John Frusciante e la sua musica curativa

“John Frusciante e la sua musica curativa” non è un semplice articolo su John Frusciante ma si propone di dimostrare le capacità curative, rilassanti, fortemente distensive e terapeutiche della sua musica. Quando parlo della musica di John non mi riferisco ai Red Hot Chili Peppers (che è comunque una grande band che ho sempre amato) ma alle numerosissime canzoni e album che ha pubblicato da solo, come autore di testi e musica, cantante, chitarrista e spesso anche polistrumentista. Se cercate un articolo dove si parli di John, dalle origini fino ad adesso, con tutta la vastissima discografia e le solite storie sul perché abbia abbandonato i RHCP la prima volta, allora l’articolo non è questo, ma sul web ne troverete tanti.

John Frusciante e la sua musica curativa

Introducing John Frusciante

Per parlare delle proprietà un po’ magiche della musica di John devo comunque introdurlo: John è diventato famoso come chitarrista (ma anche back vocalist) dei Red Hot Chili Pepper, entrando nella band quando era già abbastanza nota, nel 1988, quasi per caso, lui ancora un ragazzino, in seguito alla morte del precedente chitarrista. Ma se i RHCP gli hanno dato il successo bisogna anche dire che John ha portato al gruppo un’energia inarrestabile, riff e assoli, innovazioni, cuore e anima che hanno reso indimenticabili molte canzoni (l’intero album Californication, ad esempio) e l’amore incondizionato del pubblico che ha iniziato a vederlo come se il frontman fosse lui.

John Frusciante e la sua musica curativa: John e i RHCP

La sua forza è sempre stata la capacità unica di colpirti nell’animo, incantando gli ascoltatori come una sorta di sirena. Oltre a ciò, come chitarrista ha saputo creare un linguaggio tutto suo ed è diventato uno dei chitarristi più rappresentativi degli anni ’90.  Un anti-eroe della chitarra, in aperta opposizione a chitarristi più egocentrici e più classici come Slash, Dave Navarro, Satriani. Da quel momento i RHCP senza Frusciante si sono trasformati in una sorta di “figli di un dio minore” e nelle due volte che John ha abbandonato il gruppo – il ’92 per poi rientrare nel ’98 e il 2009 – i Red Hot non sono mai riusciti a trovare un chitarrista che riuscisse a sostituire John nel cuore del pubblico. A fine 2019, per la gioia dei fan dei RHCP, John ha di nuovo accettato di entrare nella band.

John Frusciante e la sua musica curativa: la lezione di John

Ma il fatto che John abbia abbandonato per ben due volte una band ormai ultra-famosa, e con essa l’adorazione del pubblico e i guadagni vertiginosi per ritirarsi a scrivere musica indie, molto particolare, musica che solo in pochi sono in grado di capire (e amare follemente), la dice lunga su che persona incredibile sia John. Una specie di Zarathustra dei nostri giorni. Uno in grado di abbandonare l’equivalente di una ricca eredità per andare a vivere in una spelonca e lavorare nei campi.

A questo proposito vorrei citare il commento su “youtube” di un fan di John, perché mi sembra molto in tema. (Da questo momento in poi ogni commento youtube che pubblicherò in quest’articolo è da considerarsi tradotto – da me – dall’inglese e, ovviamente, senza poter scrivere il nick di chi ha postato il commento.)

 “Allora, abbiamo un uomo in grado di suonare da dio una chitarra, uscirsene con un assolo pazzesco di fronte a milioni di persone che cantano in coro mentre suona con una delle migliori rock band di tutti i tempi… che sceglie di non andare avanti così ma di suonare una bella canzone nel suo soggiorno. C’è una lezione da imparare qui…”

Le prerogative di John

John Frusciante e la sua musica curativa: John 2019

John Frusciante adesso

E sicuramente la prima lezione da imparare riguarda la personalità unica di John. Le sue prerogative:

Nick Drake, Syd Barret e Kurt Cobain

  1. scrivere, suonare, cantare e registrare decine e decine di canzoni bellissime anche in periodi orribili, quando l’eroina era la sua unica amica.
  2. essere in grado di far parlare e cantare la sua chitarra come nessun altro.
  3. nei testi e anche nella musica di molte canzoni ci racconta, a brandelli e sempre con estrema umiltà, l’insostenibile leggerezza dell’essere, e nel suo caso il modo in cui porta il dolore su di sé come Gesù portava il peso della croce sulla schiena, cosa che rende Frusciante una creatura cristica.
  4. un’apertura mentale unica unita ad una capacità di indagare e viaggiare dentro se stesso senza nascondere nulla, che fa di lui – in certi album – una via di mezzo fra il miglior Syd Barret e Nick Drake, con un pizzico di Kurt Cobain.
  5. la sua grande capacità visionaria, capacità che fece impazzire Syd Barret ma che ha invece tenuto in vita John, rimasto vivo per raccontarci il modo in cui il tempo rallenta, il giorno in cui il tempo uscirà dalla finestra, per spiegarci che per stare qui – vivo, nel mondo – devi prima morire, che c’è un futuro che ci chiama ma non lo vediamo arrivare, che lui, e tanti di noi, verremo sempre massacrati di botte, botte fisiche o peggio, botte inflitte dalla vita, che le note dei teppisti cavalcano nelle ferite delle fate e che la volontà di morte è ciò che mantiene vivi. Proprio come Ismahel in Moby Dick, John è sopravvissuto per raccontarci – con musica e lyrics – che la verità non è conoscibile, ma pochi eletti hanno la missione di raccontarla comunque.

John Frusciante e la sua musica curativa

Una volta chiarito che, quando parliamo di John Frusciante non parliamo semplicemente di un chitarrista, per quanto bravo, o di un autore e cantante, per quanto bravo, ma di un Artista dalla personalità unica e dal talento straripante, quel genere di talento così detonante che è a metà fra un dono e una maledizione, allora possiamo iniziare ad affrontare il tema di quest’articolo: le capacità molto speciali della musica di John.

Che la musica di John solista in generale abbia capacità un po’ magiche, soprattutto in determinate canzoni, l’ho notato inizialmente su di me e su amici a cui l’ho fatto ascoltare “solo per avere un loro parere in generale”. Una canzone in particolare “Wayne”, che John ha scritto per un amico e fan che stava morendo, ha delle capacità incredibili, oltre ad essere di una bellezza sublime (inutile dire che John l’ha auto-pubblicata e regalata al suo pubblico)

.“Wayne”

Ecco le parole che John ha scritto per presentare questo brano:

“Ho registrato questo brano per il mio amico Wayne Forman, l’amico più fico e più adorabile che qualcuno possa avere. Quando suonavo su un palco, spesso mandavo mentalmente la mia musica a lui. Wayne amava gli assoli di chitarra, quelli lunghi, e lui era la persona per cui preferivo suonare fra il pubblico. Come sanno tutti quelli che l’hanno conosciuto, lui era anche il miglior chef del mondo. Quando l’ho visto due giorni fa era sdraiato di fronte a un lettore CD, così quando sono tornato a casa ho deciso di fare qualcosa per lui. Ho registrato questo assolo per farglielo ascoltare, ma l’ho terminato un giorno troppo tardi, quindi adesso è un tributo alla sua memoria. È quello che lui avrebbe voluto che suonassi per lui ed è la mia offerta alla sua famiglia, ai suoi amici e a chiunque altro allo stesso tempo. Wayne vive per sempre nei nostri cuori, il ragazzo più fantastico che chiunque possa mai conoscere. Sono così fortunato per aver avuto la grazia della sua amicizia. Tutto l’amore del mondo per lui.

 – John”

I commenti dei fans di John su “Wayne”

Allora ho iniziato a fare una ricerca su youtube, sui commenti lasciati dai fans di John su “Wayne” (self released, 2013) che hanno confermato quello che pensavo:

–      Anche il mio cane cambia il suo stato di mente rilassandosi e calmandosi ogni volta che suono questa canzone a tutto volume. Lui si sdraia e batte il tempo con la coda mentre ascolta. È fantastico.

–      Dopo questo ascolto mi sento ripulito, onesto, se questo avesse un senso direi che mi sento come se l’acqua nera fosse stata lavata via dalla mia testa fino ai miei piedi. Una stramba descrizione ma è quello che sento ascoltando questa canzone!

–      Sto scrivendo un necrologio per il funerale di mia mamma che sta per morire di Covid. Ho il cuore spezzato. Questa canzone mi aiuta a esprimere i miei pensieri.

–      Uso questa canzone ogni giorno per staccare la spina dallo stress. In qualche parte delle distorsioni io trovo chiarezza e pace. Grazie John

–      Grazie per la musica, John. Mi ha salvato mille volte

John Frusciante e la sua musica curativa: i commenti della sua community

A quel punto ho allargato la mia ricerca sui tanti dischi creati nel corso del tempo da John, e sono rimasta colpita da quante persone provassero le mie stesse sensazioni. Inoltre ho avuto modo di notare l’assoluta gentilezza, tolleranza, solidarietà dei componenti la community dei fans di Frusciante, cosa davvero rara su internet e sui social in genere, dove la gente di solito si sbrana digitalmente. I commenti da citare anche solo parlando di “musica curativa” sono tantissimi, ma ho dovuto operare una selezione fra quelli che mi sembravano più significativi.

John Frusciante e la sua musica curativa: John e la sua Fender

Commenti da “Forever away” (The brown bunny OST, 2004)

  • Sono d’accordo, è come un guaritore. Lui sa quello che provi e dice le cose giuste per farti star meglio
  • Questo ragazzo, sul serio, è una delle ragioni per cui sono ancora vivo e funzionante oggi
  • Può sembrare buffo, ma cantare con John in questa canzone ha un effetto davvero salutare su di me

Da “Dying Song” (The brown bunny OST, 2004)

  • Adesso sono maledettamente depresso, in uno dei più brutti momenti della mia vita, e ascoltare almeno una canzone di John rende tutto migliore, almeno per un po’
  • Questa canzone mi ha impedito di suicidarmi… grazie John Frusciante per avermi salvato la vita
  • Questa musica è davvero un antidolorifico per l’anima
  • Non so perché ma ho iniziato a piangere così tanto verso la fine. Nessuna canzone ha mai avuto un impatto così forte su di me prima di questa. Immagino che la musica di John contenga un potere meraviglioso

“Falling” (The brown bunny OST, 2004)

Quando la mia casa ha preso fuoco, ho iniziato ad ascoltare John ogni giorno e ogni notte, ammetto che ero piuttosto ossessivo. Non voglio dire che non ce l’avrei fatta senza la sua musica, tutto quello che posso dire è quanto apprezzo il fatto che la sua musica fosse lì per me in quel momento della mia vita.

“Lever pulled” (Curtains, 2005)

Questa canzone lascia qualcosa di più… è come una droga

“Time tonight” (Curtains, 2005)

  • Io sono un uomo, non piango, non corro da qualcuno a lamentarmi dei miei problemi. Ma quando la vita ti prende a calci io vado sempre dal mio musicista preferito, John Frusciante e posso piangere e mi sento sempre un po’ meglio
  • La voce di John in questa canzone… Non riesco a spiegare come mi fa sentire. Puro piacere, ma piacere triste, un’emozione triste. Non so come spiegarlo, non credo che nessuno ci riesca, è solo qualcosa che devi aver sperimentato per riuscire a capire.

“I will always be beat down” (From the sounds inside, 2002)

  • Ho avuto una mattinata orribile e questa canzone mi risuonava in testa. Stavo male ma poi ascoltare questa canzone mi ha confortato
  • Lui ti da una calma immediata quando ti senti come se volessi sparire
  • John Frusciante è una religione

“Heaven” (The Empyrean, 2009)

  • Mi ricordo quando stavo al liceo, seduto in classe, assolutamente depresso e ascoltare questa canzone era la sola cosa a cui riuscivo ancora a tenermi attaccato
  • Ogni nota è bella in un suo proprio modo. Mi invia ondate di energia attraverso il corpo. Il vero significato della musica è in questa canzone. Questo è il linguaggio dell’universo.
  • Questa non è una canzone, questa è una vita. La sua musica è un significato. John è un trasferente di emozioni.

