JORIT AGOSH

Jorit Agosh autoritratto

Una settimana fa circa sul telegiornale di Mentana ho visto questo “servizio” che iniziava così, con parole sprezzanti e disgustosamente false: “Di sicuro non passerà alla storia come grande artista ma non verrà dimenticato per la foto fatta assieme a Putin”.

In tutto ciò, il raccomandatissimo e incompetente giornalista (come quasi tutti i giornalisti, televisivi quanto cartacei sotto ai 65 anni in Italia, che raramente ormai sanno accostare soggetto, predicato e complemento, tranne i rarissimi grandi personaggi come Travaglio) che non è stato capace nemmeno di pronunciare il nome Jorit nel modo giusto, tanto da aver detto per tutto il tempo “Giorit”, suscitando perfino un certo nervosismo da parte di Mentana che, alla fine del cosiddetto servizio, ha aggiunto con aria tetra “Comunque è Iorit, non Giorit!” Il giornalista della filo-statunitense La7, lui che di sicuro non passerà alla storia del giornalismo, si è sbagliato molto, ma molto di grosso.

Jorit AEL
AEL – TUTT’EGUAL SONG’ E CREATURE (bambina rom)

Jorit Agoch, le sue opere, i suoi viaggi

Jorit Agoch, il cui vero nome è Ciro Cerullo, di padre napoletano e madre olandese, infatti è considerato dai più il Bansky d’Italia, e sicuramente il numero uno in Italia.  Fin dai primi tempi in cui era un classico graffitista, per poi diventare un vero street artist dedito ai ritratti, ai volti umani e a quello che rappresentano, Jorit è sempre rimasto fedele alle sue idee no-global, anticapitaliste, pacifiste, per l’eguaglianza degli uomini. Si è ben presto specializzato in ritratti dalla perfezione fotografica ma dalla bellezza che solo la pittura può dare, dipinti su grandezze incredibili, decine di piani o anche più di dieci, in aree cieche di palazzi o grattacieli nelle città più svariate, partendo dalla sua città d’origine, Napoli, per allargarsi in Italia e poi Buenos Aires, l’Africa, Aruba, Bolivia, Santiago del Cile, Perù, Messico, Cuba, Cina e Russia, solo per citarne alcune. Nel frattempo ha esposto in gallerie prestigiose di tutto il mondo, Roma, Sydney, Londra, Berlino. e hanno parlato di lui i giornali più famosi, come The Guardian, BBC, Middle East Eye, TeleSur, Euronews.

Jorit San Gennaro
Jorit – San Gennarohttp://San Gennaro – Napoli

I primi lavori a Napoli

La sua incredibile capacità tecnica unita all’impegno sociale l’hanno reso degno di materia di studi e trattati universitari. Nato nel 1990, ha dipinto le sue prime opere a Scampia e Ponticelli, quartieri di Napoli, dove uno dei primi e più famosi suoi murales ritrae una bambina rom con scritto: “Ael,Tutt’egual song ‘e creature”. A Forcella troviamo San Gennaro, con tanto di mitra, ma che ha avuto come modello un operaio della zona, proprio come Caravaggio disegnava i suoi santi e Madonne prendendoli dal popolo del mondo violentissimo della Roma del 1500, e per santi aveva i suoi amici alcolizzati e svelti di coltello mentre per Madonne le sue amiche prostitute.

Jorit Pasolini +lettere luterane
Jorit – Scampia, Pier Paolo Pasolini

A Scampia ha fatto il ritratto di Pasolini, accompagnato da una frase dello stesso Pasolini dalle “Lettere luterane”: “«Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro. T’insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.» In un altro quartiere di Napoli, a San Giovanni e Teduccio ha dipinto sempre sulle sue misure gigantesche, Maradona e, in un palazzo accanto, un bambino autistico. Come per significare che Maradona è stato e sempre sarà il cuore dei napoletani, uno dei rari cuori in grado di scaldare l’animo di creature infelici e isolate come quelle dei bambini autistici.

