Dikeledi leopardo diverso

Dikeledi leopardo diverso

I leopardi, fra tutti i felini, sono quelli che potremo definire i più spirituali. Quando cacciano entrano in uno stato di concentrazione assoluta, focalizzati sull’obbiettivo ma, contemporaneamente, assorti in uno stato di meditazione, in modalità assolutamente zen. Mentre gli altri felini e i predatori in generale tengono le orecchie sempre ben tese in ogni momento della caccia per captare ogni possibile rumore, il leopardo, appena individuata la preda, abbassa le orecchie in modo che i folti ciuffi di pelo fungano da tappi, cancellando l’udito. Nulla deve distrarlo dalla meditazione, se vuole avere successo nel suo attacco.

Dikeledi leopardo diverso

Dikeledi leopardo diverso: lo zen e il tiro con l’arco

Questa peculiarità dei leopardi mi ha fatto pensare a un libro bellissimo “Lo zen e il tiro con l’arco”, di Eugen Herrigel, che ci spiega in che modo l’arciere, secondo la filosofia di antichi maestri di kyūdō, o arte del tiro con l’arco, prende la mira diventando tutt’uno col bersaglio:

“Il tiro con l’arco ora come allora è una faccenda di vita o di morte, in quanto è lotta dell’arciere con se stesso; e una lotta di questo genere non è un mistero surrogato, ma il fondamento di ogni lotta rivolta all’esterno – e sia pure contro un avversario in carne e ossa.

… Oppure, per servirmi di espressioni care a quei maestri, bisogna che l’arciere, pur operando, diventi un immobile centro.”

Storia di Dikeledi

La sua stessa modalità di caccia fa sì che il leopardo operi come un fantasma, come uno spirito nei sogni degli altri animali. In questo articolo, però, racconto la storia vera di un leopardo “diverso”, Dikeledi, che in Tswana significa “Lacrime”. Al contrario della sua mamma meravigliosamente perfetta, Dikeledi nasce goffo. Fin da piccolo soffre di vertigini e fa molta fatica a salire sugli alberi, dove i leopardi vivono quando non cacciano.

Gli alberi, come la kigelia africana, detto anche “albero delle salsicce” sono la casa dei leopardi: li usano per mettere al sicuro le prede e sono anche una via di fuga quando un leopardo si sente in pericolo e deve scappare dalle iene, dai licaoni e dai leoni che non sono capaci di arrampicarsi così bene e in alto come i leopardi.

La difficoltà che Dikeledi prova nell’arrampicarsi, quindi, non è una cosa da poco, ma un vero e proprio handicap. Quando a fatica sale sull’albero ci rimane per giorni e si abbandona a lunghi sonni. Un giorno viene risvegliato all’improvviso da un uccello zecca e riesce ad ucciderlo. È la sua prima preda, e per sopprimerla quasi cade giù dall’albero.

Il tempo passa e Dikeledi non è più un cucciolo, ma le sue capacità di vivere come un leopardo normale non sono migliorate. Sua madre, però, non lo abbandona. Diventa la sua migliore amica e continua a procurargli il cibo e a supportarlo in ogni modo.

Dikeledi leopardo diverso

Dikeledi cerca di emanciparsi

Poi, la mamma di Dikeledi si accoppia di nuovo, e un nuovo cucciolo di leopardo viene al mondo, ed è la prima volta che Dikeledi incontra un altro leopardo maschio. Questo lo convince a cercare di rendersi autonomo. Trova una zebra nata morta e se la mangia: da quel momento cerca di nutrirsi di carogne, ma nella savana ci sono molti saprofagi che non gradiscono la sua concorrenza. Ha un incontro quasi fatale con una iena molto grossa e arrabbiata; Dikeledi rischia la vita ma gioca d’astuzia e in qualche modo riesce ad ingannarla e a farla scappare.

Ha un altro incontro ancora più pericoloso con una mamma facocero, e ancora una volta riesce a distrarre la sua nemica spiazzandola col suo comportamento stravagante: finge che ci siano mosche inesistenti e poi si allontana silenziosamente, senza abbassare la testa.

Dikeledi leopardo diverso: leopardo su albero
Leopardo su albero

Dikeledi leopardo diverso: il suo mondo segreto

Finalmente riesce ad affrontare un nemico ed uccide uno degli sciacalli che lo tormentano. Questo è un grosso passo avanti, ma non può continuare a vivere in questo modo: gli alberi non fanno per lui e non può lottare contro branchi di saprofagi per il possesso delle carogne. Essendo un leopardo particolare deve trovare qualcosa di particolare in cui poter dare il meglio.

E alla fine riesce a trovare il suo mondo segreto e ideale nella palude. All’alba, nella nebbia è invisibile e grazie a olfatto e udito riesce a inseguire odori e rumori anche senza vedere le forme degli animali da cacciare, o percependo tratti di forme quasi spettrali e solo appena visibili.

Impara con improvvisa facilità a muoversi come un cacciatore perfetto e diventa un felino palustre. Lontano dagli alberi e dalla foresta Dikeledi diventa un vero leopardo. Un fantasma. Uno spirito nei sogni degli altri animali.

