PENTALFA E MUSICA

Pentalfa e Musica: simbolo Pentalfa Club
Pentalfa Club Marchio
Pentalfa e Musica: Pentalfa pitagorico, con Ouroboros al posto del cerchio intorno ai cinque alpha
Pentalfa Pitagorico

Il Pentalfa non è un nome qualsiasi o un simpatico termine esotico. Il Pentalfa è stato creato da Pitagora di Samo in persona, intorno al 500 a.C. e, graficamente voleva significare 5 alpha identici intrecciati. Alla fine del II millennio a.C. da uno dei nuovi dialetti, lo ionico-attico, in età alessandrina si sviluppò il greco ellenistico, definito “koinè” o “greco biblico”, la prima forma comune di greco; la sua evoluzione porterà al greco bizantino e infine al greco moderno.

Alla fine del II millennio a.C. questa lingua regredì a causa del crollo della civiltà micenea, lasciando il posto a ciò che chiamiamo greco antico, ossia un insieme di varianti che prendono il nome di dialetti. Il greco antico è stato indubbiamente una delle lingue più importanti nella storia della cultura dell’umanità: è stata la lingua di Omero, dei primi filosofi e dei primi scrittori dell’occidente.

Termini del greco antico sono stati presi in prestito dai Romani nella lingua latina e attraverso questi sono arrivati ai nostri giorni.

La Ricerca dell’Aρχή 

Pentalfa e Musica: Pitagora di Samo
L’irraggiungibile Pitagora di Samo

Ecco perché, come amante e studiosa dei presocratici e, in primis, di Pitagora di Samo, quando mi sono avvicinata a questa scuola di musica per la prima volta ho capito, già dal nome, che doveva essere un posto speciale.

Il Pentalfa come scuola di musica

Il Pentalfa, come scuola, a via Trionfale, in zona Roma ovest, è nata nel 2015 con l’endorsement dell’ARCI e da quel momento ha praticato in vari campi: lezioni di musica vera e propria, lezioni di danza (in particolare hip hop – break dance) teatro per bambini e adulti, corso di liuteria per bambini (idea nuova e fantastica, dal mio punto di vista) lezioni di canto, le jazz-swing jam del sabato pomeriggio, serate live, stage fino a produzioni di artisti soprattutto jazz e classici ma anche di musica pop e indie.

Dal 2015 sono passati 7 anni, pur con le soste dovute al covid, ma tutto quello che potrebbe interessarvi sapere fra i vari maestri che si sono alternati in questo periodo lo troverete nel sito della scuola http://www.pentalfa.club.spazioweb.it o anche nella pagina Facebook Pentalfa Club.

Pentalfa e Musica
Parte della sala stage di Pentalfa

Maestri: Stefano Ferri

Pentafa e Musica: maestro Stefano Ferri
Maestro Stefano Ferri

Per tornare al tema filosofico, potremmo dire che, in un certo senso, così come gli antichi presocratici cercavano l’archè, all’interno del Pentalfa Club Stefano Ferri è l’archè a cui tutti vanno dietro. Stefano, da quel che ho capito, non è solo uno dei capi se non il CEO del Club e sue emanazioni, e non è solo un ottimo maestro, ma è il classico Capo branco o lupo Alpha che dir si voglia (e insomma, torniamo sempre all’Alpha, che del resto, anche in ebraico (cfr אלפא, dove א sta per Aleph, lettera sacra) e rappresenta forse una delle lettere più mistiche e di quasi impossibile comprensione. Fra le altre cose, l’Aleph א diventa, a fine 1800 (creato dal matematico Cantor nato nel 1845 a San Pietroburgo) il simbolo dei numeri א o numeri aleph, o numeri transfiniti Cantor che indicano come nessun altro simbolo al mondo la linea retta che unisce la matematica, più di qualsiasi altra materia o disciplina alla teologia. I numeri Cantor sono comunque numeri da studiare con estrema prudenza: hanno fatto impazzire il loro creatore e non solo lui. Tornando all’alpha e a Stefano, il suo curriculum, pur accorciandolo va accennato, perché è sensazionale.

Pentalfa e Musica: Stefano Ferri
Stefano Ferri
  • Stefano ha Iniziato a suonare la chitarra classica da bambino ed è passato a 18 anni al contrabbasso, in maniera classica presso
    il Conservatorio G.B. Martini di Bologna ed in chiave Jazz presso vari
    seminari a Siena Jazz con Bruno Tommaso, Roberto Gatto e Franco
    D’Andrea.

