Luciano Viti Rock in Camera

Luciano Viti Rpck in Camera Luciano e Jimmy Page a Pistoia blues

Luciano Viti Rock in Camera è un’intervista ad un grande fotografo italiano, specializzato in ritratti di artisti. Nel corso della sua lunga carriera Luciano ha fotografato principalmente rockstar, ma anche attori e registi famosi. I suoi scatti sono bellissimi e la sua carriera è lunga, ricca e articolata. Ha gentilmente accettato di incontrarmi per parlare della sua professione e condividere aneddoti e storie divertenti sulle star del rock e del jazz che ha incontrato, fotografato e a volte frequentato. 

David Bowie by Luciano Viti, 1983

D: Luciano, diventare ritrattista è stata una scelta o un caso?

Luciano Viti: Una scelta e anche una necessità, perché per fotografare un artista hai un tempo ristretto, magari dieci o venti minuti prima che inizi il concerto; il ritratto è la sola possibilità, perché puoi riuscire a farlo in qualsiasi posto e rapidamente. Una delle mie capacità è proprio la sintesi. Velocità e sintesi nel realizzare il lavoro.

Rock in Camera: Keith Richards

D: Parliamo di rockstar. Hai praticamente passato 2 giorni con Keith Richards, me ne parli?

Luciano: Dopo un inizio un po’ turbolento, io e un amico che faceva da tramite siamo andati ad incontrarlo all’Hotel Excelsior. Lui è sceso, ha salutato l’amico e mi ha abbracciato dicendomi “L’altro giorno ti ho trattato un po’ male, scusami!”. Ci ha fatto salire nella sua suite, dove c’era la moglie, poi siamo andati a bere e a mangiare lì vicino. A fine pranzo è arrivato un cameriere col conto, da me e dall’amico comune. Keith stava chiacchierando da un’altra parte del locale, e mi ricordo che il conto era altissimo. Allora mi sono alzato e l’ho pagato, ma avevo solo ventinove anni ed erano tutti i soldi che avevo. Poi Keith è tornato, ha chiesto il conto e si è stupito quando ha saputo che l’avevo pagato io. Mi ha detto “Ma che sei scemo?” Siamo tornati all’albergo e mi ha preso da parte ripetendomi: “Dimmi quanto hai speso che te li rendo” ma io mi vergognavo e proprio non potevo accettare quei soldi. Allora mi ha detto: “Million dollars” e ha fatto il segno di chi soffia qualcosa al vento, come per dire: “Stai tranquillo, per me quella cifra è meno che spiccioli.” Ma io continuavo a non volerli e lui, per ricambiare, mi ha invitato a cena e siamo andati lui, la moglie, io e una ragazza al ristorante. Poi mi ha detto “Vieni domani pomeriggio e mi fai le foto”. Finalmente aveva accettato di farsi fotografare da me. Quando ho iniziato a scattargli foto ero in maglietta, a novembre ma sudavo per l’ansia. Lui mi ha chiesto “Ma perché sudi?” Mi ricordo che ho detto a me stesso: “Se sfochi ‘ste foto sei uno stronzo!” Poi ha suonato qualcosa con la chitarra e alla fine mi ha detto “Grazie per avermi trattato come un amico e non come una rockstar”. Quella è stata la photo session dove mi sono emozionato al massimo, più della session con Jimmy Page, più di quella con Miles. Mi ricordo quel tratto di Via Veneto dove camminavo con Keith e mentre camminavo non toccavo terra, mi sembrava di volare…

Keith Richards, Roma, Hotel Excelsior 1984 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Keith Richards rome Hotel Excelsior

Luciano Viti Rock in Camera: Jimmy Page

D: Jimmy Page a “Pistoia Blues”, da cui anche la foto che hai fatto con lui. Puoi raccontarmi qualcosa su quella session?

Luciano: I Led Zeppelin sono stati il mio gruppo preferito. Quando sono esplosi io avevo 15 anni e quindi era il momento perfetto, me li sognavo la notte. Andai in treno fino a Londra per vederli, all’epoca 52 ore di viaggio dormendo a casa di uno che non conoscevo. Avevo poca attrezzatura fotografica con me. Poi li ho rivisti l’anno dopo a Zurigo e lì li ho fotografati meglio. Loro erano proprio il mio gruppo. Penso sempre che il gruppo migliore in assoluto siano stati i Beatles, hanno quel qualcosa che li rende meglio degli Stones e meglio degli Zeppelin, ma dal punto di vista emotivo i miei preferiti erano gli Zeppelin. A “Pistoia blues”, nel 1984, sono andato come fotografo ufficiale pur pensando che Jimmy Page non si sarebbe presentato. Invece ho fatto bene ad andare perché lui c’era, abbiamo fatto una photo session e l’ho conosciuto. Lui è una persona tranquilla, alla mano. Fra i vari guitar hero lui e Hendrix sono quelli che hanno il rapporto scrittura-chitarra che preferisco. A Pistoia c’era anche Rory Gallagher, che è una persona di una gentilezza ed educazione squisita.

Jimmy Page e Rory Gallagher, Pistoia 1984, by Luciano Viti

Rock in Camera: Miles e Chet

Miles Davis 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera: Miles Davis

D: Fra i tuoi scatti migliori e più famosi c’è Miles Davis. Come hai fatto a catturare la sua anima così bene?

