Murder Songs

Le Murder Songs sono canzoni che raccontano piccole intense terribili folli storie di omicidio. Non esistono generi musicali favoriti: puoi trovare una murder song in ambito rock, country, rap, trap, indie, folk, perfino nel pop. Oltre al genere musicale, quello che rende il racconto speciale è il modo in cui ogni omicidio viene narrato nella canzone e di solito le migliori Murder Songs sono tutte diverse l’una dall’altra. In questo articolo ho scelto le mie 10 Murder Songs preferite: ognuna appartiene a un genere musicale diverso e a un tipo di narrazione diversa. Dalla numero 10 fino a quella che per me è la numero 1.

N. 10 Aurora – “Murder Song”

Dream Pop, 2015, empathetic murder. Omicidio empatico

Aurora, giovanissima cantautrice norvegese, specializzata in ballate dream pop, dalla voce angelica e un’espressività molto intensa, è diventata famosa in campo internazionale con questa canzone “Murder Song”. Le lyrics raccontano l’omicidio dal punto di vista della morta, che parla in prima persona. L’ho chiamato empathetic murder perché la stessa vittima ci dice che l’uomo che la uccide lo fa per empatia. Crede che la morte sia l’unico modo per risparmiare alla ragazza l’orrore del mondo:

“He holds the gun against my head/ I close my eyes and bang I am dead/ I know he knows that he’s killing me for mercy…”

Lui mi punta la pistola alla testa/ Io chiudo gli occhi e bang sono morta/ So che lui è convinto di avermi ucciso per pietà…

Ma l’empatia nella storia è a doppio senso. Anche la ragazza morta prova pietà per il suo assassino e ce lo descrive mentre piange disperato stringendola fra le braccia.

And here I go: ed ecco che me ne vado.

N.9 Tom Waits – Dead and Lovely

Blues Ballad, 2004, Romantic murder. Omicidio romantico

Murder Songs: Tom Waits, Dead and Lovely
Murder Songs: Tom Waits

Tom Waits non ha bisogno di presentazioni, famoso blues man, crooner, attore fra i favoriti di Jim Jarmusch, ha, fra i tanti meriti, quello di aver pronunciato una frase diventata iconica: “Reality is for people who cannot face drugs.”

La storia che ci racconta in questa canzone è volutamente “tipica”: ragazza della middle class che pensa di aver trovato l’uomo giusto e molto ricco che renderà la sua vita una favola mentre invece troverà soltanto la morte. Quello che è particolare è il modo in cui Waits ce la narra, i dettagli amari e romantici, un po’ old fashioned sia nel sound che nelle parole, che ci fanno pensare a “Il lungo addio” o a un altro romanzo di Chandler:

“He had a bullet proof smile/ He had money to burn/ She thought she had the moon/ In her pocket/ But now she’s dead/ She’s so dead forever/ Dead and lovely now”

Lui aveva un sorriso a prova di proiettile, lui aveva soldi da buttare, lei pensò di avere ormai la luna in tasca, ma adesso è morta, per sempre morta, adesso è morta e bellissima.

Murder Songs: N.8 Foster the People – Pumped up kicks

Indie pop-rock, 2010, Psychotic kid murder. Omicidio da adolescente psicopatico

Murder Songs: Foster the People, Pumped up kicks
Murder Songs: Foster the People, Pumped up kicks

Negli Stati Uniti gli omicidi commessi da ragazzini pieni di problemi e di armi da sparo sono una costante. In tutte le sparatorie nelle scuole, tipo Columbine, i killer erano quasi sempre adolescenti che venivano bullizzati e sembravano incapaci di reagire. La costante è tale che a questo tipo di ragazzo “cane di paglia”, che sembra non ribellarsi ma che alla fine, quando invece si ribella, fa – per l’appunto – una strage, gli americani hanno dato un appellativo: “the quiet kid”. Il ragazzino tranquillo. In “Pumped up kicks” dei californiani Foster the People si parla del quiet kid Robert, abituato a prendere calci da tutti gli altri compagni di scuola, che un giorno trova in un cassetto la pistola del padre e se la porta a scuola deciso a vendicarsi.

