Stelline e like

In campo psico-pedagogico esiste un “metodo educativo” che si chiama Token Economy, applicabile, secondo molti educatori, a bambini dai 3 anni di età fino all’adolescenza. Funziona così:

Si crea una tabella/calendario e si decidono delle regole, specifiche o generali. Se i figli sono più di uno è anche meglio: le tabelle di ogni figlio saranno appese in casa, una accanto all’altra e i bambini andranno in competizione con i propri fratelli o sorelle e questo li renderà più malleabili e desiderosi di successo. Poi ci si munisce di stelline (adesive, disegnate, fai-da-te) e a fine giornata si metterà una stellina premio sulla tabella del bambino che ha seguito le regole, e niente a chi si è “comportato male”. Per rendere il tutto ancora più appetibile, si può aggiungere un bonus: quando un bambino raggiunge un tot numero di stelline gli si fa un regalo, ma gli educatori raccomandano che il regalo non sia mai e poi mai un giocattolo, ma qualcosa tipo un gelato, o un pomeriggio col padre (se fossi una bambina direi: Ma che schifo di bonus!)

C’è anche un’ultima variabile, su cui gli educatori sono in parziale disaccordo: se il bambino si comporta male, può perdere una o più stelline faticosamente accumulate.

Stelline e like: token economy
Stelline e like: la tabella della Token economy

Stelline e like: bambini e animali marini

Un po’ come il pesce che danno ai poveri mammiferi marini in quelle mostruosità che chiamano sea parks quando la foca, il delfino o l’orca fanno quello che gli addestratori vogliono da loro. Per fortuna, ogni tanto, ci sono animali che disubbidiscono (vedi l’orca Tilikum) ma questa è tutta un’altra storia.

Detto ciò passiamo alle stelline degli adulti, che si chiamano “like”, ma non prima di ricordare forse l’unica frase veramente intelligente che il Berlusconi imprenditore, tanto tempo fa, suggeriva ai suoi venditori alle conventions di Publitalia: “Considerate sempre che il pubblico è come un bambino di 11 anni nemmeno troppo sveglio.”

La nascita dei like

Con Facebook e gli altri Social Media, che sono merce mentre noi fruitori siamo pubblico, possiamo senz’altro dire che il pubblico non è più un bambino scemo di 11 anni, ma una massa di bambinoni in forte ritardo mentale di non oltre 3 o 4 anni. Il like con il thumb up è apparso per la prima volta su Facebook nel 2009, per risolvere la problematica dei troppi commenti uguali e inutili che la gente esprimeva. Quindi Zuckerberg e amici hanno pensato ad un bottone che sintetizzasse il tutto con un’immagine; un po’ come un viaggio all’indietro nel tempo: visto che il linguaggio, parlato e soprattutto scritto è la capacità migliore che l’uomo sia riuscito ad esprimere nella sua – chiamiamola – evoluzione, facciamo tornare l’uomo all’epoca delle incisioni rupestri o paleoglifi che dir si voglia. Insomma, alla preistoria.

Stelline e like: incisioni rupestri in Valcamonica
Incisioni rupestri di epoca preistorica in Valcamonica

Chi dobbiamo ringraziare per l’invenzione dei like?

C’è tutta una “letteratura” su chi sia stato ad inventare il like. Alcuni dicono siano stati due fra gli allora soci di Zuckerberg: Rosenstein o Leah Pearlman, che hanno poi entrambi lasciato Facebook, miliardari, per creare social media dedicati allo yoga, o addirittura strisce di fumetti dedicate all’amore universale. I soldi, comunque, se li sono tenuti stretti, forse in onore dell’amore universale per il denaro. In realtà il tasto like esisteva già in un social media sconosciuto, Friendfeed, acquistato da Zuckerberg per 50 milioni di dollari (spiccioli, per lui), ma da quando è uscito su Facebook si è diffuso a macchia d’olio in tutti i social media esistenti, perfino in quelli cinesi e russi.

Le strisce comic sull’amore universale by Leah Pearlman

Siamo quindi un intero mondo di bambini in cerca dell’approvazione di mamma e papà e ci fa piacere ricevere una stellina/like quando scriviamo una stronzata su Youtube o pubblichiamo qualcosa che non frega a nessuno su Facebook. Io stessa, che ho sempre usato molto Youtube, perché amo la musica e mi piace chiacchierare in inglese, principalmente con gli americani, ho ancora un micro-nanosecondo di gratificazione quando ricevo la scritta “A qualcuno è piaciuto eccetera” che ti manda Youtube. Subito dopo, però, mi dico: “Ma sei completamente scema?” La cosa più divertente, nell’osservare l’utilizzo dei like da parte della gente, è notarne da una parte la “tirchieria”, e dall’altra l’improvvisa generosità quando vedono che i like su un commento o un post sono già tanti. Quindi in parte siamo bambini capricciosi, del tipo “No, no, no. A questo/a il like non glielo voglio dare” e in parte siamo Walking dead, alla ricerca del branco con cui marciare uno dietro l’altro.

Stelline e like: il nuovo Linguaggio Scritto

I like sono diventati il vero motore dei Social Media: i contenuti sono ormai inesistenti, sempre che non si parli di cose da vendere (merci varie o adesioni ad associazioni di qualsiasi genere) e la gente non riesce a leggere niente che sia più lungo di 100 caratteri e qualche faccina. A meno che non ci sia da insultare, bullizzare e litigare: solo in questi casi la gente ritrova l’uso, di solito molto sgrammaticato, della parola scritta. Il like è andato oltre ai migliori propositi dei suoi creatori, è diventato il Linguaggio Scritto con cui la gente finge di comunicare. I like sono diventati un’entità così potente da spaventare anche coloro che li hanno creati.

Stelline e like: Jack Dorsey
Jack Dorsey, Ceo di Twitter

Ultimamente i più famosi Social Media hanno cercato di fare esperimenti in cui i like venivano eliminati (magari un po’ alla volta, a scalare, come si fa con le dipendenze da qualche droga) o almeno dove eliminavano il loro conteggio. Jack Dorsey, CEO di Twitter, già da tempo si è dichiarato consapevole dell’eccessiva e negativa importanza che hanno assunto i like. Perfino Zuckerberg, più su Instagram che su Facebook, ha cercato di eliminare il conteggio dei like, anche per evitare i sempre più diffusi commerci di like, che, come tutte le cose rilevanti, vengono venduti e comprati per rendere più forti influencer e pagine potenti.

Stelline e like: mai togliere le stelline a un bambino

Contro chi si sono scontrati i CEO dei Social Media in questo tentativo di riassestamento dei like? Con il pubblico, che ha reagito furioso e preoccupatissimo. Mica ci vorrete togliere le stelline faticosamente accumulate, giusto? Perfino molti educatori pur favorevoli alla patetica e fuorviante Token Economy dicono che togliere a un bambino le stelline accumulate è una cattiveria, in certi casi un piccolo trauma.

Noi, però, non siamo bambini. Senza le stelline, forse, potremmo anche riuscire a sopravvivere…

Carabinieri a Piacenza e serie TV

Non sono in grado di dire cosa abbia stupito particolarmente la gente nella disgustosa faccenda della caserma Levante dei Carabinieri a Piacenza. Per quanto riguarda me, la sola cosa che mi ha stupito è che tutta la faccenda sia uscita fuori. Che un appuntato dallo stipendio di 1300 euro al mese, con moglie e figlio, potesse vivere in una villona e cambiare in pochi anni sedici fra moto e macchine, sempre più belle, fino a comprarsi una Mercedes Classe A e una Ducati Hypermotard senza che questo facesse sorgere dubbi o domande fra i suoi più alti superiori o anche solo all’Agenzia delle Entrate non mi stupisce.

Prima di Piacenza abbiamo avuto decine e decine di anni in cui le malefatte dei Carabinieri (e della Polizia), pur evidenti, sono sempre rimaste impunite. E se sono rimaste impunite è perché questa è sempre stata la volontà politica, di ogni governo, e certamente l’interesse dei capi delle Forze dell’ordine. 

Carabinieri che commettono crimini: Stefano Cucchi

La più famosa fra le malefatte, per quanto concerne i media, è l’omicidio di Stefano Cucchi, ragazzo fragile e del tutto inerme massacrato di botte fino ad ucciderlo.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Stefano Cucchi pestato a morte
Stefano Cucchi pestato a morte dai Carabinieri

Anche l’ultimo dei medici legali non asserviti avrebbe riconosciuto una morte dovuta a pestaggio ma il sistema omertoso deve riguardare tutti oppure non funziona: ci sono voluti dieci anni di lotta da parte dell’eccezionale sorella di Stefano e un Carabiniere dotato di coscienza che alla fine ha parlato, sapendo bene che questo gli avrebbe distrutto vita e carriera, perché la verità uscisse fuori.

L’omicidio di Serena Mollicone

Carabinieri a Piacenza e serie TV: omicidio commesso da carabinieri di Serena Mollicone
Serena Mollicone

Poi c’è l’omicidio di Serena Mollicone ad Arce. Se non conoscete la storia andate a leggervela su questo link, è davvero così assurda da sembrare un film. Certo, in quel caso i Carabinieri che avevano ucciso Serena e quelli che avevano coperto il suo assassino, essendo anche coloro che avrebbero dovuto indagare sulla sua morte, hanno avuto gioco facile nel depistaggio, cercando di accollare il delitto a un poveraccio che è diventato una delle tante vittime provocate da questa storia. Adesso, dopo “soli” 19 anni, il Tribunale di Cassino ha rinviato a giudizio per concorso in omicidio i carabinieri Vincenzo Quatrale, Francesco Suprano e l’ex comandante della stazione di Arce Franco Mottola, insieme alla moglie Anna Maria e al figlio Marco. Quatrale è accusato anche di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi (un “suicidio” balisticamente impossibile.) Nel frattempo il padre di Serena, che in questi venti anni si è battuto per avere giustizia, è morto, e d’altra parte venti interminabili anni sotto pressione e col cuore spezzato ucciderebbero chiunque.

Il blitz alla Diaz

Non penso ci sia bisogno di raccontare la storia del blitz alla tristemente nota scuola Diaz, dove, ancora una volta, gli eroici medici si sono resi complici di torture e sevizie varie compiute con entusiasmo dalla Polizia.

