Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

L’assurda e icastica storia di Gakirah Barnes ci racconta la vita di una ragazzina afro-americana, nata in uno dei quartieri più pericolosi di Chicago e trasformatasi in una sorta di baby influencer, che come ogni influencer parla di quello che conosce bene: Chiara Ferragni, ad esempio, parla di vestiti, mentre Gakirah parlava di ragazzini morti, armi da fuoco e guerre fra gangs.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

Perché la storia di Gakirah è così attuale

Di Gakirah e della sua breve vita hanno parlato tutti i giornali americani e un importante network ha fatto su di lei un lungo documentario, ma il modo in cui è stata descritta è sempre lo stesso: una piccola killer assetata di sangue che aveva, come unica attenuante, l’essere nata col colore di pelle sbagliato nel posto sbagliato, oltre che l’aver visto morire – almeno in un caso, letteralmente sotto ai suoi occhi – i suoi più cari amici. Io, invece, vedo la storia della sua vita da un punto di vista completamente diverso: sono sicura che Gakirah non abbia mai nemmeno sparato un colpo di pistola in vita sua e sono ancora più sicura che, senza i Social Media e il cyber-banging oggi sarebbe viva e probabilmente iscritta all’Università.

Gakirah è morta nel 2014, ma quello che rende la sua storia molto attuale è il modo in cui i Social Media, nonostante all’epoca fossero molto meno potenti di adesso, siano riusciti a trasformarla in una sorta di marionetta al soldo dei più che maggiorenni e talvolta anche “rispettabili” capi delle street gangs della città più violenta d’America: Chicago.

La bambina Gakirah

Gakirah era carina e intelligente, molto brava in matematica, e fin da piccolissima aveva mostrato un forte desiderio di voler combattere l’ingiustizia: le altre bambine volevano diventare estetiste o cantanti famose, mentre lei voleva fare l’assistente sociale. 

Abitava nel territorio dei Gangsters Disciples, una street gang che combatteva per il South Side di Chicago prevalentemente contro la street gang dei Black Disciples. A undici o dodici anni, mentre la violenza esplodeva nel suo quartiere Gakirah iniziò a sentirsi attratta dal rispetto e dall’ammirazione di cui godevano i membri delle gangs. A tredici anni, nel 2011, l’omicidio da parte della gang rivale di un amico, il quindicenne Tooka Gregory, supporter dei Gangsters Disciples, la devastò. Ma il vero detonatore che riuscì a far esplodere sia la vita della bambina Gakirah sia una guerra senza tregua fra le due street gangs è stato il cyber-banging.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Il cyber-banging

Il cyber-banging consiste nell’uso dei Social Media da parte di giovanissimi affiliati a street gangs per sfidarsi, minacciare e bullizzare i rivali. In questo specifico caso, ad esempio, la gang che ha ucciso Tooka, dopo avergli sparato, ha iniziato a bullizzarlo sui Social, postando l’immagine di Tooka morto nella bara, dopo averla ritoccata inserendo nella foto un rotolo di carta igienica. Nel 2011 il cyber-banging era ancora un sistema agli esordi, proprio come i Social che lo nutrivano. Le emoticon, ad esempio, erano utilizzate come una specie di codice (peraltro di semplicissima decrittazione): ad esempio una pistola ad acqua accanto a una faccia da diavolo significava minaccia.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Esempio di cyber banging
Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni. Cyber-banging spiegato nei dettagli

Ma la cosa più assurda di questo cyber-banging è che sembra proprio un gioco per bambini: le emoticon, i disegnini, lo scherzo della carta igienica nella bara e simili foto fra il macabro e il comico, frasi da bulletti che si vantano, video di drill-rap (un rap che parla esclusivamente di violenza e che inneggia alle street gangs). Il tutto fa pensare a due squadre che si sfidano a qualche tipo di video-game violento, o a bambini che scimmiottano gli adulti giocando alla guerra, ma questi ragazzini si trovano a giocare una guerra vera. Potrebbe venirci in mente “Il Signore delle Mosche”, ma a differenza dei bambini naufragati nell’isola creata da William Golding o diversamente dai bambini che giocano con pistole a vernice o ad acqua, i ragazzini di cui parliamo giocano con armi vere, hanno fratelli maggiori che uccidono e insegnano a uccidere e una quantità di armi da fuoco, compresi fucili d’assalto e mitra, quante è possibile trovarne solo in America.

