Perché le sinossi sono nemiche della letteratura?

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Perché gli editori mentono quando dicono che la sinossi del vostro romanzo è necessaria “per poter fare una prima scrematura fra i manoscritti che ci inviano”? Credo sia evidente a tutti che molti capolavori della letteratura mondiale, come Ulisse di Joyce, tutta la produzione di Faulkner o L’isola di Arturo della Morante – per citare i primi che mi vengono in mente inserendo anche un degno autore italiano – non avrebbero mai superato la “scrematura della sinossi” proprio perché sono romanzi dove la narrazione è tutto, e nella narrazione è incluso – e non viceversa – il significato, il senso, l’anima della storia.

“Esercizi di stile” di Raymond Queneau

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Raymond Queneau

Potrei parlare per ore, ma credo ci sia un sistema più diretto ed evidente, oltre che più divertente, per dimostrare la mia teoria. Partirò, con umiltà e con il mio proprio modo di vedere e raccontare, da un capolavoro assoluto “Esercizi di stile” di Raymond Queneau, un libro che è tanto geniale quanto illuminante e che sicuramente non avrebbe passato il vaglio della sinossi. Se non avete ancora letto questo libro, FATELO! Se non sapete come è strutturato, ho messo il link e andate a vedere: in questo modo capirete facilmente che cosa mi accingo a fare.

Queneau parte da un episodio banale, di routine quotidiana, per creare da esso ben 98 altre narrazioni, che raccontano tutte lo stesso episodio ma in modi completamente diversi.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Pretty Polly

Imitando Queneau ho preso come modello le lyrics di un’antica canzone folk americana, Pretty Polly, di autore ignoto, per poi creare 7 altre narrazioni – tutte diverse – della stessa storia.

“Oh Willie, Little Willie, I’m afraid to of your ways, Willie, Little Willie, I’m afraid of your ways

The way you’ve been rambling you’ll lead me astray

Oh Polly, Pretty Polly, your guess is about right Polly, Pretty Polly, your guess is about right

I dug on your grave the biggest part of last night

Oh she knelt down before him a pleading for her life She knelt down before him a pleading for her life

Let me be a single girl if I can’t be your wife

Oh Polly, Pretty Polly that never can be Polly, Pretty Polly that never can be

Your past recitation’s been trouble to me

Oh went down to the jailhouse and what did he say He went down to the jailhouse and what did he say

I’ve killed Pretty Polly and trying to get away”

Testuale

La graziosa Polly si rivolge a Willie, il fidanzato, cercando di fargli capire che ne ha una paura matta. Willie, ben lungi dal cercare di rassicurarla, le risponde che sì, in effetti ha appena passato la notte a scavarle la fossa. A quel punto Polly lo prega di non ucciderla, gli chiede di lasciarla libera, ma Willie non è affatto d’accordo: tutte le lagne di Polly gli hanno causato guai e vuole proprio eliminarla fisicamente. Come è ovvio, Willie finisce in carcere dove spiega che ha dovuto ammazzare la graziosa Polly che cercava di scappare via.

Verbale d’Interrogatorio

In data xy il detenuto William Omissis, detto Willie, ristretto nel carcere di Omissis, nella contea di Omissis, è stato interrogato dal Detective Omissis, per sospetto omicidio di primo grado. Il detenuto ha una lunga lista di precedenti penali che vanno dalla violenza domestica all’ubriachezza molesta per finire con rissa da bar e rapina a mano armata. Inizialmente si è rifiutato di rispondere. Quando il Detective l’ha incalzato mostrandogli la lunga lista di accuse mosse nei suoi confronti nel corso di mesi dalla vittima Pretty Polly Omissis, il detenuto Omissis ha detto: “Era una scassacazzi” Il Detective: “Di chi sta parlando, signor Omissis?” Il sospettato: “Pretty Polly era la mia ragazza e l’ho amata come gli uomini di solito amano solo le loro auto e le loro armi, ma Dio mi è testimone: stava sempre a lamentarsi. Insomma, una grande scassacazzi, agente”. Il Detective Omissis ha fatto notare che lui non è agente ma Detective e ha incalzato il detenuto: “Non è forse vero che quella notte ha passato ore a scavare, nella sua proprietà, una fossa lunga come la vittima e profonda 6 piedi?” Il detenuto ha annuito con la testa e poi ha detto “Sì. Dovevo sopprimere il cane. Mi aveva morso e non potevo più fidarmi, quindi ho deciso di sparargli”. Il Detective: “E allora come mai dentro alla fossa abbiamo trovato la vittima, Pretty Polly Omissis con un colpo di fucile che l’ha centrata in piena nuca?” Il detenuto William Omissis ha aperto le braccia: “A un certo punto Pretty Polly se n’è andata, ma non me n’ero accorto. Lì fuori era buio, Detective, non c’era luna, non c’erano stelle, ho visto qualcosa correre e ho pensato a un coyote o al cane che cercava di fuggire, e per sicurezza ho sparato. Qui da noi si fa così: prima si spara e poi, in caso, ci si scusa… Mai avrei pensato che potesse essere la mia amata Polly!” Il detenuto si è messo a piangere e il Detective ha interrotto l’interrogatorio.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: Willie scava la fossa

Crime & Drug Story

È quasi mezzanotte e Pretty Polly si è appena messa un vestito corto nero, scarpe con tacchi a spillo e si è pettinata i lunghi capelli biondi con ciocche azzurre. I suoi tatuaggi sono tutti bellissimi e in vista e lei si prepara per andare al pub a spacciare. A quel punto sente un rumore subito fuori della porta di casa. Rimane un attimo in silenzio, poi prende la sua vecchia ma fidata Glock e ci infila il caricatore. Mentre sta per uscire, arma in mano, qualcuno le sfascia il suo vaso di vetro sulla testa e Pretty Polly sviene. La suoneria del cellulare che suona la risveglia, e scopre di avere le mani legate, il sangue che le cola dalla ferita, un gran mal di testa e quello schizzato di Willie sta proprio lì, davanti a lei.

“Ma che suoneria di merda, Polly! Musica elettronica, la odio – dice Willie – vuoi sapere che suoneria ho io?”

Polly non apre bocca ma, per esperienza, sa che parlare con Willie è inutile. L’uomo spinge un paio di tasti sul cellulare e la musica di “Proud Mary” dei CCR suona con vigore.

“Questa è musica, Gesù!” esclama soddisfatto.

“Willie, che cazzo vuoi?” domanda lei, mentre il sangue continua a scenderle dalla testa proprio nell’occhio destro.

“Che voglio, Polly? Tutto: i soldi, il Vicodin, la meth.”

“Niente meth, l’ho venduta da giorni e ancora non ho ricaricato – dice lei – i soldi stanno in borsa. Di Vicodin ce ne sono forse un paio di pillole in bagno, prendi quello che c’è e vattene affanculo.”

“No, no, no, Pretty Polly. Non mi devi mentire, così non si arriva a niente. Vieni con me fuori”

Impugnando la Glock di Polly, Willie la costringe a uscire in giardino, dove ha appena scavato una specie di fossa.

“E questa che cazzo è?” dice lei.

“Mentre aspettavo che ti svegliassi ho dato una rapida occhiata in casa e non ho trovato niente di appetibile. Allora, per passare il tempo, ho scavato questa, così puoi decidere se finirci dentro o se darmi quello che voglio. Nel secondo caso potrai usarla per farci un orto…”

Pretty Polly sa bene che anche se desse a Willie soldi e droga, sempre morta nella fossa finirebbe. Perciò deve pensare, deve pensare in fretta.

“Cazzo, Willie, mi gira la testa” sussurra accasciandosi e finge di svenire. Come lui si avvicina e cerca di ritirarla su, lei gli infila con tutta la forza che ha il tacco a spillo nel piede e lui urla forte. La pistola cade nella fossa e Polly, ancora legata, si toglie le scarpe e inizia a scappare, correndo a piedi nudi. Willie salta dentro la fossa, recupera la Glock e da lontano vede le ciocche azzurre e fluorescenti che Polly si è appena fatta. Mira e spara.

Le scarpe di Pretty Polly

De André style

Questa di Pretty Polly è la storia vera, che s’innamorò di Willie a primavera

E lui, quando la vide così bella, la fece diventare “la sua stella”

C’era la luna e Willie era infuriato le fratturò sei ossa di filato

C’era la luna e Polly era assai scossa lui le scavò in giardino una gran fossa

Ma, come tutte le più belle storie, lei morta e lui in galera, senza glorie.

Olfattivo

Pretty Polly aveva quell’odore di genziana mista a biancospino, mentre Willie, beh, Willie, sapeva di muschio, muschio bianco ma con una punta d’aceto balsamico, come se lo avesse bevuto al posto del caffè. Poi, all’improvviso, quell’odore di sangue, quell’odore di sangue che è così dolce solo quando il sangue che esce è tanto e caldo ed è un odore forte ma di breve durata e che qualsiasi squalo bianco, dall’odore di pesce marcio misto a un profumo salmastro ti saprebbe descrivere bene. E poi un odore fortissimo di terra, di terra bagnata, assieme a quel sentore di muffa che c’è sempre, nelle giornate umide, e di ciuffi d’erba che vengono estirpati insieme alla terra, e anche un leggerissimo profumo di margherite piccole e selvatiche. D’un tratto, odore di polvere da sparo, come un manto che copre ogni cosa e non fa passare altri odori e poi, sottoterra, odore di decomposizione umana, un odore nemico dell’olfatto della nostra specie, ma una festa per insetti e vermi che lo seguono come bambini al suono del pifferaio magico, che profuma di krapfen e zucchero.

Perché le sinossi sono nemiche della letteratura: l'odore del sangue caldo
Perché le sinossi sono nemiche della letteratura? Il dolce odore del sangue caldo

Cioè, quindi

Pretty Polly, cioè la fidanzata di Willie, quindi sua moglie, cioè la sua donna, si lamentava perché Willie, cioè, le dava un sacco di botte quindi il corpo, cioè, le faceva quindi male e cioè ogni centimetro di pelle, quindi ossa, lividi, e cioè chi più ne ha più ne metta. Willie quindi, che cioè, non era proprio, cioè, una gran brava persona, quindi era stufo, cioè, di Pretty Polly e cioè aveva deciso, quindi, di liberarsene. Pretty Polly cercò, cioè, di salvarsi la vita, cioè lo pregò di non ucciderla, cioè e quindi questo lo fece, cioè, ancora più incavolare, quindi uscire, cioè, di senno. Allora Willie, cioè, scavò cioè una fossa per buttarci, quindi, Pretty Polly e mentre Polly, cioè, cercava quindi di scappare, Willie, cioè, sparò alla ragazza che finì, quindi, cioè, dentro la fossa, quindi e cioè, morta. Willie, cioè, andò quindi in galera e continuò a pensare quindi, cioè, alla sua Pretty Polly.

Te dico fermete!

No perché a ‘na certa, aho, anch’io te dico “Fermete!” quanno sto stronzo nun la smette de pjamme a pizze ‘n faccia manco fossi quer cazzo de pungibo daa palestra sua, allora j’ho detto “A Uilli, mo’ m’hai proprio rotto er cazzo, sì continui a sto modo te manno affanculo e poi pe’ me sei morto. Come ‘na cazzo de tomba, m’hai capito amo’?” E lui, pe’ tutta risposta, me dà ‘na sveja che me stenne, guarda, te ggiuro, so’ ita lunga e piagnevo dar dolore ma ‘sto pezzo demmerda daje, nun era contento. M’ha tirata pei capelli fino ar giardinetto dietro ar cortile e m’ha detto “E mo’ scava, Polli”. M’ha tirato ‘na vanga e ho dovuto scava’, guarda, scavavo e frignavo, sarà passato ‘n cazzo de secolo, daje a scavà, sta buca de li mortacci sua nun j’annava mai bene e quella cazzo de tera era puro dura! Alla fine Uilli guarda sta fossa come si finarmente je va bene, poi pja la vanga e me tira na vangata in testa e so’ svenuta. Poi me deve ave’ ricoperta de tera, ma tanta, perché ho provato a levalla co e mano ma gnente, nun ce riesco. Ma poi m’accorgo che sto gran cojone m’ha lasciato er cellulare ‘n tasca e ‘n ce se crede, oh, c’è campo puro qui sottoteraaa! Però sbrighete, che mica se respira bene, quassotto…”

Il significato dei miei indegni “esercizi di stile” è stato di far capire come, ad un’unica sinossi, possano corrispondere centinaia di narrazioni diverse, del tutto differenti l’una dall’altra. Una storia cambia completamente a seconda di come viene raccontata e la letteratura è questo: la personalissima narrazione, anche della stessa storia, che ogni autore mette in campo a seconda del suo gusto, talento, immaginazione, competenza e conoscenza. Nessuna ridicola sinossi potrà mai farti capire qualcosa del romanzo o racconto di cui parla, di conseguenza la “scusa delle sinossi” è un classico stratagemma che molti editori utilizzano perché non sono abbastanza potenti da poter dire “Non inviateci manoscritti, non li leggeremo mai” come invece già fanno con l’arroganza del Potere, ma almeno in sincerità, in molti, a iniziare da Feltrinelli. L’editoria mondiale che tratta libri è moribonda, anche perché i nuovi libri che vengono pubblicati sono noiosi e insensati, ma quella italiana si divide in due: 1- gli editori minori che ormai pubblicano qualsiasi cosa a pagamento; 2- gli appartenenti ai grossi gruppi che pubblicano principalmente autori stranieri e, riguardo agli autori italiani, hanno una politica molto semplice: pubblicano autori che sono famosi già da decenni, oppure giornalisti, comici o amici di qualche potente. Questa è proprio una vergogna nazionale, una delle tante vergogne nazionali ma particolarmente disgustosa.

