Le più belle Sick Ballads del rock

Le più belle Sick Ballads del rock: Korn

Le più belle Sick Ballads sono state scritte e suonate in periodi diversi, dagli anni 70 fino agli anni zero. Una Sick Ballad è una canzone che racconta una storia che non ha nulla a che fare con una “inesistente normalità”: una storia disturbante, malata, autolesionista, perversa. Si potrebbe pensare che in ambito rock le Sick Ballads siano molte, ma non è così. Non basta che le parole siano disperate, ci vuole una concomitanza di musica, lyrics, voce per rendere la ballata disturbante e sublime così come le 9 canzoni che ho scelto.

Numero 9 “Something I can never have” dei Nine Inch Nails

Dal loro primo indimenticabile album “Pretty hate machine” del 1989

Il pianoforte di Trent Reznor – che sapeva già suonare a 5 anni ed ha poi completato molto presto gli studi al conservatorio – ripete lo stesso ipnotico riff per tutta la canzone e le lyrics girano a loop in una sorta di Wasted Land dove non c’è più posto per la salvezza. La voce e il pianoforte di Trent sono di una bellezza disperante e disturbante e, contemporaneamente, haunting e ansiogena. Alla fine della ballata le parole ci svelano che Trent non sta parlando di un amore perduto ma di se stesso: “Everywhere I look you’re all I see Just a fading fucking reminder of who I used to be”. Quindi, quel “Qualcosa che non potrò mai avere” è il ragazzo pieno di sogni e speranza che lui era una volta e che ormai non esiste più.

Numero 8 “Meds” dei Placebo

Dall’album “Meds” del 2006. I Placebo hanno sempre scelto di rappresentare, con la loro musica, una categoria di persone emarginate, categoria in cui si sono sempre riconosciuti pur essendo diventati famose rockstar.

Questa canzone bellissima parla di malattia mentale, di vita borderline, sempre al limite del crollo. “Ero solo a fissare giù dal cornicione facendo il mio meglio per non dimenticare ogni tipo di gioia ogni tipo di euforia e la nostra promessa eroica.” Oltre all’argomento, la scelta del ritornello dove una voce femminile continua a ripetere “Tesoro, hai dimenticato di prendere le tue medicine?” insieme alle ritmiche incalzanti e alla voce sempre meravigliosa di Brian Molko rendono la canzone una vera, bellissima Sick Ballad.

Le più belle Sick Ballads: Numero 7 “You cut her hair” di Tom Mc Rae

Dall’album “Tom Mc Rae” del 2000, del cantautore indie rock inglese Tom Mc Rae.

È strano come, ascoltando You cut her hair, la prima cosa a cui pensi è che stia parlando di un serial killer, ed è proprio l’ambiguità del testo, insieme a musica, voce e strumentazione a rendere la canzone haunting e meravigliosamente disturbante. In realtà lo stesso Tom ha spiegato che in questa ballata racconta la storia di una ragazzina rinchiusa nei campi di concentramento nazisti. “Il tempo ha colorato il bianco e nero” significa che molto tempo è trascorso da quello di cui si parla. “Brucia la bandiera e seppellisci i pezzi” fa pensare ai nazisti che sono riusciti a scappare prendendo un’altra identità, fingendo di appartenere a un altro paese, cambiando nome. Infine quel “Le tagli i capelli” che è il dettaglio che rende la ballata potente e ansiogena, era quello che i nazisti facevano a tutti nei campi di sterminio e di sicuro alla ragazzina di cui parla Mc Rae.

Numero 6 “Falling away from me” dei Korn

Dall’album “Issues” dei Korn, 1999. Per i Korn ho sempre avuto un amore speciale e potrei ascoltare questa canzone divina a loop, dalla mattina alla sera, senza mai stancarmi.

“La vita si sta allontanando da me. Picchiandomi forte Picchiandomi, picchiandomi forte buttandomi a terra urlando qualche suono picchiandomi forte buttandomi a terra -si sta allontanando da me- girando intorno -si sta allontanando da me- è perduta e non la posso ritrovare -si sta allontanando da me-”

Non solo le parole parlano di depressione, senso di impotenza, sofferenza estrema, ineluttabilità di ciò che ci accade, impossibilità di tenere in mano la nostra stessa vita, ma il rock dei Korn, la voce di Jonathan Davis, le chitarre meravigliosamente distorte la rendono una delle ballate rock più sick e haunting mai ascoltate.