E poi, per conoscenza diretta, potrei raccontare decine di “piccole storie” dove le Forze dell’ordine hanno torturato tossici (non spacciatori, solo semplici, inermi, disperati tossicodipendenti), dagli anni ’80 in poi: ricordo ancora quando costrinsero un mio amico a bere due litri di acqua salata fino a fargli vomitare l’anima, convinti che avesse appena acquistato una bustina d’eroina e che l’avesse ingoiata prima di essere perquisito. La bustina non c’era e dopo la tortura l’hanno sbattuto fuori senza nemmeno chiedergli scusa. Ricordo anche quando ti facevano spogliare nudo/a e metterti in ginocchio, sul pavimento, davanti all’ufficiale in comando, come se lui fosse il Papa e tu una nullità da calpestare

No, cari amici, Abu Ghraib alle nostre Forze dell’ordine non ha insegnato niente: loro conoscevano ogni nefandezza possibile già da molto, molto tempo prima..

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’encomio solenne

Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga
Carabinieri a Piacenza e serie TV: la caserma dello spaccio di droga

Detto ciò, nella storia di Piacenza c’è comunque qualcosa che mi infastidisce molto. Il piagnisteo di Montella una volta arrestato? No, più sono feroci e più sono piagnoni. Lo sappiamo tutti. Il fatto che i Carabinieri venissero spronati a compiere arresti dai più alti vertici dell’Arma, tanto che la caserma Levante di Piacenza aveva ricevuto, nel 2018, un encomio solenne, conferito dal Comandante della Legione Emilia-Romagna e destinato «alle stazioni che si erano particolarmente distinte nell’espletamento del servizio istituzionale rappresentando un punto di riferimento costante e certo per la sicurezza delle rispettive cittadinanze, con particolare riguardo alla tutela delle fasce deboli»? Beh, certo, suona fortemente sarcastico, un po’ come se i torturatori/assassini inviati da Videla e Pinochet fossero stati premiati per ringraziarli degli splendidi giri in aeroplano che facevano fare alle «fasce deboli della popolazione». Ma non è nemmeno questo a darmi fastidio.

Carabinieri a Piacenza e serie TV: Gomorra

Quello che proprio mi è sembrato intollerabile, a livello personale, è stato constatare come la mente stupida, ancorché feroce e predatoria, dei Carabinieri di Piacenza, sia stata letteralmente assorbita dal demone dell’immaginario TV. Partiamo da quella frase di uno dei carabinieri intercettata dalla Procura:

“No, non hai capito? Hai presente Gomorra? Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo con queste cose. Tu devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato”.

Ecco, partiamo da Gomorra e da tutte le altre produzioni tipo “ZeroZeroZero” partorite da Saviano che poi, in fondo, racconta sempre la stessa storia. Certe serie Tv entrano ormai nell’immaginario delle menti prive di anticorpi come virus letali che trovano la porta aperta. Io credo che Gomorra abbia fatto un oceano di danni, in primis fra i giovanissimi ragazzi e ragazzini italiani, senza un presente né un futuro, il cui unico desiderio è diventato quello di entrare in una banda, avere una pistola e fare il criminale. Dopo i ragazzini, il virus si è insinuato anche negli adulti che, invece, un presente e un futuro ce l’avevano, come Montella e company, ma, soldi a parte, quella sensazione che devono aver provato nel malmenare gente inerme fino a diventare tutt’uno col loro sangue, sentendosi quindi uguali agli “eroi” di Gomorra che tanto li avevano colpiti, beh, quella dev’essere stata una sensazione impagabile. “Le scene di Gomorra… guarda che è stato uguale. Ed io ci sguazzo in queste cose.”

Carabinieri a Piacenza e serie TV: l’immagine del successo

Io credo che Roberto Saviano, padreterno di sinistra, dovrebbe continuare ad intascare i tanti milioni di dollari che gli entrano in tasca ma smettere di propinarci i suoi “pistolotti etico-morali”. Non solo perché essere plurimilionario e di sinistra a me (forse perché sono molto di sinistra e molto senza soldi) pare ancora un ossimoro, ma anche perché, se qualche volta dovesse affacciarsi dal suo attico di Manhattan e riflettere sul mondo, forse Saviano potrebbe anche arrivare a capire che il suo Gomorra, alla fine, ben lungi dal creare problemi a camorre e malavite organizzate, ha invece contribuito a rinforzarle.

Giuseppe Montella e la sua immagine del successo
L’appuntato Giuseppe Montella: la sua immagine del successo

Poi passiamo ad un’immagine: la foto dell’appuntato Montella con uno stupido cocktail in mano pieno di frutta e la piscina sullo sfondo. Montella sorride come farebbe un idiota in una pubblicità, perché nella sua mente è quella l’immagine del successo: piscina alle spalle, cocktail in mano e ragazza accanto, il cui volto, per questione di privacy, è stato cancellato. E perché per Montella e amici è quella l’immagine del successo? Perché l’hanno vista, centinaia e centinaia di volte, nell’ambito di serie TV di solito americane.

Da Miami Vice ad Animal Kingdom sono passati quasi cinquanta anni e migliaia di serie TV che raccontano storie malavitose, e tutte hanno cercato di insegnarci che senza cocktail, piscina e ragazze sexy non c’è successo. Magari quel cocktail del Carabiniere faceva schifo, magari Montella non sa nemmeno nuotare, ma ehi, non importa: appaio quindi sono se sono come appaio.

Carabinieri a Piacenza: il sonno della ragione da parte dello Stato

Carabinieri a Piacenza e mazzette di soldi

Poi c’è anche la foto dove i quattro Carabinieri sventolano le mazzette di soldi. A beneficio di chi? Non credo siano stati così incredibilmente stupidi da pubblicarla su Facebook. Quindi per chi era? Per i familiari, gli amici intimi, l’amante, o forse solo per riguardarsela nel telefonino, la sera, prima di andare a letto, come un nuovo tipo di favola della buonanotte? Come bambini coi soldi del Monopoli? Ma di sicuro non come vittime, ed ecco perché quelle fascette nere sugli occhi, per noi che guardiamo, sono come un cazzotto allo stomaco. Perché è da quando esiste la stampa che il mostro viene sbattuto in prima pagina, senza riguardo né per lui o lei né per la sua famiglia e spesso senza che ci siano nemmeno prove. Ma visto che si tratta di Carabinieri allora le cose cambiano: per i Carabinieri ci vuole riguardo!

Che questo riguardo, del tutto irrazionale, finisca subito. Se questo Stato ne è capace, faccia in modo che la ragione si risvegli, perché il suo sonno, come Goya ha cercato di insegnarci, genera mostri. Mostri come Giuseppe Montella e la sua orrenda combriccola.

Marvin Paranoid Android

Ognuno di noi appartenenti all’antica tribe – ormai in via d’estinzione – di quelli che amano la letteratura, ha trovato, prima o poi, un alter ego perfetto fra i protagonisti di qualche libro; Marvin Paranoid Android, il robot di Guida Galattica per Autostoppisti, saga capolavoro di Douglas Adams, è decisamente il mio alter ego.

Marvin Paranoid Android: Douglas Adams
Marvin Paranoid Android: Douglas Adams

Letteratura bella e letteratura dimenticabile

Parto da un presupposto: Guida Galattica non è un libro per geek o per soli amanti di sci-fi: è un capolavoro della letteratura. Per me non esistono generi più o meno degni. Esiste letteratura bella e letteratura dimenticabile. Ad esempio: Lovecraft, horror, è un mito e scrive come fosse dio. Philip K.Dick, sci-fi, è un genio visionario e scrive come fosse dio. Le Guin, che è riuscita a coniugare fantasy e psicanalisi, scrive come una dea. La maggior parte del mainstream che viene pubblicato da anni, invece, potrebbe trovare un impiego migliore nell’alimentare il fuoco del camino. Poi ci sono i libri dei comici, quelli dei vari Moccia e gli altri librettini per “young adult” (io a 14 anni leggevo Stendhal e Dostoevskij ma forse non ero né young né adult ma solo aliena un po’ come adesso), i cloni dei cloni dei cloni, i romanzoni lunghissimi e noiosissimi di vecchissimi e ricchissimi giornalisti, i libercoli “sui boss della politica” dei vari Bruno Vespa che solo un ominide, non so, un Australopiteco potrebbe acquistare: bene, tutti questi libri sono merda. Sì, proprio merda: infatti non vanno bene nemmeno per alimentare il fuoco nel camino.

Marvin Paranoid Android: Guida Galattica per Autostoppisti

Tornando a Guida Galattica, trilogia in cinque volumi (Adams diceva: mai stato forte in matematica): troviamo svariati personaggi che si muovono nel suo intergalattico percorso, ma, de facto, Marvin è il protagonista assoluto. Una delle descrizioni di Marvin che troviamo nel libro dice:

“… sebbene fosse magnificamente costruito e lucidato, sembrava in qualche modo come se le varie parti del suo corpo più o meno umanoide non si adattassero perfettamente. In effetti, si adattavano perfettamente, ma qualcosa nel suo portamento ha suggerito che avrebbero potuto adattarsi meglio.”

La prima e unica volta in cui Marvin viene definito paranoid android è quando Ford si rivolge al compagno di viaggio Zaphod per chiedergli: “Dobbiamo portarci dietro quel robot?” e Zaphod risponde: “Quel paranoid android? Ma sì, portiamolo!” e Ford ribatte: “Ma cosa ce ne facciamo di un robot maniaco-depressivo?” Ma poi la canzone che i Radiohead gli hanno dedicato “Paranoid Android” l’ha reso famoso con quell’appellativo

Radiohead: Paranoid Android

L’unico robot depresso della storia dellla Sci-Fi

Marvin è l’unico robot o androide depresso di tutta la storia della fantascienza. Depresso e disgustato da tutto quello che lo circonda. E d’altra parte è un prototipo del software GPP (Genuine People Personality) grazie a cui ha una notevole sensibilità, prova emozioni proprio come gli esseri umani ed ha tutte le capacità di costruirsi una personalità che è, nel suo caso, decisamente ostinata e fortemente contraria! La sua intelligenza non ha limiti, può risolvere calcoli impossibili e quesiti di matematica altissima in pochi istanti ed è praticamente in grado di fare qualsiasi cosa: utilizzare dispositivi altamente tecnologici, armi complesse e sofisticate, gestire situazioni estremamente difficili sia logisticamente che psicologicamente parlando, anche se viene utilizzato, per lo più, per compiti banali come aprire porte, accompagnare umani da una camera a un’altra, raccogliere pezzi di carta. Eppure, sia i soliti compiti estremamente facili che quelli fin troppo difficili lo lasciano annoiato e frustrato.