Luciano: Non lo so. Forse quando scatto nemmeno me ne accorgo di quello che faccio. Io so che per fare una bella foto bisogna spingere la propria forza, l’intenzione fino al limite, come correre fino al bordo di un dirupo ma senza cadere di sotto: c’è un attimo in cui rimani sospeso in aria, un po’ come nei cartoni animati, e quello è l’attimo speciale della foto, poi ritorni indietro. Con Miles fin dall’inizio è stato incredibile: il suo impresario gli ha fatto vedere il mio book e lui ha subito accettato di farsi fotografare. Lo shoot è durato poco, a Miles io ho fatto solo 36 scatti. Proprio alla fine, col mio inglese dall’accento romano, gli ho detto: “Put the tongue into the finger”. Lui mi ha guardato come per dire “questo è scemo”, però ha messo la lingua sulle dita! Io ho scattato e gli ho detto “One more”. Lui l’ha rifatto ed è finito il rullo. Per un attimo ho visto nei suoi occhi proprio un “ma che cazzo” ma la sua grandezza è stata di farlo ugualmente, e lì ho capito una cosa: in linea di massima non devi patire la soggezione del grande personaggio, devi essere deciso.

D: Parlando di artisti jazz, che mi dici delle foto che hai scattato a Chet Baker?

Luciano: Andando indietro mi ricordo che nessuno di noi parlò, nessuno disse nulla, forse due parole. Chet era molto fotogenico, nonostante anni e anni di droga; magari dimostrava più dell’età che aveva, ma in foto credo fosse difficile sbagliare con Chet. Sapeva posare, stare davanti alla macchina fotografica, bucava lo schermo, e io ho fatto, come faccio sempre, un lavoro di sintesi.

Chet Baker, Roma 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti: Rock in Camera Chet Baker 1987

Rock in Camera: Frank Zappa

D: Un altro gruppo di foto che hanno avuto gran successo sono quelle che hai fatto a Frank Zappa. Lui, che era sempre molto istrionico, amava essere fotografato: le pose che fa nelle tue foto le ha scelte da solo o le hai scelte te?

Luciano: Le ha scelte lui e io le ho prese al volo, a parte quella con la bacchetta in mano che è stata una mia proposta che lui ha accettato. Prima di fare le foto è venuto il suo assistente, gli ho fatto vedere il mio portfolio e a un certo punto c’era una foto di Greta Scacchi, giovane, bellissima. L’assistente esclama “Greta Scacchi! Wonderful lady!!!” e subito dopo mi dice “ora veniamo, Frank ha detto che ti da 10, 15 minuti”, mentre tutto il Palasport di Roma era pieno e tutti aspettavano che lui iniziasse a suonare. Dopo 5 minuti torna l’assistente con Frank e gli mostra il mio book con la foto di Greta Scacchi. Anche Frank dice “Bellissima, la adoro” e io allora tiro fuori la foto e gliela regalo. Frank prima non voleva ma io ho insistito e lui l’ha presa ringraziandomi. Subito dopo abbiamo fatto le foto e sono venute tutte benissimo.

Frank Zappa 1988 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Frank Zappa

Rock in Camera: Luciano Viti

D: Hai imparato a fotografare in qualche scuola o da qualche maestro?

Luciano: Io sono autodidatta. Ho imparato ad usare le luci guardando i film italiani del neorealismo e quelli americani. Io guardavo quei film e rimanevo a fissare le luci. Ad esempio, le luci del “Terzo uomo” di Carol Reed con la fotografia di Robert Krasker sono molto più che attuali, secondo me appartengono al futuro. Io le guardo, le vedo e posso rifarle, ma nel 1949 era impossibile. Oppure 8 e mezzo di Fellini, con Gianni Di Venanzo, uno dei più grandi direttori della fotografia di sempre, film impossibile anche oggi da rifare. Quindi io ho imparato a ricreare le luci che vedevo nei film, non quelle delle fotografie. Recentemente mi sono rivisto un film con Greta Garbo, meravigliosa, di una bravura pazzesca …

Eic Clapton 1989 by Luciano Viti

Ron Wood e Bo Diddley, 1988 by Luciano Viti

D: L’avresti voluta fotografare?

Luciano: No, io fotografo pochissimo le donne. Ho fotografato attrici, cantanti, modelle ma sto a disagio. Non lo so perché, ho sempre una sorta di timidezza verso la donna, come una forma di delicatezza. Anche alle mie ex fidanzate ho fatto pochissime foto. E in generale non sono uno che va in giro con la macchina fotografica dietro. Io non faccio il fotografo, io sono un fotografo. Quando fotografo non mi accorgo di nulla, potrebbero uccidermi e non me ne renderei conto. Fotografare è l’unica cosa che mi porta via, non c’è niente che amo di più fare, più del sesso, più di qualsiasi altra cosa.

Patti Smith, 1996 by Luciano Viti

Luciano Viti Patti Smith

D: Parlando di fotografi, chi sono i tuoi preferiti?

Luciano: Il mio preferito in assoluto è Pentti Sammallahti, fotografo finlandese meraviglioso che ho conosciuto, fotografato, e penso sia magico. In passato ho amato molto Irving Penn, a cui mi sono ispirato, un grande ritrattista. Uno che mi piaceva molto quando ero ragazzo era Jim Marshall, un grande reportagista del rock, ma che secondo me non sa fare una luce in studio. Lui aveva dalla sua il fatto che faceva proprio parte del mondo rock, soprattutto anni 60, era tossico come tutti gli artisti che fotografava, era amico di tutti, e ad esempio, con nonchalance poteva dire a Janis: “Andiamo in camera tua e facciamo due foto” e lei lo faceva. Alla fine Jim è stato una specie di enciclopedia fotografica del mondo rock di allora e alcune foto sono diventate icone; lui è stato il testimone di un’epoca, senza dubbio.

Ennio Morricone by Luciano Viti

D: Che altri tipi di arte ami?