Dikeledi leopardo diverso: la distruzione dei leopardi

In Botswana i leopardi sono protetti. Ma in 5 anni 250.000 leopardi sono stati uccisi e negli ultimi 50 anni sono scesi da 700.000 a 50.000 e il massacro continua.

Tra i grandi felini il leopardo è la specie più diffusa al mondo: si trova in Africa, in Medio Oriente e in Asia. In passato il suo habitat si estendeva su un’area di 35 milioni di chilometri quadrati distribuiti in queste regioni, mentre oggi si è ridotto a soli 8,5 milioni.

In media l’estensione delle aree popolate dal leopardo è diminuita del 25-37 per cento, con punte del 98 per cento nella penisola araba, in Cina e nel Sudest asiatico. Qui il leopardo è minacciato tanto quanto la tigre tra i grandi felini più a rischio estinzione nel mondo.

Le minacce che i leopardi devono affrontare sono tante. Il loro habitat viene trasformato in terreni coltivati, e le zone in cui possono vivere sono sempre meno, più piccole e isolate l’una dall’altra. Ma anche le aree dedicate agli allevamenti sono aumentate e gli agricoltori uccidono i leopardi per paura che possano attaccare il bestiame, un po’ come succede per gli orsi e per i lupi in quasi tutto il mondo a iniziare dall’Italia (ricordiamo il Trentino e l’orso M49). Ovviamente se i leopardi (e gli orsi, e i lupi) avessero il loro habitat potrebbero cacciare solo specie selvatiche e non attaccare gli allevamenti.

Come se tutto ciò non bastasse c’è anche la “caccia sportiva”, incredibilmente permessa ancora in molti paesi. Penso poi ai leopardi di Mumbai, India, il cui parco nazionale è stato talmente ristretto da costringerli a coabitare con i grossi e rumorosi condomini costruiti alle propaggini estreme della città. Ricordo i meravigliosi leopardi nuvola, ormai in vita solo negli zoo, e i leopardi delle nevi, di cui forse sopravvivono in Afghanistan giusto pochi esemplari.

Cucciolo di leopardo nuvola nato allo zoo di Washington

L’afrore di un leopardo delle nevi a 4000 metri

Da “Che ci faccio qui?” di Bruce Chatwin:

“Ma quel giorno non riporterà in vita le cose che abbiamo amato: le immense giornate limpide e le azzurre calotte di ghiaccio sui monti… Non ci sdraieremo più davanti al Castello Rosso a guardare gli avvoltoi roteanti…Non andremo a sederci nella Pace dell’Islam con i mendicanti di Gazar Gagh. Non saliremo sulla testa del Buddha di Bamiyan, dritto nella sua nicchia come una balena in un bacino di carenaggio. Non dormiremo nella tenda dei nomadi, né daremo la scalata al minareto di Jam… Né ritroveremo l’aroma dei campi di fagioli, il dolce, resinoso profumo del legno di deodara, o l’afrore di un leopardo delle nevi a quattromila metri.”

Dikeledi leopardo diverso: raro leopardo delle nevi
Leopardo delle nevi

(Articolo ispirato dal documentario “The Unlikely Leopard” di National Geographic Wild Network)

National Geographic: Saving big cats in the wild

Le api muoiono e noi stiamo a guardare

Di Pacific Southwest Region from Sacramento, US - Honey Bees Swarm, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=36895401

In che modo le api muoiono: provate a immaginare di essere malati; influenza, covid, dolori lancinanti o qualsiasi cosa vi faccia sentire davvero male. Però dovete mangiare per sopravvivere, ma soprattutto la vostra famiglia, i bambini, i vecchi genitori devono mangiare e quindi vi mettete stancamente in marcia. Camminate fino al supermercato più vicino che sta a chilometri di distanza, e quando infine arrivate lì, dopo uno sforzo eccezionale, comprate del cibo e ne mangiate un po’, ma il cibo è avariato, intossicato, e invece di sentirvi meglio vi sentite molto peggio e non solo: vi gira la testa e siete così disorientati e deboli che non riuscirete mai a ritornare a casa. Avrete un’agonia lunga uno o più giorni e poi morirete a terra, in posizione fetale.

Le api muoiono: api morte a migliaia nell'arnia
Le api muoiono a migliaia nell’arnia

Questo è esattamente quello che accade alle api, dal momento che il nutrimento è scarso, distante e quel poco che trovano è pieno di pesticidi. La principale studiosa di api nel mondo, Marla Spivak, una sorta di Jane Goodall delle api, cerca di spiegare da tanti, tanti anni tutti i motivi per cui le api stanno morendo e tutti i motivi per cui questo ci porterà a un ecodisastro, ma la moria delle api non fa che peggiorare, proprio come cambiamenti climatici, inquinamento, sovrappopolazione umana e ingiustizia sociale.