Bisogna però aggiungere che, se è innegabile che Marvin sia lamentoso e insofferente, è giusto dire che è un personaggio decisamente molto amato da tutti quelli che hanno letto il libro, Thom Yorke dei Radiohead compreso.

Marvin Paranoid Android: parole e dialoghi

Marvin Paranoid Android: don't talk to me about life
Marvin: Life! Don’t talk to me about life

Le tipiche frasi di Marvin sono:

“La vita puoi disprezzarla o ignorarla, ma non potrai mai fartela piacere.”

La rugiada cadendo stamattina ha fatto un rumore che non esito a definire disgustoso”

O anche: “Scusatemi se respiro, cosa che comunque non faccio mai e non so perché io mi prenda la seccatura di dirlo, oddio, quanto sono depresso!”

Per non parlare dei suoi dialoghi:

Arthur: (Parlando della Terra) era un posto bellissimo.

Marvin: C’erano gli oceani?

Arthur: Oh sì, grandi, vasti oceani azzurri.

Marvin: Non sopporto gli oceani.

E naturalmente il suo tormentone: “E poi ho questo dolore terribile in tutti i diodi del mio lato sinistro.”

Il rapporto di Marvin col resto dell’Universo

Credo che l’aggettivo migliore per definire Marvin in realtà non sia depresso, ma sconfortato in modo incurabile. Lui non riesce ad armonizzarsi con l’Universo che lo circonda, gli è proprio impossibile. Le altre macchine e computer con cui ha a che fare sono tutti creati per servire e, allo stesso tempo, rallegrare chi li ha costruiti, e Marvin li odia. Detesta Eddie, il mellifluo computer di bordo che a pochi secondi dall’esplosione dell’astronave Heart of Gold continua pacifico a cantilenare con la sua voce nasale: “Walk on, walk on with hope in your heart… and you’ll never walk alone!”; ma ancora di più odia le allegrissime porte scorrevoli della medesima astronave:

Quando la porta si richiuse, lo fece effettivamente con un sospiro di soddisfazione: “Hummmmmmmyummmmmmm ah!”

Marvin la guardò con freddo disgusto, e i suoi circuiti logici inorridirono e vibrarono, scossi dall’idea allettante di usarle violenza fisica.

Ma niente riesce a infastidirlo quanto la vita organica. Nessuno è simile a lui, nessuno è in grado di capirlo, di apprezzarlo e lui ne è perfettamente consapevole. Le creature organiche mentono, anche quando non vogliono, ma lui no, non mente mai. In compenso è continuamente sarcastico:

“Ehilà, Marvin – disse Zaphod dirigendosi verso il robot – ehilà, amico mio. Come siamo contenti di vederti!”

Marvin si girò, e per quanto lo consentiva la sua faccia di metallo guardò tutti con aria di rimprovero.

“No, non siete affatto contenti di vedermi – disse – nessuno è mai contento di vedermi”

“Ti sbagli, sai – disse Trillian – siamo veramente contenti di vederti. Pensare che sei stato qua ad aspettarci per tutto questo tempo!” Fece al robot una carezza che lo disgustò profondamente.

“Già, ho aspettato cinquecentosettantaseimila milioni e tremilacinquecentosettantanove anni – disse Marvin – una bazzecola.”

Marvin Paranoid Android: di robot, computer e androidi

Marvin Paranoid Android
Marvin, brain size of a planet

Quando parlo di vita organica, mi riferisco a tutte le più varie e bizzarre forme viventi che si incontrano nell’ambito della Guida Galattica, come, ad esempio, i materassi sobbobanti di Sconchiglioso Zeta:

Ricominciò a girare intorno alla sua gamba artificiale d’acciaio che, piantata in mezzo al fango, ruotava leggermente.

“Ma perché giri in tondo in continuazione?” chiese il materasso.

“Perché gli altri afferrino il concetto” disse Marvin, senza fermarsi.

“L’ho afferrato, amico carissimo – ciancigliò il materasso – l’ho afferrato.”

“Giusto un altro milione di anni – disse Marvin – un altro milione di anni, poi comincerò il cammino a ritroso. Tanto per variare un poco, capisci.”

Naturalmente non posso spoilerare cosa accade a Marvin alla fine, nella speranza che, fra quei pochi che dovessero leggere questo articolo fino in fondo (come vedete sono già in modalità Marvin) ce ne sia qualcuno che, non avendolo ancora fatto, decida di leggersi Guida Galattica, libro incantevole e iconico.

“Dì un po’ – chiese Arthur – vai d’accordo con gli altri robot?”

“Li odio” rispose Marvin.

Computer e androidi io invece li ho sempre amati, perfino i robot parecchio stupidi di Asimov. Perfino i perfidi replicanti di Blade Runner, bellissimi e privi d’empatia ma desiderosi di continuare la loro vita, o almeno di conoscere la loro data di scadenza. Ho amato anche Hal di Odissea nello Spazio, lui sì un po’ paranoide, ma con qualche ragione dalla sua, vi pare? Eppure nessuno di loro l’ho mai sentito così vicino come Marvin, schiacciato dall’ineluttabilità dell’esistenza, dal sentirsi diverso fra gli organici e diverso fra i robot, annichilito da quel quid che non gli permette di adattarsi al meglio ma allo stesso tempo investito dalla volontà un po’ patetica di continuare a girare in tondo solo perché qualcuno afferri il concetto. Infine amo Marvin perché condivido la consapevolezza, in lui mai affievolita nemmeno in milioni di anni, che, nella vita, per citare Vasco Rossi, “Siamo soli.”

Vasco Rossi, Siamo soli live Modena Park

Gli organismi simili a robot, come quelli fatti di carne e sangue, non sarebbero stati altro che un trampolino verso qualcosa cui, già da molto tempo, gli uomini avevano dato il nome di “spirito”. E se esisteva qualcosa di là da questo, il suo nome poteva essere soltanto Dio.

Arthur C.Clarke

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV

Lilli Gruber e i suoi amici giornalisti

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV è trasversale. Vanno dal pensiero moderato a quello di estrema destra ma sono un po’ tutti amici, e soprattutto, sono sempre gli stessi. Pochi e pagati come rockstar, ma senza saper suonare né cantare, e, spesso, senza avere assolutamente niente da dire.

Prendiamo ad esempio un tipico programma televisivo “giornalistico” serale, da italiano moderato e perbene, come il programma “8 e mezzo” di Lilli Gruber. Diventare ospite fisso “la sera a casa di Lilli” è un onore raro, che, come tutti gli onori rari, viene concesso solo agli amici più intimi. I giornalisti che passano le serate con Lilli, infatti, non solo vengono strapagati, ma fanno anche una rapidissima carriera nel loro ambito. Massimo Giannini, ad esempio, è appena diventato direttore della Stampa. Andrea Scanzi, oltre a scrivere sul Fatto Quotidiano ha avuto in sorte un programma suo su Nove e sta praticamente sempre in TV come “tuttologo” una sera qui, una sera lì. (Io, sinceramente, non credo che di Scanzi ne possa esistere uno solo. Immagino ne abbiano costruiti almeno sei o sette.)

Ma la sera a casa di Lilli

La sera a casa di Lilli: A casa di Luca

Sempre dalla Gruber, quando poi non c’è Scanzi, allora c’è Travaglio, un altro che la sera sta fisso in tv SEMPRE, va in giro a fare spettacoli teatrali dove non ho la minima idea di cosa faccia e, nei ritagli di tempo dirige un giornale, dove la sola cosa leggibile è il suo editoriale. E del resto nel suo giornale Travaglio è supportato da punte di diamante come Selvaggia Lucarelli, che da attrice televisiva si è poi riciclata in “tuttologa” e infine giornalista. Per non parlare della lunga collaborazione fra il Fatto quotidiano e il politico aka “qualsiasi altro mestiere” Di Battista. Del resto, bisogna pur dirlo: fare il giornalista non è come fare il neurochirurgo; se scrivi o parli come un cane non rischi di ammazzare nessuno, e quindi avanti tutta!

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV

Altri due che non mancano mai da Lilli sono Sallusti, direttore de Il giornale e tristemente noto per aver detto – di recente, sempre in tv – che “Sapete, c’erano anche nazisti buoni”. Non lo sapevamo, no, ma deduco che Sallusti immagini se stesso come uno di loro. E poi le new entry femminili: Marianna Aprile, redattrice nientemeno che della rivista Oggi ed ex giornalista di (wow) Novella 2000 e tale Cuzzocrea, che ha lo sguardo da aliena spaventata e quando apre la bocca non se ne accorge nessuno ma è presente dalla Gruber quasi quanto Travaglio.

Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: Marco Travaglio
Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in tV: Marco Travaglio

Negli ultimi mesi la Gruber ha sempre avuto ospite fisso anche il virologo dall’occhio assonnato, utile alla conversazione e all’informazione medica come un buco nel gomito. Nei due mesi di paura da Covid-19 e di lockdown, Lilli Gruber è riuscita a parlare sempre dello stesso identico argomento con le stesse identiche persone. Forse ha vinto una scommessa o ha battuto qualche record. Se non ricordo male Einstein diceva che “la follia sta nel compiere sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi.” Se Einstein aveva ragione, devo dedurre che la follia della Gruber sia ormai conclamata. Assieme al rincoglionimento del pubblico televisivo che, come diceva saggiamente Berlusconi già negli anni ’90, è come un bambino di undici anni nemmeno troppo sveglio.

Altri giornalisti della lobby “sempre in TV”

Altri giornalisti che, fra la Gruber e le altre trasmissioni pseudo-giornalistiche stanno sempre in mezzo sono: Antonio Padellaro, Beppe Severgnini, Luca Telese, Massimo Franco, lo scrittore ex magistrato Carofiglio, Marco Damilano, Maurizio Belpietro, Walter Veltroni che, dopo aver fatto il politico di professione per quasi tutta la sua non breve vita ed averne tratto, oltre a una maxi-pensione, contatti, amicizie che contano molto, favori da riscuotere, oggi si presenta a volte come “scrittore”, altre come “regista di cinema”, a seconda di cosa deve promuovere: quanto invidio le facce di bronzo! Scusatemi se ho mancato di citare qualcuno, ma bisogna anche dire che sì, è vero, sono pochi, ma anche fortemente dimenticabili.

