Legendary Vol 1 Quinta Puntata

Capitolo Sei

“La sola cosa che la sua mente ebbe bisogno di fare fu accogliere la luce”

Con l’avanzare della gravidanza, giorno dopo giorno, il corpo di Betelgeuse diventava più debole, e di fronte a questo Mya si sentiva impotente.   

“Sei malata per colpa mia?” le chiese dopo un po’.

 La domanda della figlia destò Betelgeuse dal torpore in cui ormai passava quasi per intero le sue giornate.

“Non è colpa tua, figlia, se esiste una colpa è senz’altro tutta mia! Noi che apparteniamo alla Stirpe siamo per metà Sparkling e per metà Umane. Si potrebbe pensare che le due metà convivano in armonia, ma non è sempre così. In gravidanza il feto, finché sta dentro all’utero è Sparkling al 100% mentre la madre, finché è incinta è Umana non proprio al 100% ma quasi. Sfortunatamente, portare nell’utero una creatura Sparkling è un compito troppo duro per un corpo da Umana“

“Ma Rigel come ha fatto quando sei nata tu?” domandò Mya.

“Rigel aveva 160 anni terrestri quando mi ha partorito, con tutta l’esperienza, le capacità e il Potere che ne deriva. Io ne ho solo 25. Capisci da te la differenza”

Il comportamento di sua madre era stato così assurdo che non riusciva proprio a comprenderlo: perché affrontare una maternità killer? Avrebbe voluto chiederle una spiegazione ma Rigel intervenne mettendole a tacere entrambe.

“Recriminare non serve, è stupido e inutile. Inoltre, le cose non sono mai – mai – così come appaiono. Potrebbero essere stati gli Eterni a volere questa gravidanza, per ragioni a noi ancora oscure.  O chissà cos’altro ancora. Beh, adesso devo uscire, devo incontrare qualcuno. Figlia, torna a letto, hai bisogno di dormire.”

Nelle ultime settimane di gravidanza le forze di Betelgeuse si erano affievolite sempre di più. Sapeva da tempo che non sarebbe sopravvissuta alla nascita della figlia, ma aveva sperato almeno di aiutare Mya nel momento fondamentale, quello del parto. Betelgeuse non aveva paura della morte, nessuno Sparkling ne aveva: sapevano bene che ognuno di loro aveva un percorso da compiere, un lungo percorso che difficilmente si sarebbe potuto compiere nel corso di una sola vita, ancorché lunga come quelle della loro specie. A volte, se il Potere accumulato in vita era tanto, dopo la morte il loro spirito aveva la possibilità di scegliere il corpo in cui reincarnarsi. Betelgeuse, ad esempio, era sicura che nella sua prossima vita avrebbe avuto ancora modo di incontrare Mya e Rigel, e questa consapevolezza l’aiutava ad accettare serenamente la sua prossima fine.  

Quando arrivò il momento di nascere, Mya chiamò la madre ripetutamente ma lei non riusciva a svegliarsi. Allora chiamò Rigel, che al momento si trovava piuttosto lontana.

“Secondo i miei calcoli dovrebbe mancare ancora una settimana” disse Rigel.

“Mia madre non ha una settimana. In realtà credo proprio che abbandonerà il suo corpo oggi, e io devo uscire prima che accada” rispose Mya.

“Se le cose stanno così devi nascere il prima possibile – sospirò Rigel, che intanto era salita in auto e correva verso casa – e credo anche che dovrai fare tutto da sola … io non riuscirò ad essere lì prima di qualche ora, ma sarò in contatto con te tutto il tempo “

Quando una Sparkling si accingeva a partorire, la mente della madre e quella del figlio si univano e il Potere sprigionato da quell’unione trasformava in una via larga e confortevole il percorso che nel parto il bambino compie dall’utero alla vagina.  Ma adesso Mya era sola e non riusciva a trovare dentro di sé la forza necessaria: la forte empatia che provava per la madre moribonda non le permetteva di reagire. Inoltre l’idea di abbandonare per sempre la sua tana, piccola e buia ma familiare, era spaventosa. Improvvisamente aveva paura, una gran paura di nascere.

Intanto Betelgeuse dormiva un sonno molto simile al coma, e mentre il suo corpo era in agonia, la sua mente si preparava ad abbandonarlo, ricordando i momenti più belli e riflettendo un’ultima volta sulla sua vita ormai obsoleta. Betelgeuse rievocò il periodo in cui, bambina, aveva vissuto con Rigel in cima ad una montagna. Ogni singolo attimo di quel periodo era stato per lei pura gioia: scivolare nella neve, farsi trascinare dal vento, chiacchierare con animali e alberi, per non parlare della coppia di aquile con cui aveva stretto una vera amicizia, che meraviglia, che nostalgia! In quel momento ebbe un’illuminazione, una vera epifania. Si rese conto che ogni singolo pianeta del Multiverso era stato emanato con un suo perché, una sua raison d’être: Piccolo Cosmo, ad esempio, era nato per essere l’astro del Potere, della Consapevolezza, una piccola e meravigliosa roccia magica, e i suoi abitanti avrebbero vissuto per seguire un percorso d’illuminazione e raggiungere l’Eternità.

