Primavalle Blues

Primavalle Blues: murales a Primavalle

Ettore è in attesa al Bancomat. Una volta entrati nel loculo, ci sono due ATM, ma, secondo me, quella di sinistra ha qualcosa di sbagliato o perfino di malvagio. È una sensazione che sento, a pelle. E quindi l’ho contagiato: la macchina di sinistra è libera ma lui non ci va. In compenso quella di destra è occupata da uno di quei tizi che una volta conquistata una postazione ATM, ci restano sei ore. Nessuno sa bene che cosa stiano facendo, che cosa cerchino di domandare al Bancomat: l’oroscopo? L’oroscopo cinese? La parafrasi della Divina Commedia, verso per-verso? La soluzione dell’equazione diofantea per il numero 633?

Intanto arriva una signora, quarantenne, zatteroni, aspetto un po’ “tiratello”. Domanda a Ettore:

“Lei non entra?” e lui risponde “Vada pure, io non mi fido della macchina a sinistra”.

Primavalle Blues

Primavalle Blues: murales Finton Magee
Murales di Finton Magee a Primavalle la la land

La signora ha un attimo di dubbio, ma poi entra e inizia a digitare. Intanto quello a destra continua a toccare il touch screen e collezionare scontrini, placido come una mucca al pascolo e rapido come un bradipo sull’albero. Arriva un altro tizio, bello coatto, senza mascherina e si mette in fila dietro a Ettore. Anche la tipa nell’ATM a sinistra ha grosse difficoltà, non si sa se per sua incapacità o per incapacità della macchina. Ettore ogni tanto si gira verso il nuovo arrivato che non parla ma fa quello sguardo con la bocca all’ingiù scuotendo la testa che significa: “Boh? e Mah!” allo stesso tempo. I minuti passano e nessuno dei due esce dal loculo. Il coatto dietro ad Ettore inizia a innervosirsi e grida: “Ma quanto cazzo ce mettono questi?”

Finalmente il tizio nell’ATM di destra si stacca dalla macchina ed esce dal loculo. In quel preciso momento, praticamente in faccia al bradipo, il coatto senza mascherina non si tiene più ed esclama: “Evvai! Je l’ha fatta ‘sto rincojonito!”

Famo la rock band

Primavalle Blues: tshirt ACDC di Ettore
Primavalle Blues: la storica tshirt ACDC di Ettore

In trenta secondi Ettore esce dal loculo del bancomat – l’ATM di destra di solito è una garanzia – e prosegue il suo cammino, mascherina in faccia e maglietta degli ACDC Highway to Hell addosso. Verso di lui arriva un tizio con maglietta degli Iron Maiden, e quando vede Ettore s’illumina d’immenso e gli dice tutto contento:

Anvedi! Tu ACDC, io Iron Maiden! Mo’ famo la rock band!!!” e inizia a mimare, con la voce e coi piedi, il suono di una batteria.

Questo non succede ovunque. Questa è Primavalle, Baby!

Dialoghi di periferia romana ai tempi del Covid

FILA ALLA ASL

Dialoghi di periferia ai tempi del Covid - ASL

(Esterno giorno, mattina caldissima d’agosto in fila fuori della Asl)

Davanti a noi ci sono due ragazzi, fra i trenta e i quaranta, che parlano di un omicidio avvenuto 10 anni fa.

“Ma indov’è che l’hanno trovato?” fa il primo.

“Drénto ar bare, no?” risponde il secondo.

“Ma checcazzo, e s’era capito com’è morto?”

“Boh, nun se sà si l’hanno accortellato, si l’hanno impiccato… comunque l’hanno buttato drénto ar bare e hanno chiuso a saracinesca”

“Ma la moje, te ricordi, la negra, nun s’è preoccupata quanno nun l’ha visto tornà?”

“Embè, che poteva fà?”

“Lo poteva cercà, no?”

“Eddove?”

“Eddove? Drénto ar bare, cazzo!”

Mentre i due chiacchierano scende le scale una ragazza, zoppicando vistosamente. Qualcuno le chiede che s’è fatta e lei risponde:

“Mannaggia! Me sò presa ‘n’incarcata…”

Nel frattempo arriva uno dietro di noi, sui cinquanta, magrissimo e scavato, coi capelli da mohicano, le infradito ai piedi e dei pantaloncini che Ettore è sicuro siano quelli del pigiama: “Boxer no, ma nemmeno un costume, quello era un pigiama” ha sostenuto poi, sicuro come la morte. Il mohicano, serissimo, si mette a cantare, ad alta voce:

“Dottore ti voglio parlare! Mentre dipingi un altareeeee!” (parafrasi di una vecchissima canzone di Fausto Leali. nda)

La guardia giurata, un ragazzo che ha la pazienza, la tolleranza e la gentilezza di Gandhi al cubo, gli dice:

“Allora? Nun ce vai in vacanza?”

“Macché – dice il mohicano – nun me posso move perché c’ho sti cani. Prima erano solo due, mo’ me so’ preso pure er mastino e stò ‘nchiodato.”

“Ma non trovi nessuno che je porta da mangiare?”

“Sì ma poi chi li porta a spasso? No, loro, si nun me vedono, morono. Senza di me mica campano… Ma comunque me so’ preso ‘na piscina, tre metri pe’ due, 700 euri, l’ho montata io e quanno er callo t’ammazza me ce butto”

Intanto i due tizi davanti a noi si sono mossi. Il primo è già uscito, mentre il secondo parla già da un po’ al cellulare col vivavoce maltrattando una poveraccia che dalla voce sembra la madre, ma dal numero di volte che lo richiama immagino che invece sia la donna. Finalmente si avvia verso l’ambulatorio ma si ferma lungo le scale perché il telefono squilla di nuovo e lui si mette a parlare, tranquillo, mentre tutti noi aspettiamo sotto al sole. Sale due gradini e poi ne scende quattro urlando e gesticolando: lo vediamo tutti e tre in contemporanea.

“Ma guarda sto rincoglionito” fa Ettore.

“Poi uno dice che je dai ‘na pizza” commenta il mohicano, sempre serissimo.

Il tizio, appiccicato al telefono, sale e scende le scale come se fosse la cosa più normale, finché non gli spediamo la guardia giurata a minacciarlo.

“Ma guarda sto stronzo – scuote la testa il mohicano – sale e scende… sta a seguì la Borsa, sto pezzo demmerda…”

Noi scoppiamo a ridere. Lui sempre serissimo: un Buster Keaton mohicano.

FILA ALLA CASSA

Dialoghi di periferia ai tempi del Covid: a pochi metri da Eurospin

(Interno giorno, Eurospin, agosto ora di pranzo, caldo come l’inferno fuori ma dentro c’è l’aria condizionata)

Messe le cose nel carrello, Ettore si avvicina a una cassa. Nella fila accanto c’è una cassiera che chiamiamo “la Schizzata” perché, oggettivamente, lo è. Bisogna aggiungere che, potendo scegliere, la maggioranza dei clienti rifuggono dalla Schizzata come se fosse portatrice di patogeni devastanti. Mentre i clienti coi carrelli carichi si avvicinano timidamente, la Schizzata urla loro di restare fermi lì dove sono, a due-tre metri di distanza: “Vi chiamo io appena ho finito!”  I primi della fila si immobilizzano. Sono moglie e marito: lei, enorme, molto alta, grassa ma anche muscolosa e forzuta, una che se ti dà un cazzotto in faccia ti fa saltare i denti. Il marito, invece, piccolo, timido e dall’aria un po’ pavida.

Mentre moglie e marito si sono fermati, rispettando il dictat della Schizzata, arriva un coatto sui quaranta, canotta, iper-tatuato, che supera la fila e si piazza a un centimetro dalla cassa. La Schizzata ha troppo da fare (forse sta elaborando una variante della teoria delle stringhe) per accorgersene. La moglie grossa guarda il marito che guarda verso il nulla. Poi arriva un’altra donna, coatta pure lei ma piccola di misure, che supera moglie e marito e si piazza dietro al tatuato. A quel punto la Schizzata dà il via alla giostra e il coatto tatuato si accinge a mettere le sue cose sulla cassa, ma la moglie enorme lo raggiunge con due balzi e prende di petto sia lui che l’altra donna, che subito si allontana, domandando:

“E allora ‘ndo me dovrei mette?”