Gakirah e la sua sofferenza

La foto ritoccata di Tooka nella bara è stata la proverbiale benzina gettata sul fuoco. Pochi mesi dopo Odee Perry, membro dei Black Disciples, è stato ucciso e da quel momento la guerra fra le due gang non ha più avuto un attimo di tregua. Come per sancire una dichiarazione ufficiale di guerra le due gang hanno ribattezzato i loro territori: “Tookaville” e “OBlock” in onore dei loro compagni caduti.

Da quel momento il dolore di Gakirah e il suo senso della giustizia si sono trasformati in rabbia, in furia nichilista ed essendo una ragazzina intraprendente, ha subito capito la teoria di Mc Luhan “Medium is the message” senza nemmeno averlo mai sentito nominare. E il mezzo perfetto, in questo caso, era rappresentato dagli allora nuovi Social Media: Twitter e Facebook, che le davano la possibilità di recitare, come una prima donna, un ruolo da killer sanguinaria, da gangsta girl e ottenere, in cambio, amore e rispetto da parte dei suoi coetanei. Dal punto di vista di quelli che realmente uccidevano e facevano traffici di crack, cocaina, oppiacei, metanfetamina e armi nell’ambito della street gang, Gakirah era una perfetta testimonial. E non dovevano nemmeno pagarla…

Gakirah e i suoi tweet

Bisogna dire che Gakirah imparò ad usare i Social rapidamente e ottimizzando quello che era il suo intento in un modo che nemmeno un Social Media manager oggi saprebbe fare. I suoi tweet raccontavano – senza mezzi termini – il suo stile di vita gangsta, e le minacce alla gang rivale si alternavano in modo perfetto a tweet di dolore per i compagni ammazzati. In breve tempo raggiunse su Twitter 5.000 followers, che per quel periodo erano veramente un numero molto alto. Fra il 2011 e l’aprile 2014 si contano almeno 27.000 tweet pubblicati da Gakirah. In quanto “testimonial” di Tookaville, iniziò presto a girare la voce che fosse stata proprio lei ad uccidere Odee Perry, e lei non solo non fece nulla per negare queste voci, ma, al contrario, fece in modo che tutti la considerassero un’assassina. Iniziò a farsi chiamare KI o Lil Snoop, da un personaggio della serie Tv HBO “The Wire” dove Snoop era una giovane donna nera che lavorava come killer per un cartello di trafficanti di droga.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni
Gakirah Barnes come appariva sui Social Media

Gakirah e il drill rap: la sua stagione aurea

Gakirah, come una stella nascente, iniziò ad apparire in video di drill rap e perfino i rappers delle gangs rivali la adoravano e flirtavano con lei. Nel video di “Murda” dei Fly Boy Gang (rap davvero noioso) in mezzo a una massa di teen-agers neri, tutti maschi, Gakirah è l’unica ragazza presente, con la bandana in testa o sul volto, ed è così piccola, fisicamente, che sembra una bambina di dieci anni. Ma in un video che rappresenta un mondo di giovani maschi violenti e certamente non femministi, l’apparizione della piccola Gakirah è un vero e proprio tributo a ciò che lei rappresentava, al ruolo da killer spietata che interpretava.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

In seguito il Professore Desmond Patton della University of Michigan, che fu fra i primi a studiare il fenomeno del cyber-banging, disse di lei:

“She almost didn’t seem real.” Lei non sembrava vera. Infatti non lo era, proprio come un’attrice non è il personaggio che interpreta, per quanto brava e in grado di identificarsi con quel personaggio possa essere. Non a caso, fra i tanti omicidi che le sono stati imputati sia dagli altri ragazzi che da tutti i media, la polizia non ha mai trovato nemmeno una singola, minuscola, circostanziale prova contro di lei. Quindi la bambina così brava come killer doveva essere anche una specie di genio del crimine, capace di uccidere per la strada, a sangue freddo, e contemporaneamente esperta nel cancellare tutte le sue tracce.