Terra, invece, era il pianeta della Carne, dove tutto è conflitto, declino e decomposizione, e le creature terrestri avevano in sorte sofferenza e dura lotta. Capì quindi che quell’eccezionale felicità provata da bambina era stata il suo primo errore: tutto quello che era avvenuto dopo non poteva che finire male.

Questo fu l’ultimo pensiero che la coscienza di Betelgeuse concesse al suo corpo. Subito dopo l’abbandonò.

Nel momento in cui la madre moriva, il freddo penetrò nel nido di Mya e una sensazione sconosciuta, una via di mezzo fra la disperazione e l’apatia s’impossessò della sua mente.

Rigel manda la cornacchia da Mya

“Non credo di potercela fare, Rigel, no, non è proprio possibile, mi dispiace” la voce di Mya arrivò come un sussurro nella mente della sua due volte madre.

Rigel pensò rapidamente ad una soluzione: se fosse stata a casa avrebbe facilmente potuto aiutare Mya, ma inutile farsi illusioni: poteva spingere il piede sull’acceleratore come una pazza, ma non sarebbe mai riuscita ad arrivare prima di tre o quattro ore. Poteva inviare il suo doppio astrale, ma sarebbe stato inutile: un doppio astrale può viaggiare fino alle colonne d’Ercole del Multiverso, se vuole, ma i suoi unici Poteri sono viaggiare, parlare e osservare. Nient’altro. Infine decise. Scese dall’auto e si guardò intorno: si trovava in uno stradone di campagna e non c’era nessuno nelle vicinanze. Si concentrò per un certo periodo, ripetendo un canone, tenendo stretto in mano il medaglione che aveva al collo e alzando al cielo l’altro braccio.

“Amico uccello, raggiungimi!”  gridò con la mente, rivolgendo lo sguardo al cielo, mentre l’atmosfera si faceva silenziosa e perfino il vento si fermava, finché dall’orizzonte arrivò in volo una grossa cornacchia che le si appollaiò sulla mano alzata. Rigel accarezzò la cornacchia per qualche minuto, parlandole nella lingua dei corvidi e chiedendole di prendere in consegna un messaggio davvero speciale: una dose di Potere extra da consegnare a Mya, in modo da permetterle di abbandonare l’utero della madre.

Quindi Rigel soffiò il Potere nel becco spalancato dell’uccello, poi le accarezzò ancora la testina e subito dopo la cornacchia partì in volo. Da quel momento Rigel riuscì a seguire il percorso della bestiola come se le avesse inserito una telecamera fra gli occhi. La cornacchia volava veloce e Rigel invocò il Potere del Vento che iniziò a spirare nella giusta direzione, cosa che aumentò di molto la velocità dell’uccello.

Poco dopo atterrò sulla finestra della casa di Rigel e con un forte colpo di becco spaccò il vetro ed entrò in casa. Trovò rapidamente il corpo di Betelgeuse, sdraiata sul letto, senza vita. La cornacchia salì sulla sua pancia e mosse un pochino le zampe finché non fu in una posizione stabile.

Mya intanto si era raggomitolata all’interno dell’utero e non aveva più risposto ai richiami di Rigel, impedendole inoltre di leggerle nella mente. Era completamente chiusa in se stessa, impenetrabile come una fortezza.

la cornacchia rilascia nel corpo di Betelgeuse il Potere inviato da Rigel

Finalmente la cornacchia aprì il becco e con un grido che squarciò il silenzio rilasciò quello che Rigel le aveva affidato: una spirale di tiepido vapore saturo di Potere raggiunse Mya, che non si accorse di nulla; il Potere penetrò nelle sue cellule e arrivò rapidamente al sangue. A Mya apparve un raggio di luce in fondo all’oscurità in cui era immersa e la sola cosa che la sua mente ebbe bisogno di fare fu accogliere la luce.

la luce appare a Mya

La via si aprì: grande, spaziosa, confortevole. All’inizio Mya gattonò, poi si alzò in piedi e iniziò a correre, in una giornata di sole su di un lungo ponte, sotto cui scorreva un fiume azzurro. La luce assieme al riverbero dell’acqua la costringeva a coprirsi gli occhi per quanto era abbagliante.

Quando li riaprì era fuori dal corpo di Betelgeuse: una bella bambina di quattro chili con tanti capelli neri come ebano, il tutto assolutamente in linea con una qualsiasi neonata umana. Però sapeva già camminare, usare le mani con destrezza, parlare anche se con un linguaggio ristretto, proprio come ogni neonato Sparkling. In più Mya aveva già un livello eccezionalmente alto di Potere, e questo non aveva precedenti fra gli Sparkling.

Aveva ancora il cordone ombelicale attaccato, e usando l’indice come se fosse un laser se lo staccò di dosso. Poi si guardò intorno e vide la cornacchia appollaiata su Betelgeuse; la guardò con un certo stupore e domandò, usando la sua voce per la prima volta:

“Rigel?”

La cornacchia fece un grido e volò via. Vagamente confusa Mya si accostò alla madre morta e le prese una mano. Le sue prime sparks, sorprendentemente già di un bel violetto misto a fucsia, iniziarono a scorrerle lungo le guance, proprio come lacrime, che gli Sparkling non possedevano.