Luciano: Ovviamente la musica e poi tanti tipi di arte figurativa. Amo molto Pollock, Modigliani, le ceramiche di Picasso, per dirti i primi che mi vengono in mente e già da piccolo rimanevo incantato guardando Nureyev che ballava e restava mezz’ora per aria. Tutti questi grandi artisti, che è come se appartenessero a un’altra specie, sono però ciò che rende l’umanità ancora degna di stare su questo pianeta. Perché gli altri stanno ancora lì a farsi le guerre, mangiati vivi dall’avidità, ladri anche quando sono miliardari. Io non li capisco, proprio non riesco a capirli, ma capisco l’arte.

Mick Jagger, Rotterdam 1982 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Mick Jagger 1982

Mick Taylor, Roma 1997 by Luciano Viti

LucianoViti Rock in Camera: Crosby, Stills & Nash

D: Un altro aneddoto divertente fra i tanti è di qualche anno fa con Crosby Stills e Nash, giusto?

Luciano: Fotografati nel 2013 e non suonavano più insieme da tanto tempo. Quindi, in un camerino allucinante e piccolo dietro al palco fotografo Crosby, poi fotografo Nash mentre Stills dice che lui preferisce non farsi fotografare. Perciò mentre loro suonano io smonto tutto e a metà concerto Stills va dal roadie e gli dice “Dì a quel fotografo che le foto le voglio anch’io”. Allora rimonto tutto, ritiro fuori l’attrezzatura e a fine primo tempo Stills arriva, si asciuga e scopro subito che è diventato un po’ sordo. Dopo qualche scatto arrivano anche gli altri due per fare una foto tutti insieme e dico a Stills “Puoi chiudere le labbra?” e lui ride. Allora Nash gli urla nell’orecchio: “Ti ha detto di chiudere le labbra, non di ridere!”

Crosby, Stills & Nash 2013 by Luciano Viti

Pino Daniele

Pino Daniele Roma Stadio Olimpico 1993 by Luciano Viti

Luciano Viti Pino Daniele

D: So che non ti piace parlare di Pino Daniele, che è stato anche tuo grande amico. Ci provo lo stesso…

Luciano: Non mi va più di parlare di Pino…tutti mi chiedono, domandano… Non mi va più di soddisfare curiosità da pettegolezzo. Per parlare seriamente di Pino, del nostro rapporto, dovrei rivelare intimità profonde, emozioni, storie di vita, complicità che veramente non mi interessa mettere in piazza. Per cui posso solo dire: continuate ad emozionarvi con la sua musica!

D: È giusto ricordare che Luciano Viti ha un archivio di circa 25.000 negativi su Pino Daniele, realizzati tra il 1980 e il 2014, un rapporto pressoché unico nel mondo artistico : un rapporto fatto di profonda amicizia, stima e amore infinito per la musica.

D: Adesso, Luciano, fra i tanti che hai fotografato, io ti dico qualche nome e tu gli abbini un aggettivo, o qualsiasi cosa a cui ti faccia pensare quell’artista, ok?

Steve Ray Vaughan by Luciano Viti

D: Stevie Ray Vaughan  Luciano: Dolcezza

Jorma Kaukonen: Sorridente

Lou Reed: Lontano

Ray Charles by Luciano Viti

Ray Charles: Sorridendo mi ha detto: “Spero proprio che mi hai fatto venire…bello!”

Patti Smith: Sincera

Ian Anderson: Bravo e furbo

Ian Anderson ex Jethro Tull, 1999 by Luciano Viti

Jeff Beck: Chitarra con carburatori Alfa Romeo

Bill Frisell: Minimalista a sei corde

Bill Frisell, Roma 1999 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera Bill Frisell

Jackson Browne: Educato

Mick Taylor: Il mistero

B.B.King: Immenso

B.B.King 1987 by Luciano Viti

Luciano Viti Rock in Camera BB King

Eric Clapton: Cream

Ryūichi Sakamoto: “Modello per caso”

Ryūichi Sakamoto by Luciano Viti

Santana: Woodstock

Frank Zappa: Ironico

Al Jarreau: Cordialità in musica

Al Jarreau, 1996 by Luciano Viti

Luciano Viti, grande fotografo e uomo intelligente, simpatico, originale e affascinante.

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La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese

Intervista a Samantha M. e Omar B.

I ragazzi che appartengono alla “meglio gioventù” italiana, oggi, sono quelli che non hanno genitori potenti né ricchi, non hanno università pagate da mamma e papà in Europa o in America, non hanno il loro bel futuro già assicurato fin dal momento in cui sono venuti al mondo, eppure studiano, lavorano duramente, si conquistano le loro borse di studio, si laureano brillantemente e sanno di poter contare sempre e solo su se stessi. Di sicuro sanno di non poter contare sul sistema Italia, che è abituato a prendere a calci i ragazzi come loro, finché non sono costretti a scappare all’estero. “Masticati e dopo vomitati” per citare Anastasio, poeta rapper.

I due giovani che mi accingo ad intervistare, Samantha M. 26 anni, Laurea triennale in Lettere Classiche e Laurea magistrale in Filologia moderna con tesi su Filologia Romanza; Omar B. 25 anni, Laurea triennale in Lingue con Tesi sull’Ostalgie, a un anno dalla Laurea Magistrale, rappresentano perfettamente la gioventù di cui parlo.

Samantha
Omar a Tallin, Estonia

Samantha è una di quelle persone rare, eccezionalmente bella sia fuori che dentro, empatica, animalista, colta, piena d’interessi, nata in Calabria e trasferitasi a Roma per fare l’Università. Omar è un ragazzo dal DNA multiculturale: padre algerino, madre polacca, nato e cresciuto a Roma sud e quindi italiano ma soprattutto romano, bello, indipendente, cinefilo, colto, ironico.