Nessuno legge più i giornali  

Ma, soprattutto, dobbiamo dire quello che tutti sanno perfettamente: i giornali ormai non li legge più nessuno, né su carta stampata nel sul formato online. Questo perché la gente – di destra, di centro, di sinistra, in modo trasversale come la lobby di Lilli – non legge più nulla che superi i 200 caratteri con 2 faccine. Di conseguenza, se già prima i giornali erano insulsi, poco stimolanti, indirizzati politicamente in modo così smaccato e fastidioso, oggi sono – direttamente – carta straccia. Ma continuano ad esistere per via di partiti politici o gruppi di potere che si tirano dietro – economicamente – questi ormai inutili carrozzoni perché evidentemente ritengono di avere ancora bisogno di qualcuno che getti fumo negli occhi della gente al posto loro o assieme a loro. Ed ecco perché i giornalisti della lobby “amici di Lilli” poi fanno carriera, perché, sera dopo sera, diventano come i testimonial famosi di una marca di pasta o di una passata di pomodoro.

La lobby dei giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: Action-Figures

Giornalisti della carta stampata che stanno sempre in TV: action-figure da Fortnite
Action Figure del video-game Fortnite

Che il giornalismo televisivo sia sempre stato una pagliacciata, questo lo sappiamo tutti fin da quando eravamo bambini. Ma che, col crollo dei giornali stampati l’informazione sia ormai solo in mano a tv e social, è la nuova realtà mondiale. Questa è ormai l’informazione, facciamocene una ragione, perché dove non esiste informazione libera non esiste libertà. I Montanelli, i Bocca, l’unico e favoloso Beniamino Placido così come i Woodward e i Bernstein, ma anche l’Oriana Fallaci reporter in Viet-nam sono stati sostituiti non da umani incapaci e nemmeno da replicanti, ma da action-figures, categoria di piccole bambole che riproducono, in versione snodabile, personaggi famosi di film, serie televisive, campioni sportivi, manga. Adesso, a quanto pare, anche giornalisti.   

Oriana Fallaci reporter in Vietnam

  

Il nuovo spot Lavazza Chaplin e i media di McLuhan

Il nuovo spot Lavazza Chaplin

Il nuovo spot Lavazza Chaplin, che da alcuni giorni viene mandato a raffica su tutte le televisioni italiane: vediamo il classico montaggio di immagini che ci raccontano un mondo tanto bello quanto inesistente, con il famoso monologo di Chaplin preso dal film Il grande dittatore:

“Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca. È sufficiente per tutti noi. Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Voi avete il potere di rendere questa vita libera e magnifica, di trasformarla in un’avventura meravigliosa. Combattiamo per un mondo nuovo, un mondo giusto, che dia a tutti un lavoro. Ai giovani un futuro e agli anziani la sicurezza. Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso, diano a tutti gli uomini il benessere. Uniamoci tutti!”

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: Il grande dittatore
Il nuovo spot Lavazza Chaplin: Il Grande Dittatore

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: la New Humanity

Alla fine di tutto ciò, insieme al marchio Lavazza, appare la scritta #NewHumanity, questa ipotetica nuova umanità che a me – sarò fuorviata – ha fatto subito venire in mente il Nuovo Mondo o Brave New World di Aldous Huxley, che, come tutti sanno, è un mondo che non ha nulla di nuovo né di coraggioso. Al contrario, è un mondo di schiavi e padroni, proprio come quello attuale.

Andando poi a riascoltare il monologo del Grande Dittatore, prima di tutto notiamo quanto sia datato, ed è normale che lo sia, visto che da quel film sono passati ben 80 anni. In questo mondo c’è posto per tutti: sfortunatamente non è vero. All’epoca di Chaplin di sicuro non avevamo ancora raggiunto il numero di 2 miliardi, mentre alla fine del 2019 raggiungevamo quasi gli 8 miliardi di esseri umani. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. Non è mai stato vero e di sicuro non lo è adesso, sempre per lo stesso motivo di prima: siamo troppi e la natura siamo abituati a predarla e razziarla. Combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Nel 1940, anno in cui fu girato il film, gli americani non erano ancora entrati in guerra, ma di lì a meno di due anni avrebbero dato ufficialmente il via al Progetto Manhattan che nel 1945 li avrebbe portati a lanciare la loro scienza su Hiroshima e Nagasaki, per non parlare di tutti i morti negli esperimenti sull’atomica fatti precedentemente in Nevada, e quindi pensare che scienza, progresso e benessere potessero diventare un unicum era già piuttosto ipocrita allora, ma adesso è una sorta di insulto.

Gli Stati Uniti d’America lanciano la loro scienza su Hiroshima. Il video è volutamente privo di audio

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: possibile far incazzare tutti? Possibile!

La cosa peculiare di questo spot è di essere riuscito a far infuriare la gente di sinistra, quella di estrema destra e tutti quelli che si sentono presi in giro da pubblicitari che, per venderti una merce – caffè, in questo caso – si sentono in diritto di affliggerti con un discorsetto morale e etico.

Esempio di protesta di sinistra:

“Chi #Lavazza, quelli che comprano il caffè pagato quattro soldi dagli indigeni e lo rivendono 20 volte tanto?” utente Twitter.

Esempio di protesta di (spero estrema) destra:

“Meno male che non bevo caffè, non corro il rischio di dare soldi alla #Lavazza per ingurgitare un esotico intruglio, oltretutto pubblicizzato con uno spot che gronda insopportabile propaganda antifascista e antirazzista.” utente Twitter.

Esempio di protesta di chi si sente preso in giro:

“Lo spot della #Lavazza puzza di retorica nauseabonda, come la maggior parte degli spot attuali. Non era meglio continuare con quella pantomima di San Pietro in paradiso? Mai prendersi troppo sul serio, soprattutto se si deve semplicemente vendere del caffè.” utente Twitter

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: entra in scena il Social media Manager

Poi, quando si dice che piove sempre sul bagnato, ci si mette anche “il Social media Manager” del Fatto quotidiano a dire la sua, sul blog del giornale medesimo:

“Io non mi ritrovo nel dibattito buonista/ non buonista, sono categorie che non uso. Trovo semplicemente che Lavazza sia arrivata molto in ritardo su un modo di fare pubblicità vecchio di almeno vent’anni in cui l’obiettivo di impresa (il profitto) sembra eclissarsi dietro a un messaggio positivo per l’umanità, con lo scopo ultimo di far associare ai consumatori valori positivi con il proprio marchio… Secondo me è stata un’operazione stonata, nel senso che non darà niente di più a Lavazza, è troppo fuori Sync. Ormai questo tipo di meccanismi sono stati svelati e il pubblico ne è pienamente consapevole…”

Che il “Social media Manager” del Fatto quotidiano non usi quelle che chiama “categorie nel dibattito buonista/non buonista” ne eravamo tutti certi. Che l’obiettivo di un’impresa sia il profitto è una rivelazione di cui gli saremo eternamente grati. Che essere fuori sync non significa stonare, però, Scanzi (che immagino ami la musica, visti i poster di Celentano ed Eric Clapton davanti a cui si fa sempre inquadrare) glielo poteva anche spiegare. Ma soprattutto, che questo tipo di meccanismi siano stati svelati e la gente li riconosca, invece, è proprio una stupidaggine grossa come il mondo, nuovo o vecchio che sia. Ma del resto, immagino che nell’università da social media manager (a proposito, chissà se è la Ferragni con quel marito sempre più fuori sync a consegnare la laurea) non credo si studi McLuhan.

Il nuovo spot Lavazza Chaplin e i media di McLuhan

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: foto di Marshall McLuhan
Il nuovo spot Lavazza Chaplin: Marshall McLuhan

Marshall McLuhan, geniale sociologo, filosofo e professore canadese, morto nel 1980, è diventato famoso – in poche e semplici parole – per la sua teoria sui media, che, secondo lui vanno considerati non tanto in base ai contenuti, ma in base ai criteri strutturali con cui la comunicazione viene organizzata. Da qui la famosa frase “Medium is the message” ovvero “il mezzo è il messaggio”. In “Undestanding media” Mc Luhan dice:

“Si può dunque asserire che qualsiasi tecnologia costituisce un medium nel senso che è un’estensione e un potenziamento delle facoltà umane, e in quanto tale genera un messaggio che retroagisce con i messaggi dei media già esistenti in un dato momento storico, rendendo complesso l’ambiente sociale, per cui è necessario valutare l’impatto dei media in termini di “implicazioni sociologiche e psicologiche”.

Il nuovo spot Lavazza Chaplin: dare l’atmosfera terrestre in monopolio a una società

Se McLuhan si preoccupava già ai suoi tempi per il modo in cui la televisione ci avrebbe indirizzati tutti nel recinto da Walking dead in cui ci aggiriamo, è una fortuna che non abbia potuto vedere il baratro in cui i media cosiddetti “social” ci hanno ormai scaraventato. Ma, per chi fosse ancora disposto a leggere, studiare e capire, i suoi insegnamenti e i suoi libri restano.

Il libro geniale di McLuhan: Understanding Media

Ancora da Understanding media:

«Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. Cedere occhi, orecchie e nervi a interessi commerciali è come consegnare il linguaggio comune a un’azienda privata o dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre»

Riguardo allo spot Lavazza la mia modesta opinione è che – alla fine – non ci sia alcuna differenza fra i passati spot con San Pietro, lo spot attuale con Chaplin o un ipotetico spot futuro dove san Pietro e Chaplin imbracciano fucili d’assalto e vanno insieme a sparare in una high school texana. Il punto è semplice:

Mi affido a un media quindi sono e guardo. Se sono e guardo, poi compro. Tutte le altre considerazioni, scusate il francesismo, sono puttanate.

I Social Media e Brave New World

I Social Media e Brave New World è un breve ma intenso viaggio che ho percorso all’interno di pagine e gruppi Facebook. Ho scelto di andarmi a rileggere Aldous Huxley perché nessuno, come lui, è in grado di spiegarci così bene il mondo di adesso.

Partiamo dalla famosa frase pronunciata da Huxley nel corso di una conferenza nel 1961:

“The perfect dictatorship would have the appearance of a democracy, but would basically be a prison without walls in which the prisoners would not even dream of escaping. It would essentially be a system of slavery where, through consumption and entertainment, the slaves would love their servitudes. “

La dittatura perfetta sembrerà una democrazia, ma sarà principalmente una prigione senza mura da cui i prigionieri non vorranno mai fuggire. Essenzialmente sarà un sistema di schiavitù dove, fra consumi e divertimento, gli schiavi ameranno essere schiavi.”