Negli anni ’80 a Bologna ha suonato e inciso 8 album come contrabbassista con l’ Orchestra Mitteleuropa del compositore e percussionista Andrea Centazzo. Continua l’attività musicale didattica per bambini.
Suona in trio ed in varie formazioni con il chitarrista Antonio Cavicchi di Ferrara,
(attualmente insegnante di chitarra jazz al Conservatorio Frescobaldi di
Ferrara) Gianni Cavallaro e Giovanni e Sal Genovese di Palermo e con
Barbara Casini e Beppe Fornaroli in formazioni di musica brasiliana con i quali
incide un album singolo (Balangandà).
Organizza manifestazioni ed eventi jazz di importanza nazionale, tra i
quali i concerti a Bologna dell’Art Ensamble of Chicago, Billy Coban, Archee Sheep, il New York String Quartet e l’indimenticabile (come musicista e come amico) Massimo Urbani, Archie Shepp, Antony Braxton, Lol Coxhil etc..

anni ’90 – 2000

Dagli anni 90 al 2010 si dedica esclusivamente all’attività
professionale extramusicale salvo riattivare le proprie passioni musicali dal
2008.

Dal 2015 e tuttora è insegnante di chitarra classica ed acustica per bambini ed
adulti e di basso elettrico presso la scuola di Musica Pentalfa Club di Roma
Nord in Via Trionfale dove gestisce anche un laboratorio musicale per
principianti sia bambini che adolescenti, anche con gruppi di giovani
“diversamente abili”.
Nel 2017 scrive, progetta, realizza e suona nello spettacolo “FUTURE IN
THE PAST “: una performance multimediale interattiva con il pubblico con
10 musicisti, 2 attori ed un corpo di ballo, video visibile su You Tube
digitando “ Future in The Past 2.0”
Lo spettacolo performa presso l’Estate Romana ed in vari Club del Nord
Italia ed è tuttora in tour.
Nel 2017 costituisce l’ass.ne culturale EA LAB che gestisce in Zona
Trionfale/Ottavia a Roma uno studio di produzione musicale con studio di
registrazione digitale 20 canali, laboratori di formazione musicale e tecnica ed
un laboratorio di liuteria

Nel 2019 realizza il progetto musicale PENTALFA SWING BAND ( su You
Tube digitando Pentalfa Swing), una band di 10 elementi che esegue
repertorio swing ballabile e che, sino al 2021 ha tenuto piu’ di 30 concerti.
Da Nov. 2019 al Giugno 2021, mai stanco di apprendere, viene ammesso
,frequenta e termina il Corso triennale di Specializzazione in Contrabbasso
Jazz presso l’Istituto di Alti Studi Musicali del Ministero dell’Università e della
Ricerca al Conservatorio Santa Cecilia di Roma col Maestro Stefano
Cantarano ed il laboratorio triennale di liuteria col Maestro Mauro Frabbetti
specializzandosi nel restauro e costruzioni di contrabbassi . Disegna e realizza
un contrabbasso di liuteria con intarsi a mano durante l’anno 2020 ed un nuovo
strumento di sua creazione insieme al M° Cantarano, il “Penguin Bass”.
Nel 2021 idea e scrive una performance multimediale sulla storia della musica
romanesca dal ‘900 ai giorni nostri arrangiata in chiave jazz insieme ai Maestri
Civitenga ed Amoroso vincendo un Bando di Roma Capitale con tale progetto
che esordisce a fine Luglio 21.
Continua l’attività di insegnamento di chitarra per bambini presso scuole
pubbliche e private come Pentalfa Club e L’I.C. Stefanelli

Extra-musicali: Dal 2017 ad oggi EA, LAB, Apps – Roma

Dal 2018 al 2020: RAI pubblicità

Non esiste un Alpha senza un Omega

Benny Amoroso
Benny Amoroso

Benny Amoroso, ottimo suonatore di tromba, è tutto un altro tipo di maestro rispetto a Stefano. Si vede che hanno due caratteri diversi, due modi di approcciarsi alla gente ancora più diversi. Benny, oltre che molto bravo e consapevole della sua bellezza, a volte, quando impartisce ordini agli alunni della jam, ha quell’aria seria e iper concentrata che, guardandolo, fa pensare al capo di un’operazione top secret alla ricerca di chiunque sia considerato il Bin Laden di oggi.