Poi, sempre a Napoli, uno dei suoi più bei murales dedicato al movimento “Black lives matter”, con George Floyd, l’uomo di colore ucciso a botte dalla polizia, diventato famoso per quel suo ultimo grido “I can’t breathe” con accanto Lenin, Angela Davis, Malcolm X e Martin Luther King.

Jorit George floyd Time to chsmge the world
Jorit – BLACK LIVES MATTER: George Floyd, Lenin, Malcolm X, Martin Luther King, Angela Davis

Nei murales di Jorit ci sono due particolarità: spesso ci sono scritte, seppur difficili da individuare, frasi che completano il significato dell’opera. Inoltre tutti i volti dipinti hanno una coppia di strisce rosse sulle guance, che Jorit stesso ha descritto così:

JORIT AGOSH: Appartenere alla Human Tribe

“Le “strisce” sono una citazione alla pratica africana della scarnificazione. Simboleggiano l’unità della tribù opposta alla singolarità. Sono la chiave di interpretazione di tutto ciò che faccio. I miei dipinti sono realistici perché, scavando nei dettagli, è possibile interpretare e osservare il mondo visibile. Intensamente e allo stesso tempo in maniera razionalmente distaccata. La pittura esiste per questo, è lo strumento con cui il pittore comprende la realtà. Io credo che i pittori, in particolare i pittori realisti, abbiano più di chiunque altro, un rapporto molto più forte con la realtà visiva.”  Tutti i volti giganti rappresentati da Jorit appartengono, attraverso il simbolo delle strisce, che sono un po’ anche il suo avatara, quella che Iorit chiama Human Tribe e a cui dovremmo appartenere tutti, personaggi famosi, attivisti sociali e politici insieme a bambini autistici e ragazze rom.

Jorit Addange, Mosca
Jorit: Assange a Mosca con le tipiche “strisce”

Un altro dei suoi murales più famosi è stato quello fatto nel 2018 fatto insieme ad altri due artisti che ritrae l’attivista palestinese Ahed Tamimi sulla barriera di separazione israeliana nei pressi di Betlemme per richiedere la sua scarcerazione. L’opera gli costerà 24 ore di prigionia nelle carceri israeliane e un foglio di via dal territorio israeliano di 10 anni.

Allontanatosi da Napoli, per dipingere e conoscere il mondo, Jorit è stato a lungo in Africa, dove è andato per la prima volta nel 2005, per poi tornarci ben sette volte.

In Tanzania ha dipinto nel piccolo villaggio di Pande, e poi studiato e collaborato con la scuola internazionale d’arte Tinga Tinga di Dar Es Salaam, da dove ha appreso la cura speciale dei dettagli e particolari.

Jorit Ahed Tamimi
Jorit – Ahed Tamimi attivista palestinese, Betlemme

2017, ANNO DI LAVORO INFINITO

Nel 2017 Jorit ha realizzato a Buenos Aires il ritratto di Santiago Maldonado attivista argentino per i diritti del popolo Mapuche, morto in seguito a scontri avvenuti con la gendarmeria Nazionale. In quegli stessi giorni in cui realizzava l’opera Jorit partecipava a manifestazioni di protesta antigovernative in rivendicazione dei diritti del popolo Mapuche e contro lo smantellamento dello stato sociale del paese sudamericano.

Sempre nel 2017, anno passato quasi esclusivamente in sud e centro America, nell’isola caraibica di Aruba ha creato un omaggio all’attivista ambientale e leader del Consejo Nacional de Organizaciones Populares e Indigenas, Berta Isabel Cáceres Flores assassinata in Honduras un anno prima.

Nel 2017 nella città di Cochabamba in Bolivia ha dipinto una donna con i costumi tipici locali, e una dicitura “Agua Santa” che spiega il perché dell’opera: l’enorme mobilitazione popolare avvenuta nel 2000 nella stessa città in seguito alla privatizzazione dell’acqua, lotte che hanno poi portato il controllo dell’approvvigionamento idrico di nuovo in mani pubbliche con un ritorno dei prezzi a livelli sostenibili (Almeno per allora).

Jorit Agua santa, Bolivia
Jorit – Agua Santa, Cochabamba, Bolivia

Nel 2017 a Santiago del Cile ha realizzato un ritratto del poeta Pablo Neruda.