Numero 5 “Smack my bitch up” di The Prodigy

Dall’album “The fat of the land” dei Prodigy, del 1997. Ho scelto una versione live perché i live dei Prodigy erano una specie di incontro fra Paradiso e Inferno, ma la versione studio è molto più bella e l’ho messa in questo link

“Prendo a schiaffi la mia troia” sono le uniche parole della canzone, ma la musica dei Prodigy inserisce brandelli di parole come fossero suoni e il loro significato è inesistente. Perché è una Sick Ballad? Per la musica elettronica che ti trascina in un vortice e per quel beat violento e profondo accompagnato dal sound Rave tipico dei Prodigy, che ogni tanto permette un attimo di sosta grazie alla voce femminile e sublime di Shahin Badaril che, creando il massimo contrasto possibile, vola in un canto tradizionale indiano che sembra provenire da un mondo parallelo. Un insieme meraviglioso e disturbante, una Sick Ballad di 23 anni fa che è più moderna del 90% della musica che viene pubblicata adesso.

Numero 4 “Dirt” degli Alice in Chains

Dall’album “Dirt” del 1992. Le ballad disperate scritte da Layne Staley sono tante, ma nessuna è così intensa, di una bellezza disperante e disturbante come Dirt, con quell’incipit vocale che è un vero e proprio urlo di dolore.

Layne Staley è stato forse il miglior cantante che il rock abbia avuto in tutta la musica del dopoguerra, e aveva capacità uniche anche come autore, musicista (tutte le canzoni degli Alice in Chains le ha scritte lui) perfino disegnatore e grafico. Praticamente il talento in persona. Eppure, o forse proprio per questo, odiava se stesso in un modo così violento che “I hate myself and I want to die” di Kurt Cobain, al confronto, suonava come un allegro ritornello. In Dirt, Layne non solo si odia e vuole morire, ma si disprezza, si fa schifo “Voglio assaggiare la sporcizia, una pistola urticante in bocca, voglio che tu mi raschi via dai muri e che diventi pazzo così come hai fatto diventare me. Uno a cui non importa è uno che non dovrebbe essere.” Dirt è una canzone allo stesso tempo dolorosa e meravigliosa da ascoltare. Più disturbante di così non credo sia possibile.

Le più belle Sick Ballads: Numero 3 “She’s lost control” dei Joy Division

Dall’album “Unknown Pleasures” del 1979.

Tutte le canzoni dei Joy Division sono haunting e meravigliosamente malate, ma quel riff diabolicamente giocoso e ripetuto per tutta “She’s lost control” insieme alla voce di Ian Curtis che ripete quasi con disperazione “she said I’ve lost control again” riescono a creare un ritratto femminile unico, forte, quasi cinematografico, proprio come se quella donna la potessi vedere e toccare e, allo stesso tempo, avere paura di essere lei. Quando dice “E ha camminato sulla cima senza via di fuga e ha riso: ho perso il controllo! Ha perso il controllo ancora” scatta il meccanismo di immedesimazione – almeno in me – e fa di questa canzone qualcosa di unico, di forte e penetrante.

Numero 2 “In every dream home a heartache” dei Roxy Music

Da “For your pleasure” album del 1973. Ho scelto questo live dove possiamo vedere in primo piano il viso di Brian Ferry, mentre suda copiosamente e tiene gli occhi chiusi, ma quando li apre lo sguardo è allucinato e la voce sempre concentratissima: un insieme che rende questa canzone ancora più perversa e meravigliosamente malata.

I Roxy Music non hanno mai fatto Sick Ballads, ma questa, non si sa come, gli è uscita fuori disturbante al cubo. L’amore perverso dell’infelice uomo per la bambola gonfiabile, come unica possibile compagna che condivida il suo desiderio di home sweet home, desiderio impossibile – soprattutto negli anni 70 – come si evince dallo stesso titolo. Nel suo essere disturbante, non solo nelle parole ma nella musica, che si ripete, ipnotica, sembra una canzone new wave degli anni 80 o anche una canzone alternative scritta adesso. La cosa migliore dei Roxy Music, secondo me.