“Central” (The Empyrean, 2009)

  • Non ho parole per spiegare cosa questa canzone fa alla mia anima
  • La musica non può essere meglio di così. Solo la musica di John mi fa sentire come se stessi viaggiando attraverso dimensioni
  • La comprensione di John della musica è ineguagliabile. Lui ha preso il suo spirito e l’ha versato dentro al suono liquido, in modo che noi possiamo capire e apprezzare la sua essenza.
  • Lui è l’unico essere umano in grado di curare la mia anima

“The days have turned” (The will to death, 2004)

  • John mi ha fatto diventare una persona migliore e molto più sensibile… non ho mai pensato che qualcuno riuscisse a fare questo solo con una canzone…
  • Non ha importanza quale sia il mio umore o quale situazione io stia attraversando, questa musica sarà sempre come luce nelle tenebre per me ❤
  • Questa canzone mi ha aiutato nel periodo più nero di tutta la mia vita. Grazie John

The will to death (The will to death, 2004)

  • Ho avuto un’overdose di benzodiazepine ed alcool circa un mese fa, intenzionalmente… ma mi hanno resuscitato e curato. Ascolto questa canzone ogni giorno, adesso, la volontà di morire è davvero quello che mi mantiene vivo, questa canzone si accorda in modo così forte col mio nuovissimo desiderio di vivere questa vita nonostante quella notte mi sia sentito così bene all’idea di andarmene.
  • Ho avuto grossi problemi di droga per tanto tempo… Al momento, questa canzone è ciò che mi ha tenuto in vita
  • La volontà di morire è ciò che mi tiene in vita
  • Questa canzone mi ha salvato la vita
  • Quattro anni fa ho passato un’orribile depressione, ero immerso nella tenebra e la musica di Frusciante mi ha fatto sentire che non ero solo, il dolore nella sua musica mi ha confortato e adesso, quattro anni dopo, sto molto meglio, ma ascolto spesso la sua musica e sento lo stesso caldo abbraccio nelle sue belle melodie che mi hanno aiutato a uscire da luoghi così orribilmente oscuri.

“Ramparts” e “Murderers” (To record only water for ten days, 2001)

  • Questa canzone è come un viaggio nel posto più meraviglioso in cui potresti mai andare
  • Devo chiudere gli occhi. Incredibile, è come estate, come il sorriso dei bambini, come libertà. Ha un feeling positivo, come la mia prima medicina per curarmi. Ascolta questa canzone e nascondi i problemi. Starà sempre con me per aiutarmi… grazie.
  • La mia bambina di 9 mesi ama questa musica. Smette di piangere appena partono le prime note, e fa anche applausi e risate quando l’ascolta. Che suono potente!
  • Sono le due di notte e me ne sto su un grosso albero, cercando di focalizzarmi sulla mia energia. Questa canzone è vita
  • Questo album mi ha aiutato a tenermi lontano da droghe e alcool nei primi tempi della mia riabilitazione

“Someone’s” (To record only water for ten days, 2001)

“Allora, devo spiegare questa canzone prima di suonarla. Questa canzone, Someone’s è dedicata a una mia grande amica di nome Jean, che è uno spirito. Lei possedeva una persona che era un mio grande amico, mentre lui dormiva. Abbiamo conversato molte volte e lei mi ha raccontato come funziona nelle altre dimensioni e luoghi dove andrai dopo la morte. Tu sei già lì proprio adesso, ci sono posti dove andrai dopo morto ma tu sei già lì, tu stai vivendo quella vita contemporaneamente a questa, perché loro si trovano in un tipo di spazio-tempo dove, beh, possono stare in ogni tempo nello stesso momento mentre noi viviamo solo questo breve periodo di tempo. Le persone spirito possono stare in ogni spazio temporale contemporaneamente perché non hanno un senso del tempo. Quindi non possono scrivere canzoni, non possono farsi droghe, non possono fare sesso. Non possono fare niente delle cose che noi facciamo perché noi abbiamo il tempo. Tu non realizzi cosa è il tempo, non è la tua carne o altro del genere, è tempo. Noi siamo fortunati ad avere il tempo, dovreste apprezzarlo mentre lo avete perché non ne avrete più dopo la morte.” (John in un concerto)

L’idea del tempo, dei mille modi diversi in cui percepirlo è una delle ossessioni di John, come sanno tutti quelli che hanno ascoltato o letto le lyrics delle sue tante canzoni. Per questo mi è sembrato importante aggiungere questo breve discorso su tempo e spiriti che John ha fatto in un suo concerto.

Le lyrics di Someone’s sono tutte parole della ragazza spirito, Jean, in cui probabilmente John vedeva se stesso: “qualcuno aspetta di volare con me/ qualcuno dice arrivederci ogni volta che lei mi dice ciao/ perché entrambi sono connessi con qualcuno/ io fluttuo giù lungo questa corrente d’aria/ io fluttuo ed è ogni sogno che ho mai avuto/ e sono così felice e triste/…ognuno che ha vissuto ha un luogo/ proprio qui c’è ogni mondo/ ogni tempo disegna una linea che porta ad ora/ per tenere e far girare l’infinito/ qualcuno mi porta oltre tutto questo”

John Frusciante e la sua musica curativa: Someone’s commenti

  • Questa canzone deve essere ascoltata da tutti, è una cura musicale.
  • L’1.17 di notte e ho l’urgenza di ascoltare questa canzone
  • La canzone più trascendentale sull’esistenza e I fenomeni percettivi che io abbia mai ascoltato
  • Qualcosa sui nostri ricordi e desideri ma è una vera dichiarazione. Puro amore

“Scratches” (Inside of emptiness 2004)

  • Amo così tanto questa canzone e mi fa rilassare quando sto in ansia o provo panico. Lui è la mia medicina che prendo ogni giorno. Amo John
  • Quando sono molto depressa ascolto questa canzone o quando non sento motivazioni per vivere. In ogni caso, per qualche stramba ragione, questa canzone mi fa rilassare.

Album: Niandra laDes and usually just a t-shirt, 1994

  • Un genio, la parte di piano che inizia a 1.41 ti calma l’anima (My smile is a rifle)
  • Questa musica è così potente. Piena di tristezza; non un qualsiasi tipo di tristezza ma quella tragica. Eppure riesce a toccarti dentro l’anima in un modo che è difficile da trovare e anche parlarne. Probabilmente non solo per me. Il motivo è il suo potere. Grazie JF. Sempre l’unico! (My smile is a rifle)
  • Questa canzone ha i toni più tristi ma, abbastanza follemente, mi fa sentire davvero incredibile (Running away into you)
  • Questa canzone mi fa sentire come se stessi nuotando nella terra (Running away into you)
  • Syd Barrett dal futuro (Running away into you)
  • La musica di Frusciante ti fa sentire cose che non vuoi sentire. Ma in ogni caso va bene. Mi convince che essere folli sia perfettamente giusto. (Running away into you)
  • Questa canzone è spaventosa, terrificante, inquietante e molto snervante. Una specie di soundtrack per il manicomio nella mia testa… L’adoro!!! Lui è un genio. (Running away into you)
  • Ti sembra di stare in un giardino immaginario, completamente fuori di testa e iper-felice (Untitled#6)
  • Questa canzone mi rende felice non so spiegare perché ma ascoltandola mi arriva gioia (Untitled #6)
  • Questa canzone regala alla mia mente sempre un incredibile stato di serenità (Untitled #6)
  • Gronda emozione, è una sorta di sollievo sapere che ho questa musica da ascoltare quando voglio. Sono sempre impaziente di ascoltarla. È veramente terapeutica. (Untitled #8)
  • Decisamente una delle mie canzoni preferite del mio album preferito di tutti I tempi. Non ho mai ascoltato niente di così interessante da essere repulsivo e meraviglioso allo stesso tempo. La gente semplice ascolta musica semplice, la gente complessa ascolta musica complessa (Untitled #8)
  • È bello vedere altre persone che come me amano John. C’è qualcosa in lui e nella sua musica che solo alcune persone riescono a capire. Quelli come noi, che lo amiamo e vediamo che capolavoro è il suo album. (Untitled #9)
  • Dio questa musica mi ha aiutato in ogni cosa che possiate immaginare (Untitled #12)

“Maya”

L’ultimo album pubblicato da John come solista nel 2020 prima di rientrare nei RHCP è Maya, elettronico e strumentale, ma non una novità per chi conosce il desiderio di viaggiare in mille direzioni diverse di John ma riuscendo, chissà come, a far sentire sempre il tocco leggero ma molto potente della sua firma. Nel corso di tutti questi anni John aveva pubblicato già diversi album elettronici, ma con l’alias “Trickfinger”. Maya è il primo album elettronico firmato col suo nome ed è chiamato così in onore della gatta di John, Maya, sua amata e fedele compagna, da poco scomparsa.

Maya, la gatta di John morta da poco

Il brano più famoso è “Brand E” dove le uniche parole che sentirete, all’inizio, sono “Give me a motherfucking break-beat”. Il break-beat descrive dei ritmi di batteria che caratterizzano solo alcuni tipi di musica elettronica, anzi, il break-beat è in totale opposizione al beat sincopato e sempre uguale della musica house o techno. Con queste poche parole John ci indica anche la sua nuova direzione, dove non sarà più autore di lyrics né suonerà la chitarra (cosa che farà comunque con i RHCP in cui è da poco rientrato). La sua musica elettronica è bella ma la sua musica indie mi mancherà tantissimo.

In ogni caso John ha pubblicato così tanti album e canzoni da solista, ma così tanti e quasi tutti a livello magistrale e sempre speciale che, per lenire le nostre anime e curare le ferite della nostra mente avremo musica da ascoltare fino alla fine dei nostri giorni…

John Frusciante bambino

John da bambino con chitarra

Una storia su Chet Baker

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Il titolo “Una storia su Chet Baker” viene da una frase di Bruce Weber, famoso fotografo e regista: “Tutti avevano una storia su Chet, ho voluto fare quel film per avere anch’io la mia storia su di lui…”

In questo articolo c’è la mia storia su Chet Baker, ottenuta grazie ai ricordi di un musicista che ha avuto il privilegio di essergli amico e di suonarci insieme negli anni ’80, quando Chet viveva principalmente in Italia e faceva tour in Europa.

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Perché raccontare un’altra storia su Chet Baker è così importante? Perché Chet non è stato solo il più grande trombettista jazz, insieme a Miles Davis, ma un personaggio che sembrava nato per aderire perfettamente alla leggenda, all’epica, un vero e proprio anti-eroe venuto al mondo per creare musica divina e per pagare, con un forte istinto autodistruttivo, quel talento così speciale e raro che viene donato solo agli artisti eccezionali. Pagare questo dono l’ha portato a scegliere una compagna impegnativa come l’eroina, unica compagna che lui non ha mai abbandonato e da cui non è mai stato abbandonato, per la quale si è cacciato nei guai più volte e, in alcuni casi, molto, molto seriamente, compresa la sua morte.

Chet

Se non avessimo un milione di prove del fatto che Chet sia vissuto realmente, tenderemmo a pensare che sia stato creato da qualche grande scrittore o sceneggiatore americano e magari portato sullo schermo da un attore meraviglioso come Edward Norton o Willem Dafoe. Fin dalle sue prime apparizioni, le storie e le voci su Chet e i suoi miracoli alla tromba hanno iniziato a girare con veemenza: il fotografo Bill Claxton raccontava che Bird, dopo aver ascoltato Chet suonare per la prima volta, chiamò Miles Davis e Dizzie Gillespie per dirgli: “C’è un jazzista bianco qui fuori che vi darà un bel po’ di filo da torcere”. La prima moglie di Chet raccontava che a lui piaceva suonare la tromba sotto alla doccia perché era convinto che il suono ne guadagnasse. Sembra che per calmarsi, almeno una volta Chet si sia fatto Parigi-Roma a piedi. Sam Shepard raccontava di quella volta, a casa di Charlie Mingus, dove aveva incontrato questo strano tipo vestito con pantaloni da cavallerizzo e frustino, senza camicia né altro, e si trattava ovviamente di Chet. All’inizio degli anni ’50 qualcuno gli presentò James Dean, e Chet si limitò a dirgli “Salve” per poi andarsene per la sua strada.