Dentro all’albero delle api

Le api muoiono: api nei fiori del mio Callistemone
Fiore del mio Callistemone con api che si nutrono

Ho un albero, in giardino, si chiama Callistemone e due volte l’anno fiorisce completamente: i suoi rami sono così lunghi che quasi toccano terra e fanno dei fiori rossi che sembrano scovolini, fiori che le api amano. Ci si infilano letteralmente dentro e succhiano il nettare. La prima volta che le ho viste, così tante, ronzare intorno all’albero e passare di fiore in fiore, mi è venuto spontaneo entrare sotto ai rami e sedermi a terra, appoggiata al tronco e stare lì dentro, a guardarle e ascoltarle mentre mi svolazzavano intorno. Ogni tanto un’ape mi si fermava sulla mano e poi riprendeva il suo lavoro. Ho pensato che fosse la postazione perfetta per meditare e mi sono ricordata di quando, forse venti anni fa, uno dei miei maestri di Qi Gong ci spiegava che, nella meditazione, dovevamo provare a visualizzare una sorta di smeraldo all’altezza del secondo Chakra, centro del desiderio e della creatività e fondamentale per arti marziali e rapporto con la natura. Per quanto a parole possa sembrare una cosa così semplice, visualizzare quello smeraldo era quasi impossibile per me. Lo vedevo per pochi secondi e spariva. Ma, entrata nell’albero delle api, ho sostituito l’immagine dello smeraldo con un alveare, ed è stata una scelta perfetta. Non solo visualizzavo l’alveare nell’area del secondo Chakra ma mi sembrava di abitare in una di quelle piccole celle perfette, e raramente in vita mia mi sono sentita così tranquilla e al sicuro. Le api sono creature misteriose e amorevoli, e se ti sentono affine e non minacciosa, possono farti accedere alla loro mente alveare. Ma questo è solo un piccolo motivo in più per amarle.

Le api muoiono: In che modo le uccidiamo

Le api hanno iniziato a diminuire già nella Seconda Guerra Mondiale, ma la loro grande moria è iniziata negli anni 2000 grazie a: pesticidi; parassitosi (il Varroa Destructor, ad esempio, che indebolisce irreversibilmente il sistema immunitario delle api); perdita di habitat; cambiamenti climatici (il caldo eccessivo impedisce alle piante di fornire sempre nuovo nettare e polline per le api, impoverendo così la loro alimentazione, mentre il freddo improvviso, oltre a compromettere i fiori stessi, blocca anche lo sviluppo dell’alveare; il riscaldamento globale, poi, facilita la proliferazione dei parassiti dell’alveare, tutti letali, dal Varroa alla Vespa Vellutina all’Aethina tumida); l’agricoltura che coltiva quasi solo monocolture di cereali, scarsi di polline e di nettare e che non lascia spazio a piante e fiori selvatici che sono invece un vero nutrimento per le api; perfino le pratiche scorrette di alcuni apicoltori, che possono indebolire le api e concorrere alla loro morte. Le cause sono molte, ma col passare degli anni l’attenzione si è concentrata su una specifica famiglia di pesticidi, i neonicotinoidi.

Greenpeace, campagna per salvare le api 2019

L’introduzione in larga scala dei neonicotinoidi è coincisa con l’inizio della moria delle api. Usati in agricoltura per le sementi di mais e di altre colture, agiscono sul sistema nervoso di insetti infestanti, ma purtroppo, anche sugli insetti impollinatori, fondamentali per la sicurezza alimentare nel mondo e per la biodiversità visto che l’impollinazione garantisce la riproduzione di più dell’80 per cento delle specie vegetali. Come se non bastasse gli effetti negativi dei neonicotinoidi si ripercuotono anche su alcune specie di volatili.

Cosa facciamo per salvare le api

L’Unione Europea è l’unica parte del mondo che ha almeno provato a fare qualcosa, mettendo fuori legge, nel 2018, tre fra i neonicotinoidi considerati più dannosi, almeno in campo aperto, perché in serra sono sempre utilizzabili. Alcuni fra i singoli paesi europei hanno protestato a lungo e quindi dubito si siano messi in regola con la normativa. Negli Stati Uniti, invece, nel 2014 l’amministrazione Obama ha messo su la classica task force americana incaricata di “studiare la situazione”; in seguito, con l’amministrazione del bleach-drinker dubito fortemente che il salvataggio degli insetti impollinatori sia stato messo in agenda, a danno dei bravi produttori di pesticidi.

Le api muoiono: ape sui miei fiori di Buddleia
Le api muoiono: ape sui miei fiori di Buddleia

Per quanto riguarda la Cina, poi, posso annunciare che in alcune vaste contee, come quella di Maoxian nella provincia di Sichuan, l’avvelenamento dell’ambiente ha ucciso tutti gli impollinatori naturali fin dagli anni ’80. Di conseguenza i coltivatori di frutta eseguono loro stessi questo lavoro, impollinando a mano, una ad una, le piante. Dagli anni ’80 ad ora questo “lavoro” si è diffuso in molte parti del mondo e lo trovo fortemente simbolico in previsione del futuro molto prossimo che ci aspetta: un ennesimo lavoro da schiavi (non credo si possa definire diversamente) in un mondo posseduto da iper ricchi, blocchi di potere e lobby di imprenditori/criminali guardati con grande rispetto da politici e media.