Sempre nel 2017 ha realizzato un’opera di grandi dimensioni nella città cinese di Shenzhen nella residenza d’artista presso il Jardin Orange. I suoi enormi capolavori sono tanti, da Gagarin, primo astronauta russo ad andare nello spazio, a Che Guevara, a Dostoevskji, fino al bellissimo murales fatto sempre nel 2017 a San Francisco nel 50º anniversario del raduno Hippy più grande della storia la “Summer of Love”. Lì ha realizzato un’opera dal titolo sarcastico “Summer of Homeless” in cui raffigura un anziano senzatetto. L’opera è motivata dal grande numero di senzatetto presenti nel quartiere di Tenderloin di San Francisco dove è situata.

Jorit Dostoevskji
Jorit – Dostoevskji. Napoli
Summer of Jomeless San Francisco
Jorit – Summer of Homeless, San Francisco

Intanto nel corso degli anni diventando sempre più famoso ha dipinto altre opere in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Australia, Norvegia, Olanda, Germania, Francia e Grecia.  –

JORIT AGOSH E PUTIN

Il festival della gioventù di Sochi, Russia, da poco avvenuto, dove Jorit, che ha partecipato con un murales di Ornella Muti, si è reso odioso agli occhi dei nostri media – chi più chi meno tutti servi degli americani – per aver chiesto una foto insieme a Putin “In modo che i miei concittadini possano capire che lei non è quel mostro di cui parlano ma un uomo come tutti”. Jorit ha anche chiesto a Putin se l’arte può fungere da ponte tra l’Italia e la Russia e il Presidente ha risposto: “Siamo sempre stati ammirati dall’arte italiana e ci ha sempre tenuti vicini. Quella italiana è una grande arte di un grande popolo, questo è evidente. Noi in Russia l’abbiamo sempre considerata così e la consideriamo ancora così”. Mi sembrano parole molto metaforiche, che vanno ben al di là dell’arte, e che farebbero sperare bene, non fosse che finché Biden sarà il presidente americano claudicante e innamorato della guerra e Von der Layen la più odiosa dei suoi lacché il nuovo trio guerrafondaio Stati Uniti – Schiavi d’Europa – UK avrà la meglio. Ma per fortuna esistono la Cina e l’India oltre alla Russia. L’Ucraina non fa parte della Nato né dell’Europa e quindi non avremmo mai dovuta appoggiarla.

Jorit e Ornella Muti
Jorit – Ornella Muti, Sochi, Russia

QUELLI CHE DECIDONO LE SANZIONI

E quante sanzioni allora avremmo dovuto dare a gli Stati Uniti a iniziare dalla seconda guerra mondiale, dove sono entrati tardi e di mala voglia, e non certo per salvare gli ebrei dai campi, come ha falsamente raccontato Benigni (quello che una volta voleva bene a Berlinguer) nel suo film non a caso amatissimo dagli americani? Sono stati i sovietici con l’armata rossa a liberare gli ebrei, cerchiamo di non dimenticarlo. Poi gli Stati Uniti hanno pensato bene di testare non una ma due bombe atomiche sui civili Giapponesi (ottenendo l’odio solo del grande Mishima e la rassegnazione di un intero popolo ben più antico del loro) quando la guerra era ormai finita. In seguito hanno attaccato la Corea, il Viet.Nam del Nord, l’Afghanistan e l’Iraq, senza una ragione al mondo ma senza mai avere una sanzione da nessuno. E anche adesso, con tutto quello che Israele sta combinando, è Putin quello che mettono sulla forca, non Netanyau, con cui Biden finge di litigare ma a cui continua a mandare armi. Noi, invece, ridicoli eurocentrici, contiamo come il due di bastoni a briscola quando regna coppe,e pur senza un euro come noi italiani, dobbiamo pagare con i nostri miseri soldi l’Ucraina. Si parla della morte di Navalny ma non di quella del blogger cileno-americano Gonzalo Lira, sposato con un’ucraina, arrestato perché critico con Zelensky e poi morto in un carcere ucraino senza una sola motivazione, Qualcuno ne ha parlato? Eppure , Gonzalo Lira non aveva un passato omofobo e xenofobo oltre che fascista come quello di Navalny, non doveva essere “ripulito” come gli americani hanno fatto con il poco presentabile Navalny prima di rispedirlo in Russia, Gonzalo Lira era solo una brava persona, su cui, come su tante, è incorsa la damnatio memoriae dei nostri proprietari, bravi e democratici.