Una storia su Chet Baker: let’s get lost

Bruce Weber ha girato l’unico film documentario su Chet “Let’s get lost” (nomination all’Oscar fra i documentari e Gran Premio della Critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1989) proprio negli ultimi mesi di vita del musicista – con tutte le complicazioni derivate dal riuscire a star dietro a un personaggio che aveva la capacità assoluta di sparire spesso e volentieri. “In qualsiasi momento poteva succedere che si alzasse e se ne andasse, che se la prendesse con qualcuno o che ti desse un pugno, o che invece si sedesse tranquillo e fosse gentile da morire” spiegano i produttori del documentario. La rivista “Entertainment Weekly” scrisse che Weber aveva creato “l’unico documentario che funziona come un romanzo, che ti porta a leggere tra le righe della personalità di Baker, fino a farti toccare la tristezza segreta nel cuore della sua bellezza”.

Una storia su Chet Baker: Let's get lost film by Bruce Weber

Quando vita e arte diventano una cosa sola

Io credo che, come per ogni personaggio mitico o leggendario – poco importa che sia reale come Chet o immaginario come Orfeo – vita e opere si mischiano in qualcosa di indissolubile. Un vero entanglement, se vogliamo usare un termine caro alla fisica. Impossibile parlare della musica di Chet senza parlare della sua vita e viceversa. Ma del resto questo vale per ogni vero artista che abbia abitato il nostro infelice pianeta. Parlando di Poeti, i primi che mi vengono in mente (a cui ne seguono molti altri) sono Sylvia Plath, Emily Dickinson, John Berryman, Dylan Thomas, John Keats, Cesare Pavese, Alda Merini, Majakovskij,  mentre, se penso ai Musicisti, non posso non citare, oltre a Chet, Bird, Billie, Jimi, Jim, Janis, Kurt, Layne, Syd Barrett, Amy, Chester, Scott e tanti, tanti altri che hanno dovuto pagare il loro tributo di sofferenza e sangue alla terribile Euterpe, Musa della poesia lirica e della musica, che mai e poi mai elargirà gratis il suo preziosissimo dono.

La vita nomade di Chet

In questo articolo racconto momenti della vita di Chet Baker in Italia, dalla metà degli anni 70 fino al 1988, quando è morto ad Amsterdam, città che peraltro lui amava moltissimo. La sua è stata una morte violenta ma anche misteriosa e cinematografica proprio come tutta la sua vita, da quando, giovane bellissimo e dotato di talento unico, incantava le platee e seduceva ogni donna con la sua tromba e la sua voce dolce e “leggera come vento” fino al massacro in California quando, spacciatori o strozzini gli hanno spezzato i denti dell’arcata superiore, rendendogli quindi impossibile suonare la tromba. Per tre anni Chet ha lavorato sedici ore al giorno da un benzinaio, per sopravvivere, con grande difficoltà, con indicibile dolore fisico finché è riuscito a farsi “rifare i denti”, col denaro che non aveva (forse regalatogli da un suo fan) ma soprattutto dimostrando di avere una forza di volontà epica nel riuscire di nuovo a suonare la tromba con denti posticci, probabilmente il primo al mondo nel riuscire in quest’impresa.

Una storia su Chet Baker: Chet, 1954, by  Bobby Willough

Per poi ripartire alla grande, con la sua tromba unica, con la sua vita tossica e nomade. Dice ancora Bruce Weber: “Vedi Chet a 24 anni, un giovane musicista che suonava con Charlie Parker, e poi a 58 anni era come se dentro ne avesse ancora 24. Se avessi riunito un mucchio di vecchi musicisti per suonare con lui, se ne sarebbe andato via subito. Non vedeva se stesso come un cinquantottenne rugoso. Si vedeva come uno di quei ragazzi.” Perché lo era, giovane. Il suo spirito era quello di un ragazzo, così come esistono molti ragazzi che hanno uno spirito da anziani. Il nostro spirito invecchia o non invecchia in modo del tutto scollato dalla nostra età anagrafica e spesso le due età non coincidono affatto. Chet era un classico caso di spirito “forever young”.

Una storia su Chet Baker

La persona che molto gentilmente e amichevolmente ha condiviso con me alcuni fra i suoi ricordi preziosi ma anche, parzialmente, dolorosi è stato amico di Chet e ha suonato con lui negli anni 70 e 80. Non vuole essere nominato, visto che si parlerà di musica ma anche, come è ovvio, di eroina. È un musicista e lo chiameremo Marvin.

“Era fine giugno 1977 e Chet Baker aveva preso in gestione per uno o due mesi un locale che io conoscevo, a Roma, si chiamava Music Inn, dove lui aveva già suonato in passato. Una mattina vedo una vecchia macchina lì davanti al Music Inn, lui scende e io lo riconosco – anche perché avevo comprato i suoi dischi recenti dove la sua faccia non era più quella da giovane ragazzino belloccio – e gli chiedo: “Sei Chet Baker?” “Sì sì” fa lui. Allora lo aiuto a portare dentro questo grosso impianto musicale. Poi sono andato tutte le sere ad ascoltarlo: lui suonava in trio con un pianista americano e un contrabbassista di Roma, e lì ci siamo conosciuti. Io dopo una settimana sono partito militare e per un po’ non ho più visto nessuno. Poi l’ho rincontrato negli anni 80 che veniva a suonare a Roma e qualche volta mi ha invitato a suonare con lui, in questo modo: durante i concerti lui mi vedeva mentre stavo fra il pubblico e mi chiedeva se volevo salire a suonare e ovviamente salivo sul palco e suonavo al contrabbasso un paio di brani con lui.

Gli anni ’80, jazz ed eroina

Poi l’ho frequentato anche per altre cose. Nell’83, 84, 85 ci siamo incontrati un sacco di volte. Ci siamo incontrati a Trastevere e io gli ho dato qualche numero di telefono perché lui aveva bisogno di rifornirsi di eroina. Lui andava in giro per le piazze dove finti spacciatori gli prendevano i soldi e sparivano, o comunque gli affibbiavano roba di qualità infima e tagliata in modo pericoloso. Una volta l’ho proprio presentato e accompagnato da uno spacciatore “serio” e quindi, probabilmente, la grande simpatia che è nata fra di noi è dipesa anche dal fatto che io l’ho aiutato in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto e mi ha riconosciuto come una sorta di anima affine. Poi abbiamo inciso un disco con un cantante brasiliano, Ricky Pantoja Lete e Chet ha partecipato; io ho suonato, fra gli altri, in un brano di Pantoja Lete, “Arborway” che è poi diventato uno dei suoi cavalli di battaglia; di questo disco è uscita una versione cantata, in Italia e una versione strumentale in Brasile, ma è uscito anche nel mondo: in Giappone si chiamava “Chet Baker meets Ricky Pantoja” e io ho fatto la base col basso elettrico e stavo in studio quando lui sovraincideva la tromba, così abbiamo passato qualche giorno in studio insieme.

Chet by Bruce Weber

In quel periodo io suonavo in un locale a Trastevere, tutte le sere e Chet spesso veniva a trovarmi e si metteva a improvvisare con la voce. Poi ho suonato con lui per intero in un unico concerto, il 20 marzo 1988, a Bologna, 6 mesi prima della sua morte assurda ad Amsterdam. Avrei certamente potuto suonare molto di più con lui, ma da un certo momento ho voluto stare fuori da quell’ambiente, perché, suonando e andando in giro con Chet, eri per forza coinvolto nell’eroina. Dopo il concerto di Bologna uno che suonava con lui mi disse “Domani andiamo a Verona e compriamo una bella quantità di roba”: in quegli anni Verona era uno dei punti più famosi per lo spaccio d’eroina in Italia, e quindi, se solo ti sapevi muovere, trovavi ottima qualità e ottimi prezzi. Io, invece, decisi di tornare a Roma. Gli anni 80, qui in Europa e particolarmente in Italia, erano così. Visto che io, dopo un primo periodo, ho fatto in modo di non toccare più eroina, non volevo restare coinvolto in cose che invece cercavo di evitare. Nel mondo del jazz, all’epoca, si facevano proprio in tanti d’eroina; gli americani venivano a lavorare in Europa perché qui erano meno perseguitati che negli Stati Uniti e facevano la spola fra Parigi, Amsterdam, Berlino, Italia; ci sono un sacco di nomi famosi, fra i jazzisti che all’epoca erano eroinomani ma voglio solo nominare un italiano, Massimo Urbani, grande sassofonista, persona bellissima con cui ho suonato molto e che è morto d’overdose.

Aneddoti

Fra gli aneddoti curiosi dell’epoca c’era questa cosa di chiamarsi “man”. Quando dicevi lui è man, significava uno del giro, uno che ha a che fare con la roba. Ed era proprio un appellativo legato esclusivamente ai musicisti jazz che facevano uso d’eroina.

Chet era come se avesse un gemello o un doppleganger: lo vedevi la sera a Trastevere che sembrava un cane randagio, poi il giorno dopo partiva e andava a suonare in un festival importantissimo con un aspetto meraviglioso. Una volta, che dovevamo suonare insieme a Nostra Signora dei Turchi, in Puglia, noi arrivammo e lui sparì. Non venne proprio, ed era famoso per sparire, non presentarsi anche ad appuntamenti importanti perché era sempre condizionato dall’approvvigionamento di eroina.

Di donne ufficiali ne ha cambiate molte: i primi anni stava con una newyorkese figlia di persone ricche e anche lei cantava e si chiamava Ruth Young; poi si lasciarono e si mise con una sassofonista che però lo teneva sotto controllo. Una volta andai in albergo a salutarlo e lei arrivò sospettosa, dicendo “No stuff, smoking ok”. In pratica: niente roba, ma se vogliamo farci una canna va bene.

Una storia su Chet Baker: my foolish shit

Molti l’hanno odiato, anche se adesso non hanno il coraggio di dire niente contro di lui. Ormai è leggenda e nessuno ha il coraggio di andare contro una leggenda. Bisogna anche considerare che molti di quelli della sua età erano bacchettoni, lo vedevano come una specie d’alieno, non riuscivano a rapportarcisi, e anche il fatto che invece fosse così bravo e dotato magari li infastidiva. Lui era uno che ne aveva fatte di cotte e di crude, non potevi paragonarlo a un musicista che lavorava all’orchestra della Rai e poi la sera andava a suonare jazz tanto per fare qualcosa di diverso. Chet era un personaggio enorme, il più grande trombettista jazz mai esistito, insieme a Miles Davis. E poi aveva una musicalità pazzesca, che ti trasmetteva ascoltandolo ma suonandoci insieme anche di più, perché era come se la musica lo attraversasse, letteralmente. Era nato in Oklahoma, ma in parte era di origini native americane, e forse da lì veniva la sua magia. Piccolo, magrolino ma forte, sapeva arrampicarsi come una scimmia e amava farlo, e poi era nomade nell’anima, un vero viaggiatore. Negli ultimi tempi si era comprato un’Alfa Romeo Spider di cui era molto fiero e ci viaggiava in giro per l’Europa.

Con me è sempre stato gentile, simpatico, non mi ha mai fatto nulla di negativo, c’è sempre stato, fra di noi, un rapporto fra persone che si capiscono. Io ho sempre provato una grande attrazione verso di lui, era come una calamita. Non mi ha mai deluso. Avrà sicuramente deluso altri, ma con me è stato sempre corretto. Era molto serio nella musica. So per certo che mi stimava. Quando suonammo a Bologna, dopo un assolo di contrabbasso lui si girò e mi fece un sorriso, che era per lui una cosa molto rara, anche perché quando i suoi musicisti suonavano male lui invece si incazzava e li maltrattava. In un’occasione, a un musicista che, secondo Chet, aveva fatto una brutta performance durante “My foolish heart” disse, dopo il concerto “Questo non era my foolish heart, questo era my foolish shit”.