La prima volta che l’ho visto suonare nella jam del sabato non sapevo fosse uno dei maestri, ma la sua bravura era decisamente ad un livello ben più alto di quello degli altri che mi è venuto istintivamente da chiamarlo RockStar, ma senza satira o cattiveria: Benny A. ha semplicemente tutto della rockstar, a iniziare dalla serietà cui si chiude quando suona, la poca voglia di sorridere a pubblico e band e il grande carisma che attira il pubblico a sé.

B.Amoroso
Benny e la sua tromba

A maggior ragione quando gli ho dato del lupo Omega non volevo affatto prenderlo in giro. Tutti quelli che conoscono un pochino il greco antico sanno che alpha ed omega si rispecchiano ciascuno nell’altro (Io sono l’Alpha e sono l’Omega…) e tutti quelli che conoscono la vita dei lupi sanno che un buon Alpha è fondamentale alla sopravvivenza del branco tanto quanto un buon Omega. L’Alpha cerca sentieri di caccia, sentieri dove nascondere i piccoli, se deve combattere è il primo che va, ma l’Omega, nel frattempo, continua a controllare che niente di brutto accada, non si riposa un attimo, e se vengono attaccati, nel combattere sarà come un’ombra per l’Alpha e per chiunque abbia bisogno del suo aiuto.

PENTALFA, SCUOLA, ALUNNI ADULTI, MAESTRI, PER COSTRUIRE ANIME FATTE DELL’ELEMENTO MIGLIORE, LA MUSICA

Pentalfa Swing Band in versione street band acustica a Todi

s
luigi scotto

Una storia su Chet Baker

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Il titolo “Una storia su Chet Baker” viene da una frase di Bruce Weber, famoso fotografo e regista: “Tutti avevano una storia su Chet, ho voluto fare quel film per avere anch’io la mia storia su di lui…”

In questo articolo c’è la mia storia su Chet Baker, ottenuta grazie ai ricordi di un musicista che ha avuto il privilegio di essergli amico e di suonarci insieme negli anni ’80, quando Chet viveva principalmente in Italia e faceva tour in Europa.

Una storia su Chet Baker: Chet by Bruce Weber

Perché raccontare un’altra storia su Chet Baker è così importante? Perché Chet non è stato solo il più grande trombettista jazz, insieme a Miles Davis, ma un personaggio che sembrava nato per aderire perfettamente alla leggenda, all’epica, un vero e proprio anti-eroe venuto al mondo per creare musica divina e per pagare, con un forte istinto autodistruttivo, quel talento così speciale e raro che viene donato solo agli artisti eccezionali. Pagare questo dono l’ha portato a scegliere una compagna impegnativa come l’eroina, unica compagna che lui non ha mai abbandonato e da cui non è mai stato abbandonato, per la quale si è cacciato nei guai più volte e, in alcuni casi, molto, molto seriamente, compresa la sua morte.

Chet

Se non avessimo un milione di prove del fatto che Chet sia vissuto realmente, tenderemmo a pensare che sia stato creato da qualche grande scrittore o sceneggiatore americano e magari portato sullo schermo da un attore meraviglioso come Edward Norton o Willem Dafoe. Fin dalle sue prime apparizioni, le storie e le voci su Chet e i suoi miracoli alla tromba hanno iniziato a girare con veemenza: il fotografo Bill Claxton raccontava che Bird, dopo aver ascoltato Chet suonare per la prima volta, chiamò Miles Davis e Dizzie Gillespie per dirgli: “C’è un jazzista bianco qui fuori che vi darà un bel po’ di filo da torcere”. La prima moglie di Chet raccontava che a lui piaceva suonare la tromba sotto alla doccia perché era convinto che il suono ne guadagnasse. Sembra che per calmarsi, almeno una volta Chet si sia fatto Parigi-Roma a piedi. Sam Shepard raccontava di quella volta, a casa di Charlie Mingus, dove aveva incontrato questo strano tipo vestito con pantaloni da cavallerizzo e frustino, senza camicia né altro, e si trattava ovviamente di Chet. All’inizio degli anni ’50 qualcuno gli presentò James Dean, e Chet si limitò a dirgli “Salve” per poi andarsene per la sua strada.