Qualche ora dopo, quando Rigel arrivò a casa, trovò ancora Mya in quella posizione. Fino a quando la cornacchia era rimasta in casa aveva avuto una visuale perfetta di quello che succedeva, e sapeva già che bellissima e perfetta bambina fosse Mya. Sapeva anche che sua figlia, la coraggiosa, impulsiva, ribelle, affascinante Betelgeuse non abitava più in quel corpo.

“Piccola amata Mya – disse Rigel sorridendo – eccomi, Rigel sono io“

“Io, sai, non ti avevo mai vista…” balbettò Mya.

Rigel si sedette accanto al corpo di Betelgeuse ed iniziò a pettinarle i bellissimi e lunghi capelli neri.

“Tua madre era molto fiera dei suoi capelli – spiegò Rigel a Mya che osservava ogni sua mossa con gli occhi spalancati – adesso mi prenderò cura del suo corpo per l’ultima volta.”

“Non so che cosa devo fare, non so adesso cosa accadrà, sono così tante le cose che non so!” esclamò Mya con una certa inquietudine.

“Per forza! Sei appena nata! – rispose Rigel – non ti preoccupare, per adesso sarò io a spiegarti cosa faremo e cosa accadrà. Sai, se tu fossi nata ad Abatos, come prima cosa faresti una doccia sotto l’acqua sacra, e subito dopo berresti un bicchierone di succo di hagalj mischiato con acqua sacra. Ora, per quanto riguarda la doccia con l’acqua sacra, siccome siamo sulla Terra esterna, dovrai accontentarti di acqua normale. Tiepida, oppure calda, o se la preferisci fredda, ma solo e comunque acqua normalissima. Ma siccome sei per metà Umana andrà bene lo stesso. Invece, essendo per metà Sparkling, non potresti mai nutrirti di latte come fanno i neonati Umani: il latte ti ucciderebbe. Noi Sparkling ci nutriamo solo di liquidi, e principalmente di liquidi tratti da una specie di frutto, l’hagalj, che gli Eterni portarono sulla Terra dal loro pianeta, centinaia di migliaia di anni fa e che ora come ora cresce solo ad Abatos, dove si sviluppa rigoglioso. Noi Sparkling che viviamo sulla superficie del pianeta, crescendo, impariamo a nutrirci di altre erbe e frutti che frulliamo e beviamo, ma nei primi mesi di vita anche noi abbiamo necessità di hagalj, possibilmente mischiato insieme ad acqua sacra: infatti ero andata a procurartelo quando Betelgeuse è morta.”

Rigel tirò fuori dal grosso zaino che si era portata dietro un barilotto di legno, con fatica lo appoggiò sul tavolo e dalla credenza prese un bicchiere di cristallo.

“Questo barile pesa tanto perché internamente è tutto foderato di cristallo – disse mentre apriva il recipiente e versava il liquido nel bicchiere –  infatti il cristallo è l’unica materia che può toccare l’acqua sacra senza contaminarla, e quindi ricordati sempre di versarlo in questo bicchiere: ecco qua, hagalj e acqua sacra … bevilo e ti sentirai meglio”

Mya afferrò lo stelo del grosso bicchiere con entrambe le mani da bambina e bevve quel liquido fucsia tutto d’un sorso. Non si era ancora resa conto di avere una tale sete.

“Il sapore dell’hagalj non mi giunge affatto nuovo” disse, mentre con la lingua si puliva i “baffi” rosa.

“Il prossimo bicchiere potrai prenderlo fra sei ore, poi dopo dieci – le spiegò Rigel – se ne bevessi troppo ti farebbe crescere in modo eccessivamente rapido”

La verità è che in ogni caso una Sparkling, anche se per metà umana, sarebbe comunque cresciuta in modo estremamente più rapido di un qualsiasi neonato umano. Rigel ricordava bene come Betelgeuse, nel giro di 24 ore, avesse già assunto l’aspetto di una bambina Umana di un anno; dopo un mese quello di una bambina di quattro anni e dopo un anno quello di un’Umana di dieci anni. Da quel momento in poi, la crescita fisica si era uniformata a quella umana. Il periodo, quindi, in cui non bisognava assolutamente far vedere la bambina agli Umani durava un anno circa. Quando era nata Betelgeuse, Rigel viveva in una zona selvaggia, senza Umani nelle vicinanze e non correva nessun pericolo che qualcuno si accorgesse di quella crescita straordinaria. In seguito non aveva mai mandato alla scuola degli umani la figlia. In breve, l’aveva cresciuta come una Sparkling, senza curare minimamente la sua metà Umana, e ora sapeva che era stato quello il suo grande errore. 

Adesso abitavano in una zona non così isolata: nelle Great Blue Hills, in Massachusetts, in una delle ex casette dei guardiani della riserva naturale, casa ormai distrutta e fatiscente ma rimessa a posto da Rigel che aveva avuto il permesso di utilizzarla in cambio della sua grande esperienza nella cura delle piante della foresta. Le autorità erano soddisfatte perché alberi e sottobosco non erano mai stati così floridi come da quando li curava Rigel, e le Sparkling della stirpe delle Portatrici, in cambio, vivevano immerse nella natura (cosa fondamentale per loro), ma a pochi chilometri da una cittadina della contea di Norfolk, dove, di lì a un anno, Mya sarebbe andata a scuola insieme ai bambini Umani di dieci anni. La scuola umana non aveva granché da insegnare alla piccola Sparkling, ma l’importante era la parte sociale, il contatto con gli Umani, proprio come fosse stata una di loro.