Signori Editori italiani: vergognatevi!

Le nuove pubblicità create per disgustare

Le nuove pubblicità create per disgustare non sono molte. All’epoca della seconda ondata di Covid, la pubblicità nel nostro paese per lo più rimane fedele a se stessa. Continuiamo a vedere advertisement tutti uguali, che ci mostrano auto che corrono veloci e libere come la luce in un mondo totalmente privo di altre automobili e di altri esseri umani: un mondo che spazia da città a foreste, da fiordi norvegesi a praterie dove improbabili cavalli bradi galoppano al fianco dell’ auto, un mondo così inverosimile da risultare inquietante, un po’ come uno scenario da “the day after”, non fosse per l’insensata felicità provata da chi guida quell’unica e forse ultima auto sulla faccia del pianeta.

Nelle pubblicità continuiamo a vedere famiglie felici, bambini sovreccitati, papà sorridenti che fanno colazione con biscotti (forse impastati col peyote) o pranzano con schifezze precotte; e poi donne che lavano, stirano, eliminano fino all’ultimo granello di polvere dalla casa, il tutto gioiosamente e con un senso di assoluta soddisfazione e sazietà che di solito le donne non provano neanche dopo aver fatto sesso. Continuiamo a vedere capelli al vento, belle ragazze seminude e testimonial fastidiosamente deficienti.

Le nuove pubblicità

Eppure, ci sono pubblicità nuove che fanno capolino in mezzo a tutta questa normalità ostentata e si rivolgono a quella parte dell’essere umano che cerchiamo di tenere nascosta, quella parte dell’animo di cui nessuno va fiero, che fa sì che si venga attratti da ciò che è disgustoso, scioccante o molto volgare. Siamo sempre nel campo della finzione, ovviamente, e di sicuro i nuovi commercial disgustosi non rappresentano un upgrade e nemmeno una trasformazione, a meno che una necrosi sopraggiunta dopo una ferita non si possa considerare una sorta di bel cambiamento. Proprio come dice Zero Calcare “Qua nessuno cambia. Tutt’al più marcisce.”

Zero Calcare “Scheletri”

Tena: la gioia dell’incontinenza

Fra queste pubblicità la prima che vado a citare è il nuovo advertising dell’azienda Tena, leader nella vendita di assorbenti e speciali mutande per incontinenti urinari. Per “raccontare” il loro prodotto da un punto di vista diverso, i pubblicitari hanno creato una campagna nobilitante dal nome #Senzaetà e hanno addirittura ingaggiato Yorgos Lanthimos, iper-estetico regista venerato da cinefili di tutto il mondo, famoso per film come “The Lobster” o “Il sacrificio del cervo sacro” oltre che per la capacità – appena un tantino presuntuosa – di dilatare il tempo fino a spalancare le porte dell’inferno (l’inferno della noia: guardate il suo “La Favorita” e poi ditemi che non avreste preferito una seduta dal dentista…)

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020
Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020

In questo advertising Lanthimos ci mostra, all’interno di una scenografia da bordello di lusso e con una fotografia fra il patinato e il perverso, un piccolo gruppo di donne anziane mezze nude ma con addosso, però, mutande e/o assorbenti Tena. Le signore ballano, si spogliano e sdraiate a letto si carezzano, mentre la camera, con la precisione di una colonscopia, fruga nei loro corpi individuando flaccidità muscolare e rugosità della pelle nelle donne bianche e tutto il grasso possibile nella donna nera. Allo stesso tempo le donne Tena ci “raccontano” che nei loro corpi si sentono benissimo, che fanno molto più sesso adesso di quando erano giovani e che sì, certo, sono incontinenti ma la cosa non crea loro nessun problema. Una dice, ridacchiando allegramente “Io le chiamo le mie gocce della risata.” E un’altra “Io le mie gocce dello starnuto!”

Le nuove pubblicità create per disgustare: Tena 2020 girata da Lanthimos

Ovviamente quello che Tena racconta è insopportabilmente falso. Nessuno è #senzaetà, purtroppo; nessuno si piscia sotto pensando con gioia “Che bello! Le mie gocce del solletico” e vedere il proprio corpo che diventa flaccido e rugoso non credo possa essere mai piacevole. Infine, questo voler mettere insieme l’incontinenza con il sesso è davvero la parte più ripugnante di tutta la grande menzogna e, in questo caso, è la parte che fa scattare il senso del disgusto in chi guarda, e grazie al disgusto ne ottiene l’attenzione.

Nuvenia: cantare inni gioiosi alla vagina

Dopo gli assorbenti per incontinenti ecco arrivare anche gli assorbenti per mestruazioni di marca Nuvenia, con un nuovo spot tutto centrato sull’organo sessuale femminile e, anche qui, affiancato da una campagna nobilitante intitolata “Viva la Vulva” che si propone di “cantare inni gioiosi” alla vagina. Prima considerazione: il termine “vulva” è terribile, ridicolo, foneticamente fastidioso – con tutte quelle v – e se proprio volevano osare allora era meglio il classico “viva la fica” da scritta sui muri. Seconda cosa: le mestruazioni, almeno dalla maggioranza delle donne sono vissute come un incubo, e quando provi dolori lancinanti o mal di testa feroci tutto vorresti fare tranne cantare inni alla vagina. Ma il commercial, in parallelo alla gioiosa campagna, rappresenta la vagina come fosse la simpatica protagonista di un cartoon; ce la mostrano travestita da pesca, da conchiglia, da pupazzo di lana e mentre fa capolino da un assorbente con ali attaccato ad una mutanda. In questo spot l’organo sessuale femminile, pur essendo giovane, viene del tutto separato anche solo dall’idea di sesso, e la novità dello spot non è quindi giocata sulla morbosità, ma sul rendere pubblico e visibile ciò che – solitamente – è privato e nascosto e quindi si basa sullo “shock”. La visione della vagina, sia pure in versione quasi comic è risultata però troppo scioccante alle tante persone che si sono infuriate sui Social e su internet in genere – il nostro è un popolo bacchettone, i “creativi” non lo sapevano? – dove lo spot è stato così tanto osteggiato che credo abbia avuto vita breve.

Le nuove pubblicità: Nuvenia e la vagina-conchiglia

Le nuove pubblicità create per disgustare: l’Arte del sedere

Dopo il “disgusto” e l’effetto “shock” passiamo al cattivo gusto, con il nuovo advertising Poltronesofà, dove continua l’interminabile pantomima degli artigiani, che dopo averci tormentato per anni con quel marchio tanto “italiano e di qualità” si convertono, tout court, alla volgarità. “L’Arte del Sedere” è il titolo ammiccante del nuovo commercial, che inizia con lo sguardo rapace di uomini al bar che osservano sederi femminili. Il doppio senso – tanto più cafone perché di bassa lega – fra sedere come verbo e sedere come sostantivo dovrebbe catturare l’attenzione delle persone, sedute sul divano davanti alla Tv fra un lockdown e l’altro e invogliarle ad acquistare un altro divano. Le donne si sono offese sui Social e Poltronesofà ha dovuto chiedere scusa. Forse adesso ripartiranno dalla Ferilli, sempre che non venga anche lei cooptata da Tena…

Cinismo e sarcasmo

Per finire, ecco la pubblicità di Exequia, marchio che appartiene a un’azienda big delle pompe funebri: proprio mentre ai normali morti si aggiungono quelli da Covid, Exequia decide di sfondare il muro dell’ipocrisia puntando su una pubblicità cinica, diretta e sarcastica, che viene distribuita principalmente tramite cartelloni pubblicitari e internet. Lo slogan principale è: “C’è chi bara e chi non bara” accompagnato dalla foto di una bara, a volte infiocchettata di rosso tipo confezione regalo, e poi: “Nel momento del lutto, attenti agli avvoltoi” con la fornitura completa di Mercedes, 4 valletti e “bara in omaggio” per soli 1250 euro. Ci sono anche delle varianti negli slogan, come “Regaliamo monolocale. Seminterrato” o “Garantiamo sonni profondi” e ancora “Fuoritutto! Ma tu resti dentro.” A me, non lo posso negare, questa pubblicità non dispiace. Gli slogan sono divertenti e tutto l’insieme è tanto sarcastico quanto economicamente competitivo, in un ambito volutamente cinico. Non a caso, fra le varie pubblicità citate, questa, pur parlando di morte, è l’unica che non si affida alla finzione. È l’unica che non si è fatta affiancare da campagne nobilitanti quanto ipocrite né ha dovuto chiedere scusa al pubblico infuriato.

Qualche volta, perfino nella pubblicità, intelligenza e non-ipocrisia si rivelano vincenti. Perché non applicare questo concetto anche a giornalismo, cultura e politica?

Colori aposematici e tenebra nei cuori

Quello che balza subito al mio occhio, tanto nelle elezioni presidenziali dei Disunited States of America quanto nel DPCM appena firmato (con o senza dedica?) da Conte, è l’uso un po’ insensato dei colori. Intanto mi domando perché mai il colore rosso sia ancora il colore dei repubblicani in America, quando il rosso è principalmente simbolo dell’esatto contrario, come, ad esempio, la classica bandiera rossa comunista, il colore della Cina e, fino al 1989, dell’Unione Sovietica. Non erano gli americani ad avercela a morte, già dal secondo dopoguerra, con i Reds, che era il modo in cui chiamavano e chiamano i comunisti (o chiunque non sia un fondamentalista ultra-conservatore?)

Senza parlare del fatto che, in una visualizzazione a due o anche tre dimensioni, il rosso è un colore dominante, mentre il blu, pur essendo simbolo di spiritualità o forse proprio per quello, è recessivo. In poche parole: il rosso spicca, ti entra nell’occhio, mentre il blu sparisce. Passiamo alla cartina italiana appena uscita dal nuovo DPCM, che suddivide le regioni per colori (che – attenzione – possono mutare di giorno in giorno); ancora il rosso, qui inteso aposematicamente come forte pericolo, insieme ad arancione e giallo. Prima c’era anche il verde, ma hanno deciso di accantonarlo: in ogni caso quello attuale è un bellissimo trio di colori da pappagallo, da uccello tropicale o da rana delle frecce ricoperta di curaro.

Colori aposematici e tenebra nei cuori: i colori italici dopo DPCM 4 njovembre 2020
Una delle varie cartine delle regioni italiane per colore, dopo il DPCM del 4/11/2020

Il colore nero

A me viene da reagire come i Rolling Stones: “Paint it black”, visto che il nero, inteso come colore delle tenebre, è quello che rappresenta meglio l’attuale mondo in cui qualche spirito demoniaco ha fatto sì che noi si debba vivere. Vedo tenebra nella mente di chi ci governa specificando, però, che gli oppositori fascio-populisti una mente nemmeno la possiedono.