I Social Media e Brave New World: foto di Aldous Huxley
Aldous Huxley

Aldous Huxley e “Brave New World”

Se torniamo al suo romanzo più famoso “Brave new world” scritto nel 1932, vediamo che Huxley immagina questo nuovo mondo coraggioso come un luogo dove i bambini fin da piccolissimi vengono condizionati tramite tecnologia e droghe, e una volta adulti, assolvono al compito deciso fin dalla loro nascita: i figli dei poveracci continueranno ad essere poveracci, i figli dei potenti saranno sempre potenti e così via. Adesso mettete bene a fuoco il periodo in cui Huxley ha scritto questo libro, che è il periodo delle dittature classiche: nazismo e stalinismo, dittature dove si comandava con la forza, la ferocia, la tortura e incutendo il terrore nei cittadini. Eppure, nonostante il mondo in cui viveva, lui è riuscito a guardare lontano, ancora più lontano di Orwell che peraltro era più giovane, fino a vedere esattamente il nostro molto poco coraggioso mondo odierno.

Trailer della nuova serie tratta da Brave New World di Huxley

In che modo, oggi, i padroni della Terra e i governanti, loro cani da guardia, riescono a controllare le masse, togliendoci tutto senza che nessuno decida di ribellarsi e spargere sangue milionario? Attraverso una tecnologia che Huxley non poteva prevedere, che ha un nome che fa sorridere molti mentre dovrebbe farci venire i brividi: questo nome è Social Media.

I Social Media e Brave New World: viaggio attraverso pagine Facebook

Icone Social
I Social Media e Brave New World: icone Social

Del mio intenso viaggio navigando su Facebook, sia come pagina che come singolo utente, racconterò solo un paio di esempi, secondo me molto esplicativi. Partiamo dalle Sardine. Prima del coronavirus ero stata ad una loro manifestazione, a Roma e, nonostante gli interventi dal palco spesso retorici e noiosi, l’organizzazione che non era nemmeno stata in grado di far cantare alla gente, in coro, “Bella ciao” che poi era quello che tutti volevano fare, mi ero comunque riconosciuta in un movimento anti-fascista ed eterogeneo, che univa giovani e vecchi. Ho deciso quindi di iscrivermi al gruppo Facebook delle Sardine, e lì ho avuto la prima sorpresa: di gruppo Facebook Sardine non ne esiste uno solo ma ce ne sono una miriade. Ma come? Non le avevano chiamate Sardine proprio perché bisognava stare tutti uniti e vicini (ora come ora solo in modo virtuale, ovvio)? Lo sapete, sì, che il metodo con cui le megattere fanno scorpacciate di sardine è proprio dividendole? Vabbè. Mi sono fatta consigliare un gruppo di Sardine Facebook e mi ci sono iscritta. Pochi giorni fa, entrata nella loro home, la prima cosa che ho visto era un post in evidenza (di quelli che solo l’admin può mettere, per capirci) gigantesco, dove appariva la faccia di Conte con una sua citazione “lotterò in Europa fino all’ultima goccia di sudore” e il commento dell’autore del post: Grazie, Presidente!

Sardine su Facebook

I Social Media e Brave New World: manifestazione Sardine a Roma dicembre 2019
Manifestazione Sardine a Roma, dicembre 2019

A parte il fatto che – casomai – si lotta fino all’ultima goccia di sangue e non di sudore (non è mica la finale di Wimbledon), ho pensato: sono finita su un gruppo dei 5 stelle? Sulla pagina Fb del governo? Sulla pagina Fb dell’Opus Dei? Ho notato che era un gruppo di quasi solo over 55, dove i pochi giovani avevano il terrore di esprimere un parere. Scendendo nella bacheca ho trovato un post che aveva, in meno di un’ora, già raccolto almeno quattrocento commenti. Wow! Mi sono detta: finalmente il gruppo delle Sardine parla di qualcosa di sinistra, ma mi sbagliavo. L’argomento scottante? Quanto sia maleducato dare del tu e non del lei alle persone anziane, e, per proprietà transitiva, alle persone in genere. Quando ho provato a dire che io, personalmente, preferisco il tu, ma in ogni caso non mi offendo se mi danno del lei e che, comunque, quest’argomento della malvagità insita nel tu mi sembra quanto meno ridicolo, soprattutto adesso, sono stata aggredita. Diverse sardine femmina e un paio di maschi mi sono saltati alla giugulare come vecchi vampiri con frasi come queste: “un ventenne egocentrico e saccente che non sa coniugare il lei mi fa proprio arrabbiare” oppure “un anno fa sono stato ricoverato e quando l’infermiera mi si è rivolta con il tu l’ho così mortificata che ancora se lo ricorda”. Non c’era verso di spiegare che “signora, il lei non si coniuga, non è un verbo” oppure “i ventenni di adesso non sono affatto saccenti” o anche “non è bello mortificare le persone, in nessun caso” perché improvvisamente saccente, egocentrica e irrispettosa diventavi tu. Senza nemmeno essere ventenne. Signore e signori, se questa è la sinistra italiana, arrendiamoci subito che è meglio!

I Social Media e Brave New World: gruppi Facebook sull’ironia

Allora ho proseguito il mio viaggio cambiando luogo. Mi sono detta: cerchiamo i cultori dell’ironia, che magari hanno qualche neurone in più. Mi sono iscritta a un gruppo sull’ironia, dove, per farmi entrare, mi hanno anche fatto l’esamino: “Che cos’è l’ironia per te?”. Una volta lì dentro, ho visto che il gruppo, composto principalmente da gente fra i 35 e i 50, comunicava esclusivamente tramite meme. Non voglio essere fraintesa: i meme mi piacciono, quando sono belli o divertenti li uso anch’io, ma quelli belli e divertenti sono sempre meno, e i meme dell’ironia è una facoltà a numero chiuso, spesso anche sgrammaticati, non facevano ridere nemmeno se guardandoli ti facevi il solletico da sola. Sotto ad ogni meme, i commenti: “bellissimo” “ahahahah” “ma anche no!” “anch’io” tutti farciti dalle solite emoticon – tante – e poi i like, le faccette wow e le faccette ahah come se piovesse.

Esempio di meme divertente e intelligente

In uno di questi meme della “facoltà a numero chiuso” c’era la foto di un uomo con tre puntini sul naso e la scritta: guarda il puntino rosso per trenta secondi poi scuoti la testa e guarda il muro. Gli appartenenti al gruppo erano entusiasti: “Se lo sapevo non perdevo tempo con le droghe sintetiche” “bellissimo” “ahahahah” “ma anche no!” “anch’io” “a me non succede nulla (con faccina stralunata)”. Allora ci ho provato e per un paio di secondi, sul muro, ho visto – più o meno – la foto del meme. Ho scritto “Sì vabbè. Si vede il tipo sul muro. Ma cosa c’è di divertente?” Non l’avessi mai detto! I cultori dell’ironia si sono improvvisamente trasformati in iene non ridens. “L’ironia non è solo sbellicarsi dalle risate – ha scritto una tizia, postando la foto presa dalla Treccani online con tutti i vari significati del termine ironia” “Grazie per la lezioncina – le ho risposto – e io che credevo che l’ironia significasse Boldi e De Sica” e subito un altro genio “quei due comici demenziali che sono sicuramente grandi attori non rappresentano la sola ironia eccetera eccetera” e io “Su Boldi e De Sica ero sarcastica. Pensavo fosse evidente. E non sono grandi attori, sono patetici.” Mio Dio, che fatica!!!

Più aumenta la demenza senile, più si utilizza Facebook

Poi, come esperimento, ho provato a postare, a distanza di una o due ore, due link di articoli molto divertenti, presi da blog diversi, invogliando i cultori dell’ironia alla lettura e spiegando loro che dopo aver fatto l’estrema fatica di cliccare sul link non si sarebbero trovati di fronte a “Guerra e Pace” ma a semplici articoli, spiritosi, comici, per niente lunghi, scritti in un italiano scorrevole. Niente che un bambino di terza elementare non sia in grado di affrontare. Risultato: nessuno si è cagato i link, come fossero stati invisibili.

Fino al 2015 i Social Media erano un fenomeno legato principalmente agli adolescenti, ma oggi i numeri sono del tutto cambiati. A fine 2018, in Italia, i numeri di Facebook, che rimane la piattaforma Social più utilizzata nel mondo, erano i seguenti: il 58% degli utenti aveva più di 35 anni. La fascia con più utenti era quella 35-46. Emergeva chiaramente la drastica diminuzione dei giovani, e considerando in particolare la fascia 13-29, il suo calo, rispetto all’anno precedente, era di 2 milioni di persone. In particolare i 13-18enni sono diminuiti del 40%, i 19-24enni del 17%, i 25-29 del 12%. Calati anche i 30-35enni e i 36-45enni. A crescere solo le fasce più avanzate: quella dei 46-55enni e quella degli ultra 55enni che ha fatto un salto del 17%. (Dati di Vincos.it) Come dire – in modo molto poco educato, ne sono conscia – che, più aumenta la demenza senile, più si utilizzano i social.

I Social Media e Brave New World: la prigione da cui nessuno vuole scappare

Ma comunque Facebook & co. vengono usati ormai da tutte le società del mondo, da oriente a occidente, da nord a sud, sono amati da gente di sinistra e da gente di destra, dai ricchissimi e dai poveracci, a partire da chi è ancora troppo piccolo per saper scrivere ma può già essere in grado di usare le emoticon fino a chi sta in casa di riposo e usa le stesse emoticon del pronipote. Ci sono suore di clausura che hanno pagine Facebook. Il Papa è famoso per avere 49 milioni di followers, e se ne esce con frasi come “Maria è la influencer de Dios…”

Eccola la prigione senza mura da cui i prigionieri non vogliono scappare. Un tossico scapperebbe da un carcere dove eroina e oxycodone sono sempre a disposizione, gratis, ogni giorno e tutti i giorni? È la stessa cosa: i Social Media rendono la gente dipendente, ma nessuno se ne accorge perché quella dipendenza appartiene a tutti. I social media sono il vero white horse di oggi, quel white horse che nessuno dovrebbe mai cavalcare.

