The Big Kahuna e il suo Monologo Finale

Argomento: Sul film The Big Kahuna e il suo monologo finale diretto ai giovani

Qualche giorno fa un amico, su Fb, mi ha raccontato che in televisione la sola cosa che riesce a guardare sono vecchi film, di quelli belli, si capisce. Allora mi è venuto in mente – subito, per un percorso mentale che appartiene alle mie sinapsi più che a me – un film del 1999, “The big Kahuna”, girato con circa 7 milioni di dollari (che, anche per il 1999 era un budget davvero basso), diretto da John Swanbeck con uno strepitoso Kevin Spacey, e poi Danny DeVito che finalmente ha avuto l’occasione di mostrare la sua bravura anche in chiave drammatica e il giovane Peter Facinelli. I film migliori, tranne rare eccezioni, sono tratti da commedie o libri, e anche The Big Kahuna è tratto da una commedia teatrale “Hospitality Suite” di Roger Rueff, che infatti è anche autore della magistrale sceneggiatura del film.

The big Kahuna e il suo monologo finale: De Vito e Spacey
Danny De Vito e Kevin Spacey

Significato di Kahuna

Prima di tutto credo sia giusto spiegare cosa significhi Big Kahuna. Nel dizionario Hawaiano/Inglese, di Mary Kawena Pukui & Samuel H. Elbert (1986), Kahuna viene definito come “Sacerdote, mago, conoscitore, sciamano, esperto in ogni professione”.

Traducendo letteralmente il termine hawaiano “kahuna” troviamo:

“Ka” ovvero “luce”, e poi “Huna” che vuol dire “segreto”, quindi “La Luce del segreto” da cui “Conoscitore della saggezza segreta”. Un “Kahuna” infatti è principalmente un curandero o sciamano hawaiano, ma, a seconda dell’ambito, può essere un kahuna pule, ovvero ministro di culto, o un kahuna kalai la’au, un falegname, o anche un kahuna kala, un argentiere. In ogni caso sarà un vero esperto di qualcosa, un profondo conoscitore del suo mestiere o quello che, noi occidentali definiremmo un “pezzo grosso” nel suo campo.

The Big Kahuna e il suo Monologo Finale: Sciamanesimo Hawaiano
Sciamanesimo Hawaiano

The Big Kahuna e il suo monologo finale

La storia si svolge a Wichita, Kansas, in pieno Midwest americano, dove in un albergo tre venditori di lubrificanti industriali devono incontrare nuovi clienti, tra cui l’amministratore delegato di un’importante azienda, quel Big Kahuna che, come fosse un pesce enorme, i tre sono decisi a prendere all’amo per risollevare da un declino irreversibile la società dove lavorano. I tre personaggi Larry, Phil e Bob sono del tutto diversi l’uno dall’altro e fuori da quei clichet che ormai fanno parte del cinema e delle serie televisive: Larry-Kevin Spacey è cinico, politicamente scorretto, semi-alcolizzato, acuto e intelligente; Phil-Danny De Vito è deluso dalla vita, distrutto dal divorzio ma con un lato umano che, per quanto faccia, non riesce a sopprimere; Bob-Peter Facinelli è giovane, privo di esperienza in qualsiasi campo, religiosissimo, ma con quella voglia di “american dream” che lo rende pronto a fare compromessi con la sua coscienza pur di sentirsi vincente.

The Big Kahuna e una strepitosa sceneggiatura: Le donne in tailleur…

Il diamante nascosto dentro al film

Perché questo film mi è rimasto in mente, in modo così forte, a distanza di 22 anni? Certo, è un film dove bellezza e verità coincidono, così come dovrebbe sempre essere (i due concetti devono coincidere altrimenti non sono, lo teorizzava già Emily Dickinson, tramite una delle sue poesie, nel diciannovesimo secolo), film cinico e toccante a un tempo, perfetto in ogni sua sezione, dalla regia agli attori alla sceneggiatura. Inoltre il 1999 è stato un anno che oggi può rappresentare quella “linea d’ombra” fra il vecchio mondo capitalista ante internet/smartphone e il nuovo mondo definitivamente iper-capitalista dove la nuova internet – così diversa dalla “scatola empatica” immaginata da Philip K. Dick il Genio Visionario nel lontano 1962 in “Do androids dream of electric sheep?” diventato poi Blade runner – ha aiutato il nuovo mondo orribile a uscire fuori dalla tana diventando un tutt’uno con esso.

Ma il motivo per cui lo ricordo ancora così bene è per quell’incredibile monologo finale, nel film recitato da una voce narrante fuori campo ed ispirato a un articolo della giornalista Mary Schmich, pubblicato sul Chicago Tribune nel giugno del 1997, dal titolo “Advice, like youth, probably just wasted on the young.”

Sentirsi sempre fuori sincrono

Ricordo che all’epoca ero ancora giovane, anche se non giovanissima, e quel monologo mi fece un effetto notevole. In fondo mi ero sempre sentita fuori sincrono e quindi “vecchia” già dai diciassette anni in poi. A rileggerlo adesso, credo che possa avere un effetto dirompente su chi non è più giovane, quel genere di cosa che ti fa dire “Sì!!! È proprio vero!!!” sperando che possa insegnare qualcosa di importante ai giovani.

The Big Kahuna e il suo monologo finale

“Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.

Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto. E in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro. Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un’equazione algebrica. I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa’ una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!

Non essere crudele col cuore degli altri. Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti.

Non perdere tempo con l’invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro. La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso. Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti. Se ci riesci veramente, dimmi come si fa…

Conserva tutte le vecchie lettere d’amore, butta i vecchi estratti-conto.

Rilassati!

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita. Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio. Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no. Forse avrai figli o forse no. Forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio. Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse, come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo, usalo in tutti i modi che puoi, senza paura e senza temere quel che pensa la gente. E’ il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla! Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai. Non leggere le riviste di bellezza: ti faranno solo sentire orrendo.

Cerca di conoscere i tuoi genitori, non puoi sapere quando se ne andranno per sempre. Tratta bene i tuoi fratelli, sono il miglior legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro. Renditi conto che gli amici vanno e vengono, ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.

Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane. Vivi a New York per un po’, ma lasciala prima che ti indurisca. Vivi anche in California per un po’, ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant’anni, sembreranno di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio… per questa volta.”

Per chi non avesse ancora visto il film, guardatelo, non ve ne pentirete! Accettate il consiglio, per questa volta…