Una storia su Chet Baker: let’s get lost

Bruce Weber ha girato l’unico film documentario su Chet “Let’s get lost” (nomination all’Oscar fra i documentari e Gran Premio della Critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1989) proprio negli ultimi mesi di vita del musicista – con tutte le complicazioni derivate dal riuscire a star dietro a un personaggio che aveva la capacità assoluta di sparire spesso e volentieri. “In qualsiasi momento poteva succedere che si alzasse e se ne andasse, che se la prendesse con qualcuno o che ti desse un pugno, o che invece si sedesse tranquillo e fosse gentile da morire” spiegano i produttori del documentario. La rivista “Entertainment Weekly” scrisse che Weber aveva creato “l’unico documentario che funziona come un romanzo, che ti porta a leggere tra le righe della personalità di Baker, fino a farti toccare la tristezza segreta nel cuore della sua bellezza”.

Una storia su Chet Baker: Let's get lost film by Bruce Weber

Quando vita e arte diventano una cosa sola

Io credo che, come per ogni personaggio mitico o leggendario – poco importa che sia reale come Chet o immaginario come Orfeo – vita e opere si mischiano in qualcosa di indissolubile. Un vero entanglement, se vogliamo usare un termine caro alla fisica. Impossibile parlare della musica di Chet senza parlare della sua vita e viceversa. Ma del resto questo vale per ogni vero artista che abbia abitato il nostro infelice pianeta. Parlando di Poeti, i primi che mi vengono in mente (a cui ne seguono molti altri) sono Sylvia Plath, Emily Dickinson, John Berryman, Dylan Thomas, John Keats, Cesare Pavese, Alda Merini, Majakovskij,  mentre, se penso ai Musicisti, non posso non citare, oltre a Chet, Bird, Billie, Jimi, Jim, Janis, Kurt, Layne, Syd Barrett, Amy, Chester, Scott e tanti, tanti altri che hanno dovuto pagare il loro tributo di sofferenza e sangue alla terribile Euterpe, Musa della poesia lirica e della musica, che mai e poi mai elargirà gratis il suo preziosissimo dono.

La vita nomade di Chet

In questo articolo racconto momenti della vita di Chet Baker in Italia, dalla metà degli anni 70 fino al 1988, quando è morto ad Amsterdam, città che peraltro lui amava moltissimo. La sua è stata una morte violenta ma anche misteriosa e cinematografica proprio come tutta la sua vita, da quando, giovane bellissimo e dotato di talento unico, incantava le platee e seduceva ogni donna con la sua tromba e la sua voce dolce e “leggera come vento” fino al massacro in California quando, spacciatori o strozzini gli hanno spezzato i denti dell’arcata superiore, rendendogli quindi impossibile suonare la tromba. Per tre anni Chet ha lavorato sedici ore al giorno da un benzinaio, per sopravvivere, con grande difficoltà, con indicibile dolore fisico finché è riuscito a farsi “rifare i denti”, col denaro che non aveva (forse regalatogli da un suo fan) ma soprattutto dimostrando di avere una forza di volontà epica nel riuscire di nuovo a suonare la tromba con denti posticci, probabilmente il primo al mondo nel riuscire in quest’impresa.

Una storia su Chet Baker: Chet, 1954, by  Bobby Willough

Per poi ripartire alla grande, con la sua tromba unica, con la sua vita tossica e nomade. Dice ancora Bruce Weber: “Vedi Chet a 24 anni, un giovane musicista che suonava con Charlie Parker, e poi a 58 anni era come se dentro ne avesse ancora 24. Se avessi riunito un mucchio di vecchi musicisti per suonare con lui, se ne sarebbe andato via subito. Non vedeva se stesso come un cinquantottenne rugoso. Si vedeva come uno di quei ragazzi.” Perché lo era, giovane. Il suo spirito era quello di un ragazzo, così come esistono molti ragazzi che hanno uno spirito da anziani. Il nostro spirito invecchia o non invecchia in modo del tutto scollato dalla nostra età anagrafica e spesso le due età non coincidono affatto. Chet era un classico caso di spirito “forever young”.

Una storia su Chet Baker

La persona che molto gentilmente e amichevolmente ha condiviso con me alcuni fra i suoi ricordi preziosi ma anche, parzialmente, dolorosi è stato amico di Chet e ha suonato con lui negli anni 70 e 80. Non vuole essere nominato, visto che si parlerà di musica ma anche, come è ovvio, di eroina. È un musicista e lo chiameremo Marvin.