Una delle cose che rendono particolare questa canzone è il ritornello indie-pop allegramente dissacratorio, dove il quiet kid Robert ripete:

“All the other kids with the pumped up kicks/ You better run, better run, outrun my gun/ All the other kids with the pumped up kicks/ You better run, better run, faster than my bullet”

Tutti gli altri ragazzi sempre pronti a prendermi a calci, meglio che scappino, meglio che scappino, lontano dalla mia pistola. Tutti gli altri ragazzi sempre pronti a prendermi a calci, meglio che scappino, meglio che scappino, più veloci del mio proiettile.

N.7 The Raconteurs – Carolina Drama

Garage rock, 2008, Breathless murder. Omicidio a perdifiato

Murder Songs: The Raconteurs, Carolina Drama

The Raconteurs è il gruppo indie e alternative rock di Jack White, altro big americano che non ha bisogno di presentazioni. In questa bellissima canzone Jack ci racconta una storia violenta, folle e omicida ambientata in South Carolina fra una casa-topaia ed un furgone parcheggiato nel cortile. L’ho definita “breathless” perché non c’è un attimo di respiro nella narrazione. Non ci sono ritornelli, né strofe che si ripetono, ma solo la voce di Jack che senza mai fermarsi – come se la storia stesse accadendo proprio mentre lui canta – ci parla di come il ragazzino Billy corra a difendere un vecchio prete – che in realtà è suo padre – mentre il fidanzato della madre sta uccidendo a martellate il prete medesimo. Un esempio delle lyrics:

“Billy broke in and saw the blood on the floor, and He turned around and put the lock on the door He looked dead into the boyfriend’s eye His mother was a ghost, too upset to cry”

Billy entrò e vide il sangue per terra, lui tornò indietro e chiuse a chiave la porta, guardò dritto negli occhi del fidanzato, sua madre era uno spettro, troppo agitata per piangere.

Le ultime parole della canzone: “But you wanna know how it ends? If you must know the truth about the tale go and ask the milkman” servono come chiave per risolvere uno di quei giochini segreti che alcuni artisti si divertono a fare con le loro canzoni ma che solo i veri fans della band o gli addetti ai lavori sono in grado di comprendere. Parleremo di “ask the milkman” in un altro articolo.

N.6 Amigo the Devil – Perfect Wife

Folk punk, 2013, Dark humor murder. Omicidio con umorismo nero

Amigo the Devil è uno degli esponenti di punta di quel genere che viene chiamato folk punk, o punk bluegrass. Perfect Wife è una delle sue primissime canzoni e racconta un omicidio in modo molto sarcastico e molto macabro. Ad esempio:

“Her playing the piano/ Sounded like a thirsty camel in a lake/ I took her little fingers/As a souvenir of her playing/ Oh, what a talented wife/ Love of my life”

Lei che suonava il piano faceva un rumore da cammello che beve l’acqua d’un lago, le tagliai le sue piccole dita, come ricordo della sua musica. Oh, che moglie piena di talento, Amore della mia vita.

Spoiler alert: dopo averle strappato gli occhi, le dita, la lingua, la moglie si vendica e lo uccide.

Murder Songs: N.5 Nirvana – Where did you sleep last night

Grunge unplugged, 1993, Old country murder. Omicidio in stile old country

La canzone è molto antica, risale addirittura al 1870, scritta da un autore sconosciuto probabilmente in Tennessee o Kentucky, ma conosciuta per la versione blues di Lead Belly del 1940. In seguito Kurt Cobain l’ha ripresa e l’ha suonata nel concerto unplugged per MTV, a fine 1993 (dove indossa il famoso cardigan da 330,000 dollari). La versione grunge acoustic di Kurt, con la disperazione che solo lui riusciva a infondere in una canzone, la rende indimenticabile. Le parole parlano di omicidio e gelosia – un classico old country – anche se, volutamente, la dinamica degli eventi non è chiara, ma solo molto probabile:

“Her husband, was a hardworking man Just about a mile from here His head was found in a driving wheel But his body never was found My girl, my girl, don’t lie to me Tell me where did U sleep last night In the pines, in the pines Where the sun don’t ever shine I would shiver the whole night through”

Suo marito era un vero lavoratore. A un miglio da qui la sua testa è stata ritrovata nella ruota di un carro ma il suo corpo non è mai stato trovato. Ragazza mia, ragazza mia, non devi mentirmi. Dimmi dove hai passato la notte. Tra i pini, tra i pini, dove il sole non splende mai, vorrei tremare tutta la notte.