Intanto Mya si era lavata e vestita, con una sorta di tutina appartenuta a Betelgeuse da neonata. Aveva radiografato la casa con la sua incredibile mente e trovato rapidamente ogni cosa.

“Adesso, due volte madre, dobbiamo preparare e cremare il corpo di mia madre” disse poi, seriamente.

“Sì, il momento è arrivato – sospirò Rigel – e … Mya, visto che fra non molto dovrai conoscere gli Umani e soprattutto sembrare una di loro, dovrai abituarti, in presenza di Umani, a chiamarmi nonna, che è il loro termine per dire due volte madre”

Mya sorrise raggiante. Per qualche strano motivo l’idea di conoscere gli Umani le piaceva.

“Nonna! – esclamò – è veramente una bella parola!”

LEGENDARY Vol.1 Prima puntata

di Sandra Azzaroni

“Legendary” è un romanzo che ho scritto una decina di anni fa. Il genere è una via di mezzo fra Sci-Fi e Fantasy, qualcosa non facilissimo da etichettare. La storia si svolge ai nostri giorni – pre-pandemia, ovviamente – e si ispira alla teoria del Paleo-Contatto e alla teoria di Agarthi o della Terra cava, ma sono solo ispirazioni: la storia prosegue in modo del tutto indipendente, con un susseguirsi di avventure umane e aliene. Legendary può piacere agli adulti ma anche ai teen-agers, e i protagonisti sono due giovani adolescenti, lui umano, lei no.
Sono costretta a partire da un presupposto: oggi il 99% degli editori “piccoli” pubblicano solo se è l’autore a pagare, mentre i big, quando pubblicano autori italiani, lo fanno solo con autori italiani già famosi, o anche sconosciuti come scrittori ma dal nome o cognome famoso, persone piene di amicizie e conoscenze che garantiranno un’ottima pubblicità (tutta sulle spalle degli autori, comunque). Le persone come me (né vip né radical chic e neanche chic senza radical) sanno già che se mandano un manoscritto l’editore non glielo leggerà. La maggioranza degli editori big, tipo Feltrinelli, i manoscritti, ormai da tanti, tanti anni non ti permettono nemmeno più di inviarli (in questo sono meno ipocriti di altri). Gli agenti letterari, se non sei nessuno né un possibile oggetto che faccia marketing non ti vogliono vedere nemmeno in cartolina. 

Non sapendo che fare con questo libro (quando iniziai a scriverlo doveva essere solo un trattamento da sottoporre, tramite una comune amica, a una coppia di registi americani specializzati in sci-fi – ed ecco perché buona parte si svolge in US – ma poi la cosa è saltata e io ho deciso di farci un romanzo; una volta terminato, vista l’impossibilità di farlo pubblicare senza spendere denaro ho pensato all’autopubblicazione, ma in Italia il genere sci-fi è poco amato, e, essendo abbastanza lungo, farlo tradurre in inglese mi costava troppo. Ho deciso quindi di utilizzare il mio blog e fare un esperimento pubblicando a puntate “Legendary”. Per rendere questo “romanzo a puntate” più gradevole ho scelto dei disegni da inserire e perfino alcune canzoni come soundtrack, quasi fosse una serie TV. Ovviamente disegni e musica non mi appartengono e non fanno parte del libro ma vengono utilizzati solo qui nel blog. Posterò su Ostinata e Contraria due puntate a settimana, a volte tre. Ovviamente tutti i diritti del romanzo, della parte scritta, appartengono alla sottoscritta Sandra Azzaroni e sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione scritta è vietata.

Spero che lo leggiate e che la storia vi piaccia. Possono leggerlo anche adolescenti e bambini abituati alla lettura.

Per avere un’idea dello stile, ecco qualche riga dal capitolo Venti“FRA TUTTI GLI APPARTENENTI A QUESTO MONDO SONO POCHISSIMI QUELLI CHE, FACENDO QUESTA CONOSCENZA, NON PERDEREBBERO LA MENTE”

Dormiva già da qualche minuto quando, nel sogno, si ritrovò a correre. Correva a gran velocità, ma in quella corsa c’era qualcosa di strano e ben presto comprese il perché: attraversava una radura a capofitto, correndo a quattro zampe. Era una lupa grigia e correva per sopravvivere, dando la caccia, insieme al suo gruppo familiare, ad una grossa e veloce femmina di wapiti. Continuando ad accelerare, lanciò uno sguardo al suo compagno: ormai, per capirsi, bastava un’occhiata o un’immagine inviata telepaticamente. Erano una coppia fedele già da qualche anno e avevano messo al mondo ben quattro nidiate di piccoli lupi. Insieme avevano conosciuto fame, freddo, gelo, malattie e il dolore di veder morire i propri figli, per non parlare della paura dell’uomo, che da sempre cercava di sterminarli. La lupa e il suo compagno spinsero la wapiti nella direzione in cui l’aspettavano i loro giovani figli. La caccia rappresentava la vita stessa, e la vita era incredibilmente dura, oltre che subdola e ingiusta. Il gruppo familiare dei lupi non mangiava da giorni, e se non fossero riusciti a catturare quella cerva dopo aver speso le loro ultime energie le cose si sarebbero messe molto male.