Gakirah e l’inizio del dolore

Un anno dopo la morte di Tooka, Gakirah perse un amico con cui era cresciuta e che considerava come un fratello, Tiquan Tyler, che aveva solo tredici anni e non viveva nemmeno a Chicago. Tiquan era andato a trovare la famiglia di Gakirah e la sera, uscendo da un pub con lei ed altri ragazzini, era stato raggiunto da un proiettile che non era stato sparato contro di lui. Colpito al petto, era morto dopo poche ore. La perdita di un amico vero fu per Gakirah un lutto inestinguibile. Quella sera la videro piangere disperata senza riuscire a trovare pace. Il mondo vero era entrato con prepotenza nella “fiction” che era stata fino ad allora la sua vita.

Gakirah cambiò il nome del suo account Twitter in Tiquanassassin, in onore dell’amico morto e scrisse tweet addolorati, come questi:

“Da pain unbearable” e “Tyquan supposed 2 Be hear wit me But instead Lil bro ended up 6 feet under a million miles away.”

Immagino che fosse lei stessa a sentirsi lontana un milione di miglia, devastata dal dolore, dal senso di colpa (Tiquan non sarebbe morto se non fosse andato a trovarla) ma incapace di liberarsi del personaggio che lei stessa aveva creato tramite i Social Media.

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni

Nel marzo 2014 un altro suo amico, Lil B, morì ucciso dalla polizia e Gakirah scrisse, su Twitter: “My pain ain’t never been told”. Ma poi aggiunse che avrebbe dedicato la sua vita a vendicarlo, e quando, subito dopo, il membro di una gang rivale, Blood Money, fu ucciso, le voci che davano Gakirah come l’assassina di Blood Money iniziarono a circolare con insistenza, anche se la polizia sapeva perfettamente che la ragazzina non aveva niente a che fare con quell’omicidio. Poi, a fungere da detonatore, fu di nuovo il cyber-banging: un ragazzo della gang di Gakirah postò, su Instagram, una foto dove beveva un liquido rosso con la scritta “Sorseggiando Blood Money”.

Questo spinse i compagni di gang del morto a volersi vendicare contro quella gang che l’aveva bullizzato, e visto che Gakirah era la “testimonial” della gang oltre ad essere considerata da tutti l’assassina di Blood Money, era per loro il target perfetto. Il 10 aprile 2014 la ragazza scrisse, su Twitter, parlando dei due amici cari che aveva visto morire: “In da end We Die”. Alla fine moriamo. Credo fosse davvero stanca di portare sulle spalle un peso che non avrebbe mai dovuto portare, ma non vedeva nessuna via d’uscita. Subito dopo, come era facile prevedere, fu uccisa, per strada, da un ragazzo che la colpì al volto, collo e petto con nove proiettili.

Poche ore dopo, i membri della gang rivale bullizzarono la morte di Gakirah sui Social. Un po’ come un gioco senza fine: Social – assassinio – Social – assassinio e così via.

La breve vita di Gakirah, che nessuno ha mai protetto

Nel corso della sua breve vita nessuno mai – nessuno mai – aveva protetto Gakirah dalle street gangs che imperversano nel suo quartiere, dalle armi da fuoco che circolano in quantità veramente incalcolabili negli Stati Uniti d’America, e nessuno l’aveva protetta dai Social Media, che non hanno un aspetto minaccioso ma che, proprio per questo, rischiano di essere molto pericolosi. Nel suo caso, i Social avevano creato il perfetto eco-sistema in cui far crescere e prosperare il pericoloso gioco della “bambina killer”, per poi trarre il massimo dell’energia – come buchi neri – dalla stella morente. La polizia, pur sapendo benissimo che la ragazzina killer era solo un mito, un bluff, non l’aveva mai protetta, nemmeno quando era chiaro a tutti che la sua vita era ormai appesa a un filo.

E dopo la sua morte nessuno ha difeso Gakirah dai giornalisti americani e non solo americani che l’hanno etichettata come “killer diabolica che ha ucciso più volte in nome della sua gang”, dimenticando che la polizia, nemmeno una volta, l’aveva arrestata, interrogata ufficialmente o messa sotto indagine e dimenticando – cosa anche più grave – uno dei fondamenti della democrazia, che tutti siamo innocenti fino a prova contraria.