“Me frega un cazzo, basta che stai dietro de me!” le ordina la moglie grossa.

Il coatto tatuato si ritira anche lui, borbottando:

“Vabbè, oggi nun c’ho proprio voja de litigà…”

Mentre prendono le cose dal carrello e le mettono sulla cassa, la moglie enorme sembra agitata per aver dovuto litigare con due teste di cazzo e intanto il marito si guarda ancora intorno vergognandosi. Ettore, dalla cassa accanto, si sente in dovere di fare una sviolinata alla donna. Quindi, di fronte a una platea composta dalla Schizzata, dal tatuato che non aveva voglia di litigare e dal resto della combriccola, le dice qualcosa del tipo:

“Brava, signora. Complimenti.”

E lei, ancora un po’ scossa, fa:

“E checcazzo! Ogni tanto ce vole ‘n po’ de grinta!!!”

FILA PER LA PIZZA

Disloghi di periferia ai tempi del Covid: fila per la pizza

(Interno giorno, pizzeria, agosto ora di pranzo, 60 gradi all’ombra, ci avviciniamo al punto di ebollizione)

La pizzeria è piccola, non particolarmente pulita, ma la pizza è buona e costa poco. Il proprietario e pizzettaro, Mirko, è un omone grande e grosso. Io aspetto in macchina, in doppia fila (non per paura dei vigili, che da queste parti non ci mettono piede ma perché sto bloccando un garage.) Ettore ordina la pizza, e mentre aspetta che esca un’infornata di margherita si guarda intorno e vede che ci sono due amici di Mirko che stanno lì a passare il tempo, siccome c’è un bel fresco…

Uno dei due gli chiede qualcosa e Mirko diventa ancora più rosso:

“Ma che cazzo, stamattina ariva sto regazzino e me dice – Scusi non dovrebbe portà la mascherina? – e io prima me lo guardo pe’ capì se scherza, e quanno vedo che è serio je faccio: Ma li mortacci tua, de tu madre che t’ha partorito e de tu padre che quer giorno se poteva fa ‘na sega! A regazzi’, prova a tenettela tu a mascherina cor forno accanto a 300 gradi, che lo apri e lo chiudi, lo apri e lo chiudi, e ner frattempo sto calore aumenta, aumenta e sì c’hai la mascherina addosso te se squaja in faccia. “

Un attimo di pausa mentre apre il forno ustionante con l’infornata di margherita da cui stacca e ci taglia in rettangoli i nostri 2 euro e 80 centesimi di pizza. Subito dopo continua:

“E poi j’ho detto: ma vatten…”

E gli amici, birra in mano, gridano in coro con lui: “ AFFANCULOO!!!”

La Tana dei Ghiri: into the Wild

La Tana dei Ghiri, Alaska

Quando ho imboccato la stradina sterrata che porta alla Tana dei Ghiri e visto dall’alto quel casale antico, grande e piccolo allo stesso tempo, incastonato in mezzo alle alte e disabitate colline lucane, come una piccola visione rosa in mezzo a tanto verde, ho pensato all’Alaska. Mi ricordava, non so perché, una di quelle bellissime case costruite ai primi dell’800 in Alaska, in mezzo alla natura incontaminata, dai mercanti russi di pellicce. Certo, il clima è diverso, perché la Tana dei Ghiri sta in Lucania, a pochi chilometri da Maratea, nell’unica striscia di accesso al mare della Basilicata, e quindi d’estate fa caldo, ma trovandosi a più di 500 metri d’altezza il caldo non è mai eccessivo.

La Tana dei Ghiri: erbe aromatiche
La Tana dei Ghiri, erbe aromatiche
La Tana dei Ghiri
La Tana dei Ghiri

La Tana dei Ghiri: energia della terra

Ci sono dei posti dove senti subito la magia, l’energia venirti incontro dal terreno, dalle piante, dai sassi, quella percezione particolare e rara di appartenenza alla Terra che forse provavano gli antenati degli antenati dei nostri antenati, quando l’uomo non aveva ancora predato e massacrato la natura. La Tana dei Ghiri è uno di quei posti, e già solo questa sensazione fa sì che valga la pena andarci.

La Tana dei Ghiri, papiro e altre piante

Come definire la Tana dei Ghiri

Definire la Tana dei Ghiri non è facile: è una via di mezzo fra un bed & breakfast e una sorta di comunità, dove tutti fanno colazione e soprattutto cenano insieme, partecipando, chi più chi meno, alla preparazione della cena. Il proprietario della Tana, Francesco Salvia, che tutti chiamano Ciccio, fa parte integrante del pacchetto. Prima di tutto ha il grande merito di aver preservato questo splendido angolo del pianeta evitando di trasformarlo in resort, o centro benessere-SPA, o albergo con piscina e poi appartiene a quella categoria di persone che, nel bene e nel male, hanno mantenuto viva la loro parte infantile e adolescenziale. Una “ragged company” a cui sono orgogliosa di appartenere anch’io. Ciccio Salvia è davvero un personaggio unico, e nel suo casale ci si diverte e si socializza molto, anche perché, non essendoci wifi, la gente è costretta ad abbandonare cellulare, social media e tutti gli schermi visibili o invisibili che, di questi tempi, siamo abituati a porre fra noi e gli altri.

La Tana dei Ghiri: Francesco Salvia
La Tana dei Ghiri: Francesco Salvia e il suo super basilico

Ovviamente, se siete di quelle persone che amano la natura, sì, ma ben ristretta in aiuole, se avete paura di lucertole e grilli, se amate il comfort prima di tutto e non vivete senza cose come l’aria condizionata, allora quello non è il posto per voi. Per quanto mi riguarda, invece, il mio unico rimpianto è di aver passato troppo tempo al mare (peraltro bellissimo, che in macchina dista solo cinque minuti da lì) e troppo poco tempo in giro per boschi, fra rovi, alberi e dirupi.

La Tana dei Ghiri: la casa sull’albero

I miei tre momenti preferiti nel corso di una settimana sono stati:

1 Arrampicarmi sull’albero da cui si accede ad una sorta di casetta-palafitta, e rimanere lassù, da sola, con le colline di fronte e gli alberi tutti intorno, con una sensazione di pace ed energia che non provavo da tanto, tanto tempo. Ho anche pensato che fosse uno di quei posti speciali di cui parlava Castaneda, tramite Don Juan, posti che sono come una chiave per l’equilibrio energetico dell’uomo: sedersi nel posto giusto ti ricarica, ti rende più forte, mentre sedersi nel posto sbagliato, nemico, ti indebolisce. La casa sull’albero è sicuramente un posto amico, e credo di essermici anche addormentata per un po’.

La Tana dei Ghiri: casa sull'albero
La Tana dei Ghiri; la casa sull’albero

Le lucciole

2 Le lucciole, intorno al tavolo e nell’orto, di sera, lucciole che non vedevo da quando ero bambina e pensavo fossero ormai estinte, almeno in Italia. Come un presagio di speranza e luce in un mondo sempre più immerso nella tenebra.

L’incanto della lucciola

La foresta e la gatta guardiana

3 Scendere lungo un sentiero quasi invisibile, verso il basso, inoltrandomi nella foresta fra rovi, alberi sempre più fitti, piante, farfalle, ragni, per poi accorgermi, dopo una bella scarpinata, che la gatta un po’ selvatica di Ciccio, micia che chiamavo Suriā, mi aveva seguita per tutto il tempo, silenziosissima, come una specie di guardiana. Avevo conquistato il suo amore dandole da mangiare per giorni, e la gatta deve aver pensato “Controlliamo che questa squilibrata non finisca in qualche burrone!”