N.4 Nick Cave – Stagger Lee

Alternative rock, 1996, Pulp Murder. Omicidio pulp

Murder Songs: Nick Cave, Stagger Lee

Nick Cave è un altro mostro sacro dell’alternative rock che non ha bisogno di presentazioni. Nel 1996 ha pubblicato un album “Murder Ballads” dove c’è la mia preferita “Stagger Lee”. L’ho definita pulp murder perché ha un testo duro, violento, osceno ma anche un po’ divertente, e in finale decisamente molto pulp. Stagger Lee è un bastardo figlio di puttana, negli anni ’30, che se ne va in giro a uccidere, attaccare risse, stuprare, il tutto sempre a testa alta, senza paura, proprio come un personaggio dei pulp comics che nacquero ai primi del novecento. Il dialogo fra Stagger e il barista:

“Stagger Lee He said “Mr Motherfucker, you know who I am” The barkeeper said, “No, and I don’t give a good goddamn” to Stagger Lee. He said, “Well bartender, it’s plain to see I’m that bad motherfucker called Stagger Lee” Mr. Stagger Lee. Barkeep said, “Yeah, I’ve heard your name down the way And I kick motherfucking asses like you every day” Mr Stagger Lee. Well those were the last words that the barkeep said ‘Cause Stag put four holes in his motherfucking head…”

Stagger Lee disse “Ehi stronzo, tu sai chi sono” Il barista disse “No e non me ne frega un cazzo” a Stagger Lee. Lui disse “Ok, barista, è facile capire che io sono il brutto figlio di puttana che si chiama Stagger Lee” Il Signor Stagger Lee. Il barista disse “Sì. Ho sentito il tuo nome per strada e prendo a calci figli di puttana come te ogni giorno” Signor Stagger Lee. Beh, queste furono le ultime parole del barista perché Stag gli sparò quattro volte nella sua testa da figlio di puttana…”

N.3 Jimi Hendrix – Hey Joe

Psychedelic rock, 1966, Psychedelic murder. Omicidio psichedelico

Hey Joe è una delle canzoni più famose e iconiche di Jimi Hendrix, e la sua peculiarità, a mio parere, è che le lyrics sono psichedeliche proprio come la musica. Joe è chiaramente uno strafatto che ha appena ammazzato la donna e se ne va in giro a raccontarlo a quelli che incontra. Joe straparla e vorrebbe fuggire lontano ma è chiaro come il sole che finirà morto o in cella a vita. La cosa più straordinaria di questo classico del rock e del genere narrativo Murder songs è che le parole è come se uscissero dalla chitarra elettrica e non dalla voce di Jimi. Un capolavoro rock e una canzone maledetta allo stesso tempo.

“Uh, hey Joe, I heard you shot you old lady down, you shot her down to the ground. Yeah! Yes, I did, I shot her, you know I caught her messin’ ‘round, messin’ ‘round town.”

Ehi Joe, ho sentito che hai sparato alla tua donna, le hai sparato e l’hai uccisa. Sì, le ho sparato, sai, l’ho beccata con un altro giù in città.

N.2 Bob Dylan – Ballad of Hollis Brown

Folk, 1964, Movie murder. Omicidio cinematografico

Murder Songs: Bob Dylan, Ballad of Hollis Brown
Murder songs: Bob Dylan, Ballad of Hollis Brown

Canzone strepitosa appartenente al periodo folk di Bob Dylan, che racconta la disperazione di un contadino che non ha più nulla, né acqua, né grano, né farina con cui sfamare moglie e cinque figli e la sola cosa che può fare è ucciderli tutti e suicidarsi. Che Bob Dylan sappia raccontare storie come nessun altro lo sappiamo tutti: ha anche preso un meritato premio Nobel alla letteratura per questo. La particolarità di questa canzone, però, oltre alla bellezza di musica e lyrics, sta nel fatto che lui te la racconta come se fosse un film. Hollis Brown è una canzone che procede per immagini, e le immagini sono così vicine e consequenziali da non far pensare a fotografie o disegni, ma ad un vero e proprio short movie. Raramente accade di ascoltare una canzone e vederla, contemporaneamente, come se qualcuno la stesse proiettando nella nostra mente. La magia di Bob Dylan.