Gakirah a 13 e a 15 anni
Gakirah a 13 e a 15 anni

Gakirah Barnes: come morire di Social Media a 17 anni, considerazioni

Dovremmo proprio ricordare che:

Gli Stati Uniti d’America sono la prima nazione al mondo per omicidio di bambini tramite armi da fuoco.

Il Professor Patton e altri studiosi dei rapporti fra media e violenza nelle strade hanno sottolineato il fatto che i Social Media abbiano esacerbato lo scontro armato fra giovani e giovanissimi e cambiato, agevolandolo, il modo in cui le gangs reclutano teen-agers, li iniziano alla violenza e conducono i loro business.

Infine, a proposito di #Blacklivesmatter, se è mai esistita una vita nera che proprio non contava nulla pur facendo arricchire tanti, questa è stata la breve vita della bambina Gakirah Barnes, morta a diciassette anni nel South Side di Chicago. Mi sembrava giusto renderle un briciolo di giustizia raccontando – nel mio piccolo – la sua vera storia al posto di quella finta e ufficiale.

“I told her that I loved her and to be careful — which is something that I told her every day when she went out on the Chicago streets” Shontell Brown, madre di Gakirah

NUNC MEDEA SUM

Donne lasciate sole in un mondo dominato da uomini

NUNC MEDEA SUM: una splendida e disperata Medea dipinta da George Romney
Lady Hamilton as MEDEA di George Romney

NUNC MEDEA SUM, ovvero “Adesso sono Medea” è il verso 910 della Medea di Seneca, dove Medea, in un turbine di ira e passione, supera ogni dubbio e si accinge a compiere la sua vendetta contro Iason, suo marito e padrone, che l’ha condotta nell’abisso del dolore. Il senso di quelle parole è “Finalmente sono diventata la vera Medea”, come se avesse vissuto e patito ogni attimo della sua vita in preparazione del suo nuovo e implacabile ego.

Per far comprendere a tutti chi fosse Medea e in che modo il suo destino sia stato segnato, bisogna fare un passo indietro e parlare degli Argonauti. Devo ricordare che la storia degli Argonauti, mito preomerico, è lunga come un’Odissea all’ennesima potenza, e qui ne tracceremo giusto le linee principali.

NUNC MEDEA SUM: Gli Argonauti

Gli Argonauti, in breve, furono quel gruppo di 50 guerrieri greci che, a bordo della nave Argo e sotto il comando di Iason, si mossero dalla Grecia verso la Colchide (terra del Caucaso, che oggi potremmo situare fra la Georgia occidentale e la Turchia) per prendere possesso di un oggetto speciale, il “vello d’oro” che i greci sostenevano essere di loro proprietà. L’idea di fare quella spedizione venne da una sorta di patto fra Pelia, re di Iolco in Tessaglia e Iason, legittimo pretendente al Regno: Pelia gli assicurò che, se fosse tornato col vello, il Regno sarebbe stato suo.

Quello che forse, più di ogni altra cosa, ha reso memorabile l’avventura degli Argonauti è stato quello che oggi chiameremmo un supercast. Fra quei 50 guerrieri c’erano personaggi davvero molto noti, fra cui Teseo, Castore e Polluce, fino ai celeberrimi Orfeo ed Ercole. Inoltre, per sottolineare l’assoluto genere maschile come imprinting del gruppo, va ricordato che Atalanta, cacciatrice imbattibile, pur volendo partecipare all’impresa non fu accettata sulla Argo da Iason perché femmina (secondo alcune versioni del mito). Anche Cenis, donna bellissima che desiderava combattere fu, di conseguenza, trasformata in uomo…