Nella foresta con Suriā

La Tana dei Ghiri e la poesia: Beppe Salvia

Per finire, la Tana dei Ghiri, per chi ama la letteratura e la poesia come me, non può non far pensare a un grande poeta contemporaneo morto nel 1985 a soli trent’anni, Beppe Salvia, cugino di Ciccio e ad una sua splendida poesia:

Abbiamo nel cuore un solitario/ amore, nostra vita infinita/ e negli occhi il cielo per nostro vario/ cammino. Le spiagge i cieli, la riva/ su cui sassi e rovi e il solitario/ equiseto, e colli erbosi grassi/ rioni, città dispiegate come/ belle bandiere, e nude prigioni/ Questa è la nostra vita. Questi nostri/ volti vagabondi come musi/ di cani ci somigliano. Il vento/ il sole le corolle rosse e blu/ i sogni mai sognati i nostri sogni/ Questa è la nostra vita e nulla più.

Piccola farfalla nel bosco
La Tana dei Ghiri, colline lucane
La Tana dei ghiri, colline lucane

Per chi fosse interessato a una vacanza alla Tana dei Ghiri, può contattare Ciccio sul suo profilo Facebook Francesco Salvia (La tana dei ghiri)

PrimaValle Epidemic Fase 4

“Tu uomo! No capace?”

Covid o non Covid, è arrivata l’estate. Abbiamo tirato fuori dallo sgabuzzino i vecchi ventilatori cinesi – vecchi per modo di dire, hanno solo due anni – per constatare, con orrore, che uno dei due era morto. È morto così, senza alcun motivo apparente. Aveva il suo solito aspetto plasticamente allegro, così grazioso nel suo colore bianco-verde acqua e nemmeno una vite fuori posto. Eppure era morto. Quand’è così, non riesci facilmente a fartene una ragione, e abbiamo tentato la rianimazione più volte, ma non c’è stato nulla da fare.

Primavalle Epidemic fase 4:  ventilatore morto
Il ventilatore cinese morto prima del tempo

Ho detto a Ettore:

“Vai dai cinesi a comprarne uno nuovo, di quelli da 19 euro, ma che sia già montato, mi raccomando!”

Credetemi, non è un fatto di imbranataggine. Abbiamo montato con successo mobili Ikea, i vecchi mobiletti da computer di una volta che avevano un sacco di mensole da tutte le parti, armadi da giardino, il lettino di mio figlio da piccolo, ma i ventilatori cinesi… per quelli credo ci voglia una laurea in ingegneria. O la capacità di vedere il mondo in quattro o cinque dimensioni, capacità che, purtroppo, non possiedo.

Ettore è tornato, chiaramente, con lo scatolone in mano e il ventilatore tutto da costruire. La cinese del negozio gli aveva detto:

“Facilissimo da montale!” e lui, di conseguenza, le aveva creduto.

Ci siamo messi lì, in soggiorno, con santa pazienza, abbiamo tirato fuori tutti i pezzi e, un po’ col ragionamento (primo errore) un po’ guardando il ventilatore morto abbiamo costruito una cosa, che assomigliava ad un ventilatore ma aveva un’aria infelice e macilenta. Inoltre, non si reggeva in piedi e nemmeno funzionava. Dopo due o tre ore calde e infernali in cui abbiamo fatto e disfatto il tutto più volte, tentando anche un audace ibrido, per la serie “uniamo la parte di sotto del morto con la parte di sopra di quello vivo” ci siamo arresi.

“Che ti avevo detto? Se non è montato non lo prendere!”

“Sì ma la cinese ha detto che è facilissimo da montare”

“Certo, cosa volevi che ti dicesse?”

“Ma già montati non c’erano”

“Ma io te l’avevo detto!” e così via.

Primavalle Epidemic fase 4: Ritorno al negozio

Alla fine abbiamo smontato definitivamente La Cosa, infilato tutti i pezzi nello scatolone e Ettore si è ripresentato al negozio. La cinese, come l’ha visto, si è messa le mani nei capelli:

“No liesci montale?”

“No, non ci siamo riusciti”

“Tu uomo! No capace?”

“Sembra di no…”

“Uffffff” ha sbuffato lei.

Primavalle Epidemic fase 4: donna cinese con mascherina

A quel punto si è messa per terra, piccola ma molto muscolosa, con gambe da calcio rotante e ha malamente tirato fuori tutti i pezzi del ventilatore, con viti e bulloni che scappavano da tutte le parti. Ogni tanto urlava qualcosa di vagamente simile a:

“Ching Tung Chuuuuuuu!” che poi era il nome del figlio che si era nascosto chissà dove. Il figlio non si presentava ma lei continuava a montare il ventilatore, sempre più agitata ma anche determinata, nonostante nell’emporio ci fossero probabilmente 45 gradi, ad esser buoni.

La cinese, sudata e nervosa, ma senza mai togliersi la mascherina, alternava martellate e pezzi da far combaciare a grida che sembravano tanto dei bestemmioni in cinese. Un bestemmione, uno sbuffo, una martellata e un:

“Ching Tung Chuuuuuuuuuu!”

Primavalle Epidemic fase 4: Mother and Son

Non era facile costruire quell’affare, nemmeno per lei. Dopo dieci minuti buoni è arrivato il figlio, un adolescente alto e robusto, e lì hanno avuto uno scambio di battute in cinese che però, dai toni e dagli sguardi reciproci, possiamo facilmente tradurre:

“Dove cazzo stavi? È mezzora che ti chiamo!”

“A ma’ non mi rompere i coglioni”

“Adesso monta quel pezzo lì e chiudi la bocca!” ha detto lei infuriata indicandogli con l’indice cosa doveva fare e lui si è messo ad aiutarla sbuffando.

Ettore, intanto, che non sapeva che fare, si è avvicinato per cercare di carpire i misteri insondabili dei ventilatori cinesi, ma teneva la mascherina abbassata e la madre ha urlato al figlio qualcosa tipo:

“Wangtuchuchinyan” che sembrava tanto: “Allontanati da sto scemo senza la mascherina” infatti il figlio ha fatto subito un mezzo passo indietro.

I ventilatori Cinesi e la decadenza dell’Impero Americano

Nel frattempo sono arrivati altri clienti che hanno preso delle cose e si sono fermati alla cassa. Erano lì, in attesa, ma nessuno aveva il coraggio di dirle niente. Si vedeva che la cinese era sull’orlo di una crisi di nervi, ma era anche chiaro che non sarebbe mai arretrata di fronte al ventilatore.

Allora Ettore si è allontanato con una scusa dicendo che sarebbe tornato dopo un po’, in modo che i cinesi potessero gestire ventilatore e clienti senza troppa pressione. E anche perché faceva caldo come all’inferno. Quando è tornato il ventilatore era pronto, perfettamente montato.

Ventilatore nuovo in tutto il suo splendore

Il ragazzo cinese aveva l’aria così annoiata che Ettore ha pensato fosse giusto dargli una mancia.

“Vorrei dare due o tre euro a tuo figlio per ringraziarlo del montaggio” ha detto alla madre.

“Noooo! – ha quasi urlato lei – questo è nostlo lavolo. No devi dale altli soldi!”

Doppio insegnamento: per il figlio e per il cliente italiano. Cosa che ci ha portati ad una profonda riflessione: “Poveri americani, in piena decadenza dell’Impero. Non c’è partita: questi vi asfaltano…”

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione

Gli esseri umani non sono solo predatori e razziatori, ma sono allo stesso tempo dei piagnoni. O, come dicono negli States “cry baby”. Infatti se un coccodrillo afferra un’antilope che si abbevera al laghetto e se la mangia, le lacrime che poi versa sono lacrime di gioia. Il coccodrillo non si guarda attorno alla ricerca di un nemico da incolpare:

“Ho mangiato l’antilope per colpa dell’elefante.”

“Ho addentato l’antilope perché il leone mi ha fatto incazzare!”

“Accidenti, lo zoccolo dell’antilope era così duro che ora mi fa male un dente, e se il dente mi fa male è colpa del seeksac, quell’uccellaccio che mi ha fatto una pessima pulizia dei denti!”