Le api muoiono: Pomodori e vibratori

Qualcuno si domanderà come funziona il mestiere dell’impollinatore umano. Queste persone muovono il polline da fiore a fiore con un pennellino, e, sfortunatamente, non è più un tipo di occupazione così rara. I coltivatori di pomodori spesso impollinano i fiori di pomodoro utilizzando un vibratore. Un vero vibratore, sì. Questo perché il polline contenuto dentro a un fiore di pomodoro è rinchiuso in modo molto preciso nella parte maschile del fiore, l’antera, ed il solo modo per liberare il polline è farlo vibrare. Infatti i bombi sono una delle poche specie di api nel mondo capaci di salire sul fiore e farlo vibrare, scuotendo le ali ad una frequenza simile alla nota musicale Do. In questo modo tutto il polline spruzza fuori e ricopre per intero il corpo del bombo che poi lo porta a casa come cibo. Alcuni coltivatori di pomodori adesso insediano colonie di bombi nella serra per fargli fare un’impollinazione più efficiente, cosa che rende anche i pomodori di migliore qualità.

Bombo e fiore di pomodoro

Quanto vale il lavoro delle api?

C’è gente per cui quello che conta è sempre ed esclusivamente il dio denaro, e quindi aggiungo poche parole: il lavoro delle api è valutato 153 miliardi di euro all’anno globalmente, 22 miliardi solo in ambito europeo, ma sono dati non troppo recenti. Di sicuro, relativamente al numero delle api sempre più in calo, i dati non possono che essere più alti.

Per quel poco che possiamo fare, oltre a supportare Greenpeace e la sua campagna a favore delle api, da questo link potete scaricare la lista delle piante da mettere in balcone, giardino, terrazzo per aiutare gli impollinatori.

Le api muoiono: l’ultima ape

La frase “Se le api scomparissero dalla Terra, per l’uomo non resterebbero più di 4 anni di vita” è stata attribuita ad Einstein, anche se probabilmente non è stato lui a dirla. Di sicuro, se l’uomo è interessato a sopravvivere, ha bisogno o di molte api o di molti schiavi umani. In ogni caso io un futuro senza api e da schiava non lo voglio vivere. Ripensare a tutte le lucciole che d’estate vedevo da bambina al mare, in campagna, quasi ovunque, mentre mio figlio non è mai riuscito a vederne nemmeno una già mi mette una grande tristezza. Ma vivere senza api, no grazie. Teneteveli voi i 4 anni di vita. Infilatelo voi il vibratore nel pomodoro. Io non sopravviverò mai all’ultima ape.

“BEEKEEPER” di Keaton Henson, canzone bellissima che dedico a tutti gli apicoltori che considerano le loro api parte della propria famiglia

M49 orso meraviglioso è stato catturato

M49 orso meraviglioso è stato catturato dagli agenti forestali del Trentino Alto Adige, e come possiamo vedere dalla foto in cui si assiepano intorno alla piccola gabbia dove hanno rinchiuso il grosso orso, sembrano molto fieri, nonostante i loro volti non siano riconoscibili, un po’ come se fossero un gruppo d’assalto militare che ha appena acciuffato qualche pericoloso terrorista.

M49 orso meraviglioso è stato catturato. Qui nella piccola gabbia dove l'hanno imprigionato
M49 orso meraviglioso catturato e imprigionato

Annuncio dato dalla LAV

Allego parte dell’annuncio dato dalla LAV poche ore fa:

Si conclude così la fuga per la libertà di un animale che, dopo avere esplorato le province di Trento, Bolzano e Verona, se ne era tornato da pochi giorni nei suoi luoghi di origine, nel Trentino occidentale. Un animale che, pur avendo percorso centinaia di chilometri, non ha mai costituito alcun pericolo per l’uomo e che ora sarà condannato all’ergastolo solo per avere mangiato del cibo malamente custodito in alcune baite in alta quota.

“La sentenza emessa dalla Provincia di Trento è inutilmente crudele perché si accanisce su un animale che ha dimostrato eccezionali capacità di adattamento e sopravvivenza – dichiara Massimo Vitturi, responsabile Animali Selvatici LAV – aspetti che ne fanno un individuo particolarmente dotato che dovrebbe essere per questo ancora più rispettato e accettato, anche se si è reso responsabile di qualche danno, esclusivamente di carattere economico.”

Colpisce che in un periodo in cui tutta la collettività, lo Stato e i governi locali sono impegnati nel contrasto alla pandemia, Fugatti e la provincia di Trento abbiano trovato risorse, tempo e modo per imprigionare M49, impegnando sul territorio uomini e mezzi in un’attività che non aveva alcun carattere di urgenza.

M49 orso meraviglioso è stato catturato: stralcio di articolo scritto su blog del Fatto Quotidiano nel novembre 2019

M49 orso meraviglioso è stato catturato
M49

Nel novembre 2019, sul blog del Fatto quotidiano, il giornalista Paolo Martini pubblicò un bell’articolo sulla fuga di M49. Ne riporto uno stralcio:

La sua stessa leggenda ormai sovrasta M49: nelle poche immagini disponibili è facile leggergli la fierezza sul volto quando ha una preda ai piedi, la faccia da duro quando viene intrappolato fotograficamente prima della cattura, e infine oggi un’aria sospettosa e affranta mentre fugge, fugge chissà dove per boschi, inseguito da mute di cani e guardie.