Antico e bellissimo live degli Stones, con Brian Jones indimenticabile

Tenebra nelle nostre vite, costretti a un incomprensibile coprifuoco alle 22 (tutti su Facebook dopo Carosello), impossibilitati perfino ad entrare in banca dove abbiamo gli ultimi spicci perché si deve prendere appuntamento ma, ehi, tu provi a telefonare e nessuno ti risponde!!! Tipico loop italiano, paese molto poco working e per niente smart. E poi le stravaganze: perfino nelle regioni pericolosamente rosse i parrucchieri vanno bene ma i ristoranti no. Perché? Non si sa: just for the fuck of it.

Colori aposematici e tenebra nei cuori: impossibilitati a…

Siamo impossibilitati a utilizzare il nostro “meraviglioso sistema di salute pubblica” perché tutto ciò che non è Covid te lo rimandano alle calende greche: mammografia per sospetto tumore? Aspetta un anno oppure vai da un privato. Ma se i soldi per il privato mi mancano e nel frattempo il tumore crea metastasi? Allora muori, ma fallo in silenzio per favore, se no disturbi gli eroici medici che, fra un’intervista TV e l’altra curano il Covid.

I ragazzi sono impossibilitati a condurre una vita che abbia almeno un barlume di normalità, nonostante abbiano il diritto inalienabile di incontrare altri ragazzi (se non vogliamo crescere una generazione di sociopatici), di studiare in presenza, perché con la Dad diventeranno tutti ignoranti come sono ignoranti i giovani americani ma senza il vantaggio di essere americani. Ormai i ragazzi italiani sono i figli di un dio minore in un paese di vecchi egoisti e potenti, che per continuare la loro bella vita sono disposti a cancellare due generazioni di giovani, un po’ come fanno quei leoni maschi che uccidono i leoncini appena nati per eliminare possibili rivali.

Luoghi come Asl, circoscrizioni, commissariati, per non parlare delle varie aziende che gestiscono elettricità, gas, acqua e fibra: sono tutti diventati off limits, ormai veri blindspot. Era impossibile comunicarci già prima della pandemia, ma da quando c’è lo “smart working” riuscire a proferire verbo con i loro impiegati/operatori – quando sono in grado di parlare l’italiano – ha a che fare col mistero dei miracoli. Magari Bergoglio può illuminarci su come fare.

Per non parlare dell’impossibilità di incontrare amici se non su internet, oppure di notte, nei sogni (a quando un coprifuoco anche su quelli? Divieto di sognare dopo le ore xy e portare sempre la mascherina, anche in sogno, oppure multa) e molti di loro, quando riesci a incontrarli, nella realtà, si tengono un po’ a distanza – a due palmi dal culo, come diciamo a Roma – perché hanno paura, e non li biasimo di sicuro.

Uscire dalla foresta

Colori aposematici e tenebra nei cuori: Cuore di Tenebra

La mia esperienza di vita, se mi ha insegnato qualcosa (e non è detto) è che non tutti gli ostacoli li puoi scansare, non tutti i pericoli li puoi tenere a distanza rinchiudendoti in qualche buco, piccolo o grande che sia. Se proprio vuoi ritrovare la via che ti porti fuori dalla foresta, la foresta la devi attraversare. Ci devi passare in mezzo, con tutti i rischi che comporta, e se sarai coraggioso e fortunato, allora, forse, tornerai a casa. Perché di una cosa sono assolutamente sicura: la paura ti porta dritto nella tenebra più nera o aposematica che sia. Io non ho mai avuto paura del Covid ma il mio non è un merito, è solo un fatto. Vedo però la paura, la paura del virus, della gente, del domani quale che sia il domani, crescere, intorno a me e nel mondo, come una nebbia densa e tossica che ci avvolge, ci avvolge e piano piano penetra dentro, viene inoculata nel sangue e raggiunge il cuore. E quando raggiunge il cuore ti possiede, e alla fine resta solo l’orrore.

Da “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad:

“Sarebbero state ancora più impressionanti, quelle teste sui pali, se le facce non fossero state rivolte verso casa. Solo una, la prima che avevo visto, era voltata dalla mia parte. Non rimasi così sconvolto come potete pensare … Tornai deciso alla prima che avevo visto ed eccola lì, nera, rinsecchita, infossata, con le palpebre chiuse; una testa che sembrava dormisse in cima a quel palo, e con le labbra rattrappite e aride che mostravano una sottile e bianca fila di denti, sorrideva anche, sorrideva in continuazione a qualche interminabile e lieto sogno di quel sogno eterno.”

“Fear inoculum” canzone meravigliosa e anticipatrice dell’incubo, nonché ultimo lavoro dei Tool, del 2019, qui in un live

Covid19 e la trappola di Tucidide

Isaac Newton, Terza legge della Dinamica: Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria

In che modo hanno a che fare Covid19 e la trappola di Tucidide? Per parlarne bisogna prima fare un grande passo indietro e tornare in Grecia, dove Tucidide nacque, nel 460 a.C. ad Atene. In seguito Tucidide diventò famoso come storico, grazie principalmente alla sua lunga e complessa opera “La guerra nel Peloponneso”, ma fu anche uno stratega militare ateniese, di famiglia nobile e forte sostenitore di Pericle, e la guerra di cui scrisse la conosceva bene per averci partecipato attivamente.

Alla base della guerra in genere, secondo Tucidide, c’è la natura umana sempre alla ricerca di conquistare e accrescere (αὔξησις “áuxesis”) il proprio potere, in modo non dissimile dalla “volontà di potenza” di cui parlava Nietzsche. Questo trend che appartiene alla nostra specie porta la società umana politicamente organizzata a voler aumentare la propria potenza; quando due entità, in un territorio geografico definito (che, in ambito di globalizzazione è diventato il pianeta intero) tendono ad accrescere troppo il proprio potere si creeranno due poteri forti che finiranno, per forza, con l’entrare in conflitto. I trattati di pace potranno essere solo temporanei, le alleanze anche, perché il desiderio di annientare definitivamente il proprio nemico sarà sempre prevalente sul buonsenso.

La guerra nel Peloponneso scoppiò fra Sparta e Atene quando il potere di Atene stava crescendo troppo e troppo rapidamente, minacciando il predominio di Sparta. Ma, come ci spiega ancora Tucidide, per fare la guerra ci vogliono forti risorse economiche che verranno investite in armi, soldati, flotte e quant’altro: milizie che, a loro volta, verranno utilizzate per combattere e conquistare nuove risorse economiche e così via, in un ciclo di guerra eterna e sempre autorigenerante.

Covid19 e la trappola di Tucidide

La trappola di Tucidide

La “trappola di Tucidide, invece, è un’espressione creata da un politologo di Harvard, Graham Tillett Allison Jr. nel 2014 e poi sviscerata nel suo libro “Destined for war”. Allison dice: “Quando una potenza in rapida ascesa diventa un rivale per la potenza dominante, sorgono dei problemi. In undici dei quindici casi in cui questo accadde negli ultimi 500 anni il risultato fu la guerra” e continua spiegandoci che, già nel 2014, le Sparta e Atene del Peloponneso erano diventate gli Stati Uniti e la Cina.

“Oggi, una Cina in ascesa si attende e prevedibilmente pretende di avere più voce in capitolo nella soluzione delle differenze tra le nazioni. Per gli Stati Uniti, che si considerano il paese più potente, le richieste di revisione dello status quo suscitano preoccupazione.”

Lo stesso Presidente Cinese Xi Jinping, ad un gruppo di visitatori occidentali, aveva detto nel 2013 “Dobbiamo tutti lavorare insieme per evitare gli scenari evocati da Tucidide”

Un elefante pazzo nella cristalleria

Covid19 e la trappola di Tucidide

Ma nel novembre 2016 le cose si complicano: diventa Presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, a nome dell’America “uber alles” si muove come un elefante pazzo nella cristalleria della politica estera ed economica. Immaginate una vecchia sedia, antica ma molto scassata e mai restaurata; se ci salgo io, che sono alta 1,60 e peso 52 chili, già rischio di sfasciarla. Se ci sale qualcuno che pesa un quintale, la sedia si sfonda. Trump è stato quel quintale che ha abilmente sfasciato l’equilibrio già precario fra America e Cina, finendo nella trappola di Tucidide.

Conoscere la storia per non ripeterla

L’importanza della storia come fattore di conoscenza che, unico, può impedirci di ripetere gli stessi errori, non era stato utilizzato solo dall’antico storico ateniese. Antonio Gramsci diceva:

“Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla.”

Winston Churchill: “Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere.”

Eppure, anche a distanza di 2500 anni dall’avvertimento di Tucidide, pur conoscendo molto bene la storia, continuiamo a ripeterla. Se ci soffermiamo a leggere articoli di politica internazionale o finanziaria pubblicati fin dal 2018 ma soprattutto a metà 2019, vediamo come la scellerata politica di Trump (che certamente di Tucidide non ha mai sentito parlare) sia stata distruttiva nei confronti della Cina ma, parimenti distruttiva nei confronti di buona parte dell’imprenditoria americana.

Covid19 e la trappola di Tucidide: Agosto 2019

Voglio citare principalmente un articolo pubblicato su Class China Economic Information Service del 19 agosto 2019:

L’attuale tentativo degli Stati Uniti che hanno avviato una guerra commerciale senza precedenti, si sta trasformando in una guerra valutaria e nessuno può prevedere fino a che punto le parti in gioco si potranno spingere oltre.

Intanto l’industria americana ha iniziato a soffrire le conseguenze di questa guerra delle tariffe, che colpisce soprattutto le maggiori industrie: quella automobilistica, in particolare, dato che la Cina ha aumentato le tariffe sulle automobili prodotte dagli Stati Uniti che entrano nel paese dal 15% al 40% come ritorsione alle tariffe statunitensi.

Quindi aziende come Tesla, ma anche GM che paradossalmente produce in patria i motori installati sulle proprie automobili assemblate in Cina, proprio per preservare i posti di lavoro in patria. Ma anche i prezzi delle auto prodotte negli Usa aumenteranno per gli statunitensi a causa della percentuale di contenuti importati dalla Cina utilizzati nella produzione locale.

Anche l’hi-tech subisce l’impatto dell’aumento dei dazi e dei divieti imposti da Trump. I produttori di chip e i produttori di elettronica dipendono dalla Cina per le vendite, come NVIDIA Corp. (NVDA), Micron Technology (MU) e Intel Corp. (INTC), produttori di semiconduttori che si troveranno presto fuori dal grande mercato. Altro settore che si trova gravemente danneggiato è l’agricoltura perché la Cina rappresenta il quarto mercato per le esportazioni americane. Le politiche aggressive di Trump stanno quindi danneggiando principalmente gli stessi Stati Uniti: nonostante giugno sia stato il primo mese completo con più alti dazi su 200 miliardi di dollari di beni cinesi, il trade surplus della Cina con gli Stati Uniti è aumentato dell’11% rispetto al mese precedente, secondo dati Reuters..”

Quello che è poi accaduto – molto in breve – è che Trump, invece di tornare sui suoi passi, il 3 agosto 2019 ha imposto dazi del 10% su altre importazioni cinesi del valore di 300 miliardi di dollari, cosa che ha costretto la Banca Centrale Cinese, il 5 agosto, a svalutare lo yuan per sostenere le sue esportazioni, e da lì è partita una cascata trofica che ha colpito molto duramente i mercati e le economie di tutto il mondo compresa la stessa borsa americana: un terremoto con tanto di tsunami.

L’arte della guerra

Covid19 e la trappola di Tucidide: Sun-Tzu e l'Arte della Guerra
Covid19 e la trappola di Tucidide: Sun-Tzu e “L’Arte della Guerra”

Quell’inizio di agosto del 2019 è stato come uno spartiacque, l’annuncio di qualcosa di terribile che sarebbe accaduto di lì a poco, in un modo o nell’altro e senza alcun dubbio, ma nessun telegiornale, nessuna Lilli Gruber con i suoi ospiti famosi e strapagati, nessun politico di destra o di “sinistra” è riuscito nemmeno a sussurrare:

“Ehi! Qui stiamo per crollare in un baratro! Se non facciamo qualcosa di utile – right here right now – ci sarà una guerra! Ehi! Avete mai sentito parlare di Tucidide o lo conoscono solo ad Harvard?”

Ma no, tutti i nostri media, come sempre, erano troppo presi dall’appassionante osservazione del proprio ombelico: Salvini, la Lega, Di Maio, le Sardine, la Raggi, Renzi, l’immondizia e tutte le altre italiche stronzate. Il famoso saggio che indica la luna mentre tutti questi imbecilli non riescono nemmeno a guardare il dito.