Il sogno di Mya era più che vivido: provava la fatica della corsa, sentiva il sudore bagnarle il sottopelo, aveva nelle narici l’odore della wapiti e l’adrenalina le pulsava nel cuore. Poi qualcosa cambiò e Mya si trovò a vivere nel corpo e nello spirito della cerva in fuga. Era una cerva adulta, nel pieno della vita: nel suo utero stava crescendo un piccolo wapiti, ma era stato concepito da pochi giorni e il suo ventre non ne portava ancora il segno. La cerva era molto veloce, e i suoi zoccoli sembravano solo sfiorare il terreno da quanto galoppavano al massimo della velocità. Mya sentiva il cuore battere all’impazzata, per la fatica e per la paura, finché intuì che i due lupi che la braccavano stavano perdendo terreno, e per due o tre attimi pensò che ce l’avrebbe fatta. Sì, lei e il suo feto di cerbiatto potevano vivere, almeno per quel giorno. Ma poi, davanti a lei, apparvero tre giovani lupi che le bloccarono il passaggio. Mya si impennò e rapida girò la testa prima a sinistra e poi a destra, alla disperata ricerca di una via di fuga, ma i cinque lupi si erano posizionati tutti intorno a lei: l’avevano accerchiata e la folle corsa era finita. Il lupo maschio, da dietro, le saltò addosso e affondò zanne ed artigli fra natica e ventre, facendola cadere a terra. A quel punto arrivarono gli altri quattro e iniziarono a sbranarla. La wapiti ci mise alcuni minuti a morire e in quei minuti Mya provò la sofferenza, la disperazione e infine la rassegnazione della cerva che veniva divorata, ma allo stesso tempo provò anche le sensazioni della lupa: la fame finalmente placata, il gusto del sangue e della carne in bocca e il sollievo di vedere figli e compagno finalmente a stomaco pieno. Mya era la preda ed il predatore e provava, quindi, l’orribile sensazione di divorare se stessa.”

LEGENDARY

Prima Puntata

Prologo

Un’antica leggenda narra che la Madre del Multiverso, fluttuando fra i milioni di cosmi che lo rendevano infinito, immaginò un piccolo pianeta eccezionale, così perfetto da volerlo chiamare “Piccolo Cosmo”, e subito estrasse dalla sua visione un esiguo gruppo di creature a cui dare il privilegio di crescere e prosperare in quel mondo.

Alaph e Taw, poco più che bambini, avevano l’onere di guidare la loro gente, ma pur essendo fratello e sorella non potevano essere più diversi l’uno dall’altra, fisicamente e caratterialmente.  Alaph, il fratello, non aveva un fisico né alto né possente, la sua pelle era bianchissima, il cranio perfettamente ovale con capelli color platino sottili come fili di seta. Taw, la sorella, aveva la pelle scura, color caramello, una corporatura alta e muscolosa, il cranio allungato e capelli cortissimi.

Gli occhi di entrambi erano grandi, lievemente a mandorla, neri come onice con lunghe e folte ciglia, ma le pupille di Alaph erano rettangolari, mentre quelle di Taw ricordavano quelle dei felini. Inoltre, dagli occhi di Taw provenivano le sparks, particelle fatte di una materia leggerissima e luccicante, racchiusa al posto delle ghiandole lacrimali.  Le sparks avevano una prerogativa: col buio o in particolari situazioni emotive uscivano dagli occhi e, quando erano tante, iniziavano a fluttuare incorniciando il volto come una strana danza di lucciole argentate, color fucsia o viola. Gli occhi di Alaph, invece, non avevano sparks né lacrime.

La Madre che li aveva emanati parlò loro spiegando che, di lì a breve, sarebbero diventati capostipiti di due popoli con le loro stesse fattezze e gli appellativi presi dai loro nomi: gli Alaph e i Taw.

“Presto conoscerete la pioggia sacra di Piccolo Cosmo: un liquido viola che scende dal cielo e che porta a chi si bagna con esso salute, giovinezza e vita lunghissima. E poi, soprattutto, imparerete ad amare quella materia meravigliosa che chiamerete Potere: qualcosa di invisibile che scorre nell’acqua, nell’aria e nelle rocce di questo pianeta oltre che, evidentemente, nell’energia animata di cui è composto l’intero Multiverso. Presto scoprirete che il Potere risiede anche nelle vostre cellule e scorre nel vostro sangue, e con l’aiuto di questa sostanza miracolosa ma anche e soprattutto grazie al vostro impegno voi conoscerete, se lo vorrete, il lungo viaggio quotidiano che vi eleverà fino al Risveglio, quando riuscirete a vedere Me e tutte le cose così come sono veramente. Dopo aver percorso questo sentiero a forma di spirale riuscirete a tornare dentro all’Uno”.

Detto ciò, la Madre si smaterializzò e tornò a fluttuare nel Multiverso. Ma Alaph, Taw e le altre creature, non appena rimasero soli, provarono un dolore così forte per quella separazione che iniziarono a disperarsi. La Madre del Multiverso, che ha orecchie infinite disseminate negli infiniti mondi emanati, udì quelle grida disperate e tornò da quelle creature che come la videro la pregarono di restare per sempre con loro:

“La vita senza di Te è solo dolore e non c’è acqua sacra, non c’è Potere, non c’è mondo né idea di futuro che possa renderci l’esistenza tollerabile”.