La stupida lotta dell'uomo contro i piccioni: lacrime del coccodrillo
Lacrime del coccodrillo

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione: umani sempre in cerca di nemici

L’essere umano, invece, è sempre in cerca di nemici a cui accollare colpe, di solito inesistenti. Per lo più i nemici migliori sono altri esseri umani, perché di nazionalità diversa, di pelle diversa, di etnia, religione, mentalità diversa, perché non gli piace come ti vesti o come cammini o quello che dici. I vicini di casa, ad esempio: ecco un nemico perfetto. Quando ancora abitavo nella tanto rispettabile Roma Nord ho visto cose che voi umani non potreste immaginare eccetera eccetera: al piano terra viveva un tizio sui trentacinque anni che noi chiamavamo Mantra perché, sostenendo di essere buddista, invitava altri amici buddisti e mettevano a tutto volume su youtube “Nam myōhō renge kyō” per tutta la durata della loro festa. Una mattina ho visto con i miei occhi Mantra presentarsi in mutande – e sottolineo in mutande – dalla signora settantacinquenne del secondo piano, rea di aver fatto cadere qualche pelo del suo cane nel giardinetto condominiale e urlarle:

“Mo’ m’hai proprio rotto il cazzo!” Lo giuro, è tutto vero. Povero Buddha, mi auguro che nel nirvana arrivi solo la musica dei Nirvana e niente Mantra.

I nemici umani non bastano

Ma spesso gli umani piagnoni non si accontentano di odiare altri umani, nonostante la cosa venga loro così bene. Spesso individuano nemici mortali anche in altre specie animali che non costituiscono nessuna minaccia, né rischio né pericolo per la salute, ma debbono ugualmente essere eliminati dalla faccia della terra. Perché? Perché odiare creature viventi tira i piagnoni fuori dal letto al mattino.

In Trentino uccidono gli ultimi orsi liberi perché del resto, dopo avergli portato via territorio e cibo, è anche giusto togliergli la vita, no? In Lombardia, non paghi di tutto quello che hanno combinato in ogni momento della fase Covid hanno aperto la caccia alle povere volpi, consegnando la licenza d’uccidere perfino ai diciassettenni. Ho sempre pensato che, da quelle parti fossero on the fuckin’ road to Texas: complimenti, lombardi, vi regaleremo una stella solitaria da mettere nella bandiera italiana. I gatti “randagi” sono spariti da tutte le grandi città, tipo Roma o Venezia, sbattuti di soppiatto in canili o nelle così chiamate “colonie feline”, dove sopravvivono quei pochi gatti più grandi e svegli e tutti gli altri soccombono. Ma anche qui, il gatto, star di internet, deve rimanere solo su internet. O ben rinchiuso all’interno degli appartamenti. Anche se in questo modo aumentano i ratti…

La stupida lotta dell’uomo contro nemici: e poi ci sono i piccioni

Piccioni in volo
Piccioni in volo

E poi ci sono i piccioni, odiati dalla maggioranza degli esseri umani, per motivi che nemmeno loro conoscono. Dicono “Sono sporchi”. Non è vero. Dicono “Portano malattie”. Non è vero. Dicono “Sono tanti e sono stupidi”. Wow! Se i piccioni sono tanti e stupidi noi cosa siamo?

Io, invece, ho sempre avuto gran simpatia per i piccioni, così come per tutti gli animali in genere e per quelli che possono volare in particolare. Inoltre, ho sempre provato empatia per tutte quelle creature, animali o umane, maltrattate, represse, calpestate, odiate. Ho sempre avuto questa specie di missione: a sei anni, ospite nella bella villa in Toscana della mia amichetta, guardavo lei e i suoi fratelli più grandi acchiappare lucertole e ingabbiarle per poi, con calma, andarle a torturare. Io non dicevo niente ma, di nascosto, come una piccolissima Mata Hari, aspettavo con pazienza il momento giusto per scendere da sola nello scantinato e liberare le lucertole. Non mi hanno mai scoperto: per certe cose ci si nasce. Una volta – tanti anni fa – ho visto un tizio in macchina che, su una stradina, invece di rallentare, ha puntato il piccione che se ne stava tranquillo al lato della via e l’ha schiacciato, per divertimento. Allora l’ho inseguito e, al primo semaforo rosso sono scesa e ho iniziato a prendergli a calci la macchina urlandogli “assassino pezzo di merda” con lui, spaventato a morte, che si è chiuso dentro e come è scattato il giallo è partito. Per certe cose ci si nasce: io empatica e schizzata, forse. Lui predatore e piagnone, di certo.

Il massacro dei piccioni in tutta Italia

piccioni avvelenati
Uno dei tanti piccioni avvelenati a Savona

Ci sono molti posti dove la gente arriva perfino ad avvelenarli in gruppo, come a Castelnuovo Scrivia, provincia di Alessandria, dove nel 2019 i bambini che giocavano nel parco del paese hanno assistito ad uno spettacolo raccapricciante: piccioni a terra, agonizzanti, che si contorcevano per il dolore e morivano. Alcuni sono stati visti schiantarsi a terra mentre erano in volo. Ma abbiamo tanti piccioni avvelenati anche a Savona, Catania, Vasto provincia di Chieti, Cornate d’Adda provincia di Monza, Sorrento, Lecce e molti, moltissimi altri paesi e città d’Italia, trasversalmente dal nord al sud, uniti solo dal patetico odio verso gli innocenti piccioni. Per non parlare dei piccioni dalle zampette mozzate, nelle città più inquinate, altro meraviglioso regalo umano, perché “quando i piccioni camminano per terra, capelli o fili di plastica avvolgono le loro estremità e finiscono come un laccio emostatico sul dito, che ha una necrosi e cade”, fanno sapere i ricercatori del Museo di storia naturale.

La stupida lotta dell'uomo contro il piccione: piccione imprigionato in rete di protezione
Piccione imprigionato in rete di protezione, come quelle attorno ad hotel e terrazzi vip

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione: Roma e i piccioni

Qualche sera fa ho fatto l’errore di andare con amici a prendere un costosissimo aperitivo in un baretto dalle parti di Campo de’ Fiori. Il baretto sta in una piccola, bellissima piazza, ma i suoi tavolini l’avevano completamente invasa, come se la piazza ormai non fosse altro che un bar. I piccioni vivono da quelle parti da sempre. Fra tutta quella gente che si aggirava lì intorno erano quasi le uniche creature autoctone, lì nate e cresciute. Un tizio grande e grosso seduto a un tavolo vicino ha iniziato a scacciare i piccioni malamente, con calci e manate. L’ho detestato ma non ho reagito, perché non volevo infastidire i miei amici. Allora, per rincuorare i piccioni, li ho chiamati vicino a me e gli ho dato, per terra, delle patatine da mangiare.

L’adorabile uomo nel tavolo accanto mi ha apostrofato, intimidatorio:

“Signora, la smetta di dargli da mangiare!”

Io mi sono girata, l’ho guardato negli occhi e ho risposto, calma come una bomba:

“No, credo proprio che continuerò a fare quel cazzo che mi sembra giusto fare.”

Testuale. È rimasto zitto. Lo sapevo: più sono prepotenti e predatori e più si spaventano quando una donna gli tiene testa. Per certe cose ci si nasce. Non ha aperto bocca mentre io continuavo a dar da mangiare ai piccioni, ma poi, in silenzio, da piagnone bamboccione, è corso dalla signora maestra, ovvero dalla cameriera, che mi è venuta a domandare:

“Per favore, può smettere di dar da mangiare ai piccioni?”

“Sto violando qualche legge?” le ho chiesto.

“No, ma glielo sto chiedendo per favore.”

“Il fatto che me lo chiede per favore non significa che io decida di farlo, visto che non sto violando nessuna legge.”

“Sì, ma glielo chiedo per favore”. E ci mancherebbe anche che me lo chiedi prendendomi a schiaffi.

La storia continua

La stupida lotta dell'uomo contro il piccione: piccioni morti avvelenati a Catania
Piccioni morti avvelenati a Catania

Poi sono intervenuti alcuni dei miei amici, anche loro – a quanto pare – nemici dei piccioni:

“Ma poi i piccioni possono salire sui tavoli!” ha detto uno di loro, amico di lunghissima data, con in volto lo stesso sguardo con cui il moribondo Kurtz sussurrava: “The horror! The horror!”

