altri né per depressione, ma solo perché, a sentire l’autore, sceglie la solitudine. Questo nuovo modo di vedere le persone che vivono in autoisolamento ha aiutato i giapponesi ad accettare gli hikikomori; o forse i giapponesi, non riuscendo a risolvere il problema, hanno semplicemente smesso di considerarlo tale. Come dice quell’aforisma: se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo. I giapponesi, in qualche modo, quel tunnel l’hanno arredato.

La prima e più famosa hikikomori

Emily Dickinson, hikikomori ante-litteram
Emily Dickinson, hikikomori ante-litteram

Non possiamo dimenticare, però, che la più famosa hikikomori, o meglio, hikikomori ante-litteram è stata un’americana, la poetessa Emily Dickinson, che trascorse gli ultimi venti anni di vita dentro alla casa paterna. Certo, aveva un parco tutto intorno che amava molto, ma passava quasi tutto il suo tempo in camera da letto. A soli trentacinque anni Emily ha deciso di non varcare mai più il cancello di casa, e non è più uscita nemmeno quando sono morti i genitori. Nel suo caso, forse, è stato il prezzo da pagare alla Poesia, divinità antica che, da sempre, chiede un tributo di sangue ai suoi figli prediletti.

Ma anche noi, che dobbiamo pagare il nostro tributo solo al Fato, potremmo rimanere incastrati nel cerchio delle Fate o in un tunnel arredato. Se dovesse accadere, non vi preoccupate troppo, perché fra manga e Poesia, nella crisalide, sarete di certo in buona compagnia. Un po’ come all’Inferno.

The Dead South: In Hell I’ll be in good company

(Disclaimer: il link esterno sul favoloso Tatsuhiko Takimoto vi rimanda al suo sito ufficiale, che è tutto in giapponese. Non mi sono riuscita a trattenere, per fortuna c’è Google translate…)