“In ogni sogno domestico c’è un colpo al cuore ed ogni mio passo mi allontana dal paradiso. Ma c’è un paradiso? Mi piacerebbe crederlo” dice l’uomo interpretato da Brian, che dopo aver creduto nell’amore della bambola, per cui è pronto a fare qualsiasi cosa “Bambola gonfiabile, io sono il tuo servitore” finisce per ucciderla (forse perché, come diceva Oscar Wilde “Ogni uomo uccide la cosa che ama)

“Bambola gonfiabile, amante ingrata, ho distrutto il tuo corpo ma tu hai distrutto la mia mente”

PRIMO POSTO, numero 1 “Change” dei Deftones

Dall’album “White Poney” del 2000. Questa ballata, forse la canzone più famosa dei Deftones racconta un horror, che come tutti i veri horror d’autore, ha un significato molto profondo, profondo come l’abisso che nasconde.

Ci sono forum dove il pubblico dei Deftones ha scambiato per anni opinioni sul possibile significato della canzone, con le ipotesi più disparate, che vanno dall’abuso fisico, sessuale, al capovolgimento del punto di vista, come se il narratore stesse parlando di se stesso. Qualcuno ha perfino fatto una sorta di esegesi, parola per parola, della ballata. Potete ascoltare la canzone e decidere la vostra personale interpretazione, ma comunque la si voglia percepire “Change” resta la più incredibile, malata, disturbante, meravigliosa Sick Ballad mai scritta e suonata. Le parole ovviamente sono fondamentali, ma la bellezza viene dalla musica distorta e dalla voce incredibile di Chino Moreno. I Deftones hanno fatto la storia del rock, hanno scritto canzoni bellissime, ma questa è stata creata in vero stato di grazia. Ovviamente, quando parlo di grazia, mi riferisco a una grazia demoniaca.

In questo articolo tutto il mio amore e la mia dedizione vanno alla memoria di Ian Curtis, Layne Staley, Keith Flint, Artisti unici e indimenticabili.

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Layne Staley indimenticabile

Layne Staley MTV Unplugged

Il 5 aprile 2002 è considerato ufficialmente il giorno della morte di Layne Staley indimenticabile artista, anche se, avendo ritrovato il suo corpo a tanti giorni di distanza, in avanzato stato di decomposizione, credo che il 5 aprile sia più che altro una data simbolica. Io, personalmente, lo considero morto in un giorno indefinito della prima decade di aprile, che, come diceva Eliot “è il mese più crudele”. Layne Staley, creatore e frontman degli Alice in Chains – ma anche, in seguito, dei Mad Season per un unico e bellissimo album – diventato molto famoso nell’ambito rock-grunge nato a Seattle, è stato, di certo, il cantante più dotato e l’anima più fragile fra tutti gli artisti rock degli anni ‘90.

Layne Staley e Kurt Cobain

Layne aveva molto in comune con Kurt Cobain (anche lui, ufficialmente, morto il 5 aprile): nati entrambi nel 1967, ipersensibili, bellissimi, pieni di talento, portati verso l’arte in genere, dalla pittura alla scultura, dalla poesia alla musica, con difficoltà nel relazionarsi ai compagni di scuola, sia da bambini che da adolescenti, entrambi usciti profondamente segnati dal divorzio dei genitori.