Jorit Bambina di Mariupol
Jorit – La bambina di Mariupol, città che si sente russa e lo è sempre stata, finché americani e servi europei hanno deciso altrimenti

EMERGENCY DOPO LA MORTE DI GINO STRADA

Per capire come sta cambiando, e rapidamente, il mondo, basti pensare ad Emergency dopo la morte di Gino strada (a cui Jorit aveva dedicato un bel ritratto). Oggi i soldi che abdrebbero destinati agli ospedali Emergency vengono dilapidati fra le amichette della nuova padrona di quella che era un’eccellenza italiana. A queste amichette, per lo più fotografe, Emergency paga e sponsorizza mostre in giro per l’Italia che non ci parlano di Gaza o di Ucraina, ma di afghanistan e India, il tutto con foto scattate circa venti anni fa. Io lo trovo scandaloso e so che Gino Strada teneva questi parassiti ben lontani dalla sua associazione. L’amichettismo di cui, per una volta non a torto, parlava Meloni.

Jorit è uno dei pochi italiani, al momento, di cui andare fieri, non solo per la sua bravura incredibile, per il suo lavoro faticoso e anche pericoloso, di cui lui non è mai stanco,  ma per il coraggio di esprimere le sue idee, per essere arrivato dappertutto da solo, senza sponsor politici o multinazionali che lo strapagano sottogamba, figlio di un quartiere disastrato di Napoli, in un mondo che si muove al contrario, dove i poveri sono visti come limoni da spremere e i ricchi come dei a cui sacrificare.

Jorit al lavoro
Jorit al lavoro

 

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Perché quest’articolo è intitolato “Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping”? Per via del recentissimo scoop del New York Times che racconta al mondo come e quanto Apple sia coinvolta nella sorveglianza su larga scala oltre che nella censura imposte dal governo cinese a tutti i cittadini cinesi che hanno acquistato e utilizzano un Iphone o altro device Apple. Ho citato Steve Jobs perché, pur non essendo io mai stata una particolare fan dell’uomo considerato da tanti una sorta di guru, credo – o meglio – voglio credere che Jobs oggi sarebbe disgustato dalle scelte fatte dalla compagnia da lui creata. Scelte che fanno orrore ma che non sorprendono: la maggior parte dei giganti dell’high tech, se devono scegliere fra aumentare il profitto o garantire la libertà dei propri clienti, scelgono sicuramente il profitto.

Students

New York Times versus Apple

Il New York Times ha parlato con numerosi dipendenti Apple, con esperti di sicurezza e ha visionato documenti speciali prima di fare l’articolo, partendo da un concetto basilare: oggi tutti i prodotti della Apple vengono assemblati in Cina e sempre dalla Cina entrano nelle casse della Apple un quinto di tutti gli introiti mondiali.

Il professore universitario Doug Guthrie, assunto da Apple nel 2014 per trattare la questione cinese, ha spiegato al New York Times: «i lavoratori cinesi assemblano quasi ogni singolo iPhone, iPad e Mac. Apple si porta a casa 55 miliardi di dollari all’anno dalla regione, un profitto superiore a quello di qualunque altra azienda americana in Cina». Ed ovviamente, come in ogni business, vale il vecchio “do ut des”; dice ancora Guthrie: “se sei sposato alla Cina, devi darle qualcosa in cambio” ovvero dati personali, foto, chat, informazioni su conti, posizione degli utenti, video e via discorrendo.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping

Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia ha detto al New York Times: “Apple è diventato un ingranaggio nella macchina della censura che presenta una versione di internet controllata dal governo; se si guarda al comportamento del governo cinese, Apple non oppone alcuna resistenza.”