Iason incontra Medea

Nonostante il grande sfoggio di virilità e di guerrieri semi-divini nel gruppo degli Argonauti, Iason non sarebbe riuscito né ad avvicinarsi al vello d’oro e tantomeno a fuggire da lì, se non grazie all’aiuto fornitogli da una ragazza, Medea. Eete, che regnava sulla Colchide e quindi era il legittimo proprietario del vello d’oro, era figlio del dio Helios (il dio Sole) e padre, fra gli altri, di Medea, giovane e formidabile maga. La principessa Medea, a causa dell’intervento del dio Eros, s’innamorò disperatamente di Iason e da quel momento divenne uno strumento nelle mani di lui. Riuscì, grazie ad incantesimi eccezionali, a fargli ottenere il vello e, una volta in fuga con lui e gli altri Argonauti sulla nave, non esitò ad uccidere il giovane fratello Apsirto. Forse Medea lo aveva preso in ostaggio o forse li stava inseguendo, ma, una volta ucciso, dovette tagliargli il corpo a pezzi; quello, infatti, sarebbe stato l’unico espediente in grado di fermare Eete, costretto a rimettere insieme i brandelli del figlio per dargli una sepoltura degna.

Ritorno in Tessaglia

Nel corso del viaggio di ritorno furono ancora tante le situazioni in cui fu Medea, con le sue arti magiche, a salvare gli Argonauti. Ma pur essendosi servito di lei fin dal primo momento, Iason non la amò mai e la sposò solo come stratagemma per far sì che i Colchi e i loro alleati non gli sottraessero il vello d’oro. Una volta poi arrivato a “casa” Iason scoprì che Pelia non aveva nessuna intenzione di tener fede al patto, e, ancora una volta, fu Medea a salvargli la vita uccidendo il re. Iason lasciò comunque il trono al figlio di Pelia, Acasto, che pur essendo stato uno dei 50 Argonauti, condannò all’esilio Iason e Medea.

NUNC MEDEA SUM: Medea e Iason a Corinto

Ed eccoci al punto. Medea e Iason li ritroviamo esuli a Corinto, con due figli bambini e una vita piuttosto stabile, anche se Medea, considerata straniera e barbara non riuscirà mai a sentirsi benvoluta e a casa. I suoi modi sono diversi, e lei rifiuta di comportarsi da greca; non vuole legarsi i capelli e oppone le sue conoscenze magiche e antichissime alla ragion di Stato. Medea è indomabile, e delle donne dei Corinzi pensa che “siano come animali addomesticati, resi mansueti dagli uomini”. I popoli del Caucaso, da dove lei proviene, avevano un costume di totale uguaglianza fra uomo e donna. Ad esempio, le donne erano guerriere tanto quanto gli uomini (le Amazzoni, infatti, provengono da quelle terre).

Invece Iason, che desidera da sempre il potere, diventa amico del re Creonte che gli offre di sposare la giovane figlia Creusa. Iason accetta, pur avendo già moglie e figli. Come se nulla fosse si organizza così: i figli andranno a vivere con lui e la nuova moglie, mentre Medea verrà mandata via, sola, in esilio. Iason è certamente un personaggio orribile, sia nella Medea di Euripide che in quella di Seneca: un uomo – decisamente e tristemente attuale e moderno – innamorato solo del potere e di se stesso, abituato ad usare la seduzione come mezzo per raggiungere il potere. Non a caso Dante, nella Commedia, lo mette all’Inferno proprio per questo motivo.

NUNC MEDEA SUM: MEDEA di Medea

Adesso sono Medea

Mentre prepara la sua mossa contro l’uomo che l’ha sfruttata portandole via tutto per poi abbandonarla sola, misera e in esilio, Medea viene così descritta da Seneca, per voce del Coro:

S’aggira come tigre che cerca furibonda i figli per la foresta del Gange. Medea è incapace di dominare sia l’ira sia l’amore; ira e amore adesso si sono alleati: che ne seguirà?”

Ed è questo un punto davvero interessante: tutti sanno che le tigri sono le più amorevoli delle madri, e una tigre che si aggira furiosa in cerca dei propri cuccioli di sicuro non lo fa per ucciderli, ma semmai per uccidere chi cerca di far loro del male. Io credo che Medea, apprestandosi ad uccidere i figli che ama, non sia mossa solo dal desiderio di vendetta, ma principalmente dal sentore insostenibile provato da tutti quelli che sanno di non avere più altre scelte possibili. Io penso che, in quel momento, lei ami i propri figli appassionatamente, e sceglie di ucciderli perché uccidere se stessa e Iason sarebbe troppo facile. Nella sua visione di “exit life” i due genitori, Medea e Iason, devono restare vivi, sopravvivere alla morte dei loro figli, per morire di nuovo, nello spirito, il giorno dopo e quello dopo ancora e così via fino all’ultimo giorno di vita. “The privilege to die” diceva Emily Dickinson.