“Way out in the wilderness A cold coyote calls Way out in the wilderness A cold coyote calls Your eyes fix on the shotgun That’s hangin’ on the wall Your brain is a-bleedin’ and your legs can’t seem to stand Your brain is a-bleedin’ and your legs can’t seem to stand Your eyes fix on the shotgun That you’re holdin’ in your hand”

Più in là, nei boschi, l’urlo freddo di un coyote. Più in là, nei boschi, l’urlo freddo di un coyote. I tuoi occhi si fissano sul fucile che è appeso al muro. Il tuo cervello sanguina e le tue gambe tremano. Il tuo cervello sanguina e le tue gambe tremano. I tuoi occhi si fissano sul fucile che stai tenendo in mano.

Murder Songs: N.1 YNW Melly – Murder on my mind

Trap, 2019, True murder. Omicidio reale

Ho dato il primo posto a questa canzone non solo perché è bella, ma perché è vera. YNW Melly non è uno di quei trapper all’italiana (non è uno dei vari fedez o sferaebbasta che producono musicaccia da bambini scemi, per capirci): lui fa musica di livello e non mente. Quando canta “wake up in the morning I got murder on my mind” non sta fingendo. Un mese dopo l’uscita di questa canzone, nel 2019, l’hanno arrestato per duplice omicidio e sta ancora in carcere in attesa di giudizio. Fra l’altro, trattandosi di duplice omicidio in Florida, Melly rischia seriamente la pena di morte.

Il ragazzo Melly ha circa vent’anni e ha iniziato a fare musica a quindici, alternandola con lunghi periodi in carcere, sempre per accuse gravi o molto gravi. Il suo attuale processo, per via della pandemia, è stato rinviato al 2021, e sempre per via della pandemia Melly si è ammalato di Covid19 ma senza ottenere nemmeno di poter essere curato in un ospedale (se non altro per la sicurezza degli altri carcerati). Le foto di Melly dopo un anno di carcere nel paese che ama esportare democrazia fanno una certa impressione: sembra invecchiato di dieci anni almeno. Del resto nel carcere americano dove hanno chiuso Melly i carcerati sono ammucchiati come poveri maiali in un allevamento intensivo, la parola igiene è totalmente sconosciuta così come i vari disinfettanti o sanificanti dell’era Covid. Con cosa viene curato Melly dal Covid19? Sembra una barzelletta, ma sì, lo curano con il gatorade. Il gatorade, quello che nelle pubblicità vediamo tracannare dagli sportivi dopo una bella corsa. E se lo deve anche pagare da solo!

“Everybody acting suspicious, might probably say that I’m tripping/ When I’m all alone in my jail cell, I tend to get in my feelings/ And all I smoke is that loud, don’t pass me no midget/ And I’m ‘a smoke all of my pain away ‘cause that’s the only thing that gon’ heal it/ I wake up in the morning, I got murder on my mind/ AK-47s, MAC-11, Glocks, and nines”

Tutti si comportano in modo sospetto, potrebbero anche dire che sono in viaggio. Quando sto tutto solo nella mia cella in carcere tendo a tenere per me tutte le mie emozioni. E tutto quello che fumo è così forte, non mi passano roba da poco. E fumando mando via tutto il mio dolore, perché è il solo modo per stare meglio. Mi sveglio al mattino, ho l’omicidio nella mente, Ak47, MAC11, Glock e 9 millimetri.

Quando il giovanissimo YNW Melly, nella sua cella, sogna gli AK47 e tutte le armi da fuoco di cui è piena zeppa l’America, lui è sincero: quel pensiero è la sua cura, molto più di qualsiasi droga possa fumare o ingoiare. Ecco perché definisco la sua canzone “true murder”, omicidio reale, vero. In un mondo dove la falsità e la finzione sono diventate le migliori armi di distruzione di massa, la verità, la semplice verità, bella o brutta, gradevole o scandalosa, è sempre rivoluzionaria.

Indimenticabile Layne Staley

Layne Staley

Il 5 aprile 2002 è considerato ufficialmente il giorno della morte di Layne Staley, anche se, avendo ritrovato il suo corpo a tanti giorni di distanza, in avanzato stato di decomposizione, credo che il 5 aprile sia più che altro una data simbolica. Io, personalmente, lo considero morto in un giorno indefinito della prima decade di aprile, che, come diceva Eliot “è il mese più crudele”. Layne Staley, creatore e frontman degli Alice in Chains – ma anche, in seguito, dei Mad Season per un unico e bellissimo album – diventato molto famoso nell’ambito rock-grunge nato a Seattle, è stato, di certo, il cantante più dotato e l’anima più fragile fra tutti gli artisti rock degli anni ‘90.