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping, la censura della Cina
La Cina censura il Web

Oltre a passare al governo cinese dati sensibili dei propri clienti, Apple aiuta la Cina nella censura. In che modo? Apple non fa entrare nel proprio App Store cinese migliaia di applicazioni, come ad esempio aggregatori di notizie di giornali stranieri, incontri gay, organizzazione di proteste democratiche e niente che abbia a che fare col Dalai Lama. Dal 2017 ad oggi sembra siano state cancellate ben 55mila applicazioni, mentre dal giugno 2018 a giugno 2020, Apple ha approvato il 91 per cento delle richieste della Cina, rimuovendo 1.217 app: nello stesso periodo, in tutto il resto del mondo, la rimozione è stata di solo 253 applicazioni.

Le strategie per pagare molte tasse in meno

Un’altra contestazione fatta dal New York Times ad Apple riguarda le strategie grazie a cui l’azienda riesce a pagare meno tasse del dovuto. Strategie che consistono nella creazione di centri Apple molto importanti soprattutto in Stati dove le tasse sono minime rispetto a quelle che andrebbero a pagare negli Stati Uniti. Naturalmente Apple non è l’unico fra i giganti high tech a utilizzare questi sistemi, al contrario. Forse ci vorrebbero delle leggi che, banalmente, rendano certi metodi illegali, sia negli Stati Uniti che in buona parte dell’Europa.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping. Strategia per pagare molte meno tsse

Apple secondo Pavel Durov

Quello che ha scritto il sempre ben informato Pavel Durov, creatore e proprietario di Telegram, in seguito all’articolo del New York Times: “Apple è molto efficiente nel portare avanti il proprio modello di business, che è basato sul vendere hardware obsoleto e molto costoso a dei clienti bloccati nel loro ecosistema. Ogni volta che devo usare un Iphone per testare le nostre app per Ios mi sento come se mi avessero spedito nel Medio Evo. I display da 60 Hz degli Iphones non possono competere con quelli da 120 Hz dei più recenti smartphone Android. Ma la cosa peggiore di Apple non è nemmeno l’hardware datato e i peggiori device, ma il fatto che, se possiedi un Iphone, diventi uno schiavo digitale della Apple: hai il permesso di usare solo quelle app che la Apple ti lascia installare tramite il loro app store e per il backup dei dati puoi solo usare l’ICloud della Apple. Non c’è da meravigliarsi che l’approccio totalitario della Apple piaccia così tanto al partito comunista cinese, che grazie ad Apple ha adesso il completo controllo dei dati e delle app che appartengono ai cittadini cinesi che si affidano agli Iphones.”

New York Times abbandona Apple news

Come mossa successiva il New York Times ha deciso di rimuovere i propri contenuti da Apple News, che è il servizio in abbonamento di Apple che offre l’accesso a centinaia di quotidiani, riviste e magazine digitali come The Wall Street Journal, The Los Angeles Times e prodotti editoriali dell’editore Condé Nast.

“Apple News non si allinea con la nostra strategia di finanziare il giornalismo di qualità costruendo una relazione diretta con i lettori che pagano” ha detto il New York Times, sottolineando come, secondo loro, i contenuti di qualità “dovrebbero essere giustamente ricompensati. Abbiamo fiducia nel fatto che continueremo ad avere una partnership forte con Apple attraverso altri prodotti”.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping, il New York Times abbandona Apple news

Il NYT non è l’unico ad aver rinunciato al servizio; nel 2017 già il Guardian, inglese, aveva abbandonato Apple per poi tornare disponibile lo scorso marzo. Il Washington Post, invece, aveva sempre rifiutato di farne parte. Del resto il Times non poteva fare altrimenti, dopo aver definito Apple “Il braccio armato della censura in Cina”.