Chet Baker era introverso, per niente chiacchierone, e quando stava sul palco, poteva essere fatto oppure no, ma aveva sempre il controllo di tutta la musica che suonava lui e, la maggior parte delle volte, anche della musica suonata dagli altri del gruppo. Sul palco era un po’ come un lupo alpha, un leader assoluto, perfettamente in grado di condurre il branco alla mèta”

Portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy

In un articolo a firma Stefano Marzorati ho letto una frase bellissima:

“Baker aveva negli occhi un non-so-che da cowboy, uno sguardo sempre un po’ fuori fuoco, portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy, non suonava ma la sorseggiava.”

Di sicuro Chet Baker era uno su un miliardo. Il tipo che ti spezza il cuore. Era un combattente, forte come pochi. La tristezza segreta nel cuore della sua bellezza è sempre stata il motore della sua esistenza. Ciò che l’ha reso leggenda, insieme alla sua tromba sorseggiata. Il motivo per cui tutti noi lo ameremo per sempre.

Chet Baker 1986 by John Claridge

Questa foto è un ritratto fatto da John Claridge nel 1986. John Claridge: “Mentre fotografavo Chet gli dissi – ehi, mi ricordo un tuo EP che comprai, si chiamava Winter Wonderland e c’era Russ Freeman al piano. Chet disse Sì, nel 1953. Poi smise di parlare e rimase così, forse a fissare il tempo passato. In quel preciso momento io scattai questa foto”. Ecco un’altra storia su Chet Baker…

Con enorme gratitudine ringrazio “Marvin”, persona bella e rara, ottimo musicista, per i ricordi che ha voluto condividere con me

Le più belle Sick Ballads del rock

Le più belle Sick Ballads del rock: Korn

Le più belle Sick Ballads sono state scritte e suonate in periodi diversi, dagli anni 70 fino agli anni zero. Una Sick Ballad è una canzone che racconta una storia che non ha nulla a che fare con una “inesistente normalità”: una storia disturbante, malata, autolesionista, perversa. Si potrebbe pensare che in ambito rock le Sick Ballads siano molte, ma non è così. Non basta che le parole siano disperate, ci vuole una concomitanza di musica, lyrics, voce per rendere la ballata disturbante e sublime così come le 9 canzoni che ho scelto.

Numero 9 “Something I can never have” dei Nine Inch Nails

Dal loro primo indimenticabile album “Pretty hate machine” del 1989

Il pianoforte di Trent Reznor – che sapeva già suonare a 5 anni ed ha poi completato molto presto gli studi al conservatorio – ripete lo stesso ipnotico riff per tutta la canzone e le lyrics girano a loop in una sorta di Wasted Land dove non c’è più posto per la salvezza. La voce e il pianoforte di Trent sono di una bellezza disperante e disturbante e, contemporaneamente, haunting e ansiogena. Alla fine della ballata le parole ci svelano che Trent non sta parlando di un amore perduto ma di se stesso: “Everywhere I look you’re all I see Just a fading fucking reminder of who I used to be”. Quindi, quel “Qualcosa che non potrò mai avere” è il ragazzo pieno di sogni e speranza che lui era una volta e che ormai non esiste più.

Numero 8 “Meds” dei Placebo

Dall’album “Meds” del 2006. I Placebo hanno sempre scelto di rappresentare, con la loro musica, una categoria di persone emarginate, categoria in cui si sono sempre riconosciuti pur essendo diventati famose rockstar.

Questa canzone bellissima parla di malattia mentale, di vita borderline, sempre al limite del crollo. “Ero solo a fissare giù dal cornicione facendo il mio meglio per non dimenticare ogni tipo di gioia ogni tipo di euforia e la nostra promessa eroica.” Oltre all’argomento, la scelta del ritornello dove una voce femminile continua a ripetere “Tesoro, hai dimenticato di prendere le tue medicine?” insieme alle ritmiche incalzanti e alla voce sempre meravigliosa di Brian Molko rendono la canzone una vera, bellissima Sick Ballad.

Le più belle Sick Ballads: Numero 7 “You cut her hair” di Tom Mc Rae

Dall’album “Tom Mc Rae” del 2000, del cantautore indie rock inglese Tom Mc Rae.

È strano come, ascoltando You cut her hair, la prima cosa a cui pensi è che stia parlando di un serial killer, ed è proprio l’ambiguità del testo, insieme a musica, voce e strumentazione a rendere la canzone haunting e meravigliosamente disturbante. In realtà lo stesso Tom ha spiegato che in questa ballata racconta la storia di una ragazzina rinchiusa nei campi di concentramento nazisti. “Il tempo ha colorato il bianco e nero” significa che molto tempo è trascorso da quello di cui si parla. “Brucia la bandiera e seppellisci i pezzi” fa pensare ai nazisti che sono riusciti a scappare prendendo un’altra identità, fingendo di appartenere a un altro paese, cambiando nome. Infine quel “Le tagli i capelli” che è il dettaglio che rende la ballata potente e ansiogena, era quello che i nazisti facevano a tutti nei campi di sterminio e di sicuro alla ragazzina di cui parla Mc Rae.

Numero 6 “Falling away from me” dei Korn

Dall’album “Issues” dei Korn, 1999. Per i Korn ho sempre avuto un amore speciale e potrei ascoltare questa canzone divina a loop, dalla mattina alla sera, senza mai stancarmi.

“La vita si sta allontanando da me. Picchiandomi forte Picchiandomi, picchiandomi forte buttandomi a terra urlando qualche suono picchiandomi forte buttandomi a terra -si sta allontanando da me- girando intorno -si sta allontanando da me- è perduta e non la posso ritrovare -si sta allontanando da me-”

Non solo le parole parlano di depressione, senso di impotenza, sofferenza estrema, ineluttabilità di ciò che ci accade, impossibilità di tenere in mano la nostra stessa vita, ma il rock dei Korn, la voce di Jonathan Davis, le chitarre meravigliosamente distorte la rendono una delle ballate rock più sick e haunting mai ascoltate.

Numero 5 “Smack my bitch up” di The Prodigy

Dall’album “The fat of the land” dei Prodigy, del 1997. Ho scelto una versione live perché i live dei Prodigy erano una specie di incontro fra Paradiso e Inferno, ma la versione studio è molto più bella e l’ho messa in questo link

“Prendo a schiaffi la mia troia” sono le uniche parole della canzone, ma la musica dei Prodigy inserisce brandelli di parole come fossero suoni e il loro significato è inesistente. Perché è una Sick Ballad? Per la musica elettronica che ti trascina in un vortice e per quel beat violento e profondo accompagnato dal sound Rave tipico dei Prodigy, che ogni tanto permette un attimo di sosta grazie alla voce femminile e sublime di Shahin Badaril che, creando il massimo contrasto possibile, vola in un canto tradizionale indiano che sembra provenire da un mondo parallelo. Un insieme meraviglioso e disturbante, una Sick Ballad di 23 anni fa che è più moderna del 90% della musica che viene pubblicata adesso.

Numero 4 “Dirt” degli Alice in Chains

Dall’album “Dirt” del 1992. Le ballad disperate scritte da Layne Staley sono tante, ma nessuna è così intensa, di una bellezza disperante e disturbante come Dirt, con quell’incipit vocale che è un vero e proprio urlo di dolore.

Layne Staley è stato forse il miglior cantante che il rock abbia avuto in tutta la musica del dopoguerra, e aveva capacità uniche anche come autore, musicista (tutte le canzoni degli Alice in Chains le ha scritte lui) perfino disegnatore e grafico. Praticamente il talento in persona. Eppure, o forse proprio per questo, odiava se stesso in un modo così violento che “I hate myself and I want to die” di Kurt Cobain, al confronto, suonava come un allegro ritornello. In Dirt, Layne non solo si odia e vuole morire, ma si disprezza, si fa schifo “Voglio assaggiare la sporcizia, una pistola urticante in bocca, voglio che tu mi raschi via dai muri e che diventi pazzo così come hai fatto diventare me. Uno a cui non importa è uno che non dovrebbe essere.” Dirt è una canzone allo stesso tempo dolorosa e meravigliosa da ascoltare. Più disturbante di così non credo sia possibile.

Le più belle Sick Ballads: Numero 3 “She’s lost control” dei Joy Division

Dall’album “Unknown Pleasures” del 1979.

Tutte le canzoni dei Joy Division sono haunting e meravigliosamente malate, ma quel riff diabolicamente giocoso e ripetuto per tutta “She’s lost control” insieme alla voce di Ian Curtis che ripete quasi con disperazione “she said I’ve lost control again” riescono a creare un ritratto femminile unico, forte, quasi cinematografico, proprio come se quella donna la potessi vedere e toccare e, allo stesso tempo, avere paura di essere lei. Quando dice “E ha camminato sulla cima senza via di fuga e ha riso: ho perso il controllo! Ha perso il controllo ancora” scatta il meccanismo di immedesimazione – almeno in me – e fa di questa canzone qualcosa di unico, di forte e penetrante.

Numero 2 “In every dream home a heartache” dei Roxy Music

Da “For your pleasure” album del 1973. Ho scelto questo live dove possiamo vedere in primo piano il viso di Brian Ferry, mentre suda copiosamente e tiene gli occhi chiusi, ma quando li apre lo sguardo è allucinato e la voce sempre concentratissima: un insieme che rende questa canzone ancora più perversa e meravigliosamente malata.

I Roxy Music non hanno mai fatto Sick Ballads, ma questa, non si sa come, gli è uscita fuori disturbante al cubo. L’amore perverso dell’infelice uomo per la bambola gonfiabile, come unica possibile compagna che condivida il suo desiderio di home sweet home, desiderio impossibile – soprattutto negli anni 70 – come si evince dallo stesso titolo. Nel suo essere disturbante, non solo nelle parole ma nella musica, che si ripete, ipnotica, sembra una canzone new wave degli anni 80 o anche una canzone alternative scritta adesso. La cosa migliore dei Roxy Music, secondo me.

“In ogni sogno domestico c’è un colpo al cuore ed ogni mio passo mi allontana dal paradiso. Ma c’è un paradiso? Mi piacerebbe crederlo” dice l’uomo interpretato da Brian, che dopo aver creduto nell’amore della bambola, per cui è pronto a fare qualsiasi cosa “Bambola gonfiabile, io sono il tuo servitore” finisce per ucciderla (forse perché, come diceva Oscar Wilde “Ogni uomo uccide la cosa che ama)

“Bambola gonfiabile, amante ingrata, ho distrutto il tuo corpo ma tu hai distrutto la mia mente”

PRIMO POSTO, numero 1 “Change” dei Deftones

Dall’album “White Poney” del 2000. Questa ballata, forse la canzone più famosa dei Deftones racconta un horror, che come tutti i veri horror d’autore, ha un significato molto profondo, profondo come l’abisso che nasconde.

Ci sono forum dove il pubblico dei Deftones ha scambiato per anni opinioni sul possibile significato della canzone, con le ipotesi più disparate, che vanno dall’abuso fisico, sessuale, al capovolgimento del punto di vista, come se il narratore stesse parlando di se stesso. Qualcuno ha perfino fatto una sorta di esegesi, parola per parola, della ballata. Potete ascoltare la canzone e decidere la vostra personale interpretazione, ma comunque la si voglia percepire “Change” resta la più incredibile, malata, disturbante, meravigliosa Sick Ballad mai scritta e suonata. Le parole ovviamente sono fondamentali, ma la bellezza viene dalla musica distorta e dalla voce incredibile di Chino Moreno. I Deftones hanno fatto la storia del rock, hanno scritto canzoni bellissime, ma questa è stata creata in vero stato di grazia. Ovviamente, quando parlo di grazia, mi riferisco a una grazia demoniaca.

In questo articolo tutto il mio amore e la mia dedizione vanno alla memoria di Ian Curtis, Layne Staley, Keith Flint, Artisti unici e indimenticabili.