Apocalypse now, tratto da Heart of Darkness: morte di Kurtz

Per un attimo mi sono sentita un po’ come Nietzsche quando a Torino corse ad abbracciare il cavallo frustato dal vetturino. Solo che io ero “Nostra Signora dei Piccioni”, e quindi paria fra i paria. Avrei voluto potermi trasformare in piccione e volare su qualche tetto, ma non avendo le ali ma il sempre più inutile dono del linguaggio, gli ho risposto male:

“Se il cibo sta per terra i piccioni non salgono sui tavoli, cerca di connettere quei due neuroni che hai nel cervello”

A quel punto grida, litigi e mio senso di colpa per essere stata maleducata con un amico, anche se quell’amico mi dice regolarmente che sono una rompicoglioni e io mi metto a ridere. Insomma, gli amici dovrebbero potersi parlare “fuori dai denti” (anche fuori da facebook) altrimenti l’amicizia cos’è?

La stupida lotta dell’uomo contro il piccione: Asl, piccioni e tutto il circondario

Dopo questa rapida e inutile digressione, torno ai piccioni. Stamattina sono andata alla Asl del mio distretto. Mentre aspettavo, seduta lì fuori, ho sentito uno strano frastuono di uccelli: sembrava un mix di urla di falchi e aquile, o uno stormo di rondini fatte di mescalina. Quando sono finalmente entrata nell’ufficio dell’impiegato che cercava senza successo di far funzionare la piattaforma internet della Asl, gli ho chiesto:

“Ma che uccelli sono questi?”

“No, è tutto finto – ha risposto lui – è una finzione per tenere lontani i piccioni”

“Ah, pensavo che queste cose le usassero solo negli aeroporti, per ovvi motivi”

“Una volta sì, ma adesso la gente non vuole avere piccioni intorno, da nessuna parte”

“E funziona?”

“No” ha detto lui senza alcun dubbio.

“Già. La gente pensa che i piccioni siano stupidi, ma invece non lo sono affatto.”

Mondo perduto e meraviglie sconosciute dei piccioni

Il pensiero di quel frastuono insopportabile e innaturale, da dover sopportare per ore e ore, sparato dagli altoparlanti in tutto il circondario, pur di non far avvicinare qualche sparuto gruppo di piccioni mi è sembrato fortemente simbolico. Simbolo di un mondo perduto, che non sa più distinguere un dito medio in faccia da uno sparo in fronte, una farfalla da uno scarafaggio, un raffreddore da un batterio killer. I piccioni riusciranno a sopravvivere, ma noi umani?

Rocco Toscani, addestratore di piccioni viaggiatori racconta il suo lavoro amatoriale e la sua passione per questi uccelli

Per quelli che non amano i piccioni e anche per i pochi che li apprezzano, ecco un bellissimo articolo che vi racconterà cose davvero sorprendenti su questi incredibili e intelligenti uccelli, sui segreti del loro stormo, del loro volo, su come sono stati fondamentali per Darwin e tante altre notizie affascinanti. Leggetelo, per favore.

PrimaValle Epidemic FASE 2

PrimaValle Epidemic FASE 2: PRIMAVALLE, BABY

Andiamo all’Eurospin, Ettore e io, così, alla spicciolata, perché ancora non è chiaro se ci faranno entrare in due oppure no. Quindi sincronizziamo gli orologi (io l’orologio non l’ho mai avuto, nemmeno da bambina, quindi sincronizziamo solo il suo) e ci diamo appuntamento dentro. Una volta lì, c’è tanta di quella gente da poter mettere su un mercato di scambi internazionali, tipo: “Un colera e un’epatite B in cambio di un Covid!” o anche “Io ho una legionella vintage…” e tutti “Wow! La legionella è rara, al momento!” e poi arrivano i soliti raccomandati “Noi offriamo patogeni nuovissimi e molto colorati…” e la gente “Sì, vabbè, ma come fai a capire se non sono contraffatti?” per non parlare dei trader “Shortiamo, shortiamo sul Covid ancora per un paio d’ore!”

Nonostante ciò, noi, protetti dalle mascherine chiamate da De Luca “quelle di Bunny il coniglietto” ci muoviamo eroici verso il reparto più minaccioso, quello di frutta e verdura.

PrimaValle Epidemic: FASE 2 Le mascherine di Bunny il coniglietto

Ed ecco che una muraglia – non esagero – di meloni ci si staglia di fronte. Un altro scaffale, attiguo a quello dei meloni, contiene forse un migliaio di cocomeri baby. Io prendo rapidamente un cocomero e Ettore si dirige verso i meloni. Gli dico “No. Tu non li sai scegliere.”

Risponde: “Altroché. Sono bravissimo a scegliere i meloni.”

Gli dico: “Ha parlato l’uomo Del Monte.”

In quel preciso momento Ettore, dopo aver osservato i meloni con perizia per un paio di secondi, ne sceglie uno, allunga la mano e lo prende. Una frazione di attimo ed ecco che una cascata di meloni caracolla giù dallo scaffale. Ettore cerca di abbracciarli come di sti tempi non faresti nemmeno con la vecchia zia che forse, un giorno, potrebbe metterti sul testamento ma è tutto inutile: per quanti ne riesca a trattenere sono molti di più quelli che crollano. Io cerco di aiutarlo ritirandoli su, ma non funziona, perché più li tiri su e più tornano giù. A quel punto la cascata trofica si comunica ai baby cocomeri, e ne cade uno. I cocomeri piccoli se cadono si rompono ma io lo ritiro su ugualmente. Come lo rimetto al suo posto ne cadono tre, creando un gran casino di polpa e acqua di anguria sul pavimento. A quel punto iniziamo tutti e due a ridere come matti, ma proprio come matti, come se fossimo strafatti di canne e invece no, io quasi cado a terra dalle risate ma la sensazione che da un momento all’altro possano mandare il pelato della security a sbatterci fuori ci fa tornare ad un più basso profilo.

PrimaValle Epidemic FASE 2 cascata di meloni
PrimaValle Epidemic: FASE 2, cascata di meloni

Per fortuna non siamo in un supermercato vip e nessuno ci caga. A qualche passo di distanza, però, vediamo un signore sugli ottanta, piuttosto pesante, che si trascina faticosamente su due canadesi e, passetto dopo passetto, si dirige proprio verso il luogo dei cocomeri sfatti, dove è praticamente impossibile non scivolare.

“Cazzo, quello fra poco arriva lì sopra e si scrocia…” dico io.

“E quindi se quello cade s’inculano noi?” domanda Ettore.

“Beh no. Noi siamo il cliente. Il cliente ha sempre ragione.”

“Allora che facciamo. Restiamo a guardare? Sono un po’ curioso.”

“Oppure ci allontaniamo e guardiamo da lontano. Sono un po’ curiosa anch’io.”

Nascosti fra il carrello e lo scaffale dei detersivi, mentre esseri umani indifferenti sciamano intorno a noi come api (ma senza essere così carini come le api) vediamo il vecchio superare i cocomeri senza un attimo di indecisione, sempre perfettamente stabile con i suoi centocinquanta chili appoggiati alle due stampelle. Sicuro che ci seppellisce tutti e due.

“Però. Hai capito il vecchio?” dice Ettore.

“Già. Primavalle, baby” dico io.

 “Primavalle, baby – ripete lui – adesso sbrighiamoci o il vecchio arriva alle casse prima di noi…”

PrimaValle Epidemic FASE 2: MOMENTI DI GLORIA

Ettore entra dal tabaccaio di zona per pagare una bolletta. Una volta ci comprava le sigarette, ma ha smesso di fumare. Una volta ci giocava al superenalotto ma dopo la lunga pausa è come se il lotto fosse eternamente in lockdown. La forte protesta dell’anziano signore che, lo scorso 24 marzo a Messina sparò alla tabaccaia perché non lo faceva giocare, in qualche modo è rimasta lettera morta. In breve, restano solo le bollette.

C’è una ragazza alla cassa, giovanissima e senza mascherina. Ettore deve pagare 167 euro e sessanta centesimi. Allora tira fuori i 150, poi i 10, poi i 5 ed inizia con monete e monetine fino ad arrivare alla cifra richiesta. La ragazza lo guarda con gli occhi spalancati.

“Accidenti, AMO’ – gli dice sbalordita – nessuno me aveva mai dato i sordi così, uno a uno…”

Lo guarda ancora stupefatta e aggiunge: “Certo che sei proprio preciso!”