Apple: da Steve Jobs a Xi Jinping? Come risponde Apple

Il colosso di Cupertino, città californiana nel centro della Silicon Valley, ha risposto in modo molto fiacco alle accuse del New York Times, senza dire una sola parola sulle questioni che riguardano censura e libertà in Cina, né sulla questione tasse ma facendo un generico discorsetto dove si autoincensa in quanto creatore di posti di lavoro nel mondo:

“Negli anni scorsi, siamo riusciti a creare un’incredibile quantità di posti di lavoro. Il centro fondamentale risiede ancora negli USA con oltre 47’000 impiegati a tempo pieno, sparsi in circa 50 stati. Focalizzando l’attenzione solamente sull’innovazione, siamo riusciti a creare, partendo da zero, nuovi prodotti ed industrie portando lavoro ad oltre 500’000 persone in tutti gli Stati Uniti; in tale cifra non sono presenti solamente i nostri dipendenti, ma coloro che creano le componenti per i prodotti sino a quelli che le consegnano direttamente ai clienti. Noi produciamo parti negli USA che poi vengono esportate in tutto il mondo, gli sviluppatori Statunitensi creano delle applicazioni vendute anch’esse in oltre 100 paesi. Per i suddetti motivi, l’azienda è da considerarsi come uno dei principali creatori di posti di lavoro degli ultimi anni.

Parallelamente abbiamo continuamente contribuito a determinate attività di beneficenza e non abbiamo mai ricercato pubblicità. Abbiamo sempre cercato di focalizzarci sulla scelta giusta e non sui meriti che avremmo ottenuto in seguito. Apple dirige il suo business con i più alti standard etici, in rispetto delle leggi e delle regole imposte. Siamo veramente fieri del nostro contributo.”

Apple è veramente fiera del suo contributo. Così come i vari Musk, Zuckerberg, Gates, Bezos, tutti fieri sicuramente dei propri miliardi. Fossi in loro, parole come etica, scelta giusta, rispetto eviterei di usarle. Se non altro per decenza.

ANCHE I PUBBLICITARI, NEL LORO PICCOLO, FANNO GRANDI CAZZATE

Tutti ricorderanno il famosissimo libro di Gino e Michele “Anche le formiche, nel loro piccolo s’incazzano”. Da questo titolo, come parafrasi, nasce “Anche i pubblicitari, nel loro piccolo, fanno grandi cazzate”.

Negli anni ’60 domandarono a Jean Luc Godard cosa pensava della televisione. Era il periodo in cui la televisione, in Europa, si stava diffondendo rapidamente, un po’ come internet negli anni zero. Godard rispose che la televisione è un rubinetto, quindi tutto dipende dal liquido che ci metti dentro. Sono sicura che oggi Godard risponderebbe “La televisione è pubblicità”. Dal vecchio rubinetto, ormai, esce sempre lo stesso liquido. Stessa cosa per internet: nata come tecnologia dal potenziale stellare è stata trasformata nel Regno Universale e Banalissimo del Mercato, che, a sua volta, ha partorito il mostruoso, gigantesco Leviatano della Pubblicità contro cui non facciamo che sbattere quando cerchiamo di navigare.

Essendo la pubblicità un po’ la spina dorsale del nostro paralitico sistema, ci si potrebbe aspettare che coloro che vengono scelti e abbondantemente pagati per promuovere le merci siano persone brillanti. Non dico sempre puntuali ma nemmeno in ritardo mentale.

Spesso questi signori, chiamati “creativi”, riescono a “creare” dei veri autogoal. Senza nemmeno rendersene conto. Per premiare queste opere geniali ne abbiamo scelte tre: il top degli ultimi anni, un po’ come un podio olimpico.

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero tre, Medaglia di Bronzo

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: esempio di pubblicità minacciosa
FIAT 500X, Pubblicità uscita nel settembre 2018

Nel 2018 lo slogan di una delle tante Fiat 500 mi è apparso davanti agli occhi come una brutta allucinazione: “NUOVA FIAT 500X. IL DOMANI TI ASPETTA. OGGI.” Ho pensato: più che uno slogan questa è una minaccia. Viviamo in un mondo dove il futuro, senza esagerare, terrorizza la maggioranza della popolazione umana. Questo è il presente: riscaldamento globale e clima impazzito, per iniziare. Situazione politica e sociale disastrosa ovunque. Sovrappopolazione. Mancanza generale di lavoro in occidente e morte per fame, per acqua contaminata e medicine inesistenti in buona parte di Africa, Sud America ed Asia. Continuiamo con corruzione e nepotismo a 360 gradi ovunque volgiamo lo sguardo. Guerre di vario genere e nuova e orgogliosa proliferazione di armi nucleari. Diritti civili che si assottigliano. Il ritorno di tortura e schiavitù, come vecchi amici mai morti ma che, finalmente, possiamo di nuovo ospitare nel salotto buono.