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Murder Songs

Le Murder Songs sono canzoni che raccontano piccole intense terribili folli storie di omicidio. Non esistono generi musicali favoriti: puoi trovare una murder song in ambito rock, country, rap, trap, indie, folk, perfino nel pop. Oltre al genere musicale, quello che rende il racconto speciale è il modo in cui ogni omicidio viene narrato nella canzone e di solito le migliori Murder Songs sono tutte diverse l’una dall’altra. In questo articolo ho scelto le mie 10 Murder Songs preferite: ognuna appartiene a un genere musicale diverso e a un tipo di narrazione diversa. Dalla numero 10 fino a quella che per me è la numero 1.

N. 10 Aurora – “Murder Song”

Dream Pop, 2015, empathetic murder. Omicidio empatico

Aurora, giovanissima cantautrice norvegese, specializzata in ballate dream pop, dalla voce angelica e un’espressività molto intensa, è diventata famosa in campo internazionale con questa canzone “Murder Song”. Le lyrics raccontano l’omicidio dal punto di vista della morta, che parla in prima persona. L’ho chiamato empathetic murder perché la stessa vittima ci dice che l’uomo che la uccide lo fa per empatia. Crede che la morte sia l’unico modo per risparmiare alla ragazza l’orrore del mondo:

“He holds the gun against my head/ I close my eyes and bang I am dead/ I know he knows that he’s killing me for mercy…”

Lui mi punta la pistola alla testa/ Io chiudo gli occhi e bang sono morta/ So che lui è convinto di avermi ucciso per pietà…

Ma l’empatia nella storia è a doppio senso. Anche la ragazza morta prova pietà per il suo assassino e ce lo descrive mentre piange disperato stringendola fra le braccia.

And here I go: ed ecco che me ne vado.

N.9 Tom Waits – Dead and Lovely

Blues Ballad, 2004, Romantic murder. Omicidio romantico

Murder Songs: Tom Waits, Dead and Lovely
Murder Songs: Tom Waits

Tom Waits non ha bisogno di presentazioni, famoso blues man, crooner, attore fra i favoriti di Jim Jarmusch, ha, fra i tanti meriti, quello di aver pronunciato una frase diventata iconica: “Reality is for people who cannot face drugs.”

La storia che ci racconta in questa canzone è volutamente “tipica”: ragazza della middle class che pensa di aver trovato l’uomo giusto e molto ricco che renderà la sua vita una favola mentre invece troverà soltanto la morte. Quello che è particolare è il modo in cui Waits ce la narra, i dettagli amari e romantici, un po’ old fashioned sia nel sound che nelle parole, che ci fanno pensare a “Il lungo addio” o a un altro romanzo di Chandler:

“He had a bullet proof smile/ He had money to burn/ She thought she had the moon/ In her pocket/ But now she’s dead/ She’s so dead forever/ Dead and lovely now”

Lui aveva un sorriso a prova di proiettile, lui aveva soldi da buttare, lei pensò di avere ormai la luna in tasca, ma adesso è morta, per sempre morta, adesso è morta e bellissima.

Murder Songs: N.8 Foster the People – Pumped up kicks

Indie pop-rock, 2010, Psychotic kid murder. Omicidio da adolescente psicopatico

Murder Songs: Foster the People, Pumped up kicks
Murder Songs: Foster the People, Pumped up kicks

Negli Stati Uniti gli omicidi commessi da ragazzini pieni di problemi e di armi da sparo sono una costante. In tutte le sparatorie nelle scuole, tipo Columbine, i killer erano quasi sempre adolescenti che venivano bullizzati e sembravano incapaci di reagire. La costante è tale che a questo tipo di ragazzo “cane di paglia”, che sembra non ribellarsi ma che alla fine, quando invece si ribella, fa – per l’appunto – una strage, gli americani hanno dato un appellativo: “the quiet kid”. Il ragazzino tranquillo. In “Pumped up kicks” dei californiani Foster the People si parla del quiet kid Robert, abituato a prendere calci da tutti gli altri compagni di scuola, che un giorno trova in un cassetto la pistola del padre e se la porta a scuola deciso a vendicarsi.

Una delle cose che rendono particolare questa canzone è il ritornello indie-pop allegramente dissacratorio, dove il quiet kid Robert ripete:

“All the other kids with the pumped up kicks/ You better run, better run, outrun my gun/ All the other kids with the pumped up kicks/ You better run, better run, faster than my bullet”

Tutti gli altri ragazzi sempre pronti a prendermi a calci, meglio che scappino, meglio che scappino, lontano dalla mia pistola. Tutti gli altri ragazzi sempre pronti a prendermi a calci, meglio che scappino, meglio che scappino, più veloci del mio proiettile.

N.7 The Raconteurs – Carolina Drama

Garage rock, 2008, Breathless murder. Omicidio a perdifiato

Murder Songs: The Raconteurs, Carolina Drama

The Raconteurs è il gruppo indie e alternative rock di Jack White, altro big americano che non ha bisogno di presentazioni. In questa bellissima canzone Jack ci racconta una storia violenta, folle e omicida ambientata in South Carolina fra una casa-topaia ed un furgone parcheggiato nel cortile. L’ho definita “breathless” perché non c’è un attimo di respiro nella narrazione. Non ci sono ritornelli, né strofe che si ripetono, ma solo la voce di Jack che senza mai fermarsi – come se la storia stesse accadendo proprio mentre lui canta – ci parla di come il ragazzino Billy corra a difendere un vecchio prete – che in realtà è suo padre – mentre il fidanzato della madre sta uccidendo a martellate il prete medesimo. Un esempio delle lyrics:

“Billy broke in and saw the blood on the floor, and He turned around and put the lock on the door He looked dead into the boyfriend’s eye His mother was a ghost, too upset to cry”

Billy entrò e vide il sangue per terra, lui tornò indietro e chiuse a chiave la porta, guardò dritto negli occhi del fidanzato, sua madre era uno spettro, troppo agitata per piangere.

Le ultime parole della canzone: “But you wanna know how it ends? If you must know the truth about the tale go and ask the milkman” servono come chiave per risolvere uno di quei giochini segreti che alcuni artisti si divertono a fare con le loro canzoni ma che solo i veri fans della band o gli addetti ai lavori sono in grado di comprendere. Parleremo di “ask the milkman” in un altro articolo.

N.6 Amigo the Devil – Perfect Wife

Folk punk, 2013, Dark humor murder. Omicidio con umorismo nero

Amigo the Devil è uno degli esponenti di punta di quel genere che viene chiamato folk punk, o punk bluegrass. Perfect Wife è una delle sue primissime canzoni e racconta un omicidio in modo molto sarcastico e molto macabro. Ad esempio:

“Her playing the piano/ Sounded like a thirsty camel in a lake/ I took her little fingers/As a souvenir of her playing/ Oh, what a talented wife/ Love of my life”

Lei che suonava il piano faceva un rumore da cammello che beve l’acqua d’un lago, le tagliai le sue piccole dita, come ricordo della sua musica. Oh, che moglie piena di talento, Amore della mia vita.

Spoiler alert: dopo averle strappato gli occhi, le dita, la lingua, la moglie si vendica e lo uccide.

Murder Songs: N.5 Nirvana – Where did you sleep last night

Grunge unplugged, 1993, Old country murder. Omicidio in stile old country

La canzone è molto antica, risale addirittura al 1870, scritta da un autore sconosciuto probabilmente in Tennessee o Kentucky, ma conosciuta per la versione blues di Lead Belly del 1940. In seguito Kurt Cobain l’ha ripresa e l’ha suonata nel concerto unplugged per MTV, a fine 1993 (dove indossa il famoso cardigan da 330,000 dollari). La versione grunge acoustic di Kurt, con la disperazione che solo lui riusciva a infondere in una canzone, la rende indimenticabile. Le parole parlano di omicidio e gelosia – un classico old country – anche se, volutamente, la dinamica degli eventi non è chiara, ma solo molto probabile:

“Her husband, was a hardworking man Just about a mile from here His head was found in a driving wheel But his body never was found My girl, my girl, don’t lie to me Tell me where did U sleep last night In the pines, in the pines Where the sun don’t ever shine I would shiver the whole night through”

Suo marito era un vero lavoratore. A un miglio da qui la sua testa è stata ritrovata nella ruota di un carro ma il suo corpo non è mai stato trovato. Ragazza mia, ragazza mia, non devi mentirmi. Dimmi dove hai passato la notte. Tra i pini, tra i pini, dove il sole non splende mai, vorrei tremare tutta la notte.

N.4 Nick Cave – Stagger Lee

Alternative rock, 1996, Pulp Murder. Omicidio pulp

Murder Songs: Nick Cave, Stagger Lee

Nick Cave è un altro mostro sacro dell’alternative rock che non ha bisogno di presentazioni. Nel 1996 ha pubblicato un album “Murder Ballads” dove c’è la mia preferita “Stagger Lee”. L’ho definita pulp murder perché ha un testo duro, violento, osceno ma anche un po’ divertente, e in finale decisamente molto pulp. Stagger Lee è un bastardo figlio di puttana, negli anni ’30, che se ne va in giro a uccidere, attaccare risse, stuprare, il tutto sempre a testa alta, senza paura, proprio come un personaggio dei pulp comics che nacquero ai primi del novecento. Il dialogo fra Stagger e il barista:

“Stagger Lee He said “Mr Motherfucker, you know who I am” The barkeeper said, “No, and I don’t give a good goddamn” to Stagger Lee. He said, “Well bartender, it’s plain to see I’m that bad motherfucker called Stagger Lee” Mr. Stagger Lee. Barkeep said, “Yeah, I’ve heard your name down the way And I kick motherfucking asses like you every day” Mr Stagger Lee. Well those were the last words that the barkeep said ‘Cause Stag put four holes in his motherfucking head…”

Stagger Lee disse “Ehi stronzo, tu sai chi sono” Il barista disse “No e non me ne frega un cazzo” a Stagger Lee. Lui disse “Ok, barista, è facile capire che io sono il brutto figlio di puttana che si chiama Stagger Lee” Il Signor Stagger Lee. Il barista disse “Sì. Ho sentito il tuo nome per strada e prendo a calci figli di puttana come te ogni giorno” Signor Stagger Lee. Beh, queste furono le ultime parole del barista perché Stag gli sparò quattro volte nella sua testa da figlio di puttana…”

N.3 Jimi Hendrix – Hey Joe

Psychedelic rock, 1966, Psychedelic murder. Omicidio psichedelico

Hey Joe è una delle canzoni più famose e iconiche di Jimi Hendrix, e la sua peculiarità, a mio parere, è che le lyrics sono psichedeliche proprio come la musica. Joe è chiaramente uno strafatto che ha appena ammazzato la donna e se ne va in giro a raccontarlo a quelli che incontra. Joe straparla e vorrebbe fuggire lontano ma è chiaro come il sole che finirà morto o in cella a vita. La cosa più straordinaria di questo classico del rock e del genere narrativo Murder songs è che le parole è come se uscissero dalla chitarra elettrica e non dalla voce di Jimi. Un capolavoro rock e una canzone maledetta allo stesso tempo.

“Uh, hey Joe, I heard you shot you old lady down, you shot her down to the ground. Yeah! Yes, I did, I shot her, you know I caught her messin’ ‘round, messin’ ‘round town.”

Ehi Joe, ho sentito che hai sparato alla tua donna, le hai sparato e l’hai uccisa. Sì, le ho sparato, sai, l’ho beccata con un altro giù in città.

N.2 Bob Dylan – Ballad of Hollis Brown

Folk, 1964, Movie murder. Omicidio cinematografico

Murder Songs: Bob Dylan, Ballad of Hollis Brown
Murder songs: Bob Dylan, Ballad of Hollis Brown

Canzone strepitosa appartenente al periodo folk di Bob Dylan, che racconta la disperazione di un contadino che non ha più nulla, né acqua, né grano, né farina con cui sfamare moglie e cinque figli e la sola cosa che può fare è ucciderli tutti e suicidarsi. Che Bob Dylan sappia raccontare storie come nessun altro lo sappiamo tutti: ha anche preso un meritato premio Nobel alla letteratura per questo. La particolarità di questa canzone, però, oltre alla bellezza di musica e lyrics, sta nel fatto che lui te la racconta come se fosse un film. Hollis Brown è una canzone che procede per immagini, e le immagini sono così vicine e consequenziali da non far pensare a fotografie o disegni, ma ad un vero e proprio short movie. Raramente accade di ascoltare una canzone e vederla, contemporaneamente, come se qualcuno la stesse proiettando nella nostra mente. La magia di Bob Dylan.