PrimaValle Epidemic FASE 2: TORRE DI BABELE

PrimaValle Epidemic FASE 2, la Torre di Babele di Peter Bruegel il Vecchio
La Torre di Babele di Peter Bruegel il Vecchio

Dove abitiamo noi non c’è mai troppo rumore, ma da quando c’è il Covid il silenzio è aumentato ed è una cosa bellissima. Stamattina, improvvisamente, sembrava di esserci svegliati all’inferno.

Prima di tutto la didattica smart. Nonostante tutto quello che vi possano raccontare in proposito, la didattica smart non è per niente smart: insegnanti e studenti devono urlare per farsi sentire, solo per dirne una. Emiliano, dal piano di sopra, ululava come se stesse tenendo un comizio su Leopardi e Verga. La prima cosa che ho pensato: “Verga no, cazzo! L’ho sempre odiato.”

Dal muro attiguo, la figlia dei nostri vicini, sedicenne, stava seguendo una lezione di spagnolo, perché si sentiva la professoressa strillare con tono marziale cose come: “Que es esto? Te pedí una explicación no un diccionario de sinónimos!!”

Poi c’era la sorella minore, di 14 anni, che parlava forse con un’amica da qualche altro dispositivo, e anche loro urlavano:

“Allora?”

“Niente, c’ho il giorno libero…”

“Ah! C’hai er freedday?”

“Sì. Cia cia”

“Cia cia”

Ma la cosa più inquietante è stata una voce del tutto sconosciuta provenire dal nostro cortiletto condominiale, dove nessuno che non appartenga alla palazzina avrebbe mai il coraggio di avvicinarsi, per via dell’agghiacciante visione del garage aka cantina che nessun essere umano riuscirebbe a sopportare, se non dopo un lungo training passato a guardare la piccola Samara che esce dal pozzo e dal televisore per venirti a uccidere.

da The Ring, capolavoro dell’horror, la piccola Samara esce dal televisore

Visto che Ettore e io abitiamo nel basement (in inglese fa più fico) la voce di questo tizio sembrava provenire direttamente da dentro al letto:

“Allura iu direi u purtusu ri farlo cca picchì da cca ci sunnu deci metri chi ci dovrebbero abbastari”

Il tizio, con una tuta che poteva essere da tecnico Acea, Eni, o semplicemente da coglione in tenuta anti Covid, parlava siciliano stretto. Ettore ha aperto la finestra e se l’è trovato a pochi centimetri. Non l’aveva mai visto e sperava che, chiudendo gli occhi per riaprirli subito dopo, il siculo sarebbe scomparso. Ma non è successo.

“Ma che è sta torre di Babele del cazzo?” ho domandato. Ettore ha risposto:

“Boh”

La casa in Circonvalla però c’ha più stile”

J-Ax Più Stile

PrimaValle Epidemic 3

PrimaValle Epidemic 3: CE METTA ‘N PUNTO

Mascherine, mascherine, ancora e sempre. I tg ci assicurano che Arcuri ha fissato un prezzo di 50 centesimi a mascherina, e non sto parlando delle mascherine chirurgiche né tantomeno di quelle FFP, con valvola, senza valvola, con incantesimo incorporato o senza, perché per comprare quelle bisogna prima accendere un mutuo. Le mascherine da 50 centesimi sono quelle becerissime con gli elastichetti da mettere intorno alle orecchie e nella realtà ancora oggi le farmacie te le vendono a cifre che farebbero venire un ictus allo stesso Arcuri, e quel che è peggio, vendono mascherine “farlocche”. Non dico totalmente inutili, quello si sapeva già. Dico proprio inutilizzabili: come le tocchi si rompono. Mi sento di tranquillizzare il Papa che ha pubblicamente pregato per la salute dei farmacisti: tranquillo, Bergo’, i farmacisti se la cavano alla grande.

PrimaValle Epidemic 3: ragazza in mascherina, di Aoi Ogata
PrimaValle Epidemic 3: art by Aoi Ogata

Di dieci mascherine acquistate qualche giorno fa, tre si sono rotte mentre Ettore cercava di metterle e altre due si sono rotte a Emiliano dopo pochi minuti che le aveva indossate. Allora Ettore, stringendo in mano tutte le mascherine rotte, incazzato come il Pelide Achille dopo che gli avevano ammazzato Patroclo, è entrato in farmacia. Prima di uscire di casa ha detto: “Spero di beccare quel vecchiaccio maledetto!” Ora, il vecchiaccio maledetto è il proprietario della farmacia di zona, che oltre a non essere simpatico di suo, ha il grande difetto di essere anche lento e rincoglionito e, soprattutto, ha commesso il peccato imperdonabile di tossire sulle mascherine che ci stava vendendo. Bisogna dire che il vecchio, quando ha tossito, indossava una mascherina, anche se di quelle becere, ma ugualmente io ho provato un forte istinto omicida e sottolineo omicida, nei suoi confronti, istinto che solo grazie a un forte senso morale e a un’anima virtuosa sono riuscita a reprimere…

Mascherine in Anime

In farmacia c’era effettivamente il vecchio, e Ettore ha sbattuto le mascherine rotte sul bancone spiegandogli cos’era successo. Il vecchio le ha guardate, ha visto che gli elastici erano saltati via uno dopo l’altro e ha detto:

Beh, ce metta ‘n punto” con la faccia come il fondoschiena: dopo che ti paghiamo a prezzo ultra-maggiorato quelle schifezze che tu chiami mascherine mi devo mettere anche a fare la sartina?

Ma ce lo metta lei quel cazzo di punto! – gli ha urlato Ettore – io le ho comprate e pagate ben due euro e cinquanta l’una. Che ne dice se le faccio una segnalazione?”

A quel punto il vecchio ha quasi preso fuoco come i vampiri se gli spruzzi l’acqua santa e gli ha subito restituito altre cinque mascherine becere senza proferire verbo. La parola segnalazione, nonostante sia, in Italia, notoriamente priva di significato oltre che di conseguenze, l’ha straordinariamente spaventato. In questo periodo la gente ha reazioni veramente emotive…

DIDATTICA SMART E DUCHESSE

PrimaValle Epidemic 3: Didattica Smart e Duchesse
Didattica Smart in Germania

Un collega di Emiliano, giovanissimo come lui, insegna italiano in un istituto professionale statale, e sta svolgendo una lezione in “didattica smart” ad una delle sue classi. Mentre sta parlando, sente chiara e forte la voce della madre di una delle alunne che, rivolta alla figlia, grida:

“Aho, Laura, m’abbassi sta voce de mmerda?”

L’insegnante finge di non sentire, ma dentro di sé pensa: “Però, una vera duchessa.” Due giorni dopo, stessa classe, stesso IP. Mentre sta cercando di spiegare l’argomento sente di nuovo l’ormai familiare voce della duchessa, che nuovamente si rivolge alla figlia:

“A Laura!? Ma devo sentì ancora sto stronzo?”

PrimaValle Epidemic 3: RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

Il giorno di Pasqua, in lockdown, nel sereno tepore del giardino, Emiliano, pur sapendo benissimo che la panchina è ormai completamente scassata, tanto che anche la gatta ci si tiene alla larga, decide ugualmente di sedercisi sopra, e come era facile prevedere, crolla al suolo, urlando nel silenzio:

“Diocaneee!”

Chissà perché, nel momento della caduta, gli è uscita fuori una bestemmia filologicamente toscana, tipo “Maremma maiala” e quella roba lì. Ho pensato ai vicini oltre la siepe e dal momento che sono irrimediabilmente “una senza dio” mi è venuto da ridere immaginando la signora Assunta, cattolica campana e praticante, moglie di un sempre più insano Zio Michele (vedi PrimaValle Epidemic1) magari scandalizzarsi per la bestemmia.

Ma non potevo sbagliare di più. Dopo poco abbiamo sentito Zio Michele, che parlava al telefono già da un po’ dicendo cose incomprensibili – a meno che qualcuno non fosse stato così solerte da mettergli i sottotitoli sotto, come a Gomorra – urlare in italiano:

“Mannaggia a Gesù Cristo e a tutti quei cristiaaani!”

Direi che la messa è finita. Andate in pace.