Il ritorno al Paleolitico

Antichissima pittura rupestre, Chauvet Francia
Pittura rupestre di 32000 anni fa trovata in Francia

Ma soprattutto i Social Media rendono la gente stupida, stupida, stupida. Si inizia a comunicare solo coi like e con i meme, o con una riga sgrammaticata su whatsapp, ma in compenso farcita da una ventina di faccine (influencer de Dios, suggerisci al tuo amatissimo follower Zuckerberg di aggiungerne di nuove, perché sono sempre le stesse e non le sopporto più!) Dopo un po’ alcuni smettono di rispondere se gli amici pongono una specifica domanda o, peggio, un argomento su cui discutere. I più gentili ti rispondono con un like o una faccina. Poi, col tempo, la maggioranza della gente si rende conto che leggere qualsiasi cosa più lunga di 160 caratteri gli provoca una sorta di fastidio. Magari decidono di farlo ugualmente, i meno tossici, ma lo fanno solo per un senso di dovere, e quando le cose non necessarie le fai solo per dovere, poi smetti di farle. Leggere, discutere con parole e non con emoticon, argomentare, conversare sono tutte cose ormai faticose e quasi sovversive. Da lì inizia la decadenza, nostra, del nostro mondo e delle nostre vite, il ritorno al Paleolitico, dove uomini senza scrittura dipingevano pitture rupestri, con la differenza che quelle pitture erano molto belle e raccontavano la realtà di allora senza sovrastrutture.

“Comunità, Identità, Stabilità”

Nel primo capitolo di “Brave new world” di Huxley troviamo questa descrizione: “’Centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale’ e in uno stemma il motto dello Stato Mondiale: ‘Comunità, Identità, Stabilità’.” Mentre tutti noi siamo in incubazione, o già trasformati in schiavi, cavie, esseri che non hanno possibilità di scelta né di ritorno, al grido di parole così attuali e fintamente democratiche, come “Comunità”, “Stabilità”, “Identità”, io mi immagino il signor Zuckerberg e gli altri padroni del pianeta mentre osservano il mondo distrattamente, come si conviene alle divinità, dall’alto del loro attico o del loro aereo privato e casualmente ci vedono, tanti ma piccolissimi, e ci guardano con lo stesso interesse con cui, molti di voi, potrebbero dare un’occhiata a una fila di formiche.

I Social Media e Brave New World: Zuckerberg
I Social Media e Brave New World: Mister Zuckerberg

Covid-19: Predatori o Salvatori?

Durante e dopo il Covid-19: Predatori o Salvatori? Se la storia ci ha insegnato qualcosa – e sottolineo se – è che, nel corso del tempo ogni tanto ci si imbatte in un bivio, e chi ha in sorte la sfortuna di essere al mondo in quel preciso periodo deve scegliere. Non sempre è possibile rimanere a guardare, starsene alla finestra da spettatore. Ci sono volte in cui, per forza si deve scegliere. Come nel famoso bivio di Robert Frost nella poesia “The road not taken”:

Two roads diverged in a wood, and I —
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

Nel 1917, nella Russia non ancora sovietica, Lenin e Trotsky iniziarono la loro offensiva armata a febbraio, e ai primi di novembre riuscirono a prendere Pietrogrado e formare un governo rivoluzionario. A quel punto iniziò una lunga e sanguinosa guerra civile, che terminò dopo qualche anno con la vittoria di Lenin e della rivoluzione. Nel corso di quegli anni non era concesso stare a guardare: ti dovevi schierare, con una parte o con l’altra e combattere, in un modo o nell’altro, per sostenere la tua scelta. Spesso anche morire per essa.

Covid-19: Predatori o Salvatori?

Tutte le rivolte e le guerre di qualsiasi genere non avvengono mai per motivi morali o etici né, tantomeno, religiosi, ma sempre e solo in un’ottica economica. Nel famoso Boston Tea Party del 1773, ad esempio, per lottare contro le tasse sempre più pesanti e le decisioni sempre più impopolari che gli inglesi avevano imposto alle loro tredici colonie, gli attivisti americani di Sons of Liberty, sponsorizzati dai commercianti americani di tè di fatto tagliati fuori dal loro business, si travestirono da nativi Mohawk e si imbarcarono sulle navi inglesi ancorate a Boston. Una volta a bordo, buttarono le tante e preziose casse piene di tè in mare. In un Party come quello ti dovevi schierare: o con gli inglesi o con gli americani. Non potevi fare altrimenti, dovevi per forza scegliere e spesso pagarne il prezzo con la vita.

Covid-19: Predatori o Salvatori?Litografia a colori su Boston Tea Party dicembre 1773
The Boston Tea Party, 16th December 1773 (colour litho); Private Collection;

Predatori o Salvatori? Nel bosco di Robert Frost

Adesso il Covid-19 ci ha portati di nuovo nel bosco di Robert Frost con due strade fra cui scegliere, anche se molti ancora non se ne sono accorti. Una cosa è sicura: da dovunque provenga il virus, in ogni caso è il frutto di un mondo malato. E se il mondo è malato la sua economia è addirittura terminale, da ben prima di questa pandemia. Noi umani siamo come formiche Siafu, considerate il predatore più mortale di tutta l’Africa, capaci di uccidere oltre un milione di prede al giorno. Si muovono in colonie di venti milioni di individui, proprio come noi. Solo che loro sono più piccole.

Covid-19: Predatori o Salvatori? Formiche Siafu

Gli ultimi quaranta anni, che hanno spinto il piede sull’acceleratore del capitalismo fino a trasformarlo in ipercapitalismo, hanno creato: pochi uomini ultramiliardari e miliardi di gente a cui manca tutto, a iniziare da cibo e farmaci; diversi lavoratori privilegiati, che si godono il loro lavoro interessante, poco faticoso e molto ben pagato, ottenuto, di solito, grazie a nepotismo o politica, a fronte di moltissimi lavoratori che si ammazzano dalla fatica in attività alienanti, con turni infiniti per uno stipendio ridicolo; un numero impressionante di disoccupati, o di gente che deve arrangiarsi lavorando in nero; la specie umana cresciuta di numero in modo mostruoso e infestante, perché se è vero che “compro, quindi sono”, è ugualmente vero che “se sono, compro”, dunque più persone nascono, vivono e muoiono, e più i “mercati” guadagnano. Come conseguenza di tutto questo abbiamo inquinamento, cambiamenti climatici, miseria, disperazione e per finire, malattia e contagio.

Scegliere la vecchia strada?

Il bivio in cui ci troviamo adesso è il seguente: continuare sulla strada di prima, tenendoci stretti i nostri piccoli o grandi orticelli, continuando a invadere, prevaricare, togliere terreno e vita alle altre creature organiche, stuprare il pianeta con tutto ciò che contiene, noi compresi, come veri Predatori. Cercate di capire: fare qualche donazione qua e là non vi renderà meno Predatori. Dire “io sono di sinistra” mentre continuate a vivere da ricchi e intanto, intorno a voi, la gente non ha più casa, né lavoro, né soldi per cibo o bollette. Se sceglieremo la strada di prima, quella più battuta, allora prepariamoci: ci saranno altre pandemie, ci sarà una recessione al cui confronto la recessione del 2008 sembrerà un’oasi di pace, ci saranno guerre combattute in tanti modi diversi, lotte, rivolte, massacri, stermini e il mondo e l’apocalisse saranno una sola cosa. In compenso, quelli che possono, balleranno e brinderanno nelle loro belle ville così come facevano i passeggeri del Titanic mentre la nave aveva già colpito l’iceberg

Covid-19: scegliere la strada meno battuta

Oppure, potremmo prendere la strada meno battuta. Fare marcia indietro, su tutto. Rinunciare ai privilegi, ai super stipendi, alle maxi pensioni, ai vitalizi, ai conti in banca milionari, a possedere più case e a tutte quelle stronzate che vi comprate coi soldi senza che questo iper consumismo vi regali nemmeno un po’ di gioia. Fare in modo che per i nostri figli si parli sempre e solo di meritocrazia e mai di nepotismo, cambiare la nostra routine, il nostro sistema economico dalle fondamenta, dimenticare il nostro insensato “way of life”, cancellare l’avidità, dividere quello che abbiamo con chi ha poco o niente, fare un implacabile controllo delle nascite, trasformarci in Salvatori. Non dico che sia facile: in noi c’è molto Siafu e ben poco Cristo. Predare è più facile, ci viene automatico, fa parte del nostro DNA. Ma, ugualmente, siete pronti a salvare e salvarvi? Perché è la strada meno battuta la sola che può fare la differenza.

Covid-19: Predatori o Salvatori? La strada di Cormack Mc Carthy

Pensate a “La strada” di Cormack Mc Carthy e al suo mondo apocalittico, che improvvisamente sembra così vicino, dove le persone, per non morire di fame, diventano cannibali. Se siete adulti, genitori, zii, nonni, ricordate che ai vostri amati figli e nipoti, oltre a case, barche e posti di lavoro fichissimi lascerete una vita da scarafaggi, ma senza la capacità di sopravvivenza che hanno gli scarafaggi. Non ne faccio una questione morale. La storia ci ha posto di fronte a un bivio. Dobbiamo solo scegliere la direzione.

Bellissimo film tratto dal libro di Cormack Mc Carthy

“…Si sedettero al bordo della strada e mangiarono le ultime mele.

Cosa c’è? Disse l’uomo.

Niente.

Vedrai che troveremo qualche cosa da mangiare. La troviamo sempre.

Il bambino non rispose. L’uomo lo guardò.

C’è dell’altro, vero?

Non importa.

Dimmelo.

Noi non mangeremmo mai nessuno, vero?

No. Certo che no.

Neanche se stessimo morendo di fame?

Stiamo già morendo di fame.

Hai detto che non era così.

Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.

Ma comunque non mangeremmo le persone.

No. Non le mangeremmo.

Per niente al mondo.

No. Per niente al mondo.

Perché noi siamo i buoni.

Sì.

E portiamo il fuoco.

E portiamo il fuoco, sì.

Ok. “  da “La Strada” di Cormack Mc Carthy

.

Pandemia e hikikomori

Trickster anime su hililomori

Pandemia e hikikomori: il Covid-19 trasformerà tutti in hikikomori? Per quelli che non conoscono questa parola giapponese, hikikomori significa “isolarsi, ritirarsi” e si riferisce alle persone che si rinchiudono nelle loro abitazioni e si rifiutano di lasciarle, per periodi lunghi o lunghissimi, a volte per sempre.