Domanda: Dopo il liceo avete scelto facoltà di tipo umanistico: Samantha Lettere Classiche a La Sapienza e Omar Lingue a Roma Tre. Perché avete scelto queste facoltà? Quando le avete scelte avevate già un’idea del lavoro che avreste voluto fare dopo?

Samantha: Sì ho scelto Lettere ma fino all’ultimo anno di liceo classico ero convinta di voler fare l’astrofisica, tant’è che per tutto l’ultimo anno di liceo presi lezioni private di fisica e matematica. Poi, ad un test attitudinale risposi correttamente a tutte le domande umanistiche e a nessuna di matematica e fisica. La presi male, mi misi a piangere e la mia Prof mi disse una frase che ancora ricordo perché è stata fondamentale: “Quando capirai che il tuo amore per il cielo stellato è più letterario che scientifico, allora farai la scelta giusta.”

Quando ho scelto Lettere non avevo alcuna idea del lavoro futuro. Ho sempre amato leggere e ho scelto Lettere principalmente per amore della lettura. Credo che 18 anni siano pochi per prendere una decisione così importante come quella della facoltà.

Omar: Ho scelto Lingue, Russo e Tedesco, considerando che l’inglese lo parlavo già piuttosto bene e che parlo polacco e italiano come madre lingua. Forse per DNA multiculturale ho una predisposizione e una curiosità naturale per la conoscenza delle lingue; poi ho da tempo una forte passione per la letteratura russa. Io ho sempre lavorato, fin da quando avevo quindici anni e andavo a scuola, e all’epoca facevo principalmente il cameriere, anche se poi ho lavorato a lungo nell’assistenza clienti come sotto interinale in un’Agenzia che prende appalti da altre Società e, nel mio caso, prima Telecom e poi Poste. Comunque quando ho scelto questa facoltà ho pensato a un lavoro nell’ambito del settore turismo.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Omar a Tallin
La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Omar a Tallin, Estonia

Domanda: Samantha, tu hai passato quasi un anno in Francia, a Poitiers, con Erasmus. Tu Omar sei stato già, durante il primo triennio di Università, con Erasmus a Tallin, Estonia e adesso hai vinto di nuovo Erasmus per studiare in Russia e in Germania. Purtroppo con tutte le difficoltà enormi del Covid non ti fanno entrare in Russia e devi seguire le lezioni in dad, ma lo fai dalla Polonia. Raccontatemi il vostro Erasmus, cosa vi ha dato, cosa vi ha fatto capire, cosa vi ha tolto.

Samantha: Ho trascorso 8 mesi in Francia, bellissimi ma molto malinconici. Ho sperimentato il vivere da sola, perché stavo in un appartamento dello studentato, ma bisogna dire che i francesi – soprattutto in una cittadina della Francia centrale – non sono molto compagnoni. Ho sperimentato cosa vuol dire, all’inizio, non comprendere e non riuscire a farsi comprendere dall’altro. Mi ha fatto crescere molto e mi ha fatto mettere molto in discussione. Una volta ho pensato, mentre fumavo una sigaretta davanti alla finestra “Io qui ci rimarrei per sempre se solo avessi i miei affetti accanto”.

Omar: Non potendo entrare in Russia per il Covid sono venuto in Polonia perché qui si campa con pochi soldi e ho la doppia cittadinanza italiana e polacca. A differenza dell’Erasmus in Estonia, dove dare esami con la preparazione italiana era semplice, con la Russia è tutto molto più difficile, nonostante sia a distanza; i russi sono molto scrupolosi e giustamente pretendono molto: ho le lezioni frontali ma al contempo discutiamo dei vari topic, ho le presentazioni, ci danno i compiti come fossimo al liceo e li controllano. Sto studiando come non ho mai studiato in vita mia: solo il corso di russo mi occupa 16 ore di lezione a settimana e in totale ho 30 ore di lezione a settimana, a cui devi aggiungere tutte le ore passate da solo a studiare. Alla fine è molto più di un lavoro full time, ma i professori sono tutti molto competenti e impeccabili, tranne che sotto il punto di vista organizzativo perché la MGU è la prima università in Russia, quindi un mega ateneo, tipo La Sapienza ma più grande. Altra cosa di positivo è che i professori russi prestano interesse al loro studente, mentre in Italia il professore è su un piedistallo e lo studente è un nulla. Quando hai un compito, una presentazione, la tua opinione conta e se ne discute anche a lungo.

Domanda: Mi sembra di capire dalle vostre esperienze che all’estero, in ambito universitario, c’è tutto un altro approccio e si respira un altro clima rispetto all’Italia, dove puoi anche essere un piccolo genio ma, se non hai i giusti agganci, sei completamente tagliato fuori da ogni possibilità di carriera accademica.