E dopo tre mesi, puntualmente, la guerra è scoppiata. Cosa vi aspettavate? Un fallout nucleare? No, lascia tracce sporche ed evidenti. Militari in assetto da guerra, portaerei, elicotteri, la fanteria trasportata da aerei cargo? Non siamo mica in Viet-Nam. Bombardamenti con uranio impoverito? Non siamo in Serbia. Prigionieri deportati a Guantanamo? I cinesi non sono mica l’Isis, amici miei.

Basterebbe aver letto, se non Tucidide, almeno Sun-Tzu, per capire come ragionano, da millenni, i cinesi:

“Sono impreparati: attacca. Non se lo aspettano: fai la tua mossa.”

E ancora: “Lo schieramento e la strategia: non divulgarli. Chi ha dalla sua molti fattori strategici vantaggiosi, vince; chi ne ha pochi perde: quanto più sarà sconfitto chi non ha a suo favore nessun fattore strategico.” (da L’Arte della Guerra)

Covid19 e la trappola di Tucidide: ipotesi “fantascientifiche”

Covid19 e la trappola di Tucidide: la nuova arma
Covid19 e la trappola di Tucidide: la nuova arma

Una guerra biologica, che nessuno si immaginava potesse accadere (sempre per incapacità di guardare più a nord del proprio ombelico) era decisamente la strategia vincente. Un virus che non ha niente di naturale e sembra nato proprio per massacrare l’economia del nemico: ecco il nostro Peloponneso.

Naturalmente le mie sono solo ipotesi “fantascientifiche”. Però, avendo facoltà di continuare ad ipotizzare, direi che:

1 Se dovessi scommettere dei soldi su chi ha estratto il virus dal vaso di Pandora, punterei su: la Cina, insieme a una serie di poteri forti americani e asiatici, che non potevano permettersi il lusso di altri quattro anni di Trump, e che, con la pandemia, si sono abbondantemente ripresi i miliardi che Trump gli aveva fatto perdere. Il vecchio “cui prodest”.

2 Se dovessi ringraziare qualcuno per il meraviglioso periodo che stiamo vivendo, ringrazierei il signor Trump e tutti gli idioti che l’hanno portato al potere.

3 Se da tutto questo dovesse uscire almeno una cosa buona, si spera sia la non-rielezione di Trump.

4 La speranza, sicuramente vana, è che i cinesi siano in possesso del vaccino anti Covid19 fin dall’inizio, e una volta eliminato Trump dalla Presidenza, tirino fuori il vaccino dal nascondiglio e lo vendano al resto del mondo. Fino alla prossima trappola di Tucidide, dove Sparta sarà la Cina e Atene è ancora incognita, chiamiamola x.

Come creare un giovane Santo digitale e vivere in eterno

Come creare un giovane Santo digitale e vivere in eterno? Seguendo la ricetta della Chiesa cattolica che, se con una mano ama scommettere sulla morte di aziende in crisi e divertirsi con “investimenti in credit default swap, in compagnie petrolifere di dubbia fama, passaggi in banche maltesi e svizzere indagate per corruzione, finanza speculativa con base in paradisi fiscali” (cfr. Repubblica), con l’altra mano deve pur inventarsi qualcosa di spirituale, in modo da conquistare nuovi fedeli e con loro nuovi soldi che non andranno ai poveri bensì al cardinal Becciu di turno, per nuove speculazioni schifose: in pratica “il cerchio della bella vita” secondo il Vaticano.

Come creare un giovane Santo digitale: il cardinale Becciu
Il cardinale Giovanni Angelo Becciu

Il segretario di Becciu, che non sapeva di essere intercettato, ha giustamente detto: “Fingiamo beneficenza altrimenti ci impallinano”. Riguardo alla creazione di un giovane Santo digitale, le menti migliori della Chiesa cattolica potrebbero aver pensato: “Fingiamo santità altrimenti ci abbandonano”.

Chi è il giovane Santo digitale

Chi è, dunque, il prescelto per questo ruolo così importante? Un ragazzino milanese di famiglia benestante, Carlo Acutis, morto nel 2006 a soli 15 anni per una leucemia fulminante; il piccolo Carlo Acutis amava internet ed era molto devoto a Dio. Bisogna però aggiungere che internet, nei primi anni zero, era di facile utilizzo e lontana miliardi di anni luce dall’internet di adesso; Twitter è nato proprio nel 2006, la stessa Facebook è diventata accessibile al mondo nel 2006, Youtube è nato nel 2005. Quando la ipercattolica mamma del povero Carlo dice, ai giornalisti, che ha dato al figlio il (non proprio originalissimo) soprannome di Influencer di Dio” sbaglia due volte: quando il figlio era vivo e navigava in internet il ruolo da influencer non esisteva, e poi “influencer di Dio” non sarà un tantino superbo come nome? Magari “Follower di Dio” potrebbe essere più adatto: qualcuno dovrebbe pur spiegarlo all’orgogliosa e inspiegabilmente felice mamma del Santo, fra un’intervista e una dichiarazione spontanea.

Come creare un giovane Santo digitale
Come creare un giovane Santo digitale: Carlo Acutis, morto a 15 anni

Come creare un giovane Santo digitale

Ricapitolando, lo sfortunato Carlo amava l’informatica, come tutti i ragazzi del mondo e amava Dio, cosa normale per un bambino con una mamma così devota. E poi? Dicono di lui:

Giocava a pallone, faceva trekking in montagna, suonava il sassofono e andava in pizzeria con gli amici. Carlo conduceva una vita simile a quella di tanti suoi coetanei, ma, durante la sua breve esistenza, si è distinto per la capacità di trasmettere la sua grande fede a tutti coloro che hanno avuto modo di conoscerlo.”

Bene. Ma ancora non riesco a vedere la santità. Cos’altro? Dice la mamma:

“Sin da piccolo ha mostrato il suo amore per Gesù e la sua generosità. Era una persona altruista e obbediente tanto che non lo ho mai dovuto sgridare.”

Se la santità deriva dall’essere generoso e altruista, allora fate santo anche mio figlio. Riguardo all’essere stato un bravo bambino, sapete invece chi non era affatto obbediente da piccolo? Proprio Gesù, così come ce lo fanno conoscere diversi vangeli apocrifi, gli unici a parlare in modo esteso della sua infanzia.

Miracoli e capricci di Gesù da bambino

Originale di vangeli apocrifi

Maria e Giuseppe dovevano cambiare continuamente città perché ovunque si recavano, Gesù, fin da quando aveva meno di tre anni, riusciva a mettersi nei guai e tutta la famiglia era costretta a scappare.

“… Gesù disse: – Chi conosce qualche gioco?

I bambini dissero: – Noi non sappiamo fare nulla.

-State attenti qui tutti, allora. Guardate! – disse Gesù. E presa in mano dell’argilla ne fece un passero, soffiò, e quello volò via. Allora egli disse: – Alzatevi; venite ad acchiappare questo passero!

Ma essi stettero a guardare stupefatti e si meravigliarono del miracolo compiuto da Gesù. Poi ancora, raccolta polvere da terra, la gettò in aria verso il cielo e quella si mutò in mosche e zanzare e tutta la città ne fu ripiena. Uomini e animali ne erano grandemente infastiditi. Quindi prese dell’argilla, ne fece api e vespe, e aizzandole contro i bambini li mise in agitazione.” (cfr. Vangelo dell’Infanzia Armeno, XVIII, 2, 3)

Perché questo è il punto: i Santi non sempre sono bambini obbedienti, ma di solito fanno miracoli. Oppure muoiono da martiri, sacrificando la propria vita in nome della religione e del Dio in cui credono, come i martiri cristiani perseguitati e uccisi dai Romani prima che Costantino trasformasse il Cristianesimo in religione ufficiale. Nel caso del giovanissimo Carlo Acutis non c’è stato martirio, come è ovvio, e non ci sono stati miracoli.

Come creare un giovane Santo digitale: il miracolo del miracolo

Ma allora perché lo hanno beatificato? Perché la Chiesa cattolica è sempre in grado di fare miracoli anche creandoli, i miracoli. La Congregazione delle cause dei Santi (la stessa Congregazione di cui è prefetto emerito proprio lui, il cardinal Becciu, guarda che coincidenza!) è quindi andata a pescare un evento del 2010, in Brasile, dove un bambino nato con una malformazione congenita al pancreas era guarito inaspettatamente; l’organo si era rigenerato, cosa rara ma non impensabile. La Chiesa ha deciso che quella guarigione era dovuta ad una preghiera speciale celebrata da un sacerdote che aveva fatto toccare al bambino brasiliano un brandello del pigiama di Carlo. Su questo “miracolo” le fonti danno notizie contrastanti: l’evento è del 2013, no, del 2010; chi ha fatto toccare il pigiama al bimbo brasiliano era un sacerdote, anzi no. In ogni caso una prima domanda sorge spontanea: perché i brandelli del pigiama di Carlo Acutis che era ancora ben lontano dall’essere considerato Santo, venivano già utilizzati come sacre reliquie in una sperduta città del Brasile? Seconda domanda: cos’è una preghiera speciale? Perché “preghiera speciale” suona tanto come una specie di magia, e insomma, sappiamo tutti molto bene cosa faceva la Chiesa a chi era accusato di praticare stregonerie.

Santo digitale e Patrono di internet

Ma anche ammettendo che “la preghiera speciale con brandelli di pigiama” corrisponda a verità, dove è la prova che sia stato il pigiama di Carlo a far guarire il bimbo brasiliano? Ecco perché non basta mai un solo “miracolo”, soprattutto se il miracolo è una guarigione; le guarigioni devono essere reiterate, i miracoli molteplici, i segni della santità devono essere evidenti perché si possa trasformare qualcuno in Santo. Fino ad oggi, almeno. Oggi la Chiesa Cattolica perde potere, di conseguenza ha sempre più bisogno di soldi e quindi di fedeli e così come i vampiri preferiscono sangue fresco, anche il Vaticano ha bisogno di fedeli giovani. Niente di meglio, allora, che un Santo ragazzino appassionato di internet per attirare nuovi giovani fedeli che si possano riconoscere in lui.

E non è ancora abbastanza. Il prossimo passo è far diventare il giovane Santo digitale Patrono di internet. Come se internet avesse bisogno di protezione, e – peggio ancora – dimenticando che internet il suo Patrono ce l’ha già, per quanto diabolico possa sembrare e per quanto vivo possa essere (ma che sia un organismo vivente va dimostrato): il suo nome è Mark Zuckerberg.

Come creare un giovane Santo digitale: Natività di Caravaggio
La Natività di Caravaggio

Questa storia mi fa venire in mente una canzone dalle lyrics belle come una poesia e perfette per l’occasione, perché non esiste nulla che sia più sacro della Poesia:

Le luci della centrale elettrica – Padre Nostro Dei Satelliti

Ingegnere aerospaziale che sei nei cieli, dacci oggi le nostre linee internet, vite brevi e password indimenticabili

Padre Nostro dei satelliti e di tutti i dibattiti, non c’è niente che mi interessi di meno dell’opinione degli altri

Santa Maria dei telegiornali in streaming, dei fiumi sacri di informazione, hai visto, gli infelici possono essere pericolosi

Nostra Signora dei naufragi e dei momenti irripetibili e degli schermi accesi, che colorano di azzurro gli interni degli appartamenti

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come di sera nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità su Youtube

E Dio onnipotente, dammi un lavoro qualunque e una linea della vita bella e illeggibile

E Dio onnipotente, non mi proteggere da niente. Non mi proteggere da niente

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come di notte nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità in una foto digitale sfocata

Sia fatta la tua volontà, così in cielo come nelle risse nei bar del centro. E prega per la fine della mia gioventù, forse resterà per l’eternità su Youtube

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Quest’articolo è un tributo a un grande scrittore americano diventato famoso come una rockstar e alla fine morto suicida proprio come una rockstar.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace moriva 12 anni fa, il 12 settembre 2008. Quello che tutti conoscono di lui è il grande successo ottenuto come scrittore e il suicidio finale, a soli 46 anni. Ci sono due cose, nella nostra vita, che nascondono segreti di cui nessuno sarà mai in grado di conoscere la formula. Il primo è il segreto del successo, il secondo è il segreto del suicidio. Non si sa perché una persona, rispetto ad un’altra che ha capacità simili, talento simile, aspetto simile, riesca ad avere, in vita, un grande successo e non si sa perché qualcuno, al contrario di altri ugualmente o più disperati, arrivi a portare a termine un suicidio.