Welcome to the NHK. romanzo, manga e anime che raccontano la vita di un hililomori
Pandemia e hikikomori: Welcome to the NHK anime

Il fenomeno hikikomori

I motivi per cui le persone abbandonano completamente la vita sociale e si isolano in casa sono diversi, ma dagli anni ’80 in poi il numero è cresciuto così tanto da trasformarlo in un vero fenomeno sociale, all’inizio solo in Giappone, ma in seguito anche negli Stati Uniti, in Europa e in tutta l’Asia. In principio gli hikikomori erano solo adolescenti, ma col tempo si sono aggiunti anche molti adulti.

RELIFE, manga e anime su hikikomori

In pratica, cosa significa essere hikikomori? Soffrire di depressione, incapacità di sperimentare una vita sociale, essere compulsivi e avere paure specifiche, come la misofobia (paura dei germi). Da quando esiste internet gli hikikomori sono aumentati, perché i social, i videogame online possono dare la falsa sensazione di avere amici, di far parte di un gruppo, di una community, e alcuni hikikomori, grazie allo smart working, possono lavorare da casa senza dover mai uscire né dipendere economicamente dalla famiglia. Ma la maggioranza di loro passa comunque la vita in camera da letto, senza studiare né lavorare, in preda alla depressione più nera.

Pandemia e hikikomori: i 4 tipi di Maïa Fansten

Il fenomeno è composito e ci sono vari tipi di hikikomori, secondo Maïa Fansten, sociologa francese esperta di isolamento sociale:

  1.  gli “alternativi”, che non accettano di adeguarsi alle regole imposte dalla società e dall’esistenza in genere e, autoisolandosi, compiono una sorta di ribellione;
  2. i “reazionali”, che reagiscono con l’isolamento a traumi subiti o a infanzie molto infelici;
  3. i “dimissionari” che fuggono da forti pressioni sociali e decidono di nascondersi perché annichiliti da ciò che scuola, università, carriera, famiglia pretendono da loro;
  4. coloro che si ritirano “a crisalide”, di solito hikikomori meno giovani, in una sorta di fuga dalle responsabilità della vita adulta, che cristallizzano il presente cercando di dimenticare del tutto il futuro: il loro ritiro è come “una sospensione del tempo”, una sospensione senza deroghe, che può durare per tutta la vita.

La nostra vita attuale

Welcome to the NHK manga su hikikomori Satō
Welcome to NHK manga sull’hikikomori Satō

E con questo arrivo al punto: qualunque sia il motivo che porta la gente a rinchiudersi in casa è un fatto provato che l’isolamento prolungato, la mancanza di rapporti sociali rendono le persone, col tempo, del tutto incapaci di interagire col mondo esterno. Ed ecco perché rischiamo di diventare tutti hikikomori (se proprio devo essere sincera, io lo sono già, almeno part time, da prima dell’avvento del Virus). Mancanza di vita sociale, paura di entrare in contatto con patogeni invisibili e molto pericolosi come l’attuale Coronavirus, isolamento forzato, sospensione del tempo e di ogni progetto: non è l’esatta descrizione della nostra vita attuale? A questo dobbiamo aggiungere anche la paura di avvicinarci ad altri umani, in quanto possibili portatori del Covid-19, paura che continueremo a provare per molto, molto tempo anche dopo che non saremo più in lockdown.

Pandemia e hikikomori: il cerchio delle Fate

cerchio delle Fate, parlando di hikikomori
Tipico cerchio delle Fate: statene alla larga!

Se a tutto ciò uniamo la depressione che molti di noi soffrono già da prima della pandemia, credo che il cerchio si chiuda, e quando parlo di cerchio chiuso penso al cerchio delle Fate, che per quanto possa suonare disneyano, appartiene invece a una leggenda molto gotica. Si dice che gli sfortunati umani che si trovino a passare, di notte, nei pressi di un cerchio delle Fate, ne saranno inesorabilmente attratti all’interno, e una volta lì dentro entreranno in una realtà parallela dove saranno schiavi delle Fate per periodi lunghissimi, a volte per una vita intera.

Pandemia e hikikomori: manga e anime

Ma è anche giusto dire che, almeno in Giappone, gli hikikomori vengono ormai considerati non più come persone affette da una patologia ma come una sorta di eremiti del terzo millennio. Infatti l’hikikomori viene spesso utilizzato come figura tormentata ma eroica nell’ambito di manga e anime, come in Welcome to the NHK, manga e anime tratti dal romanzo di Tatsuhiko Takimoto, che diceva di essere hikikomori lui stesso; la sigla NHK significa Nihon Hikikomori Kyōkai, ovvero “associazione giapponese hikikomori”. Il protagonista, Satō, soffre di fobia sociale e cerca di lottare contro la sua condizione, aiutato da un’amica che lo supporta economicamente e ha con lui un rapporto madre-figlio.

Trickster, anime sulla ragazza hikikomori Noro

 Molto diverso è Trickster, manga e anime, dove la protagonista hikikomori è Noro, una giovane hacker che si rifiuta di abbandonare la casa non per paura di relazionarsi con gli altri né per depressione, ma solo perché, a sentire l’autore, sceglie la solitudine. Questo nuovo modo di vedere le persone che vivono in autoisolamento ha aiutato i giapponesi ad accettare gli hikikomori; o forse i giapponesi, non riuscendo a risolvere il problema, hanno semplicemente smesso di considerarlo tale. Come dice quell’aforisma: se non riesci a uscire dal tunnel, arredalo. I giapponesi, in qualche modo, quel tunnel l’hanno arredato.

La prima e più famosa hikikomori

Emily Dickinson, hikikomori ante-litteram
Emily Dickinson, hikikomori ante-litteram

Non possiamo dimenticare, però, che la più famosa hikikomori, o meglio, hikikomori ante-litteram è stata un’americana, la poetessa Emily Dickinson, che trascorse gli ultimi venti anni di vita dentro alla casa paterna. Certo, aveva un parco tutto intorno che amava molto, ma passava quasi tutto il suo tempo in camera da letto. A soli trentacinque anni Emily ha deciso di non varcare mai più il cancello di casa, e non è più uscita nemmeno quando sono morti i genitori. Nel suo caso, forse, è stato il prezzo da pagare alla Poesia, divinità antica che, da sempre, chiede un tributo di sangue ai suoi figli prediletti.

Ma anche noi, che dobbiamo pagare il nostro tributo solo al Fato, potremmo rimanere incastrati nel cerchio delle Fate o in un tunnel arredato. Se dovesse accadere, non vi preoccupate troppo, perché fra manga e Poesia, nella crisalide, sarete di certo in buona compagnia. Un po’ come all’Inferno.

The Dead South: In Hell I’ll be in good company

(Disclaimer: il link esterno sul favoloso Tatsuhiko Takimoto vi rimanda al suo sito ufficiale, che è tutto in giapponese. Non mi sono riuscita a trattenere, per fortuna c’è Google translate…)

La Poesia può fare cose incredibili

21 marzo, giornata mondiale della Poesia

Nel bel film horror “La settima musa”, la protagonista dice: “One day we’ll find a way to bring her back; Poetry can do incredible things”, che vuol dire “Un giorno riusciremo a riportarla indietro; La Poesia può fare cose incredibili.”

Nel film “La settima musa” le Muse sono viste non come semplici divinità ispiratrici, ma come vere e proprie manipolatrici. La settima Musa, Polimnia, Musa dell’eloquenza, attraverso le sue parole passa agli uomini che l’ascoltano messaggi diabolici. La Musa forse più importante, Calliope, Musa della Poesia, dentro alle parole che suggerisce ai poeti nasconde veri e propri incantesimi, di solito malvagi. Muse e film a parte, è sicuro che la Poesia può fare cose incredibili, meravigliose e terribili. Nessuno ha un Potere paragonabile a quello di un vero poeta.

La Poesia può fare cose incredibili: giornata mondiale della Poesia

Per questa giornata mondiale della Poesia che cade in periodo di epidemia voglio fare un piccolo tributo ad alcuni dei miei poeti più amati, che ci ricordano quanto la Poesia sia nata per raccontare morte, dolore, visioni, follia, così come amore e bellezza. Le traduzioni di Dickinson e Plath sono mie, quella di Thomas è di Emiliano Sciuba, ma se andate sui link in uscita (quelli blu) troverete le versioni originali.

La Poesia può fare cose incredibili: Emily Dickinson

Emily Dickinson, la Poesia e il Potere di uccidere

754My life had stood a loaded gun

La mia vita si era fermata – un fucile carico – In un angolo – finché un giorno – Il proprietario passò – mi riconobbe – E mi portò con sé –

E ora vaghiamo per boschi sovrani – E ora diamo la caccia al cervo – E ogni volta che parlo per Lui – Le montagne mi rispondono in fretta –

Ed ora sorrido, che luce amichevole – Brilla sulla vallata – È come se un viso vesuviano – Lasciasse capire il suo piacere –

E quando a notte – finita la nostra bella giornata – Io proteggo la testa del mio padrone – È meglio di aver condiviso – Un morbido guanciale di piume –

Del Suo nemico – io sono nemica mortale – Nessuno si muove – se gli punto addosso un occhio giallo – O un pollice energico –

Per quanto io possa più di Lui – vivere a lungo – Lui deve vivere più a lungo – di me – Poiché io ho solo il potere di uccidere, ma non ho – il potere di morire –

21 marzo giornata mondiale della Poesia, tributo a Sylvia Plath
La Poesia può fare cose incredibili: Sylvia Plath

Sylvia Plath, la Poesia e l’Arte di morire

Lady Lazarus

L’ho fatto di nuovo – un anno ogni dieci – mi riesce –

Una sorta di miracolo che cammina – la mia pelle brilla come un paralume nazista, il mio piede destro

Un fermacarte – il mio viso una scialba, fine tela ebraica

Togli via il velo, o mio nemico – ti terrorizzo?

Il naso, le occhiaie, i denti al completo? Il cattivo alito svanirà in giornata.

Presto, presto la carne che la tomba ha mangiato sarà di nuovo mia.

Ed io sono una donna che sorride. Ho solo trent’anni. E come i gatti posso morire nove volte.

Questa è la numero tre. Quanta immondizia da eliminare ogni decennio.