“Way out in the wilderness A cold coyote calls Way out in the wilderness A cold coyote calls Your eyes fix on the shotgun That’s hangin’ on the wall Your brain is a-bleedin’ and your legs can’t seem to stand Your brain is a-bleedin’ and your legs can’t seem to stand Your eyes fix on the shotgun That you’re holdin’ in your hand”

Più in là, nei boschi, l’urlo freddo di un coyote. Più in là, nei boschi, l’urlo freddo di un coyote. I tuoi occhi si fissano sul fucile che è appeso al muro. Il tuo cervello sanguina e le tue gambe tremano. Il tuo cervello sanguina e le tue gambe tremano. I tuoi occhi si fissano sul fucile che stai tenendo in mano.

Murder Songs: N.1 YNW Melly – Murder on my mind

Trap, 2019, True murder. Omicidio reale

Ho dato il primo posto a questa canzone non solo perché è bella, ma perché è vera. YNW Melly non è uno di quei trapper all’italiana (non è uno dei vari fedez o sferaebbasta che producono musicaccia da bambini scemi, per capirci): lui fa musica di livello e non mente. Quando canta “wake up in the morning I got murder on my mind” non sta fingendo. Un mese dopo l’uscita di questa canzone, nel 2019, l’hanno arrestato per duplice omicidio e sta ancora in carcere in attesa di giudizio. Fra l’altro, trattandosi di duplice omicidio in Florida, Melly rischia seriamente la pena di morte.

Il ragazzo Melly ha circa vent’anni e ha iniziato a fare musica a quindici, alternandola con lunghi periodi in carcere, sempre per accuse gravi o molto gravi. Il suo attuale processo, per via della pandemia, è stato rinviato al 2021, e sempre per via della pandemia Melly si è ammalato di Covid19 ma senza ottenere nemmeno di poter essere curato in un ospedale (se non altro per la sicurezza degli altri carcerati). Le foto di Melly dopo un anno di carcere nel paese che ama esportare democrazia fanno una certa impressione: sembra invecchiato di dieci anni almeno. Del resto nel carcere americano dove hanno chiuso Melly i carcerati sono ammucchiati come poveri maiali in un allevamento intensivo, la parola igiene è totalmente sconosciuta così come i vari disinfettanti o sanificanti dell’era Covid. Con cosa viene curato Melly dal Covid19? Sembra una barzelletta, ma sì, lo curano con il gatorade. Il gatorade, quello che nelle pubblicità vediamo tracannare dagli sportivi dopo una bella corsa. E se lo deve anche pagare da solo!

“Everybody acting suspicious, might probably say that I’m tripping/ When I’m all alone in my jail cell, I tend to get in my feelings/ And all I smoke is that loud, don’t pass me no midget/ And I’m ‘a smoke all of my pain away ‘cause that’s the only thing that gon’ heal it/ I wake up in the morning, I got murder on my mind/ AK-47s, MAC-11, Glocks, and nines”

Tutti si comportano in modo sospetto, potrebbero anche dire che sono in viaggio. Quando sto tutto solo nella mia cella in carcere tendo a tenere per me tutte le mie emozioni. E tutto quello che fumo è così forte, non mi passano roba da poco. E fumando mando via tutto il mio dolore, perché è il solo modo per stare meglio. Mi sveglio al mattino, ho l’omicidio nella mente, Ak47, MAC11, Glock e 9 millimetri.

Quando il giovanissimo YNW Melly, nella sua cella, sogna gli AK47 e tutte le armi da fuoco di cui è piena zeppa l’America, lui è sincero: quel pensiero è la sua cura, molto più di qualsiasi droga possa fumare o ingoiare. Ecco perché definisco la sua canzone “true murder”, omicidio reale, vero. In un mondo dove la falsità e la finzione sono diventate le migliori armi di distruzione di massa, la verità, la semplice verità, bella o brutta, gradevole o scandalosa, è sempre rivoluzionaria.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose

In questo articolo mi è venuta la bizzarra idea di abbinare persone pubbliche e orribili ad alcune delle meravigliose canzoni dei Metallica. Perché proprio i Metallica? Perché tutti li amiamo e li conosciamo bene, giovani e adulti allo stesso modo; musicalmente sono stati come un faro stabile e potente che ci ha aiutati a navigare dagli anni ’80 alla nuova bellissima e diversa musica degli anni ’90 prima e degli anni 0 poi. Inoltre, come un ponte, ci hanno accompagnati fino alla musica attuale. I Metallica sono nel mito, e questo è un fatto.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: Seek and Destroy

Searching, Seek and Destroy

Seek and destroy

Searching, Seek and destroy

There is no escape and that is for sure, This is the end we won’t take any more

Say goodbye to the world you live in, You have always been taking, But now you’re giving

A caccia, Cerca e distruggi/ Non c’è via di scampo, questo è sicuro/ Questa è la fine non vi sopportiamo più/ Dite addio a mondo in cui vivete/ Avete sempre preso/ Ma adesso dovete dare/

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: Seek and Destroy, Irene Pivetti
Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Irene Pivetti

Seek and Destroy: Irene Pivetti

Seek and Destroy, Cerca e Distruggi, non può che essere abbinata – visto il particolare momento storico – alle persone che, imbrogliando, contravvenendo, pensando solo ai loro schifosi affari, hanno fatto un mare di soldi e/o combinato guai irreparabili sfruttando la pandemia da Covid-19. Immagino ce ne siano tanti di personaggi simili, ma dovendo scegliere, ho optato per un trio: Irene Pivetti seguita a ruota dal duo lombardo Gallera-Fontana.

Partiamo dalla Pivetti, ex presidente della Camera dei deputati e indagata da tutta una serie di procure per frode in commercio e riciclaggio, avendo la Only Logistics, società di cui è amministratrice unica e rappresentante legale, importato mascherine Ffp2 “dotate di una falsa certificazione di conformità da parte della Icr Polska Co.Ltd”, mascherine che Pivetti ha poi venduto a vari distributori italiani nonostante l’Inail, con un provvedimento del 16 aprile, le avesse imposto il divieto di metterle sul mercato. 170.000 delle sue mascherine sono state sequestrate, ma il vero business messo a segno dalla signora sono stati i due contratti firmati dalla Protezione civile con la Only Logistics: 15 milioni di mascherine cinesi probabilmente “farlocche” come le altre per la bellezza di 30 milioni di euro. A Milano è in corso anche un’indagine con l’accusa di riciclaggio che ha portato la Finanza a perquisire casa e uffici della Pivetti, indagine che riguarda operazioni di import-export con la Cina fatte da altre società riconducibili sempre alla medesima Pivetti. E questo è solo l’inizio: sembra che nel corso del tempo la ex onorevole abbia commesso così tante azioni disonorevoli e così tanti reati penali, che, per descriverli tutti, ci vorrebbero pagine e pagine (cliccate sul link azzurro poche righe più in alto per sapere ogni cosa).

Seek and Destroy: Gallera e Fontana

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Seek and Destroy, Gallera e Fontana
Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Gallera e Fontana

Per quanto riguarda Gallera e Fontana, entrambi sono stati convocati dalla procura di Bergamo come persone informate dei fatti sull’indagine per epidemia colposa per: la riapertura del Pronto soccorso e dell’ospedale di Alzano Lombardo il 23 febbraio, i morti nelle Rsa, la mancata istituzione della zona rossa tra Nembro e Alzano ai primi di marzo. Per quanto riguarda Gallera, la sua scelta di spostare i malati di Covid dagli ospedali alle RSA a mio parere non è solo folle e insensata, ma decisamente criminale. Per quanto riguarda Fontana, oltre a tutto ciò che ha combinato in coppia col suo assessore Gallera si aggiunge anche la brutta storia di una fornitura di camici per medici e infermieri ordinata il 16 aprile 2020 da Aria (la centrale acquisti regionale) senza gara alla Dama Spa, azienda di proprietà del cognato e della moglie del governatore (Andrea Dini e Roberta Dini), per una cifra di 513.000 euro. Anche su questa squallida vicenda Attilio Fontana è indagato dalla Procura.

In tutto ciò, non posso far a meno di notare che tutti questi crimini sono stati portati allo scoperto da Le Iene e Report, mentre tutti i loro colleghi così tanto quotati e ben pagati, dai giornalisti della carta stampata fino alle varie Gruber dormivano sonni profondi. Perfino la D’Urso ha fatto qualcosa di lontanamente “giornalistico”…Disclaimer: quando abbino queste persone a “Seek and destroy”, mi riferisco solo alla ricerca (Seek) di prove che portino alla distruzione (destroy) della loro carriera e, contestualmente, a una lunga permanenza in carcere, anche se tutti sappiamo benissimo che la legge è disuguale per tutti e che questi “signori” in prigione non ci andranno mai. Un ultimo commento personale: questa gente schifosamente avida e negligente in modo criminale nemmeno la merita una canzone così bella.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: The Unforgiven

Never free Never me So I dub thee Unforgiven

The Unforgiven

New blood joins this earth/ And quickly he’s subdued/ Through constant pain disgrace/ The young boy learns their rules

Sangue fresco si unisce alla terra, e lui viene rapidamente sottomesso

Attraverso il dolore continuo il ragazzo impara le loro regole

The Unforgiven, Gli Imperdonabili, mi fa pensare a Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso George Floyd lo scorso 25 maggio 2020 in Minnesota e agli altri agenti che l’hanno aiutato. Floyd era stato arrestato con violenza nonostante fosse disarmato: mentre veniva schiacciato a terra da Chauvin per nove minuti, aveva detto ripetutamente che non riusciva a respirare ed era morto poco dopo. La sua morte ha provocato e ancora provoca grandi proteste negli Stati Uniti e anche in Europa.

Dopo questo episodio, sono usciti fuori diversi altri video dove uomini afroamericani, assolutamente inermi, sono stati uccisi barbaramente da poliziotti razzisti e feroci. L’ultimo, ad Atlanta, ha visto tre poliziotti sparare alla schiena di Rayshard Brooks, giovane di colore che stava solo dormendo in un parcheggio e quando li ha visti così minacciosi ha tolto il taser dalle mani di uno di loro ed è corso via a piedi. A quel punto i poliziotti gli hanno sparato alla schiena. Per non parlare dei video in New Jersey o in Texas, dove i poliziotti hanno ucciso a sangue freddo uomini afroamericani disarmati e immobilizzati. “Perché è attraverso il continuo dolore che dettano le loro regole”: se questi poliziotti non sono imperdonabili, non so proprio chi possa esserlo.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: King Nothing

Where’s your crown, King Nothing?

King Nothing

Then it all crashes down/ And you break your crown/ And you point your finger but there’s no one around/

Just want one thing/ Just to play the King/ But the castle’s crumbled and you’re left with just a name/

Where’s your crown, King Nothing? Where’s your crown?

Poi tutto crolla e la tua corona si spezza e punti il dito ma non c’è nessuno attorno

Vuoi solo una cosa solo giocare a essere il Re, ma il castello si è sgretolato e tu sei rimasto solo con un nome, dov’è la tua corona, Re Nulla? Dov’è la tua corona?