Layne Staley e Kurt Cobain

Layne aveva molto in comune con Kurt Cobain (anche lui, ufficialmente, morto il 5 aprile): nati entrambi nel 1967, ipersensibili, bellissimi, pieni di talento, portati verso l’arte in genere, dalla pittura alla scultura, dalla poesia alla musica, con difficoltà nel relazionarsi ai compagni di scuola, sia da bambini che da adolescenti, entrambi usciti profondamente segnati dal divorzio dei genitori.

Layne Staley e Kurt Cobain, indimenticabili
Layne Staley e Kurt Cobain

Ma allo stesso tempo erano anche diversi: se Kurt Cobain potremmo definirlo crepuscolare, Layne era la notte senza luna e senza luci. Se la voce di Cobain divenne quella di un’intera generazione, la voce di Staley – a mio parere la voce più bella del rock anni ’90 – rimase sempre la voce della sofferenza. Mentre i testi di Kurt aprivano un mondo fatto di immagini – e proprio per questo divennero testimonial perfetti del nuovo genere di rock – i testi di Layne si snodavano lungo un’unica autostrada, quella del dolore che prova solo chi viaggia dentro all’inferno. Cobain decise di chiamare il proprio gruppo “Nirvana”, che rappresenta, nella dottrina buddista, la fine della sofferenza; Staley chiamò il suo gruppo “Alice in chains”: la Alice di Carroll non più libera di giocare nel suo mondo proibito ma incatenata in fondo alla tana del bianconiglio. Se Kurt optò per il suicidio, perché, come scrisse nel suo biglietto d’addio citando Neil Young “It’s better to burn out than to fade away”, Layne si lasciò morire giorno dopo giorno, chiudendosi in solitudine per anni, nutrendosi di dolore, crack ed eroina finché la morte non andò a prenderlo per mano.

Indimenticabile Layne Staley: bad habits aren’t my title

Layne Staley odiava i giornalisti e raramente concedeva interviste. Lui parlava attraverso l’arte e sono poche le frasi che di lui potremmo citare. Forse la più significativa è:

My bad habits aren’t my title. My strengths and my talent are my title.” I miei vizi non parlano per me. I miei punti di forza e il mio talento parlano per me.

Layne Staley, Down in a hole

Down in a hole, feelin’ so small/ Down in a hole, losin’ my soul/ I’d like to fly, but my wings have been so denied/ Down in a hole and they’ve put all the stones in their place/ I’ve eaten the sun so my tongue has been burned of the taste

Dentro a una buca, sentendomi così piccolo. Dentro a una buca, mentre perdo l’anima. Vorrei volare via ma le ali mi sono state negate. Dentro a una buca e l’hanno riempita di pietre. Ho mangiato il sole e la mia lingua, assaggiandolo, si è bruciata.

Indimenticabile Layne Staley: MTV Unplugged 1993, Down in a hole

Layne staley, Hate to see

Hate to see (wish I couldn’t see at all)/ Hate to feel (wish I couldn’t feel at all)/ So climb walls/ And I crawl, back to bed now/ What the hell, got to rest/ Aching pain in my chest/ Lucky me, now I’m set/ Little bug for a pet

Odio vedere (vorrei non poter vedere niente). Odio sentire (vorrei riuscire a non sentire nulla). Allora mi arrampico sul muro e striscio di nuovo a letto. Che diavolo, mi devo riposare, mentre provo dolore nel petto. Che fortuna, adesso sono a posto. Un piccolo insetto come animale domestico

Layne Staley: Mad Season – Long Gone Day

“Isn’t it so strange how far away we all are now?/ Am I the only one who remembers that summer?/ Oh-woah, I remember/  The music that we made/ The wind has carried all of that away/ Long gone day (Woah, woah-oh yeah)/ Who ever said we’d wash away with the rain?”

Non è così strano quanto lontano ci sentiamo tutti adesso? Sono l’unico che si ricorda quell’estate? Oh sì, io ricordo. La musica che suonavamo. Il vento ha portato tutto via. Tanto tempo fa chi avrebbe mai detto che tutto sarebbe stato spazzato via dalla pioggia?