Samantha: Ho appena saputo di aver vinto questa borsa di studio per l’estero cui avevo fatto richiesta ad agosto, erogata da La Sapienza. Poi ho fatto esami scritti e orali e sono molto contenta infine di averla vinta. È una “borsa di perfezionamento all’estero” per seguire corsi o master che siano afferenti al proprio corso di studi, ovviamente in un’istituzione universitaria. Io, quando ho fatto richiesta, ho contattato via email i miei professori di Poitiers che mi hanno immediatamente risposto e segnato tutti i fogli, subito, il giorno dopo, cosa che qui in Italia non è mai successa neanche in sogno, e andrò lì all’Università di Poitiers, quando le lezioni non saranno più solo online, a seguire tutti quei corsi di Medievistica, dalla Filologia alla Storia dell’arte, Paleografia ecc. e poi preparare un progetto di dottorato da presentare in Francia, a settembre. Sicuramente, pur essendo italiana, in Francia ho delle possibilità che qui sono inesistenti.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: Samantha in Francia
Samantha in Francia

Omar: La mia esperienza con la Russia è che vieni preso in considerazione in modo diametralmente opposto a quello italiano. Ti faccio un esempio: di un poeta russo concettualista anni ‘70, Prigov, ho tradotto 2 poesie e insieme alle traduzioni ho scritto un articolo che mandai a una professoressa in Italia per avere un feedback. Dopo un anno lei non ha ancora dato un’occhiata alle mie traduzioni. Come ho parlato alla prof russa della stessa cosa lei mi ha detto che faremo senz’altro delle lezioni apposite su questo poeta, che già in Russia viene poco studiato perché non è classico, e che pubblicherà le mie traduzioni sul sito dell’MGU insieme agli articoli, dopo averle fatte controllare da un professore che, conoscendo anche l’italiano è in grado di capire se le mie traduzioni siano ben fatte. Insomma, un altro mondo rispetto all’Università italiana. Questo, per uno studente, è molto gratificante; in Italia vedevo che la mia preparazione era più alta di quella di altri studenti, ma veniva sottovalutata perché “il tizio che è amico o leccapiedi” viene sempre prima. Oppure perché a molti professori universitari in Italia, di base, non frega niente, magari danno lo stesso voto a tutti così non hanno storie. In Russia invece prendono il loro lavoro sul serio – lavorano molto di più degli italiani, 50 ore a settimana, guadagnano poco e non si lamentano. Chiedilo a un docente in Italia, di lavorare 50 ore a settimana, penserà che sei matto.

Omar a San Pietroburgo, Palazzo d’Inverno

Domanda: Quali sono i vostri sogni, se ne avete, i rimpianti, se ne avete e le aspettative professionali e sociali?

Samantha: Le proposte di lavoro che ho avuto, come docente liceale o per le scuole medie sono state imbarazzanti. Dalle scuole di Modena e dintorni – la provincia che avevo scelto – mi sono arrivate supplenze al massimo per una o due settimane, che non danno punteggio e che non ti ripagano nemmeno il bed & breakfast dove andresti a vivere perché una stanza in appartamento non la trovi per così poco tempo. Oppure una scuola privata che mi avrebbe pagato 7 euro l’ora. In questo momento sto facendo i pacchi per prepararmi a tornare in Calabria a fine dicembre. Nel frattempo, però, ho avuto la bella notizia della borsa vinta per la Francia, dove spero di continuare la ricerca in filologia romanza. Questo è il mio sogno. In Italia lo studente non solo non è aiutato a continuare la ricerca, in ambito accademico, ma addirittura è ostacolato dagli stessi docenti per ragioni oscure o forse non oscure. Io sono “figlia di nessuno” ma da fiera figlia di nessuno tenterò la strada altrove. Sicuramente l’Italia è off limits. Appunto non ho grandi prospettive future perché in questo momento è impossibile anche solo prospettare un qualsiasi futuro. No, non sono ottimista, cerco solo di vivere alla giornata.

La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: la Laurea di Samantha
Samantha il giorno della Laurea

Omar: Mi piacerebbe fare il traduttore editoriale ma non sono ottimista. Ho i piedi piantati per terra, quindi so qual è il mercato del lavoro e sono già quasi certo che non resterò in Italia perché non c’è un futuro, e se dovessi trovare un lavoro decente – che non significa sopravvivere – penso che resterò all’estero. Non sono mai stato disoccupato, se non per scelta, sono versatile e so che troverò un lavoro, anche se spero che abbia qualcosa a che fare con quello che ho studiato. Il lavoro che cercherò dovrebbe avere un numero non troppo alto di ore a settimana, uno stipendio con cui vivere decentemente – so bene che non sarò mai ricco – dovrebbe non farmi schifo e non dev’essere qualcosa per cui rinunciare alla mia vita. A queste condizioni tutto va bene.

Rimpianti no, se tornassi indietro rifarei quello che ho fatto. Forse nel triennio universitario, quando avevo a disposizione un anno di Erasmus ho scelto di fare solo 6 mesi perché avevo paura di fallire, di non farcela coi soldi, tornando indietro farei un secondo Erasmus. Altro rimpianto: dopo il diploma sarei voluto andare a vivere in UK ma non l’ho fatto perché ho avuto paura di dover lavorare full time, di dovermi prendere un debito per l’Università; invece tornando indietro andrei in Uk perché gli inglesi ti danno i soldi per studiare e lo studio nelle università più prestigiose – tolte Oxford e Cambridge – è regalato rispetto alle nostre. Lì ottieni molto di più con molto di meno e subito dopo lavori. No, per il futuro non sono ottimista.

Domanda: Immaginate di rappresentare la “categoria giovani” e di avere una platea di non giovani a cui fare le vostre rimostranze. Cosa vi sentireste di dire, di recriminare, di chiedere o anche di pretendere?

(Qui devo aprire una parentesi. Se avessero posto a me questa domanda penso che avrei lanciato un’invettiva e parlato con rabbia a lungo, ma questi ragazzi sono così incredibilmente sobri e forgiati nel fuoco che non conoscono arroganza e non sprecano parole per cause perse.)