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: King Nothing, Trump
King Nothing, Trump

In questo periodo credo proprio che King Nothing, il Re Nulla sia Trump. Ha sempre detto cose insensate, ha sempre giocato a “fare il Re”, ma prima le lobbies potenti lo consideravano forte, di conseguenza lo sopportavano e lo supportavano. Poi è arrivato il covid e Trump ha iniziato a dire solo follie e fare solo errori madornali. Non ne ha azzeccata una, potremmo dire. Dal consiglio di bere la candeggina (o meglio, iniettarsela in vena) fino alla richiesta di sguinzagliare l’esercito addosso agli americani che manifestano contro il razzismo della polizia. Improvvisamente l’hanno mollato tutti, perfino quelle brave persone della famiglia Bush, perfino quel Colin Powell che spergiurava sulle armi di distruzione di massa in Iraq: probabilmente, come un branco di iene, non aspettavano che il momento propizio per poterlo fare fuori. Se dall’altra parte non ci fosse un altro Nothing come Biden potrei scommettere qualsiasi cifra che Trump non verrà rieletto, ma negli Stati Uniti è sempre difficile fare previsioni e questo è anche il bello di quel paese.

Fight fire with fire: Massimo Giletti

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Massimo Giletti

Fight fire with fire

Fight fire with fire/ Ending is near/ Fight fire with fire/ Bursting with fear/ We shall die

Time is like a fuse, short and burning fast

Spegni il fuoco col fuoco, La fine è vicina, Spegni il fuoco con altro fuoco, Moriremo scoppiando di paura, Il tempo è come una miccia, corta e che brucia in fretta

Massimo Giletti è proprio quel genere di “giornalista” che rimesta nel torbido fin quasi a gettarcisi dentro e, soprattutto, versa benzina sul fuoco. Questa canzone sembra scritta proprio per uno come lui. Ha iniziato la sua carriera alla Rai come conduttore di programmi pomeridiani ignobili tipo “La vita in diretta”, e poi, come per magia, qualche stregone l’ha trasformato in giornalista. Io capisco che se perfino uno come Fazio si è tramutato da imitatore a giornalista strapagato, deve esistere qualche formula magica molto speciale a cui è stato sottoposto anche Giletti. Ma Giletti, da quando è stato acquistato da La7, ha deciso di portare la sua mutazione fino all’estremo: adesso si presenta al pubblico come un giornalista di qualità, come uno tutto d’un pezzo, amico del popolo, mentre nessuno più di lui riesce ad essere “forte con i deboli e zerbino coi potenti.” Come tutti quelli che non sopportano di essere contraddetti Giletti si circonda di ospiti fissi di infimo livello che gli fanno da corte, pendono dalle sue labbra e stanno lì solo per rafforzare le sue tirate contro il malcapitato di turno. Giletti è uno che – sempre secondo me – per un punto di share in più farebbe ballare coi ventagli la nonna zoppa, è interessato esclusivamente all’audience, e per tenere sempre sulla corda il suo pubblico nazionalpopolare è pronto apassare senza soluzione di continuità dalla tragedia, dalla morte, dal dolore alla fregna di Belen. Come dice il mio amico Franco, che ho citato testualmente.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare: Master of Puppets

Master of Puppets: Blinded by me, you can’t see a thing

Master of Puppets

Come crawling faster/ Obey your master/ Your life burns faster/ Obey your… Master of Puppets, I’m pulling your strings/ Twisting your mind and smashing your dreams/ Blinded by me, you can’t see a thing

Vieni strisciando più in fretta

Obbedisci al tuo Padrone, brucia la tua vita più in fretta, obbedisci al tuo… Burattinaio, io tiro i tuoi fili, inganno la tua mente e distruggo i tuoi sogni

Accecato da me, non riesci a vedere più niente.

Credo che il grande Burattinaio che tira i fili dei potenti e dei Capi di Stato, che lascia che siano altri a tirare i fili di chi non conta niente, che può solo vincere perché il teatro è suo, possa facilmente essere identificato come Mister Zuckerberg. Non dico che sia l’unico Master of Puppets, ma di sicuro è quello più in vista.

The four Horsemen, i quattro cavalieri dell’Apocalisse

The four horsemen

The horsemen are drawing nearer/ On the leather steeds they rid/ They’ve come to take your life/

On through the dead of night/ With the four horsemen ride/ Choose your fate and die

I cavalieri si stanno avvicinando, cavalcano a pelle sui loro destrieri, stanno venendo a prenderti la vita a notte fonda. Con i quattro cavalieri a cavallo, scegli il tuo destino e muori.

I quattro Cavalieri di cui parlano i Metallica sono quelli dell’Apocalisse. Per quanto mi riguarda: Salvini, Meloni, Berlusconi e Renzi. L’Apocalisse di Giovanni, o Libro della Rivelazione, nella Bibbia ci dice il nome solo dell’ultimo dei quattro, chiamato Morte o Pestilenza (il termine greco thánatos ha entrambi i significati). I nomi degli altri cavalieri non sono menzionati ma, nel corso del tempo, sono stati chiamati Guerra, Carestia e Violenza. A Renzi spetta senza dubbio il ruolo di Guerra. Da quando è apparso sulla scena politica nazionale non ha fatto altro che dichiarare guerra: alla sinistra in primis. All’attuale governo pur facendone parte. Se potesse, dichiarerebbe guerra anche alla Repubblica di San Marino. Meloni, invece, la vedo perfetta come Violenza: con quella faccia sempre incazzata, quella voce potente e sgraziata, quella smorfia da far invidia a Joker, oltre, è chiaro, al suo rifarsi continuamente al passato fascista dell’Italia come se fosse qualcosa di onorevole, di glorioso e non una mostruosità violenta partorita da gente violenta. Quanto a Berlusconi è decisamente Carestia, anche per via dell’età: niente più Bunga-Bunga per il vecchio Silvio (quanto viagra può ingoiare un ottantenne prima di lasciarci le penne?) ma, anche politicamente, l’attuale Berlusca ricorda proprio il deserto dei tartari (che lo spirito di Buzzati non me ne voglia…).  A Salvini, quindi, rimane Morte, che però, in quanto Morte, ha un suo fascino trascinante che non appartiene al capitano leghista. Molto meglio usare l’altro significato: Pestilenza, termine che definisce Salvini in modo eccelso – in questo periodo covid più che in ogni altro – soprattutto se consideriamo tutti quelli che, in Lombardia, si sono ammalati di Covid e sono morti grazie ai giochetti della Lega.

Canzoni dei Metallica che fanno pensare a persone schifose: Enter Sandman

Metallica, Enter Sandman versione acustica

Enter Sandman

Something’s wrong, shut the light/ Heavy thoughts tonight/ And they aren’t of Snow White/ Dreams of war, dreams of liars/ Dreams of dragon’s fire/ And of things that will bite/ Sleep with one eye open/  Gripping your pillow tight

Exit, light/ Enter, night/ Take my hand/ We’re off to never-never land

C’è qualcosa di sbagliato, la luce si è spenta, stanotte i pensieri pesano e non sono fatti di neve bianca

Sogni di guerra, sogni di bugiardi, sogni di fuoco di drago e di cose che vogliono mordere

Dormi con un occhio aperto, tieni stretto il cuscino

Esci, luce. Entra, notte. Prendi la mia mano, partiamo per il Paese che non c’è

Enter Sandman è, decisamente, la canzone che amo di più fra tutte quelle dei Metallica. Anche più del capolavoro Nothing else matters. Il Sandman non è un semplice demone, ma rappresenta il Male puro, in senso ontologico e metafisico. Il Sandman è l’oscurità assoluta, come può esistere solo in squarci di Universo lontani milioni di anni luce dalla stella più vicina. Il Sandman è la fine della conoscenza, la fine della consapevolezza, la fine di tutto ciò che ha un senso e l’inizio di una nuova esistenza beota e deprivata. Ecco perché non esiste un essere umano così diabolicamente potente da poterlo affiancare ad Enter Sandman. In compenso esiste qualcosa che può rappresentare il Sandman al meglio, e questa cosa si chiama Social Media. “Take my hand, we’re off to Never Never Land”: è esattamente questo che i social media ti sussurrano nelle orecchie mentre la luce è già sparita: Stringimi la mano, ti porto all’Isola che non c’è. Al Paese che non esiste. Ti porto a Nowhere Land, che sarà la tua nuova patria, la tua casa, il tuo nido e non avrai più bisogno di altro. Io sarò il tuo unico meraviglioso mondo che non esiste.

Layne Staley indimenticabile

Layne Staley MTV Unplugged

Il 5 aprile 2002 è considerato ufficialmente il giorno della morte di Layne Staley indimenticabile artista, anche se, avendo ritrovato il suo corpo a tanti giorni di distanza, in avanzato stato di decomposizione, credo che il 5 aprile sia più che altro una data simbolica. Io, personalmente, lo considero morto in un giorno indefinito della prima decade di aprile, che, come diceva Eliot “è il mese più crudele”. Layne Staley, creatore e frontman degli Alice in Chains – ma anche, in seguito, dei Mad Season per un unico e bellissimo album – diventato molto famoso nell’ambito rock-grunge nato a Seattle, è stato, di certo, il cantante più dotato e l’anima più fragile fra tutti gli artisti rock degli anni ‘90.

Layne Staley e Kurt Cobain

Layne aveva molto in comune con Kurt Cobain (anche lui, ufficialmente, morto il 5 aprile): nati entrambi nel 1967, ipersensibili, bellissimi, pieni di talento, portati verso l’arte in genere, dalla pittura alla scultura, dalla poesia alla musica, con difficoltà nel relazionarsi ai compagni di scuola, sia da bambini che da adolescenti, entrambi usciti profondamente segnati dal divorzio dei genitori.

Layne Staley e Kurt Cobain, indimenticabili
Layne Staley e Kurt Cobain

Ma allo stesso tempo erano anche diversi: se Kurt Cobain potremmo definirlo crepuscolare, Layne era la notte senza luna e senza luci. Se la voce di Cobain divenne quella di un’intera generazione, la voce di Staley – a mio parere la voce più bella del rock anni ’90 – rimase sempre la voce della sofferenza. Mentre i testi di Kurt aprivano un mondo fatto di immagini – e proprio per questo divennero testimonial perfetti del nuovo genere di rock – i testi di Layne si snodavano lungo un’unica autostrada, quella del dolore che prova solo chi viaggia dentro all’inferno. Cobain decise di chiamare il proprio gruppo “Nirvana”, che rappresenta, nella dottrina buddista, la fine della sofferenza; Staley chiamò il suo gruppo “Alice in chains”: per il pubblico la Alice di Carroll non più libera di giocare nel suo mondo proibito ma incatenata in fondo alla tana del bianconiglio; nella realtà una sua amica, di nome Alice, da poco arrestata per traffici di droga. Se Kurt optò per il suicidio, perché, come scrisse nel suo biglietto d’addio citando Neil Young “It’s better to burn out than to fade away”, Layne si lasciò morire giorno dopo giorno, chiudendosi in solitudine per anni, nutrendosi di dolore, crack ed eroina finché la morte non andò a prenderlo per mano.

Layne Staley indimenticabile: bad habits aren’t my title

Layne Staley odiava i giornalisti e raramente concedeva interviste. Lui parlava attraverso l’arte e sono poche le frasi che di lui potremmo citare. Forse la più significativa è:

My bad habits aren’t my title. My strengths and my talent are my title.” I miei vizi non parlano per me. I miei punti di forza e il mio talento parlano per me.

Layne Staley, Down in a hole

Down in a hole, feelin’ so small/ Down in a hole, losin’ my soul/ I’d like to fly, but my wings have been so denied/ Down in a hole and they’ve put all the stones in their place/ I’ve eaten the sun so my tongue has been burned of the taste

Dentro a una buca, sentendomi così piccolo. Dentro a una buca, mentre perdo l’anima. Vorrei volare via ma le ali mi sono state negate. Dentro a una buca e l’hanno riempita di pietre. Ho mangiato il sole e la mia lingua, assaggiandolo, si è bruciata.