Oltretutto il coprotagonista minore della vicenda è il nuovo leader leghista del Trentino Maurizio Fugatti, con quel cognome evocativo, e non solo perché riporta a uno che è stato tra i felini – con quella consonante che lo allontana anni luce dal grande mitico ferino, ma con quell’incipit evasivo perfetto per i titolisti: il manifesto oggi dedica una pagina intera a M49, ospita anche l’intervento di un dirigente del Wwf introdotto dalla battuta: “un orso in fuga da Fugatti”

La questione, posto che si possa prendere sul serio, è davvero grottesca: sono state spese energie e quattrini dei contribuenti per ripopolare l’orso nel parco dell’Adamello-Brenta, con una fondamentale scelta di riqualificazione del territorio che tutti gli esperti di marketing turistico consigliavano. Nella Val Rendena, tra Pinzolo e Madonna di Campiglio, storicamente sul finire dell’Ottocento era stata perpetrata forse la più grande strage di orsi a fini economici che sia mai stata fatta in Europa; tra l’altro i cacciatori più feroci erano anche quelli che portavano in giro i primi signori inglesi che vennero a scalare le montagne del Brenta. Se ci sarà mai una Norimberga per i crimini ambientali dell’alpinismo, anche le crudeltà nei confronti dei nostri poveri orsi farebbero parte dei capi d’accusa principali, come le montagne di merda e di rifiuti sull’Everest.

Il Ministro dell’Ambiente e i canali diplomatici

Il ministro dell’Ambiente ha detto: “Mi sto adoperando con tutti i canali possibili per trovare una nuova casa all’orso M49. Stiamo sondando parchi europei, contattando Paesi dove questo tipo di orso potrebbe vivere bene e senza rischi, attivando anche i canali diplomatici. L’obiettivo è regalare a questo orso, a cui vogliamo bene, la migliore casa possibile.” Questo orso a cui vogliamo bene? Ministro Costa, la prego, almeno non insulti la nostra intelligenza. Nuove case? Parchi europei? Wow: i canali diplomatici, pensate un po’! E perché non libero in Trentino, terra a cui appartiene? E allora ogni volta che un esploratore o un boy scout dovesse vedere un orso da lontano cosa farete? Gli darete la caccia e poi gli troverete una nuova casetta insieme a Riccioli D’Oro?

M49 orso meraviglioso è stato catturato: l’uomo e gli orsi tanto tempo fa

Atalanta salvata dall’orsa, illustrazione di Emanuele Luzzati

In momenti come questo sembra strano pensare al Paleolitico, quando alcuni fra gli umani di allora veneravano l’orso, in un vero e proprio culto che era, come tutti i culti, propiziatorio; in quel caso propiziava la caccia. Sembra strano anche pensare ad Atalanta, dal greco Αταλάντη, che significa “in equilibrio”: abbandonata dal padre in una foresta quando era ancora neonata, perché non era un maschio, ma sopravvissuta grazie ad un’orsa che la allattò e la tirò su facendola diventare la più grande cacciatrice di tutti i miti greci, nonostante fosse femmina. Anche per questo la caccia insensata e feroce che hanno dato a M49 e infine la sua cattura mi fanno sentire doppiamente sola: come donna in un mondo dove comandano gli uomini e come animalista in un mondo di gente a cui non frega nulla degli animali, e, se è per questo, nemmeno degli esseri umani.

Perché M49 è speciale

Cosa ha di speciale M49? È un die-hard, un combattente, proprio come l’orca Tilikum. Un resistente. Una creatura che segue il proprio istinto e cerca la libertà. Capace di fuggire dall’Alcatraz degli orsi, con doppio recinto elettrificato e così tanto cemento sotto ai piedi che nemmeno la dinamite potrebbe scavarci un tunnel. Un orso solo in foreste dove, in tempi nemmeno lontanissimi di orsi ce n’erano tanti, mentre adesso, così come hanno fatto con Daniza – sempre nell’amichevole Trentino – gli orsi vanno uccisi o incarcerati, perché il territorio sparisce visto che i bravi imprenditori che costruiscono condomini, villini tutti uguali e qualche bellissima e ricca baita aumentano, per non parlare degli allevatori e col territorio spariscono le foreste e le loro meravigliose creature che fra non molto saranno solo leggenda.

M49 orso meraviglioso è stato catturato: orsa Daniza con cuccioli, uccisa nel 2014
L’orsa Daniza, catturata e uccisa nel 2014 perché voleva difendere i cuccioli

M49 orso meraviglioso è stato catturato: cosa ci ha insegnato?

Cosa ci può insegnare M49? Che la libertà viene prima di ogni cosa. Che la ribellione contro chi ci toglie tutto è sempre giusta. Che un mondo senza orsi in libertà non vale la pena di essere vissuto.

Cosa possiamo desiderare per M49? Che riesca di nuovo a fuggire, e se così non fosse, mi auguro che muoia, senza dolore, senza diventare la marionetta di nessuno, con la stessa eroica dignità con cui ha vissuto, abbandonando rapidamente un mondo che non lo merita, ma che certamente merita esseri come l’orribile leghista Fugatti.

M49 gioca con la neve, video di Tommaso Borghetti

Cosa possiamo fare per gli ultimi orsi ancora liberi?