Samantha: Ti rispondo con il film di Nanni Moretti che vede in TV un dibattito con D’Alema e gli dice “D’Alema, reagisci, reagisci, dì qualcosa di sinistra, o almeno di civiltà”. E allora io questo voglio dire: non hanno detto niente, non hanno fatto niente né di sinistra, né di civiltà e nemmeno di buon senso. Hanno lasciato che il mondo, e l’Italia nello specifico, finissero nel baratro.

Omar: Ti rispondo con un’immagine di tortura medievale. Che ognuno ne tragga le sue conclusioni…

Ruota della tortura
La meglio gioventù italiana presa a schiaffi dal nostro Paese: ruota della tortura

Non ho scritto i cognomi di Samantha e Omar esclusivamente per tutelare la loro privacy

Intervista a Laura Salvinelli, la fotografa che dà forma e vita ai ricordi

“Sono venuto” pensò Honda “nel luogo del nulla, dove ogni ricordo è cancellato.”  Yukio Mishima “La decomposizione dell’angelo”

Laura Salvinelli non è solo un’artista, una grande fotografa di fama internazionale, specializzata nel difficile ambito della fotografia sociale, ma anche una persona davvero bella e rara: empatica, amorevole, solidale, animalista e sincera. Fisicamente sembra uscita da un dipinto di Klimt: alta, magrissima, occhi azzurri, capelli rossi e carnagione eterea. La sua casa è semplice e affascinante, piena di foto e oggetti speciali riportati dai luoghi più remoti della terra. La mia componente “bambina” vorrebbe frugare nel baule antico e orientale che ha in ingresso, e lei è così gentile che, se glielo chiedessi, probabilmente me lo lascerebbe fare.

Domanda: La tua carriera da fotografa è iniziata con cinema e musica, campi in cui hai lavorato per quasi vent’anni. Dopo di che sei passata dal fotografare Keanu Reeves alle ragazze di un carcere minorile in Kenya. Non è proprio un percorso normale: come ci sei arrivata?

Laura Salvinelli: Ho sempre seguito i miei sogni. Da bambina ero ossessionata dal voler dimostrare la verità dei sogni. Quando sognavo di stringere un oggetto speciale nelle mani pensavo che, al risveglio, ritrovandomelo in mano, avrei dimostrato che il sogno era vero. Ma ovviamente l’oggetto spariva sempre. Poi, a 21 anni ho iniziato a fotografare professionalmente, e ho avuto la fortuna di avere un maestro come Peppe D’Arvia che mi ha preso come assistente, senza scuole, e quando nella prima settimana di lavoro ho visto l’immagine apparire nella bacinella in camera oscura, ho realizzato che finalmente si era avverato il passaggio da una dimensione all’altra. Il sogno era vero e l’oggetto non sarebbe più sfuggito dalle mie mani. Poi, per tanti anni ho fatto ritratti, perché io sono una ritrattista, e vivendo a Roma ritraevo personaggi dello showbusiness o politici.

Intervista a Laura Salvinelli: Keanu Reeves in "Little Buddha" 1992 by Laura Salvinelli
Keanu Reeves in “Little Buddha” 1992 by Laura Salvinelli
Intervista a Laura Salvinelli: girls behind the bars Kenya by Laura Salvinelli
Girls behind the bars, Kenya 2005, by Laura Salvinelli

Ma, piano piano, mi accorgevo che i lavori che facevo per i miei clienti, maschi o femmine, erano tanto più belli – dal mio punto di vista – quanto meno assomigliavano a loro, o all’idea omologata e mercificata del loro aspetto, soprattutto per ciò che concerne il corpo femminile. Nel frattempo sono passati venti anni ed è arrivato l’11 settembre 2001: stavo fotografando un’attrice tedesca quando mi ha telefonato un’amica dicendomi di guardare la televisione e ho visto quelle immagini pazzesche del crollo delle Torri, e non dico che sia stata un’illuminazione sulla via di Damasco, perché era tempo che pensavo di fare, sempre in ambito fotografico, qualcosa di diverso, ma ho deciso di mettere le mie capacità al servizio di qualcosa di utile, di vero. E dopo poco sono andata in Afghanistan, che è il luogo della Terra in cui ho più lavorato e che amo particolarmente.

Intervista a Laura Salvinelli: Mercante, Afghanistan 2003 by Laura Salvinelli

Domanda: Ho letto sul tuo blog questa frase, a proposito del tuo lavoro: the invisible beauty of the weak. Quindi l’invisibile bellezza di ciò che è fragile. Cosa significa per te?

Laura Salvinelli: Sì, è una percezione che appartiene al cuore. Forse anche perché sono donna, mentre il fotografo/reporter uomo può avere uno sguardo più predatorio. Io vado d’istinto verso ciò che è debole, anche perché significa riconoscere la parte debole che hai dentro, che non tutti vogliono vedere. La fragilità, così come l’ombra e la luce, appartiene a ognuno di noi, e riconoscerla in se stessi aiuta a entrare in contatto con la fragilità altrui; è in questo contatto che trovi la vera bellezza, di solito intrecciata con la sofferenza.

Intervista a Laura Salvinelli: bambino lavoratore Pakistan 2013 by Laura Salvinelli
Bambino lavoratore, Pakistan 2013 by Laura Salvinelli

Domanda: Fra le tante foto che hai fatto, ce n’è una che senti più tua, o un servizio che in qualche modo ti è entrato nell’anima?