La sofferenza di quelle giovani creature la commosse così tanto che decise di far loro un dono. Un dono eccezionale.

“Alaph, Taw, avvicinatevi – disse porgendo a ciascuno dei due un piccolo astuccio che conteneva quello che, a un primo sguardo, poteva sembrare una pietra rossa – in ognuna di queste due piccole custodie c’è una parte di me. Se io fossi fatta come voi di sangue e carne, qui ci sarebbe il mio sangue e la mia carne… si tratta quindi di Materia Divina, che potete anche chiamare Sattva. Ognuno di voi due avrà la sua Sattva perché siete due esseri distinti, ed i vostri popoli saranno due popoli distinti, anche se auspico che collaborerete sempre fra di voi, senza mai dimenticare la fratellanza che vi lega: in questo modo non farò torto né agli Alaph né ai Taw. Mi raccomando: non dovrete mai provare a toccarla senza la copertura, perché la Sattva vi ucciderebbe all’istante. Per finire, ricordate sempre che in tutto il Multiverso nessuno possiede niente di così prezioso e potente: custodirete la Sattva con amore e, se il caso dovesse richiederlo, sacrificherete la vostra vita per tenerla al sicuro. Quindi la tramanderete al vostro erede, che a sua volta la tramanderà al suo erede e così via e un giorno, quando sarete pronti, capirete come e perché usarla. Forse ci vorranno centinaia di migliaia di vite, forse ci vorrà un Ciclo Completo perché il vostro Spirito riesca a capire come adoperare l’infinito Potere racchiuso in questi piccoli astucci, ma quel momento arriverà. Nel frattempo, seguirà le vostre prerogative e renderà più facile ogni vostra ricerca, molto più vicino ogni traguardo, immediata la focalizzazione e la consapevolezza ma, soprattutto, con la Sattva fra voi, non vi sentirete mai soli, abbandonati o disperati”.

Primo Capitolo

“La vita era uno stato di torpore che l’avvolgeva come nebbia calda”

Betelgeuse incinta

Nei suoi primi ricordi la vita era uno stato di torpore che l’avvolgeva come nebbia calda. Vedere, non riusciva a vedere granché perché all’interno dell’utero l’oscurità era assoluta, ma le orecchie, invece, erano sempre all’erta come piccole antenne, e captavano continuamente rumori, a iniziare dal suono sordo e ritmico che le batteva accanto. 

Fino ad allora il tempo, per lei, ancora non esisteva e se fosse stata in grado di raccontare la sua vita l’avrebbe forse descritta come un sogno senza alcuna consapevolezza di sé. Ma poi, quasi improvvisamente, nella sua mente aveva preso forma un linguaggio: ora dopo ora centinaia di parole e concetti nuovi, senza sforzo alcuno si erano posizionati nei cassetti e negli scomparti del suo cervello, con ordine, come libri su una mensola. Tempo e spazio, adesso, erano fuori e dentro di lei e ogni cosa iniziava ad avere una sua motivazione. Nello stesso momento le era nato il desiderio di sperimentare, ma l’unico senso che poteva già usare era solo l’udito. Ma anche utilizzando le orecchie e basta c’erano un sacco di cose da scoprire, analizzare, decodificare: ora sapeva, ad esempio, che quel rumore sordo, ritmico e continuo che la faceva sentire al sicuro era il cuore della creatura che l’ospitava, sua madre. Aveva rapidamente imparato a distinguere le varie voci: rauca, dalle tonalità basse, accattivante la voce di Betelgeuse, sua madre; sottile, armoniosa come musica, coinvolgente la voce di Rigel, madre di Betelgeuse e due volte madre nei suoi confronti.

 “Probabilmente vorrai sapere qual è il tuo nome, ma vedi, il nome è una cosa importante, talmente importante che non siamo noi a poterlo scegliere… mai, in nessun caso” le aveva detto Betelgeuse.

“Prima o poi, quando il momento sarà quello giusto, gli Eterni ti appariranno e conoscerai il tuo nome” aveva aggiunto Rigel.

In verità lei non si poneva domande né cercava di risolvere quesiti; la sua mente era ancora innocente, uno strumento per raccogliere dati e al massimo sistemarli con ordine.  Ma infine, la Visione arrivò: in seguito non avrebbe saputo dire se l’avesse raggiunta nell’ambito di un sogno o se avesse semplicemente preso forma nella sua testa. Una donna e un uomo dalla pelle scura ma allo stesso tempo luminosa, con grandi occhi neri la guardavano in silenzio. In qualche modo li conosceva e sapeva i loro nomi: Mintaka e Alnitak. Sempre rimanendo in silenzio, i due Eterni le parlarono, o meglio: la loro mente parlò e la mente di lei comprese ogni parola, anche se, una volta analizzato e memorizzato il discorso, decise che per adesso l’avrebbe dimenticato, pur tenendolo al sicuro in uno scomparto del cervello.  La sola cosa che per ora doveva ricordare era il suo nuovo nome. E per la prima volta, usò il suo nuovissimo sesto senso e parlò nella mente di Rigel e Betelgeuse:

“Gli Eterni mi hanno svelato il nome. Mi chiamo Mya.”