David Foster Wallace e il segreto del successo

Riguardo a Wallace, sono piuttosto sicura che il suo successo non sia dipeso dalle sue opere. Mi spiego meglio: io amo moltissimo David come scrittore e come la persona meravigliosa e sofferente che è stata. Ho iniziato a leggerlo quando, in Italia, Einaudi pubblicò il suo primo strepitoso libro di racconti “La ragazza con i capelli strani” e credo anche di essere stata una delle poche persone – a parte critici letterari e accademici soprattutto americani – ad aver letto per intero il suo “Infinite Jest”, libro di 1200 pagine pubblicate a caratteri piccolissimi, estremamente complesso, non nella trama ma nello stile della narrazione, intricata a dir poco, romanzo distopico, a tratti comico, a tratti drammatico, pieno di digressioni e note a pié di pagina, ma soprattutto dotato di momenti di incredibile fulgore. Come se, nel flusso lungo, a volte un po’ presuntuoso della narrazione di “Infinite Jest” Wallace avesse, di tanto in tanto, delle illuminazioni che all’improvviso accendono una luce sfolgorante in una strada scura.

Dove la sua scrittura è sempre meravigliosa, è invece nei racconti. Sono convinta che Wallace fosse uno scrittore di racconti, un po’ come Carver, che dichiarava con orgoglio che mai e poi mai avrebbe voluto e saputo scrivere un romanzo. I racconti di Wallace, così come alcuni dei suoi articoli-saggio, non sono mai presuntuosi e sono il mezzo perfetto per la sua narrazione dove il tempo viene dilatato e tagliato a pezzettini come in una sorta di puzzle che alla fine viene ricostruito. Ma nemmeno i suoi bellissimi racconti sono in grado di rivelare il segreto del suo successo.

David Foster Wallace e il suo essere americano

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

David Foster Wallace è stato uno scrittore americano in un periodo particolare, a cavallo di due millenni. Aveva dalla sua una cultura dominante e una lingua dominante. Aveva dalla sua il tipico narcisismo degli americani che, anche quando sono persone splendide come lui, raramente si accorgono che intorno all’America c’è un intero mondo. In un’intervista rilasciata nel 1996 a Laura Miller, dopo l’uscita di “Infinite Jest” David dice:

“La tristezza di cui si occupa il libro, e che stavo vivendo io, era un genere di tristezza veramente americano. Ero un giovane bianco, di classe medio-alta, vergognosamente ben istruito, sul piano professionale avevo avuto molto più successo di quanto avrei potuto legittimamente sperare, eppure ero come alla deriva. E lo stesso succedeva a molti miei amici. Alcuni si drogavano pesantemente, altri lavoravano con un’ossessione incredibile. Altri andavano ogni sera in qualche locale per single. Si manifestava in venti modi diversi, ma di base il problema era lo stesso.”

Qui David descrive alla perfezione lo status quo dei giovani, a fine anni ottanta, appartenenti alla media e ricca borghesia di almeno quattro continenti, dall’Europa all’Australia, dal Sudamerica al Giappone, bianchi, asiatici o latini, ma è convinto che sia un modo di essere, di sentirsi, esclusivamente o tipicamente americano.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il mondo cambia continuamente

Oltre ad essere americano e quindi appartenere alla cultura dominante, David aveva dalla sua una forte intuitività, una capacità analitica forse dovuta al suo grande amore per la matematica che gli facevano dire, già negli anni ’90: “Io mi sono sempre considerato un realista. Mi ricordo che al master litigavo con i miei professori. Il mondo in cui vivo è fatto di duecentocinquanta pubblicità al giorno e un numero incalcolabile di opzioni di svago incredibilmente piacevoli, la maggior parte delle quali sovvenzionate da aziende che vogliono vendermi qualcosa.”

Chissà cosa avrebbe pensato dell’internet odierna e dei Social media. Ho la presunzione di credere che avrebbe odiato l’iper-capitalismo ma che si sarebbe trovato bene con i Social. Avrebbe avuto un profilo Twitter con almeno un milione di follower e il suo ego ne avrebbe tratto giovamento. Ma, alla fine di tutto, quello che ha reso famoso Wallace credo sia stato Wallace stesso. Oggi non potrebbe accadere. Oggi l’editoria è morta (in America magari è solo moribonda) nonostante qualcuno, di tanto in tanto, ne sventoli da lontano il cadavere cercando di persuaderci che sia ancora viva. Oggi i libri non si pubblicano e soprattutto non si leggono. Oggi, fra i pochi libri che potrebbero essere pubblicati non ci sono libri di racconti né libri che superino le 200 pagine. Ulysses di Joyce non verrebbe mai pubblicato, Cent’anni di solitudine di Marquez nemmeno, figuriamoci Infinite Jest. I dischi non si vendono e i musicisti, per vivere, devono stare costantemente in tour, ma adesso il Covid ha reso impossibile anche questo. Il mondo cambia continuamente. Di solito in peggio, ma continuamente.

David Foster Wallace e Kurt Cobain

Gli anni ’90, soprattutto i primi anni ’90, erano quindi un pianeta proprio diverso da quello attuale. Le due grandi rockstar apparse quasi in contemporanea: Foster Wallace nella letteratura e Kurt Cobain nella musica rock, entrambi arrivati al successo planetario immediatamente, vendevano letteratura e musica di gran qualità, erano delle novità assolute – nei rispettivi campi – avevano un look attraente: Wallace, lo scrittore coi capelli lunghi e la bandana in testa e Cobain il rocker biondo, bellissimo, dal sorriso triste.

Ma, principalmente, quello che la gente comprava acquistando i loro libri o dischi era la loro essenza più intima, quella che traspariva attraverso foto, interviste, parole scritte, parlate o cantate, quell’essenza che conteneva il gene così raro e assolutamente non ereditabile del “Grande Comunicatore”. Quel gene che spesso – ma non sempre – nasce insieme al gene della disperazione, della depressione, del suicidio a orologeria, e che attira le persone come il famoso canto delle Sirene. Un meraviglioso, non riconoscibile, canto di morte.

David Foster Wallace e il suicidio

Come tutti sanno, sia Cobain che Wallace sono morti suicidandosi, ma attorno alla morte di Kurt si è parlato, parlato, parlato, mostrato foto, prodotto ipotesi farneticanti eppure, piano piano, tutto questo ci ha resi partecipi del come buona parte della breve vita di Kurt sia stata la “cronaca di un suicidio annunciato.”

Attorno alla morte di David, invece, è da subito calata una cortina di silenzio, che lui certamente non avrebbe gradito anche perché quel silenzio spacciato per pudore andava fortemente a cozzare contro quella “cultura pop” che Wallace aveva sempre considerato parte integrante della sua vita e della sua scrittura. Fra le cose dette a metà sulla sua morte, la più intollerabile – dal mio punto di vista – è quella che riguarda il suo ipotetico biglietto suicida. La moglie sostiene, ma non c’è nessuna certezza in proposito, che David le abbia lasciato un biglietto, prima di uccidersi, ma il “suicide note” di uno scrittore, così come quello di un autore di canzoni, magari si rivolge a moglie, figli, parenti, ma è sempre indirizzato a tutto il mondo, e di sicuro a tutti i suoi fans. C’è un’intera letteratura di “suicide notes”, da quello di Majakovskij a quello di Pavese (che riprende le parole del biglietto di Majakovskij) fino a quello di Kurt Cobain, e nessuno si è mai permesso di censurarli o di non farli conoscere.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: il suicide note di Kurt Cobain
Suicide note di Kurt Cobain

La rete di silenzio creata attorno alla morte di David

Dal momento che la moglie di Wallace appartiene di sicuro alla categoria di quelle mogli/madri di artisti morti, che, appena seppellito l’amato, iniziano a raschiare il barile fino in fondo, tirando fuori ogni scritto, bozza, lettera, aborto di racconto o di articolo (o l’equivalente in campo musicale) per darlo alle stampe, suona davvero strano che proprio lei abbia invece provato il “forte pudore” di tenere per se stessa il biglietto d’addio di David al mondo. Quello di cui sono sicura, invece, è che David, compulsivamente perfezionista e dotato di una forte etica professionale, non avrebbe mai dato il permesso di pubblicare un romanzo come il “Re Pallido”, incompiuto, senza averne potuto scrivere – solo lui – ogni parola e senza averne potuto controllare, lui e solo lui, almeno cento volte ogni singolo paragrafo.

Ma in ogni caso, per quanto sia stata tessuta una rete di ipocrisia attorno alla morte di David, ogni suicidio parla da solo, ed è impossibile farlo tacere. Sylvia Plath, che era una che di suicidio, oltre che di grande poesia, se ne intendeva, disse: quando si parla di suicidio quello che conta non è mai il perché, ma il come. Il perché infatti non ha mai senso. Wallace soffriva fortemente di depressione, ma è una maledizione che perseguita tanti di noi, e se finissimo tutti col suicidarci ci sarebbero stragi ogni giorno. Il come, invece, non mente mai. L’impiccagione, fra i tanti suicidi possibili, è quello più “violento” nei confronti di se stessi e di chi ci troverà. Negli Stati Uniti, poi, dove per procurarsi una pistola basta scendere al supermercato, la scelta dell’impiccagione ha proprio un forte sapore di punizione, verso se stessi e verso chi ci troverà. Wallace, qualunque sia stato il meccanismo che, alla fine, ha chiuso il cerchio trasformando il suo canto segreto di morte in suicidio, sapeva bene che sarebbe stata la moglie a trovarlo.

David Foster Wallace moriva 12 anni fa

Fra le tante cose scritte – racconti, romanzi, articoli, saggi – da David Foster Wallace, pubblicate in vita o postume, sono state trovate frasi molto vere e illuminanti sul dolore provocato dalla depressione, ma niente che potesse raccontare, nel suo personalissimo ed esclusivo modo, il suicidio. Non parlo di un suicidio commesso da uno dei suoi personaggi e vissuto dall’autore in modo emozionalmente distante, ma del proprio insostenibile desiderio di suicidarsi, anche se travestito da altro.

Allora mi sono messa a cercare, a rileggere e alla fine l’ho trovato, in uno dei suoi racconti più belli, nella raccolta “Brevi interviste con uomini schifosi”. Il racconto si chiama “Per sempre lassù” e parla di un tredicenne, in una vecchia piscina pubblica, che sale sul trampolino per tuffarsi: il tempo si cristallizza e allo stesso tempo corre velocissimo in quel modo che solo Wallace sapeva raccontare. Rileggendolo, ho capito che David, parlandoci di quel tuffo, ci stava invece raccontando un suicidio, struggente, vero, inesplicabile, ineluttabile.

Da “Per sempre lassù”

“…Ehi ragazzino tutto bene.

C’è stato tempo in tutto questo tempo. Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili.

Ehi ragazzino fa lui. Ehi ragazzino tutto bene.

Sulla lingua ti sbocciano fiori di metallo. Non c’è più tempo per pensare. Ora che c’è tempo non hai tempo.

Ehi.

Due macchie nere, violenza, e scomparire in un pozzo di tempo. Il problema non è l’altezza. Quando torni giù cambia tutto. Quando colpisci, con il tuo peso.

E allora qual è la bugia? Durezza o morbidezza? Silenzio o tempo?

La bugia è che è una cosa o l’altra. Un’ape immobile, fluttuante, si muove più in fretta di quanto lei stessa non pensi. Da lassù la dolcezza la fa impazzire.

La tavola annuirà e tu andrai, e i neri occhi di pelle si potranno incrociare e accecare in un cielo maculato di nuvole, luce perforata che si svuota dietro la pietra aguzza che è per sempre. Che è per sempre. Metti piede nella pelle e scompari.

Ciao.”

David Foster Wallace moriva 12 anni fa: citazione da Infinite Jest

Facebook: comunicazione autistica

La “comunicazione autistica” è un ossimoro: tutti sanno che l’autismo è una patologia dove si perde completamente il contatto con la realtà e ci si costruisce un proprio mondo interiore che impedisce ogni tipo di contatto con gli altri, come si trovassero tutti al di là di una barriera impossibile da valicare.