Laura Salvinelli: la foto che forse amo di più appartiene al reportage che ho fatto in Afghanistan sul buzkashi, nato come una competizione di guerra e diventato uno sport violentissimo, il più violento del mondo, dove i cavalieri si devono impossessare di una carcassa di capra e mandarla in una zona delimitata. Nel frattempo si muovono a velocità pazzesca tutti insieme e non ci sono regole. Possono usare la frusta sugli altri cavalieri e cavalli e fare qualsiasi cosa. Il gioco nel gioco, poi, è che il pubblico deve stare vicinissimo, senza muoversi, finché non arriva questo enorme gruppo di cavalli al galoppo e allora la gente inizia a correre, caricata dai cavalli. Io ero vestita da uomo perché le donne non sono ammesse, e cercavo di stare in mezzo al campo e il più vicina possibile ai cavalli.

Intervista con Laura Salvinelli: Buzkashi, Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli
Buzkashi, Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli
Buzkashi Portrait, Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli

Nella foto di cui parlo c’è moltissimo dentro: innanzi tutto il mio amore per gli animali; non ho mai paura di stare vicino agli animali, nemmeno in situazioni pericolose. Quel giorno c’era finalmente una luce morbida, perfetta e all’improvviso, guardando un cavallo con la testa all’indietro ho avuto un ricordo: nello studio di mio padre c’era una gigantografia di Guernica grande tutta la parete, e nell’immagine di quel cavallo ho rivisto una parte di Guernica, perciò qualcosa che avevo dentro, qualcosa che per me significava “home”, e mentre arrivavano decine e decine di cavalli al galoppo verso di me sono rimasta immobile, ho messo perfettamente a fuoco e scattare è stato come un miracolo. Mi ero avvicinata fino al massimo che la messa a fuoco mi consentisse, e quindi ero a un metro da quel cavallo bianco, che ho toccato, mentre tutti gli afghani mi guardavano strabiliati.

Intervista a Laura Salvinelli: Buzkashi/Guernica 2013 by Laura Salvinelli
Buzkashi/Guernica Afghanistan 2013 by Laura Salvinelli

Quella foto “Buzkashi/Guernica” è comunque un ritratto, anche se un ritratto in azione. Invece, come foto di ritratti più “classici”, amo molto il reportage che feci per Internazionale alle ragazze kenyote rinchiuse in un carcere minorile, dove c’erano di base solo ragazzine di strada, arrestate per vagabondaggio o costrette a prostituirsi. Per avere il permesso di entrare nel carcere ho dovuto organizzare un corso di fotogiornalismo. Sono riuscita a stare ben tre settimane con queste ragazze, e piano piano io conoscevo tutto di loro e loro si erano talmente abituate a me che ero diventata invisibile. E questo è il sogno del reporter, diventare invisibile, perché in ogni situazione che vuoi fotografare basta che tiri fuori l’attrezzatura e tutto cambia. Questa invisibilità mi ha permesso di scattare foto bellissime assolutamente naturali, fra cui, la mia preferita, quella di una ragazza seduta che legge Oliver Twist, libro che racconta una storia uguale a quella di tutte le ragazze rinchiuse in quel carcere: il bambino che rimane solo per strada e finisce nelle mani della microcriminalità.

Intervista a Laura Salvinelli: girls behind the bars "Oliver Twist" Kenya 2005 by Laura Salvinelli
Girls behind the bars “Oliver Twist” Kenya by Laura Salvinelli

Domanda: tu hai scelto di raccontare la parte del mondo più fragile, più povera. Se dovessi fotografare l’altra parte del mondo, quella opulenta, capitalista, che foto faresti?

Laura Salvinelli: di sicuro non fotograferei politici, perché fotografandoli promuovi la loro immagine e fai il loro gioco. Di primo acchito mi piacerebbe fotografare la contraddizione, ma avendo io una vena estetica molto forte, so anche che la bellezza può essere un’arma e quindi va controllata. Ad esempio nei posti di guerra mi sono sempre rifiutata di lavorare per i militari, perché avrei rafforzato la loro immagine. Poi con i militari non hai nessun controllo su quello che puoi fotografare, e più sono importanti e più ti impediscono di fare il tuo lavoro. L’ultima guerra che i reporter hanno potuto seguire e fotografare è stata quella del Viet-Nam.

Domanda: Parlando di guerra, lavorare col dolore della gente, se sei una persona empatica, ti può far soffrire molto. Ogni tanto ripenso a quel film di Katryn Bigelow “The hurt locker”, dove c’è l’artificiere che affronta e disattiva bombe con l’insostenibile leggerezza dell’essere, quasi con piacere, mentre nel rapporto con moglie e figlio neonato, in licenza, prova solo depressione. Gli domandano “Qual è il modo migliore per disinnescare quelle cose?” e lui risponde “Quello in cui non si muore.” Il suo hurt locker è chiaramente la dipendenza dall’adrenalina, che viene anche chiamata Dipendenza da Ricerca del Rischio Estremo (DRRE). Qual è il tuo hurt locker, se ne hai uno?

Laura Salvinelli: In quel film ti mostravano benissimo il meccanismo di dipendenza dalla guerra, e questa è una cosa che succede. Quando sono stata in Libano per la Croce Rossa Internazionale ho lavorato proprio in mezzo alle pallottole e ho provato quella sensazione. Volevo rimanere un mese ma alla fine, per fortuna, sono stata lì solo per dieci giorni, e dieci giorni in mezzo alle pallottole mi hanno fatto tornare drogata, perché in quelle situazioni ti senti vivo come non mai, e nonostante i sensi di colpa ti ricordino che stai provando piacere sulla morte altrui, solo perché hai avuto la fortuna di essere ancora viva, la dipendenza rimane ed è una cosa che provano tutti quelli che lavorano fuori, in situazioni di guerra ed emergenza, militari, reporter, medici ecc.