Cosa possiamo fare per gli ultimi orsi ancora liberi? Diffidare la provincia di Trento è inutile: loro se ne fregano. Sempre che la pandemia non dilaghi di nuovo, rinchiudendoci in casa per tutta l’estate e l’inverno che verrà, dobbiamo boicottare il Trentino, e fare sì che il turismo in Trentino smetta di esistere, diventi un ricordo lontano. Non solo, dobbiamo boicottare tutte le loro industrie e aziende, a iniziare dalle mele. Dobbiamo fare in modo che, dal punto di vista dell’industria, la caccia all’orso si trasformi nel loro incubo peggiore, che si ritrovino a rimpiangere il Covid. Perché questa gente, come tutti sappiamo, riconosce solo l’odore e il fruscio delle banconote, e soffrono solo se li tocchi lì, dove tengono il portafogli.

Almeno finché non dimostreranno di essere in grado di prendersi cura di quei monti e di quelle foreste che non appartengono né ai costruttori né agli allevatori, agli albergatori o ai turisti e tanto meno ai leaderini politici, bensì alla fauna e alla flora che ci abitano da sempre. Vi chiedo, quindi, di condividere quest’articolo, se siete animalisti e in accordo col boicottaggio del Trentino. Nel nostro piccolo, cerchiamo tutti di fare qualcosa.  

Il mio gatto Axl

Il mio meraviglioso gatto Axl è morto

Il mio gatto Axl, il nostro meraviglioso gatto Axl è morto due giorni fa, il 28 marzo, alle 10 di mattina. Questo articolo è dedicato al suo ricordo e a tutti gli animali che amiamo e che ci amano profondamente, che fanno parte della nostra famiglia e sono così importanti per la nostra vita, e che in questo duro periodo di pandemia ci sostengono e ci aiutano.

Storia del mio gatto Axl. In questa foto era un cucciolo
Il mio gatto Axl da cucciolo

Ho sempre avuto gatti, fin da bambina. Ne ho avuti tanti e li ho amati tutti, soffrendo ogni volta che uno di loro stava male, e a maggior ragione quando morivano. Axl, però, era un gatto speciale. L’avevamo chiamato Axl perché era bellissimo e casinaro come Axl Rose da giovane, ma la sua bellezza era anche e soprattutto interna. Aveva un’aura luminosa attorno, e adesso che non c’è più, penso a lui come a un gatto di pura luce, di pura energia.

Axl, un gatto speciale

Primo piano del mio gatto Axl. Storia della sua vita.
Il mio gatto Axl

Axl era una sorta di gatto santo, con capacità percettive e telepatiche davvero uniche. Io e lui comunicavamo attraverso il pensiero, come sensitivi o chiaroveggenti. A volte pensavo: “Dove sei, Axl?” e lui, dopo pochi secondi, entrava dalla porta e mi veniva incontro. Quando lo accarezzavi aveva la capacità di far calare la tua ansia, la tua tensione, capacità che, in parte, hanno tutti i gatti, ma lui era un vero e proprio painkiller. A volte avevo la sensazione che riuscisse a farti star meglio caricando le tue ansie su di sé, come un gatto sacrificale. Era un po’ come se sapesse che la sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo (Dostoevskij, Delitto e Castigo), cosa che noi umani raramente proviamo mentre lui aveva di certo un cuore molto generoso.

Axl e Emiliano nella nevicata a Roma del 2012
Axl e Sandra nella nevicata a Roma del 2018

Il mio gatto Axl: quello che amava e quello che odiava

Il suo linguaggio era composito, con una decina di miagolii del tutto differenti a seconda di quello che voleva comunicare: c’era il miagolio di saluto, il miagolio di allegria e divertimento, il miagolio di dolore, il miagolio di protesta, il miagolio di gioco, il miagolio di richiesta coccole. Come tutti i felini amava la notte, e quando noi andavamo a dormire lui e l’altra gatta, Angelina, tiravano fuori dalla loro cesta tutte le palline e i topini e, al mattino, trovavo tutti i loro giochetti sparsi in giro per casa. Odiava andare in macchina, e se lo dovevi portare da qualche parte lui già lo sapeva prima che noi andassimo in punta di piedi a prendere il trasportino e spariva, come un piccolo fantasma.

Angelina e Axl

Due anni fa abbiamo traslocato, e la prima notte nella nuova casa Axl ha miagolato ininterrottamente, urlando il suo verso di protesta a squarciagola. Ma poi, nel corso di una decina di giorni è uscito in giardino, che nell’altra casa non c’era, e lo ha amato: quanto gli piaceva acquattarsi nella siepe di Viburno e affilarsi le unghie sul tronco del Callistemone! Gli piacevano soprattutto le creature volanti; seguiva con grande attenzione il volo di api, farfalle, vespe e guardava quasi in stato meditativo gli uccelli che volavano sopra di lui: stormi di pappagalli verdi velocissimi e chiassosi, cornacchie grosse dalla voce potente, minuscoli passeri rapidi e silenziosi.

Axl in giardino, storia del mio gatto speciale.
Il mio gatto Axl in giardino

La malattia di Axl

La scorsa estate del 2019 ho sognato Axl ricoperto di sangue, e ho capito che una malattia seria lo aveva colpito, anche se ancora non mostrava alcun sintomo. Qualche mese dopo ha iniziato a star male ed è diventato pelle e ossa. Gli hanno diagnosticato un tumore ai polmoni, non operabile, e dopo un ricovero di qualche giorno è tornato a casa. Per quasi tre mesi è rifiorito; grazie al cortisone aveva ripreso a mangiare ed era felice. Ogni sera alla stessa ora dovevamo infilargli in gola la pasticca di cortisone, ma lui, consapevole del benessere che quella pasticca amara gli procurava, a quell’ora saltava sul solito tavolo e ci ricordava che era il momento della medicina.