Layne Staley con i Mad Season: Wake up, Seattle, 1995

Il testamento morale di Layne

A un mese dalla morte Layne telefonò alla giornalista argentina, Adriana Rubio, che stava scrivendo un libro su di lui e aveva parlato in più occasioni con la madre e la sorella di Layne. Lui era malato terminale, e quella telefonata di due ore e mezzo fu una sorta di testamento morale:

“… il dolore è molto più grande di quello che pensi. È il peggior dolore del mondo. La droga ti succhia tutto il corpo. Sono vicino alla morte, mi sono fatto di crack e di eroina per anni. Non avrei voluto finire la mia vita così. So che non ho più scelta, è tardi. Scrivi un capitolo speciale per Demri, chiarisci che la sua morte è stata causata da un’endocardite batterica, non è stata un’overdose. Scrivi alla gente che non ho mai voluto il loro appoggio riguardo a questa droga del cazzo. Non provare a contattare nessuno degli Alice in Chains: loro non sono miei amici.”

Layne Staley con Alice in Chains all’MTV Unplugged del ’93, Rooster

Noi invece, ti ameremo sempre e non ti dimenticheremo mai.

In memoria di Layne Staley 1967 – 2002

IL CARDIGAN DI KURT COBAIN

IL CARDIGAN DI KURT COBAIN, indossato da Kurt nell'MTV Unplugged 1993, a pochi mesi dalla morte
Il cardigan di Kurt Cobain all’Unplugged di MTV 1993

Inizierò l’articolo parlando di pubblicità, e qualcuno potrebbe domandarsi cosa abbia a che vedere questo con il cardigan di Kurt Cobain. Un attimo di pazienza: forse vi ricorderete di quella serie di spot che pubblicizzavano una carta di credito, la Mastercard, dove ci proponevano due o tre storie a schema fisso. Ci mostravano una donna o un uomo nel tentativo di raggiungere il Grande Progetto o il Sogno della loro Vita.

Per tutto il resto…

Facciamo un esempio (disclaimer: l’esempio è inventato da me, i pubblicitari mai l’avrebbero messo in scena e nessuna carta di credito l’avrebbe sponsorizzato); immaginiamo che Silvia desideri uccidere il suo ex marito bastardo e traditore. Vediamo Silvia che spende tot euro per un coltello molto affilato; altri tot euro per una tuta da crime scene che non faccia passare il sangue; ancora tot euro per i servigi di un hacker che faccia saltare le telecamere a circuito chiuso nel palazzo del marito. Alla fine, il narratore dirà: “Vedere Silvia che ride felice davanti al sangue che una volta apparteneva al marito non ha prezzo. Per tutto il resto c’è mastercard”. Da un punto di vista strettamente connesso al marketing, non era un brutto spot: rimaneva in mente. Per tutto il resto, però, raccontava menzogne, proprio come ogni venditore e come ogni pubblicità che si rispetti.

Ogni cosa ha un prezzo

In questo caso, la menzogna – di facile individuazione – è l’asserzione che possa esistere qualcosa “che non ha prezzo”. Infatti in questo mondo ogni cosa ha un prezzo, anche se le modalità per pagarlo possono essere tante, oltre al classico pagamento in denaro: a volte si paga il dovuto con atti sessuali, o competenze specifiche; altre volte con azioni illegali, o lo si paga emotivamente, intimamente, con la propria o altrui umiliazione, con la distruzione della vita di qualcuno o con la propria disperazione. Il prezzo lo possiamo pagare perfino con la morte, che sia la propria o quella di un altro. Ma pagare, si paga sempre: questa è la sola certezza.

I peli pubici di Charles Manson

Quello che è peculiare, nel mondo ipercapitalista, è la stima del prodotto da pagare. Ci sono mercati, leciti o illeciti, che danno un prezzo che potremmo considerare folle a cose come i peli pubici di Charles Manson, e ad alcuni di noi potrebbe con facilità sembrare assurdo, spropositato, insensato, il divario fra quello che avresti potuto fare – di utile o anche di inutile, per te o per gli altri – con gli stessi soldi spesi per quegli stupidi peli pubici. Ma, nel momento in cui decidiamo che il capitalismo è il migliore, se non l’unico, dei mondi possibili, chi siamo noi per decidere cosa sia giusto o ingiusto acquistare? Milioni e milioni di persone che non hanno acqua potabile, per non parlare del cibo, a fronte di un numero certamente minoritario di miliardari che, letteralmente, non sanno dove buttare tutto ciò di futile che possiedono. O ancora, i primi 8 uomini più ricchi del mondo che, messi insieme, possiedono tanto quanto la metà povera di tutta la specie umana: una volta accettato questo, non si torna più indietro, e fare la morale sui peli pubici di Manson sembra davvero molto ipocrita e un tantino patetico.