Questo è, solo in parte, il presente. Eleviamolo al cubo e avremo il futuro prossimo. Eleviamolo alla quarta e avremo un futuro un po’ anteriore. I ragazzini di tutto il mondo fanno manifestazioni sul clima contro politici e grossi imprenditori, perché loro, quindicenni, sanno bene che un futuro orribile – costruito dai loro padri, nonni, bisnonni – li raggiungerà, e sono spaventati e incazzati. Ma i creativi della Fiat, come “Alice” di De Gregori, tutto questo non lo sanno e il terrificante, apocalittico domani hanno deciso di impacchettarlo in una graziosa e costosa macchinetta e portarlo oggi stesso qui da noi! Potevano almeno optare per: “Nuova Fiat 500X. APOCALYPSE NOW. Se non altro facevano una citazione…

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero due, Medaglia d’Argento

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: esempio di pubblicità disastrosa
La cinese di Dolce & Gabbana, novembre 2018

Parafrasando Garcia Marquez, potremmo definirla “Cronaca di un disastro annunciato”. Nel novembre 2018 i creativi del duo Gabbana e Dolce sono stati strapagati per creare un video che promuovesse la grande sfilata con gala che, di lì a poco, avrebbe avuto luogo in Cina. Esito dell’operazione: i pubblicitari sono riusciti ad offendere mortalmente un miliardo e mezzo di cinesi, senza contare i neonati. Nemmeno se la pubblicità fosse stata progettata da Donald Trump in persona avrebbe raggiunto un tale risultato!

Perché “disastro annunciato”? Perché tutti, perfino gli abitanti di Tristan da Cunha, l’arcipelago più lontano da ogni altra terra emersa, sanno che i cinesi, dietro ai loro modi ossequiosi, sono tutt’altro che miti e remissivi. Lasciamo stare la momentanea umiltà profusa dalla classe dirigente cinese a causa del coronavirus di Wuhan: un profilo basso che durerà solo il tempo di bloccare l’epidemia o di infettare il resto della popolazione mondiale. I cinesi, al contrario di noi italiani hanno un senso molto forte della loro identità nazionale e, come popolo, s’incazzano facilmente, sono storicamente vendicativi e possono permettersi di esserlo. Nonostante questa consapevolezza, che cosa hanno inventato i creativi di Dolce e Gabbana? Una modella cinese, nemmeno troppo carina, appena uscita da una Cina non solo antica ma soprattutto assurda, inesistente, così come se l’immaginano solo loro, che ridendo come si fosse appena fumata una canna, prova e riprova, senza riuscirci, a mangiare con le bacchette una pizza, un piatto di spaghetti (alimento, fra l’altro, inventato dai cinesi) e il più grande cannolo siciliano mai visto. Guardando quel video, abbiamo tutti pensato: “Ci sono solo due possibilità: la cinese è strafatta o completamente scema. Terza ipotesi, entrambe le cose”.

Attenti a quei due!

DOLCE & GABBANA CHIEDONO SCUSA ALLA CINA

Ma la storia non finisce qui. Diventa una vera epopea. Di fronte alla prevedibile ira funesta dei cinesi, gli illustri stilisti hanno reagito da umiliati e offesi. Gabbana ha twittato, in un inglese terrificante, cattiverie inenarrabili, con tanto di emoticon a forma di cacca per definire la Cina e chiamando i cinesi razzisti perché mangiano i cani mentre noi, invece, li amiamo e rispettiamo (sì certo, raccontalo ai canili lager e a tutti i cani abbandonati).