Intervista a Laura Salvinelli: Tripoli, Libano, 2014 by Laura Salvinelli
Tripoli, Libano, 2014 by Laura Salvinelli

Per non farmi soffocare dalla sofferenza, invece, lavoro molto con immagini interiori, in una sorta di auto-analisi. Infine, il sentirsi utile è fondamentale. La seconda volta che andai in Afghanistan fui catapultata in un ospedale, nel centro grandi ustioni. C’erano tutte donne che si erano date fuoco ed era un tunnel dell’orrore: donne bruciate anche fino all’80% della superficie del corpo, in una situazione di dolore assoluto, senza anestesia, e ho pensato che non ce la potevo fare. Poi ho capito che queste donne erano ribelli: si davano fuoco per ribellione, altrimenti avrebbero continuato a vivere in apatia e depressione come la maggior parte delle donne afghane. Questo mi ha fatta sentire in connessione con loro, che soffrivano dolori al cui confronto il mio non era nulla. Una di loro, subito prima di morire, mi ha fatto cenno con la mano di avvicinarmi e mi ha detto “Foto”, in afghano. Allora ho iniziato a lavorare perché ho capito che quelle storie andavano raccontate.

Intervista a Laura Salvinelli: ragazza tibetana, 2004 by Laura Salvinelli
Ragazza tibetana, 2004 by Laura Salvinelli

Domanda: Il villaggio degli elefanti? Quello che non sono riuscita a capire è: quegli elefanti erano felici o no?

Laura Salvinelli: Gli elefanti sono animali selvatici e non sono fatti per vivere in cattività, difficilmente si riproducono e i maschi adulti a volte impazziscono. Detto ciò quello era il più grande tempio in India, a Kerala, dedicato a Ganesh, dio con la testa d’elefante, e lì gli elefanti non stavano in gabbia, erano liberi, ben nutriti e lavati in uno stagno che non era né grande né profondo, ma comunque erano ben accuditi.

Villaggio degli elefanti, Kerala, India 2007 by Laura Salvinelli
Villaggio degli Elefanti, Kerala, India, 2007 by Laura Salvinelli
Villaggio degli Elefanti, Kerala India, 2007 by Laura Salvinelli

La prima volta che andai lì rimasi per circa dieci giorni; ogni giorno andavano e venivano turisti indiani, facevano due foto e via, mentre io, da sola, stavo sempre lì. Un giorno i guardiani degli elefanti volevano andare alla partita di cricket, mi sono venuti tutti intorno dicendo, col loro inglese divertentissimo: “Senti Madam, tu hai visto tante volte, tu adesso sai fare tutto, noi andiamo a vedere la partita.” Hanno tagliato una noce di cocco in due e mi hanno messo i gusci grossi e rasposi in mano indicandomi un elefante gigantesco, maschio, di 41 anni, dicendo: “Tu sai come, lui fa tutto” e mi sono ritrovata, quasi al tramonto, da sola con quest’elefante enorme e i due gusci di noce che servivano per grattarlo, per fargli una sorta di scrub.

Villaggio degli elefanti, Kerala India 1996 by Laura Salvinelli

Lui entra nello stagno, si sdraia e si rovescia, col pancione all’aria e gli occhi chiusi. Io mi avvicino lentamente ed entro nell’acqua putrida e quando lui ha capito che ero completamente imbranata ha iniziato con la proboscide ad annusarmi e toccarmi. La cosa pazzesca è che mentre la pelle degli elefanti è durissima, la proboscide è morbida e umida ed è un contatto meraviglioso. Allora ho detto “Beh, proviamoci” e ho iniziato a grattarlo, piano piano, con i gusci di noce, e lui, come un gatto enorme, quando mi stancavo e mi fermavo apriva l’occhio e mi guardava. Dopo un po’ mi ero messa, bagnata fradicia, a cavalcioni del suo grosso collo e gli aprivo il labbro, gli contavo i denti, gli tiravo su l’orecchio e provavo un amore sconfinato. Se non fosse stato così grosso avrei voluto portarlo a casa! Il contatto con gli animali deve essere fisico, e allora è una cosa meravigliosa…

giovane uomo vestito e truccato per festa in Niger 2018 by Laura Salvinelli
Giovane uomo vestito e truccato per festival in Niger, 2018 by Laura Salvinelli

Domanda: Com’è la salute della fotografia, in generale?

Laura Salvinelli: Ovviamente è in declino, come mezzo che diventa per certi versi obsoleto, ma soprattutto perché è legata all’editoria, ai giornali, ed essendo l’editoria in crollo porta giù con sé anche la fotografia. La cosa positiva, invece, è che la fotografia è stata sdoganata nel mondo dell’arte, dove è difficilissimo accedere, però non ci sono mai state così tante mostre e i fotografi, finalmente, sono riconosciuti come artisti. Prima non potevamo entrare nei musei, adesso sì, e questa è una buona cosa.

Murale sulla mostra contro la mutilazione genitale femminile con foto di Laura Salvinelli, New York City 2019

Subito prima del Covid Laura stava preparando una mostra sulla natività in Afghanistan, sponsorizzata da un’importante associazione, e realizzata insieme a un altro lavoro fatto per Emergency, mostra che doveva essere inaugurata il 18 maggio ma poi con la pandemia tutto si è bloccato e in questo caso la situazione è ancora ferma. Laura, però, sta portando avanti quattro altri progetti ed è una donna incredibilmente positiva ed ottimista. Il suo sito, www.laurasalvinelli.com raccoglie tutti i lavori meravigliosi, reportage, collaborazioni, mostre, libri, fatti da Laura nel corso della vita e le foto sono in alta definizione: fate un piacere a voi stessi, visitatelo.

Tutte le foto sono pubblicate col permesso di Laura Salvinelli