“Era fine giugno 1977 e Chet Baker aveva preso in gestione per uno o due mesi un locale che io conoscevo, a Roma, si chiamava Music Inn, dove lui aveva già suonato in passato. Una mattina vedo una vecchia macchina lì davanti al Music Inn, lui scende e io lo riconosco – anche perché avevo comprato i suoi dischi recenti dove la sua faccia non era più quella da giovane ragazzino belloccio – e gli chiedo: “Sei Chet Baker?” “Sì sì” fa lui. Allora lo aiuto a portare dentro questo grosso impianto musicale. Poi sono andato tutte le sere ad ascoltarlo: lui suonava in trio con un pianista americano e un contrabbassista di Roma, e lì ci siamo conosciuti. Io dopo una settimana sono partito militare e per un po’ non ho più visto nessuno. Poi l’ho rincontrato negli anni 80 che veniva a suonare a Roma e qualche volta mi ha invitato a suonare con lui, in questo modo: durante i concerti lui mi vedeva mentre stavo fra il pubblico e mi chiedeva se volevo salire a suonare e ovviamente salivo sul palco e suonavo al contrabbasso un paio di brani con lui.

Gli anni ’80, jazz ed eroina

Poi l’ho frequentato anche per altre cose. Nell’83, 84, 85 ci siamo incontrati un sacco di volte. Ci siamo incontrati a Trastevere e io gli ho dato qualche numero di telefono perché lui aveva bisogno di rifornirsi di eroina. Lui andava in giro per le piazze dove finti spacciatori gli prendevano i soldi e sparivano, o comunque gli affibbiavano roba di qualità infima e tagliata in modo pericoloso. Una volta l’ho proprio presentato e accompagnato da uno spacciatore “serio” e quindi, probabilmente, la grande simpatia che è nata fra di noi è dipesa anche dal fatto che io l’ho aiutato in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto e mi ha riconosciuto come una sorta di anima affine. Poi abbiamo inciso un disco con un cantante brasiliano, Ricky Pantoja Lete e Chet ha partecipato; io ho suonato, fra gli altri, in un brano di Pantoja Lete, “Arborway” che è poi diventato uno dei suoi cavalli di battaglia; di questo disco è uscita una versione cantata, in Italia e una versione strumentale in Brasile, ma è uscito anche nel mondo: in Giappone si chiamava “Chet Baker meets Ricky Pantoja” e io ho fatto la base col basso elettrico e stavo in studio quando lui sovraincideva la tromba, così abbiamo passato qualche giorno in studio insieme.

Chet by Bruce Weber

In quel periodo io suonavo in un locale a Trastevere, tutte le sere e Chet spesso veniva a trovarmi e si metteva a improvvisare con la voce. Poi ho suonato con lui per intero in un unico concerto, il 20 marzo 1988, a Bologna, 6 mesi prima della sua morte assurda ad Amsterdam. Avrei certamente potuto suonare molto di più con lui, ma da un certo momento ho voluto stare fuori da quell’ambiente, perché, suonando e andando in giro con Chet, eri per forza coinvolto nell’eroina. Dopo il concerto di Bologna uno che suonava con lui mi disse “Domani andiamo a Verona e compriamo una bella quantità di roba”: in quegli anni Verona era uno dei punti più famosi per lo spaccio d’eroina in Italia, e quindi, se solo ti sapevi muovere, trovavi ottima qualità e ottimi prezzi. Io, invece, decisi di tornare a Roma. Gli anni 80, qui in Europa e particolarmente in Italia, erano così. Visto che io, dopo un primo periodo, ho fatto in modo di non toccare più eroina, non volevo restare coinvolto in cose che invece cercavo di evitare. Nel mondo del jazz, all’epoca, si facevano proprio in tanti d’eroina; gli americani venivano a lavorare in Europa perché qui erano meno perseguitati che negli Stati Uniti e facevano la spola fra Parigi, Amsterdam, Berlino, Italia; ci sono un sacco di nomi famosi, fra i jazzisti che all’epoca erano eroinomani ma voglio solo nominare un italiano, Massimo Urbani, grande sassofonista, persona bellissima con cui ho suonato molto e che è morto d’overdose.

Aneddoti

Fra gli aneddoti curiosi dell’epoca c’era questa cosa di chiamarsi “man”. Quando dicevi lui è man, significava uno del giro, uno che ha a che fare con la roba. Ed era proprio un appellativo legato esclusivamente ai musicisti jazz che facevano uso d’eroina.

Chet era come se avesse un gemello o un doppleganger: lo vedevi la sera a Trastevere che sembrava un cane randagio, poi il giorno dopo partiva e andava a suonare in un festival importantissimo con un aspetto meraviglioso. Una volta, che dovevamo suonare insieme a Nostra Signora dei Turchi, in Puglia, noi arrivammo e lui sparì. Non venne proprio, ed era famoso per sparire, non presentarsi anche ad appuntamenti importanti perché era sempre condizionato dall’approvvigionamento di eroina.