Nel lungo monologo che costituisce il nucleo dell’opera, in cui Medea parla alla nutrice, dirà:

Delitto è avere Iason per padre e delitto anche maggiore Medea per madre. Che vengano uccisi, non sono miei; che periscano, sono miei.

NUNC MEDEA SUM: Medea fugge nel suo carro divino distaccandosi dai figli morti e dal mondo degli uomini
NUNC MEDEA SUM: “Medea con i figli morti fugge da Corinto con un carro trainato da draghi” di German Hernandez Amores, Museo del Prado

Il Personaggio Medea

Medea è forse uno dei personaggi più complessi che il mito ci racconta, estremamente difficile da comprendere. Forse le donne, a maggior ragione se madri, inaspettatamente possono riuscire a comprenderla, per via di quella sorta di scollamento che avviene con la maternità, quando, letteralmente, una parte viva di te si stacca dal tuo corpo e lo abbandona per sempre. Non riesco a concordare, invece, con la versione creata da Christa Wolf, famosa scrittrice tedesca. Secondo Wolf i figli di Medea vengono sacrificati dai cittadini di Corinto per purificare la città da un’epidemia, e Medea, considerata straniera, quindi facile capro espiatorio, viene ingiustamente accusata di averli uccisi.

La versione di Christa Wolf, francamente, mi sembra fuorviante proprio perché, nel tentativo di rendere giustizia a Medea, la trasforma in vittima e in donna debole. La bellezza del personaggio Medea, invece, risiede proprio nella sua forza e nel suo rifiuto di diventare vittima. Oltre che in quel fascino che deriva dalla sua ambiguità morale vagamente bipolare, e da quel suo attaccamento alle forze cosmiche ancestrali, quasi fosse, lei stessa, la personificazione della Natura. Una Natura spesso crudele, costretta a sacrificare i propri figli affinché altri possano vivere, morire, rivivere.

NUNC MEDEA SUM: Medea e Veronica

Passando rapidamente dal mito alla realtà, nel corso degli anni non ho mai trovato fra le pur numerose donne, italiane o straniere, condannate per omicidio di un figlio, una che potesse essere definita Medea. Finché non ho visto la siciliana Veronica Panarello, condannata per l’omicidio del figlio Lorys Stival, bambino di otto anni, morto per strangolamento tramite fascette da elettricista.

Perché Veronica merita l’appellativo di Medea? Per vari motivi. Veronica si è sempre dichiarata innocente e l’ipotesi dell’autostrangolamento con le fascette compiuto da Lorys in una sorta di gioco terribile sembra verosimile e non contraddetta da prove, ma non è questo a renderla Medea.

Sindrome di Medea

Che sia davvero stata l’autrice dell’assassinio del figlio oppure no, di sicuro è stata abbandonata a se stessa dagli uomini della sua famiglia molto prima della morte di Lorys. In seguito alla tragedia, consegnata dai familiari, con un’acredine quasi sadica, a una stampa e a una società che amano scagliarsi contro i deboli, soprattutto quando i deboli sono donne.

Secondo motivo che la rende Medea: il suo aspetto. Veronica, all’epoca dei fatti aveva solo ventisei anni, e fisicamente ne dimostrava diciotto. Le foto e le immagini girate dai vari documentari ce la mostrano giovanissima, magrissima, a mio parere bellissima, bianca come se il sangue avesse da tempo smesso di scorrerle nelle vene, vestita di nero con lunghi capelli castani e occhi grandi e persi. Le physique du rôle da Medea, quindi, era perfetto.