Il nome “Mya” stupì Rigel, dal momento che gli Eterni erano soliti assegnare nomi di stelle, pianeti, nebulose, e “Mya”, per quanto ne sapesse, non poteva essere correlato a nulla di conosciuto.

Una sola cosa Rigel poteva dedurre per certo da quel nome: la sua due volte figlia sarebbe stata una creatura molto, molto speciale, e pregò il Multiverso di aiutarla a crescere quella persona così straordinaria senza fare errori. Difficilmente Betelgeuse sarebbe sopravvissuta a quella gravidanza, e Rigel non riusciva a non sentirsi in colpa per questo.

Betelgeuse intercettò il suo pensiero e le rispose scuotendo la testa:

“Smettila, madre, non sei sempre al centro di ogni cosa, accidenti! Io volevo essere una Portatrice, volevo il tuo incarico, volevo che gli Eterni si accorgessero di me e ho pensato che mettere al mondo una nuova appartenente alla Stirpe mi avrebbe fatta diventare come te… ero stupida, stupida come un’Umana stupida “

“Non è così, Betel – rispose Rigel – la verità è che il Potere ti ha ubriacata. È una cosa che ho visto accadere diverse volte a persone giovani come te, ma quando capita a Sparkling che sono Umani per metà, come noi, è quasi impossibile venirne fuori da soli. La colpa è mia, perché quando eri bambina ti ho lasciata giocare col Potere, senza controllo e senza regole. Quando sono intervenuta per cambiare le cose era già tardi.”

“No, madre! – reagì Betelgeuse con caparbietà – non riesco a spiegartelo, ma è stata come una chiamata a cui ho dovuto rispondere per forza! E a quel punto ho fatto tutto da sola con assoluta naturalezza, ma allo stesso tempo come se fossi in trance: ho usato il Potere per portare via da una clinica un flaconcino di seme Umano. Ho di nuovo usato il Potere per controllare che il DNA di quel seme fosse sano, vivace e adatto alle particolari circostanze. Ho inserito quel seme nel mio corpo e sono subito rimasta incinta. È stato tutto così semplice e diretto che a volte penso di essere stata solo uno strumento nelle mani degli Eterni, affinché questa bambina fosse concepita…”

“Questo, però, non mi discolpa – rispose Rigel – avrei dovuto guardarti dentro”.                                                                                                                                                                            

Betelgeuse sorrise:

“Non potevi guardarmi dentro, madre, conosco da tempo la tecnica per tenere chiunque fuori dalla mia mente…”

Rigel rispose al sorriso della figlia con una risata:

“Chiunque, certo, ma non me … non voglio offenderti, figlia, ma posso infilarmi nella tua testa da almeno dieci entrate diverse! Se non l’ho mai fatto è stato solo per rispetto, rispetto e fiducia, e così facendo mi sono comportata, io sì, davvero, proprio come un’Umana stupida!!!”

Le due donne scoppiarono a ridere e Mya ascoltò quelle risate con un certo stupore. In quel periodo della sua crescita i poteri extrasensoriali stavano aumentando rapidamente: si fondevano con le cellule del suo piccolo corpo con gran facilità, come se nulla di più semplice potesse avvenire al mondo. Allo stesso tempo aveva uno scarso controllo su molte dinamiche che dipendevano strettamente ed esclusivamente dai cinque normali sensi. La risata, ad esempio, la lasciava disorientata e la sua mente iniziava a porsi domande “cruciali” del tipo: “Da dove vengo? Che cosa sono? Che cos’è uno Sparkling e che cos’è un Umano?” Non che queste domande fossero impellenti. Ancora non sentiva l’urgenza di conoscere le giuste risposte, ma il Potere che iniziava a scorrere in lei, giovanissimo eppure antico come il Multiverso da cui proveniva, sapeva che solo la conoscenza di alcuni fatti basilari avrebbe fornito la chiave per crescere e moltiplicare se stesso.

Il suo Potere neonato, quindi, utilizzò i ricordi di Betelgeuse da piccola, che tramite il cordone ombelicale, passarono nella mente di Mya come immagini copiate da un computer a un altro. Semplicemente ed eccezionalmente. Le tracce delle memorie di Betelgeuse partivano dall’epoca in cui era una splendida bambina Sparkling di un anno, con l’aspetto di una piccola Umana di dieci. Lei e Rigel vivevano nello Stato americano del Montana, in una zona assolutamente selvaggia, che qualsiasi Umano avrebbe considerato inospitale e pericolosa. Abitavano sul Monte Cleveland, a circa 2500 metri d’altezza, in un piccolo chalet nascosto nel Glacier’s National Park, a 5 chilometri dal Waterton Lake, ad 8 chilometri dalla frontiera canadese e non distanti dalla riserva indiana dei Blackfeet. Betelgeuse passava le sue giornate passeggiando fra i boschi, arrampicandosi sulle pareti rocciose e saltando su dirupi e pendii sassosi, agile e leggera come un giovane stambecco, sia che l’ambiente fosse verde, in primavera e d’estate, o bianco di neve, d’autunno e in inverno. Il suo Potere aveva scelto di evolversi privilegiando la natura terrestre sopra ogni altra cosa: la piccola Sparkling conosceva il linguaggio di ogni animale e pianta di montagna, sapeva fermare una slavina, curare qualsiasi bestiola, scivolare sul ghiacciaio e farsi trascinare dal vento.  Ovviamente comunicava telepaticamente con sua madre fin dagli ultimi giorni passati nell’utero, ma non era in grado di leggere la mente di nessuno, Sparkling o Umano che fosse.