Secondo il dizionario Treccani l’autismo “è un disturbo neurocomportamentale di tipo pervasivo che interessa più aree dello sviluppo (comunicativa, sociale, cognitiva), tanto che, nell’accezione psicodinamica, si parla di un disturbo dello sviluppo del pensiero e dell’affettività. Il termine autismo deriva dal greco autós («se stesso») e indica l’autoreferenzialità, la negazione dell’altro e di ciò che è differente da sé, e quindi la mancanza del senso della realtà.”

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

L’autismo è da sempre una malattia che si manifesta nei bambini, ma da quando esistono i Social Media e, nello specifico, Facebook, credo che una qualche deriva di questa malattia si sia diffusa a macchia d’olio fra gli adulti. Se proprio vogliamo mettere il dito nella piaga, i più esposti all’autismo da Social Media sono tutti i soggetti che vanno dai quaranta in su. Al contrario di quello che si potrebbe pensare, i giovani fra i venti e i trentacinque anni circa usano – in buona parte – Facebook in modo più comunicativo: utilizzano gruppi specifici per avere o dare informazioni e aggiornamenti riguardo al proprio ambito professionale o di studio; condividono post di argomenti a cui si interessano, di associazioni a cui sono affiliati; utilizzano parole per commentare qualcosa e non solo like, cuori, faccette varie; per finire non postano mai, in modo compulsivo, uno dopo l’altro post “autoreferenziali” nel totale disinteresse di chiunque non sia se stesso, come invece fanno gli adulti.

Facebook: la categoria degli amici

Proprio come Alice quando attraversa lo specchio, anche noi, imbattendoci nel sistema Facebook, non siamo subito in grado di capire che ci ritroviamo in un mondo alla rovescia. Quello lo capiremo dopo un po’, quando avremo imparato a riconoscere tutte le varie categorie di utenti: la prima è quella degli amici. Parlo degli amici in carne e ossa, quelli che incontriamo nella realtà e con cui già parliamo al telefono, su whatsapp o telegram. Del tutto inutile, quindi, parlarci anche su Facebook, ma servono a noi e al sistema per fungere da “trama” su cui tessere l’ordito in cui verranno inseriti tutti gli altri nuovi contatti. Devo aggiungere, perché non ci siano fraintendimenti, che la maggior parte dei miei amici in carne e ossa va su Facebook solo per promuovere associazioni animaliste, ong serie o per cercare di far ripartire il proprio lavoro, e tutto sono tranne che addicted o autistici.

Il mondo rovesciato di Alice
Facebook: comunicazione autistica, il mondo rovesciato di Alice

Facebook: la categoria dei vecchi amici

La seconda categoria è quella dei vecchi amici che non vedi né senti da quando eri giovane o giovanissima. Dai tempi del liceo, insomma. Ti chiedono l’amicizia o accettano la tua richiesta ma, di solito,non ti scrivono una singola parola. Il vecchio “hey ciao, come stai?” è del tutto off e ti viene perfino da rimpiangere il morettiano “Vedo gente, faccio cose”. Al massimo ti mettono un like, di tanto in tanto. Se intervieni con qualche commento nei loro post, magari anche con commenti educatamente provocatori, si stupiscono e hanno ragione: sei tu a comportarti in modo “diverso”, non loro. Questo è il momento in cui inizi a capire che ti ritrovi in un mondo alla rovescia: persone che collezionano diverse centinaia o alcune migliaia di “amici” ma non hanno nessuna voglia di comunicarci.

Il numero di Dunbar

Uno studio pubblicato dalla rivista Royal Society Open Science ha affermato come risulti quasi fisiologicamente impossibile avere più di 150 amici su Facebook. Questo numero, infatti – conosciuto come numero di Dunbar – è il numero massimo che il cervello riesce a gestire senza problemi. Il numero degli amici veri, poi, si restringe sempre di più, come tutti sappiamo, e anche secondo lo stesso studio possiamo contare sulle dita di una mano il numero degli amici reali. Eppure in molti cercano diligentemente di accrescere il numero degli “amici” di Facebook come se fosse un valore aggiunto. Del tipo: “accidenti, ha il massimo degli amici permessi da Facebook, wow!”

Fra i tanti che detengono con orgoglio quel numero massimo di “amici” alcuni dicono che “gli serve per lavoro”, ma è una frase totalmente priva di senso. I contatti di lavoro non li tieni su Facebook e comunque non sarebbero mai così tanti. Se poi devi vendere qualcosa, come commerciante o pubblicitario,se per per lavoro sei uno che decide quale pubblicità mandare e a chi mandarla, devi per forza di cose utilizzare contatti categorizzati, e quindi scelti – trasversalmente da tantissimi account diversi – tramite un algoritmo.

La categoria degli sconosciuti

Dopo aver incontrato la categoria dei vecchi amici, arrivano gli sconosciuti. Sei abituato a fidarti degli “amici degli amici”, come se fosse un invito a cena e non ti rendi conto che invece stai camminando su un dirupo. Basta un passo falso e ti arriveranno centinaia di richieste di amicizia da parte di uomini allupati se hai messo una foto bellina sul profilo; centinaia di richieste da parte di uomini africani basta che tu sia donna e occidentale; centinaia di richieste da parte di prostitute di tutto il mondo se sei uomo e hai più di quaranta anni. Riceverai richieste di amicizia scritte in arabo, in turco, in hindi, in altre lingue di cui nemmeno riuscirai a capire la provenienza, ma tutto questo per fortuna durerà poco. Quando avrai eliminato tutte quelle richieste, una ad una, poi non arriveranno più tsunami, ma solo qualche piccola onda qua e là.

Facebook: comunicazione autistica, gli spam travestiti

Quello che invece sarà difficile decrittare e quindi evitare sono gli appartenenti a un’altra categoria: i lupi travestiti da pecorelle (senza offesa per i lupi veri, che amo profondamente e che non si travestono mai). Mi spiego meglio: parlo di “amici” di qualche “amico” che sembrano persone come te, uomini e donne normali e solo dopo che gli hai dato l’amicizia scopri che ti hanno scelta perché – ad esempio – sei amante della letteratura e loro hanno un libercolo in uscita, di cui faranno pubblica lettura in qualche località, e di questa lettura troverai vari post con dovizia di particolari, e poi i commenti degli “amici”: “Bellissimo!”  “Veramente profondo!” “Magico!” e per finire like e cuori come se piovesse. Avrebbero potuto creare una Pagina dedicata, ma poi l’intento sarebbe diventato palese: le Pagine sono una forma di trasparenza e ottenere il like alla Pagina, che è l’equivalente dell’amicizia su un normale profilo, è molto più difficile. Per quanto riguarda questo genere di utenti furbetti, puoi scommettere un braccio contro dieci euro che dopo quella lettura ce ne sarà un’altra e poi un’altra e la loro “amicizia” si rivelerà tristemente per quello che davvero è: spam.

I più addicted: gli auto-referenziali e gli iper-compulsivi

Quelli che hanno una vera, brutta dipendenza da Social sono: gli auto-referenziali, in genere colti e sicuramente interessanti come persone, che però postano continuamente cose su se stessi, di solito autoincensanti, ma quello che è più peculiare è che, come ragni nella ragnatela, questi utenti se ne stanno lì ad aspettare che qualcuno entri nei loro post ma non li vedrai mai – mai – scrivere qualcosa in un post altrui.

Non pochi i soggetti che non hanno né una cultura da mostrare né un libercolo da vendere, ma una compulsione autistica davvero impressionante. Alcuni sono fuori controllo: pubblicano post uno dopo l’altro fino a postarne dieci o più nel giro di un’ora, con vecchia musica che tutti conoscono (e se proprio volessero ascoltarla la cercherebbero da soli su youtube) e tutto quello che gli passa per la mente, senza preclusioni né esclusioni e soprattutto senza mai porsi la domanda: ma almeno a una o due persone interesserà anche solo un pochino quello che con dedizione indefessa continuo a postare? Ragazzi, con simpatia, il primo passo è rendersi conto di avere un problema: ve lo dice una persona che conosce bene le dipendenze.

La categoria degli idioti, a cui appartengo

Poi ci sono quelli come me, gli idioti, che creano una pagina col nome del proprio Blog solo ed esclusivamente nella ridicola speranza che questa Pagina serva a far conoscere il Blog. Pur avendo un livello informatico avanzato (utilizzare un Social Media è come giocare a rubamazzo, creare da soli un sito, impostare un Seo decente e poi collegare il sito a Facebook è come giocare a bridge) la creazione di una Pagina Fb e suo collegamento diretto al blog è un vero pain in the ass. Facebook for developers non è affatto un giochetto per bambini. Tutto questo per far capire che, dopo tanta fatica, ti accorgi che la tua stupida Pagina non sostiene proprio niente che non sia Facebook stesso. La gente in genere e gli italiani in particolare non hanno voglia di leggere articoli, di conoscere altri punti di vista, vogliono solo scrivere post, brevi e rivolti a se stessi. Le persone come me, che si rivolgono agli altri, non hanno chance. Perché sono un’idiota? Perché proprio io, che venero McLuhan, ho voluto dimenticare, in questa avventura del Blog con collegamento Facebook che “medium is the message” e nient’altro. Che su Facebook, come dice Davide Mazzocco Lavoriamo per Mark Zuckerberg con la stessa passione che riserviamo ai nostri hobby, ma con una continuità assolutamente inedita nella storia dell’umanità. Siamo i nodi di un reticolo di due miliardi e 270 milioni di persone, mittenti e destinatari di messaggi pubblici e privati che alimentano un gigantesco Leviatano che si nutre di dati. Questo è il solo messaggio, tutto il resto è Matrix.

Facebook: comunicazione autistica

Facebook: comunicazione autistica

Tornando quindi all’autismo, noi sappiamo che i bambini autistici non riescono ad identificare le emozioni degli altri individui né ad attribuirgli uno stato mentale. Non possiedono, quindi, ciò che viene definito “teoria della mente” che consiste nella capacità di immaginare cosa gli altri possano sentire e desiderare, facendo ipotesi e prevedendo il loro comportamento. Esiste un circuito speciale nel cervello umano che sta lì proprio per elaborare le informazioni che arrivano dal mondo sociale e questo circuito perciò si chiama “cervello sociale.” I bambini autistici non sono in grado di sviluppare una teoria della mente e non possiedono un cervello sociale. A mio parere, anche a buona parte dei più che adulti utenti di Facebook mancano queste skills.

Facebook comunicazione autistica. Prima l'uovo o la gallina?
Prima l’uovo o la gallina?

Un po’ come per la vecchia faccenda dell’uovo e della gallina c’è una domanda a cui è impossibile rispondere: la condizione umana è diventata così infernale e miserrima a causa dei vari Facebook o Facebook può esistere proprio perché la specie umana è così orribile?     

Stelline e like

In campo psico-pedagogico esiste un “metodo educativo” che si chiama Token Economy, applicabile, secondo molti educatori, a bambini dai 3 anni di età fino all’adolescenza. Funziona così:

Si crea una tabella/calendario e si decidono delle regole, specifiche o generali. Se i figli sono più di uno è anche meglio: le tabelle di ogni figlio saranno appese in casa, una accanto all’altra e i bambini andranno in competizione con i propri fratelli o sorelle e questo li renderà più malleabili e desiderosi di successo. Poi ci si munisce di stelline (adesive, disegnate, fai-da-te) e a fine giornata si metterà una stellina premio sulla tabella del bambino che ha seguito le regole, e niente a chi si è “comportato male”. Per rendere il tutto ancora più appetibile, si può aggiungere un bonus: quando un bambino raggiunge un tot numero di stelline gli si fa un regalo, ma gli educatori raccomandano che il regalo non sia mai e poi mai un giocattolo, ma qualcosa tipo un gelato, o un pomeriggio col padre (se fossi una bambina direi: Ma che schifo di bonus!)

C’è anche un’ultima variabile, su cui gli educatori sono in parziale disaccordo: se il bambino si comporta male, può perdere una o più stelline faticosamente accumulate.

Stelline e like: token economy
Stelline e like: la tabella della Token economy

Stelline e like: bambini e animali marini

Un po’ come il pesce che danno ai poveri mammiferi marini in quelle mostruosità che chiamano sea parks quando la foca, il delfino o l’orca fanno quello che gli addestratori vogliono da loro. Per fortuna, ogni tanto, ci sono animali che disubbidiscono (vedi l’orca Tilikum) ma questa è tutta un’altra storia.