PrimaValle Epidemic 3: angolo del giardino di casa nostra a Primavalle, Roma
PrimaValle Epidemic 3: Il giardino di casa

EVVIVA LA FASE 2: TANAX LIBERA TUTTI

Il Tanax è il farmaco con cui i veterinari sopprimono gli animali. Dal momento che i veterinari sono la categoria che ha uno dei tassi più alti di suicidio in Italia (non è un caso: si diventa veterinario perché empatizzi con gli animali, così come si diventa medico perché empatizzi con i soldi), di solito i veterinari usano il Tanax per compiere l’insano gesto. Da qui la frase – rivelatami da un’amica veterinaria – “Tanax libera tutti”. Riportando il tutto all’unica questione del momento, cioè il Covid-19, la speranza è che il “Tana libera tutti” fortemente voluto da Confindustria, dalle opposizioni e gentilmente concesso dal governo, non si trasformi in un Tanax libera tutti. Il 25 aprile, e quindi ancora lontani dal famigerato 4 maggio, nel mio quartiere c’era già un via vai di famigliole che andavano, venivano, tutti insieme appassionatamente, abbracciati, senza mascherine, pieni di passeggini, ciucci, vecchi nonni e micro cagnolini al seguito, e potete credermi sulla parola quando vi assicuro che nemmeno uno, fra tutti questi umani, stava festeggiando la liberazione dal nazi-fascismo.

PrimaValle Epidemic 3: EVVIVA LA FASE 2: TANAX LIBERA TUTTI
PrimaValle Epidemic 3: Tanax libera tutti

Nel giardino condominiale, dove, a giudicare da quanto alte sono diventate erbe ed erbacce potrebbero nascondersi sanguisughe e mamba neri, stavano seduti impavidi, tutti senza mascherine né guanti, i miei vicini con figlie adolescenti e amiche di figlie al seguito, più il finto scemo aka gran paraculo che vive sotto al tetto. Tutti in cerchio, appiccicati: una via di mezzo fra un pic-nic e il gioco della bottiglia. Oggi a via di Torrevecchia non credo ci fossero negozi ancora chiusi, e una marea di gente svolazzava in tutte le direzioni, come un grosso sciame di api stordite.

Pensate fra pochi giorni, quando la gente potrà incontrare qualsiasi essere, umano o alieno, in nome di una non meglio identificabile “affinità”; ci saranno quelli che dicono: “Sto anna’ dallo spacciatore, più affinità de così…” o anche, in fila a Viale Lazio: “Con quella lì, quella col perizoma che luccica, ho ‘na perfetta affinità genitale”.  Ho appena sentito Conte in tv dire che “in questa fase 2 ci vorrà molto senso di responsabilità da parte di tutti” e avrei proprio voluto poter spiegare a quel brav’uomo dall’aspetto sempre impeccabile una semplice ma evidente verità: “Se la salute del nostro popolo dipende dall’italico senso di responsabilità, allora, beh, è molto semplice: siamo fottuti.”

“La casa in circonvalla però c’ha più stile”

J-Ax, Più stile

PrimaValle Epidemic 2

PrimaValle Epidemic 2. Madri amorevoli, prima della pandemia. “Quanno te pijo te corco.”

Estate 2019, pomeriggio inoltrato. Il sole brucia le piante e il piccolo giardino ha sete. Ettore sta innaffiando quando sente delle urla in strada. È una stradina piccola, isolata, ma lunga, e le macchine, spesso la percorrono a gran velocità.

Vede un bambino di sei, sette anni, che corre a piedi nudi sull’asfalto piangendo e urlando:

“Aiuto! Me pija, me pija!”

Dietro di lui, a una distanza di dieci, venti metri, arriva la madre: sui trent’anni, mediamente trippona, bionda e incazzata. Non corre, forse perché ha le scarpe coi tacchi o solo perché non ha nessuna voglia di correre. Anche perché sta sudando. Fino a un anno prima c’erano pini secolari a regalare ombra, ma adesso il nostro consorzio, che è anche il più merdoso e sfigato consorzio della terra li ha tutti estirpati.

La madre, però, cammina veloce gridando:

“Porcoddinci, mo’ quanno te pijo te corco. Giuro che te corco!”

PrimaValle Epidemic 2 storielle maleducate. Bambino che scappa dalla madre

Il ragazzino sente la madre avvicinarsi pericolosamente e la sua disperazione cresce:

“Ahhhhh! AAAhhhhh! Me pija, me pija!!!!!”

Il bambino è ormai arrivato alla fine della stradina, che sfocia in una rotonda da cui le macchine imboccano, senza mai rallentare, nonostante la loro visuale sia del tutto coperta da una di quelle campane verdi dell’AMA, da tempo strapiena di vetro, che nessun netturbino si ferma a svuotare ormai da anni. Un’auto lo sfiora e il bambino si blocca per qualche istante. La madre lo ha quasi afferrato, ma lui, rapidissimo, scarta e riprende a correre tornando indietro e continuando a urlare e a piangere. Lei si ferma un attimo. Scuote la testa. Fa caldo.

“Mo’ quanno te pijo t’ammazzo, porcoddue! Te strappo le gambe e te ce pijo a carci!” dice ad alta voce, ma senza urlare, rivolta più a se stessa che al figlio. Poi l’inseguimento ricomincia.

Madri amorevoli, durante la pandemia. “Il bambino nel carrello.

Sono in fila all’Eurospin. Siamo ancora al periodo della “prima vera stretta in seguito a Covid”, quando tutti cercavano di seguire religiosamente le regole del governo. Quindi ci fanno entrare in quattro, cinque per volta. In questi giorni, invece, ci mandano dentro in venti, trenta, con la stessa grazia con cui spingerebbero una mandria di mucche su di un carro merci. Vabbè. In fila dietro di me c’è madre con figlio di quattro, cinque anni al seguito, seduto nel carrello.

“Mamma, mi prude il naso”

“Grattatelo e rimettete la mascherina” risponde lei.

“Mamma, c’è tanto vento” si lagna il bambino.

“Allora infilate er cappello e stà bono” sibila la donna.

“Ma mamma, vojo scenne dar carello, m’annoio…” protesta lui sempre più insistente.

La madre ha smesso di rispondere. Io, che notoriamente sono curiosa come un gatto, mi giro fingendo di guardare il meraviglioso panorama e la vedo che si guarda intorno. Lei non lo sa, ma io la leggo come un libro aperto: sta di sicuro cercando un posto dove abbandonare il figlio scassacazzo senza che si possa risalire a lei.

PrimaValle Epidemic 2, Bambino nel carrello del supermercato

Finalmente entriamo. Dopo un’ora di attesa adesso ci sono anche i commessi dell’Eurospin che ci mettono fretta. Gli manca solo il pungolo elettrico, o forse ce l’hanno ma Conte non gli ha ancora dato il permesso di usarlo. Una voce melliflua ripete da quella che una volta era una radio “Sbrigatevi, così che gli altri in fila possano accedere il prima possibile” o qualcosa del genere. Come a dire:
“Adesso che hai fatto ‘n’ora de fila pija ‘n pacchetto de patatine, paga, e poi vattenaffanculo!”

Io, per non sentirli, mi metto le cuffie nelle orecchie con “Highway to Hell” degli AC/DC a tutto volume, canzone che mi sembra piuttosto adeguata al luogo. Riempio il carrello con quello che trovo e a un certo punto faccio per girare verso un altro corridoio ma qualcosa mi blocca il passaggio: in un incrocio fra file di scaffali emerge ingombrante e fiero il carrello col bambino dentro. Lui, ormai del tutto privo di mascherina, sembra lasciato lì, in balìa di se stesso e di tutti quelli che, se vogliono passare, devono praticamente strisciargli addosso. Mi guardo in giro ma non vedo la genitrice nei paraggi. Alla fine la madre deve aver deciso di abbandonarlo al Destino: “Se Covid ha da esse, allora sia!”

Guardo fisso il bambino negli occhi, e lui guarda nei miei. Un po’ tipo duello western, alla Sergio Leone. Avete presente “Per qualche dollaro in più” il duello finale fra Gian Maria Volonté e Lee Van Cleef : primo piano su Volonté, primo piano sugli occhi di Van Cleef, con la musichetta del carillon in sottofondo. Senza carillon, ma uguale: nessuno di noi abbassa lo sguardo, ma telepaticamente abbiamo un dialogo:

Sergio Leone, “Per qualche dollaro in più”

“Dove cazzo sta tu’ madre?” chiedo io.