Di donne ufficiali ne ha cambiate molte: i primi anni stava con una newyorkese figlia di persone ricche e anche lei cantava e si chiamava Ruth Young; poi si lasciarono e si mise con una sassofonista che però lo teneva sotto controllo. Una volta andai in albergo a salutarlo e lei arrivò sospettosa, dicendo “No stuff, smoking ok”. In pratica: niente roba, ma se vogliamo farci una canna va bene.

Una storia su Chet Baker: my foolish shit

Molti l’hanno odiato, anche se adesso non hanno il coraggio di dire niente contro di lui. Ormai è leggenda e nessuno ha il coraggio di andare contro una leggenda. Bisogna anche considerare che molti di quelli della sua età erano bacchettoni, lo vedevano come una specie d’alieno, non riuscivano a rapportarcisi, e anche il fatto che invece fosse così bravo e dotato magari li infastidiva. Lui era uno che ne aveva fatte di cotte e di crude, non potevi paragonarlo a un musicista che lavorava all’orchestra della Rai e poi la sera andava a suonare jazz tanto per fare qualcosa di diverso. Chet era un personaggio enorme, il più grande trombettista jazz mai esistito, insieme a Miles Davis. E poi aveva una musicalità pazzesca, che ti trasmetteva ascoltandolo ma suonandoci insieme anche di più, perché era come se la musica lo attraversasse, letteralmente. Era nato in Oklahoma, ma in parte era di origini native americane, e forse da lì veniva la sua magia. Piccolo, magrolino ma forte, sapeva arrampicarsi come una scimmia e amava farlo, e poi era nomade nell’anima, un vero viaggiatore. Negli ultimi tempi si era comprato un’Alfa Romeo Spider di cui era molto fiero e ci viaggiava in giro per l’Europa.

Con me è sempre stato gentile, simpatico, non mi ha mai fatto nulla di negativo, c’è sempre stato, fra di noi, un rapporto fra persone che si capiscono. Io ho sempre provato una grande attrazione verso di lui, era come una calamita. Non mi ha mai deluso. Avrà sicuramente deluso altri, ma con me è stato sempre corretto. Era molto serio nella musica. So per certo che mi stimava. Quando suonammo a Bologna, dopo un assolo di contrabbasso lui si girò e mi fece un sorriso, che era per lui una cosa molto rara, anche perché quando i suoi musicisti suonavano male lui invece si incazzava e li maltrattava. In un’occasione, a un musicista che, secondo Chet, aveva fatto una brutta performance durante “My foolish heart” disse, dopo il concerto “Questo non era my foolish heart, questo era my foolish shit”.

Chet Baker era introverso, per niente chiacchierone, e quando stava sul palco, poteva essere fatto oppure no, ma aveva sempre il controllo di tutta la musica che suonava lui e, la maggior parte delle volte, anche della musica suonata dagli altri del gruppo. Sul palco era un po’ come un lupo alpha, un leader assoluto, perfettamente in grado di condurre il branco alla mèta”

Portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy

In un articolo a firma Stefano Marzorati ho letto una frase bellissima:

“Baker aveva negli occhi un non-so-che da cowboy, uno sguardo sempre un po’ fuori fuoco, portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy, non suonava ma la sorseggiava.”

Di sicuro Chet Baker era uno su un miliardo. Il tipo che ti spezza il cuore. Era un combattente, forte come pochi. La tristezza segreta nel cuore della sua bellezza è sempre stata il motore della sua esistenza. Ciò che l’ha reso leggenda, insieme alla sua tromba sorseggiata. Il motivo per cui tutti noi lo ameremo per sempre.

Chet Baker 1986 by John Claridge

Questa foto è un ritratto fatto da John Claridge nel 1986. John Claridge: “Mentre fotografavo Chet gli dissi – ehi, mi ricordo un tuo EP che comprai, si chiamava Winter Wonderland e c’era Russ Freeman al piano. Chet disse Sì, nel 1953. Poi smise di parlare e rimase così, forse a fissare il tempo passato. In quel preciso momento io scattai questa foto”. Ecco un’altra storia su Chet Baker…

Con enorme gratitudine ringrazio “Marvin”, persona bella e rara, ottimo musicista, per i ricordi che ha voluto condividere con me