Betelgeuse da bambina a Glacier’s Park

Betelgeuse considerava il Potere qualcosa di naturale e fondamentale per la vita stessa, proprio come il sangue o l’aria, e non aveva dubbi o domande che lo riguardassero, così come non le sarebbe mai venuto in mente di voler conoscere la differenza fra globuli rossi e bianchi o il modo in cui l’ossigeno entra nel sangue. Non conosceva nemmeno la basilare differenza fra Potere Interno e Potere Esterno, e, soprattutto, non era minimamente interessata a conoscerla.

Un giorno Rigel le disse che ormai era grande abbastanza per comprendere e sperimentare nel giusto modo il Potere.

“Altrimenti non imparerai a gestirlo e tantomeno a moltiplicarlo” le spiegò cercando di renderla partecipe, mentre la bambina la guardava obbediente ma annoiata.

“Il Potere interno è quello con cui nasciamo: ci scorre nel sangue e risiede nelle nostre cellule – continuò Rigel – non può diminuire se non in rari casi, di cui parleremo poi. Naturalmente non è uguale per tutti gli Sparkling, dipende dall’età, dalle attitudini e dalle doti naturali. Inoltre, se è estremamente difficile che diminuisca, è però possibile farlo aumentare, mediante esercizi specifici ed uno stile di vita adeguato. Col Potere Interno si possono fare molte pratiche speciali, ad esempio: parlare telepaticamente con qualcuno che conosci e che si trovi a breve distanza; spostare gli oggetti senza toccarli; capire tutte le lingue di Terra grazie alla nostra lingua passe-partout… ma non le lingue di animali e piante, per quelle ci vuole il Potere Esterno, di cui ti parlerò adesso. Il Potere Esterno si trova nell’energia animata e quindi è tutto intorno a noi. Ci sono però delle fonti di Potere a cui accedere è semplice e immediato: quella che noi chiamiamo acqua sacra, un’acqua che, in questo pianeta, scorre solo nel sottosuolo, non a caso lì dove abbiamo creato il nostro Regno, Abatos. Noi Sparkling, impariamo a moltiplicare naturalmente il nostro Potere utilizzando quello Esterno, così come i bambini Umani imparano a parlare, a camminare, ad apprendere nozioni. Infatti tu utilizzi Potere Esterno quando parli con gli animali o quando ti fai trascinare dal vento. Ma per imparare ad usare dei canoni o dei comandi, oppure per riuscire a creare degli incanti, ovvero tutti metodi per ottenere azioni davvero molto speciali, ci vuole Potere Esterno e per ottenerlo occorre una grande consapevolezza”.

A quel punto Rigel si accorse che la figlia stava fremendo per uscire a giocare, e che aveva recepito solo le prime parole del suo discorso, dopo di che aveva smesso di ascoltare. Questa cosa la irritò e la preoccupò allo stesso tempo: lei doveva crescere una Guerriera, una futura Portatrice, mentre Betelgeuse era più simile ai piccoli Umani che non agli Sparkling, a parte il fatto che i bambini Umani giocavano con bambole e soldatini mentre Betelgeuse giocava col vento e con le creature della foresta.

“È arrivato il momento che questa figlia così selvaggia impari qualcosa d’importante, e da parte mia cercherò di rendere appassionante ciò che devo insegnarle come se fosse una bella storia o una favola” si disse Rigel.

Il giorno dopo madre e figlia si sedettero di fronte al camino, approfittando di una bufera invernale, e Rigel iniziò a parlare:

“Milioni di anni fa i nostri primi padri e madri vivevano molto lontano da qui, in un pianeta della Costellazione di Orione, un pianeta meraviglioso e assolutamente unico. Ma del resto, ogni pianeta, ogni astro, ogni corpo celeste è unico…”

Betelgeuse guardava fuori dalla finestra: le risultava strano che potesse esistere un qualsiasi posto nel Multiverso che fosse più bello del pianeta Terra. Lei era innamorata di quelle montagne, quei boschi, quel cielo ed era amica di ogni singola creatura animale o vegetale vivente su quella cima. Almeno per il momento, Betelgeuse non era minimamente interessata ad un’altra vita: tutto era più che perfetto così com’era!

Rigel, che ultimamente passava molto del suo tempo dentro la testa di sua figlia (che, peraltro, non se ne accorgeva minimamente) interruppe il racconto per domandarle:

“Devo proprio chiederti una cosa importante, Betel: tu veramente pensi che il Potere ci sia stato donato solo per giocare e trascorrere delle splendide giornate?” le chiese.

“Io… credo di sì – rispose la bambina serenamente – cosa c’è di sbagliato nelle splendide giornate, madre?”

Rigel sospirò e chiuse i battenti in legno sul vetro della finestra. Doveva fare un lungo discorso e aveva bisogno che la figlia non si distraesse.