Le zampine bianche di Axl

Axl e la fine della sofferenza

Una settimana fa Axl ha iniziato a star male. Piano piano prima, tutto insieme poi. La sua ultima notte è stata straziante. Ogni suo respiro era per noi una coltellata al cuore. Ed è così strano che sia morto patendo gli stessi sintomi di forte insufficienza respiratoria che, in questo periodo, patiscono i malati più gravi di Covid-19. Ma quando al mattino l’ho portato dal veterinario, che mi ha confermato che non c’erano più cure possibili e la sola cosa giusta da fare era un’eutanasia, Axl era sereno. Pronto ad andare. Me l’ha detto con gli occhi e col pensiero. Abbiamo passato gli ultimi cinque minuti della sua vita insieme, in una stanza dello studio veterinario, e ho potuto stringergli per l’ultima volta quelle lunghe orecchie e quelle zampine bianche, sempre candide, pulitissime anche in punto di morte.

Puscifer, gruppo di Maynard Keenan, con Tumbleweed, in memoria di Axl

Esiste, o fratelli, un luogo dell’essere in cui non vi è né terra né acqua, né fuoco né aria, non vi è infinità dello spazio né infinità della coscienza. Non vi è la nullità, non la percezione né la non-percezione, né questo mondo né un altro mondo né entrambi, né il sole né la luna. Qui, monaci, io dico che non vi è giungere né andare né rimanere, non vi è crescita né decrescita. Esso non è fisso, non è mobile, non ha sostegno. È la fine della sofferenza.” Buddha

Addio, addio Axl! Sarai sempre attaccato alla mia pelle, come un bellissimo e magico tatuaggio

TILIKUM

Da “La mia Africa” di Karen Blixen:

Le giraffe vanno ad Amburgo.  …Sul ponte scorsi una grande cassa di legno da cui spuntavano le teste di due giraffe. Venivano dall’Africa Orientale Portoghese, mi disse Farah, che era salito a bordo, e sarebbero state condotte in un serraglio ambulante di Amburgo.

Volgevano di qua e di là la testa delicata: parevano sorprese; e avevano buone ragioni per esserlo. Non avevano mai visto il mare. Dovevano avere appena lo spazio per stare in piedi, in quella cassa stretta. Il mondo intorno a loro, all’improvviso, s’era mutato, rattrappito, chiuso.

Non conoscevano né potevano immaginare la degradazione che le aspettava. Creature orgogliose e innocenti, miti animali delle grandi pianure, dal passo elegante, erano ignare della cattività, del freddo, del tanfo, del fumo, della scabbia e dell’atroce noia di un mondo in cui non accade mai nulla.

… Rammenteranno mai, le giraffe, nei lunghi anni che le attendono, il paese perduto? Dove, dove sono scomparsi i prati, gli spineti, i fiumi, gli stagni, le montagne azzurrine? Si chiederanno. La dolce aria alta sulle pianure si è sollevata e ritratta. Dove sono le altre giraffe che correvano nelle lunghe galoppate sulla terra ondulata? Le hanno abbandonate, dileguandosi tutte quante; chissà se torneranno mai più. Dov’è la luna piena, la notte?

Le giraffe si agitano e si destano, nella carovana del serraglio, nella gabbia stretta odorante di paglia fradicia e di birra.

Addio, addio. Vorrei poteste morire durante il viaggio, tutte e due, perché la vostra piccola testa piena di nobiltà, che ora si tende, sorpresa, dall’orlo della cassa, contro il cielo azzurro di Mombasa, non debba voltarsi vanamente da tutti i lati, ad Amburgo, dove l’Africa è ignota. Quanto a noi, dovremo trovare qualcuno che ci faccia veramente del male, prima di poter in coscienza chiedere perdono alle giraffe per il male che facciamo loro.

TILIKUM: giraffe in uno zoo intorno al 1930 a testimoniare l'umana perversione di ingabbiare animali

La cattura dell’orca Tilikum

Nei primi anni ’80 mia madre e mio padre andarono a fare un viaggio in Canada, British Columbia, e dal traghetto che li portava all’isola di Victoria videro passare un pod di orche. Erano tante, nelle acque gelide nuotavano a balzi, libere, le pinne dorsali dei maschi sollevate con orgoglio, potenti, meravigliose, sincronizzate, perfettamente connesse l’una all’altra. Per tutto il resto della sua vita mia madre, fra tanti ricordi, ha sempre privilegiato quell’immagine, raccontandola come una visione folgorante, come un incantesimo a cui aveva avuto il privilegio di assistere, come qualcosa che potrebbe riuscire ad illuminarci, se solo la nostra mente sapesse vedere.

Nel medesimo periodo, dall’altra parte del mondo, in Islanda, terra prediletta dai bracconieri affiliati ai grandi “parchi acquatici”, Tilikum fu catturato: era il 1983 e il piccolo maschio d’orca aveva solo due anni. Se consideriamo che le orche in natura hanno una vita lunga come e più di quella umana, un’orca di due anni è poco più che neonata.