Detto ciò passiamo alle stelline degli adulti, che si chiamano “like”, ma non prima di ricordare forse l’unica frase veramente intelligente che il Berlusconi imprenditore, tanto tempo fa, suggeriva ai suoi venditori alle conventions di Publitalia: “Considerate sempre che il pubblico è come un bambino di 11 anni nemmeno troppo sveglio.”

La nascita dei like

Con Facebook e gli altri Social Media, che sono merce mentre noi fruitori siamo pubblico, possiamo senz’altro dire che il pubblico non è più un bambino scemo di 11 anni, ma una massa di bambinoni in forte ritardo mentale di non oltre 3 o 4 anni. Il like con il thumb up è apparso per la prima volta su Facebook nel 2009, per risolvere la problematica dei troppi commenti uguali e inutili che la gente esprimeva. Quindi Zuckerberg e amici hanno pensato ad un bottone che sintetizzasse il tutto con un’immagine; un po’ come un viaggio all’indietro nel tempo: visto che il linguaggio, parlato e soprattutto scritto è la capacità migliore che l’uomo sia riuscito ad esprimere nella sua – chiamiamola – evoluzione, facciamo tornare l’uomo all’epoca delle incisioni rupestri o paleoglifi che dir si voglia. Insomma, alla preistoria.

Stelline e like: incisioni rupestri in Valcamonica
Incisioni rupestri di epoca preistorica in Valcamonica

Chi dobbiamo ringraziare per l’invenzione dei like?

C’è tutta una “letteratura” su chi sia stato ad inventare il like. Alcuni dicono siano stati due fra gli allora soci di Zuckerberg: Rosenstein o Leah Pearlman, che hanno poi entrambi lasciato Facebook, miliardari, per creare social media dedicati allo yoga, o addirittura strisce di fumetti dedicate all’amore universale. I soldi, comunque, se li sono tenuti stretti, forse in onore dell’amore universale per il denaro. In realtà il tasto like esisteva già in un social media sconosciuto, Friendfeed, acquistato da Zuckerberg per 50 milioni di dollari (spiccioli, per lui), ma da quando è uscito su Facebook si è diffuso a macchia d’olio in tutti i social media esistenti, perfino in quelli cinesi e russi.

Le strisce comic sull’amore universale by Leah Pearlman

Siamo quindi un intero mondo di bambini in cerca dell’approvazione di mamma e papà e ci fa piacere ricevere una stellina/like quando scriviamo una stronzata su Youtube o pubblichiamo qualcosa che non frega a nessuno su Facebook. Io stessa, che ho sempre usato molto Youtube, perché amo la musica e mi piace chiacchierare in inglese, principalmente con gli americani, ho ancora un micro-nanosecondo di gratificazione quando ricevo la scritta “A qualcuno è piaciuto eccetera” che ti manda Youtube. Subito dopo, però, mi dico: “Ma sei completamente scema?” La cosa più divertente, nell’osservare l’utilizzo dei like da parte della gente, è notarne da una parte la “tirchieria”, e dall’altra l’improvvisa generosità quando vedono che i like su un commento o un post sono già tanti. Quindi in parte siamo bambini capricciosi, del tipo “No, no, no. A questo/a il like non glielo voglio dare” e in parte siamo Walking dead, alla ricerca del branco con cui marciare uno dietro l’altro.

Stelline e like: il nuovo Linguaggio Scritto

I like sono diventati il vero motore dei Social Media: i contenuti sono ormai inesistenti, sempre che non si parli di cose da vendere (merci varie o adesioni ad associazioni di qualsiasi genere) e la gente non riesce a leggere niente che sia più lungo di 100 caratteri e qualche faccina. A meno che non ci sia da insultare, bullizzare e litigare: solo in questi casi la gente ritrova l’uso, di solito molto sgrammaticato, della parola scritta. Il like è andato oltre ai migliori propositi dei suoi creatori, è diventato il Linguaggio Scritto con cui la gente finge di comunicare. I like sono diventati un’entità così potente da spaventare anche coloro che li hanno creati.

Stelline e like: Jack Dorsey
Jack Dorsey, Ceo di Twitter

Ultimamente i più famosi Social Media hanno cercato di fare esperimenti in cui i like venivano eliminati (magari un po’ alla volta, a scalare, come si fa con le dipendenze da qualche droga) o almeno dove eliminavano il loro conteggio. Jack Dorsey, CEO di Twitter, già da tempo si è dichiarato consapevole dell’eccessiva e negativa importanza che hanno assunto i like. Perfino Zuckerberg, più su Instagram che su Facebook, ha cercato di eliminare il conteggio dei like, anche per evitare i sempre più diffusi commerci di like, che, come tutte le cose rilevanti, vengono venduti e comprati per rendere più forti influencer e pagine potenti.

Stelline e like: mai togliere le stelline a un bambino

Contro chi si sono scontrati i CEO dei Social Media in questo tentativo di riassestamento dei like? Con il pubblico, che ha reagito furioso e preoccupatissimo. Mica ci vorrete togliere le stelline faticosamente accumulate, giusto? Perfino molti educatori pur favorevoli alla patetica e fuorviante Token Economy dicono che togliere a un bambino le stelline accumulate è una cattiveria, in certi casi un piccolo trauma.

Noi, però, non siamo bambini. Senza le stelline, forse, potremmo anche riuscire a sopravvivere…

Carabinieri a Piacenza e serie TV

Non sono in grado di dire cosa abbia stupito particolarmente la gente nella disgustosa faccenda della caserma Levante dei Carabinieri a Piacenza. Per quanto riguarda me, la sola cosa che mi ha stupito è che tutta la faccenda sia uscita fuori. Che un appuntato dallo stipendio di 1300 euro al mese, con moglie e figlio, potesse vivere in una villona e cambiare in pochi anni sedici fra moto e macchine, sempre più belle, fino a comprarsi una Mercedes Classe A e una Ducati Hypermotard senza che questo facesse sorgere dubbi o domande fra i suoi più alti superiori o anche solo all’Agenzia delle Entrate non mi stupisce.

Prima di Piacenza abbiamo avuto decine e decine di anni in cui le malefatte dei Carabinieri (e della Polizia), pur evidenti, sono sempre rimaste impunite. E se sono rimaste impunite è perché questa è sempre stata la volontà politica, di ogni governo, e certamente l’interesse dei capi delle Forze dell’ordine. 

Carabinieri che commettono crimini: Stefano Cucchi

La più famosa fra le malefatte, per quanto concerne i media, è l’omicidio di Stefano Cucchi, ragazzo fragile e del tutto inerme massacrato di botte fino ad ucciderlo.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Stefano Cucchi pestato a morte
Stefano Cucchi pestato a morte dai Carabinieri

Anche l’ultimo dei medici legali non asserviti avrebbe riconosciuto una morte dovuta a pestaggio ma il sistema omertoso deve riguardare tutti oppure non funziona: ci sono voluti dieci anni di lotta da parte dell’eccezionale sorella di Stefano e un Carabiniere dotato di coscienza che alla fine ha parlato, sapendo bene che questo gli avrebbe distrutto vita e carriera, perché la verità uscisse fuori.

L’omicidio di Serena Mollicone

Carabinieri a Piacenza e serie TV: omicidio commesso da carabinieri di Serena Mollicone
Serena Mollicone

Poi c’è l’omicidio di Serena Mollicone ad Arce. Se non conoscete la storia andate a leggervela su questo link, è davvero così assurda da sembrare un film. Certo, in quel caso i Carabinieri che avevano ucciso Serena e quelli che avevano coperto il suo assassino, essendo anche coloro che avrebbero dovuto indagare sulla sua morte, hanno avuto gioco facile nel depistaggio, cercando di accollare il delitto a un poveraccio che è diventato una delle tante vittime provocate da questa storia. Adesso, dopo “soli” 19 anni, il Tribunale di Cassino ha rinviato a giudizio per concorso in omicidio i carabinieri Vincenzo Quatrale, Francesco Suprano e l’ex comandante della stazione di Arce Franco Mottola, insieme alla moglie Anna Maria e al figlio Marco. Quatrale è accusato anche di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi (un “suicidio” balisticamente impossibile.) Nel frattempo il padre di Serena, che in questi venti anni si è battuto per avere giustizia, è morto, e d’altra parte venti interminabili anni sotto pressione e col cuore spezzato ucciderebbero chiunque.

Il blitz alla Diaz

Non penso ci sia bisogno di raccontare la storia del blitz alla tristemente nota scuola Diaz, dove, ancora una volta, gli eroici medici si sono resi complici di torture e sevizie varie compiute con entusiasmo dalla Polizia.

E poi, per conoscenza diretta, potrei raccontare decine di “piccole storie” dove le Forze dell’ordine hanno torturato tossici (non spacciatori, solo semplici, inermi, disperati tossicodipendenti), dagli anni ’80 in poi: ricordo ancora quando costrinsero un mio amico a bere due litri di acqua salata fino a fargli vomitare l’anima, convinti che avesse appena acquistato una bustina d’eroina e che l’avesse ingoiata prima di essere perquisito. La bustina non c’era e dopo la tortura l’hanno sbattuto fuori senza nemmeno chiedergli scusa. Ricordo anche quando ti facevano spogliare nudo/a e metterti in ginocchio, sul pavimento, davanti all’ufficiale in comando, come se lui fosse il Papa e tu una nullità da calpestare

No, cari amici, Abu Ghraib alle nostre Forze dell’ordine non ha insegnato niente: loro conoscevano ogni nefandezza possibile già da molto, molto tempo prima..

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’encomio solenne

Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga
Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga

Detto ciò, nella storia di Piacenza c’è comunque qualcosa che mi infastidisce molto. Il piagnisteo di Montella una volta arrestato? No, più sono feroci e più sono piagnoni. Lo sappiamo tutti. Il fatto che i Carabinieri venissero spronati a compiere arresti dai più alti vertici dell’Arma, tanto che la caserma Levante di Piacenza aveva ricevuto, nel 2018, un encomio solenne, conferito dal Comandante della Legione Emilia-Romagna e destinato «alle stazioni che si erano particolarmente distinte nell’espletamento del servizio istituzionale rappresentando un punto di riferimento costante e certo per la sicurezza delle rispettive cittadinanze, con particolare riguardo alla tutela delle fasce deboli»? Beh, certo, suona fortemente sarcastico, un po’ come se i torturatori/assassini inviati da Videla e Pinochet fossero stati premiati per ringraziarli degli splendidi giri in aeroplano che facevano fare alle «fasce deboli della popolazione». Ma non è nemmeno questo a darmi fastidio.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Gomorra

Quello che proprio mi è sembrato intollerabile, a livello personale, è stato constatare come la mente stupida, ancorché feroce e predatoria, dei Carabinieri di Piacenza, sia stata letteralmente assorbita dal demone dell’immaginario TV. Partiamo da quella frase di uno dei carabinieri intercettata dalla Procura:

“No, non hai capito? Hai presente Gomorra? Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo con queste cose. Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”.

Ecco, partiamo da Gomorra e da tutte le altre produzioni tipo “ZeroZeroZero” partorite da Saviano che poi, in fondo, racconta sempre la stessa storia. Certe serie Tv entrano ormai nell’immaginario delle menti prive di anticorpi come virus letali che trovano la porta aperta. Io credo che Gomorra abbia fatto un oceano di danni, in primis fra i giovanissimi ragazzi e ragazzini italiani, senza un presente né un futuro, il cui unico desiderio è diventato quello di entrare in una banda, avere una pistola e fare il criminale. Dopo i ragazzini, il virus si è insinuato anche negli adulti che, invece, un presente e un futuro ce l’avevano, come Montella e company, ma, soldi a parte, quella sensazione che devono aver provato nel malmenare gente inerme fino a diventare tutt’uno col loro sangue, sentendosi quindi uguali agli “eroi” di Gomorra che tanto li avevano colpiti, beh, quella dev’essere stata una sensazione impagabile. “Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo in queste cose.”

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’immagine del successo

Io credo che Roberto Saviano, padreterno di sinistra, dovrebbe continuare ad intascare i tanti milioni di dollari che gli entrano in tasca ma smettere di propinarci i suoi “pistolotti etico-morali”. Non solo perché essere plurimilionario e di sinistra a me (forse perché sono molto di sinistra e molto senza soldi) pare ancora un ossimoro, ma anche perché, se qualche volta dovesse affacciarsi dal suo attico di Manhattan e riflettere sul mondo, forse Saviano potrebbe anche arrivare a capire che il suo Gomorra, alla fine, ben lungi dal creare problemi a camorre e malavite organizzate, ha invece contribuito a rinforzarle.