Indimenticabile Layne Staley: MTV Unplugged 1993, Down in a hole

Layne staley, Hate to see

Hate to see (wish I couldn’t see at all)/ Hate to feel (wish I couldn’t feel at all)/ So climb walls/ And I crawl, back to bed now/ What the hell, got to rest/ Aching pain in my chest/ Lucky me, now I’m set/ Little bug for a pet

Odio vedere (vorrei non poter vedere niente). Odio sentire (vorrei riuscire a non sentire nulla). Allora mi arrampico sul muro e striscio di nuovo a letto. Che diavolo, mi devo riposare, mentre provo dolore nel petto. Che fortuna, adesso sono a posto. Un piccolo insetto come animale domestico

Layne Staley: Mad Season – Long Gone Day

“Isn’t it so strange how far away we all are now?/ Am I the only one who remembers that summer?/ Oh-woah, I remember/  The music that we made/ The wind has carried all of that away/ Long gone day (Woah, woah-oh yeah)/ Who ever said we’d wash away with the rain?”

Non è così strano quanto lontano ci sentiamo tutti adesso? Sono l’unico che si ricorda quell’estate? Oh sì, io ricordo. La musica che suonavamo. Il vento ha portato tutto via. Tanto tempo fa chi avrebbe mai detto che tutto sarebbe stato spazzato via dalla pioggia?

Layne Staley con i Mad Season: Wake up, Seattle, 1995

Il testamento morale di Layne

A un mese dalla morte Layne telefonò alla giornalista argentina, Adriana Rubio, che stava scrivendo un libro su di lui e aveva parlato in più occasioni con la madre e la sorella di Layne. Lui era malato terminale, e quella telefonata di due ore e mezzo fu una sorta di testamento morale:

“… il dolore è molto più grande di quello che pensi. È il peggior dolore del mondo. La droga ti succhia tutto il corpo. Sono vicino alla morte, mi sono fatto di crack e di eroina per anni. Non avrei voluto finire la mia vita così. So che non ho più scelta, è tardi. Scrivi un capitolo speciale per Demri, chiarisci che la sua morte è stata causata da un’endocardite batterica, non è stata un’overdose. Scrivi alla gente che non ho mai voluto il loro appoggio riguardo a questa droga del cazzo. Non provare a contattare nessuno degli Alice in Chains: loro non sono miei amici.”

Layne Staley con Alice in Chains all’MTV Unplugged del ’93, Rooster

Noi invece, ti ameremo sempre e non ti dimenticheremo mai.

In memoria di Layne Staley 1967 – 2002

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino

Cosa significa Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino? Partiamo da“The Piper at the gates of dawn”, Il Pifferaio ai cancelli dell’alba, primo album in studio dei Pink Floyd, 1967; album capolavoro del rock psichedelico mondiale, ideato, scritto, interpretato e diretto – dalla musica alle lyrics fino alla copertina – da Syd Barrett, artista eclettico, in grado di spaziare fra musica, testi, arte grafica e pittura.

SYD BARRETT

Il rock psichedelico, nato contemporaneamente negli Stati Uniti e in Inghilterra negli anni ’60, trovò, in America, nella scena texana, i suoi adepti più sperimentali. L’esempio più calzante è quello dei 13th Floor Elevators, che furono anche i primi a usare, musicalmente parlando, il termine “psichedelico”, nell’album “The Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators” del 1966.

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino. 13th Floor Elevators, primi a utilizzare il termine "psichedelico" in musica
“THE PSYCHEDELIC SOUNDS OF THE 13th FLOOR ELEVATORS” Album Cover

Psichedelico

Il vocabolo viene dal greco ψυχή, “anima” e δηλῶ, “rivelo”, e in qualche modo collegava strettamente quella musica neonata all’uso di sostanze psicotrope, sia naturali che chimiche (da peyote e mescalina all’acido lisergico) utilizzate per viaggiare con la mente e difatti chiamate anche trip. Ovviamente, per concepire, scrivere, suonare e cantare un album come The Piper at the gate of dawn non bastava di certo essersi fatti un acido, altrimenti avremmo avuto milioni di musicisti geniali. Come dice Caparezza in “Mica Van Gogh:

Allucinazioni che alterano la vista Tu ti fai di funghi ad Amsterdam Ma ciò non fa di te un artista”

Syd Barrett il Pifferaio

Syd Barrett aveva una mente eccezionalmente aperta, curiosa e dotata di grande talento. Syd aveva gli occhi spalancati, contemporaneamente rivolti al mondo microscopico (dentro alla sua testa) e a quello macroscopico (il cosmo e oltre); credo sia stato questo, alla fine, ad averlo portato alla “pazzia”. Chiunque abbia sperimentato sostanze psicotrope, sa che il viaggio, in sé, non appartiene né al bene né al male. È solo un’esplorazione fine a se stessa, e come tale, può andare male o bene, può risultare spaventosa o spassosa, pericolosa o liscia come l’olio, illuminante o del tutto dimenticabile. Nelle due canzoni principali, “Astronomy domine” e la strumentale “Interstellar overdrive”, Syd, supportato dai compagni, viaggia nel multiverso, raccontandoci, a suo modo, stelle, pianeti, mondi impossibili da immaginare, alieni, spiriti, divinità, fate, folletti. Viene quasi da pensare a Roy Batty, il replicante di Blade Runner e al suo famoso monologo:

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare, navi da combattimento in fiamme al largo di Orione, i raggi Beta balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Syd Barrett il Visionario

Rock neo-psichedelico: il Piffeario diventa Cecchino. Da Syd Barrett ai giorni odierni
SYD BARRETT

E come lacrime nella pioggia un giorno, fin troppo vicino al 1967, si perderanno le visioni di Barrett, ma per il momento è ancora in grado di trasformarle in creazioni meravigliose. In Astronomy domine, mentre il resto della band lo sostiene musicalmente, Barrett è libero di mettersi in viaggio, da solo con la sua chitarra. La sua voce ripete come un mantra la medesima strofa:

Lime and limpid green, a second scene a fight between the blue you once knew. Floating down, the sound resounds around the icy waters underground. Jupiter and Saturn, Oberon, Miranda and Titania, Neptune, Titan, Stars can frighten.

Verde limpido e color lime, una seconda scena una lotta con l’azzurro a cui eri abituato. Fluttuando giù, il suono risuona attorno all’acqua ghiacciata sottoterra. Giove e Saturno, Oberon, Miranda e Titania, Nettuno, Titano, le Stelle possono far paura”.

Il Pifferaio ai cancelli dell’Alba

Le Stelle possono far paura, ma non a lui. E non solo perché Syd Barrett è troppo curioso e troppo giovane per aver paura. La verità è che ogni testo, ogni poesia, ogni canzone, romanzo, racconto riflette il periodo in cui viene scritto, e gli anni ’60 furono gli anni della rivolta hippy, della rivoluzione sessuale, del movimento studentesco sessantottino, di Woodstock, delle comuni, delle grandi manifestazioni per la pace. Ovviamente in quella decade ci furono anche ombre e lutti, ma quello che conta – in questo caso – è che furono anni di movimento e di ideali, anni di rivolta, e ciò che più conta, non furono anni di crisi economica. Ecco perché il titolo che Barrett diede all’album, “Il Pifferaio ai cancelli dell’alba”, lo prese in prestito dal capitolo numero 7 di un famoso libro per bambini: Il vento nei salici scritto da Kenneth Grahame nel 1908.

Nel vento nei salici alcuni animali vivono le loro piccole e grandi avventure. Nel capitolo del Pifferaio appare il dio Pan, che suonando una meravigliosa musica col suo flauto magico, aiuta Ratto e Talpa a ritrovare un cucciolo smarrito, per poi svanire nel nulla senza lasciare alcun ricordo nelle loro memorie. E del resto il Flauto magico – in musica – appartiene a fiabe gioiose fin dai tempi di Mozart.

Oh, Talpa! Come è bello! Il cicalare giocondo, il tenue, netto, felice richiamo del flauto lontano! Io non ho sognato mai simile musica, e il richiamo in essa è anche più forte di quanto sia dolce la musica! Rema, Talpa, Rema! Che la musica e il richiamo devono essere per noi

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino

La musica psichedelica, dopo i primissimi anni ’70, divenne meno popolare. Gli stessi Pink Floyd, ormai orfani di Barrett già da tempo, crearono veri capolavori, come “Wish you were here” o “The wall”, che però non avevano più nulla a che fare con la psichedelia. Ma negli anni ’90 – i famosi corsi e ricorsi della storia – la musica psichedelica riprese vita, e venne chiamata “neo-psichedelia”. In questo termine, però, furono collocati decine e decine di generi: alcune band garage rock, alcuni tipi di punk-house, pop melodico immerso in atmosfere sognanti e qualsiasi musicista che abbia mai dichiarato di essersi ispirato ai Velvet Underground. Ma qualcuno meritevole di portare nuovamente e seriamente quella bandiera esiste, e, ancora una volta, appartiene alla scena texana.

VELVET UNDERGROUND

Rock neo-psichedelico: The Black Angels

Fra le band realmente neo-psichedeliche voglio citare solo gli strepitosi The Black Angels, in attività da metà anni zero e organizzatori del Festival psichedelico di Austin, TX, loro città d’origine. Il loro primo album, “Passover”, del 2006, è una bomba nucleare. Non c’è altro modo per definirlo. Loro sono molto lontani dall’essere un semplice ritorno a musiche di altri tempi. I Black Angels suonano un vero rock psichedelico molto heavy, dal ritmo incessante e primitivo, incredibilmente bello, trainante e potente. Ricorda, a tratti, il suono di qualche band anni ’60, ma non più di quanto il volto di un nipote possa ricordare quello del nonno. Inoltre, se la psichedelia anni ’60 raccontava viaggi personali, voli interstellari, flauti magici, al contrario, i Black Angels ci raccontano l’apocalisse. Nell’album c’è una citazione di Edvard Munch:

“La malattia, la pazzia e la morte sono gli angeli neri che hanno vegliato sulla mia culla e mi accompagneranno per tutta la vita”

THE BLACK ANGELS, PHOTO BY ALEXANDRA VALENTI

Rock neo-psichedelico: l’Oscurità

Il mondo, ormai è in pieno Kali Yuga, l’oscurità è ovunque, non c’è più salvezza per nessuno e i testi dei Black Angels ce lo ricordano. Se I Pink Floyd avevano creato “The Piper at the gates of dawn”, i Black Angels intitolano una canzone “The Sniper at the gates of Heaven”. Il Pifferaio ai cancelli dell’alba si è trasformato in un cecchino appostato addirittura all’entrata del Paradiso.              

“Where do you go when heaven calls you? What do you do? Who do you turn to? How old will you be when they finally catch you? Don’t stop moving, they’re right behind ya. When there’s no one left on this earth you know who can save you kid, so just wake up wake up wake up

What is it like when hell surrounds you? How hot does it get? I think I’ve already felt it. Is there any way out? You better find one”

Dove andrai quando il Cielo ti chiamerà? Cosa farai? A chi ti rivolgerai? Quanti anni avrai quando alla fine ti prenderanno? Non ti fermare, loro ti stanno alle costole. Quando non ci sarà più nessuno che conosci, su questa terra, chi potrà salvarti ragazzo, perciò svegliati svegliati svegliati

Come ci si sente quando l’Inferno ti circonda? Quanto diventa rovente? Io credo di averlo provato. C’è qualche via d’uscita? Faresti meglio a trovarne una.

Sniper at the Gates of Heaven

Rock neo-psichedelico: il Pifferaio diventa Cecchino

I Black Angels ci dicono, in breve, che – nel terzo millennio dalla nascita di Cristo – non ci sono dolci animaletti né possibilità di fluttuare in mondi paralleli ma solo questa terra devastata a cui apparteniamo e la gravità che ci schiaccia al suolo. Inferno e Paradiso sono la stessa cosa: il primo ti circonda, il secondo manda un cecchino a finirti.

Dal 2006 ad adesso i Black Angels hanno pubblicato diversi album, tutti di rock neo-psichedelico, ansiogeni e catartici allo stesso tempo, ma soprattutto molto, molto belli (l’ultimo, “Death song”, è del 2017). Inoltre, le loro profezie apocalittiche si sono dimostrate corrette. Il mondo di adesso, 2020, è veramente intriso di Malattia, Pazzia e Morte, e pur rimanendo ben svegli, trovare vie d’uscita sembra sempre più difficile.