“Boh? Quella stronza da mo’ che se n’è annata…”

“Perché non hai la mascherina?” lo incalzo.

“Perché mi prude il naso e lei non è più qui a rompermi i coglioni” dice il bambino infilandosi due o tre dita nelle narici.

“Tu lo sai, vero, che se starnutisci qui dentro, senza neanche la mascherina, gli altri ti salteranno addosso come iene sulla carcassa di uno gnu?”

“Che cazzo è uno gnu?” domanda il bambino.

“Ma non lo guardi National Geographic Channel alla tv?” domando stupefatta.

“Boh?! Mi madre me fa guardà Grande fratello Vip…”

“Allora lo sai cos’è uno gnu. Hai presente Valeria Marini?”

“Quella coi piedoni” dice lui sicuro.

“Bravo!” dico io. Ma la connessione telepatica cade, e capisco che per passare da lì ho solo due scelte: o appiccicarmi al bambino e alle sue caccole, o bypassarlo facendo il giro di Peppe. Senza il minimo dubbio scelgo Peppe.

 “La casa in Circonvalla però c’ha più stile”

J-AX (Più Stile)

PrimaValle Epidemic 1

PrimaValle Epidemic 1: Ma le scimmie, amo’?

Pronto soccorso veterinario, sono lì fuori che aspetto il mio gatto Axl. L’hanno portato dentro da due ore e, visto che sono notoriamente diffidente, ho la certezza sia stato abbandonato in qualche stanzino (n.d.a. tre giorni dopo è morto.) Intanto arriva una coppia di trentenni con jack russell di nome Peggy al seguito; anche Peggy viene deportata all’interno e da come i due si abbracciano, con la mascherina ma vicini vicini, immagino che anche la loro cagnolina sia molto malata. Invece scopro che Peggy è lì perché i suoi padroni temono sia incinta, visto che i due dementi, dieci giorni prima, in pieno lockdown (gli umani) e in pieno calore (la cagna), non solo l’hanno portata al parco, ma non sono riusciti a impedire che si accoppiasse.

Jack russell femmina per raccontare storielle su PrimaValle Pandemic 1
PrimaValle Epidemic 1: Jack russell femmina

Subito dopo la Raggi ha giustamente chiuso i parchi. Vabbè. Nell’attesa, seduti lì fuori sui gradini, a una certa lei alza lo sguardo dal telefonino e guarda il cielo pensierosa:

“Amo’ – dice all’uomo – me sò sempre chiesta na cosa: ma se prima noi eravamo scimmie e poi se semo evoluti, ma perché le scimmie invece sò rimaste scimmie?”

Lui si guarda attorno in cerca di un’ispirazione che non arriva, e risponde:

“Boh?!!”

PrimaValle Epidemic 1:Vado a governare

Il nostro giardino confina con quello di un ex poliziotto campano e alcolizzato, sui settanta, all’epoca buttato fuori dalla polizia ma vincitore, venti anni dopo, della causa al Tar. Questo gli ha fatto ricevere tutti gli stipendi arretrati e la pensione (n.d.a. se pensiamo a Bruno Contrada, dobbiamo riconoscere che il nostro Stato è sempre pronto ad aiutare le “vittime”). Io, che notoriamente sono cattiva, l’ho soprannominato “Zio Michele” perché, oltre ad assomigliargli, parla proprio come il vero zio Michele, zio della sfortunata Sarah Scazzi uccisa ad Avetrana e passato alla storia dei crimini contro la grammatica per aver pronunciato la famosa frase: “Ho stato io”.

L’altra mattina ho visto il “nostro” Zio Michele salire faticosamente sul suo vespino scassato, mentre – senza casco né mascherina – lo metteva faticosamente in moto. La signora Assunta, sua moglie, l’ha raggiunto gridando:

“Ma aro’ vaì? Nun si può i’ in girò!”

Zio Michele, chioma al vento, senza girarsi le ha risposto:

“E cà me impòrt? Io vaco a governàr!!!”

Sta correndo da Conte ad aiutarlo contro l’epidemia? No, va dalle galline che tiene in un orto in qualche luogo che voi umani non vorreste immaginare.

PrimaValle Epidemic 1: Di Bangla e mascherine

Che le mascherine siano ormai alla portata di tutti sembra una di quelle frasi che il Grande Fratello di Orwell o la Fox news di Roger Ailes facevano ripetere a raffica, finché la gente, poi, ci credeva. Giorni fa scopriamo che il Bangla di zona vende delle mascherine. Ricevute da dove e fatte da chi, meglio non saperlo. Il mio compagno, Ettore, raggiunge Bangla prima che le mascherine siano finite. Bangla le tira fuori da una cassetta sotto alla cicoria, ed inizia una lunga trattativa:

Bangla: “dre euro mezzo uno”

Ettore: “due euro l’una”

Bangla: “dre mezzo”

Ettore: “due”

Foto del film Bangla per raccontare PrimaValle Endemic 1
Poster del film “Bangla”

Alla fine ovviamente vince Bangla e Ettore tira fuori tutti gli spicci racimolati per arrivare alla cifra richiesta ma mancano 50 centesimi. Ettore gli dice che va da Eurospin così cambia i soldi e poi torna. Bangla, paranoico, lo guarda male, convinto che non tornerà mai più. Ettore, invece, ritorna da Bangla, per la serie “Tiè, beccate sto schiaffo morale”, un po’ come quello che disse “Ti faccio vedere come muore un italiano” e già che si trova lì, gli domanda se ha la farina 00 che da Eurospin è finita e non prevedono ritorni prima del 2023. Bangla indica il posto dove tiene la farina, ma proprio in quel momento c’è una vecchia piazzata esattamente lì. La vecchia non ha un bell’aspetto, anzi, secondo Ettore puzza anche un po’, e in ogni caso lui vuole mantenere le giuste distanze, ma per non offendere nessuno si direziona verso la parte opposta di quello che, per amore di sintesi, chiamerò negozio. Bangla lo vede e fa:

“Guello no farina. Guello zucchero”

Ettore sospira e Bangla indica di nuovo la farina, dove staziona la vecchia, che non ha nessuna intenzione di allontanarsi. Stanco, Ettore se ne va, adducendo qualche scusa a Bangla, che continua a guardarlo con sospetto. Mentre torna a casa, con quelle mascherine in una bustaccia, pensa a tutte le dita che le hanno toccate, non ultime quelle di Bangla, non proprio lavate come la D’Urso comanda, e viene preso da turbamento emotivo e conseguente dubbio amletico:

“Portarle a casa o buttarle nel cassonetto? Questo è il problema”

PrimaValle Epidemic 1: L’invasione degli Ultra-Corona

Ettore sta in giardino, ascoltando musica con cuffiette e prendendo il sole (senza far nulla di utile, comunque…) Dall’altra parte del giardino, oltre la strada, a dieci metri di distanza c’è una scuola elementare, adesso chiusa. Il guardiano aka bidello però abita lì, con tutta una tribù di figli bambini. Improvvisamente, nonostante le cuffie, Ettore sente un orripilante rumore di starnuti. Repentino, si volta verso la scuola, si toglie le cuffie e vede il bidello che, allegramente in mezzo ai figli, starnutisce senza requie e tossisce con foga. Poi, in un attimo, ha un’epifania: Ettore vede che tutti i rami e le foglie degli alberi sono girati verso di lui, il che sta a significare che il vento viaggia – veloce – dal bidello a lui, in linea maledettamente retta.

E allora li vede: miliardi di microscopici ultra-coronavirus che gli volano incontro, famelici e incazzati, con quello che guida l’invasione gridando: “All’attacco!!! Prendete quel figlio di puttana!!”

Un nanosecondo per arraffare le sue cose e mezzo nanosecondo per #rinchiudersi in casa. Dieci minuti per riprendersi dallo spavento.

 “La casa in Circonvalla però c’ha piu’ stile”

J-AX (Più Stile)