Layne Staley e Kurt Cobain, indimenticabili
Layne Staley e Kurt Cobain

Ma allo stesso tempo erano anche diversi: se Kurt Cobain potremmo definirlo crepuscolare, Layne era la notte senza luna e senza luci. Se la voce di Cobain divenne quella di un’intera generazione, la voce di Staley – a mio parere la voce più bella del rock anni ’90 – rimase sempre la voce della sofferenza. Mentre i testi di Kurt aprivano un mondo fatto di immagini – e proprio per questo divennero testimonial perfetti del nuovo genere di rock – i testi di Layne si snodavano lungo un’unica autostrada, quella del dolore che prova solo chi viaggia dentro all’inferno. Cobain decise di chiamare il proprio gruppo “Nirvana”, che rappresenta, nella dottrina buddista, la fine della sofferenza; Staley chiamò il suo gruppo “Alice in chains”: per il pubblico la Alice di Carroll non più libera di giocare nel suo mondo proibito ma incatenata in fondo alla tana del bianconiglio; nella realtà una sua amica, di nome Alice, da poco arrestata per traffici di droga. Se Kurt optò per il suicidio, perché, come scrisse nel suo biglietto d’addio citando Neil Young “It’s better to burn out than to fade away”, Layne si lasciò morire giorno dopo giorno, chiudendosi in solitudine per anni, nutrendosi di dolore, crack ed eroina finché la morte non andò a prenderlo per mano.

Layne Staley indimenticabile: bad habits aren’t my title

Layne Staley odiava i giornalisti e raramente concedeva interviste. Lui parlava attraverso l’arte e sono poche le frasi che di lui potremmo citare. Forse la più significativa è:

My bad habits aren’t my title. My strengths and my talent are my title.” I miei vizi non parlano per me. I miei punti di forza e il mio talento parlano per me.

Layne Staley, Down in a hole

Down in a hole, feelin’ so small/ Down in a hole, losin’ my soul/ I’d like to fly, but my wings have been so denied/ Down in a hole and they’ve put all the stones in their place/ I’ve eaten the sun so my tongue has been burned of the taste

Dentro a una buca, sentendomi così piccolo. Dentro a una buca, mentre perdo l’anima. Vorrei volare via ma le ali mi sono state negate. Dentro a una buca e l’hanno riempita di pietre. Ho mangiato il sole e la mia lingua, assaggiandolo, si è bruciata.

Indimenticabile Layne Staley: MTV Unplugged 1993, Down in a hole

Layne staley, Hate to see

Hate to see (wish I couldn’t see at all)/ Hate to feel (wish I couldn’t feel at all)/ So climb walls/ And I crawl, back to bed now/ What the hell, got to rest/ Aching pain in my chest/ Lucky me, now I’m set/ Little bug for a pet

Odio vedere (vorrei non poter vedere niente). Odio sentire (vorrei riuscire a non sentire nulla). Allora mi arrampico sul muro e striscio di nuovo a letto. Che diavolo, mi devo riposare, mentre provo dolore nel petto. Che fortuna, adesso sono a posto. Un piccolo insetto come animale domestico

Layne Staley: Mad Season – Long Gone Day

“Isn’t it so strange how far away we all are now?/ Am I the only one who remembers that summer?/ Oh-woah, I remember/  The music that we made/ The wind has carried all of that away/ Long gone day (Woah, woah-oh yeah)/ Who ever said we’d wash away with the rain?”

Non è così strano quanto lontano ci sentiamo tutti adesso? Sono l’unico che si ricorda quell’estate? Oh sì, io ricordo. La musica che suonavamo. Il vento ha portato tutto via. Tanto tempo fa chi avrebbe mai detto che tutto sarebbe stato spazzato via dalla pioggia?

Layne Staley con i Mad Season: Wake up, Seattle, 1995

Il testamento morale di Layne

A un mese dalla morte Layne telefonò alla giornalista argentina, Adriana Rubio, che stava scrivendo un libro su di lui e aveva parlato in più occasioni con la madre e la sorella di Layne. Lui era malato terminale, e quella telefonata di due ore e mezzo fu una sorta di testamento morale:

“… il dolore è molto più grande di quello che pensi. È il peggior dolore del mondo. La droga ti succhia tutto il corpo. Sono vicino alla morte, mi sono fatto di crack e di eroina per anni. Non avrei voluto finire la mia vita così. So che non ho più scelta, è tardi. Scrivi un capitolo speciale per Demri, chiarisci che la sua morte è stata causata da un’endocardite batterica, non è stata un’overdose. Scrivi alla gente che non ho mai voluto il loro appoggio riguardo a questa droga del cazzo. Non provare a contattare nessuno degli Alice in Chains: loro non sono miei amici.”

Layne Staley con Alice in Chains all’MTV Unplugged del ’93, Rooster

Noi invece, ti ameremo sempre e non ti dimenticheremo mai.

In memoria di Layne Staley 1967 – 2002