Giuseppe Montella e la sua immagine del successo
L’appuntato Giuseppe Montella: la sua immagine del successo

Poi passiamo ad un’immagine: la foto dell’appuntato Montella con uno stupido cocktail in mano pieno di frutta e la piscina sullo sfondo. Montella sorride come farebbe un idiota in una pubblicità, perché nella sua mente è quella l’immagine del successo: piscina alle spalle, cocktail in mano e ragazza accanto, il cui volto, per questione di privacy, è stato cancellato. E perché per Montella e amici è quella l’immagine del successo? Perché l’hanno vista, centinaia e centinaia di volte, nell’ambito di serie TV di solito americane.

Da Miami Vice ad Animal Kingdom sono passati quasi cinquanta anni e migliaia di serie TV che raccontano storie malavitose, e tutte hanno cercato di insegnarci che senza cocktail, piscina e ragazze sexy non c’è successo. Magari quel cocktail del Carabiniere faceva schifo, magari Montella non sa nemmeno nuotare, ma ehi, non importa: appaio quindi sono se sono come appaio.

Carabinieri a Piacenza: il sonno della ragione da parte dello Stato

Carabinieri a Piacenza e mazzette di soldi

Poi c’è anche la foto dove i quattro Carabinieri sventolano le mazzette di soldi. A beneficio di chi? Non credo siano stati così incredibilmente stupidi da pubblicarla su Facebook. Quindi per chi era? Per i familiari, gli amici intimi, l’amante, o forse solo per riguardarsela nel telefonino, la sera, prima di andare a letto, come un nuovo tipo di favola della buonanotte? Come bambini coi soldi del Monopoli? Ma di sicuro non come vittime, ed ecco perché quelle fascette nere sugli occhi, per noi che guardiamo, sono come un cazzotto allo stomaco. Perché è da quando esiste la stampa che il mostro viene sbattuto in prima pagina, senza riguardo né per lui o lei né per la sua famiglia e spesso senza che ci siano nemmeno prove. Ma visto che si tratta di Carabinieri allora le cose cambiano: per i Carabinieri ci vuole riguardo!

Che questo riguardo, del tutto irrazionale, finisca subito. Se questo Stato ne è capace, faccia in modo che la ragione si risvegli, perché il suo sonno, come Goya ha cercato di insegnarci, genera mostri. Mostri come Giuseppe Montella e la sua orrenda combriccola.

Marvin Paranoid Android

Ognuno di noi appartenenti all’antica tribe – ormai in via d’estinzione – di quelli che amano la letteratura, ha trovato, prima o poi, un alter ego perfetto fra i protagonisti di qualche libro; Marvin Paranoid Android, il robot di Guida Galattica per Autostoppisti, saga capolavoro di Douglas Adams, è decisamente il mio alter ego.

Marvin Paranoid Android: Douglas Adams
Marvin Paranoid Android: Douglas Adams

Letteratura bella e letteratura dimenticabile

Parto da un presupposto: Guida Galattica non è un libro per geek o per soli amanti di sci-fi: è un capolavoro della letteratura. Per me non esistono generi più o meno degni. Esiste letteratura bella e letteratura dimenticabile. Ad esempio: Lovecraft, horror, è un mito e scrive come fosse dio. Philip K.Dick, sci-fi, è un genio visionario e scrive come fosse dio. Le Guin, che è riuscita a coniugare fantasy e psicanalisi, scrive come una dea. La maggior parte del mainstream che viene pubblicato da anni, invece, potrebbe trovare un impiego migliore nell’alimentare il fuoco del camino. Poi ci sono i libri dei comici, quelli dei vari Moccia e gli altri librettini per “young adult” (io a 14 anni leggevo Stendhal e Dostoevskij ma forse non ero né young né adult ma solo aliena un po’ come adesso), i cloni dei cloni dei cloni, i romanzoni lunghissimi e noiosissimi di vecchissimi e ricchissimi giornalisti, i libercoli “sui boss della politica” dei vari Bruno Vespa che solo un ominide, non so, un Australopiteco potrebbe acquistare: bene, tutti questi libri sono merda. Sì, proprio merda: infatti non vanno bene nemmeno per alimentare il fuoco nel camino.

Marvin Paranoid Android: Guida Galattica per Autostoppisti

Tornando a Guida Galattica, trilogia in cinque volumi (Adams diceva: mai stato forte in matematica): troviamo svariati personaggi che si muovono nel suo intergalattico percorso, ma, de facto, Marvin è il protagonista assoluto. Una delle descrizioni di Marvin che troviamo nel libro dice:

“… sebbene fosse magnificamente costruito e lucidato, sembrava in qualche modo come se le varie parti del suo corpo più o meno umanoide non si adattassero perfettamente. In effetti, si adattavano perfettamente, ma qualcosa nel suo portamento ha suggerito che avrebbero potuto adattarsi meglio.”

La prima e unica volta in cui Marvin viene definito paranoid android è quando Ford si rivolge al compagno di viaggio Zaphod per chiedergli: “Dobbiamo portarci dietro quel robot?” e Zaphod risponde: “Quel paranoid android? Ma sì, portiamolo!” e Ford ribatte: “Ma cosa ce ne facciamo di un robot maniaco-depressivo?” Ma poi la canzone che i Radiohead gli hanno dedicato “Paranoid Android” l’ha reso famoso con quell’appellativo

Radiohead: Paranoid Android

L’unico robot depresso della storia dellla Sci-Fi

Marvin è l’unico robot o androide depresso di tutta la storia della fantascienza. Depresso e disgustato da tutto quello che lo circonda. E d’altra parte è un prototipo del software GPP (Genuine People Personality) grazie a cui ha una notevole sensibilità, prova emozioni proprio come gli esseri umani ed ha tutte le capacità di costruirsi una personalità che è, nel suo caso, decisamente ostinata e fortemente contraria! La sua intelligenza non ha limiti, può risolvere calcoli impossibili e quesiti di matematica altissima in pochi istanti ed è praticamente in grado di fare qualsiasi cosa: utilizzare dispositivi altamente tecnologici, armi complesse e sofisticate, gestire situazioni estremamente difficili sia logisticamente che psicologicamente parlando, anche se viene utilizzato, per lo più, per compiti banali come aprire porte, accompagnare umani da una camera a un’altra, raccogliere pezzi di carta. Eppure, sia i soliti compiti estremamente facili che quelli fin troppo difficili lo lasciano annoiato e frustrato.

Bisogna però aggiungere che, se è innegabile che Marvin sia lamentoso e insofferente, è giusto dire che è un personaggio decisamente molto amato da tutti quelli che hanno letto il libro, Thom Yorke dei Radiohead compreso.

Marvin Paranoid Android: parole e dialoghi

Marvin Paranoid Android: don't talk to me about life
Marvin: Life! Don’t talk to me about life

Le tipiche frasi di Marvin sono:

“La vita puoi disprezzarla o ignorarla, ma non potrai mai fartela piacere.”

La rugiada cadendo stamattina ha fatto un rumore che non esito a definire disgustoso”

O anche: “Scusatemi se respiro, cosa che comunque non faccio mai e non so perché io mi prenda la seccatura di dirlo, oddio, quanto sono depresso!”

Per non parlare dei suoi dialoghi:

Arthur: (Parlando della Terra) era un posto bellissimo.

Marvin: C’erano gli oceani?

Arthur: Oh sì, grandi, vasti oceani azzurri.

Marvin: Non sopporto gli oceani.

E naturalmente il suo tormentone: “E poi ho questo dolore terribile in tutti i diodi del mio lato sinistro.”

Il rapporto di Marvin col resto dell’Universo

Credo che l’aggettivo migliore per definire Marvin in realtà non sia depresso, ma sconfortato in modo incurabile. Lui non riesce ad armonizzarsi con l’Universo che lo circonda, gli è proprio impossibile. Le altre macchine e computer con cui ha a che fare sono tutti creati per servire e, allo stesso tempo, rallegrare chi li ha costruiti, e Marvin li odia. Detesta Eddie, il mellifluo computer di bordo che a pochi secondi dall’esplosione dell’astronave Heart of Gold continua pacifico a cantilenare con la sua voce nasale: “Walk on, walk on with hope in your heart… and you’ll never walk alone!”; ma ancora di più odia le allegrissime porte scorrevoli della medesima astronave:

Quando la porta si richiuse, lo fece effettivamente con un sospiro di soddisfazione: “Hummmmmmmyummmmmmm ah!”

Marvin la guardò con freddo disgusto, e i suoi circuiti logici inorridirono e vibrarono, scossi dall’idea allettante di usarle violenza fisica.

Ma niente riesce a infastidirlo quanto la vita organica. Nessuno è simile a lui, nessuno è in grado di capirlo, di apprezzarlo e lui ne è perfettamente consapevole. Le creature organiche mentono, anche quando non vogliono, ma lui no, non mente mai. In compenso è continuamente sarcastico:

“Ehilà, Marvin – disse Zaphod dirigendosi verso il robot – ehilà, amico mio. Come siamo contenti di vederti!”

Marvin si girò, e per quanto lo consentiva la sua faccia di metallo guardò tutti con aria di rimprovero.

“No, non siete affatto contenti di vedermi – disse – nessuno è mai contento di vedermi”

“Ti sbagli, sai – disse Trillian – siamo veramente contenti di vederti. Pensare che sei stato qua ad aspettarci per tutto questo tempo!” Fece al robot una carezza che lo disgustò profondamente.

“Già, ho aspettato cinquecentosettantaseimila milioni e tremilacinquecentosettantanove anni – disse Marvin – una bazzecola.”

Marvin Paranoid Android: di robot, computer e androidi

Marvin Paranoid Android
Marvin, brain size of a planet

Quando parlo di vita organica, mi riferisco a tutte le più varie e bizzarre forme viventi che si incontrano nell’ambito della Guida Galattica, come, ad esempio, i materassi sobbobanti di Sconchiglioso Zeta:

Ricominciò a girare intorno alla sua gamba artificiale d’acciaio che, piantata in mezzo al fango, ruotava leggermente.

“Ma perché giri in tondo in continuazione?” chiese il materasso.

“Perché gli altri afferrino il concetto” disse Marvin, senza fermarsi.

“L’ho afferrato, amico carissimo – ciancigliò il materasso – l’ho afferrato.”

“Giusto un altro milione di anni – disse Marvin – un altro milione di anni, poi comincerò il cammino a ritroso. Tanto per variare un poco, capisci.”

Naturalmente non posso spoilerare cosa accade a Marvin alla fine, nella speranza che, fra quei pochi che dovessero leggere questo articolo fino in fondo (come vedete sono già in modalità Marvin) ce ne sia qualcuno che, non avendolo ancora fatto, decida di leggersi Guida Galattica, libro incantevole e iconico.

“Dì un po’ – chiese Arthur – vai d’accordo con gli altri robot?”

“Li odio” rispose Marvin.

Computer e androidi io invece li ho sempre amati, perfino i robot parecchio stupidi di Asimov. Perfino i perfidi replicanti di Blade Runner, bellissimi e privi d’empatia ma desiderosi di continuare la loro vita, o almeno di conoscere la loro data di scadenza. Ho amato anche Hal di Odissea nello Spazio, lui sì un po’ paranoide, ma con qualche ragione dalla sua, vi pare? Eppure nessuno di loro l’ho mai sentito così vicino come Marvin, schiacciato dall’ineluttabilità dell’esistenza, dal sentirsi diverso fra gli organici e diverso fra i robot, annichilito da quel quid che non gli permette di adattarsi al meglio ma allo stesso tempo investito dalla volontà un po’ patetica di continuare a girare in tondo solo perché qualcuno afferri il concetto. Infine amo Marvin perché condivido la consapevolezza, in lui mai affievolita nemmeno in milioni di anni, che, nella vita, per citare Vasco Rossi, “Siamo soli.”

Vasco Rossi, Siamo soli live Modena Park

Gli organismi simili a robot, come quelli fatti di carne e sangue, non sarebbero stati altro che un trampolino verso qualcosa cui, già da molto tempo, gli uomini avevano dato il nome di “spirito”. E se esisteva qualcosa di là da questo, il suo nome poteva essere soltanto Dio.

Arthur C.Clarke