Il cardigan battuto all’asta

Lo scorso 26 ottobre 2019, è stato battuto all’asta l’iconico cardigan fra il beige e il verde che Kurt Cobain indossava durante il live Unplugged per Mtv, nel novembre 1993: a pochi mesi, quindi, dalla sua morte. Il cardigan di Kurt Cobain non è mai stato lavato, ha una bruciatura di sigaretta e alcune macchie ed è stato venduto per 334.000 dollari, dal tizio che, quattro anni fa, l’aveva acquistato per 137.500 dollari. Si tratta del costo più alto mai pagato per un capo d’abbigliamento appartenuto a una rockstar, ed è per questo che se ne è parlato parecchio. Nel nostro piccolo, anche a casa mia ne è uscita fuori una discussione.

“Ma ti rendi conto che con 334.000 dollari ti ci compri una casa? Una casa bella, non una topaia!” ha detto il mio compagno.

“Certo, se hai solo 334.000 dollari ti compri una casa – gli ho risposto – ma se di soldi ne hai tanti…”

“Davvero se tu avessi un sacco di soldi ti compreresti quel golf? Per farne cosa, per metterlo sotto a una teca?”

Ecco, è su questo che si è sbagliato. Se avessi così tanti soldi da potermi comprare il cardigan di Kurt Cobain, non lo metterei mai sotto a una teca. Io lo annuserei, lo aspirerei, qualche volta lo indosserei, volerei insieme al golf con le ali del sogno, ogni notte ci dormirei abbracciata e il giorno della mia morte mi ci farei cremare insieme. Perché se è vero che ogni oggetto ha il suo prezzo, è anche vero che in alcuni oggetti riusciamo a percepire un sentore che ci incanta col suo profumo di potere e spirito.

Gli insegnamenti di Don Juan

Da “Gli insegnamenti di Don Juan”, primo strabiliante libro di Carlos Castaneda:

“Alcuni oggetti sono permeati di potere – disse – ne vengono utilizzati decine, dagli uomini potenti… Questi oggetti sono strumenti, non ordinari, ma di morte. Tuttavia si tratta solo di oggetti. Non hanno il potere di insegnare…”

“Di che oggetti si tratta, Don Juan?”

“Non sono proprio degli oggetti; si tratta piuttosto di tipi di potere.”

“Come si fa a ottenerli, Don Juan?”

“Dipende da quale vuoi.”

“Quanti tipi ce ne sono?”

“Come ho già detto, ce ne sono decine. Ogni cosa può essere un oggetto di potere.”

“Quali sono i più potenti?”

“Il potere di un oggetto dipende da chi lo possiede, dal genere di uomo che è…”

La vita segreta degli oggetti

La letteratura e il cinema horror o fantasy sono pieni di oggetti, grandi e piccoli, posseduti da qualche spirito non proprio dolce e mite: l’hotel di Shining, l’antica scatola in legno abitata dal Dibbuk, cristalli sognanti, tombe egizie maledette, diaboliche scarpette rosse, libri delle ombre. Io sono fermamente convinta che – non tutti, certo – ma alcuni fra gli oggetti che ci circondano vivano una loro vita distinta e separata, una sorta di limbo a cui difficilmente possiamo accedere. Se incontriamo un coniglio bianco possiamo rincorrerlo fino alla sua tana, ma poi, grandi e grossi come gli adulti che siamo, riusciremmo a rotolarci dentro per inseguirlo nel suo mondo magico?

Se è vero che il potere di un oggetto dipende da chi ne è stato il proprietario, allora il cardigan di Kurt Cobain me lo immagino colmo di talento, poesia, bellezza, gentilezza. Tutto quello che manca al nostro mondo. Tutto quello che manca a ognuno di noi.