NUNC MEDEA SUM: Veronica Panarello come Medea abbandonata a se stessa in un mondo comandato da uomini
Veronica Panarello

Veronica Panarello Stival

Chi era quindi Veronica Panarello prima di finire in carcere per trent’anni, confermati in Appello e in Cassazione? Una ragazzina passata direttamente dall’adolescenza alla maternità. A soli 26 anni aveva già due figli, di cui uno molto piccolo e l’altro, Lorys, di 8 anni, ipercinetico. Due figli molto difficili da gestire anche per donne ben più adulte e mature, che Veronica, però, doveva tirar su da sola.

Il marito, infatti, col suo lavoro da camionista passava settimane e settimane lontano da casa, senza preoccuparsi minimamente della gabbia fisica e psichica in cui aveva rinchiuso la sua giovanissima moglie. Forse Stival, il marito, lavorava più del dovuto. Forse rimaneva ancora più assente da casa proprio per far sì che Veronica non dovesse lavorare per potersi dedicare esclusivamente, 24/7 ai figli bambini, facendola sentire sola e alienata. Il tutto in un paesino in provincia di Ragusa, dove ogni cosa che fai passa al vaglio della gente: i vicini, i conoscenti, la scuola, la chiesa.

Un moderno Iason

Quando Lorys è morto e Veronica, dopo poco, è stata accusata dell’omicidio pur dichiarandosi innocente, il marito neanche per un momento le ha dato fiducia. Al contrario: le si è scagliato contro come se stesse solo aspettando il momento per farlo. Quando Veronica ha accusato il suocero di avere un ruolo nella vicenda (cosa che, fra l’altro, sembra ragionevole sotto vari punti di vista, a iniziare dall’isolamento sociale in cui viveva la ragazza) il marito ha creduto ciecamente al padre e neanche per un istante alla moglie. Ecco quindi, un moderno Iason che non esita a disfarsi della moglie alleandosi col suo mondo di uomini: il di lui padre, i giudici, gli investigatori, il pubblico.

 

NUNC MEDEA SUM: Differenze basilari tra Panarello e Franzoni

Parliamo per un attimo del famosissimo assassinio di Cogne, dove Anna Maria Franzoni, donna decisamente adulta, ha ucciso il proprio bambino, Samuel, di tre anni, percuotendogli la testa fino a fargli schizzare il cervello sul soffitto. Al contrario dell’omicidio di Lorys, nell’omicidio di Cogne le prove contro la madre del bambino, fin dall’inizio, si sono dimostrate estremamente solide. Inoltre il comportamento della Franzoni fin dal primo momento è stato freddo, distaccato e sospetto.

Franzoni spalleggiata dalla famiglia

Il marito e la sua grande famiglia, però, hanno fatto il contrario degli Stival: le hanno creduto nonostante tutto proteggendola da stampa e investigatori. La Franzoni non è stata abbandonata a se stessa, di conseguenza nessuno si è mai permesso di trattarla nel modo vergognoso con cui giudici e stampa hanno trattato la Panarello. Ma, soprattutto, il mondo degli uomini in Corte d’Appello ha ridotto alla Franzoni la pena a 16 anni. Diventati poi 11 fra indulti e sconti per trascorrerne infine (senza contare i frequenti permessi ottenuti) neanche 6 e ottenere gli arresti domiciliari con la possibilità di lavoro fuori casa e, poco dopo, tornare definitivamente totalmente libera per pena espiata.

Ho conosciuto persone che per possesso di pochi grammi di droga sono state in carcere più a lungo. Ma si sa, l’Italia è uno strano paese dove alcuni assassini, ovviamente da prima pagina, creano audience e, di conseguenza, ottengono grande benevolenza.

Maria Callas nella Medea di Pasolini, mette in scena le sue lacrime per mostrare tutto il dolore di Medea
NUNC MEDEA SUM: Medea piange, dalla MEDEA di Pasolini con Maria Callas

Migliaia e migliaia di anni sono passati da quando i Corinzi addomesticavano donne come fossero state animali, ma gli uomini tengono ancora salde nelle mani le chiavi del potere. La Medea del mito ha cercato di ribellarsi a questo, non accettando il ruolo della donna come proprietà del marito. Medea-Veronica, colpevole o meno di aver ucciso il figlio, di sicuro non ha avuto un trattamento equo, né dalla giustizia né dalla società, e resterà a lungo in carcere.