Vabbè. Di fronte ai tweet al cianuro di Gabbana, i p.r. di “attenti a quei due”, geniali come i creativi creatori della cinese demente, hanno raccontato la classica madre di tutte le cazzate, ovvero il solito hacker che si insinua oggi qui domani là, finito nell’account dello stilista e sbizzarritosi nell’insultare la Cina. Dopo questo pietoso racconto hanno costretto i due sarti a fare un video dove, seduti di fronte a un muro dalla tappezzeria che fa pensare a un vecchio bordello turco, cupi come mucche in coda dietro alla mucca Giuda, cercano di scusarsi con la Cina. Ma senza crederci, come risulta evidente. Ma almeno – ed ecco la buona notizia – parlando in italiano e non in inglese. 

“ANCHE I PUBBLICITARI” numero uno, Medaglia d’Oro

ANCHE I PUBBLICITARI NEL LORO PICCOLO FANNO GRANDI CAZZATE: la giovane Molly e le capsule molli
Pubblicità delle Moments molli, 2011

Ricorderete tutti la pubblicità del 2011 delle – allora – nuovissime compresse d’ibuprofene Moments molli. In realtà uguali alle Moments vecchie, ma liquide invece che solide e quindi più rapide nel togliere il dolore. Potevano chiamarle liquide, rapide, morbide, duttili, tenere, soffici o vattelapesca ma hanno scelto “molli”. Scelta probabilmente casuale, chi può dirlo? Ciò che è sicuro è che questa parola ha suggerito ai brillanti creativi il promo perfetto.

Chi non ricorda la ragazza americana di nome Molly che va a trovare il suo ragazzo italiano? I due giovani devono uscire ma Molly ha un gran mal di testa; il ragazzo, però, le fa ingerire una delle Moments molli e Molly si sente subito bene tanto che i due partono allegramente in scooter. Passando davanti a una farmacia Molly vede in vetrina la promozione delle Moments molli, e urla col suo accento americano: “Guarda, molli!!!” E tutti e due ridono come scemi.

Dall’inizio alla fine della pubblicità la parola “molli” viene pronunciata continuamente. Una specie di mantra, creato apposta dai pubblicitari ingaggiati dalla Casa Angelini per far rimanere ben impresso il nuovo concetto nella mente della gente. Riusciti, ci sono riusciti. Qual è il problema, allora?

ANCHE I PUBBLICITARI: Molly di varie forme e colori: tutte anfetamine, comunque
MOLLY

Molly

Il problema è che la parola molly, negli Stati Uniti prima e subito dopo in Europa, in Australia e probabilmente anche nel bel mezzo del Sahara è diventata, già da ben più di dieci anni, sinonimo di anfetamina. Dalla MDMA o ecstasy, passando per tutte le varietà possibili e immaginabili di pasticche nate per “andare veloci”, molly significa anfetamina, e quindi droga. Non sto parlando di un nomignolo conosciuto solo in ambienti tossici e ristretti: negli Stati Uniti – per capirci – anche i bambini delle scuole medie sanno cosa è molly. Perfino qui da noi, basta guardare una serie televisiva qualsiasi con dialoghi italiani (Two broke girls, Elementary, Animal Kingdom, Law & Order, Euphoria, Shameless, Prodigal Son, solo per citarne alcune) per sentir nominare più volte molly in quel senso. Inoltre non si tratta di una droga leggera come la cannabis, ma, al contrario, di una droga molto pericolosa, ed essendo considerata anche droga da discoteca viene usata da molti con superficialità. Qualcosa che – in effetti – sarebbe meglio non pubblicizzare ogni due minuti in televisione. Se poi consideriamo che, sia nel caso dell’anfetamina sia nel caso dell’ibuprofene entrambi i principi attivi vengono consumati principalmente tramite pasticche, l’incredibile gaffe suona ancora più evidente.

Ad ogni modo, dopo più di due anni di continui spot in tema, i signori dell’Angelini devono aver scoperto che stavano spendendo un sacco di soldi per pubblicizzare il narcotraffico, e la giovane Molly, così com’era arrivata, è improvvisamente sparita.  Proprio dall’oggi al domani. In ogni caso nessuno può togliere ai suoi creatori la nostra medaglia d’oro, decisamente più che meritata…   

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