“Blackfish” di Gabriela Cowperthwaite

Tutti gli ambientalisti, gli animalisti e anche persone che non sono né l’una né l’altra cosa sanno perfettamente chi era Tilikum: per alcuni l’orca più incredibilmente grande fra tutti i SeaWorld del mondo; per altri l’orca colpevole di aver ucciso una sua addestratrice, e forse un vagabondo entrato di notte nella sua prigione d’acqua. Per altri ancora, il protagonista del famoso “Blackfish”, documentario del 2013 di Gabriela Cowperthwaite, che racconta proprio la vita di Tilikum denunciando i maltrattamenti delle orche nei parchi acquatici e mostrando le scene ignobili e dolorose delle piccole orche catturate in natura, davanti alle proprie madri che urlano impotenti.

TILIKUM, orca diventata simbolo delle lotte contro i sea parks, qui fotografata con pinna dorsale floscia, sintomo di malattia e sofferenza
TILIKUM, AL SEAWORLD, CON LA PINNA DORSALE FLOSCIA, SINTOMO DI MALATTIA E INFELICITA’

Voglio solo ricordare i molti studi che mostrano come le orche siano capaci di una profondità emotiva del tutto assente nell’uomo. Non voglio, invece, raccontare di nuovo la storia di Tilikum: di come da giovanissimo sia stato più volte traumatizzato, non solo al momento della cattura ma anche dopo, rinchiuso in piccoli e lerci carceri acquatici di SeaWorld, tenuti, evidentemente, ben nascosti al pubblico. Del modo in cui è stato addestrato con metodi feroci basati, fra l’altro, sulla privazione del cibo. Della sua trasformazione in “testimonial” del SeaWorld ma soprattutto in un business milionario grazie al suo seme particolarmente fertile che ha portato alla nascita di quattordici cuccioli come minimo.

I signori dei Sea Parks

La colpa del Sea World di Orlando, dove Tilikum è approdato nel ’91, colpa nei confronti delle vittime umane della grande orca è dimostrata da come Tilikum sia sempre stato tenuto al di fuori di quelli che i signori dei sea parks chiamano waterworks. I waterworks significano interazione dentro l’acqua fra orca e addestratore, interazione impossibile, nel caso di Tilikum, perché “non impostato nel modo giusto”. Che poi significa recalcitrante a diventare una marionetta. Non nato per essere schiavo e quindi usato solo per lo stupido splash segment, dove con la sua mole, potenza ed energia affascinava e caricava il pubblico d’adrenalina. Appena finito il suo breve show, veniva rimandato nella sua piccola e solitaria piscina. Giorno dopo giorno la sua salute fisica e mentale peggiorava irreversibilmente, così come accade a tutte le orche in cattività.

Non ho nemmeno voglia di raccontare la tragedia annunciata, quando per Dawn, l’addestratrice, rimanere fuori dall’acqua, seduta sul bordo della piscina rocciosa, non è stato sufficiente per salvarsi la vita. Tilikum è riuscito ad afferrarla per i capelli legati in coda di cavallo trascinandola sott’acqua fino a farla annegare. Da quel momento il SeaWorld non ha più fatto esibire Tilikum relegandolo nell’ennesima vasca prigione, sempre più angusta. Nonostante la pressione pubblica e l’impegno di organizzazioni animaliste per reintrodurre Tilikum in un santuario marino, i vertici di SeaWorld hanno sempre rifiutato.

Morte di Tilikum

Quando il 6 gennaio del 2017 ho saputo che Tilikum era morto ho ringraziato l’universo. La morte, infatti, non è niente, mentre sofferenza, schiavitù, malattia e noia non sono tollerabili. Io spero sia almeno riuscito a dimenticare la madre, il suo gruppo familiare e le acque gelide dell’Islanda. Spero non abbia aggiunto all’orrore di una vita di torture anche la tristezza del ricordo di quei due unici anni di vita in natura. 

La sua vita rubata in modo criminale e la sua sofferenza fisica, era tutto finalmente finito. Quello che non è finito e non finirà mai, invece, è l’arroganza, la prepotenza e la ferocia umana: che cosa c’è di profondamente sbagliato nella nostra specie per sentirci padroni di terre, mari, aria e di ogni creatura vivente?

Cosa ci lascia Tilikum

Per me Tilikum non è stato solo un meraviglioso e infelice animale, un portento della natura, ma anche il simbolo di chi decide di non piegarsi, di chi rifiuta di essere schiavo. Il simbolo di chiunque, animale o umano, scelga di ribellarsi alla tirannia, in qualsiasi forma questa si presenti.

POD DI ORCHE LIBERE

Quanto a noi, dovremo trovare qualcuno che ci faccia veramente molto, molto male, prima di poter in coscienza chiedere perdono a Tilikum e a tutti gli altri animali che schiavizziamo, ingabbiamo, torturiamo in allevamenti intensivi, vivisezioniamo, mangiamo, scuoiamo per indossarne pelli o pellicce, diamo loro la caccia, togliamo loro il territorio condannandoli all’estinzione. Chiedere loro perdono per tutto il male che gli abbiamo fatto e che, imperterriti, continuiamo a fargli.