Un milione di fili. La folla che trangugia noccioline spinge per vedere.

Scartami entrambi, mani e piedi – il grande strip tease. Signori e Signore

Ecco le mie mani. Le mie ginocchia. Sarò pure pelle e ossa,

Eppure sono la stessa, identica donna. La prima volta avevo dieci anni. Un incidente.

La seconda volta volevo andare fino in fondo e non tornare. Mi dondolavo chiusa

Come un guscio. Hanno dovuto chiamare e chiamare e togliermi di dosso i vermi come perle appiccicose.

Morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa. Io lo so fare bene.

Lo faccio come fosse inferno. Lo faccio come fosse reale. Potresti dire che ho una vocazione.

… Cenere, cenere – tu colpisci e rimesti. Carne, ossa, non rimane nulla.

Un pezzo di sapone, una fede nuziale, un dente d’oro.

Signor Dio. Signor Lucifero. State in guardia. State in guardia.

Dalla cenere risorgo coi miei capelli rossi e mangio uomini come l’aria.

La Poesia può fare cose incredibili: Dylan Thomas

Dylan Thomas, la Poesia e il Potere della Visione

Love in the Asylum

Un’estranea è venuta a dividere la mia stanza nella casa dei-fuori-di-testa,

Una ragazza folle come gli uccelli

Che fulmina la notte della porta con il suo braccio, sua piuma.

Stretta nel labirintico letto elude la casa a prova-di-paradiso con nuvole incalzanti

Intanto col moto inganna la stanza da incubi, vagante come i morti,

O cavalca gli oceani sognati delle corsie maschili.

È arrivata posseduta, e lascia entrare falsa luce attraverso il muro riflettente,

Posseduta dal cielo

Dorme nello stretto trogolo ma cammina sulla polvere

Eppure delira a comando sui legni del manicomio consumati dalle mie lacrime girovaghe.

E preso dalla luce nelle sue braccia infine, cara fine,

Io posso, senza errore, patire la prima visione che incendiò le stelle.

Alda Merini, articolo sulla giornata mondiale della Poesia, 21 marzo

Alda Merini, la Poesia e la Forza dell’Eros

Alda Merini

Amai teneramente dei dolcissimi amanti

senza che essi sapessero mai nulla.

E su questi intessei tele di ragno

e fui preda della mia stessa materia.

In me l’anima c’era della meretrice

della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.

Molti diedero al mio modo di vivere un nome e fui soltanto una isterica.

Anastasio, la Poesia del Rap e il Potere del Nichilismo

La fine del mondo

… ma io non voglio far finta di niente

se in giro vedo solo e unicamente facce spente, io

io sogno un mondo che finisca degnamente

Che esploda, non che si spenga lentamente.

Io sogno i led e i riflettori alla Cappella Sistina

Sogno un impianto con bassi pazzeschi.

Sogno una folla che salta all’unisono

fino a spaccare i marmi, fino a crepare gli affreschi

Sogno il giudizio universale sgretolarsi e cadere in coriandoli

sopra una folla danzante di vandali.

Li vedo al rallenty, miliardi di vite

Mentre guido il meteorite e sto puntando lì.

Auguri a tutti gli ultimi Poeti rimasti e a quelli che ancora non sanno di esserlo

We’re all gonna die!

We're all gonna die! Lenny Bruce by Robert Crumb

We’re all gonna die! o, in italiano Moriremo tutti! era il grido che Lenny Bruce ripeteva, nelle sue performance comiche e rivoluzionarie a un tempo, durante la cosiddetta crisi missilistica di Cuba. La crisi missilistica iniziò il 14 ottobre 1962, quando Unione Sovietica e Stati Uniti d’America si fronteggiarono rischiando, in vari momenti, di arrivare alla guerra. Nel corso della guerra fredda, nessun momento è stato più grave e difficile di quei lunghi tredici giorni, in cui la gente di tutto il mondo – chi più chi meno – era convinta che un nuovo conflitto mondiale e nucleare sarebbe scoppiato. In questo periodo di epidemia, purtroppo ben più lungo di tredici giorni, il grido di Lenny mi viene spesso in mente.

Il vero Lenny Bruce nella sua performance poi chiamata “Bla bla bla” dopo l’arresto per oscenità

We’re all gonna die! Chi era Lenny Bruce

Definire Lenny Bruce semplicemente un comico sarebbe fortemente riduttivo. Ai suoi tempi veniva chiamato “infamous sick comic”, cioè il famigerato comico perverso; di lui si diceva “the sick humor of Lenny Bruce” e non credo che Lenny lo considerasse offensivo. La sua comicità, così simile alla musica jazz che lui amava moltissimo, era come una session in solitaria dove parlava, a ruota libera, di morale, politica, patriottismo, religione, razza, aborto, droghe; pur avendo aperto le porte ai comici che sarebbero venuti poi, a fine anni ’70, il suo sick humor era unico.

Lottò duramente contro la censura, per garantire la libertà di parola, e fu più volte arrestato per “oscenità”, a causa di parole come cocksucker usate durante i suoi show. Se mai è esistito un uomo che nel corso della sua breve vita è sempre andato in direzione ostinata e contraria, quell’uomo è certamente Lenny Bruce.

Lenny di Bob Fosse e Lenny secondo Albert Goldman

Noi che a quell’epoca non c’eravamo, abbiamo conosciuto Lenny Bruce grazie al film di Bob Fosse “Lenny” del 1974, interpretato da un grande Dustin Hoffman. Ma anche attraverso il libro di Albert Goldman “Ladies and Gentlemen – Lenny Bruce!!:

“Questo è stato il momento in cui un giovane comico oscuro ma in rapida ascesa di nome Lenny Bruce ha scelto di dare una delle più grandi esibizioni della sua carriera… Si immaginava un jazzista orale. Il suo ideale era di andarsene come Charlie Parker, prendere quel microfono in mano come un corno e soffiare, soffiare, soffiare tutto ciò che gli passava per la testa proprio mentre gli veniva in mente senza nulla di censurato, niente di tradotto, niente di mediato, finché era pura mente, pura testa che emetteva onde cerebrali come onde radio nelle teste di ogni uomo e donna seduti in quella vasta sala… Un punto in cui, come i praticanti della scrittura automatica, la sua lingua avrebbe superato la sua mente e avrebbe detto cose che non aveva intenzione di dire, cose che lo sorprendevano, lo deliziavano, lo facevano a pezzi, come se fosse uno spettatore della sua esibizione!”

We’re all gonna die! La “Bla bla bla” performance rifatta nel film “Lenny” con Dustin Hoffman

We’re all gonna die! raccontato da De Lillo

Per tornare al We’re all gonna die! devo invece citare un altro libro: “Underworld” di De Lillo, che, nel quinto capitolo dedicato a “frammenti degli anni cinquanta e sessanta” ci racconta il panico della nazione americana durante la crisi missilistica e la reazione del pubblico a quel “Moriremo tutti!” gridato da Lenny, un pubblico che non sa se ridere o piangere.

Da Underworld, di Don De Lillo:

22 ottobre 1962

Lenny rifece la battuta d’apertura, controllandone lo stile e il ritmo.

“Buonasera, concittadini.”

… Poi si produsse nel più stridulo dei falsetti:

“Moriremo tutti!”

Questo lo fece esplodere. Si piegò in due ridendo e sembrò che usasse il microfono come un contatore geiger, agitandolo sopra le assi del palcoscenico.

“Capito, ragazzi? JFK ha questa specie di uomo-toro russo che vuole misurarsi con lui, cazzo contro cazzo, e questo qui è uno con cui Jack non sa come comportarsi. Cosa dovrebbe dire? Mi sono scopato più debuttanti di te? Questo qui è un minatore, è uno che portava al pascolo gli animali a piedi nudi per un paio di copechi. È risaputo che ha infilato il pugno nel culo di una scrofa per fertilizzare il suo orto. Cosa dovrebbe dirgli Jack, una segretaria mi ha fatto una sega sull’ascensore della Casa Bianca? Questo è uno che caga con la porta aperta nelle occasioni ufficiali. Fa sesso con i suoi trofei di bowling.”

… E il pubblico pensava, quanto può essere reale la crisi se siamo qui in un club di Santa Monica Boulevard a spanciarci dalle risate?

“Moriremo tutti!”

… 24 ottobre 1962

…Ed ecco all’improvviso Lenny che senza nessuna presentazione, era scivolato sotto ai riflettori…

Poi si interruppe per dire: “Amatemi. È per questo che sono qui. Stasera come tutte le altre sere. Se smettete di amarmi io muoio.”

Questo non era uno dei suoi numeri. Il numero venne dopo…

“… Gesù è vissuto in Medio Oriente, fa Castro, e Gabriele dice, devi essere matto per dire stronzate del genere. Il ragazzo è napoletano. Parla con le mani. Era ebreo, dice Castro, se proprio vuoi sapere la verità. L’angelo dice, lo so che era ebreo. Un ebreo italiano. Esistono, giusto? E Castro dice, perché sto qui ad ascoltare queste idiozie? E l’angelo dice, vorresti dirmi che per tutta la vita ho creduto che Gesù ha trasformato l’acqua in vino a un matrimonio italiano e non è vero?”

… Poi si ricordò della battuta che ormai adorava. Quasi accovacciato sul palcoscenico, si mise l’impermeabile sopra la testa e si infilò il microfono praticamente in gola.

“Moriremo tutti!”

Sì, adorava questa frase… era debole e di cattivo gusto, vile e impotente, patetica ma in qualche modo anche nobile, un lungo, fragoroso grido di dolore e di pena, acuto e straziante e conteneva un elemento di dolce sfida.”

L’epidemia di Covid-19 e il grido di Lenny

Lenny Bruce, grande comico rivoluzionario e il suo grido We're all gonna die
We’re all gonna die! Lenny Bruce Photo by GEORGE KONIG/REX/Shutterstock

Ecco perché in questo periodo di epidemia, o guerra biologica che dir si voglia, periodo così difficile, surreale, ansiogeno, un po’ come se stessimo tutti aspettando Godot pur sapendo – la maggioranza di noi – che Godot alla fine non arriva, ecco perché continuo a pensare al We’re all gonna die! di Lenny Bruce, a quel grido di dolore straziante e di dolce sfida. Forse, in balcone, invece di cantare insieme l’inno italiano, dovremmo gridare:

Moriremo tutti! E poi ridere come matti, così come rideva il pubblico di Lenny.